mercoledì 16 settembre 2026

Ex-Ilva: info dal tavolo a Roma

 


Da Taranto Buonasera

La decisione della Corte di Cassazione di fissare al 20 ottobre l’udienza sul ricorso contro la chiusura dell’area a caldo dell’ex Ilva produce un primo effetto immediato sul fronte occupazionale dell’indotto. Aepi e Aigi hanno annunciato la sospensione dei 2.500 licenziamenti già prospettati, mentre Confapi Taranto ha deciso di congelare le richieste di cassa integrazione e le procedure di licenziamento riguardanti i dipendenti delle aziende associate.

Una scelta che arriva dopo il nuovo scenario aperto dalla Suprema Corte e che le organizzazioni imprenditoriali motivano con la necessità di attendere l’evoluzione della vicenda giudiziaria e i prossimi passaggi sugli ammortizzatori sociali.

Il presidente di Aepi Mino Dinoi parla di «un ulteriore atto di responsabilità» in una fase particolarmente delicata. «Comprendiamo il momento difficile, andremo verso lo stop ai licenziamenti, in attesa della Cassazione», afferma.

L’orientamento è quello di mantenere sospese le procedure almeno fino alla decisione della Suprema Corte, valutando nel frattempo anche quanto emergerà dai tavoli tecnici dedicati agli strumenti di sostegno per i lavoratori. «L’idea è di uno stop fino alla sentenza della Cassazione», precisa Dinoi.

Sulla stessa linea il presidente di Aigi Nicola Convertino, che conferma la volontà di accogliere la richiesta avanzata dal Governo. «Intendiamo dare corso positivo all’invito del Governo alla sospensione dei licenziamenti nell’indotto almeno fino alla sentenza della Cassazione».

Alla posizione di Aepi e Aigi si aggiunge quella di Confapi Taranto, che considera la fissazione dell’udienza del 20 ottobre un elemento in grado di modificare profondamente il quadro nel quale le imprese avevano assunto le precedenti decisioni.

«La fissazione per il prossimo 20 ottobre dell’udienza in Corte di Cassazione per discutere sul ricorso straordinario contro la chiusura dell’area a caldo dell’ex Ilva cambia tutto», afferma il presidente di Confapi Taranto Fabio Greco.

Greco mantiene prudenza sull’esito del nuovo passaggio giudiziario, ma ritiene che la novità sia sufficiente per sospendere le misure previste dalle aziende aderenti all’associazione. «Non sappiamo cosa sarà deciso, ma questo al momento può bastare per congelare le richieste di cassa integrazione e di licenziamento che riguardano i dipendenti delle ditte dell’indotto iscritte alla nostra Associazione».

Il presidente di Confapi sottolinea che la decisione della Cassazione potrebbe non arrivare in tempi immediati e potrebbe anche non coincidere con le aspettative delle imprese, ma rivendica comunque la scelta di fermare le procedure.

«A dimostrazione del nostro grande senso di responsabilità abbiamo stimato opportuno bloccare tutte quelle misure resesi necessarie a fronte di quanto stabilito lo scorso luglio dalla Corte d’Appello di Milano», dichiara Greco.

Il congelamento delle procedure occupazionali, però, non chiude gli altri capitoli della vertenza. Confapi chiede infatti che vengano rispettati gli impegni assunti dal Governo sul pagamento dei crediti vantati dalle aziende dell’indotto.

«Se è vero che sarà sospesa qualsiasi procedura relativa alla cassa integrazione guadagni straordinaria e ai licenziamenti collettivi, è altrettanto vero che continuerò a chiedere che da parte del Governo vengano rispettati gli impegni assunti questa mattina nel corso del Tavolo in ordine al pagamento dei crediti vantati dalle ditte dell’indotto», afferma Greco.

Il presidente di Confapi richiama, in particolare, le rassicurazioni attribuite al ministro Adolfo Urso circa il lavoro in corso attraverso la struttura commissariale e specifici strumenti legislativi. «Sarebbe importantissimo che a queste rassicurazioni seguissero fatti concreti soprattutto per abbassare una tensione che in città ha raggiunto livelli di guardia».

Nell’intervento di Greco trova spazio anche la prospettiva della diversificazione economica dell’area tarantina, che Confapi sostiene di avere già affrontato attraverso il proprio “Progetto per Taranto”, consegnato alle istituzioni, alle parti sociali, alle organizzazioni sindacali e agli altri soggetti interessati.

«Sono mesi che auspichiamo l’avvio della diversificazione economica», afferma Greco, spiegando che il progetto elaborato dall’associazione raccoglie «proposte ed idee che possono avere un futuro».

Confapi valuta inoltre positivamente le indicazioni emerse sul possibile arrivo di nuovi investimenti nell’area ionica, sull’ipotesi di affidare a un commissario straordinario il piano di rilancio territoriale e sulla creazione di un’area di accelerazione industriale dedicata alle tecnologie a zero emissioni.

Greco chiede però che l’eventuale commissario venga affiancato da «una task force di tecnici», così da accompagnare concretamente l’attuazione degli interventi.

Il nuovo passaggio davanti alla Cassazione determina dunque una tregua sul fronte dei licenziamenti nell’indotto, almeno fino al pronunciamento della Suprema Corte. Aepi e Aigi fermano le procedure che interessavano 2.500 lavoratori, mentre Confapi sospende per le proprie imprese associate sia i licenziamenti collettivi sia le richieste di cassa integrazione straordinaria.

Rimangono però aperti i nodi finanziari e industriali della vertenza, a partire dal pagamento dei crediti alle aziende dell’appalto e dalla definizione degli interventi necessari per accompagnare la trasformazione economica dell’area tarantina.



Ex Ilva - In questo blog pubblicheremo le prese di posizioni/eventuali iniziative...

che vanno nel senso di non contrapporsi ma di sostenere l'interesse, la mobilitazione di classe operaia, centrale per noi per unire lotta per il lavoro e per la salute, operai e masse popolari; 

criticheremo, attaccheremo, invece, chi in nome della falsa difesa della salute, in maniera demagogica, populista, vuole mettere le masse popolari di Taranto contro gli operai, vuole la chiusura dell'ex Ilva sic et simpliciter, per gli interessi, anche economici, della piccola e media borghesia tarantina. 

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Pubblicato da tarantobuonasera

TARANTO - Ventisette realtà del mondo associativo, sociale, ambientalista e dei diritti si uniscono attorno a un appello sul futuro di Taranto nel momento in cui la crisi dell’ex Ilva apre nuovi interrogativi sull’occupazione, sull’economia e sulla tenuta sociale del territorio.

Il documento, dal titolo «Crisi ex Ilva: restiamo uniti, salviamo la comunità», parte dalla prospettiva del fermo degli impianti dell’area a caldo e dalla preoccupazione per le conseguenze che questa situazione potrebbe determinare sui lavoratori diretti, sulle aziende dell’appalto e, più in generale, sull’intera provincia.

Le associazioni sostengono che la comunità tarantina si trovi davanti a «una delle crisi più gravi della sua storia» e affermano di rispettare il lavoro della magistratura, manifestando contemporaneamente forte preoccupazione per l’assenza, a loro giudizio, di un piano governativo capace di garantire occupazione e reddito alle persone coinvolte nella vertenza.

«Non possiamo accettare che siano le donne e gli uomini della provincia di Taranto a pagare le conseguenze di scelte politiche fallimentari», si legge nell’appello, nel quale viene richiamata anche la lunga esposizione del territorio agli effetti dell’inquinamento.

