domenica 15 maggio 2016

Amianto, le ‘vittime del dovere’ e del silenzio dimenticate


di Gianmario Leone -
6 maggio 2016


E’ la nuova denuncia di Contramianto, che da anni segue le vicende legate alle malattie che hanno colpito e colpiscono i dipendenti della Marina Militare e in particolare dell’Arsenale
Non è dato sapere perché sono stati considerati sempre dei malati di ‘serie B’ e delle vittime di ‘serie B’. O forse sì: sarà perché non si sono ammalati nell’Ilva e non sono deceduti per malattie contratte nell’oramai tristemente famoso siderurgico più grande d’Europa. Resta il fatto, inoppugnabile e incontrovertibile, che sono anch’essi stati dei lavoratori; che hanno svolto le loro funzioni in un ambiente malsano e inquinato; che anch’essi hanno lavorato per decenni per lo Stato; che anche a loro non è stato detto dei pericoli che correvano, dei rischi a cui erano esposti. La verità è che li hanno mandati a morire, uno dopo l’altro, per un astruso senso del ‘dovere’. O perché, se volete, li hanno sempre considerati essere umani di ‘serie B’. Resta il fatto che sono esistiti. E che ancora oggi si ammalano a distanza di anni, durante la meritata pensione. Perché il tumore provocato dall’amianto (il meglio conosciuto mesotelioma pleurico), può sedimentare silenzioso per un quantitativo di anni indefinito: poi, però, quando viene fuori e lo scopri, è sempre troppo tardi. E la conclusione è da sempre per tutti la stessa. Almeno in questo caso, di fronte alla morte, non ci sono esseri umani di ‘serie A’ e di ‘serie B’: siamo tutti uguali e ci attende lo stesso destino.
Se non fosse per Luciano Carleo e l’associazione di cui è  presidente, Contramianto e altri rischi onlus, chissà se qualcuno si sarebbe mai interessato a parlare e a denunciare dell’esposizione all’amianto e alla radiazioni a cui furono sottoposti tanti lavoratori sino “agli anni Ottanta a bordo del naviglio militare e nelle officine dell’Arsenale della Marina Militare di Taranto con effetti cancerogeni che nel tempo possono aver avuto un ruolo determinante per il decesso di due operai civili del Ministero della Difesa i cui familiari hanno chiesto aiuto alla nostra associazioni per avere giustizia per la morte dei loro cari“
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Il presidente di Contramianto, ancora una volta, racconta e ripercorre la storia di quei lavoratori: “Trent’anni al servizio della Marina Militare come elettronici nello stabilimento navale tarantino, dopo la pensione la malattia e la scoperta del cancro e la morte per mesotelioma pleurico e tumore alla laringe, neoplasie strettamente correlate all’amianto ma per le quali riteniamo che anche le radiazioni ionizzanti possano aver contribuito con un’azione cancerogena sinergica“. Casi non sporadici: ci sono almeno altri sei morti nell’archivio di Contramianto “operai elettronici Arsenale deceduti per mesotelioma e cancro polmonare tutti esposti all’amianto ma anche a rischio di radiazioni ionizzanti per aver lavorato con apparecchiature valvolari e radar che emettevano radiazioni potenzialmente pericolose. Eppure gli effetti cancerogeni delle radiazioni ionizzanti sono noti da oltre novant’anni come il fatto che sono causa di forme tumorali correlate“.
L’associazione ricorda inoltre come non “esiste un livello di esposizione alle radiazioni ionizzanti, come per l’amianto, che per quanto basso possa definirsi senza alcun effetto cancerogeno, i livelli soglia stabiliti di esposizione ai cancerogeni sono valori limiti accettabili ma non di totale sicurezza per la salute“.
Contramianto dopo aver acquisito tutta la documentazione lavorativa e sanitaria dei due operai ha inoltrato le istanze delle vedove per il riconoscimento della malattia professionale “ora dovranno essere gli organi preposti a valutare le possibili correlazioni tra radiazioni, amianto, lavoro e tumori causa di morte. Noi – rimarca il presidente Luciano Carleo – ritieniamo necessario che le istituzioni approfondiscano la questione per fare chiarezza su questi decessi con i quali si aprirebbe un nuovo fronte per malattie e morti in Marina Militare che potrebbero essere legate non solo all’amianto ma anche alle radiazioni. Intanto salgono a 198 i casi di patologie asbesto correlate anche ad altri rischi presenti in archivio Contramianto ed associate ad attività in Marina militare“. Negli ultimi due mesi, poi, sarebbero stati segnalati a Contramianto altri sette casi di operai che hanno lavorato all’Arsenale della Marina Militare di Taranto e a bordo delle navi “affetti da neoplasie anche con effetti mortali, in particolare abbiamo registrato tre casi di mesotelioma pleurico, due tumori polmonare, un carcinoma renale“.
