giovedì 30 luglio 2026

Ex Ilva - La posizione della Aigi - info

Aigi contesta l’ordinanza. «Provvedimento basato su dati teorici e valutazioni tecniche discutibili»

L’Associazione delle imprese dell’indotto solleva dubbi sulle valutazioni relative all’amianto e alle emissioni, chiede al Governo di reagire e sollecita un confronto trasparente sui costi industriali, occupazionali e ambientali della chiusura dell’area a caldo

redazione.taranto@buonasera24.it

Indotto ex Ilva

Indotto ex Ilva

TARANTO - Dati aggiornati, misurazioni effettive e valutazioni costruite sulle reali condizioni produttive dello stabilimento. Sono le richieste avanzate da Aigi, l’Associazione delle imprese dell’indotto dell’ex Ilva, dopo il provvedimento della Corte d’Appello di Milano che ha ordinato la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo entro 90 giorni.

Secondo quanto riportato nella nota dell’associazione, la ripartenza degli impianti è subordinata alla completa rimozione dell’amianto e alla realizzazione degli interventi necessari per ricondurre le emissioni di polveri sottili entro condizioni ritenute compatibili con la tutela sanitaria. La valutazione sarebbe stata effettuata prendendo come riferimento lo scenario autorizzato di 6 milioni di tonnellate di acciaio all’anno. Aigi non mette in discussione la necessità di proteggere la salute dei lavoratori e dei cittadini né la pericolosità dell’amianto. L’associazione contesta però l’impostazione tecnica che, a suo giudizio, avrebbe portato alla decisione e chiede di rendere pubblici gli elementi utilizzati per dimostrare l’esistenza di un rischio concreto e attuale.

«Lo stabilimento siderurgico di Taranto è un sito industriale enorme e incredibilmente complesso», osserva Aigi, secondo cui proprio la complessità degli impianti imporrebbe analisi particolarmente rigorose prima di assumere decisioni destinate a incidere sull’intero sistema industriale e occupazionale.

Il primo punto sollevato riguarda le circa 2.000 tonnellate di amianto richiamate nel provvedimento. Secondo la ricostruzione proposta dall’associazione, il materiale non sarebbe abbandonato sui piazzali, collocato in ambienti frequentati o direttamente esposto agli agenti atmosferici. L’amianto si troverebbe all’interno dei cowper, i grandi rigeneratori termici collegati agli altiforni, dove sarebbe inglobato come isolante tra la corazza metallica esterna e la struttura refrattaria interna. Il gestore avrebbe prospettato di mantenerlo in sede fino alla conclusione della vita tecnica degli impianti, mentre la Corte avrebbe ritenuto indispensabile procedere alla sua completa rimozione.

«Non discutiamo la pericolosità intrinseca dell’amianto», precisa Aigi. «Chiediamo dove siano le misurazioni che dimostrano un’effettiva dispersione di fibre dai cowper attualmente in esercizio». L’associazione domanda quali campionamenti siano stati effettuati nelle aree vicine agli impianti, quale ente li abbia eseguiti, quali concentrazioni siano state rilevate e in quali condizioni operative. Chiede inoltre di conoscere le date delle verifiche e i punti esatti dello stabilimento nei quali sarebbero stati effettuati i controlli.

Aigi ricorda che nel siderurgico esistono reti e strumenti di monitoraggio ambientale e che numerosi dati vengono raccolti anche dagli enti competenti, tra cui Arpa Puglia. Prima di considerare il materiale inglobato negli impianti come una fonte di dispersione nell’aria, sostiene l’associazione, sarebbe necessario dimostrare attraverso risultati verificabili il passaggio dal pericolo potenziale al rischio effettivo. «Altrimenti non siamo davanti a un’analisi del rischio, ma alla potenza evocativa di una parola», afferma l’associazione delle imprese dell’indotto.

