NB - Questo testo è stato registrato in ORE 12 Contronformazione rossoperaia giovedì scorso. Da allora la situzione è ulteriormente mutata. La Corte d'appello ha confermato la chiusura dell'area a caldo e le Ditte dell'indotto e dell'appalto hanno confermato i 2500 licenziamenti.
Lunedi dalle 7 alle 9 vi sarà una prima grossa assemblea davanti alla portineria delle imprese. Noi ci saremo.
Nell'affrontare la questione
ex Ilva come principale questione che riguarda i grandi gruppi
industriali e le grandi fabbriche in questo Paese, mai va dimenticato
che lo stabilimento ex Ilva di Taranto è attualmente la più grande
fabbrica del Paese per organici diretti, appalto e indotto e che la
vicenda dell'Ilva ha implicazioni di ogni genere, sia relative al
problema del lavoro e condizioni di lavoro, sia chiaramente
all'enorme questione della sicurezza e dei danni ambientali causati
dalla gestione capitalistica della fabbrica che si è succeduta,
prima come fabbrica delle partecipazioni statali, poi con la lunga
permanenza di padron Riva, infine ArcelorMittal, e oggi i commissari
per conto del Governo.
Tutte
queste questioni fanno sì che l'Ilva sia una questione centrale a
cui dovrebbero guardare operai e tutte le forze che agli operai e
lavoratori si rifanno in questo Paese, in particolare quelle fuori
dal perimetro della cosiddetta “sinistra di opposizione
parlamentare”.
Proprio
perché la situazione è articolata e complessa, è fondamentale il
punto di vista da cui ci si mette e i criteri di lettura di questa
vicenda secondo gli strumenti che si vogliono mettere in campo.
Noi
come Slai cobas, proletari comunisti e questo organo, ORE 12, ci rifacciamo al
marxismo e vorremmo che tutte le forze di estrema sinistra e di parte
proletaria e anticapitalista si rifacessero al marxismo, cosa che non
è.
Nello
stesso tempo ci poniamo chiaramente dal punto di vista operaio come
punto di vista principale a cui va unito il punto di vista delle
masse popolari di Taranto e in più in generale il punto di vista
dell'intero arco del movimento operaio, sia quello implicato nella
crisi siderurgica sia quello più generale, dato che la siderurgia è
un fattore importante dentro il sistema produttivo di tante altre
realtà di fabbrica e del mondo del lavoro.
Ponendoci
dal punto di vista degli operai la situazione è piuttosto semplice:
padroni
e governo, in particolare quest'ultimo che ha fatto e fa anche da
padrone, tramite i commissari all'interno del gruppo industriale e
nella fabbrica a Taranto, non sono riusciti a trovare una soluzione.
Hanno provato a svendere l'Ilva al primo offerente, ma nei fatti la
campagna di vendita non ha prodotto risultati sostanziali, siamo
ancora al palo su questo terreno. Nello stesso tempo l'unica cosa che
è stata garantita ai lavoratori è una sorta di continuità
lavorativa falcidiata da una cassa integrazione permanente che ha
toccato ampie fasce dei lavoratori e che chiaramente ne ha aumentato
il disagio sul piano salariale e di prospettiva.
Da
questo punto di vista la nostra posizione è: nessun
licenziamento, nessun esubero.
E
non perché sia una questione a prescindere, ma perché nelle grandi
fabbriche di tutto il Paese e del sistema mondiale bisogna combattere
lo scarico della crisi sugli operai, che riguarda principalmente
l’attacco al lavoro e al salario.
La
prima questione, quindi, è che noi siamo rigorosamente contrari a
qualsiasi soluzione che non comporti il blocco dei licenziamenti per
tutti e in particolare in queste ore per gli operai dell'appalto,
dell’indotto, e degli esuberi per quanto riguarda gli operai
diretti all'Ilva di Taranto come naturalmente nelle altre realtà
della siderurgia ex Ilva in questo Paese – ma, ripetiamo, con
un'attenzione particolare a quella che è la più grande fabbrica di
questo Paese e uno dei complessi siderurgici più grandi in Europa e
nel mondo.
La
seconda questione. La magistratura con la sentenza chiude l'aria
caldo perché è stata e risulta tuttora nociva per la permanenza
dell’amianto negli Altoforni e delle emissioni nocive. Innanzitutto
noi rispondiamo; certo, si può chiudere tutto e la riconversione
industriale dell'Ilva è scontata che ci dovrà essere, usando le
migliori tecnologie per arrivare a una fabbrica che riduce il peso
inquinante e i rischi per la sicurezza dei lavoratori, ma su questo
non c'è nulla nei piani annunciati, né da parte dei padroni che
dovrebbero realizzarlo, né tanto meno esiste questa volontà del
governo se non a parole.