Nel corso degli anni sono stati diversi i riconoscimenti di risarcimento danni alle famiglie che hanno perso dei congiunti per asbesto e mesotelioma. E tanti altri ne seguiranno ancora. Il processo penale più importante sul caso di questi lavoratori, di Taranto e non solo, è in corso a Padova (diversi invece sono in corso a Taranto). Diversi direttori di arsenali, ufficiali e vertici della Marina Militare, devono rispondere di una lunga serie di accuse: imprudenza, negligenza e imperizia per aver esposto, secondo l’accusa, ad agenti nocivi, polveri e amianto, i lavoratori. Vengono contestate numerose violazioni delle norme antinfortunistiche, che nel corso del procedimento dovranno essere accertate, per omissione, di informazione sui rischi specifici ai quali il lavoratore era esposto, mancanza dei mezzi di protezione, segregazione degli ambienti di lavoro, adozione di provvedimenti per eliminare o ridurre i rischi di esposizioni ad agenti nocivi da cui sono derivati danni all’apparato respiratorio dell’operaio esposto a polveri metalliche e di amianto durante il lavoro.
Le esposizioni all’amianto si ritengono poter essere state significative sia all’interno delle officine dell’Arsenale della Marina Militare di Taranto, dove anche successivamente alla messa al bando dell’amianto con la legge 257/92 si registravamo valori ben oltre il limite delle 100 fibre/litro, sia all’interno dello stabilimento militare che a bordo di navi e sommergibili con interventi di bonifica amianto che sono ancora in corso e che hanno riguardato tutti i locali nave con ben 700 tonnellate di amianto anche friabile rimosso dal naviglio di base all’Arsenale MM di Taranto.
Una strage annunciata quella degli operai dell’Arsenale MM di Taranto se si pensa ai livelli di esposizione all’amianto che si è determinata nel corso dei decenni e del numero dei dipendenti, diverse migliaia, che hanno respirato le fibre killer di asbesto. Tra l’altro da anni Contramianto denuncia come Taranto registri un record per le malattie asbesto correlate all’amianto. Sono infatti il 67% i lavoratori tarantini che soffrono delle patologie causate dall’amianto denunciate nel periodo 2010-2013 in Puglia all’INAIL. Per questo periodo delle 262 richieste di malattia professionale INAIL in Puglia correlate all’amianto (asbestosi, placche, ispessimenti, mesotelioma, carcinoma polmonare) sono 175 quelle di Taranto.
In particolare sono state denunciate all’INAIL di Taranto tra il 2010 e 2013 ben 97 casi di tumori al polmone causati dall’amianto (36 mesotelioma e 61 cancro polmonare), si tratta di lavoratori esposti all’amianto in attività prevalentemente Arsenale Marina Militare e ex Italsider/Ilva. Intanto dalle anticipazioni del V Rapporto del Registro Nazionale Mesotelioma risulta che in Italia tra il 1993 e il 2012 sono stati registrati 19956 mesotelioma, tra le vittime la sopravvivenza media è 9 mesi, la latenza 46 anni, l’età media della diagnosi 69,5 anni.
E’ quanto mai importante ricordare e non dimenticare che i danni provocati dall’amianto erano ben noti ai vertici della Marina Militare, così come gli effetti cancerogeni: come riportammo anni addietro sulle colonne del ‘TarantoOggi’, nel 1968 la Marina Militare commissionò una indagine epidemiologica all’Istituto di Medicina del Lavoro dell’Università di Bari sugli operai dell’Arsenale di Taranto, dalla quale emersero casi di neoplasie polmonari in molti lavoratori esposti ad amianto.