La preoccupazione delle realtà firmatarie non riguarda esclusivamente il perimetro dello stabilimento siderurgico. Nel documento viene descritto un territorio già segnato da disoccupazione, precarietà, povertà, marginalità, lavoro nero e disagio sociale, insieme alle difficoltà delle piccole attività commerciali e alla necessità per molti giovani, e non soltanto per loro, di lasciare Taranto alla ricerca di opportunità.

Secondo i sottoscrittori, un ulteriore peggioramento della situazione occupazionale potrebbe determinare conseguenze ancora più profonde sul tessuto sociale, creando anche nuovi spazi per la criminalità organizzata.

«Quando vengono meno lavoro, reddito e prospettive, le mafie possono inserirsi nelle fragilità sociali», avvertono le associazioni, che collegano la debolezza economica anche al rischio di una maggiore frammentazione della comunità e alla diffusione di propaganda razzista. Nel documento viene richiamato, a questo proposito, anche il recente omicidio di Bakary Sako.

Il messaggio che attraversa l’appello è quello di evitare che il peso della crisi ricada soltanto sui lavoratori del siderurgico e dell’indotto.

«Nessuno deve essere lasciato indietro», affermano i firmatari. Le migliaia di persone che rischiano di perdere il lavoro, sottolineano, fanno parte della stessa comunità, alimentano i consumi, sostengono le attività commerciali e contribuiscono attraverso le tasse al funzionamento dei servizi.

Da qui un passaggio particolarmente netto: «Se loro sprofondano, sprofondiamo anche noi; se si salvano, si salva l’intera comunità».

Le associazioni non intendono però limitarsi a una manifestazione di solidarietà. «Questo è il momento della lotta», scrivono, rivolgendo un appello alla società civile, alle forze politiche e alle istituzioni che vanno nel senso di sostenere l'interesse di classe operaio, centrale per noi per unire lotta per il lavoro e per la salute erritoriali affinché venga costruita una mobilitazione comune capace di sollecitare risposte dal Governo.

Tra le richieste avanzate figurano il ritiro dei licenziamenti e la garanzia dei redditi per tutti i lavoratori del siderurgico e delle ditte dell’appalto, anche attraverso l’approvazione di una legge sull’amianto.

Vengono inoltre chiesti sostegni finanziari alle imprese private e agli enti pubblici disponibili ad assorbire eventuali esuberi, insieme a un’accelerazione delle bonifiche nell’intera area SIN, da realizzare attraverso un cronoprogramma definito e risorse considerate adeguate.

Nel documento trovano spazio anche la richiesta di rilanciare il Contratto istituzionale di sviluppo e quella di procedere al completamento dei dragaggi e alla valorizzazione dell’intera area portuale.

I promotori annunciano che nelle prossime settimane continueranno a lavorare per mantenere alta l’attenzione sul futuro della provincia, con l’obiettivo di trasformare la crisi in un’occasione per ripensare complessivamente quello che definiscono il «sistema Taranto».

A sottoscrivere l’appello sono ARCI Taranto Comitato provinciale, ARCI Gagarin di Taranto, ARCI Calypso di Sava, ARCI Il ponte di Ginosa, ARCI Capozza di Taranto, ARCI Al 42 di Taranto, ARCI Futurja di Taranto, ARCI Batti il tempo di Laterza, ARCI Statte, SvegliArci di Palagiano, ARCI Grottaglie, ARCI Fico! di Ginosa, Libera contro le mafie coordinamento di Taranto, Federazione degli studenti medi Taranto, Giustizia per Taranto, Legambiente Taranto, ANPI Taranto, UISP Taranto, Associazione Babele, Chiesa Valdese di Taranto, Associazione Ricreativa Culturale Ambientale ARCA, Associazione Hortus Animae di Avetrana, Rilanciamo Avetrana Insieme, Arcigay Taranto Comitato Territoriale e Provinciale, Hermes Academy, Taranto Pride Net e CasArcobaleno Casa Rifugio e CoHousing LGBTQIA+.

Le adesioni, precisano infine i promotori, restano aperte a tutte le associazioni interessate a condividere l’appello e il percorso di mobilitazione.

PS - in questo appello c'è anche la firma di "Giustizia per Taranto", ma questa associazione deve decidersi o sta con gli ambientalisti antioperai, in primis "Genitori tarantini", "Liberi e pensanti", ecc., o sta con gli operai.

Iniziativa alla Base navale 25/9 - adesione iniziativa a Grottaglie

La riunione aperta allo Slai Cobas di martedì 15 lancia una prima iniziativa contro le dichiarazioni di Cavo Dragone e i piani di guerra Italia/Nato venerdì 25 ore 16.30 presidio di controinformazione denuncia e lotta alla Base Navale.

Intanto aderisce e partecipa all'iniziativa di piazza di Grottaglie sabato 19 ore 18 per la Palestina, invitando tutti a partecipare. 

Altro nel comunicato in uscita nei prossimi giorni.

martedì 15 settembre 2026

Ex Ilva - rinviato a mercoledi ore 10 l'incontro a Roma

La mobilitazione deve continuare e dopo l'incontro se fosse senza risultati concreti deve estendersi ed elevarsi

Diciamo ai lavoratori: non facciamoci ingannare, come è avvenuto con l'accordo del 2018, che tutti hanno firmato e che ha contribuito a portarci all'attuale situazione 

Fatti e non parole

 

Nel caso Ilva è sbagliato contrapporre salute e lavoro - un contributo al dibattito

Nel caso Ilva è sbagliato contrapporre salute e lavoro

Non prendiamoci in giro, non è colpa dell’amianto se l’Ilva di Taranto, quello che era lo stabilimento più grande d’Europa, capace di produrre dieci milioni di tonnellate di acciaio, dovrà spegnere il suo altoforno. Basta spostarsi di qualche centinaio di chilometri, a Bagnoli, Napoli. L’altoforno venne spento negli anni Novanta e ora quello è diventato lo scenario per l’America’s cup. Una cosa prestigiosa certo, ma l’acciaio serve. Un’agonia lunga 14 anni, dal primo sequestro giudiziario, dal tentativo di salvataggio del piano Bondi, dalla vendita decisa dallo Stato, dall’arrivo degli anglo-indiani di Mittal, dal tentativo di chi voleva gestirla senza i rischi penali legati al passato. Viene da pensare una cosa impensabile: che il dramma e il dolore delle persone che si sono ammalate di tumore e sono morte per causa della fabbrica sia stato spesso usato come pretesto, come scusa per conquistare consenso da parte di molti (non di chi si è impegnato per migliorare le cose). 

L’inganno è stato mettere in contrapposizione due valori ugualmente tutelati dalla nostra Costituzione, la salute e il lavoro. Un’equazione impossibile che sta dietro la tragedia che si sta consumando a Taranto, i sequestri, le sentenze, i successi elettorali, le cordate. I governi che si sono succeduti hanno accusato i precedenti di essere i veri responsabili. Eppure messa così — salute contro lavoro e lavoro contro salute —, la questione è irrisolvibile. Forse c’è ancora tempo, poco, per cercare di uscirne e di salvare Taranto. Vediamo come andrà avanti l’offerta della cordata di Federacciai con 14 imprese. Le 2.500 lettere di licenziamento nell’indotto sono state una sveglia per tutti, lo Stato con la cassa integrazione sta tamponando una situazione. Ma forse è arrivato il momento di prendere in considerazione il fatto che oltre quei cancelli, a temperature soffocanti, a produrre quell’acciaio che serve all’Italia, ci sono diecimila persone.

