martedì 15 settembre 2026

Ex Ilva - rinviato a mercoledi ore 10 l'incontro a Roma

La mobilitazione deve continuare e dopo l'incontro se fosse senza risultati concreti deve estendersi ed elevarsi

Diciamo ai lavoratori: non facciamoci ingannare, come è avvenuto con l'accordo del 2018, che tutti hanno firmato e che ha contribuito a portarci all'attuale situazione 

Fatti e non parole

 

Taranto non è città di guerra...

Oggi, martedì 15 ore 19, una prima riunione aperta alla sede Slai Cobas lancerà una mobilitazione prolungata contro la realizzazione del comando Nato a Taranto e di trasformare sempre più Taranto in città di guerra al servizio delle missioni imperialiste nel Mediterraneo, nel mar rosso, nel nord Africa, Golfo persico, Medio Oriente - in una citta' da economia di guerra, militarizzazione industrie belliche.

Campagna prolungata che prevede una prima iniziativa alla Base navale e in piazza sin dalla prossima settimana.

Invitiamo tutti a condividere e a codecidere questa campagna - unita  alle iniziative Palestina/ddl antisemitismo/repressione prigionieri politici.

lunedì 14 settembre 2026

Un altro riassunto stampa della giornata di ieri

“Ex Ilva, il tempo è scaduto: servono risposte ora”

Il tempo delle attese è finito. È questo il messaggio lanciato oggi dalle lavoratrici e dai lavoratori delle imprese dell’appalto dell’ex Ilva di Taranto, protagonisti di una mobilitazione che, partita dalla Portineria Imprese, ha attraversato la città fino a raggiungere Palazzo di Città.

La giornata si è aperta con l’assemblea unitaria convocata da Fim, Fiom, Uilm e Usb, che hanno ribadito la necessità di risposte immediate sul futuro dello stabilimento, sull’occupazione e sull’intero sistema dell’indotto.

Da mesi, spiegano le organizzazioni sindacali, vengono denunciate l’assenza di risposte concrete e la mancanza di una prospettiva industriale chiara e credibile per Taranto. Una situazione che coinvolge migliaia di lavoratori e le loro famiglie, ancora in attesa di conoscere quale sarà il proprio futuro.

Non c’è più tempo per non intervenire: servono risposte subito“, è il messaggio lanciato durante l’assemblea.

Al termine dell’incontro è partito il corteo dei lavoratori dell’indotto, promosso e guidato dalle quattro organizzazioni sindacali. La manifestazione ha attraversato la strada provinciale Taranto-Statte e il quartiere Tamburi, per poi raggiungere il Comune di Taranto.

I lavoratori si sono concentrati nella piazza antistante Palazzo di Città. Una delegazione sindacale è stata quindi ricevuta dal sindaco Piero Bitetti, al quale è stata rappresentata la gravità della situazione occupazionale e industriale.

Per Fim, Fiom, Uilm e Usb quella di oggi non è una protesta isolata, ma l’avvio di una nuova fase di mobilitazione. I sindacati parlano di una «bomba sociale» denunciata da mesi e chiedono alle istituzioni di assumersi le proprie responsabilità.

“La politica non si nasconda dietro il Tribunale di Milano”

Nel documento diffuso al termine della mobilitazione, le organizzazioni sindacali rivolgono un messaggio diretto alla politica, chiamata a non utilizzare le decisioni della magistratura come alibi per non intervenire.

«La politica non può utilizzare le decisioni della magistratura come alibi per non assumersi sino in fondo le proprie responsabilità», sostengono Fim, Fiom, Uilm e Usb.

La richiesta è rivolta innanzitutto al Governo, ma anche alle forze politiche e alle istituzioni: servono garanzie per tutti i lavoratori coinvolti, da quelli direttamente impiegati nello stabilimento a quelli di Ilva in amministrazione straordinaria e dell’indotto.

Il tema non è soltanto occupazionale. Per i sindacati occorre definire anche quale futuro industriale garantire a Taranto e quale prospettiva dare allo stabilimento.

L’appello: “Il Governo blocchi i licenziamenti”

La questione più urgente resta però quella dei posti di lavoro. I sindacati chiedono al Governo un intervento immediato per fermare i licenziamenti annunciati.

«Non si può parlare di futuro industriale mentre migliaia di lavoratori rischiano, nel frattempo, di perdere il proprio posto di lavoro», sostengono le quattro sigle, chiedendo di mettere in campo tutti gli strumenti necessari per salvaguardare i lavoratori coinvolti, a partire da quelli dell’indotto.

«Nessun lavoratore deve essere lasciato indietro» è uno degli slogan della mobilitazione.

Domani Fim, Fiom, Uilm e Usb saranno a Palazzo Chigi per l’incontro convocato sul futuro dell’ex Ilva. L’esito del confronto sarà quindi al centro di una nuova assemblea che coinvolgerà i lavoratori di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, di Ilva in amministrazione straordinaria e dell’intero indotto.

Sarà quella la sede, annunciano i sindacati, per discutere e decidere le prossime iniziative.

La mobilitazione di oggi rappresenta dunque, nelle intenzioni delle organizzazioni sindacali, l’inizio di una fase di protesta destinata a proseguire qualora non arrivino risposte concrete.

La richiesta finale è chiara: garanzie su occupazione e salario e una vera prospettiva industriale per Taranto. «Il tempo è scaduto», ribadiscono Fim, Fiom, Uilm e Usb.

Aprono le scuole comincia la mobilitazione - info solidale

Scuola, primo giorno e prime proteste: mobilitazione al liceo Archita.

Gli studenti contestano le politiche del Governo su carovita, spese militari e riforma Valditara. Nel mirino anche l’alternanza scuola lavoro e l’ipotesi di reintroduzione della leva

redazione.taranto@buonasera24.it


Il FGC lega la protesta anche ai 4 anni di mandato del Governo Meloni, contestandone le scelte economiche, sociali e militari.

Il governo festeggia 4 anni di mandato, ma non c’è niente da festeggiare”, afferma Edgardo del FGC, indicando tra i temi della mobilitazione il carovita, la stagnazione dei salari e quelle che il movimento definisce politiche antipopolari.

Nel mirino degli studenti finiscono anche le scelte in materia di difesa e l’aumento delle spese militari. “Il governo Meloni ci porta sull’orlo della guerra, aumentando le spese militari per raggiungere il target NATO del 5% del PIL”, sostiene Edgardo.

Il FGC ribadisce quindi la propria contrarietà a una possibile reintroduzione della leva militare e alle esperienze di alternanza con l’esercito. “La gioventù non si arruola”, è il messaggio lanciato durante la protesta.

Un altro fronte di contestazione riguarda la riforma Valditara. Sonia, intervenendo a nome del movimento, sottolinea gli effetti che, secondo il FGC, deriverebbero dall’entrata a regime della nuova impostazione per gli istituti tecnici e professionali.

Introduce la scuola in 4 anni nei tecnici e professionali e aumenta lo spazio per l’alternanza scuola lavoro”, afferma, contestando la riduzione delle ore di lezione a vantaggio delle attività lavorative.

Il FGC richiama inoltre i casi dei 3 studenti morti nel 2022 durante esperienze collegate alla scuola lavoro e rinnova la propria opposizione al sistema.

L’appello conclusivo è rivolto agli studenti di tutta Italia, invitati a organizzarsi e a proseguire la mobilitazione contro le politiche del Governo.

Oggi assemblea e poi blocco e corteo degli operai ex Ilva dell'indotto contro i licenziamenti - ampia informazione

Questa mattina massiccia partecipazione degli operai dell'appalto all'assemblea generale tenutasi davanti alla portineria Ditte.
 
