martedì 30 giugno 2026

La Rsa rivendica il risultato dopo un anno di mobilitazioni e rilancia le richieste su stop alle sospensioni, aumento dell’orario, contratto adeguato e migliori condizioni di lavoro


Un asilo nido

TARANTO - Le lavoratrici degli asili aderenti allo Slai Cobas annunciano di aver ottenuto la prosecuzione dell’attività lavorativa per 3 settimane durante il periodo estivo, evitando lo stop che, secondo quanto riferito dalla Rsa, sarebbe dovuto scattare dopo il 30 giugno.

Nel comunicato, le lavoratrici spiegano che, come già accaduto nelle ultime estati, il servizio avrebbe dovuto interrompersi per 2 mesi, a luglio e agosto, lasciandole senza stipendio. “Oggi dovevamo stare a casa e invece continuiamo a lavorare”, affermano, rivendicando il risultato come frutto della mobilitazione sindacale.

La Rsa ricorda che già nel 2022 e nel 2023, attraverso la lotta, era stato ottenuto 1 mese di lavoro estivo. Quest’anno, invece, il risultato raggiunto riguarda, per ora, 1 settimana di luglio e l’intera seconda metà di agosto.

Secondo lo Slai Cobas, il risultato arriva dopo un anno scolastico 2025-2026 segnato da scioperi, assemblee, presidi davanti al Comune e incontri con l’assessora Maria Lucia Simeone e i suoi collaboratori. “Hanno compreso e trovato la soluzione”, scrive la Rsa, pur in una fase in cui, sostiene il sindacato, la risposta dell’amministrazione ai problemi dei lavoratori sarebbe spesso legata alla mancanza di risorse in bilancio.

Per le addette all’ausiliariato e alle pulizie degli asili, la continuità estiva significa quasi 1 mese di stipendio in più. Un risultato considerato importante in un contesto in cui, evidenzia il sindacato, i salari restano bassi, il lavoro aumenta e il costo di prezzi e bollette pesa sempre di più sulle retribuzioni.

Noi come lavoratrici Slai Cobas non ci siamo mai fermate”, si legge nella nota. Le lavoratrici sottolineano che per migliorare le condizioni di lavoro, difendere diritti e dignità e tutelare un servizio importante per famiglie e bambini non bastano lettere o dichiarazioni, ma serve mobilitazione.

Il sindacato annuncia quindi che la vertenza proseguirà. Tra le richieste indicate ci sono la fine definitiva dei periodi di sospensione del lavoro in estate, a Natale e a Pasqua, l’estensione dell’attività all’intero anno, l’aumento dell’orario giornaliero a 6 ore e il riconoscimento pieno del lavoro svolto.

La Rsa ricorda che negli ultimi anni le lavoratrici sono diminuite da 82 a poco più di 60, mentre l’orario sarebbe rimasto fermo a 3 ore e 30 minuti al giorno. Tra gli obiettivi indicati ci sono anche un contratto collettivo nazionale adeguato, il riconoscimento del 3° livello e migliori strumenti per la tutela della salute, con l’uso di macchinari e attrezzature per le pulizie, che secondo il comunicato vengono ancora svolte a mano con scopa e straccio.

Nel documento le lavoratrici rivolgono infine un appello anche alle iscritte ad altri sindacati, in particolare alla Cisl, invitandole a partecipare unite alle prossime iniziative. Secondo lo Slai Cobas, sulla questione del lavoro estivo le altre sigle non avrebbero inciso sulla vertenza e solo ora rivendicherebbero un risultato che la Rsa attribuisce alla determinazione delle proprie lavoratrici.

“Alle lavoratrici diciamo: aprite gli occhi”, conclude il comunicato, rilanciando la volontà di proseguire la mobilitazione per ottenere ulteriori conquiste.

martedì 23 giugno 2026

Vendita Acciaierie - La situazione continua ad essere grave ma non seria

Siamo ora di fronte alla lotta tra capitalisti - col governo Meloni/Urso che non ha alcun reale piano, dice solo: ragazzi, non ci sono più soldi...", nè decide alcunchè e con una situazione, per gli operai in primis, sempre peggiore e inaccettabile, in una fabbrica in cui il rischio infortuni è diventato altissimo, la cassintegrazione si estende, e in cui gli operai in attività non sanno che produzione e per chi la stanno facendo. 

