Solidali con la lotta in Val Susa

I compagni e le compagne di Taranto dello Slai Cobas per il sindacato di classe e di soccorso rosso proletario  esprimono la piena solidarietà ai due compagni tedeschi arrestati in Val Susa e si uniscono alla richiesta dei loro avvocati di fiducia - Vitale e Della Pepa  - del foro di Torino che ne richiedono la scarcerazione o almeno una misura più lieve rispetto a quella che pm asserviti alla campagna repressiva lanciata dal governo Meloni chiedono, che è la custodia cautelare in carcere.

Noi appoggiamo la lotta No Tav e le pratiche di lotta e combattimento a tutela degli interessi del popolo espressasi nella grande giornata di lotta della valle e riteniamo che esse debbano essere prese ad esempio in tutte le realtà sociali in lotta per i diritti dei proletari e del popolo contro padroni, governo, Stato di polizia.

Siamo, per altro, molto grati agli avvocati Vitale e Della Pepa che sono gli avvocati dello Slai Cobas e parti civili operaie e proletarie nel processo Ilva 'Ambiente svenduto' in corso a Potenza, insieme ai legali di Taranto tra cui avvocata Ricci.

La lotta è una sola nelle piazze, nelle strade, nei tribunali.   

Slai Cobas per il sindacato di classe Taranto

Ex Ilva - La posizione della Aigi - info

Aigi contesta l’ordinanza. «Provvedimento basato su dati teorici e valutazioni tecniche discutibili»

L’Associazione delle imprese dell’indotto solleva dubbi sulle valutazioni relative all’amianto e alle emissioni, chiede al Governo di reagire e sollecita un confronto trasparente sui costi industriali, occupazionali e ambientali della chiusura dell’area a caldo

redazione.taranto@buonasera24.it

Indotto ex Ilva

Indotto ex Ilva

TARANTO - Dati aggiornati, misurazioni effettive e valutazioni costruite sulle reali condizioni produttive dello stabilimento. Sono le richieste avanzate da Aigi, l’Associazione delle imprese dell’indotto dell’ex Ilva, dopo il provvedimento della Corte d’Appello di Milano che ha ordinato la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo entro 90 giorni.

Secondo quanto riportato nella nota dell’associazione, la ripartenza degli impianti è subordinata alla completa rimozione dell’amianto e alla realizzazione degli interventi necessari per ricondurre le emissioni di polveri sottili entro condizioni ritenute compatibili con la tutela sanitaria. La valutazione sarebbe stata effettuata prendendo come riferimento lo scenario autorizzato di 6 milioni di tonnellate di acciaio all’anno. Aigi non mette in discussione la necessità di proteggere la salute dei lavoratori e dei cittadini né la pericolosità dell’amianto. L’associazione contesta però l’impostazione tecnica che, a suo giudizio, avrebbe portato alla decisione e chiede di rendere pubblici gli elementi utilizzati per dimostrare l’esistenza di un rischio concreto e attuale.

«Lo stabilimento siderurgico di Taranto è un sito industriale enorme e incredibilmente complesso», osserva Aigi, secondo cui proprio la complessità degli impianti imporrebbe analisi particolarmente rigorose prima di assumere decisioni destinate a incidere sull’intero sistema industriale e occupazionale.

Il primo punto sollevato riguarda le circa 2.000 tonnellate di amianto richiamate nel provvedimento. Secondo la ricostruzione proposta dall’associazione, il materiale non sarebbe abbandonato sui piazzali, collocato in ambienti frequentati o direttamente esposto agli agenti atmosferici. L’amianto si troverebbe all’interno dei cowper, i grandi rigeneratori termici collegati agli altiforni, dove sarebbe inglobato come isolante tra la corazza metallica esterna e la struttura refrattaria interna. Il gestore avrebbe prospettato di mantenerlo in sede fino alla conclusione della vita tecnica degli impianti, mentre la Corte avrebbe ritenuto indispensabile procedere alla sua completa rimozione.

«Non discutiamo la pericolosità intrinseca dell’amianto», precisa Aigi. «Chiediamo dove siano le misurazioni che dimostrano un’effettiva dispersione di fibre dai cowper attualmente in esercizio». L’associazione domanda quali campionamenti siano stati effettuati nelle aree vicine agli impianti, quale ente li abbia eseguiti, quali concentrazioni siano state rilevate e in quali condizioni operative. Chiede inoltre di conoscere le date delle verifiche e i punti esatti dello stabilimento nei quali sarebbero stati effettuati i controlli.

Aigi ricorda che nel siderurgico esistono reti e strumenti di monitoraggio ambientale e che numerosi dati vengono raccolti anche dagli enti competenti, tra cui Arpa Puglia. Prima di considerare il materiale inglobato negli impianti come una fonte di dispersione nell’aria, sostiene l’associazione, sarebbe necessario dimostrare attraverso risultati verificabili il passaggio dal pericolo potenziale al rischio effettivo. «Altrimenti non siamo davanti a un’analisi del rischio, ma alla potenza evocativa di una parola», afferma l’associazione delle imprese dell’indotto.

Il secondo elemento contestato riguarda il livello produttivo preso come riferimento per valutare le emissioni. La Corte avrebbe considerato lo scenario massimo autorizzato dall’Autorizzazione integrata ambientale, pari a 6 milioni di tonnellate annue. Aigi evidenzia però che la produzione reale sarebbe nettamente inferiore. Alla fine di giugno, secondo i dati riportati nella nota, nello stabilimento sarebbe rimasto operativo soltanto l’Altoforno 2, con una produzione giornaliera compresa tra 4.500 e 4.700 tonnellate. Proiettando questo ritmo su base annuale, la produzione si collocherebbe tra 1,64 e 1,72 milioni di tonnellate. Altre ricostruzioni citate dall’associazione indicherebbero un livello vicino ai 2 milioni di tonnellate all’anno. L’ex Ilva starebbe quindi funzionando, secondo Aigi, a una capacità compresa tra il 27 e il 33 per cento del tetto produttivo utilizzato come riferimento nel provvedimento.

«Uno scenario autorizzato non coincide automaticamente con lo scenario realmente esercitato», sostiene l’associazione. Valutare le emissioni di un impianto che produce meno di 2 milioni di tonnellate come se ne producesse 6 significherebbe, per Aigi, considerare un carico almeno triplo rispetto a quello effettivo.

La nota richiama anche il piano dell’amministrazione straordinaria, che avrebbe previsto il raggiungimento di una capacità di 4 milioni di tonnellate entro la fine di aprile 2026. Un obiettivo che, secondo l’associazione, non sarebbe stato centrato, poiché ancora alla fine di giugno la produzione si trovava su livelli minimi ed era sostenuta da un solo altoforno. Aigi chiarisce di non ritenere falso il dato dei 6 milioni di tonnellate, trattandosi del limite autorizzato. Contesta però il suo utilizzo senza una valutazione proporzionata ai volumi realmente prodotti, perché questo rischierebbe di restituire «una fotografia tecnicamente deformata dell’impianto».

Per l’associazione, la risposta non può consistere nella negazione dei problemi ambientali, ma deve passare attraverso misurazioni corrette, controlli verificabili e interventi fondati su elementi concreti.

Aigi chiede alle amministrazioni straordinarie di utilizzare tutti gli strumenti processuali consentiti dall’ordinamento, valutando anche un eventuale ricorso in Cassazione qualora vi siano i presupposti giuridici. L’obiettivo dovrebbe essere ottenere un nuovo esame della controversia sulla base delle condizioni produttive effettive, di dati aggiornati e di riferimenti normativi certi. Allo stesso tempo, secondo l’associazione, il Governo dovrebbe valutare una revisione urgente dell’Autorizzazione integrata ambientale, costruendo un quadro compatibile con le esigenze sanitarie e con un livello produttivo sostenibile. Aigi propone un sistema basato su un tetto produttivo giuridicamente vincolante, sul monitoraggio continuo delle emissioni, sulla pubblicazione periodica dei risultati e su controlli indipendenti.
«Questa sarebbe una risposta seria: non negare il rischio, ma misurarlo. Non invocare la sicurezza in astratto, ma costruirla e controllarla ogni giorno», sostiene l’associazione.