Alle 7 sono cominciati gli interventi dei sindacalisti fim fiom uilm usb, che è bene conoscere perchè insieme a giusti appelli a respingere i licenziamenti e alla denuncia dei governi che hanno portato a questa situazione, sono state dette anche cose che non condividiamo e testimoniano in realtà la posizione inadeguata dei sindacati rispetto a tutta questa lunga fase che porta oggi ai licenziamenti richiesti dalle aziende e al processo a catena innestato dalla sentenza di Milano.
 
Subito dopo è partito lo sciopero di 24 ore fino alle 7 di domattina; una parte dei lavoratori ha bloccato la via per Statte e poi ha dato vita a un corteo che ha raggiunto la città e bloccato il ponte chiedendo di incontrare il sindaco; un'altra parte ha bloccato la via Appia, verso Bari. 
 
Lo Slai cobas appoggia tutte le iniziative di lotta in corso; ma nei prossimi giorni - probabilmente giovedi - esporremo ai lavoratori dell'appalto le nostre valutazioni e proposte di obiettivi e forme di lotta.
 Gli interventi dei sindacati in assemblea e di alcuni operai 
  
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Ex Ilva, l’indotto alza la voce: “Ritirare subito i licenziamenti collettivi”. video

Assemblea dei lavoratori davanti allo stabilimento. Fim Cisl e Fiom Cgil chiedono ammortizzatori straordinari, garanzie occupazionali e un piano industriale

L'assemblea dei lavoratori ex Ilva - foto di Francesco Manfuso

L'assemblea dei lavoratori ex Ilva



TARANTO - La preoccupazione per il futuro dei lavoratori dell’appalto e dell’indotto dell’ex Ilva è esplosa questa mattina nell’assemblea organizzata davanti allo stabilimento siderurgico. Al centro del confronto ci sono le procedure di licenziamento collettivo già annunciate da alcune aziende, l’assenza di adeguati ammortizzatori sociali e la richiesta al Governo di indicare con chiarezza quale prospettiva industriale e occupazionale intenda garantire al territorio.

A chiedere un intervento immediato è Pietro Cantoro, segretario Appalto Indotto della Fim Cisl Taranto Brindisi, che individua come prima emergenza la tutela dei dipendenti delle imprese coinvolte.

Bisogna innanzitutto coprire con ammortizzatori sociali straordinari ad hoc le aziende dell’appalto che hanno già dichiarato licenziamenti collettivi”, afferma Cantoro, chiedendo contemporaneamente alle imprese che hanno avviato le procedure di fare marcia indietro. “Intimiamo a tutte le aziende che lo hanno fatto di ritirarli immediatamente”.

Per la Fim Cisl, però, la risposta non può limitarsi alla gestione dell’emergenza occupazionale. Al Governo viene chiesto di mettere sul tavolo un programma e un piano industriale in grado di indicare tempi e modalità per una possibile ripresa delle attività.

“La gente ha bisogno di lavoro”, sottolinea Cantoro, richiamando anche il tema della riconversione. “È un problema che andava affrontato e deve essere affrontato con urgenza”, con soluzioni che siano compatibili con le sfide ambientali. “Le persone non possono essere abbandonate al loro destino e hanno bisogno di garanzie di futuro”.

Un quadro di forte incertezza emerge anche dalle parole di Paolo Panarelli, coordinatore Indotto Acciaierie d’Italia della Fim Cisl. La principale preoccupazione riguarda salario e continuità occupazionale, soprattutto per quei lavoratori che non dispongono di strumenti di sostegno al reddito.

“Dalle assemblee di questa mattina emerge una forte preoccupazione per i lavoratori dell’appalto del territorio, preoccupati per il loro destino e per il loro salario”, dichiara Panarelli.

Il coordinatore della Fim evidenzia inoltre il rischio rappresentato dalle procedure annunciate dalle imprese. “Le loro aziende, i loro imprenditori già stanno minacciando con i licenziamenti collettivi”, afferma, ribadendo la contrarietà del sindacato: “Non accetteremo un licenziamento collettivo”.

La richiesta è quella di individuare strumenti capaci di assicurare la salvaguardia dei posti di lavoro e una prospettiva per i dipendenti delle aziende dell’appalto.

Dalla Fiom Cgil arriva invece l’annuncio di una possibile nuova fase di mobilitazione. Patrizio Di Pietro definisce l’assemblea “il primo segnale di reazione” dei lavoratori dell’appalto di Acciaierie d’Italia dopo il riavvio delle procedure di licenziamento collettivo da parte dell’associazione industriale AIGI.

“Occorreva reagire”, afferma Di Pietro. “Lo stiamo facendo attraverso un’assemblea che coinvolge tutti i lavoratori per dare loro i dettagli della situazione attuale”.

Nel corso del confronto saranno valutate le iniziative da mettere in campo. Tra queste, secondo l’esponente della Fiom, c’è anche lo sciopero. “Decideremo le iniziative che riterremo più opportune, sicuramente con l’avvio di una fase di sciopero che deve vedere coinvolti tutti”.

Anche dalla Fiom il messaggio viene indirizzato direttamente al Governo, chiamato ad assumere decisioni in grado di tutelare i dipendenti dell’indotto. “La reazione va inoltrata anche nei confronti del Governo, che deve adottare necessariamente decisioni per garantire questi lavoratori”.

Siamo stanchi di subire, come abbiamo fatto nel corso di questi anni”, conclude Di Pietro. “Ci devono dare garanzie lavorative perché i lavoratori non possono rimanere disoccupati a vita”.

 Quotidiano di Puglia

Strade bloccate a Taranto

La protesta in corso a Taranto da stamattina
La protesta in corso a Taranto da stamattina
Protesta e strade bloccate stamattina a Taranto e attorno al capoluogo.  Dopo l'assemblea davanti alla portineria imprese dello stabilimento ex Ilva di Taranto, i sindacati Fim, Fiom, Uilm e Usb hanno proclamato le prime 24 ore di sciopero per tutti i lavoratori dell'appalto a partire dalle ore 9 di oggi sino alle 7 di domani.

«Sia chiaro - sottolineano i sindacati nella comunicazione di sciopero - che non ci fermeremo se non ci saranno soluzioni e misure straordinarie per tutti lavoratori». 

Ad aprire la settimana è dunque la protesta dei lavoratori dell'indotto, mentre domani è previsto a Palazzo Chigi un nuovo tavolo sull'ex Ilva tra Governo e sindacati. A ieri, però, non era ancora arrivata alcuna convocazione formale né alle organizzazioni sindacali né ai commissari 

Ex Ilva, scatta la protesta dei lavoratori dell'indotto: bloccato il ponte girevole a Taranto. «Servono garanzie» VIDEO

Redazione online Gazzetta del Mezzogiorno

I dipendenti si sono riuniti in assemblea davanti alla Portineria Imprese dello stabilimento di Taranto per esaminare la situazione pesantissima. Proclamate le prime 24 ore di sciopero, il corteo è arrivato in città

Stamattina, dalle prime luci del mattino, i lavoratori dell’indotto ex Ilva si sono riuniti in assemblea davanti alla Portineria Imprese dello stabilimento di Taranto per esaminare una situazione pesantissima: potrebbero presto raddoppiare, infatti, le annunciate 2500 lettere di licenziamento, legate allo stop dell’area a caldo del siderurgico entro fine ottobre, disposto dalla Corte d’Appello di Milano.