Il secondo elemento contestato riguarda il livello produttivo preso come riferimento per valutare le emissioni. La Corte avrebbe considerato lo scenario massimo autorizzato dall’Autorizzazione integrata ambientale, pari a 6 milioni di tonnellate annue. Aigi evidenzia però che la produzione reale sarebbe nettamente inferiore. Alla fine di giugno, secondo i dati riportati nella nota, nello stabilimento sarebbe rimasto operativo soltanto l’Altoforno 2, con una produzione giornaliera compresa tra 4.500 e 4.700 tonnellate. Proiettando questo ritmo su base annuale, la produzione si collocherebbe tra 1,64 e 1,72 milioni di tonnellate. Altre ricostruzioni citate dall’associazione indicherebbero un livello vicino ai 2 milioni di tonnellate all’anno. L’ex Ilva starebbe quindi funzionando, secondo Aigi, a una capacità compresa tra il 27 e il 33 per cento del tetto produttivo utilizzato come riferimento nel provvedimento.

«Uno scenario autorizzato non coincide automaticamente con lo scenario realmente esercitato», sostiene l’associazione. Valutare le emissioni di un impianto che produce meno di 2 milioni di tonnellate come se ne producesse 6 significherebbe, per Aigi, considerare un carico almeno triplo rispetto a quello effettivo.

La nota richiama anche il piano dell’amministrazione straordinaria, che avrebbe previsto il raggiungimento di una capacità di 4 milioni di tonnellate entro la fine di aprile 2026. Un obiettivo che, secondo l’associazione, non sarebbe stato centrato, poiché ancora alla fine di giugno la produzione si trovava su livelli minimi ed era sostenuta da un solo altoforno. Aigi chiarisce di non ritenere falso il dato dei 6 milioni di tonnellate, trattandosi del limite autorizzato. Contesta però il suo utilizzo senza una valutazione proporzionata ai volumi realmente prodotti, perché questo rischierebbe di restituire «una fotografia tecnicamente deformata dell’impianto».

Per l’associazione, la risposta non può consistere nella negazione dei problemi ambientali, ma deve passare attraverso misurazioni corrette, controlli verificabili e interventi fondati su elementi concreti.

Aigi chiede alle amministrazioni straordinarie di utilizzare tutti gli strumenti processuali consentiti dall’ordinamento, valutando anche un eventuale ricorso in Cassazione qualora vi siano i presupposti giuridici. L’obiettivo dovrebbe essere ottenere un nuovo esame della controversia sulla base delle condizioni produttive effettive, di dati aggiornati e di riferimenti normativi certi. Allo stesso tempo, secondo l’associazione, il Governo dovrebbe valutare una revisione urgente dell’Autorizzazione integrata ambientale, costruendo un quadro compatibile con le esigenze sanitarie e con un livello produttivo sostenibile. Aigi propone un sistema basato su un tetto produttivo giuridicamente vincolante, sul monitoraggio continuo delle emissioni, sulla pubblicazione periodica dei risultati e su controlli indipendenti.
«Questa sarebbe una risposta seria: non negare il rischio, ma misurarlo. Non invocare la sicurezza in astratto, ma costruirla e controllarla ogni giorno», sostiene l’associazione.

La nota critica anche la reazione politica seguita al provvedimento. Secondo Aigi, mentre la decisione modificava profondamente il futuro dello stabilimento, alcuni rappresentanti del Governo si sarebbero limitati a richiamare il rispetto delle sentenze, annunciando altri 100 milioni di euro ma circoscrivendo la continuità operativa e la possibile cessione alla sola area a freddo.

Per l’associazione, prendere atto di una decisione giudiziaria è doveroso, ma accettarne passivamente tutte le conseguenze industriali senza verificarne dati, presupposti e valutazioni tecniche rappresenta una precisa scelta politica. «Il Governo non può nascondersi dietro una pronuncia giudiziaria mentre prepara un futuro nel quale Taranto riceve denaro sufficiente a mantenere qualche laminatoio, ma perde definitivamente la produzione primaria dell’acciaio», afferma Aigi.