Taranto non è città di guerra...

Oggi, martedì 15 ore 19, una prima riunione aperta alla sede Slai Cobas lancerà una mobilitazione prolungata contro la realizzazione del comando Nato a Taranto e di trasformare sempre più Taranto in città di guerra al servizio delle missioni imperialiste nel Mediterraneo, nel mar rosso, nel nord Africa, Golfo persico, Medio Oriente - in una citta' da economia di guerra, militarizzazione industrie belliche.

Campagna prolungata che prevede una prima iniziativa alla Base navale e in piazza sin dalla prossima settimana.

Invitiamo tutti a condividere e a codecidere questa campagna - unita  alle iniziative Palestina/ddl antisemitismo/repressione prigionieri politici.

lunedì 14 settembre 2026

Un altro riassunto stampa della giornata di ieri

“Ex Ilva, il tempo è scaduto: servono risposte ora”

Il tempo delle attese è finito. È questo il messaggio lanciato oggi dalle lavoratrici e dai lavoratori delle imprese dell’appalto dell’ex Ilva di Taranto, protagonisti di una mobilitazione che, partita dalla Portineria Imprese, ha attraversato la città fino a raggiungere Palazzo di Città.

La giornata si è aperta con l’assemblea unitaria convocata da Fim, Fiom, Uilm e Usb, che hanno ribadito la necessità di risposte immediate sul futuro dello stabilimento, sull’occupazione e sull’intero sistema dell’indotto.

Da mesi, spiegano le organizzazioni sindacali, vengono denunciate l’assenza di risposte concrete e la mancanza di una prospettiva industriale chiara e credibile per Taranto. Una situazione che coinvolge migliaia di lavoratori e le loro famiglie, ancora in attesa di conoscere quale sarà il proprio futuro.

Non c’è più tempo per non intervenire: servono risposte subito“, è il messaggio lanciato durante l’assemblea.

Al termine dell’incontro è partito il corteo dei lavoratori dell’indotto, promosso e guidato dalle quattro organizzazioni sindacali. La manifestazione ha attraversato la strada provinciale Taranto-Statte e il quartiere Tamburi, per poi raggiungere il Comune di Taranto.

I lavoratori si sono concentrati nella piazza antistante Palazzo di Città. Una delegazione sindacale è stata quindi ricevuta dal sindaco Piero Bitetti, al quale è stata rappresentata la gravità della situazione occupazionale e industriale.

Per Fim, Fiom, Uilm e Usb quella di oggi non è una protesta isolata, ma l’avvio di una nuova fase di mobilitazione. I sindacati parlano di una «bomba sociale» denunciata da mesi e chiedono alle istituzioni di assumersi le proprie responsabilità.

“La politica non si nasconda dietro il Tribunale di Milano”

Nel documento diffuso al termine della mobilitazione, le organizzazioni sindacali rivolgono un messaggio diretto alla politica, chiamata a non utilizzare le decisioni della magistratura come alibi per non intervenire.

«La politica non può utilizzare le decisioni della magistratura come alibi per non assumersi sino in fondo le proprie responsabilità», sostengono Fim, Fiom, Uilm e Usb.

La richiesta è rivolta innanzitutto al Governo, ma anche alle forze politiche e alle istituzioni: servono garanzie per tutti i lavoratori coinvolti, da quelli direttamente impiegati nello stabilimento a quelli di Ilva in amministrazione straordinaria e dell’indotto.

Il tema non è soltanto occupazionale. Per i sindacati occorre definire anche quale futuro industriale garantire a Taranto e quale prospettiva dare allo stabilimento.

L’appello: “Il Governo blocchi i licenziamenti”

La questione più urgente resta però quella dei posti di lavoro. I sindacati chiedono al Governo un intervento immediato per fermare i licenziamenti annunciati.

«Non si può parlare di futuro industriale mentre migliaia di lavoratori rischiano, nel frattempo, di perdere il proprio posto di lavoro», sostengono le quattro sigle, chiedendo di mettere in campo tutti gli strumenti necessari per salvaguardare i lavoratori coinvolti, a partire da quelli dell’indotto.

«Nessun lavoratore deve essere lasciato indietro» è uno degli slogan della mobilitazione.

Domani Fim, Fiom, Uilm e Usb saranno a Palazzo Chigi per l’incontro convocato sul futuro dell’ex Ilva. L’esito del confronto sarà quindi al centro di una nuova assemblea che coinvolgerà i lavoratori di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, di Ilva in amministrazione straordinaria e dell’intero indotto.

Sarà quella la sede, annunciano i sindacati, per discutere e decidere le prossime iniziative.

La mobilitazione di oggi rappresenta dunque, nelle intenzioni delle organizzazioni sindacali, l’inizio di una fase di protesta destinata a proseguire qualora non arrivino risposte concrete.

La richiesta finale è chiara: garanzie su occupazione e salario e una vera prospettiva industriale per Taranto. «Il tempo è scaduto», ribadiscono Fim, Fiom, Uilm e Usb.

Aprono le scuole comincia la mobilitazione - info solidale

Scuola, primo giorno e prime proteste: mobilitazione al liceo Archita.

Gli studenti contestano le politiche del Governo su carovita, spese militari e riforma Valditara. Nel mirino anche l’alternanza scuola lavoro e l’ipotesi di reintroduzione della leva

redazione.taranto@buonasera24.it


Il FGC lega la protesta anche ai 4 anni di mandato del Governo Meloni, contestandone le scelte economiche, sociali e militari.

Il governo festeggia 4 anni di mandato, ma non c’è niente da festeggiare”, afferma Edgardo del FGC, indicando tra i temi della mobilitazione il carovita, la stagnazione dei salari e quelle che il movimento definisce politiche antipopolari.

Nel mirino degli studenti finiscono anche le scelte in materia di difesa e l’aumento delle spese militari. “Il governo Meloni ci porta sull’orlo della guerra, aumentando le spese militari per raggiungere il target NATO del 5% del PIL”, sostiene Edgardo.

Il FGC ribadisce quindi la propria contrarietà a una possibile reintroduzione della leva militare e alle esperienze di alternanza con l’esercito. “La gioventù non si arruola”, è il messaggio lanciato durante la protesta.

Un altro fronte di contestazione riguarda la riforma Valditara. Sonia, intervenendo a nome del movimento, sottolinea gli effetti che, secondo il FGC, deriverebbero dall’entrata a regime della nuova impostazione per gli istituti tecnici e professionali.

Introduce la scuola in 4 anni nei tecnici e professionali e aumenta lo spazio per l’alternanza scuola lavoro”, afferma, contestando la riduzione delle ore di lezione a vantaggio delle attività lavorative.

Il FGC richiama inoltre i casi dei 3 studenti morti nel 2022 durante esperienze collegate alla scuola lavoro e rinnova la propria opposizione al sistema.

L’appello conclusivo è rivolto agli studenti di tutta Italia, invitati a organizzarsi e a proseguire la mobilitazione contro le politiche del Governo.

Oggi assemblea e poi blocco e corteo degli operai ex Ilva dell'indotto contro i licenziamenti - ampia informazione

Questa mattina massiccia partecipazione degli operai dell'appalto all'assemblea generale tenutasi davanti alla portineria Ditte.
 
Alle 7 sono cominciati gli interventi dei sindacalisti fim fiom uilm usb, che è bene conoscere perchè insieme a giusti appelli a respingere i licenziamenti e alla denuncia dei governi che hanno portato a questa situazione, sono state dette anche cose che non condividiamo e testimoniano in realtà la posizione inadeguata dei sindacati rispetto a tutta questa lunga fase che porta oggi ai licenziamenti richiesti dalle aziende e al processo a catena innestato dalla sentenza di Milano.
 