Il fondo Flacks butta promesse, sciorina un futuro splendente: "Non più l'acciaieria più grande d'Europa, ma una delle migliori... non la sopravvivenza della vecchia Ilva, ma la costruzione di una nuova siderurgia"... Ma tuttora non presenta piani produttivi (ora parla di rivedere in profondità l’impianto del piano, insieme a due aziende, Danieli e Metinvest) e ambientali, come questi siano compatibili con la piena occupazione, e soprattutto dove sono i chi li deve mettere i soldi, molti miliardi che servirebbero.

Ma come un "mercante di merci fasulle", Flacks parla di "una visione che guarda meno alla quantità e più alla qualità del prodotto, con l’obiettivo di spostare il sito verso lavorazioni più remunerative e più coerenti con le esigenze dei mercati industriali avanzati". Poi, a proposito del futuro radioso spiega come sarà questa fabbrica: "automazione avanzata, manutenzione predittiva, digitalizzazione degli impianti, efficienza energetica, riduzione delle emissioni, integrazione logistica e specializzazione produttiva". E infine: sul fronte occupazionale, Flacks "assicura" che il progetto non prevede affatto esuberi: «Nel nostro piano nessuno resta a casa»,

L’ex manager di Arcelor, Alberto Pratesi (per nome e per conto di ArcelorMittal che si vuole vendicare della sua uscita dall'ex Ilva?), denuncia Flacks come imbroglione. "La sua critica si concentra soprattutto sul ruolo dello Stato, che a suo giudizio emergerebbe come elemento decisivo nella visione di Flacks. «In realtà non è poco chiaro, Mr. Flacks al contrario è molto chiaro», afferma Pratesi. «Sottolinea il ruolo che lo Stato dovrebbe assumere nel sostenere un settore considerato strategico. Cioè i soldi ce li deve mettere lo Stato». La critica riguarda soprattutto la scelta di puntare meno sulle quantità e più sugli acciai a maggiore valore aggiunto; però - dice - quali siano i numeri, come si possano ammortizzare i costi fissi e quante tonnellate, a quale prezzo, servano per raggiungere il break even.
Poi, secondo l’ex manager - "come una fabbrica più automatizzata, con minori quantità prodotte e una minore incidenza della manodopera, può contemporaneamente mantenere o addirittura aumentare l’occupazione? Pratesi solleva anche il tema dei debiti di Acciaierie d’Italia, quantificati nel suo intervento in 10 miliardi e forse oltre. 
Concludendo che «Il dubbio che sorge, a mio avviso, non è su come reperire le risorse ma su se Mr. Flacks sa quello di cui sta parlando».
 
E gli operai? Dovrebbero fare da spettatori o, peggio, scegliere qual'è il padrone meno peggio e di quale "capitale" morire?

A questo, di fatto, i sindacati che vanno da Tavolo in Tavolo, portano i lavoratori. 

Per questi sindacati confederali, e non diversamente l'Usb, il problema non è porre con la lotta a tutti i livelli gli interessi dei lavoratori; danno già per scontato che ci deve essere un forte taglio all'occupazione, e quindi il problema è soprattutto trovare gli strumenti che ne attutiscano l'impatto. 

Gambardella, referente nazionale per il settore siderurgico per la Uilm. dice (e gli altri sindacati sono d'accordo):“Per quanto ci riguarda - afferma Gambardella - ribadiamo che non accetteremo, come non lo abbiamo mai fatto, che si assumano decisioni in Europa ed in Italia senza un piano sociale che metta in protezione i lavoratori con strumenti che li accompagnino con la formazione per la riqualificazione e la ricollocazione”; “Il banco di prova, per il nostro Paese - conclude il sindacalista Uilm - sarà la vertenza ex Ilva per la quale attendiamo di capire quale futuro e quale prospettiva voglia dargli il Governo”.
 
Campa cavallo... 

Latiano - una persecuzione 'antiterrorista' contro un giovane palestinese che domanda solidarietà

