sabato 3 ottobre 2015

pc 1 ottobre - FORMAZIONE OPERAIA: LE MACCHINE ALLEVIANO LA FATICA UMANA? DAL CAP. 13° DE IL CAPITALE DI MARX - "MACCHINE E GRANDE INDUSTRIA"

Per impegni internazionalisti, non abbiamo potuto inviare questo testo dei “Giovedì rossi” il 1° ottobre. Ma dal prossimo giovedì riprenderemo puntualmente la Formazione operaia del giovedì.

Riprendiamo, dopo quest’estate, lo studio de Il Capitale di Marx dal capitolo sulle macchine posto anche simbolicamente da Marx al centro del 1° libro visto che la caratteristica essenziale, centrale appunto, del sistema capitalistico è l’affermarsi e il dominare della grande industria attraverso il lungo passaggio dalla produzione artigianale e manifatturiera, con la trasformazione dello strumento di lavoro, semplice o complesso, in macchina, e l’“impadronimento” da parte delle macchine di tutta la produzione.

Gli argomenti relativi a questo capitolo sono diversi (effetti dell’industria sull’operaio, ecc.) Marx comincia con lo sviluppo del macchinario. Noi commentiamo e mettiamo in grassetto alcuni passaggi.

1. SVILUPPO DEL MACCHINARIO.
Le macchine alleviano la fatica umana? Marx inizia il capitolo chiarendo questo “dubbio” espresso da uno degli economisti del suo tempo: John Stuart Mill che nei suoi Principi d’economia politica dice: «È dubbio se tutte le invenzioni meccaniche fatte finora abbiano alleviato la fatica quotidiana d’un qualsiasi essere umano». E infatti Marx aggiunge: “Ma questo non è neppure lo scopo del macchinario, quando è usato capitalisticamente.” Perché “Come ogni altro sviluppo della forza produttiva del lavoro, il macchinario ha il compito di ridurre le merci più a buon mercato ed abbreviare quella parte della giornata lavorativa che l’operaio usa per se stesso, per prolungare quell’altra parte della giornata lavorativa che l’operaio dà gratuitamente al capitalista e un mezzo per la produzione di plusvalore.”
Questo capitolo serve a Marx, ripercorrendo l’evoluzione del sistema sociale, per chiarire la differenza tra manifattura e grande industria, sulle quali gli economisti del suo tempo facevano confusione, ma si tratta di una spiegazione utilissima ancora oggi, dato che i capitalisti odierni, per continuare a fare confusione chiamano la grande industria moderna “manifattura”, un termine  che secondo loro dovrebbe suonare più “casalingo”, “amichevole”, meno duro di “industria” o “grande industria” che ricorda troppo da vicino le masse degli operai e le loro lotte!
Dice Marx: “Nella manifattura la rivoluzione del modo di produzione prende come punto di partenza la forza-lavoro; nella grande industria, il mezzo di lavoro. Occorre dunque indagare in primo luogo in che modo il mezzo di lavoro viene trasformato da strumento in macchina, oppure in che modo la macchina si distingue dallo strumento del lavoro artigiano. Qui si tratta soltanto di grandi tratti caratteristici generali, poiché né le epoche della geologia né quelle della storia della società possono esser divise da linee divisorie astrattamente rigorose.”
Per Marx “I matematici e i meccanici — e qua e là qualche economista inglese ripete la cosa — dichiarano che lo strumento di lavoro è una macchina semplice e che la macchina è uno strumento composto: in ciò non vedono nessuna differenza sostanziale, e chiamano macchine perfino le potenze meccaniche elementari, come la leva, il piano inclinato, la vite, il cuneo, ecc… dal punto di vista economico la spiegazione non vale niente, perché vi manca l’elemento storico.”