Subito dopo è partito lo sciopero di 24 ore fino alle 7 di domattina; una parte dei lavoratori ha bloccato la via per Statte e poi ha dato vita a un corteo che ha raggiunto la città e bloccato il ponte chiedendo di incontrare il sindaco; un'altra parte ha bloccato la via Appia, verso Bari. 
 
Lo Slai cobas appoggia tutte le iniziative di lotta in corso; ma nei prossimi giorni - probabilmente giovedi - esporremo ai lavoratori dell'appalto le nostre valutazioni e proposte di obiettivi e forme di lotta.
 Gli interventi dei sindacati in assemblea e di alcuni operai 
  
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Ex Ilva, l’indotto alza la voce: “Ritirare subito i licenziamenti collettivi”. video

Assemblea dei lavoratori davanti allo stabilimento. Fim Cisl e Fiom Cgil chiedono ammortizzatori straordinari, garanzie occupazionali e un piano industriale

L'assemblea dei lavoratori ex Ilva - foto di Francesco Manfuso

L'assemblea dei lavoratori ex Ilva



TARANTO - La preoccupazione per il futuro dei lavoratori dell’appalto e dell’indotto dell’ex Ilva è esplosa questa mattina nell’assemblea organizzata davanti allo stabilimento siderurgico. Al centro del confronto ci sono le procedure di licenziamento collettivo già annunciate da alcune aziende, l’assenza di adeguati ammortizzatori sociali e la richiesta al Governo di indicare con chiarezza quale prospettiva industriale e occupazionale intenda garantire al territorio.

A chiedere un intervento immediato è Pietro Cantoro, segretario Appalto Indotto della Fim Cisl Taranto Brindisi, che individua come prima emergenza la tutela dei dipendenti delle imprese coinvolte.

Bisogna innanzitutto coprire con ammortizzatori sociali straordinari ad hoc le aziende dell’appalto che hanno già dichiarato licenziamenti collettivi”, afferma Cantoro, chiedendo contemporaneamente alle imprese che hanno avviato le procedure di fare marcia indietro. “Intimiamo a tutte le aziende che lo hanno fatto di ritirarli immediatamente”.

Per la Fim Cisl, però, la risposta non può limitarsi alla gestione dell’emergenza occupazionale. Al Governo viene chiesto di mettere sul tavolo un programma e un piano industriale in grado di indicare tempi e modalità per una possibile ripresa delle attività.

“La gente ha bisogno di lavoro”, sottolinea Cantoro, richiamando anche il tema della riconversione. “È un problema che andava affrontato e deve essere affrontato con urgenza”, con soluzioni che siano compatibili con le sfide ambientali. “Le persone non possono essere abbandonate al loro destino e hanno bisogno di garanzie di futuro”.

Un quadro di forte incertezza emerge anche dalle parole di Paolo Panarelli, coordinatore Indotto Acciaierie d’Italia della Fim Cisl. La principale preoccupazione riguarda salario e continuità occupazionale, soprattutto per quei lavoratori che non dispongono di strumenti di sostegno al reddito.

“Dalle assemblee di questa mattina emerge una forte preoccupazione per i lavoratori dell’appalto del territorio, preoccupati per il loro destino e per il loro salario”, dichiara Panarelli.

Il coordinatore della Fim evidenzia inoltre il rischio rappresentato dalle procedure annunciate dalle imprese. “Le loro aziende, i loro imprenditori già stanno minacciando con i licenziamenti collettivi”, afferma, ribadendo la contrarietà del sindacato: “Non accetteremo un licenziamento collettivo”.

La richiesta è quella di individuare strumenti capaci di assicurare la salvaguardia dei posti di lavoro e una prospettiva per i dipendenti delle aziende dell’appalto.

Dalla Fiom Cgil arriva invece l’annuncio di una possibile nuova fase di mobilitazione. Patrizio Di Pietro definisce l’assemblea “il primo segnale di reazione” dei lavoratori dell’appalto di Acciaierie d’Italia dopo il riavvio delle procedure di licenziamento collettivo da parte dell’associazione industriale AIGI.

“Occorreva reagire”, afferma Di Pietro. “Lo stiamo facendo attraverso un’assemblea che coinvolge tutti i lavoratori per dare loro i dettagli della situazione attuale”.

Nel corso del confronto saranno valutate le iniziative da mettere in campo. Tra queste, secondo l’esponente della Fiom, c’è anche lo sciopero. “Decideremo le iniziative che riterremo più opportune, sicuramente con l’avvio di una fase di sciopero che deve vedere coinvolti tutti”.

Anche dalla Fiom il messaggio viene indirizzato direttamente al Governo, chiamato ad assumere decisioni in grado di tutelare i dipendenti dell’indotto. “La reazione va inoltrata anche nei confronti del Governo, che deve adottare necessariamente decisioni per garantire questi lavoratori”.

Siamo stanchi di subire, come abbiamo fatto nel corso di questi anni”, conclude Di Pietro. “Ci devono dare garanzie lavorative perché i lavoratori non possono rimanere disoccupati a vita”.

 Quotidiano di Puglia

Strade bloccate a Taranto

La protesta in corso a Taranto da stamattina
La protesta in corso a Taranto da stamattina
Protesta e strade bloccate stamattina a Taranto e attorno al capoluogo.  Dopo l'assemblea davanti alla portineria imprese dello stabilimento ex Ilva di Taranto, i sindacati Fim, Fiom, Uilm e Usb hanno proclamato le prime 24 ore di sciopero per tutti i lavoratori dell'appalto a partire dalle ore 9 di oggi sino alle 7 di domani.

«Sia chiaro - sottolineano i sindacati nella comunicazione di sciopero - che non ci fermeremo se non ci saranno soluzioni e misure straordinarie per tutti lavoratori». 

Ad aprire la settimana è dunque la protesta dei lavoratori dell'indotto, mentre domani è previsto a Palazzo Chigi un nuovo tavolo sull'ex Ilva tra Governo e sindacati. A ieri, però, non era ancora arrivata alcuna convocazione formale né alle organizzazioni sindacali né ai commissari 

Ex Ilva, scatta la protesta dei lavoratori dell'indotto: bloccato il ponte girevole a Taranto. «Servono garanzie» VIDEO

Redazione online Gazzetta del Mezzogiorno

I dipendenti si sono riuniti in assemblea davanti alla Portineria Imprese dello stabilimento di Taranto per esaminare la situazione pesantissima. Proclamate le prime 24 ore di sciopero, il corteo è arrivato in città

Stamattina, dalle prime luci del mattino, i lavoratori dell’indotto ex Ilva si sono riuniti in assemblea davanti alla Portineria Imprese dello stabilimento di Taranto per esaminare una situazione pesantissima: potrebbero presto raddoppiare, infatti, le annunciate 2500 lettere di licenziamento, legate allo stop dell’area a caldo del siderurgico entro fine ottobre, disposto dalla Corte d’Appello di Milano.

Ad aprire la settimana è dunque la protesta dei lavoratori dell’indotto, mentre domani è previsto a Palazzo Chigi un nuovo tavolo sull'ex Ilva tra Governo e sindacati. A ieri, però, non era ancora arrivata alcuna convocazione formale né alle organizzazioni sindacali né ai commissari delle amministrazioni straordinarie di Ilva e Acciaierie d’Italia. «Il tempo è scaduto», hanno ribadito i sindacati, chiedendo garanzie occupazionali, tutela del reddito e un piano industriale per Taranto. Al centro della protesta anche il blocco delle procedure di licenziamento nell’appalto.