Ad aprire la settimana è dunque la protesta dei lavoratori dell’indotto, mentre domani è previsto a Palazzo Chigi un nuovo tavolo sull'ex Ilva tra Governo e sindacati. A ieri, però, non era ancora arrivata alcuna convocazione formale né alle organizzazioni sindacali né ai commissari delle amministrazioni straordinarie di Ilva e Acciaierie d’Italia. «Il tempo è scaduto», hanno ribadito i sindacati, chiedendo garanzie occupazionali, tutela del reddito e un piano industriale per Taranto. Al centro della protesta anche il blocco delle procedure di licenziamento nell’appalto.

I dipendenti sono partiti in corteo alle 8 e hanno bloccato la strada per provinciale per Statte, ma è annunciato un blocco stradale anche sulla statale in direzione Bari. Il corteo ha attraversato il quartiere Tamburi e si muove verso Palazzo di Città. Viabilità in tilt a causa dei blocchi stradali.

Contestualmente, le sigle FIM, FIOM, UILM e USB, hanno proclamato le prime 24 ore di sciopero per tutti i lavoratori dell'appalto, fino alle 7 di domani mattina. "Sia chiaro che non ci fermeremo se non ci saranno soluzioni e misure straordinarie per tutti", fanno sapere in una nota.

Il corteo dei lavoratori dell’indotto ex Ilva e dei rappresentanti sindacali ha raggiunto il Municipio di Taranto, dove è in corso un sit-in. Un gruppo di manifestanti ha temporaneamente bloccato il ponte girevole. Una delegazione ha chiesto di parlare con il sindaco Piero Bitetti. Le sigle sindacali chiedono una convocazione a Palazzo Chigi e il blocco di licenziamenti per riprendere la discussione, altrimenti continueranno con le iniziative di mobilitazione. "Abbiamo la necessità di confrontarci - hanno ribadito - non solo rispetto a quello che accadrà un secondo dopo la chiusura dell’area a caldo, ma per dare risposte ai lavoratori diretti, di Ilva in As e dell’appalto che non hanno nessuna prospettiva. Il nostro compito è quello di salvaguardare non la produzione, ormai ferma, ma il futuro di migliaia di lavoratori con le loro famiglie»

«Emerge un problema importantissimo, quello di coprire innanzitutto con degli ammortizzatori sociali straordinari ad hoc le aziende dell’appalto che hanno già dichiarato licenziamenti collettivi e chiaramente intimiamo a tutte le aziende che lo hanno fatto di ritirarli immediatamente». Lo sottolinea Pietro Cantoro della segreteria territoriale Fim Taranto-Brindisi con delega ad appalto e indotto a margine della manifestazione di protesta.

«Il governo - esorta il sindacalista - ci dia un programma e un piano industriale di ripresa delle attività perché i lavoratori hanno bisogno di difendere il reddito. La riconversione è un problema che andava affrontato e deve essere affrontato con urgenza e chiaramente ci attendiamo scelte rispettose dell’ambiente e delle sfide che ci aspettano. I lavoratori non possono essere abbandonati al loro destino e hanno bisogno di garanzie di futuro». 

la protesta arriva in città

Da un gruppo di operai

Ci è pervenuto questo manifestino da parte di un gruppo di operai Ilva.

In esso  vengono indicati alcuni strumenti per salvaguardare il lavoro e la salute. 

Su alcuni siamo d'accordo: in specifico:
sulle bonifiche ambientali; su ricollocazione e riqualificazione
Ma se intendiamo la stessa cosa: che gli stessi operai non in produzione devono essere impiegati nelle bonifiche della fabbrica e dell'area industriale, dopo formazione, riqualificazione idonea; e che, quindi, devono essere dipendenti della proprietà della fabbrica (padroni privati o Stato con la nazionalizzazione) come gli  altri operai in produzione - non messi fuori dall'ex Ilva; altrimenti non ci sarà nè lavoro, nè bonifiche  (pensiamo a Bagnoli, ma pensiamo anche alla Cementir chiusa da 13 anni).
Sono gli operai, che conoscono la fabbrica, che hanno vissuto e vivono direttamente la grave situazione su sicurezza e salute, e che nei tanti anni, hanno lottato anche per questi, proponendo pure soluzioni (ma ne sono stati repressi e lasciati soli da sindacati e ambientalisti), che possono contribuire a dire cosa serve per bonificare. Senza gli operai, con gli operai mandati a casa, padroni, governo non faranno nulla, se non gli dà profitto, scaricando sullo sfruttamento degli operai rimasti e sulle malattie e morte degli abitanti di Taranto.  

Per questo, mentre siamo per i pensionamenti anticipati (ma chiaramente riguarderebbero una ristretta fascia di operai); non siamo d'accordo invece per incentivi all'esodo e su LPU e lavoro pubblico. Non si tratta di lavoro e invece si tratta di falsi sostegni al reddito: gli uni, gli incentivi, dopo qualche hanno finiscono e le imprese autonome si è già visto che rischiano il fallimento; le attività Lpu vogliono dire lavoretti gratis per i Comuni, comunque a termine, e misero incremento al reddito/cassintegrazione degli operai.

Infine, legge speciale per Taranto, va riempita di contenuti; così Piano straordinario per l'industria rischia di essere solo, anche questa, una vuota parola, tenendo conto che se la grande industria chiude o si ridimensiona molto, si crea un deserto anche per altre industrie.

Ma, soprattutto, agli operai che fanno queste proposte, chiediamo: E gli operai? Gli operai che devono fare per ottenere dei risultati di effettiva difesa di lavoro, salari e salute? Dov'è la lotta prolungata, organizzata autonomamente dai sindacati collaborazionisti, che possa essere in grando di strappare a governo, padroni quei risultati?

Torna a uscire il settimanale ORE 12 Controinformazione rossoperaia - Diffuso alle fabbriche, posti di lavoro, nelle lotte - richiedere a pcro.red@gmail.com

domenica 13 settembre 2026

15 settembre alle ore 19 presso la sede Slai cobas, Taranto via Livio Andronico 47, riunione per far partire la campagna di denuncia e informazione verso la mobilitazione

striscione  di una manifestazione davanti all'ammiragliato dei mesi scorsi 

La gravità delle dichiarazioni di Cavo Dragone che conferma la creazione a Taranto del comando Nato e il ruolo strategico della nostra città nei piani di guerra, la necessità di mobilitarci per Palestina / Ddl antisemitismo / repressione / prigionieri politici, ci spinge a convocare una riunione urgente di tutti i compagni e compagne e realtà interessate per organizzare una mobilitazione tempestiva alla Base navale e in città.

Proponiamo questa riunione per il 15 settembre alle ore 19 presso la sede Slai cobas Taranto via Livio Andronico, 47, per decidere insieme le iniziative necessarie.

Taranto torna al centro della strategia dell’Alleanza Atlantica.

Alla Base Navale, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato Militare NATO, in conferenza stampa, il 7 settembre, ribadisce che la pace non è frutto della casualità ma di deterrenza, investimenti e capacità credibili. La città dei due mari, storica casa della Marina, è oggi piattaforma chiave per la sicurezza del Mediterraneo.
Dal vertice di Ankara a Bruxelles, passando per Taranto, la rotta è quella della “NATO 3.0”: più capacità, più responsabilità condivise, più rapidità di risposta. Le minacce sono concrete – Russia, terrorismo, disinformazione, attacchi ibridi – e negli ultimi due anni si sono registrati 700 scramble, segnale di una pressione costante sui cieli dell’Alleanza.
Sul Fianco Sud Taranto è strategica grazie al SOC, alle Forze navali permanenti e al futuro comando multinazionale marittimo. Parallelamente si rafforza il Fianco Est con battlegroup integrati. L’Italia aumenta gli investimenti e colma le lacune capacitive: un segnale tangibile è il passaggio del JFC Naples a guida italiana.
Le guerre restano convenzionali ma sono trasformate da droni e intelligenza artificiale. L’elemento umano, però, resta decisivo. In sicurezza il tempo è il vero terreno di scontro: occorre agire prima, anticipare, prevenire. L’Alleanza si definisce “anti-fragile”, più forte dopo ogni crisi.
La sicurezza, ha ricordato Cavo Dragone, è uno sforzo che coinvolge l’intera società. Al centro ci sono persone e famiglie. Taranto, culla e frontiera, continuerà a tenere aperta la porta del Mediterraneo per un miliardo di cittadini dell’Alleanza

sabato 12 settembre 2026

Ex Ilva Taranto: la situazione dal punto di vista di padroni e governo e dal punto di vista proletario

NB - Questo testo è stato registrato in ORE 12 Contronformazione rossoperaia giovedì scorso. Da allora la situzione è ulteriormente mutata. La Corte d'appello ha confermato la chiusura dell'area a caldo e le Ditte dell'indotto e dell'appalto hanno confermato i 2500 licenziamenti.