La nota critica anche la reazione politica seguita al provvedimento. Secondo Aigi, mentre la decisione modificava profondamente il futuro dello stabilimento, alcuni rappresentanti del Governo si sarebbero limitati a richiamare il rispetto delle sentenze, annunciando altri 100 milioni di euro ma circoscrivendo la continuità operativa e la possibile cessione alla sola area a freddo.

Per l’associazione, prendere atto di una decisione giudiziaria è doveroso, ma accettarne passivamente tutte le conseguenze industriali senza verificarne dati, presupposti e valutazioni tecniche rappresenta una precisa scelta politica. «Il Governo non può nascondersi dietro una pronuncia giudiziaria mentre prepara un futuro nel quale Taranto riceve denaro sufficiente a mantenere qualche laminatoio, ma perde definitivamente la produzione primaria dell’acciaio», afferma Aigi.

Senza l’area a caldo, sostiene l’associazione, Taranto non conserverebbe più uno stabilimento siderurgico a ciclo integrale. Resterebbero alcuni impianti di trasformazione alimentati, nella migliore delle ipotesi, da bramme prodotte in altre aree. L’acciaio potrebbe quindi continuare a essere lavorato nel capoluogo ionico, ma la produzione primaria, il valore strategico e una parte rilevante dell’occupazione diretta e dell’indotto rischierebbero di essere trasferiti fuori dal territorio e, potenzialmente, anche fuori dall’Italia.

Aigi richiama inoltre l’attenzione sui costi della dismissione. Lo spegnimento dell’area a caldo, osserva l’associazione, non determinerebbe la scomparsa degli impianti. Resterebbero altiforni, cokerie, tubazioni, strutture metalliche, materiali contaminati, suoli, falde e chilometri di installazioni da mettere in sicurezza, sorvegliare, mantenere e bonificare. L’associazione chiede quindi di chiarire quanto costerebbero l’arresto in sicurezza, la manutenzione del sito inattivo, lo smantellamento degli impianti e la bonifica integrale dell’area. A queste voci dovrebbero aggiungersi il costo sociale degli esuberi e quello industriale derivante da un aumento delle importazioni di acciaio primario. Per Aigi, il Governo dovrebbe pubblicare una comparazione indipendente tra il costo della messa a norma con prosecuzione della produzione e quello necessario per spegnere, mantenere, smantellare e bonificare lo stabilimento.

Come precedente viene richiamata la vicenda di Bagnoli, dove, a distanza di decenni dalla chiusura dell’acciaieria, lo Stato avrebbe stanziato altri 1,218 miliardi di euro per la bonifica ambientale e la rigenerazione urbana dell’area di Bagnoli Coroglio. «Chi oggi pensa di avere fermato il mostro rischia di ritrovarsi domani un sito improduttivo, senza manutenzione industriale, senza lavoratori e interamente a carico dello Stato», sostiene Aigi.

Nella nota viene sollevato anche un interrogativo politico sul ruolo assunto dalla questione dell’amianto nella fase conclusiva della procedura di vendita. L’associazione precisa di non avere elementi per sostenere l’esistenza di un disegno prestabilito, ma considera significativa la successione degli avvenimenti. «Non stiamo dicendo che esista un complotto. Non abbiamo prove e, proprio per questo, non lo affermiamo», precisa l’associazione. La richiesta è che le istituzioni garantiscano trasparenza e adottino decisioni capaci di tutelare contemporaneamente salute, lavoro e sovranità industriale.

La nota si sofferma infine sul processo di deindustrializzazione che, secondo Aigi, starebbe interessando da anni l’Italia. Alla chiusura degli impianti seguirebbe spesso l’importazione degli stessi prodotti dall’estero, talvolta realizzati con standard ambientali inferiori e con costi aggiuntivi legati all’energia, al trasporto e alla dipendenza industriale.

L’acciaio primario viene indicato come essenziale per la meccanica, l’automotive, la cantieristica, le infrastrutture, l’energia, la difesa, le tubazioni e una parte rilevante dell’industria manifatturiera italiana.

Le imprese dell’indotto, conclude Aigi, non chiedono che si continui a produrre a qualsiasi costo né che vengano ignorati l’amianto, le emissioni o le esigenze sanitarie della popolazione. Chiedono che si distingua tra la presenza censita di amianto e una situazione di dispersione accertata, che le emissioni siano calcolate sulla produzione effettiva e che venga definita un’Autorizzazione integrata ambientale compatibile con la salute dei lavoratori e dei cittadini.

«Taranto non chiede impunità. Chiede verità», conclude l’associazione. «Chiudere l’area a caldo sulla base di un impianto teorico significa applicare una condanna a una fabbrica immaginaria e farla scontare a una città reale».

mercoledì 29 luglio 2026

Acciaierie d'Italia, al via agli scioperi - info

Le segreterie nazionali di Fim-Cisl, Fiom-Cgil e Uilm hanno proclamato - come già annunciato - una nuova giornata di mobilitazione per i lavoratori di Acciaierie d'Italia, Ilva in amministrazione straordinaria e delle aziende dell'indotto. A partire da oggi, mercoledì 29 luglio, è previsto uno sciopero di otto ore in tutti gli stabilimenti del gruppo, accompagnato da assemblee organizzate secondo modalità decise a livello territoriale.

Le richieste dei sindacati

Con il comunicato diffuso oggi Roma, i tre sindacati metalmeccanici spiegano che l'agitazione nasce dall'esigenza di sollecitare un piano straordinario capace di garantire tre obiettivi principali: la continuità produttiva degli impianti, un percorso di ambientalizzazione del ciclo produttivo e la salvaguardia dei livelli occupazionali.

Il documento sottolinea inoltre come lo sciopero serva a tenere alta la pressione sul confronto con il Governo, chiamato ad assumersi la responsabilità primaria nella definizione del futuro industriale e sociale dell'ex Ilva. Le organizzazioni sindacali chiedono che le decisioni prese a livello istituzionale non finiscano per scaricare le proprie conseguenze sui lavoratori coinvolti nelle procedure di amministrazione straordinaria, sia per Acciaierie d'Italia sia per Ilva, oltre che sul personale delle aziende dell'indotto.

Le modalità dell'agitazione

Lo sciopero riguarderà l'intero perimetro produttivo del gruppo e sarà accompagnato, in ciascun sito, da momenti assembleari organizzati autonomamente dalle strutture sindacali territoriali, secondo le specificità locali dei diversi stabilimenti.

Dissentire è democrazia - voci dall'assemblea a Fragagnano

 

Oltre una cinquantina di attivisti, complessivamente, hanno riempito il cortile del palazzo marchesale di Fragagnano per l'assemblea promossa dalla Freedom Flotilla.
Un momento di denuncia e riflessione sulle ultime leggi repressive adottati dal governo che procede nella sua guerra ai giovani, oppositori politici e immigrati, in primis quelli impegnati nella solidarietà alla Palestine e gli stessi palestinesi attivi in Italia, e su come riprendere continuare la mobilitazione contro il genocidio del popolo palestinese e a fianco della sua resistenza, a partire dalla continua difesa e solidarietà con i prigionieri politici palestinesi detenuti in Italia.
 
Di seguito alcuni estratti degli interventi.