I dipendenti sono partiti in corteo alle 8 e hanno bloccato la strada per provinciale per Statte, ma è annunciato un blocco stradale anche sulla statale in direzione Bari. Il corteo ha attraversato il quartiere Tamburi e si muove verso Palazzo di Città. Viabilità in tilt a causa dei blocchi stradali.

Contestualmente, le sigle FIM, FIOM, UILM e USB, hanno proclamato le prime 24 ore di sciopero per tutti i lavoratori dell'appalto, fino alle 7 di domani mattina. "Sia chiaro che non ci fermeremo se non ci saranno soluzioni e misure straordinarie per tutti", fanno sapere in una nota.

Il corteo dei lavoratori dell’indotto ex Ilva e dei rappresentanti sindacali ha raggiunto il Municipio di Taranto, dove è in corso un sit-in. Un gruppo di manifestanti ha temporaneamente bloccato il ponte girevole. Una delegazione ha chiesto di parlare con il sindaco Piero Bitetti. Le sigle sindacali chiedono una convocazione a Palazzo Chigi e il blocco di licenziamenti per riprendere la discussione, altrimenti continueranno con le iniziative di mobilitazione. "Abbiamo la necessità di confrontarci - hanno ribadito - non solo rispetto a quello che accadrà un secondo dopo la chiusura dell’area a caldo, ma per dare risposte ai lavoratori diretti, di Ilva in As e dell’appalto che non hanno nessuna prospettiva. Il nostro compito è quello di salvaguardare non la produzione, ormai ferma, ma il futuro di migliaia di lavoratori con le loro famiglie»

«Emerge un problema importantissimo, quello di coprire innanzitutto con degli ammortizzatori sociali straordinari ad hoc le aziende dell’appalto che hanno già dichiarato licenziamenti collettivi e chiaramente intimiamo a tutte le aziende che lo hanno fatto di ritirarli immediatamente». Lo sottolinea Pietro Cantoro della segreteria territoriale Fim Taranto-Brindisi con delega ad appalto e indotto a margine della manifestazione di protesta.

«Il governo - esorta il sindacalista - ci dia un programma e un piano industriale di ripresa delle attività perché i lavoratori hanno bisogno di difendere il reddito. La riconversione è un problema che andava affrontato e deve essere affrontato con urgenza e chiaramente ci attendiamo scelte rispettose dell’ambiente e delle sfide che ci aspettano. I lavoratori non possono essere abbandonati al loro destino e hanno bisogno di garanzie di futuro». 

la protesta arriva in città

Da un gruppo di operai

Ci è pervenuto questo manifestino da parte di un gruppo di operai Ilva.

In esso  vengono indicati alcuni strumenti per salvaguardare il lavoro e la salute. 

Su alcuni siamo d'accordo: in specifico:
sulle bonifiche ambientali; su ricollocazione e riqualificazione
Ma se intendiamo la stessa cosa: che gli stessi operai non in produzione devono essere impiegati nelle bonifiche della fabbrica e dell'area industriale, dopo formazione, riqualificazione idonea; e che, quindi, devono essere dipendenti della proprietà della fabbrica (padroni privati o Stato con la nazionalizzazione) come gli  altri operai in produzione - non messi fuori dall'ex Ilva; altrimenti non ci sarà nè lavoro, nè bonifiche  (pensiamo a Bagnoli, ma pensiamo anche alla Cementir chiusa da 13 anni).
Sono gli operai, che conoscono la fabbrica, che hanno vissuto e vivono direttamente la grave situazione su sicurezza e salute, e che nei tanti anni, hanno lottato anche per questi, proponendo pure soluzioni (ma ne sono stati repressi e lasciati soli da sindacati e ambientalisti), che possono contribuire a dire cosa serve per bonificare. Senza gli operai, con gli operai mandati a casa, padroni, governo non faranno nulla, se non gli dà profitto, scaricando sullo sfruttamento degli operai rimasti e sulle malattie e morte degli abitanti di Taranto.  

Per questo, mentre siamo per i pensionamenti anticipati (ma chiaramente riguarderebbero una ristretta fascia di operai); non siamo d'accordo invece per incentivi all'esodo e su LPU e lavoro pubblico. Non si tratta di lavoro e invece si tratta di falsi sostegni al reddito: gli uni, gli incentivi, dopo qualche hanno finiscono e le imprese autonome si è già visto che rischiano il fallimento; le attività Lpu vogliono dire lavoretti gratis per i Comuni, comunque a termine, e misero incremento al reddito/cassintegrazione degli operai.

Infine, legge speciale per Taranto, va riempita di contenuti; così Piano straordinario per l'industria rischia di essere solo, anche questa, una vuota parola, tenendo conto che se la grande industria chiude o si ridimensiona molto, si crea un deserto anche per altre industrie.

Ma, soprattutto, agli operai che fanno queste proposte, chiediamo: E gli operai? Gli operai che devono fare per ottenere dei risultati di effettiva difesa di lavoro, salari e salute? Dov'è la lotta prolungata, organizzata autonomamente dai sindacati collaborazionisti, che possa essere in grando di strappare a governo, padroni quei risultati?

domenica 13 settembre 2026

15 settembre alle ore 19 presso la sede Slai cobas, Taranto via Livio Andronico 47, riunione per far partire la campagna di denuncia e informazione verso la mobilitazione

striscione  di una manifestazione davanti all'ammiragliato dei mesi scorsi 

La gravità delle dichiarazioni di Cavo Dragone che conferma la creazione a Taranto del comando Nato e il ruolo strategico della nostra città nei piani di guerra, la necessità di mobilitarci per Palestina / Ddl antisemitismo / repressione / prigionieri politici, ci spinge a convocare una riunione urgente di tutti i compagni e compagne e realtà interessate per organizzare una mobilitazione tempestiva alla Base navale e in città.

Proponiamo questa riunione per il 15 settembre alle ore 19 presso la sede Slai cobas Taranto via Livio Andronico, 47, per decidere insieme le iniziative necessarie.

Taranto torna al centro della strategia dell’Alleanza Atlantica.

Alla Base Navale, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato Militare NATO, in conferenza stampa, il 7 settembre, ribadisce che la pace non è frutto della casualità ma di deterrenza, investimenti e capacità credibili. La città dei due mari, storica casa della Marina, è oggi piattaforma chiave per la sicurezza del Mediterraneo.
Dal vertice di Ankara a Bruxelles, passando per Taranto, la rotta è quella della “NATO 3.0”: più capacità, più responsabilità condivise, più rapidità di risposta. Le minacce sono concrete – Russia, terrorismo, disinformazione, attacchi ibridi – e negli ultimi due anni si sono registrati 700 scramble, segnale di una pressione costante sui cieli dell’Alleanza.
Sul Fianco Sud Taranto è strategica grazie al SOC, alle Forze navali permanenti e al futuro comando multinazionale marittimo. Parallelamente si rafforza il Fianco Est con battlegroup integrati. L’Italia aumenta gli investimenti e colma le lacune capacitive: un segnale tangibile è il passaggio del JFC Naples a guida italiana.
Le guerre restano convenzionali ma sono trasformate da droni e intelligenza artificiale. L’elemento umano, però, resta decisivo. In sicurezza il tempo è il vero terreno di scontro: occorre agire prima, anticipare, prevenire. L’Alleanza si definisce “anti-fragile”, più forte dopo ogni crisi.
La sicurezza, ha ricordato Cavo Dragone, è uno sforzo che coinvolge l’intera società. Al centro ci sono persone e famiglie. Taranto, culla e frontiera, continuerà a tenere aperta la porta del Mediterraneo per un miliardo di cittadini dell’Alleanza

sabato 12 settembre 2026

Ex Ilva Taranto: la situazione dal punto di vista di padroni e governo e dal punto di vista proletario

NB - Questo testo è stato registrato in ORE 12 Contronformazione rossoperaia giovedì scorso. Da allora la situzione è ulteriormente mutata. La Corte d'appello ha confermato la chiusura dell'area a caldo e le Ditte dell'indotto e dell'appalto hanno confermato i 2500 licenziamenti.

