La Corte d’appello di Milano dovrà decidere sulla sospensione dello stop imposto dal 25 ottobre. Ma l’impianto rischia di fermarsi già il 20 settembre per la mancanza di materie prime
Sul primo punto la corte d’appello ha sottolineato che nello stabilimento ionico sono presenti 2mila tonnellate di materiale cancerogeno che, come evidenziato da Ilva in As si trova principalmente nei cowper altoforni: la società si è difesa sostenendo che quel materiale è «entrocontenuto» nella struttura dell’impianto, si trova cioè tra la corazza in metallo e lo strato di mattoni refrattari degli impianti e quindi per i gestori e la proprietà della fabbrica è impossibile la fuoriuscita delle fibre anche durante la marcia produttiva. I giudici, tuttavia, sono stati di altro avviso: nel ribadire che «l’amianto è l’unica causa nota che provoca il tumore maligno alla pleura (mesotelioma da asbesto)» e nella popolazione di Taranto e del vicino comune di Statte «si presenta in misura quattro volte superiore» rispetto ad altri territori, ha soprattutto chiarito che è «errato» ritenere che non vi sia dispersione di fibre cancerogene nell’aria per due motivi. Principalmente perché «anche usando la più recente microscopia elettronica, i filamenti di amianto più pericolosi non sarebbero rilevabili», ma soprattutto perché la stessa azienda ha ammesso che l’incendio all’Afo1 del 7 maggio 2025 ha «disperso fibre di amianto». Finora sono state rimosse ben 6,7 tonnellate di materiale pericoloso, ma le 2 rimaste non sono in procinto di essere asportate: da un lato infatti società ha declared che quelle parti saranno rimosse solo a fine vita degli impianti e dall’altro l’Aia rilasciata nel 2025 dal Governo Meloni non impone alcuna operazione alla fabbrica a differenza dell’autorizzazione del 2017 che invece prevede lo smaltimento totale dell’amianto in fabbrica.
Quanto alle polveri sottili, la corte d’appello lombarda ha confermato che «l’inquinamento è più elevato in alcuni quartieri (specie Tamburi) che in altre zone» ed è «dimostrato il legame tra pm10 e aumento di malattie e mortalità», ma soprattutto che in questi anni non è mai stato fissato un valore limite adeguato e che il protrarsi del «solo monitoraggio della raccolta di dati, senza che a esso conseguano le prescrizioni conseguenti, si risolve nell’avvenuta proroga dell’attività produttiva pericolosamente inquinante dal 2012 a oggi, proroga destinata a protrarsi, quantomeno, per tutto il periodo di vigenza dell’Aia 2025».
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