Intervento di Shokri Udap della Freedom Flotilla Italia
 
 
Intervento dell'avv. A. Ricci di #iostoconlapalestina TA

Intervento dello Slai Cobas per il sindacato di classe

Intervento di una compagna di 'Torino per Gaza'

Emergenza ex Ilva - Comunicato dello Slai cobas per il sindacato di classe Taranto

  Comunicato.  

Lo Slai Cobas per il sindacato di classe e' da almeno 2 mesi che fa appello alla indispensabile mobilitazione generale e continuata dei lavoratori su una ben definita piattaforma operaia, di cui abbiamo elaborato alcuni punti indispensabili e abbiamo raccolto e stiamo raccogliendo alle portinerie molte firme di operai acciaierie e appalto - la nostra proposta era giusta necessaria e tempestiva.
I sindacati confederali hanno ignorato la cosa e hanno proceduto alla manfrina degli incontri romani, alla richiesta ridicola e superflua che se ne occupi la Meloni, mentre nulla hanno fatto sul fronte delle assemblee e della mobilitazione dei lavoratori - l'Usb ha fatto con alcuni distinguo da ruota di scorta a tutto questo.
La  piattaforma operaia è una alternativa ai piani di padroni e governo e una risposta dal punto di vista degli operai e lavoratori alle iniziative legittime della magistratura.

Ora la nuova drammatizzazione imposta dalla decisione della magistratura di Milano mette a nudo che governo, padroni non hanno soluzioni e proseguono sulla stessa strada e i sindacati si mobilitano al carro del governo.

Noi invitiamo i lavoratori a uscire da questo vicolo cieco.
Noi riteniamo assolutamente indecente e immorale che i sindacalisti fanno carriera, da Fumarola a D'Alò CISL, da Sperti Uilm a Brigati Fiom, ecc, mentre peggiora la condizione dei lavoratori e nessuna soluzione viene data alla vertenza. 

Per noi la parola d'ordine tra i lavoratori e': è giusto ribellarsi - prendere nelle proprie mani l'organizzazione e la lotta autonoma  per il lavoro, salario, salute e sicurezza.

Giovedì alle 18.30 presso la sede Slai Cobas via Livio Andronico 47 Taranto riunione/conferenza stampa per approfondire l'analisi della situazione e decidere le iniziative conseguenti, puntando allo sciopero autonomo a settembre 

Slaicobas per il sindacato di classe Taranto
wa 3475301704 - slaicobasta@gmail.com

martedì 28 luglio 2026

Ex Ilva - Info sull'incontro romano - le posizioni dei sindacati

Diamo un ampio quadro delle informazioni stampa sull'incontro a Roma. Fim-Fiom-Uilm hanno indetto 8 ore di sciopero e assemblee, ma non c'è data.

Da Telenorba

È terminato dopo circa tre ore l’incontro a Palazzo Chigi tra il governo e le organizzazioni sindacali relativo all’ex Ilva di Taranto. Presenti, inoltre, i rappresentanti di Invitalia, i commissari straordinari di Acciaierie d’Italia e i commissari straordinari del Gruppo Ilva. Annunciato dalle sigle sindacali Fim, Fiom e Uilm uno sciopero di otto ore in tutti gli stabilimenti e nelle assemblee di lavoratori e lavoratrici.

I sindacati hanno sottolineato che nel corso del tavolo il governo ha aperto a un confronto che durerà nel mese di agosto. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano ha proposto la costituzione immediata di un tavolo tecnico, già a partire da martedì prossimo, con la partecipazione delle organizzazioni sindacali, della Regione Puglia, del Comune di Taranto e dei Ministeri interessati, al fine di elaborare proposte concrete da sottoporre al più presto al confronto a Palazzo Chigi.

“Il fallimento della gestione dell’ex Ilva non può essere scaricato su lavoratrici e lavoratori, per questo andremo a otto ore di sciopero, perché vogliamo un piano straordinario di sicurezza nazionale sulla situazione industriale, occupazionale e salariale dei lavoratori”. Lo ha detto il segretario nazionale della Fiom Cgil Michele De Palma dopo il tavolo ex Ilva a Palazzo Chigi. “Non siamo in una situazione normale, non è un tavolo in cui normalmente discuti, qui c ‘è una sentenza che entro 90 giorni dice che chiude tutto, perché chiudere le aree a caldo vuol dire chiudere l’ex Ilva. Quindi il punto è che questo tempo deve servire a garantire le lavoratrici e i lavoratori e a garantire delle soluzioni industriali”.

Il segretario generale della Uilm, Davide Sperti, ha dichiarato: “questi novanta giorni devono essere utilizzati fino in fondo per costruire una sommatoria di soluzioni concrete, ovvero definire un vero progetto industriale con un ruolo centrale e diretto dello Stato con l’introduzione di strumenti straordinari di tutela e di risarcimento per i lavoratori che, in questi anni, hanno pagato il prezzo più alto. il Governo dovrà assumersi la responsabilità di guidare questo processo, garantendo trasparenza, risorse e una presenza pubblica forte”.

Il segretario generale della Fim Cisl Ferdinando Uliano ha detto: ” La chiusura noi la respingiamo totalmente, si metta in cantiere un progetto di sviluppo per quanto riguarda l’ex Ilva e soprattutto si orienti verso la salvaguardia occupazionale, la salute e la sicurezza. chiudere le aree a caldo significa chiudere anche le aree a freddo. Le aree a freddo di Genova e Novi Ligure sono condizionate dall’area degli altoforni di Taranto e quindi impedire la chiusura delle aree a caldo per noi diventa una necessità di trovare soluzioni”.
 

Da Conquiste del Lavoro

Fim, Fiom e Uilm hanno annunciato otto ore di sciopero con assemblee in tutti gli stabilimenti dell’ex Ilva al termine del confronto con il Governo a Palazzo Chigi, giudicando inaccettabile che la crisi del gruppo venga scaricata sui lavoratori dopo la decisione della Corte d’Appello di Milano. 

Il Governo ha condiviso con noi il fatto di costruire una proposta straordinaria che affronti i temi a partire dal decreto della Corte d’Appello e della salvaguardia industriale del sito. La chiusura noi la respingiamo totalmente - dice la Uilm -. L’abbiamo più volte ripetuto al Governo. Chiudere lo stabilimento significa decretare uno scontro sociale infinito. 

Da Sole 24 ore

"Abbiamo detto al governo che andremo a 8 ore di sciopero e assemblee con le lavoratrici e i lavoratori perché vogliamo un piano straordinario di sicurezza nazionale sulla situazione industriale, occupazionale e salariale. Il governo ci ha risposto aprendo un confronto che durerà il mese di agosto". Così il segretario della Fiom, Michele De Palma. "Il governo e i commissari - ha spiegato De Palma - terranno sospese azioni unilaterali fino alla conclusione del confronto che ci sarà con le organizzazioni sindacali. C'è un mese di tempo per avere quegli elementi di garanzia". 

"con il governo abbiamo convenuto di organizzare questi incontri con le istituzioni per le risposte occupazionali, salariali e di strumenti straordinari, perché ciò che serve è un piano straordinario", è invece il commento del segretario generale della Uilm Davide Sperti, che aggiunge "dopo 20 decreti che non hanno salvato, proviamo a occuparci di lavoratori e pacifichiamo le comunità". 