Quindi
non essendoci nessuna condizione che permette di dire che chiudendo
l'impianto i lavoratori vedono tutelati il lavoro, il salario, la
sicurezza e la città, le masse popolari, la loro salute, noi diciamo
un No secco alla chiusura di qualsiasi impianto, quindi anche
dell'aria caldo di Taranto, fino a quando non c'è una soluzione
credibile per i lavoratori.
Noi
pensiamo che questa difesa del lavoro, dell’ambiente, si ottenga
solo con la lotta e innanzitutto con la lotta generale a Taranto, ma
anche di tutte le realtà industriali ex Ilva di questo paese. Senza
la lotta questo risultato non si può portare a casa, e i lavoratori
sono alla merce dei governi, delle sentenze della magistratura e dei
sindacati, associazioni varie che agiscono in forma complice con i
piani del governo.
Noi
vogliamo una rigorosa trasformazione della fabbrica con un controllo
operaio realizzato anche per legge che permetta agli operai di
ridurre le fonti inquinanti in fabbrica e i rischi di sicurezza; noi
vogliamo una bonifica integrale dell'intera zona che è stata
danneggiata dai processi inquinanti e dalla più generale gestione
capitalistica che questa fabbrica ha avuto, dall'inizio dalle mani
dello Stato, poi di padron Riva, poi della grande multinazionale
ArcelorMittal che dopo aver provato a fare il colpo grosso, non
essendoci riuscita, ha lasciato la situazione ancor peggio di prima.
Senza
la lotta generale degli operai e dei lavoratori e nella città di
Taranto delle masse popolari dei quartieri inquinanti, non pensiamo
che arriveremo a una soluzione positiva per gli operai e per la
città.
Questo
però lo diciamo solo noi, perché i sindacati confederali e l’Usb
sono tuttora non sul terreno della lotta, ma della trattativa nei
faticanti tavoli romani che finora non hanno prodotto né soluzioni,
ma hanno aggravato la situazione.
Anche
in tribunale occorre fare la propria parte a tutela dei lavoratori e
di tutti i cittadini colpiti, ed è quello che stiamo facendo,
sostanzialmente solo noi, nel processo Ilva “Ambiente svenduto” a
Potenza; in cui stiamo combattendo affinché non vengano azzerate le
condanne ai padroni assassini e ai loro complici. Chi segue il
processo sa bene che solo lo Slai Cobas e le parti civili da esso
tutelate sono presenti sempre al tribunale di Potenza, fanno i
presidi, combattono sia nelle aule che fuori perché questo processo
non venga cancellato.
E’
una linea di condotta che solo noi portiamo avanti anche in città,
perché tutte le “anime belle” dell'ambientalismo in particolare,
quelle anti-operai, che pure glorificano la magistratura e le sue le
sentenze, si guardano bene dal tutelare gli operai e i lavoratori ed
effettivamente le masse colpite dai processi inquinanti.
La
linea che propone lo Slai cobas, è l'unica linea che mette insieme
lavoro e salute e che permette ai proletari e alle masse popolare di
Taranto, se impugnata e sostenuta con la lotta ad oltranza, di
ottenere risultati temporanei nella tutela del lavoro e di
prospettiva nella trasformazione della fabbrica.
Detto
questo, entrando nel merito degli ultimi giorni, gli incontri romani
hanno prodotto dei passettini in avanti, ma chiaramente sono
passettini in avanti che vanno valutati tale a seconda dei contenuti
che in essi vi sono.
I
passettini in avanti sono stati il blocco dei licenziamenti, la
sospensione della procedura dei licenziamenti da parte delle ditte
dell'indotto. Ma i padroni non hanno fatto marcia indietro, hanno
ottenuto assicurazioni dal governo che saranno riempite di soldi;
soldi che in passato hanno già avuto ma che non si sono tradotti
automaticamente in vantaggi per i lavoratori, perché all'interno
delle ditte è comunque continuato lo stillicidio di licenziamenti,
chiusure, cassa integrazione, riduzione dei diritti dei lavoratori. E
noi dall'interno di una delle ditte dell'appalto abbiamo visto in
diretta gli effetti sugli operai e i lavoratori della situazione di
precarietà esistente nell'appalto Ilva. Quindi il ritiro, il passo
indietro dei padroni rispetto alla procedura è temporaneo ed è
legato al fatto che siano riempiti di soldi, con o senza la vicenda
drammatica della chiusura dell'area caldo.