“Ogni macchinario sviluppato consiste di tre parti sostanzialmente differenti, macchina motrice, meccanismo di trasmissione, e infine macchina utensile o macchina operatrice. La macchina motrice opera come forza motrice di tutto il meccanismo. Essa o genera la propria forza motrice, come la macchina a vapore, la macchina ad aria calda, la macchina elettromagnetica, ecc., oppure riceve l’impulso da una forza naturale esterna, già esistente, come la ruota ad acqua dalla caduta d’acqua, l’ala d’un mulino a vento dal vento, ecc. Il meccanismo di trasmissione composto di volanti, alberi di trasmissione, ruote dentate, pulegge, assi, corde, cinghie, congegni e apparecchi di ogni genere, regola il movimento, ne cambia, quand’è necessario, la forma, per esempio, da perpendicolare in circolare, lo distribuisce e lo trasmette alle macchine utensili. Queste due parti del meccanismo esistono solo allo scopo di comunicare alla macchina utensile il moto per il quale essa afferra e trasforma come richiesto l’oggetto del lavoro. Da questa parte del macchinario, dalla macchina utensile, prende le mosse la rivoluzione industriale del secolo XVIII…”
“Dunque – continua Marx - la macchina utensile è un meccanismo il quale, dopo che gli sia stato comunicato il moto corrispondente, compie con i suoi strumenti le stesse operazioni che prima erano eseguite con analoghi strumenti dall’operaio. Ora, la sostanza della cosa non cambia, sia che la forza motrice provenga dall’uomo, sia che provenga anch’essa a sua volta da una macchina. Dopo che lo strumento in senso proprio è stato trasmesso dall’uomo ad un meccanismo, al puro e semplice strumento subentra una macchina
“In parte entro il periodo manifatturiero, e sporadicamente già molto prima di esso, questi strumenti si stirano fino a diventare macchine, ma non rivoluzionano il modo di produzione. Nel periodo della grande industria si vede che anche nella loro forma di tipo artigianale essi sono già macchine. P. es. le pompe, con le quali gli olandesi prosciugarono nel 1836-37 il lago di Harlem, erano costruite secondo il principio delle pompe comuni; solo che, invece di braccia umane, erano ciclopiche macchine a vapore a muovere i pistoni….”
“La macchina, dalla quale prende le mosse la rivoluzione industriale, sostituisce l’operaio che maneggia un singolo strumento con un meccanismo che opera in un sol tratto con una massa degli stessi strumenti o di strumenti analoghi, e che viene mosso da una forza motrice unica, qualsiasi possa esserne la forma. Ecco la macchina, ma pel momento solo come elemento semplice della produzione di tipo meccanico.”
Per superare gli ostacoli creati dal volume crescente “della macchina operatrice e del numero di suoi strumenti che operano contemporaneamente” Marx dice che è stato necessario applicare sempre più intensamente lo studio e la pratica: “A questo modo il periodo della manifattura ha sviluppato i primi elementi scientifici e tecnici della grande industria.”
È in questo processo che è stato necessario sostituire il “primo motore”, cioè la forza umana che metteva in movimento strumento e macchina con una forza molto più potente e che si “generasse da sé”: “Soltanto con la seconda macchina a vapore del Watt, quella detta a doppio effetto, era stato trovato un primo motore che generasse da sè la propria forza motrice alimentandosi di acqua e carbone, la cui potenzialità fosse completamente sotto controllo umano, che fosse insieme mobile e mezzo di locomozione, urbano e non rurale come la ruota ad acqua, che permettesse quindi di concentrare la produzione nelle città, invece di disseminarla per le campagne come avviene con la ruota ad acqua; universale nella sua applicazione tecnologica, e relativamente poco vincolato da circostanze locali nella scelta della sede. Il gran genio del Watt si rivela nella specificazione della patente che prese nell’aprile del 1784, dove la sua macchina a vapore non viene descritta come una invenzione a scopi particolari, ma come agente generale della grande industria…”
“Dunque, appena gli strumenti furono trasformati da strumenti dell’organismo umano in strumenti di un congegno meccanico, cioè della macchina utensile, anche la macchina motrice ricevette una forma indipendente, completamente emancipata dai limiti della forza umana. Così la singola macchina utensile che finora abbiamo preso in considerazione, s’abbassa a semplice elemento della produzione meccanica. Ormai una sola macchina motrice può far muovere contemporaneamente molte macchine operatrici...”
“Ora occorre far distinzione fra due cose: la cooperazione di molte macchine omogenee e il sistema di macchine.