Da Soldionline

I sindacati metalmeccanici Fim, Fiom e Uilm hanno annunciato la proclamazione di otto ore di sciopero in tutti gli stabilimenti del perimetro ex Ilva, accompagnate da assemblee con le lavoratrici e i lavoratori.  Lo sciopero riguarderà l'intero gruppo degli impianti riconducibili al polo ex Ilva.
In parallelo, i sindacati hanno annunciato la convocazione di assemblee nei luoghi di lavoro per informare e coinvolgere lavoratrici e lavoratori sulle prossime mosse e sul quadro del confronto con l'esecutivo.
Nel corso dell'incontro a Palazzo Chigi, spiegano Fim, Fiom e Uilm, il governo ha aperto a un confronto che si svilupperà nel mese di agosto. Il tavolo di confronto è lo strumento con cui governo e sindacati discutono dei piani industriali, delle condizioni di lavoro, degli investimenti e delle prospettive occupazionali. 

Da Corriere di Taranto

L’incontro è stato presieduto dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano. Altavolo hanno partecipato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso e la ministra del Lavoro e delle Politiche Sociali Marina Calderone. Presenti anche i rappresentanti di Fiom-Cgil, Fim-Cisl, Uilm-Uil, Ugl Metalmeccanici, Usb e Federmanager, oltre ai rappresentanti di Invitalia, ai commissari straordinari di Acciaierie d’Italia e a quelli del Gruppo Ilva.

Nel suo intervento introduttivo, Mantovano ha fatto riferimento alla decisione della magistratura, sottolineando che "si tratta di un decreto di sospensione delle attività e non di fissazione di condizioni per proseguire, il Governo non intende commentare il provvedimento, limitandosi a rilevare «una singolare sincronia tra il calendario del Governo, dei confronti con i lavoratori e il calendario giudiziario».
Mantovano ha quindi ribadito la volontà dell’Esecutivo di garantire la continuità aziendale, ricordando l’approvazione, nel Consiglio dei ministri di ieri, della norma che stanzia ulteriori 100 milioni di euro per assicurare la continuità operativa dello stabilimento.
Guardando alle prospettive future, il sottosegretario ha evidenziato la necessità di riperimetrare la gara relativa all’area a freddo. Una scelta che richiederà una valutazione dell’impatto occupazionale immediato e delle possibili alternative lavorative da offrire ai dipendenti che, in seguito all’eventuale chiusura dell’area a caldo, rischiano di perdere il posto. Parallelamente, sarà necessario individuare nuovi investimenti realizzabili nel breve periodo nell’area di Taranto e nel territorio circostante.
Quanto all’ipotesi di una maggiore partecipazione pubblica nella gestione dell’azienda, Mantovano ha osservato che anche una gestione prevalentemente pubblica non avrebbe evitato gli effetti derivanti dalle decisioni della magistratura, poiché, alla luce delle motivazioni del decreto, l’esito sarebbe stato comunque lo stesso.
Nell’intervento di sintesi al tavolo sull’ex Ilva, Mantovano ha delineato un’ipotesi di lavoro fondata sulla costituzione immediata di un tavolo tecnico, già a partire da martedì prossimo, con la partecipazione delle organizzazioni sindacali, della Regione Puglia, del Comune di Taranto e dei ministeri interessati, al fine di elaborare proposte concrete da sottoporre al piu’ presto al confronto a Palazzo Chigi. 
In questo quadro, occorre, inoltre, verificare la possibilita’ di coinvolgere ulteriori investitori, a partire da quelli italiani, e analizzare congiuntamente tutte le ulteriori ipotesi di investimento riguardanti Taranto, nonche’ le risorse disponibili a sostegno di tali interventi. Cio’ anche nella prospettiva di garantire un futuro occupazionale a coloro che, in conseguenza della situazione determinatasi, dovessero perdere il lavoro. 
E proprio per rendere possibile questo lavoro in tempi rapidi, ma con il necessario approfondimento e senza soluzioni superficiali, il Governo ha proposto ‘l’immediata costituzione di un tavolo tecnico, con la partecipazione dei ministeri competenti, delle organizzazioni sindacali, della Regione Puglia e del Comune di Taranto. Il tavolo potra’ insediarsi gia’ martedi’ mattina della prossima settimana nella sede del ministero delle Imprese e del Made in Italy, con un calendario di lavoro definito e tempi contenuti, cosi’ da consentire la presentazione delle proposte al tavolo di Palazzo Chigi entro circa un mese e poco piu”. Infine, il sottosegretario ha ribadito che ‘non vi e’ alcuna decisione gia’ assunta ne’ alcun esito prestabilito: saranno prese in esame tutte le ipotesi di lavoro, senza pregiudizi e senza scelte predefinite’.

Rivolgendosi infine ai rappresentanti sindacali, il sottosegretario ha concluso: «Poiché ci conosciamo da tempo, non credo di dover fare inviti al senso di responsabilità perché, come è ben noto, abbiamo fatto un percorso insieme, riconoscendoci reciprocamente in questo senso di responsabilità».

Nel corso dell’incontro, il commissario straordinario di Acciaierie d’Italia, Giancarlo Quaranta, ha spiegato che è in corso una valutazione sulla chiusura dell’area a caldo. Una misura che comporterebbe anche la fermata delle attività negli altri stabilimenti del gruppo siderurgico riforniti dall’impianto di Taranto. Nei prossimi giorni sarà definito un calendario per la progressiva fermata degli impianti.
Quaranta ha inoltre ribadito la posizione della società rispetto ai rilievi contenuti nel provvedimento giudiziario, sostenendo che l’amianto presente nel sito tarantino è confinato e sotto controllo e che le emissioni di PM10 e PM2,5 rientrano nei limiti previsti dall’Autorizzazione integrata ambientale (Aia).

Fim Cisl: "è positivo il fatto che il governo abbia condiviso di costruire con noi una proposta straordinaria che affronti i temi che vengono posti, a partire dal decreto della Corte, ma che affronti anche il tema della salvaguardia industriale del sito. Noi confidiamo che nei prossimi incontri ci sia un lavoro puntuale su trovare alternative rispetto alla chiusura che ci avevano prospettato"; “il destino degli altri siti è collegato al destino dell’Ilva di Taranto perché chiudere le aree a caldo significa chiudere anche le aree a freddo pur se già ferme o spesso in disuso".

Taranto Buonasera

Secondo quanto riferito da USB, non sarebbero stati indicati i prodotti da realizzare, i volumi previsti, gli investimenti necessari e il numero dei lavoratori che potrebbero essere impiegati. «Questa non è una soluzione industriale. È la gestione amministrativa della progressiva dismissione del gruppo»
L’organizzazione respinge inoltre ogni tentativo di attribuire alla magistratura la responsabilità della crisi. 
La limitazione della gara alla sola area a freddo, senza una precisa definizione del futuro produttivo, rischierebbe per USB di aprire la strada allo spezzettamento del gruppo e alla perdita della capacità italiana di produrre acciaio primario.
Di fronte a questo scenario, il sindacato rilancia la richiesta della nazionalizzazione di Acciaierie d’Italia, ritenuta la soluzione necessaria per affidare allo Stato il controllo delle decisioni industriali e ambientali.
USB chiarisce che la proprietà pubblica non avrebbe impedito gli effetti del provvedimento della Corte d’Appello. La nazionalizzazione, però, consentirebbe di programmare gli interventi sugli impianti, garantire gli investimenti, tutelare l’occupazione e preservare la produzione nazionale di acciaio.

Acciaierie d’Italia, insiste l’organizzazione sindacale, “dispone già di lavoratori, tecnici e professionalità in grado di garantire la gestione e la ripartenza degli impianti. Manca una decisione politica all’altezza della situazione.
Accanto alla nazionalizzazione, è necessario aprire immediatamente un confronto su strumenti straordinari di tutela per tutti i lavoratori, senza distinzioni tra diretti, appalti e Ilva in amministrazione straordinaria. Servono garanzie occupazionali, continuità salariale e strumenti nuovi, capaci di accompagnare una vera transizione industriale e ambientale senza scaricarne i costi sulle persone. Qualora il Governo abbia invece deciso di chiudere l’area a caldo e rinunciare alla produzione di acciaio a Taranto, in quel caso, Taranto e i lavoratori dovranno ricevere compensazioni straordinarie e garanzie reali, non nuovi ammortizzatori sociali destinati ad accompagnare la perdita dei posti di lavoro”. 