Lunedi dalle 7 alle 9 vi sarà una prima grossa assemblea davanti alla portineria delle imprese. Noi ci saremo.


Nell'affrontare la questione ex Ilva come principale questione che riguarda i grandi gruppi industriali e le grandi fabbriche in questo Paese, mai va dimenticato che lo stabilimento ex Ilva di Taranto è attualmente la più grande fabbrica del Paese per organici diretti, appalto e indotto e che la vicenda dell'Ilva ha implicazioni di ogni genere, sia relative al problema del lavoro e condizioni di lavoro, sia chiaramente all'enorme questione della sicurezza e dei danni ambientali causati dalla gestione capitalistica della fabbrica che si è succeduta, prima come fabbrica delle partecipazioni statali, poi con la lunga permanenza di padron Riva, infine ArcelorMittal, e oggi i commissari per conto del Governo.

Tutte queste questioni fanno sì che l'Ilva sia una questione centrale a cui dovrebbero guardare operai e tutte le forze che agli operai e lavoratori si rifanno in questo Paese, in particolare quelle fuori dal perimetro della cosiddetta “sinistra di opposizione parlamentare”.

Proprio perché la situazione è articolata e complessa, è fondamentale il punto di vista da cui ci si mette e i criteri di lettura di questa vicenda secondo gli strumenti che si vogliono mettere in campo.

Noi come Slai cobas, proletari comunisti e questo organo, ORE 12, ci rifacciamo al marxismo e vorremmo che tutte le forze di estrema sinistra e di parte proletaria e anticapitalista si rifacessero al marxismo, cosa che non è.

Nello stesso tempo ci poniamo chiaramente dal punto di vista operaio come punto di vista principale a cui va unito il punto di vista delle masse popolari di Taranto e in più in generale il punto di vista dell'intero arco del movimento operaio, sia quello implicato nella crisi siderurgica sia quello più generale, dato che la siderurgia è un fattore importante dentro il sistema produttivo di tante altre realtà di fabbrica e del mondo del lavoro.

Ponendoci dal punto di vista degli operai la situazione è piuttosto semplice:

padroni e governo, in particolare quest'ultimo che ha fatto e fa anche da padrone, tramite i commissari all'interno del gruppo industriale e nella fabbrica a Taranto, non sono riusciti a trovare una soluzione. Hanno provato a svendere l'Ilva al primo offerente, ma nei fatti la campagna di vendita non ha prodotto risultati sostanziali, siamo ancora al palo su questo terreno. Nello stesso tempo l'unica cosa che è stata garantita ai lavoratori è una sorta di continuità lavorativa falcidiata da una cassa integrazione permanente che ha toccato ampie fasce dei lavoratori e che chiaramente ne ha aumentato il disagio sul piano salariale e di prospettiva.

Da questo punto di vista la nostra posizione è: nessun licenziamento, nessun esubero.

E non perché sia una questione a prescindere, ma perché nelle grandi fabbriche di tutto il Paese e del sistema mondiale bisogna combattere lo scarico della crisi sugli operai, che riguarda principalmente l’attacco al lavoro e al salario.

La prima questione, quindi, è che noi siamo rigorosamente contrari a qualsiasi soluzione che non comporti il blocco dei licenziamenti per tutti e in particolare in queste ore per gli operai dell'appalto, dell’indotto, e degli esuberi per quanto riguarda gli operai diretti all'Ilva di Taranto come naturalmente nelle altre realtà della siderurgia ex Ilva in questo Paese – ma, ripetiamo, con un'attenzione particolare a quella che è la più grande fabbrica di questo Paese e uno dei complessi siderurgici più grandi in Europa e nel mondo.

La seconda questione. La magistratura con la sentenza chiude l'aria caldo perché è stata e risulta tuttora nociva per la permanenza dell’amianto negli Altoforni e delle emissioni nocive. Innanzitutto noi rispondiamo; certo, si può chiudere tutto e la riconversione industriale dell'Ilva è scontata che ci dovrà essere, usando le migliori tecnologie per arrivare a una fabbrica che riduce il peso inquinante e i rischi per la sicurezza dei lavoratori, ma su questo non c'è nulla nei piani annunciati, né da parte dei padroni che dovrebbero realizzarlo, né tanto meno esiste questa volontà del governo se non a parole.

Quindi non essendoci nessuna condizione che permette di dire che chiudendo l'impianto i lavoratori vedono tutelati il lavoro, il salario, la sicurezza e la città, le masse popolari, la loro salute, noi diciamo un No secco alla chiusura di qualsiasi impianto, quindi anche dell'aria caldo di Taranto, fino a quando non c'è una soluzione credibile per i lavoratori.

Noi pensiamo che questa difesa del lavoro, dell’ambiente, si ottenga solo con la lotta e innanzitutto con la lotta generale a Taranto, ma anche di tutte le realtà industriali ex Ilva di questo paese. Senza la lotta questo risultato non si può portare a casa, e i lavoratori sono alla merce dei governi, delle sentenze della magistratura e dei sindacati, associazioni varie che agiscono in forma complice con i piani del governo.

Noi vogliamo una rigorosa trasformazione della fabbrica con un controllo operaio realizzato anche per legge che permetta agli operai di ridurre le fonti inquinanti in fabbrica e i rischi di sicurezza; noi vogliamo una bonifica integrale dell'intera zona che è stata danneggiata dai processi inquinanti e dalla più generale gestione capitalistica che questa fabbrica ha avuto, dall'inizio dalle mani dello Stato, poi di padron Riva, poi della grande multinazionale ArcelorMittal che dopo aver provato a fare il colpo grosso, non essendoci riuscita, ha lasciato la situazione ancor peggio di prima.

Senza la lotta generale degli operai e dei lavoratori e nella città di Taranto delle masse popolari dei quartieri inquinanti, non pensiamo che arriveremo a una soluzione positiva per gli operai e per la città.

Questo però lo diciamo solo noi, perché i sindacati confederali e l’Usb sono tuttora non sul terreno della lotta, ma della trattativa nei faticanti tavoli romani che finora non hanno prodotto né soluzioni, ma hanno aggravato la situazione.

Anche in tribunale occorre fare la propria parte a tutela dei lavoratori e di tutti i cittadini colpiti, ed è quello che stiamo facendo, sostanzialmente solo noi, nel processo Ilva “Ambiente svenduto” a Potenza; in cui stiamo combattendo affinché non vengano azzerate le condanne ai padroni assassini e ai loro complici. Chi segue il processo sa bene che solo lo Slai Cobas e le parti civili da esso tutelate sono presenti sempre al tribunale di Potenza, fanno i presidi, combattono sia nelle aule che fuori perché questo processo non venga cancellato.