Lunedi dalle 7 alle 9 vi sarà una prima grossa assemblea davanti alla portineria delle imprese. Noi ci saremo.


Nell'affrontare la questione ex Ilva come principale questione che riguarda i grandi gruppi industriali e le grandi fabbriche in questo Paese, mai va dimenticato che lo stabilimento ex Ilva di Taranto è attualmente la più grande fabbrica del Paese per organici diretti, appalto e indotto e che la vicenda dell'Ilva ha implicazioni di ogni genere, sia relative al problema del lavoro e condizioni di lavoro, sia chiaramente all'enorme questione della sicurezza e dei danni ambientali causati dalla gestione capitalistica della fabbrica che si è succeduta, prima come fabbrica delle partecipazioni statali, poi con la lunga permanenza di padron Riva, infine ArcelorMittal, e oggi i commissari per conto del Governo.

Tutte queste questioni fanno sì che l'Ilva sia una questione centrale a cui dovrebbero guardare operai e tutte le forze che agli operai e lavoratori si rifanno in questo Paese, in particolare quelle fuori dal perimetro della cosiddetta “sinistra di opposizione parlamentare”.

Proprio perché la situazione è articolata e complessa, è fondamentale il punto di vista da cui ci si mette e i criteri di lettura di questa vicenda secondo gli strumenti che si vogliono mettere in campo.

Noi come Slai cobas, proletari comunisti e questo organo, ORE 12, ci rifacciamo al marxismo e vorremmo che tutte le forze di estrema sinistra e di parte proletaria e anticapitalista si rifacessero al marxismo, cosa che non è.

Nello stesso tempo ci poniamo chiaramente dal punto di vista operaio come punto di vista principale a cui va unito il punto di vista delle masse popolari di Taranto e in più in generale il punto di vista dell'intero arco del movimento operaio, sia quello implicato nella crisi siderurgica sia quello più generale, dato che la siderurgia è un fattore importante dentro il sistema produttivo di tante altre realtà di fabbrica e del mondo del lavoro.

Ponendoci dal punto di vista degli operai la situazione è piuttosto semplice:

padroni e governo, in particolare quest'ultimo che ha fatto e fa anche da padrone, tramite i commissari all'interno del gruppo industriale e nella fabbrica a Taranto, non sono riusciti a trovare una soluzione. Hanno provato a svendere l'Ilva al primo offerente, ma nei fatti la campagna di vendita non ha prodotto risultati sostanziali, siamo ancora al palo su questo terreno. Nello stesso tempo l'unica cosa che è stata garantita ai lavoratori è una sorta di continuità lavorativa falcidiata da una cassa integrazione permanente che ha toccato ampie fasce dei lavoratori e che chiaramente ne ha aumentato il disagio sul piano salariale e di prospettiva.

Da questo punto di vista la nostra posizione è: nessun licenziamento, nessun esubero.

E non perché sia una questione a prescindere, ma perché nelle grandi fabbriche di tutto il Paese e del sistema mondiale bisogna combattere lo scarico della crisi sugli operai, che riguarda principalmente l’attacco al lavoro e al salario.

La prima questione, quindi, è che noi siamo rigorosamente contrari a qualsiasi soluzione che non comporti il blocco dei licenziamenti per tutti e in particolare in queste ore per gli operai dell'appalto, dell’indotto, e degli esuberi per quanto riguarda gli operai diretti all'Ilva di Taranto come naturalmente nelle altre realtà della siderurgia ex Ilva in questo Paese – ma, ripetiamo, con un'attenzione particolare a quella che è la più grande fabbrica di questo Paese e uno dei complessi siderurgici più grandi in Europa e nel mondo.

La seconda questione. La magistratura con la sentenza chiude l'aria caldo perché è stata e risulta tuttora nociva per la permanenza dell’amianto negli Altoforni e delle emissioni nocive. Innanzitutto noi rispondiamo; certo, si può chiudere tutto e la riconversione industriale dell'Ilva è scontata che ci dovrà essere, usando le migliori tecnologie per arrivare a una fabbrica che riduce il peso inquinante e i rischi per la sicurezza dei lavoratori, ma su questo non c'è nulla nei piani annunciati, né da parte dei padroni che dovrebbero realizzarlo, né tanto meno esiste questa volontà del governo se non a parole.

Quindi non essendoci nessuna condizione che permette di dire che chiudendo l'impianto i lavoratori vedono tutelati il lavoro, il salario, la sicurezza e la città, le masse popolari, la loro salute, noi diciamo un No secco alla chiusura di qualsiasi impianto, quindi anche dell'aria caldo di Taranto, fino a quando non c'è una soluzione credibile per i lavoratori.

Noi pensiamo che questa difesa del lavoro, dell’ambiente, si ottenga solo con la lotta e innanzitutto con la lotta generale a Taranto, ma anche di tutte le realtà industriali ex Ilva di questo paese. Senza la lotta questo risultato non si può portare a casa, e i lavoratori sono alla merce dei governi, delle sentenze della magistratura e dei sindacati, associazioni varie che agiscono in forma complice con i piani del governo.

Noi vogliamo una rigorosa trasformazione della fabbrica con un controllo operaio realizzato anche per legge che permetta agli operai di ridurre le fonti inquinanti in fabbrica e i rischi di sicurezza; noi vogliamo una bonifica integrale dell'intera zona che è stata danneggiata dai processi inquinanti e dalla più generale gestione capitalistica che questa fabbrica ha avuto, dall'inizio dalle mani dello Stato, poi di padron Riva, poi della grande multinazionale ArcelorMittal che dopo aver provato a fare il colpo grosso, non essendoci riuscita, ha lasciato la situazione ancor peggio di prima.

Senza la lotta generale degli operai e dei lavoratori e nella città di Taranto delle masse popolari dei quartieri inquinanti, non pensiamo che arriveremo a una soluzione positiva per gli operai e per la città.

Questo però lo diciamo solo noi, perché i sindacati confederali e l’Usb sono tuttora non sul terreno della lotta, ma della trattativa nei faticanti tavoli romani che finora non hanno prodotto né soluzioni, ma hanno aggravato la situazione.

Anche in tribunale occorre fare la propria parte a tutela dei lavoratori e di tutti i cittadini colpiti, ed è quello che stiamo facendo, sostanzialmente solo noi, nel processo Ilva “Ambiente svenduto” a Potenza; in cui stiamo combattendo affinché non vengano azzerate le condanne ai padroni assassini e ai loro complici. Chi segue il processo sa bene che solo lo Slai Cobas e le parti civili da esso tutelate sono presenti sempre al tribunale di Potenza, fanno i presidi, combattono sia nelle aule che fuori perché questo processo non venga cancellato.