Gazzetta del Mezzogiorno

nel Consiglio dei ministri di oggi pomeriggio potrebbe esserci un intervento del Governo. All'ordine del giorno è infatti spuntato un provvedimento urgente in materia di Ex Ilva. Potrebbe trattarsi di un decreto legge che sterilizza l'ordinanza della Corte d'appello di Milano e confermerà lo stanziamento di un'ulteriore tranche del prestito necessaria ad assicurare la continuità operativa dell'azienda in attesa del perfezionamento della cessione con riferimento all’area a freddo.
Oggi pomeriggio la premier Giorgia Meloni ha convocato una riunione con i ministri Marina Calderone, Tommaso Foti, Giancarlo Giorgetti, Gilberto Pichetto Fratin, Adolfo Urso e i sottosegretari Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari.

Tornando sulla decisione della Corte d’appello di Milano - una nota

 Taranto, l'ex Ilva allo Stato? Per gli ambientalisti non è la soluzione

"La Corte d'appello di Milano ha stabilito che l’area a caldo dello stabilimento ex Ilva di Taranto deve essere chiusa entro 90 giorni perché le emissioni superano i limiti di legge e potrebbero essere la causa dell'aumento dei tumori. La produzione potrà ripartire soltanto dopo aver «rimosso integralmente l’amianto ancora presente negli impianti» e «adottato le misure necessarie per ricondurre le emissioni delle polveri sottili entro limiti di sicurezza, con riferimento allo scenario produttivo autorizzato di 6 milioni di tonnellate l’anno».
La società si è difesa sostenendo che l'amianto potrà essere rimosso "solo a fine vita tecnica degli impianti". «Non va sottaciuto - è scritto in ordinanza - che gli impianti Ilva e il sistema produttivo, sono rimasti immutati da decenni, e ciò concorre a confermare la permanenza del rischio nell’attualità, in ragione del progressivo ammaloramento dello stabilimento»

La decisione di Milano aiuta ad affrontare in emergenza i problemi della continuità dello stabilimento nelle attuali pericolose, mettendo a nudo le responsabilità di padroni e governo nella loro non volontà di trovare soluzioni a tutela di lavoro e salute dei lavoratori e cittadini. La sentenza dei giudici denuncia anche che l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) 2025 "non contiene alcuna prescrizione in tema di rimozione dell’amianto» ed è «priva di adeguate tutele sulle polveri PM10 e PM2,5"; ad ulteriore conferma che anche il governo Meloni, come i precedenti, non ha fatto nulla per quanto meno ridurre i rischi per la salute degli operai e della popolazione di Taranto, peggiorando enormemente la situazione (mitigata solo e soltanto dal forte calo produttivo).  

A noi sta a cuore la mobilitazione di lavoratori e cittadini, unica  alternativa ai piani e logiche di padroni, governo e Stato del capitale - fermo restando che nocivo è il capitale e non la fabbrica. Serve una piattaforma operaia e popolare su cui chiamare alla lotta autonoma per imporre soluzioni temporanee e di prospettiva.

Urso, Giorgetti, la Meloni rispondono solo con l'allarmismo, non certo perchè si preoccupano dei lavoratori e degli abitanti di Taranto, ma perchè temono che salti o ritardi ancora di molto la svendita dell'ex Ilva. La Meloni, convocando "d'urgenza" una riunione dei ministri interessati, ha subito dichiarato: "il decreto interviene proprio nel momento in cui si era prossimi alla formalizzazione dell’accordo per la cessione dell’intero complesso industriale a un primario operatore siderurgico".

Ma questo testimonia ancora di più che sia il governo sia i possibili futuri padroni non vogliono mettere mano e soprattutto soldi nè ora nè in futuro per affrontare i rischi alla sicurezza e alla salute dentro e fuori la fabbrica; vogliono solo difendere gli interessi di aziende multinazionali, come la Jindal, e dei loro profitti - anche se comportano migliaia di tagli ai posti di lavoro, forte ridimensionamento produttivo e nessun impegno per bonifiche e ambiente.

Gli operai dell'ex Ilva di Taranto è da anni che denunciano la situazione all'interno dello stabilimento: non solo cassintegrazione massiccia, salari taglieggiati, commissari e capi che se ne fregano dei minimi diritti alla sicurezza - ABBIAMO AVUTO DUE GIOVANI OPERAI MORTI NEL GIRO DI DUE MESI E PER LA STESSA SITUAZIONE - ma, per chi lavora, opera come in una gabbia di mostri, non si sa mai da dove deve venire il pericolo, manca la minima manutenzione; o non sai cosa fare nelle 8 ore...

Ma i sindacati confederali e l'Usb alle decine di incontri a Roma, a Taranto, a Bari, non hanno mai posto delle richieste prioritarie a difesa degli operai e della situazione ambientale. La uilm, ora passata col nuovo segretario a fianco del governo, come già da tempo la Fim, sulla stampa in passato ha parlato anche di riduzione dell'orario di lavoro e a volte di integrazione alla indennità della cassintegrazione, poi ai Tavoli "se ne dimenticava"; la Fiom è una voce inutile; l'Usb chiede solo provvedimenti, incentivi per l'uscita dal lavoro, o riduce gli operai della più grande fabbrica siderurgica a LPU per i Comuni... 

Ora più che mai serve per gli operai: autonomia, lotta, piattaforma a tutela del lavoro, salario e della salute, ora e in prospettiva. Serve soprattutto dire basta, alzare la testa, ribellarsi, non aver paura (perchè l'unica paura che si deve avere è perdere il lavoro e anche la vita), scioperare fino a risultati concreti.

Noi siamo perchè si applichi, questa volta seriamente, la sentenza dei giudici di Milano, siamo perchè si facciano gli interventi prescritti e si vada rapidamente ad una decarbonizzazione e ristrutturazione (perchè anche questa decarbonizzazione è una chiacchiera, sono passati circa 2 anni per la vendita o altre soluzioni, quanti decenni vogliono far passare per forni elettrici, ed altro?) ma perchè gli effetti non ricadano sugli operai, è necessario lottare su una piattaforma imposta dagli operai, in unità con la popolazione di Taranto.

Alcune questioni:

- se per la chiusura dell'area a caldo gli operai addetti non potranno lavorare, ci vuole la riduzione generalizzata dell'orario di lavoro a parità di salario e l'integrazione all'indennità di una cassintegrazione strettamente necessaria;

- gli operai devono essere loro protagonisti della messa in sicurezza della fabbrica; hanno fatto, e stanno tuttora in atto, corsi di formazione totalmente inutili, soldi buttati, quando si possono e si devono fare corsi di formazione per bonifiche, ristrutturazione impianti, ecc. 

- serve una postazione ispettiva in fabbrica, per l'emergenza sicurezza.

Questo sarebbe il minimo. MA LO PORRANNO FIM-FIOM-UILM-USB al Tavolo che si tiene oggi a Roma? (domanda retorica...)

lunedì 27 luglio 2026

«Lo stabilimento Ilva è causa di tumori, va chiuso entro 90 giorni». Corte d’appello di Milano

comunicato

la decisione di Milano aiuta ad affrontare in emergenza i problemi della continuità attuale dello stabilimento, mettendo a nudo le responsabilità di padroni e governo nella loro non volontà di trovare soluzioni a tutela di lavoro e salute dei lavoratori e cittadini.