I
lavoratori sono costretti, da un lato dalle condizioni materiali e
dal dominio dei sindacati confederali e dalle influenze politiche che
sono sempre populiste di destra, e dall'altro dal loro attuale basso
livello di coscienza rispetto alla posta in gioco e agli strumenti
che i lavoratori hanno per combatterla, a delegare a padroni e
sindacati. Quindi i lavoratori non hanno autonomia di pensiero, di
azione e di organizzazione.
Lo
Slai cobas rappresenta tutt’altra opposta posizione, ma essa ha
necessità di consolidarsi come forza materiale per innescare un
processo di rovesciamento dello stato delle cose e dei rapporti di
forza tra operai, masse popolari, e governi, padroni e Stato del
capitale. In particolare abbiamo posto con grande evidenza la
“piattaforma operaia”, perché, a fronte della situazione
ingarbugliata, difficile esistente, fondamentale è per cosa lottano
gli operai, qual è la loro piattaforma e quali livelli di lotta sono
necessari per conseguirla.
La
piattaforma operaia, oltre ribadire il blocco del licenziamento e il
No agli esuberi, lavora per la parità salariale e normativa degli
operai dell’appalto e operai diretti, combatte la giungla degli
appalti e dei contratti che i padroni e l'Ilva hanno imposto
all'interno dell'appalto e che i sindacati hanno firmato permettendo
la massiccia trasformazione di operai metalmeccanici o altro in
operai multiservizi, alla mercè dello sfruttamento, della precarietà
e del peggioramento delle condizioni di lavoro. Noi siamo per il
contratto unico degli operai dell'appalto, con la clausola sociale;
siamo per la parità nell'integrazione alla cassa integrazione (come
l’hanno gli operai dell’ex Ilva).
Tutti
ora dicono per gli operai dell’appalto e indotto: poveretti,
rischiano il licenziamento; ma questi operai sono diventati l'ultima
ruota del carro della situazione operaia nonostante siano i primi ad
essere direttamente impegnati nelle attività lavorative più
rischiose.
La
piattaforma operaia pone un utilizzo degli operai, che devono
rimanere tutti in organico dell'ex Ilva, nelle bonifiche della
fabbrica, nella trasformazione degli impianti - trasformazioni verso
cui non abbiamo alcuna preclusione, se non guardando ai risultati che
si possono produrre in maniera di lavoro e condizioni di salute e di
inquinamento.
Perchè,
rispetto alla trasformazione, ai forni elettrici, alla
decarbonizzazione, noi guardiamo sempre dal punto di vista della loro
ricaduta sulle condizioni di operai e lavoratori che devono
continuare obbligatoriamente a lavorare e non essere buttati in mezzo
alla strada o in una cassa integrazione perenne, e meno che mai
impegnati in fumosi progetti di reindustrializzazione esterna che
finora sono stati pura propaganda che non ha prodotto e non può
produrre un solo nuovo posto di lavoro, anche perché, fuori dal
recinto Ilva, tutte le industrie sono in crisi, in primis la Natuzzi,
ecc. Quindi questa prospettiva di reindustrializzazione è aria
fritta che non lascerà nulla sul terreno in termini di lavoro e meno
che mai garantirà la salvaguardia della salute e ambiente della
città, la riduzione delle fonti inquinanti, se le fabbriche e i
piani rimarranno nelle mani dei padroni del capitale.
Il
ridimensionamento dell'Ilva corrisponderà in realtà alla
desertificazione industriale e allo scenario Bagnoli per bonifiche
non fatte.
Queste
sono cose semplici che il buonsenso stesso dovrebbe prendere in
considerazione. Ma sappiamo che di buonsenso è lastricato di buone
intenzioni, se manca la lotta, l’autonomia e l’organizzazione
degli operai, se manca un sindacato di classe e di massa nelle mani
degli operai e lo strumento politico necessario in questa battaglia
generale, che è anche politica, il Partito dei lavoratori.
Questa
situazione dell’ex Ilva non ha soluzioni morbide ma solo soluzioni
radicali - o di parte operaia o di parte padronale/governativa; o si
difendono gli interessi operai o si difendono gli interessi della
borghesia industriale, finanziaria, grande media e piccola, o si
difendono gli interessi degli operai e delle masse popolari; oppure
si accompagna il morto dei piani dei padroni che vogliono tutto e non
danno nulla agli operai.
Questa
è la nostra linea, una linea “illuministica”, certo. Se gli
operai non prendono in mano questa battaglia questa linea sarà nei
fatti velleitaria, propagandistica e illuministica, ma alla non
assunzione di questa linea corrisponderà il disastro industriale e
ambientale, la disoccupazione, la precarizzazione e il peggioramento
generale delle condizioni di vita degli operai e delle masse popolari
a Taranto e in più in generale nel mondo del lavoro.