E’ una linea di condotta che solo noi portiamo avanti anche in città, perché tutte le “anime belle” dell'ambientalismo in particolare, quelle anti-operai, che pure glorificano la magistratura e le sue le sentenze, si guardano bene dal tutelare gli operai e i lavoratori ed effettivamente le masse colpite dai processi inquinanti.

La linea che propone lo Slai cobas, è l'unica linea che mette insieme lavoro e salute e che permette ai proletari e alle masse popolare di Taranto, se impugnata e sostenuta con la lotta ad oltranza, di ottenere risultati temporanei nella tutela del lavoro e di prospettiva nella trasformazione della fabbrica.

Detto questo, entrando nel merito degli ultimi giorni, gli incontri romani hanno prodotto dei passettini in avanti, ma chiaramente sono passettini in avanti che vanno valutati tale a seconda dei contenuti che in essi vi sono.

I passettini in avanti sono stati il blocco dei licenziamenti, la sospensione della procedura dei licenziamenti da parte delle ditte dell'indotto. Ma i padroni non hanno fatto marcia indietro, hanno ottenuto assicurazioni dal governo che saranno riempite di soldi; soldi che in passato hanno già avuto ma che non si sono tradotti automaticamente in vantaggi per i lavoratori, perché all'interno delle ditte è comunque continuato lo stillicidio di licenziamenti, chiusure, cassa integrazione, riduzione dei diritti dei lavoratori. E noi dall'interno di una delle ditte dell'appalto abbiamo visto in diretta gli effetti sugli operai e i lavoratori della situazione di precarietà esistente nell'appalto Ilva. Quindi il ritiro, il passo indietro dei padroni rispetto alla procedura è temporaneo ed è legato al fatto che siano riempiti di soldi, con o senza la vicenda drammatica della chiusura dell'area caldo.

I lavoratori sono costretti, da un lato dalle condizioni materiali e dal dominio dei sindacati confederali e dalle influenze politiche che sono sempre populiste di destra, e dall'altro dal loro attuale basso livello di coscienza rispetto alla posta in gioco e agli strumenti che i lavoratori hanno per combatterla, a delegare a padroni e sindacati. Quindi i lavoratori non hanno autonomia di pensiero, di azione e di organizzazione.

Lo Slai cobas rappresenta tutt’altra opposta posizione, ma essa ha necessità di consolidarsi come forza materiale per innescare un processo di rovesciamento dello stato delle cose e dei rapporti di forza tra operai, masse popolari, e governi, padroni e Stato del capitale. In particolare abbiamo posto con grande evidenza la “piattaforma operaia”, perché, a fronte della situazione ingarbugliata, difficile esistente, fondamentale è per cosa lottano gli operai, qual è la loro piattaforma e quali livelli di lotta sono necessari per conseguirla.

La piattaforma operaia, oltre ribadire il blocco del licenziamento e il No agli esuberi, lavora per la parità salariale e normativa degli operai dell’appalto e operai diretti, combatte la giungla degli appalti e dei contratti che i padroni e l'Ilva hanno imposto all'interno dell'appalto e che i sindacati hanno firmato permettendo la massiccia trasformazione di operai metalmeccanici o altro in operai multiservizi, alla mercè dello sfruttamento, della precarietà e del peggioramento delle condizioni di lavoro. Noi siamo per il contratto unico degli operai dell'appalto, con la clausola sociale; siamo per la parità nell'integrazione alla cassa integrazione (come l’hanno gli operai dell’ex Ilva).

Tutti ora dicono per gli operai dell’appalto e indotto: poveretti, rischiano il licenziamento; ma questi operai sono diventati l'ultima ruota del carro della situazione operaia nonostante siano i primi ad essere direttamente impegnati nelle attività lavorative più rischiose.

La piattaforma operaia pone un utilizzo degli operai, che devono rimanere tutti in organico dell'ex Ilva, nelle bonifiche della fabbrica, nella trasformazione degli impianti - trasformazioni verso cui non abbiamo alcuna preclusione, se non guardando ai risultati che si possono produrre in maniera di lavoro e condizioni di salute e di inquinamento.

Perchè, rispetto alla trasformazione, ai forni elettrici, alla decarbonizzazione, noi guardiamo sempre dal punto di vista della loro ricaduta sulle condizioni di operai e lavoratori che devono continuare obbligatoriamente a lavorare e non essere buttati in mezzo alla strada o in una cassa integrazione perenne, e meno che mai impegnati in fumosi progetti di reindustrializzazione esterna che finora sono stati pura propaganda che non ha prodotto e non può produrre un solo nuovo posto di lavoro, anche perché, fuori dal recinto Ilva, tutte le industrie sono in crisi, in primis la Natuzzi, ecc. Quindi questa prospettiva di reindustrializzazione è aria fritta che non lascerà nulla sul terreno in termini di lavoro e meno che mai garantirà la salvaguardia della salute e ambiente della città, la riduzione delle fonti inquinanti, se le fabbriche e i piani rimarranno nelle mani dei padroni del capitale.

Il ridimensionamento dell'Ilva corrisponderà in realtà alla desertificazione industriale e allo scenario Bagnoli per bonifiche non fatte.

Queste sono cose semplici che il buonsenso stesso dovrebbe prendere in considerazione. Ma sappiamo che di buonsenso è lastricato di buone intenzioni, se manca la lotta, l’autonomia e l’organizzazione degli operai, se manca un sindacato di classe e di massa nelle mani degli operai e lo strumento politico necessario in questa battaglia generale, che è anche politica, il Partito dei lavoratori.

Questa situazione dell’ex Ilva non ha soluzioni morbide ma solo soluzioni radicali - o di parte operaia o di parte padronale/governativa; o si difendono gli interessi operai o si difendono gli interessi della borghesia industriale, finanziaria, grande media e piccola, o si difendono gli interessi degli operai e delle masse popolari; oppure si accompagna il morto dei piani dei padroni che vogliono tutto e non danno nulla agli operai.

Questa è la nostra linea, una linea “illuministica”, certo. Se gli operai non prendono in mano questa battaglia questa linea sarà nei fatti velleitaria, propagandistica e illuministica, ma alla non assunzione di questa linea corrisponderà il disastro industriale e ambientale, la disoccupazione, la precarizzazione e il peggioramento generale delle condizioni di vita degli operai e delle masse popolari a Taranto e in più in generale nel mondo del lavoro.

Ex Ilva: lunedi 14 settembre portinerie imprese assemblea operai appalto - Noi ci saremo Slai cobas per il sindacato di classe

“Lunedì 14 settembre, presso la portinerie delle imprese – annunciano i sindacati-  abbiamo indetto l’assemblea dalle 7 alle 9 con i lavoratori dell’appalto, in cui saranno decise e metteremo in campo le iniziative di mobilitazioni al fine di impedire l’avvio di procedura di licenziamento collettivo.
 
Si è riunito all’interno dello stabilimento ADI di Taranto il Consiglio di Fabbrica straordinario delle Segreterie e delle RSU di Fim, Fiom, Uilm e Usb a seguito della decisione assunta dalla Corte d’Appello di Milano.
 