A noi stà a cuore la mobilitazione di lavoratori e cittadini, unica alternativa ai piani e logiche di padroni, governo e Stato del capitale - fermo restando che nocivo è il capitale e non la fabbrica. Serve una piattaforma operaia e popolare su cui chiamare alla lotta autonoma per imporre soluzioni temporanee e di prospettiva

Slai cobas per il sindacato di classe - Taranto

WA 3475301704 

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«Lo stabilimento Ilva è causa di tumori, va chiuso entro 90 giorni». La Corte d’appello di Milano: «Troppo amianto e polveri sottili»

Taranto, l'ex Ilva allo Stato? Per gli ambientalisti non è la soluzione

L'ex Ilva di Taranto

I giudici hanno accolto il reclamo presentato da un gruppo di genitori tarantini. I giudici: «L’area a caldo potrà essere riaperta quando saranno eliminate le criticità»La Corte d'appello di Milano ha stabilito che l’area a caldo dello stabilimento ex Ilva di Taranto deve essere chiusa entro 90 giorni perché le emissioni superano i limiti di legge e potrebbero essere la causa dell'aumento dei tumori. La produzione potrà ripartire soltanto dopo aver «rimosso integralmente l’amianto ancora presente negli impianti» e «adottato le misure necessarie per ricondurre le emissioni delle polveri sottili entro limiti di sicurezza, con riferimento allo scenario produttivo autorizzato di 6 milioni di tonnellate l’anno». E’ questo l’esito del procedimento di reclamo davanti alla Corte d’appello avviato da un gruppo di genitori tarantini contro Ilva spa in As e Acciaierie d’Italia per chiedere l'inibitoria rispetto all'esercizio dello stabilimento: «I rischi sanitari - scrivono i giudici - vanno ridotti entro i limiti di sicura accettabilità»Il Tribunale di Milano aveva respinto la domanda di inibitoria in relazione alla mancata rimozione totale dell'amianto, prescrizione sparita dall'Autorizzazione integrata ambientale del 2025 e invece presente in quella precedente. L'amianto, secondo il reclamo, «è l'unica causa nota che provoca il tumore maligno alla pleura (mesotelioma da asbesto), che si presenta in misura quattro volte superiore, rispetto all'atteso, nella popolazione di Taranto e Statte". La società si è difesa sostenendo che l'amianto potrà essere rimosso "solo a fine vita tecnica degli impianti". «Non va sottaciuto - è scritto in ordinanza - che gli impianti Ilva e il sistema produttivo, come descritto, tra l’altro, nella stessa consulenza di parte di Ilva, sono rimasti immutati da decenni, e ciò concorre a confermare la permanenza del rischio nell’attualità, in ragione del progressivo ammaloramento dello stabilimento».Per quanto riguarda le polveri sottili, invece, la Corte d'appello ha fatto emergere l'insostenibilità della situazione che vede il costante superamento dei limiti di emissione e la necessità di modificarlo passando all'idrogeno. «La previsione della decarbonizzazione - osserva l'ordinanza - presuppone l’insostenibilità dell’attuale sistema produttivo. L’Aia ha durata di dodici anni, e in mancanza di vincolo cogente tra i piani di decarbonizzazione e la prosecuzione dell’attività a ciclo integrale, l’attività potrà proseguire senza decarbonizzazione per altri dodici anni».Il reclamo dei cittadini tarantini, ha scritto la Corte, va respinto «con riferimento alla domanda relativa all’abbattimento di gas a effetto serra» ma va invece accolto relativamente all’inibitoria che riguarda l’amianto e le polveri sottili «aventi ciascuna carattere dirimente». La decisione è quindi molto chiara: «L’accoglimento delle domande dei cittadini, nei termini indicati, impone tout court la sospensione dell’attività nell’area a caldo dello stabilimento.

Ex Ilva - Domani incontro OO.SS. a Roma

Il governo vuole fare un "copia e incolla" come fu con ArcelorMittal, ma anche peggio per la perdita di migliaia di posti di lavoro 

Alcune notizie da un articolo di Corriere di Taranto

Gianmario Leone
Il governo punta ad arrivare al tavolo con i sindacati del 28 luglio con una sorta di preaccordo per la cessione dell’ex Ilva al gruppo Jindal...

Il successivo passaggio... con ogni probabilità, slitterà a settembre-ottobre...

L’intesa politica e industriale dovrà poi essere tradotta in un assetto contrattuale definitivo attraverso il Sale and Purchase Agreement (Spa), che disciplinerà il trasferimento degli asset dell’ex Ilva e gli impegni reciproci delle parti...

La trattativa resta comunque complessa e con numerosi aspetti da definire. Per mesi si è parlato della proposta di acquisizione degli impianti dell’ex Ilva da parte di Jindal al prezzo simbolico di 1 euro, a fronte di un significativo intervento economico pubblico.

Lo scenario più concreto sembra invece quello di un accordo sulla falsariga di quello raggiunto nel 2018 con ArcelorMittal: il fitto degli impianti con un vincolo di acquisto definitivo in un periodo compreso tra i 18 e i 24 mesi.

Resta da chiarire l’entità complessiva dell’investimento di Jindal, così come il contributo economico dello Stato.

Secondo alcune fonti, l’intervento pubblico raggiungerebbe il miliardo di euro. Il Mimit dispone infatti di strumenti di finanziamento, come i contratti di sviluppo, attraverso i quali potrebbe sostenere l’investimento: si parla di una cifra compresa tra i 700 e gli 800 milioni di euro, ancora oggetto di negoziazione...

Uno dei nodi più delicati riguarda il rapporto tra sostenibilità industriale e tutela dell’occupazione. Secondo le ipotesi contenute nel piano presentato da Jindal a marzo, sarebbe prevista una riduzione della forza lavoro nell’ordine di circa 4 mila dipendenti destinati alla cassa integrazione...


Il piano prevede una produzione di 2 milioni di tonnellate con un solo altoforno, in attesa del forno elettrico da 2,5 milioni. All’incirca 4 milioni di bramme arriverebbero dall’impianto Jindal in Oman, garantendo l’attività degli impianti di laminazione di Taranto e degli stabilimenti del Nord (Genova, Novi Ligure e Racconigi). Anche se si starebbe cercando di puntare a due forni elettrici per attutire l’impatto occupazionale.

L’operazione comporterebbe una trasformazione radicale dello stabilimento di Taranto, con il superamento del ciclo integrale e lo smantellamento di gran parte dell’area a caldo.

Una prospettiva che determinerebbe una riduzione strutturale delle emissioni e dell’impatto ambientale dello stabilimento, oltre a rappresentare la fine del modello produttivo che ha caratterizzato la fabbrica per decenni.

Attualmente il sito vive una fase di forte ridimensionamento produttivo, che in molti dentro la fabbrica hanno definito ‘un deserto industriale, dove c’è una calma mai vista’. L’altoforno 1 è sotto sequestro giudiziario dopo il gravissimo incidente del 7 maggio 2025 e, una volta dissequestrato, necessiterà di interventi stimati tra i 6 e gli 8 mesi.
L’altoforno 4 è fermo nonostante la ripartenza fosse stata annunciata per giugno. Gli interventi si sono rivelati più complessi del previsto, a cominciare dal rifacimento del crogiolo. Per questo, la ditta incaricata di avviare le operazioni per la ripartenza dal 26 luglio si è vista recapitare un rinvio sine die delle attività.
Anche le batterie di forni a coke 7-8-12, ferme da gennaio, e la cui ripartenza era stata ipotizzata per aprile e poi giugno, non hanno una data certa di riavvio. Pur avendo effettuato i lavori previsti, l’azienda lo scorso 16 luglio ha comunicato al MASE che ripartiranno solo quando entrerà in funzione un secondo altoforno quando la situazione economico-finanziaria dell’azienda lo permetterà.