Senza l’area a caldo, sostiene l’associazione, Taranto non conserverebbe più uno stabilimento siderurgico a ciclo integrale. Resterebbero alcuni impianti di trasformazione alimentati, nella migliore delle ipotesi, da bramme prodotte in altre aree. L’acciaio potrebbe quindi continuare a essere lavorato nel capoluogo ionico, ma la produzione primaria, il valore strategico e una parte rilevante dell’occupazione diretta e dell’indotto rischierebbero di essere trasferiti fuori dal territorio e, potenzialmente, anche fuori dall’Italia.

Aigi richiama inoltre l’attenzione sui costi della dismissione. Lo spegnimento dell’area a caldo, osserva l’associazione, non determinerebbe la scomparsa degli impianti. Resterebbero altiforni, cokerie, tubazioni, strutture metalliche, materiali contaminati, suoli, falde e chilometri di installazioni da mettere in sicurezza, sorvegliare, mantenere e bonificare. L’associazione chiede quindi di chiarire quanto costerebbero l’arresto in sicurezza, la manutenzione del sito inattivo, lo smantellamento degli impianti e la bonifica integrale dell’area. A queste voci dovrebbero aggiungersi il costo sociale degli esuberi e quello industriale derivante da un aumento delle importazioni di acciaio primario. Per Aigi, il Governo dovrebbe pubblicare una comparazione indipendente tra il costo della messa a norma con prosecuzione della produzione e quello necessario per spegnere, mantenere, smantellare e bonificare lo stabilimento.

Come precedente viene richiamata la vicenda di Bagnoli, dove, a distanza di decenni dalla chiusura dell’acciaieria, lo Stato avrebbe stanziato altri 1,218 miliardi di euro per la bonifica ambientale e la rigenerazione urbana dell’area di Bagnoli Coroglio. «Chi oggi pensa di avere fermato il mostro rischia di ritrovarsi domani un sito improduttivo, senza manutenzione industriale, senza lavoratori e interamente a carico dello Stato», sostiene Aigi.

Nella nota viene sollevato anche un interrogativo politico sul ruolo assunto dalla questione dell’amianto nella fase conclusiva della procedura di vendita. L’associazione precisa di non avere elementi per sostenere l’esistenza di un disegno prestabilito, ma considera significativa la successione degli avvenimenti. «Non stiamo dicendo che esista un complotto. Non abbiamo prove e, proprio per questo, non lo affermiamo», precisa l’associazione. La richiesta è che le istituzioni garantiscano trasparenza e adottino decisioni capaci di tutelare contemporaneamente salute, lavoro e sovranità industriale.

La nota si sofferma infine sul processo di deindustrializzazione che, secondo Aigi, starebbe interessando da anni l’Italia. Alla chiusura degli impianti seguirebbe spesso l’importazione degli stessi prodotti dall’estero, talvolta realizzati con standard ambientali inferiori e con costi aggiuntivi legati all’energia, al trasporto e alla dipendenza industriale.

L’acciaio primario viene indicato come essenziale per la meccanica, l’automotive, la cantieristica, le infrastrutture, l’energia, la difesa, le tubazioni e una parte rilevante dell’industria manifatturiera italiana.

Le imprese dell’indotto, conclude Aigi, non chiedono che si continui a produrre a qualsiasi costo né che vengano ignorati l’amianto, le emissioni o le esigenze sanitarie della popolazione. Chiedono che si distingua tra la presenza censita di amianto e una situazione di dispersione accertata, che le emissioni siano calcolate sulla produzione effettiva e che venga definita un’Autorizzazione integrata ambientale compatibile con la salute dei lavoratori e dei cittadini.

«Taranto non chiede impunità. Chiede verità», conclude l’associazione. «Chiudere l’area a caldo sulla base di un impianto teorico significa applicare una condanna a una fabbrica immaginaria e farla scontare a una città reale».

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