Le richieste delle Segreterie – RSU FIM, FIOM, UILM e USB di Taranto - “Serve una risposta politica e industriale all’altezza della gravità della situazione. Chiediamo un intervento straordinario per Taranto per tutelare tutti i lavoratori, quelli di Acciaierie d’Italia in AS, di Ilva in AS e del’intero indotto.
Servono garanzie occupazionali, strumenti sociali adeguati, tutela del reddito e misure previdenziale ad hoc per i lavoratori, insieme a un piano concreto di reindustrializzazione per Taranto.
La decarbonizzazione e la transizione ecologica non possono diventare sinonimo di dismissione, perdita di posti di lavoro e desertificazione industriale. Taranto ha bisogno di un progetto industriale credibile, finanziato e vincolante, capace di tenere insieme salute, sicurezza, ambiente e lavoro.
Non accetteremo che il peso delle responsabilità delle istituzioni accumulate negli anni venga scaricato ancora una volta esclusivamente sui lavoratori, il Governo deve assumersi fino in fondo la propria responsabilità a partire dal blocco dei licenziamenti dei lavoratori dell’appalto sulla quale pende una informativa di procedura di licenziamenti collettivi” 

Inoltre, subito dopo l’incontro con il Governo a Palazzo Chigi, Fim, Fiom, Uilm e Usb convocheranno le assemblee con tutti i lavoratori per illustrare gli esiti del confronto, discutere e decidere insieme le prossime iniziative al fine di garantire un intervento straordinario che metta in sicurezza tutti i lavoratori.
Il rischio di una crisi sociale senza precedenti è concreto, le informative e le procedure di licenziamento nell’indotto hanno già coinvolto migliaia di lavoratori.
Infine, crediamo necessario ribadire per evitare inutili strumentalizzazioni che le nostre iniziative di mobilitazioni non saranno rivolte verso la decisione della Corte di Appello di Milano ma bensì verso tutti i governi che si sono succeduti in questi 14 anni sulla vertenza ex-Ilva e che hanno l’esclusiva responsabilità di quanto sta avvenendo in queste ore.
Taranto assieme ai lavoratori non può essere lasciata sola”

venerdì 11 settembre 2026

Ex Ilva, confermato il blocco dell’area a caldo - notizie stampa

Ex Ilva, Corte d’Appello conferma lo stop all’area a caldo

La Corte d’Appello civile di Milano ha confermato il provvedimento che dispone il blocco dell’area a caldo dello stabilimento ex Ilva di Taranto, respingendo l’istanza di sospensione presentata dai legali di Acciaierie d’Italia e dell’ex Ilva in amministrazione straordinaria.

La decisione dei giudici milanesi conferma dunque lo stop alle attività dell’area a caldo, che dovrà essere attuato entro il prossimo 28 ottobre. Il provvedimento, già disposto alla fine di luglio, entra così in una fase decisiva, con pesanti interrogativi sul futuro produttivo dello stabilimento siderurgico tarantino.

La richiesta di sospensiva avanzata dalle parti mirava a evitare, o quantomeno a rinviare, gli effetti del provvedimento in attesa dell’esito del procedimento. La Corte d’Appello, tuttavia, ha deciso di non accogliere l’istanza, confermando di fatto l’efficacia dello stop.

La vicenda riaccende il confronto sul futuro dell’ex Ilva, uno dei principali poli industriali del Paese e un impianto da sempre al centro del delicato equilibrio tra produzione siderurgica, occupazione, tutela ambientale e diritto alla salute.

Per Taranto e per il territorio ionico si apre ora una fase particolarmente delicata. Entro il 28 ottobre dovranno infatti essere definiti gli effetti concreti del provvedimento sugli impianti e sulle attività dello stabilimento, mentre resta centrale la questione della continuità produttiva e occupazionale.

La decisione della Corte d’Appello rappresenta quindi un nuovo passaggio cruciale nella lunga e complessa vicenda dell’ex Ilva.

I giudici: “Il diritto alla salute è prevalente”

Ex Ilva, confermato il blocco dell’area a caldo. I giudici: “Il diritto alla salute è prevalente”

Respinta l'istanza di sospensiva dello stop delle attività presentato dall’acciaieria Corte d'Appello civile di Milano ha confermato il provvedimento con cui, a fine luglio, è stato disposto il blocco dell'area a caldo dello stabilimento dell'ex Ilva di Taranto che dovrà essere messo in atto entro il 28 ottobre. I giudici hanno respinto l'istanza di sospensiva dello stop delle attività presentata dai legali di AdI e dell'ex Ilva in amministrazione straordinaria.

"Il bilanciamento tra i contrapposti interessi" costituzionali "non può che far propendere a favore delle ragioni di tutela della salute". E' il cuore del provvedimento con cui la Corte d'Appello di Milano. Per i giudici "nel conflitto fra il diritto all'esercizio dell'attività di impresa e quello dei cittadini alla salute e al rispetto dei limiti di tollerabilità delle immissioni a cui sono assoggettati, non può che prevalere quest'ultimo".

Per gli avvocati degli undici cittadini tarantini, tra cui un minore, che hanno rivendicato le decisioni precedenti del Tribunale e della Corte d'Appello "se si spegnerà il bottone delle attività dell'area a caldo non si potrà più tornare indietro".

Esaurite le scorte di materie prime, lo spegnimento progressivo di altoforni e cockerie potrebbe iniziare già la prossima settimana, per coincidere con il fermo effettivo stabilito stabilito dal decreto della Corte d'Appello di Milano per la fine del prossimo mese.

La decisione dei giudici ulteriormente a rischio il destino di 2.500 lavoratori dell'indotto, su cui pesa la procedura di licenziamento da parte delle imprese

Fine dei giochi: l'area a caldo va spenta. La decisione finale

Respinta dalla Corte d'appello l’istanza di sospensiva presentata da Acciaierie d’Italia e Ilva in amministrazione straordinaria. Resta quindi efficace il provvedimento disposto a fine luglio

redazione.taranto@buonasera24.it

Ex Ilva al bivio

Ex Ilva al bivio

TARANTO - La Corte d’Appello civile di Milano ha confermato il provvedimento che impone il blocco dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto entro il 28 ottobre.

I giudici hanno respinto la richiesta di sospendere lo stop alle attività avanzata dai legali di Acciaierie d’Italia e di Ilva in amministrazione straordinaria.

Rimane quindi valido quanto stabilito con il provvedimento adottato alla fine dello scorso luglio, che fissa al 28 ottobre il termine entro il quale dovrà essere fermata l’area a caldo dello stabilimento siderurgico tarantino.

Nel motivare il rigetto della richiesta di sospensiva, la Corte d’Appello ha ritenuto che non sussista quel pericolo grave e irreparabile necessario, secondo la legge, per fermare l’efficacia del provvedimento cautelare. Nel bilanciamento degli interessi in gioco, i giudici hanno posto da una parte il possibile danno economico derivante dalla compromissione degli impianti e dall’altra la necessità di tutelare beni considerati prioritari. «A fronte del grave danno, di natura economica, da compromissione degli impianti», si legge nel provvedimento, «si pone, nel caso, l’esigenza di apprestare tutela al diritto alla vita ed alla salute».

Il collegio sottolinea inoltre che la situazione attuale non può essere considerata improvvisa o imprevedibile, perché avrebbe dovuto essere affrontata negli anni attraverso gli interventi necessari sugli impianti. In questa prospettiva, secondo i giudici, neppure le conseguenze occupazionali dello spegnimento possono essere utilizzate oggi come elemento decisivo per ottenere la sospensione.

«La sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo ordinata con il decreto per cui è causa», osserva la Corte facendo riferimento anche alle conseguenze sui livelli occupazionali prospettate dalle società ricorrenti, «non pare che possa essere considerata come un evento improvviso ma, piuttosto, come un evento prevedibile su cui non può non essersi misurata, nel corso degli anni, la responsabilità imprenditoriale dei soggetti coinvolti»