Secondo il piano Jindal, gran parte dell’area a caldo verrebbe smantellata, con costi che il gruppo ritiene debbano essere sostenuti dallo Stato.
Una riconversione produttiva che peraltro comporterà una nuova Autorizzazione Integrata Ambientale, considerando il passaggio dal ciclo integrale al forno elettrico. Nel frattempo si applicherà l’attuale AIA, già oggetto di integrazioni e revisioni...

domenica 26 luglio 2026

"Opposizione" parlamentare e polizia - Un commento da un operaio di Taranto

Dopo i fatti di gennaio a Torino, Alleanza Verdi Sinistra torna ad esprimere solidarietà verso i crimini polizieschi. È chiaro come la luce del sole che neanche questo può assolutamente essere il partito che possa fare gli interessi delle masse all'interno del parlamento, ad ulteriore dimostrazione di come nessun partito dell'arco parlamentare possa essere utile alla eliminazione del fascismo di Stato. 

Da un certo punto di vista i tempi che corrono sono ben peggiori di quelli di cento anni fa: allora esisteva un'opposizione, oggi no. 

Stendiamo un velo pietoso su quella mummia egiziana del Presidente della Repubblica, torna anch'egli ad esprimere per l'ennesima volta solidarietà alle forze dell'ordine mentre si dimentica (volutamente) di esprimerne verso il fratello Fakir Abderrahim, giustiziato da quelle stesse merde infami.



Vannacci via da Taranto - Siamo tutti antifascisti - Info solidale

Il fascismo non è un'opinione è un crimine!
 
COMUNICATO
Siamo bell3 come l'antifascismo. Futuro Nazionale fuori da Taranto!
Oggi una cinquantina di persone – donne, uomini, student3, lavorator3, precari3, persone queer, persone con disabilità, bambin3 – si sono ritrovate in Piazza Maria Immacolata per contestare la presenza di Futuro Nazionale intento a raccogliere firme a sostegno dell'omicida Mario Roggero.
Non potevamo restare in silenzio. Non in una città già martoriata come Taranto. Non mentre si tenta di normalizzare la presenza di organizzazioni che alimentano odio razzista, misogino, omolesbobitransfobico, classista e repressivo. Non accettiamo la presenza di chi si richiama apertamente al nazifascismo, sostiene politiche di guerra, militarizzazione e riarmo ed è complice del genocidio in corso in Palestina.
Loro erano protetti dallo schieramento delle forze dell'ordine. Noi eravamo lì con i nostri corpi, le nostre voci e la nostra rabbia, per ribadire con forza che i fascisti non sono i benvenuti nelle nostre piazze e nei nostri quartieri.
Eravamo lì per gridare giustizia. Per difendere chi ogni giorno subisce le conseguenze delle loro politiche di esclusione, discriminazione e violenza. Per affermare che a Taranto esiste una parte di comunità che rifiuta la fascistizzazione della società e non accetta la complicità delle istituzioni – di destra come di centrosinistra – con politiche securitarie, giustizialiste e militariste.
Taranto è una città di resistenza. Non permetteremo che i suoi spazi pubblici diventino terreno di propaganda per chi diffonde odio e sopraffazione.
La piazza di oggi ha dimostrato che esiste una comunità che sceglie di stare dalla parte di chi lotta, resiste e costruisce solidarietà. Una comunità che non delega il proprio antifascismo, ma lo pratica ogni giorno. Che rifiuta la passività e l'oppressione. Che non accetta di assistere inerme alla normalizzazione dei genocidi, delle violenze razziste, delle politiche coloniali e del patriarcato.
Sappiamo che un altro mondo non solo è necessario, ma è possibile. E sappiamo anche che, quando ci organizziamo, quando partiamo insieme e torniamo insieme, non esiste forza più potente dell'amore, della cura e della determinazione collettiva.
Rispediamo al mittente le solite etichette con cui, puntualmente, si tenta di delegittimare chi lotta: "facinorosi", "antagonisti", "terroristi", "violenti".
La violenza ha un nome e un volto ben precisi.
È la violenza di chi propone classi separate per le persone con disabilità. Di chi considera l'autodeterminazione di genere e la libertà sessuale una malattia. Di chi giustifica l'uccisione, la tortura e il massacro di popoli razzializzati. Di chi costruisce consenso alimentando paura, razzismo, patriarcato e nazionalismo.
Durante il presidio, inoltre, un esponente di Futuro Nazionale ha aggredito una nostra attivista, confermando ancora una volta la natura vigliacca e violenta di chi predica odio e intimidazione.
Noi continueremo a essere nelle piazze, nei quartieri, nei luoghi di lavoro e di studio. Continueremo a costruire antifascismo, solidarietà e conflitto sociale.
Perché il fascismo non è un'opinione. È violenza.
E a Taranto non passerà
Antifasciste, antifascisti ed antifascist3

sabato 25 luglio 2026

GUERRA AI GIOVANI. Una legge reazionaria e crudele - Un commento dell'Avv. Antonietta Ricci di Taranto - e una nota

Mentre agli assassini, come il gioielliere, che ammazzano, non certo per difendersi, ma per vendicarsi di chi ha colpito la "sua proprietà", il governo, la Meloni, Salvini, Nordio, Piantedosi, ecc. pensano a decreti di iper estensione della legittimità di uccidere; 

mentre per i poliziotti/carabinieri che ammazzano Fakir, e tanti altri prima e dopo, vantandosi anche - un carabiniere di Bologna nel suo post ha commentato la morte di Fakir scrivendo: "Uno in meno" - il governo risponde con lo "scudo penale" e con una oscena campagna stampa/TV;

in fretta e furia il governo ha fatto un decreto che dichiara i minori sempre colpevoli, un "problema" da trattare solo allargando le maglie della repressione e le porte del carcere.

Questo governo lo fa perchè è fatto di persone fasciste, in cui il più "innocuo", dovrebbe già stare in galera per anni - lo fa per auto-tutelarsi, per propaganda reazionaria, razzista, populista, facile, visto che ha in mano la maggiorparte di giornali e reti televisive. Questo governo non può fare diversamente; questo governo dove mette le mani, soprattutto sulla scuola, sui servizi sociali, sulla cultura, opera per imporre  piani di tagli, di trasformazione al servizio del militarismo, della guerra, dell'attacco ad ogni voce libera, dissidente, intelligente, ecc. Su questo non ci devono essere illusioni, è la logica e l'azione fascista/razzista che guida i loro provvedimenti; nessun appello, nessuna denuncia legittima "gli fa un baffo" o fa fare un passo indietro, e quando sono costretti a farlo dalle proteste, da alcune lotte, allora via libera alla repressione, ai "decreti" - lo comprendano anche i democratici.

Questo governo, dietro episodi di singoli giovani - episodi ultra normali, ci sono sempre stati - in realtà sono i giovani che lottano, che si ribellano, che fanno le manifestazioni, che si scontrano con la polizia e attaccano le "proprietà", il loro obbiettivo; questi li fanno andare di "bestia" - e non è certo un caso che questo decreto "maranza" l'hanno fatto subito dopo la manifestazione di Bologna per Fakir e gli scontri con la polizia. Su questi giovani il governo, la sua polizia concentrerà la sua violenza.

Ma qui, soprattutto qui, devono trovare la giusta risposta!

proletari comunisti 

IL COMMENTO AL DECRETO DELL'AVVOCATA ANTONIETTA RICCI DI TARANTO

Non è un decreto contro i 'maranza': è un decreto contro i giovani. 