Comunicato stampa
Il Cobas denuncia con forza l’uso distorto della applicazione del reato di “Terrorismo della parola”, introdotto dal governo Meloni nel decreto sicurezza al comma tre dell’articolo 270 quinquies; reato che ha colpito il giovane Palestinese Abdalmuti Abunada che viveva e lavorava a Latiano nei giorni scorsi.
Il decreto sicurezza emanato dal governo Meloni nell’Aprile 2025 ha dei tratti dichiaratamente incostituzionali fatti per colpire qualsiasi tipo di dissenso.
Si passa infatti dalle multe per quelli che erano considerati reati amministrativi a condanne per anni e anni, fino a limitare fortemente il diritto di parola .
La questione della applicazione del comma sul “Terrorismo di parola” sta provocando una grande discussione a livello nazionale perché applicato in misura troppo larga nei confronti dei Palestinesi residenti in Italia, colpevoli di aver pubblicato solo dei video .
Un pool di costituzionalisti e di avvocati sta seguendo le vicende di Ahmed Salem, condannato in primo grado dal tribunale di Campobasso a 4 anni per il reato appunto di “Terrorismo della parola”, cercando di dimostrare quanto sia prevalente la volontà di reprimere il dissenso applicando condanne fuori di ogni luogo.
Secondo noi, più che le vittime del Genocidio andrebbero perseguite gli autori di quello che è avvenuto a Gaza che continua sotto l’indifferenza occidentale.
Il governo Italiano sono quasi tre anni che mantiene un drammatico silenzio sul genocidio in Palestina e continua ad offrire collaborazione piena a quello israeliano.
Abbiamo l’esempio del capo del governo di israele, benjamin netanyahu , inseguito da un mandato di cattura spiccato dalla Corte Penale Internazionale che gira il mondo indisturbato.
Se parliamo di terrorismo della parola cosa dire di quelli che in Italia parlano di continuare le guerre e i genocidi di Israele contro Palestina , Siria, Iraq,Libano , Giordania , in nome del diritto divino del “popolo eletto” rivolto a realizzare la “Grande Israele”.
Basti inoltre pensare alla ultima illegittima guerra contro l’Iran per capire che il diritto internazionale è stato profondamente cancellato e sostituito dal diritto del “Più forte”.
Cosa volete che possa crescere nelle persone colpiti da disgrazie inenarrabili se non un sentimento di odio verso chi le sta realizzando .
Il Cobas continuerà a manifestare per un pieno diritto a manifestare e a dire quello che si pensa contro il Genocidio in Palestina ,contro il riarmo, per una vera pace.
Brindisi 21.06.2026
Confederazione Cobas Brindisi

Ultim'ora 

La situazione a Latiano è decisamente peggiorata.

Oltre il ragazzo palestinese in carcere e un altro ragazzo palestinese indagato, socialmente nella comunità di Latiano, "l'aria non è delle migliori", nei confronti di tutti gli immigrati presenti nel comune brindisino.
Giovedì in riunione sarà necessario quanto fondamentale fare un passaggio importante su tutto ciò.
Tutto ciò è successo e sta succedendo a pochi passi da noi.

lunedì 22 giugno 2026

Formazione marxista - martedì 23 ore 16,30 Biblioteca ple Bestat - Nuova lezione del Prof. Di Marco - Partecipazione libera


Report sull'assemblea regionale tenutasi a Bari il 19 giugno - Le proposte uscite, tra cui iniziative a Taranto

All'assemblea regionale di Bari del 19 giugno hanno partecipato vari compagni e comitati e organizzazioni: Collettivo operaio Mo Avast! – Comitato Altamura per la pace – Comitato Articolo 11 – Comitato contro il Genocidio del Popolo Palestinese, il riarmo e per la pace Brindisi - Comitato contro il riarmo del Salento - Comitato per la pace di Ruvo di Puglia - Comitato per la pace di Terra di Bari – Comitato per la pace di Putignano – Comitato per la pace di Ruvo di Puglia - Comitato promotore Marcia Gravina-Altamura 2026 - Coordinamento Capitanata per la pace – COBAS Puglia - Convochiamoci per Bari - Coordinamento Grottaglie per la Palestina – Coordinamento Molfetta per la Palestina - Coordinamento Nord Barese Pace e Disarmo – DigiunoGaza – DisarmaTerra - Donne in nero Bari – Emergency Puglia e Basilicata – Etica & Politica - Global Sumud Flotilla Puglia - La Giusta Causa – Legambiente Corato - Missionari Comboniani di Bari - Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università – Pace Terra Dignità di Alessano - PCI Puglia – PeaceLink – Piccola Comunità Kairos - Rete dei Comitati per la Pace di Puglia - Rete Puglia – Rifondazione Comunista Puglia – Risorgimento Socialista Puglia – Sinistra Anticapitalista Taranto – SLAI Cobas Taranto - Sinistra Italiana Puglia - UDS Puglia – Zona Franka