“Nel primo caso l’intero manufatto è eseguito dalla stessa macchina operatrice, la quale compie tutte le differenti operazioni che prima eseguiva un artigiano col suo strumento, p. es. il tessitore col suo telaio, o che eseguivano vari artigiani, l’uno dopo l’altro, con differenti strumenti, sia in maniera indipendente sia come membra di una manifattura. Per esempio, nella manifattura moderna delle buste da lettera, un operaio piegava la carta con la stecca, un altro dava la gomma, un altro spiegava il risvolto sul quale viene impressa la marca, un quarto imprimeva la marca a rilievo, ecc.; e ad ognuna di queste operazioni la busta doveva cambiar di mano. Una sola macchina da buste esegue d’un colpo solo tutte queste operazioni e fa tremila e più buste all’ora. Una macchina americana per la fabbricazione di sacchetti di carta esposta alla Esposizione industriale di Londra del 1862 taglia la carta, ingomma, piega e finisce trecento pezzi al minuto. Il processo complessivo che nella manifattura era diviso ed eseguito da una serie di operazioni successive, qui viene compiuto da una sola macchina operatrice, che agisce mediante la combinazione di strumenti differenti. Ora, che una di queste macchine operatrici sia soltanto la rinascita meccanica di un solo strumento artigiano piuttosto complicato, o che sia combinazione di strumenti semplici differenti che abbiano acquistato nella manifattura carattere particolare, nella fabbrica, cioè nell’officina fondata sull’uso delle macchine, si ripresenta ogni volta la cooperazione semplice, e precisamente in un primo momento (qui prescindiamo dall’operaio) come agglomeramento di macchine operatrici omogenee e operanti insieme contemporaneamente in un solo luogo.”
“…Tuttavia un vero e proprio sistema di macchine subentra alla singola macchina indipendente solo laddove l’oggetto del lavoro percorre una serie continua di processi graduali differenti, eseguiti da una catena di macchine utensili eterogenee, ma integrantisi reciprocamente. Qui si ripresenta la cooperazione mediante divisione del lavoro, peculiare della manifattura: ma ora si presenta come combinazione di macchine operatrici parziali. …Tutto sommato, è la manifattura stessa a fornire al sistema delle macchine il fondamento spontaneo e naturale della divisione e quindi della organizzazione del processo di produzione, in quelle branche che per prime vedono l’introduzione del sistema delle macchine. Ma subentra subito una differenza sostanziale. Nella manifattura sono operai, isolati o a gruppi, che devono eseguire col loro strumento ogni particolare processo parziale. L’operaio viene appropriato al processo, ma prima il processo era stato adattato all’operaio. Questo principio soggettivo della divisione del lavoro scompare nella produzione meccanica. Qui il processo complessivo viene considerato oggettivamente in sè e per sè, viene analizzato nelle sue fasi costitutive, e il problema di eseguire ciascun processo parziale e di collegare i diversi processi parziali viene risolto per mezzo dell’applicazione tecnica della meccanica, della chimica, ecc.; anche qui è ovvio che la concezione teorica dev’essere come sempre perfezionata con l’esperienza pratica accumulata su grande scala. Ogni macchina parziale fornisce la materia prima alla prima macchina che segue nella serie; e poiché operano tutte contemporaneamente, il prodotto si trova sempre nei diversi gradi del suo processo di formazione, come è costantemente in transizione da una fase all’altra della produzione. Come nella manifattura la cooperazione immediata degli operai parziali crea determinate proporzioni numeriche fra i particolari gruppi di operai, cosi nel sistema organico delle macchine, il fatto che le macchine parziali si tengono occupate costantemente e reciprocamente, crea una determinata proporzione fra il loro numero, il loro volume e la loro velocità. La macchina operatrice combinata che ora è un sistema articolato di singole macchine operatrici eterogenee e di gruppi di esse, è tanto più perfetta quanto più è continuativo il suo processo complessivo, cioè quanto meno interruzioni si hanno nel passaggio della materia prima dalla prima all’ultima fase, e dunque quanto più è il meccanismo, invece della mano dell’uomo, a inoltrarla da una fase all’altra della produzione. Nella manifattura l’isolamento dei processi particolari è un principio che vien dato dalla stessa divisione del lavoro; invece nella fabbrica sviluppata domina la continuità dei processi particolari.”
Lo studio per collegare i diversi processi produttivi che danno sbocco alla continuità della produzione è un punto fermo, una fissazione dei padroni delle grandi fabbriche che pagano fior di scienziati per questo. E gli operai, dal canto loro,  che lavorano all’interno del “mostro meccanico” subiscono direttamente questi “studi” che si chiamano WCM ecc. ecc