E’ una linea di condotta che solo noi portiamo avanti anche in città, perché tutte le “anime belle” dell'ambientalismo in particolare, quelle anti-operai, che pure glorificano la magistratura e le sue le sentenze, si guardano bene dal tutelare gli operai e i lavoratori ed effettivamente le masse colpite dai processi inquinanti.

La linea che propone lo Slai cobas, è l'unica linea che mette insieme lavoro e salute e che permette ai proletari e alle masse popolare di Taranto, se impugnata e sostenuta con la lotta ad oltranza, di ottenere risultati temporanei nella tutela del lavoro e di prospettiva nella trasformazione della fabbrica.

Detto questo, entrando nel merito degli ultimi giorni, gli incontri romani hanno prodotto dei passettini in avanti, ma chiaramente sono passettini in avanti che vanno valutati tale a seconda dei contenuti che in essi vi sono.

I passettini in avanti sono stati il blocco dei licenziamenti, la sospensione della procedura dei licenziamenti da parte delle ditte dell'indotto. Ma i padroni non hanno fatto marcia indietro, hanno ottenuto assicurazioni dal governo che saranno riempite di soldi; soldi che in passato hanno già avuto ma che non si sono tradotti automaticamente in vantaggi per i lavoratori, perché all'interno delle ditte è comunque continuato lo stillicidio di licenziamenti, chiusure, cassa integrazione, riduzione dei diritti dei lavoratori. E noi dall'interno di una delle ditte dell'appalto abbiamo visto in diretta gli effetti sugli operai e i lavoratori della situazione di precarietà esistente nell'appalto Ilva. Quindi il ritiro, il passo indietro dei padroni rispetto alla procedura è temporaneo ed è legato al fatto che siano riempiti di soldi, con o senza la vicenda drammatica della chiusura dell'area caldo.

I lavoratori sono costretti, da un lato dalle condizioni materiali e dal dominio dei sindacati confederali e dalle influenze politiche che sono sempre populiste di destra, e dall'altro dal loro attuale basso livello di coscienza rispetto alla posta in gioco e agli strumenti che i lavoratori hanno per combatterla, a delegare a padroni e sindacati. Quindi i lavoratori non hanno autonomia di pensiero, di azione e di organizzazione.

Lo Slai cobas rappresenta tutt’altra opposta posizione, ma essa ha necessità di consolidarsi come forza materiale per innescare un processo di rovesciamento dello stato delle cose e dei rapporti di forza tra operai, masse popolari, e governi, padroni e Stato del capitale. In particolare abbiamo posto con grande evidenza la “piattaforma operaia”, perché, a fronte della situazione ingarbugliata, difficile esistente, fondamentale è per cosa lottano gli operai, qual è la loro piattaforma e quali livelli di lotta sono necessari per conseguirla.

La piattaforma operaia, oltre ribadire il blocco del licenziamento e il No agli esuberi, lavora per la parità salariale e normativa degli operai dell’appalto e operai diretti, combatte la giungla degli appalti e dei contratti che i padroni e l'Ilva hanno imposto all'interno dell'appalto e che i sindacati hanno firmato permettendo la massiccia trasformazione di operai metalmeccanici o altro in operai multiservizi, alla mercè dello sfruttamento, della precarietà e del peggioramento delle condizioni di lavoro. Noi siamo per il contratto unico degli operai dell'appalto, con la clausola sociale; siamo per la parità nell'integrazione alla cassa integrazione (come l’hanno gli operai dell’ex Ilva).

Tutti ora dicono per gli operai dell’appalto e indotto: poveretti, rischiano il licenziamento; ma questi operai sono diventati l'ultima ruota del carro della situazione operaia nonostante siano i primi ad essere direttamente impegnati nelle attività lavorative più rischiose.

La piattaforma operaia pone un utilizzo degli operai, che devono rimanere tutti in organico dell'ex Ilva, nelle bonifiche della fabbrica, nella trasformazione degli impianti - trasformazioni verso cui non abbiamo alcuna preclusione, se non guardando ai risultati che si possono produrre in maniera di lavoro e condizioni di salute e di inquinamento.

Perchè, rispetto alla trasformazione, ai forni elettrici, alla decarbonizzazione, noi guardiamo sempre dal punto di vista della loro ricaduta sulle condizioni di operai e lavoratori che devono continuare obbligatoriamente a lavorare e non essere buttati in mezzo alla strada o in una cassa integrazione perenne, e meno che mai impegnati in fumosi progetti di reindustrializzazione esterna che finora sono stati pura propaganda che non ha prodotto e non può produrre un solo nuovo posto di lavoro, anche perché, fuori dal recinto Ilva, tutte le industrie sono in crisi, in primis la Natuzzi, ecc. Quindi questa prospettiva di reindustrializzazione è aria fritta che non lascerà nulla sul terreno in termini di lavoro e meno che mai garantirà la salvaguardia della salute e ambiente della città, la riduzione delle fonti inquinanti, se le fabbriche e i piani rimarranno nelle mani dei padroni del capitale.

Il ridimensionamento dell'Ilva corrisponderà in realtà alla desertificazione industriale e allo scenario Bagnoli per bonifiche non fatte.

Queste sono cose semplici che il buonsenso stesso dovrebbe prendere in considerazione. Ma sappiamo che di buonsenso è lastricato di buone intenzioni, se manca la lotta, l’autonomia e l’organizzazione degli operai, se manca un sindacato di classe e di massa nelle mani degli operai e lo strumento politico necessario in questa battaglia generale, che è anche politica, il Partito dei lavoratori.

Questa situazione dell’ex Ilva non ha soluzioni morbide ma solo soluzioni radicali - o di parte operaia o di parte padronale/governativa; o si difendono gli interessi operai o si difendono gli interessi della borghesia industriale, finanziaria, grande media e piccola, o si difendono gli interessi degli operai e delle masse popolari; oppure si accompagna il morto dei piani dei padroni che vogliono tutto e non danno nulla agli operai.

Questa è la nostra linea, una linea “illuministica”, certo. Se gli operai non prendono in mano questa battaglia questa linea sarà nei fatti velleitaria, propagandistica e illuministica, ma alla non assunzione di questa linea corrisponderà il disastro industriale e ambientale, la disoccupazione, la precarizzazione e il peggioramento generale delle condizioni di vita degli operai e delle masse popolari a Taranto e in più in generale nel mondo del lavoro.

Ex Ilva: lunedi 14 settembre portinerie imprese assemblea operai appalto - Noi ci saremo Slai cobas per il sindacato di classe

“Lunedì 14 settembre, presso la portinerie delle imprese – annunciano i sindacati-  abbiamo indetto l’assemblea dalle 7 alle 9 con i lavoratori dell’appalto, in cui saranno decise e metteremo in campo le iniziative di mobilitazioni al fine di impedire l’avvio di procedura di licenziamento collettivo.
 
Si è riunito all’interno dello stabilimento ADI di Taranto il Consiglio di Fabbrica straordinario delle Segreterie e delle RSU di Fim, Fiom, Uilm e Usb a seguito della decisione assunta dalla Corte d’Appello di Milano.
 