Nonostante ciò, non vi fu mai, da parte dei vertici militari del periodo, nessuna informazione ai dipendenti del rischio amianto nelle attività in officina e a bordo delle navi. Nessuno si prese la briga di informare gli operai e di sospendere i lavori: tutto proseguì come se nulla fosse. “Morire d’amianto per aver lavorato negli Arsenali della Marina Militare e a bordo delle navi senza adeguate tutele per la salute” è stato il destino di molti operai tarantini. Addirittura, già a partire dalla fine degli anni ’40, la pericolosità dell’amianto per la salute dei militari era noto e studiato dalle strutture sanitarie della Marina Militare ed in ambito Nato l’esposizione all’amianto fu oggetto di apposito studio pubblicato dalla US Navy nel 1961 sui rischi lavorativi alla salute legato all’esposizione all’amianto nella Marina Militare.
Nel solo periodo 1993-2005, nell’Arsenale Marina Militare di Taranto sono state rimosse da Officine e Navi 600 tonnellate di amianto. Per il solo Arsenale di Taranto, Contramianto ha registrato 76 casi di cancro. Nel dettaglio, 50 mesotelioma, 70 tumori polmonari ed extra polmonari, 130 casi tra ispessimenti, placche pleuriche e broncopatie. Una situazione che a livello nazionale sembra essere molto più evidente con riscontri che indicano in Marina militare complessivamente 530 casi di patologie asbesto correlate di cui 370 mesotelioma: una vera e propria strage di Stato. Anche in questo caso però, i dati raccolti sono parziali. Da qui la necessità (come ad esempio per il caso endometriosi) di istituire un Registro nazionale delle patologie asbesto correlate in Marina Militare, nel quale ricomprendere i casi di morbilità e mortalità di operai e militari vittime dell’amianto.
Per pulirci la coscienza, le abbiamo chiamate “vittime del dovere”. Ma siccome parlarne non porta visibilità a livello locale e nazionale; non regala le prime pagine dei giornali nazionali; non comporta servizi televisivi nelle trasmissioni giornalistiche di punta; non porta e non porterà mai voti alle elezioni (che siano esse comunali, regionali o nazionali, non le provinciali che oramai non esistono più); non commuove l’animo delle persone perché ad ammalarsi sono persone molto in avanti con l’età e non bambini innocenti; non è visibile ad occhio nudo né la malattia né il luogo di lavoro; non pare interessare medici, avvocati, giornalisti, ambientalisti, politici e quant’altri in questi ultimi 4 anni hanno ridisegnato le loro carriere grazie all’Ilva; i processi e i risarcimenti ottenuti dalle famiglie non vengono seguiti dalle telecamere di mezzo mondo e quindi è come se non esistessero; allora, per tutti questi motivi e tanti altri ancora, semplicemente si tace. Perché in fin dei conti la Marina Militare, insieme all’Italsider/Ilva, è stato l’altro grande ammortizzatore sociale di questa città. Ed ora, che da diversi anni ha deciso di aprire l’Arsenale al ‘turismo’, la camera iperbarica ai semplici cittadini, di cedere tramite il Demani diversi stabili della città abbandonati da decenni, e dopo aver rimesso a nuovo e reso un gioiello unico in Italia e non solo il Castello Aragonese, chi vuoi che vada a chieder conto dei malati per amianto? Chi vuoi che vada a chiedere a giustizia per quei lavoratori? E, in ultimo ma non per importanza, chi vuoi che vada a chieder conto di aver avvelenato per decenni parte del I seno del Mar Piccolo?

Tutto questo non fa tendenza. Non fa share. Non porta visibilità e riflettori. E quindi, molto semplicemente, non se ne parla. Tutto resta sommerso, nascosto. Eppure esiste, c’è. Sono storie di uomini e donne. Di figli, fratelli, padri, madri, nonni. Per fortuna c’è chi, come l’associazione Contramianto (o come nel caso dell’Eni con il comitato Legamjonici) non ha ceduto al delirio che ha colpito da tempo questa città e tanti suoi ‘illustri’ protagonisti e ‘menestrelli da tastiera’. Ma prima o poi, sappiatelo, la Storia che ora vi concede di farvi belli e bravi agli occhi della massa distratta e disinformata (oltre che ignorante perché ignora sul serio la storia di questa città e dei suoi abitanti), verrà a presentare il suo conto. E quando questo avviene, sconti non ce ne sono più per nessuno. Auguri.

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