Ieri il Consiglio dei ministri ha approvato quello che molti quotidiani hanno definito il "decreto anti maranza". Ma questa definizione è fuorviante. Più correttamente, bisognerebbe chiamarlo decreto anti minori, perché interviene direttamente sulla giustizia penale minorile e modifica uno dei principi  fondamentali su cui essa si è sempre retta. Il provvedimento cambia infatti l'articolo 98 del Codice penale introducendo una presunzione di capacità di intendere e di volere per i minori tra i 14 e i 18 anni. In altre parole, viene ribaltato l'onere  della prova: fino a oggi era lo Stato a dover dimostrare che un ragazzo avesse la maturità necessaria per  essere pienamente imputabile; da domani sarà il minore a essere considerato automaticamente capace, salvo prova contraria.  

È un passaggio enorme, che racconta molto più di una semplice modifica tecnica. È l'ennesimo tassello  di quella che appare sempre più come una vera e propria guerra ai giovani, e più in generale contro  chiunque venga percepito come un problema sociale invece che come una persona da comprendere. 

Questa strategia non nasce oggi. È iniziata con il decreto contro i rave, trasformando un fenomeno  marginale in un'emergenza nazionale. È proseguita con il decreto Caivano, che ha irrigidito la giustizia  penale minorile e ha contribuito a un fatto senza precedenti: il sovraffollamento degli istituti penali per  minorenni. È continuata con i decreti sicurezza che colpiscono i giovani militanti e oggi arriva questo  nuovo intervento, che prosegue sulla stessa strada: meno diritti, più repressione. 

Nel merito, poi, il decreto è costruito su molta propaganda e poca sostanza. Non abbassa l'età  dell'imputabilità, che resta fissata a 14 anni. Ma modifica qualcosa di altrettanto rilevante: cancella il  principio secondo cui l'accertamento della maturità del minore è un presupposto della responsabilità  penale. Fino a oggi il giudice doveva verificare, caso per caso, il grado di consapevolezza del ragazzo. Ora quella verifica non sarà più il punto di partenza, ma un'eccezione. 

Il messaggio politico è chiarissimo: non capire, ma punire. Ed è proprio qui il nodo della questione. Perché è sempre più semplice costruire consenso attraverso la  repressione che affrontare davvero le cause del disagio giovanile. È più facile evocare il nemico di turno che investire nella scuola, nell'inclusione, nei servizi sociali, nel lavoro educativo. 

Pensiamo alle seconde generazioni, ai giovani cresciuti nelle periferie, alle difficoltà di integrazione  sociale, culturale ed economica. Sono problemi complessi, che richiederebbero politiche di welfare,  inclusione e cittadinanza. Questo governo sceglie invece la strada opposta: trasformare il disagio in una questione di ordine pubblico. 

Ed è evidente che queste norme finiranno per colpire soprattutto alcuni gruppi sociali: chi vive  condizioni di marginalità sociale, economica e culturale. 

Anche il linguaggio utilizzato non è casuale. Parole come "maranza" non servono solo a descrivere un  fenomeno: servono a costruire uno stereotipo, a identificare un'intera categoria di giovani come  pericolosa per definizione. Prima si crea il nemico, poi si giustificano norme sempre più severe. 

Il paradosso è che lo Stato spesso non riesce a garantire inclusione scolastica, opportunità lavorative,  percorsi educativi o persino il riconoscimento della cittadinanza a ragazzi nati e cresciuti in Italia. Ma  quando quei giovani manifestano disagio, l'unica risposta che trova è il diritto penale. 

Parallelamente, il decreto rafforza i poteri di prevenzione e controllo del territorio in chiave “anti-bande”. Il Questore può emettere avvisi orali e vietare a chi è stato coinvolto in episodi di violenza o  danneggiamento in gruppo di tornare a radunarsi con gli stessi soggetti, soprattutto se già colpiti da  misure di prevenzione o condannati per reati contro la persona o il patrimonio in luoghi pubblici.  

Viene ampliato l’uso dell’accompagnamento e trattenimento in ufficio di polizia per l’identificazione di  persone ritenute pericolose, estendendo di fatto ai minorenni il cosiddetto “fermo di prevenzione”,  con particolare attenzione a stazioni, zone della movida e grandi eventi.  

Sul fronte del contrasto al degrado urbano, si introducono procedure accelerate di sgombero per le  occupazioni abusive e una nuova aggravante di danneggiamento commesso da almeno cinque  persone, che consente l’arresto anche in flagranza differita sulla base di immagini e video. 

Magistrati minorili, avvocati, accademici e associazioni come Antigone parlano apertamente di  “tradimento” del modello italiano di giustizia minorile, storicamente considerato tra i più avanzati in  Europa. Giuristi e associazioni denunciano un effetto di “profiling” di classe e di origine: le nuove misure, pur scritte in termini generali, tendono a colpire soprattutto adolescenti che vivono in quartieri popolari, con alle spalle fragilità economiche, scolastiche e familiari, già oggetto di stigmatizzazione sociale. 

Un altro punto sensibile riguarda il rapporto tra dati reali e percezione di insicurezza. Le statistiche ufficiali non indicano un’esplosione incontrollata della criminalità minorile, ma l’attenzione mediatica su episodi particolarmente violenti o spettacolari alimenta l’idea di un’emergenza costante.  

Su questo terreno, il “decreto maranza” è una risposta meramente propagandistica: un messaggio politico riassumibile nello slogan qualunquista e populista “chi sbaglia paga, anche se minore”, che  però ignora le complessità del mondo giovanile e i principi di gradualità e proporzionalità sanciti dalle  norme nazionali e internazionali. 

In realtà, il dibattito sul decreto mette a nudo una frattura ben più profonda: quella tra le istituzioni e le nuove generazioni. Per troppi ragazzi lo Stato ha un solo volto: quello delle divise, dei controlli, delle perquisizioni e delle sanzioni. Molto più difficile, invece, incontrarlo sotto forma di scuola, servizi sociali, presìdi culturali, impianti sportivi, opportunità educative o strumenti concreti di emancipazione. 

È la fotografia di un fallimento politico prima ancora che normativo. Perché quando l'unica risposta al disagio giovanile diventa il diritto penale, significa che lo Stato ha già rinunciato a svolgere la sua funzione più importante: prevenire, includere, offrire opportunità. 

Il rischio è evidente. Costruire un impianto normativo che parte dal presupposto che il minore sia innanzitutto un potenziale pericolo significa alimentare una logica di contrapposizione permanente, dividendo la società tra chi deve essere protetto e chi deve essere controllato. Una narrazione tossica che trasforma migliaia di adolescenti – spesso provenienti dalle periferie o dalle seconde generazioni – in bersagli politici prima ancora che in cittadini. 

Per questo il cosiddetto "decreto maranza" non è soltanto un insieme di norme penali e amministrative. È il manifesto di una precisa idea di società: una società che, di fronte alle fragilità, sceglie di punire invece di comprendere; che investe nella repressione perché costa meno, politicamente, che investire nella scuola, nel welfare, nell'inclusione e nella cittadinanza. È una scelta miope e profondamente in contrasto con lo spirito della Costituzione, che assegna alla pena una funzione educativa e impone alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli che limitano l'uguaglianza sostanziale. Sostituire l'educazione con la repressione non renderà il Paese più sicuro: renderà soltanto più profonda la distanza tra lo Stato e una generazione che continua a sentirsi vista come un problema, anziché riconosciuta come una risorsa e come cittadinanza a pieno titolo. 

Questo decreto non renderà il Paese più sicuro. Lo renderà semplicemente più duro con i più deboli, più impaurito e più diviso. Ed è questo, forse, il vero obiettivo della propaganda: alimentare la paura invece di risolvere i problemi.