Le richieste delle Segreterie – RSU FIM, FIOM, UILM e USB di Taranto - “Serve una risposta politica e industriale all’altezza della gravità della situazione. Chiediamo un intervento straordinario per Taranto per tutelare tutti i lavoratori, quelli di Acciaierie d’Italia in AS, di Ilva in AS e del’intero indotto.
Servono garanzie occupazionali, strumenti sociali adeguati, tutela del reddito e misure previdenziale ad hoc per i lavoratori, insieme a un piano concreto di reindustrializzazione per Taranto.
La decarbonizzazione e la transizione ecologica non possono diventare sinonimo di dismissione, perdita di posti di lavoro e desertificazione industriale. Taranto ha bisogno di un progetto industriale credibile, finanziato e vincolante, capace di tenere insieme salute, sicurezza, ambiente e lavoro.
Non accetteremo che il peso delle responsabilità delle istituzioni accumulate negli anni venga scaricato ancora una volta esclusivamente sui lavoratori, il Governo deve assumersi fino in fondo la propria responsabilità a partire dal blocco dei licenziamenti dei lavoratori dell’appalto sulla quale pende una informativa di procedura di licenziamenti collettivi” 

Inoltre, subito dopo l’incontro con il Governo a Palazzo Chigi, Fim, Fiom, Uilm e Usb convocheranno le assemblee con tutti i lavoratori per illustrare gli esiti del confronto, discutere e decidere insieme le prossime iniziative al fine di garantire un intervento straordinario che metta in sicurezza tutti i lavoratori.
Il rischio di una crisi sociale senza precedenti è concreto, le informative e le procedure di licenziamento nell’indotto hanno già coinvolto migliaia di lavoratori.
Infine, crediamo necessario ribadire per evitare inutili strumentalizzazioni che le nostre iniziative di mobilitazioni non saranno rivolte verso la decisione della Corte di Appello di Milano ma bensì verso tutti i governi che si sono succeduti in questi 14 anni sulla vertenza ex-Ilva e che hanno l’esclusiva responsabilità di quanto sta avvenendo in queste ore.
Taranto assieme ai lavoratori non può essere lasciata sola”

venerdì 11 settembre 2026

Ex Ilva, confermato il blocco dell’area a caldo - notizie stampa

Ex Ilva, Corte d’Appello conferma lo stop all’area a caldo

La Corte d’Appello civile di Milano ha confermato il provvedimento che dispone il blocco dell’area a caldo dello stabilimento ex Ilva di Taranto, respingendo l’istanza di sospensione presentata dai legali di Acciaierie d’Italia e dell’ex Ilva in amministrazione straordinaria.

La decisione dei giudici milanesi conferma dunque lo stop alle attività dell’area a caldo, che dovrà essere attuato entro il prossimo 28 ottobre. Il provvedimento, già disposto alla fine di luglio, entra così in una fase decisiva, con pesanti interrogativi sul futuro produttivo dello stabilimento siderurgico tarantino.

La richiesta di sospensiva avanzata dalle parti mirava a evitare, o quantomeno a rinviare, gli effetti del provvedimento in attesa dell’esito del procedimento. La Corte d’Appello, tuttavia, ha deciso di non accogliere l’istanza, confermando di fatto l’efficacia dello stop.

La vicenda riaccende il confronto sul futuro dell’ex Ilva, uno dei principali poli industriali del Paese e un impianto da sempre al centro del delicato equilibrio tra produzione siderurgica, occupazione, tutela ambientale e diritto alla salute.

Per Taranto e per il territorio ionico si apre ora una fase particolarmente delicata. Entro il 28 ottobre dovranno infatti essere definiti gli effetti concreti del provvedimento sugli impianti e sulle attività dello stabilimento, mentre resta centrale la questione della continuità produttiva e occupazionale.

La decisione della Corte d’Appello rappresenta quindi un nuovo passaggio cruciale nella lunga e complessa vicenda dell’ex Ilva.

I giudici: “Il diritto alla salute è prevalente”

Ex Ilva, confermato il blocco dell’area a caldo. I giudici: “Il diritto alla salute è prevalente”

Respinta l'istanza di sospensiva dello stop delle attività presentato dall’acciaieria Corte d'Appello civile di Milano ha confermato il provvedimento con cui, a fine luglio, è stato disposto il blocco dell'area a caldo dello stabilimento dell'ex Ilva di Taranto che dovrà essere messo in atto entro il 28 ottobre. I giudici hanno respinto l'istanza di sospensiva dello stop delle attività presentata dai legali di AdI e dell'ex Ilva in amministrazione straordinaria.

"Il bilanciamento tra i contrapposti interessi" costituzionali "non può che far propendere a favore delle ragioni di tutela della salute". E' il cuore del provvedimento con cui la Corte d'Appello di Milano. Per i giudici "nel conflitto fra il diritto all'esercizio dell'attività di impresa e quello dei cittadini alla salute e al rispetto dei limiti di tollerabilità delle immissioni a cui sono assoggettati, non può che prevalere quest'ultimo".

Per gli avvocati degli undici cittadini tarantini, tra cui un minore, che hanno rivendicato le decisioni precedenti del Tribunale e della Corte d'Appello "se si spegnerà il bottone delle attività dell'area a caldo non si potrà più tornare indietro".

Esaurite le scorte di materie prime, lo spegnimento progressivo di altoforni e cockerie potrebbe iniziare già la prossima settimana, per coincidere con il fermo effettivo stabilito stabilito dal decreto della Corte d'Appello di Milano per la fine del prossimo mese.

La decisione dei giudici ulteriormente a rischio il destino di 2.500 lavoratori dell'indotto, su cui pesa la procedura di licenziamento da parte delle imprese

Fine dei giochi: l'area a caldo va spenta. La decisione finale

Respinta dalla Corte d'appello l’istanza di sospensiva presentata da Acciaierie d’Italia e Ilva in amministrazione straordinaria. Resta quindi efficace il provvedimento disposto a fine luglio

redazione.taranto@buonasera24.it

Ex Ilva al bivio

Ex Ilva al bivio

TARANTO - La Corte d’Appello civile di Milano ha confermato il provvedimento che impone il blocco dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto entro il 28 ottobre.

I giudici hanno respinto la richiesta di sospendere lo stop alle attività avanzata dai legali di Acciaierie d’Italia e di Ilva in amministrazione straordinaria.

Rimane quindi valido quanto stabilito con il provvedimento adottato alla fine dello scorso luglio, che fissa al 28 ottobre il termine entro il quale dovrà essere fermata l’area a caldo dello stabilimento siderurgico tarantino.

Nel motivare il rigetto della richiesta di sospensiva, la Corte d’Appello ha ritenuto che non sussista quel pericolo grave e irreparabile necessario, secondo la legge, per fermare l’efficacia del provvedimento cautelare. Nel bilanciamento degli interessi in gioco, i giudici hanno posto da una parte il possibile danno economico derivante dalla compromissione degli impianti e dall’altra la necessità di tutelare beni considerati prioritari. «A fronte del grave danno, di natura economica, da compromissione degli impianti», si legge nel provvedimento, «si pone, nel caso, l’esigenza di apprestare tutela al diritto alla vita ed alla salute».

Il collegio sottolinea inoltre che la situazione attuale non può essere considerata improvvisa o imprevedibile, perché avrebbe dovuto essere affrontata negli anni attraverso gli interventi necessari sugli impianti. In questa prospettiva, secondo i giudici, neppure le conseguenze occupazionali dello spegnimento possono essere utilizzate oggi come elemento decisivo per ottenere la sospensione.

«La sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo ordinata con il decreto per cui è causa», osserva la Corte facendo riferimento anche alle conseguenze sui livelli occupazionali prospettate dalle società ricorrenti, «non pare che possa essere considerata come un evento improvviso ma, piuttosto, come un evento prevedibile su cui non può non essersi misurata, nel corso degli anni, la responsabilità imprenditoriale dei soggetti coinvolti»

Taranto terza in Italia per morti sul lavoro

Da taranto@buonasera

Il report dell’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente di Vega Engineering, elaborato su dati Inail, indica per la provincia ionica 49,5 decessi ogni milione di occupati contro una media nazionale di 17,8.
Taranto è al terzo posto in Italia per incidenza degli infortuni mortali sul lavoro. Nei primi 7 mesi dell’anno le vittime sul lavoro nel territorio tarantino sono state 7.