Quindi “Un sistema articolato di macchine operatrici che ricevono il movimento da un meccanismo automatico centrale soltanto mediante il macchinario di trasmissione, costituisce la forma più sviluppata della produzione a macchina. Quivi alla singola macchina subentra un mostro meccanico, che riempie del suo corpo interi edifici di fabbriche, e la cui forza demoniaca, dapprima nascosta dal movimento quasi solennemente misurato delle sue membra gigantesche, esplode poi nella folle e febbrile danza turbinosa dei suoi innumerevoli organi di lavoro in senso proprio.”
“Le mules, le macchine a vapore, ecc., ci sono state prima che ci fossero operai la cui occupazione esclusiva fosse quella di fare macchine a vapore, mules, ecc., proprio come l’uomo ha portato vesti prima che ci fossero i sarti. Tuttavia le invenzioni del Vaucanson, dell’Arkwright, del Watt, ecc., poterono essere effettuate soltanto perchè quegli inventori trovarono una notevole quantità di abili operai meccanici fornita bell’e pronta dal periodo manifatturiero. Una parte di questi operai consisteva di artigiani indipendenti di professioni differenti, un’altra parte era riunita in manifatture dove, com’è stato accennato prima, la divisione del lavoro imperava con particolare rigore. Con l’aumentare delle invenzioni e con la crescente richiesta di macchine di nuova invenzione, s’è sviluppata sempre più, da una parte, la suddivisione della fabbricazione delle macchine in molteplici branche indipendenti, dall’altra, la divisione del lavoro all’interno delle manifatture di macchine. Dunque qui nella manifattura vediamo il fondamento tecnico immediato della grande industria. La manifattura ha prodotto il macchinario per mezzo del quale la grande industria ha eliminato la conduzione di tipo artigianale e manifatturiero nelle prime sfere della produzione delle quali s’è impadronita. Così l’industria meccanica è sorta naturalmente e spontaneamente su una base materiale inadeguata; ad un certo grado di sviluppo ha dovuto rovesciare questa sua base che da principio s’era trovata bell’e fatta e che poi aveva continuato ad elaborare nell’antica forma, e s’è dovuta creare una nuova base, corrispondente al proprio modo di produzione. “
Questo sistema sociale di produzione sconvolge tutto perché: “La rivoluzione del modo di produzione in una sfera dell’industria porta con sè la rivoluzione del modo di produzione nelle altre sfere.” E sua volta “La rivoluzione nel modo di produzione dell’industria e dell’agricoltura rese necessaria, in ispecie, anche una rivoluzione nelle condizioni generali del processo sociale di produzione, cioè nei mezzi di comunicazione e di trasporto.”
Per superare ogni ostacolo al sul sviluppo a livello mondiale “la grande industria dovette impadronirsi del proprio caratteristico mezzo di produzione, la macchina stessa e produrre macchine mediante macchine. Solo a questo modo essa creò il proprio sostrato tecnico adeguato e cominciò a muoversi da sola. Di fatto, col crescere della industria meccanica nei primi decenni del secolo XIX, le macchine s’impadronirono a poco a poco della fabbricazione delle macchine utensili.”
Come si sa questo processo è arrivato a livelli altissimi con la costruzione dei robot che sono pur sempre macchine utensili ma ad altissimo contenuto tecnologico.
“Se ora consideriamo quella parte del macchinario adoperata nella costruzione delle macchine, che costituisce la vera e propria macchina utensile, vediamo riapparire lo strumento artigiano, ma di volume ciclopico.”
“Come macchinario, il mezzo di lavoro viene ad avere un modo di esistenza materiale che porta con sè la sostituzione della forza dell’uomo con forze naturali e della routine derivata dall’esperienza con la applicazione consapevole delle scienze della natura. Nella manifattura l’articolazione del processo lavorativo sociale è puramente soggettiva, è una combinazione di operai parziali; nel sistema delle macchine la grande industria possiede un organismo di produzione del tutto oggettivo, che l’operaio trova davanti a sè, come condizione materiale di produzione già pronta. Nella cooperazione semplice e anche in quella specificata mediante la divisione del lavoro, la soppressione dell’operaio isolato da parte dell’operaio socializzato appare ancor sempre più o meno casuale. Il macchinario, con alcune eccezioni che ricorderemo più avanti, funziona soltanto in mano al lavoro immediatamente socializzato, ossia al lavoro in comune. Ora il carattere cooperativo del processo lavorativo diviene dunque necessità tecnica imposta dalla natura del mezzo di lavoro stesso.”

Non è perciò possibile “tornare indietro” come piace pensare a chi si “oppone” al sistema capitalistico a parole o in maniera “sentimentale” parlando di artigianato o agricoltura. Si tratta invece di rovesciare questo sistema affinché le macchine non siano usate capitalisticamente ma socialmente, come ci ricorda Marx.

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