Anche il quadro regionale viene indicato dal rapporto come particolarmente critico. La Puglia risulta quinta in Italia per incidenza della mortalità sul lavoro, con 22,3 morti ogni milione di occupati, ed è collocata dall’Osservatorio nella zona rossa.

All’interno della regione le situazioni provinciali risultano differenti. Taranto occupa il terzo posto nella graduatoria nazionale, Foggia è 14ª, Brindisi 27ª, Barletta Andria Trani 47ª, Bari 61ª e Lecce 62ª.

Femminicidi - azione del Mfpr in città nella giornata del funerale di Lorena

 

mercoledì 9 settembre 2026

Sospesi i licenziamenti - tavolo permanente - ingresso dello Stato - legge Taranto... Ma per davvero? Staremo a vedere e quali ne sono i contenuti

 Noi sappiamo solo che venerdi abbiamo un incontro insieme agli altri sindacati presenti alla Castiglia, dove ci aspettiamo che la Castiglia appalto Ilva revochi subito i licenziamenti che ci ha comunicato.

Diciamo ai lavoratori, non facciamoci ingannare, come è avvenuto con l'accordo del 2018, che tutti hanno firmato e che ha contribuito a portarci all'attuale situazione 

Fatti e non parole

 

Cementir: la cassa è il passato, il presente e il futuro - Una brutta esperienza per i lavoratori, ma che dovrebbe far aprire gli occhi a chi parla di "economia alternativa", di bonifiche, ecc

Purtroppo quello che dice questo articolo è la verità - dallo Slai cobas spesso denunciata. 

Tenere gli operai in cassintegrazione per tanti anni NON E' difesa dei lavoratori e del salario, è tenere gli operai appesi a un filo sempre più sottile, senza alcuna prospettiva di rientro al lavoro; è bloccare/deviare, come hanno fatto ogni anno i sindacati confederali e l'Usb, dalla strada della lotta; è tenere decine e decine di lavoratori in una condizione individuale, che inevitabilmente devia da una coscienza collettiva, di classe e corrompe - Questa situazione di permanente cassintegrazione può anche far comodo a qualche lavoratore, ma non è dignitoso consumare così tanti anni della vita.

Ma questa situazione deve aprire gli occchi e la testa anche ai nostrani "ambientalisti", che vogliono la chiusura delle fabbriche e fanno demagogia su attività alternative. 

La Cementir è ferma da più di 13 anni, quale alternativa hanno creato? Quale riconversione produttiva? Quale bonifica di un sito che continua a inquinare in maniera pesante? 

Nessuno dice niente?!

La Cementir, con l'Ok dei governi, ha buttato fuori gli operai - che in passato hanno lottato anche per la difesa della salute e dell'ambiente - e, quindi, che interesse, che pressione, che lotta interna alla fabbrica hanno i padroni e i governi, lo Stato per risolvere questo altro "bubbone" di nocività? Nessuna!  


CEMENTIR - UNO SCANDALO PERMANENTE

di Gianmario Leone - Corriere di Taranto

Èstata rinnovata la cassa integrazione straordinaria per i lavoratori della Cemitaly, l’ex Cementir di Taranto. L’accordo è stato sottoscritto il 4 settembre al Ministero del Lavoro e prevede il ricorso alla Cigs per un massimo di 36 lavoratori, dal 16 settembre 2026 al 15 settembre 2027.
Si tratta dell’ennesima proroga di una vicenda industriale che si trascina ormai da quasi tredici anni e che, come ripetiamo da anni non presenta alcuna prospettiva di ripresa della produzione.
L’accordo segue l’intesa raggiunta nel luglio dello scorso anno tra l’azienda Heidelberg Materials, proprietaria del sito attraverso Cemitaly, e le organizzazioni sindacali. Anche in questa occasione le parti hanno dovuto prendere atto delle difficoltà produttive dello stabilimento.
Il forno dell’ex Cementir di Taranto, lo ricordiamo, è stato spento alla fine del 2013 e dal 1° gennaio 2014 non è mai stato più riacceso. Una vertenza iniziata nel lontano 2013, quando la vecchia proprietà ritirò il progetto di revamping del sito che prevedeva investimenti per 150 milioni di euro, e legata a filo doppio a quella dell’ex Ilva, azienda dalla quale lo stabilimento otteneva la loppa d’altoforno utilizzata per la produzione del cemento.
Da allora sono trascorsi quasi tredici anni nei quali non si è concretizzata una vera operazione di reindustrializzazione o riconversione del sito. Lasciando nel limbo dell’incertezza decine di lavoratori: degli oltre 100 occupati quando la crisi divenne irreversibile, ne sono rimasti oggi 37. Pochi quelli che sono riusciti a traguardare in questi anni l’agognata pensione, molti di più quelli che hanno accettato un incentivo all’esodo o cercato fortuna in altre attività lavorative. L’età media degli operai ancora coinvolti è infatti di circa 50 anni.
E al di là di qualche corso di formazione, da anni non vedono prospettive concrete di tornare a lavorare, nonostante l’indubbia professionalità acquisita negli anni da queste maestranze.

Le ragioni della proroga
Nel verbale sottoscritto al Ministero, Cemitaly parla di persistenti difficoltà economiche e produttive e della progressiva contrazione delle attività dello stabilimento, fino alla cessazione della prima fase produttiva, quella della cottura delle materie prime, e all’interruzione della macinazione, seconda e ultima fase del ciclo.
La società, tuttavia, continua a sostenere che esistano prospettive di rilancio produttivo e occupazionale. Nel verbale vengono richiamate le caratteristiche dell’area, la presenza di impianti, capannoni, aree operative, collegamenti logistici e infrastrutture portuali, oltre agli investimenti realizzati con l’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ionio.
In tale contesto si colloca anche il progetto di fusione per incorporazione di Cemitaly S.r.l. nella società capogruppo italiana, Heidelberg Materials Italia Cementi S.p.A., volto a conseguire una maggiore integrazione organizzativa e industriale all’interno del Gruppo e a sviluppare ulteriori sinergie operative. L’operazione rappresenterebbe quindi “una concreta manifestazione dell’interesse strategico che il Gruppo continua a riservare al sito di Taranto e del proprio impegno a mantenerne integro il valore industriale, logistico e occupazionale, nella prospettiva di future opportunità di rilancio e sviluppo”.
Il problema principale resta però quello della materia prima. La piena riattivazione delle attività cementiere è strettamente legata alla possibilità di disporre della loppa granulata d’altoforno a condizioni economicamente e logisticamente sostenibili. Storicamente la materia proveniva dallo stabilimento siderurgico vicino attraverso infrastrutture dedicate, ma le alternative individuate sul mercato nazionale ed estero non avrebbero finora presentato condizioni comparabili.
L’azienda riferisce inoltre di aver avviato interlocuzioni con gruppi industriali italiani ed esteri dei settori dei materiali da costruzione, della logistica e dell’energia, valutando anche possibili iniziative compatibili con l’attività tradizionale di Cemitaly. Ma, allo stato, si tratta di interlocuzioni e possibilità, non di un progetto industriale concreto già definito.
La stessa azienda riconosce nel verbale l’impossibilità, allo stato attuale, di una piena ripresa produttiva e considera la proroga della Cigs necessaria per preservare le professionalità residue mentre proseguono verifiche e valutazioni su possibili scenari di sviluppo.

Un sito che continua a non trovare una destinazione
A dimostrazione della cessazione delle attività, vale la pena ricordare anche la progressiva ridefinizione degli spazi portuali. Cemitaly aveva ottenuto nel 2019 una concessione ventennale su un’area demaniale marittima di oltre 21mila metri quadrati nel Porto Mercantile di Taranto. Nel dicembre 2022 ha poi chiesto e ottenuto dall’Autorità Portuale una riduzione delle aree in concessione, nell’ambito di un cambiato assetto impiantistico finalizzato a razionalizzare gli spazi.
Come scriviamo da tempo in un silenzio assordante, questa vertenza dovrebbe far riflettere tutti quelli che da anni parlano di riconversione industriale e produttiva di impianti dismessi o ancora in funzione, di bonifiche e reinserimento nel mondo del lavoro per quei lavoratori che hanno visto chiudere le aziende nelle quali erano impiegati.
Anche perché la Fillea Cgil di Taranto, negli ultimi anni ha avanzato due ipotesi di riconversione dell’ex cementificio, entrambe rimaste senza seguito.
La prima, nel 2023, con la richiesta alla Regione Puglia di candidare l’area ex Cementir quale sito per la produzione di idrogeno verde, nell’ottica di una bonifica e di una riqualificazione industriale all’interno del progetto dell’Hydrogen Valley.
La seconda, nel gennaio 2025, quando fu prospettata al commissario straordinario per le bonifiche Uricchio la possibilità di avviare un percorso per la realizzazione, nell’area dell’ex cementificio, di un impianto di inertizzazione dell’amianto. Magari attraverso l’utilizzo delle risorse destinate al Just Transition Fund per la provincia di Taranto.

E poi c’è la partita ambientale
Tra l’altro, la vicenda ex Cementir ha anche un importante risvolto di natura ambientale.
Lo stabilimento è sottoposto ad Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) e la gestione ambientale del sito si intreccia inevitabilmente con quella della sua destinazione futura.
Parallelamente, resta aperto il capitolo della messa in sicurezza e della bonifica dell’area. È in corso la Messa in Sicurezza Operativa (MISO), vale a dire l’insieme degli interventi finalizzati a garantire un adeguato livello di sicurezza per le persone e per l’ambiente, contenendo la contaminazione e impedendone la diffusione attraverso specifiche opere e sistemi di monitoraggio, in attesa degli interventi di bonifica o di messa in sicurezza permanente.
E qui si apre anche il nodo dei successivi adempimenti ambientali che dovranno essere definiti dagli enti competenti, con il coinvolgimento della Provincia per gli aspetti di propria competenza. Non è una questione secondaria: la cessazione dell’attività produttiva non cancella infatti gli obblighi ambientali che gravano sul sito.
Del resto, la Provincia è già intervenuta negli ultimi anni nell’iter autorizzativo dell’area: nel 2025 ha adottato una determinazione di modifica non sostanziale dell’AIA richiamata dalla stessa Autorità di Sistema Portuale in relazione agli interventi sull’impianto di gestione delle acque meteoriche di Cemitaly.
Il tema ambientale, dunque, dovrà necessariamente accompagnare qualsiasi ragionamento sul futuro dell’ex Cementir. Anche perché un’eventuale riconversione non potrebbe prescindere dal percorso di messa in sicurezza e bonifica già avviato.

Un esempio dell’assenza di alternative
La vertenza dell’ex Cementir è, in fondo, un piccolo grande esempio che parla di desertificazione industriale, crisi sociale, mancanza di progettualità e alternative economiche realistiche.
Di una politica non all’altezza delle proprie responsabilità. Dell’impotenza dei sindacati. Di lavoratori abbandonati al proprio destino.
E soprattutto di un sito industriale che da quasi tredici anni aspetta una prospettiva diversa, mentre le ipotesi di rilancio si susseguono sulla carta e la cassa integrazione continua a rappresentare, ancora una volta, l’unica certezza.
In un disinteresse generale che, forse più di ogni altra cosa, racconta il reale stato delle cose.

Taranto trasformata in comando Nato e città di guerra, non ci stiamo! Riceviamo e pubblichiamo - Ma soprattutto mobilitiamoci

E' necessario mobilitarci, non far passare sulla nostra testa, questi piani. Per questo e per altro, abbiamo proposto 

la riunione per il 15 settembre alle ore 19 presso la sede Slai cobas Taranto via Livio Andronico, 47, per decidere insieme le iniziative necessarie - per passare dalla denuncia all'azione

Da Franco Oriolo:

Buongiorno, ho provato a mettere giù qualche idea sulla necessità di Israele di perseguire obiettivi che potrebbero garantirgli enormi vantaggi strategici. 

Se un tempo Israele svolgeva soprattutto il ruolo di “Stato gendarme” a difesa degli interessi occidentali e del controllo del petrolio in Medio Oriente, oggi potrebbe cercare di trasformare quella stessa funzione in qualcosa di ancora più importante: diventare uno snodo economico e strategico fondamentale nei nuovi collegamenti tra Asia, Medio Oriente ed Europa. Ecco perché la questione palestinese resta sempre uno snodo indispensabile per comprendere ciò che sta accadendo.
DopotuttoTaranto e la Puglia si trovano in una posizione strategica nel Mediterraneo, proprio davanti alle rotte che collegano Oriente ed Europa. Ed è da qui che va guardato anche l'IMEC, il grande corridoio progettato per collegare India, Medio Oriente ed Europa.
Il percorso previsto è abbastanza chiaro: India, Emirati, Arabia Saudita, Giordania, Israele, Mediterraneo, Europa. Le merci arriverebbero dall'India negli Emirati, attraverserebbero la penisola arabica soprattutto su ferrovia e raggiungerebbero Israele, che avrebbe un ruolo fondamentale: diventare lo sbocco sul Mediterraneo, attraverso il porto di Haifa, verso i mercati europei.
IMEC, però, non significa soltanto container. Lungo questo corridoio sono previsti anche energia, idrogeno, collegamenti elettrici e cavi digitali. In poche parole: merci, energia e dati.
Non è stato deciso che IMEC passerà dalla Puglia. Ma basta guardare una carta geografica e le infrastrutture che già esistono o vengono progettate tipo TAP tra Grecia, Albania e Puglia, porto di Taranto, reti elettriche, progetti per l'idrogeno tra Brindisi e Taranto e nuove infrastrutture digitali.
Il collegamento possibile diventa quindi evidente: Israele, Mediterraneo orientale, Grecia/Adriatico, Puglia, Europa.
Ed è qui che Taranto deve stare molto attenta. Per decenni ci hanno detto che eravamo "strategici" per l'acciaio. Oggi potremmo diventarlo per energia, logistica e dati.
Ma la domanda rimane sempre la stessa: strategici per chi?
Perché dalla Puglia potrebbero passare enormi quantità di merci, energia e informazioni senza che questa ricchezza rimanga sul territorio. Il rischio è passare dalla Taranto sacrificata all'acciaio alla Taranto utilizzata come piattaforma energetica, commerciale e digitale, cambiando il tipo di sviluppo ma non chi ne paga i costi.

E' necessario mobilitarci

La gravità delle dichiarazioni di Cavo Dragone che conferma la creazione a Taranto del comando Nato e il ruolo strategico della nostra città nei piani di guerra, la necessità di mobilitarci per Palestina / Ddl antisemitismo / repressione / prigionieri politici, ci spinge a convocare una riunione urgente di tutti i compagni e compagne e realtà interessate per organizzare una mobilitazione tempestiva alla Base navale e in città.

Proponiamo questa riunione per il 15 settembre alle ore 19 presso la sede Slai cobas Taranto via Livio Andronico, 47, per decidere insieme le iniziative necessarie.

Slai cobas Taranto

 

Processo Ilva - Le conclusioni dell'ordinanza della Corte d'Assise di Potenza