Dagli interventi sono uscite le seguenti proposte:
- Assemblea cittadina a Molfetta aperta a tutti il 25 giugno in preparazione della
- Manifestazione regionale il 4 luglio a Molfetta per la liberazione di Alberizia e Centrone, prigionieri in Libia
- Assemblea regionale il 5 luglio all'ex-caserma a Bari per la mobilitazione per la chiusura del consolato israeliano
- Manifestazione alla base navale di Taranto in occasione della partenza della Vulcano
  (proposta fatta da taranto slai cobas accolta)
- Assemblea popolare in piazza Taranto con mostra, proiezione di film, e intervento pro palestina e pro flotilla (proposta fatta da slai cobas taranto accolta)
- Banchetti di propaganda dell'appello "non armi ma pane" del Comitato  Articolo 1 ad Alessano, Casarano, Tricase con proposta di organizzarlo nel resto della Puglia
- Manifestazione a Brindisi il 15 ottobre in occasione dell'attracco della nave da crociera israeliana
  con appello a costituire in coordinamento interregionale dato che attraccherà anche a Catania e Palermo
- Corsi di formazione nelle scuole per costruire la partecipazione alla marcia Gravina Altamura del 24 ottobre (organizzati da associazioni accreditate, proposta dell'Osservatorio)

Al termine dei lavori, l'assemblea ha conferito mandato alla presidenza di predisporre un documento di intenti da sottoporre alla eventuale adesione di tutti i soggetti interessati, con l'obiettivo di costituire un coordinamento regionale finalizzato alla promozione di un programma condiviso di iniziative unitarie. Se necessario, il documento potrà essere ulteriormente discusso in una successiva assemblea regionale ad esso dedicata. 

*DOCUMENTO CONCLUSIVO DELLA ASSEMBLEA REGIONALE DEL 19/06/2016*
Alla luce di quanto emerso dal dibattito e considerata l'ampia partecipazione, rappresentativa dell'intero territorio regionale, l'assemblea rileva unanimemente la necessità di costruire un percorso unitario di mobilitazione contro le guerre, il riarmo e la militarizzazione del territorio, nonché a sostegno della causa del popolo palestinese.
L'assemblea prende altresì atto e sostiene le diverse iniziative già promosse sui medesimi temi dai vari soggetti impegnati nel movimento contro la guerra, con particolare riferimento alla petizione popolare contro il riarmo promossa dal Comitato Art. 11.
In tale quadro, l'assemblea registra un consenso unanime attorno alle seguenti iniziative:
- concorrere all'organizzazione della Marcia della pace Gravina–Altamura, in programma il 24 ottobre;
- promuovere una campagna per la chiusura del Consolato Onorario di Israele a Bari, a partire dalla partecipazione alla assemblea prevista per il 5 luglio;
- sostenere ogni iniziativa utile alla liberazione degli attivisti della Global Sumud detenuti in Libia, a partire dalla partecipazione all’assemblea in programma il 25 giugno;
- organizzare una manifestazione di protesta presso il porto di Taranto in occasione della partenza della nave Vulcano diretta verso lo Stretto di Hormuz.
Al fine di dare continuità e concretezza a questo percorso comune, l'assemblea decide di costituire un coordinamento provvisorio, composto da un rappresentante per ciascuna organizzazione sottoscrittrice del presente documento, con il compito di accompagnare la preparazione e la realizzazione delle iniziative sopra indicate fino allo svolgimento della Marcia della pace Gravina–Altamura.
Al termine di tale appuntamento, l'assemblea valuterà il percorso compiuto e deciderà se procedere allo scioglimento del coordinamento provvisorio o alla sua trasformazione in un organismo permanente di coordinamento e iniziativa.

Report a cura dellop Slai cobas Taranto

Processo Ambiente svenduto - Respinte dal PM e dai nostri avvocati le eccezioni degli avvocati degli imputati - Una udienza positiva

Nell’udienza del 19 giugno a Potenza vi è stata la risposta di PM e parti civili alle nuove eccezioni dei difensori degli imputati che nella precedente udieza del 5/6 hanno chiesto l'annullamento di tutti gli atti,  quindi la validità di tutte le prove, perizie, testimonianze che furono centrali nel processo di 1° grado a Taranto e per le sue condanne.

Il PM ha detto che vanno ritenute inammissibili le richieste dei difensori di Riva e soci. Molto efficace l’intervento per noi e i nostri avvocati della Avvocata Antonietta Ricci. Se pure in un quadro di prescrizioni che hanno ridotto il numero degli imputati noi restiamo tutti in campo e per i reati rimasti restiamo parti civili e soggetti di risarcimento.

La prossima udienza in cui il giudice si esprimerà è il 3 luglio

Nell’udienza del 5 giugno, i legali degli imputati hanno sostenuto l’inutilizzabilità soggettiva delle varie perizie tecniche eseguite in incidente probatorio nel primo processo; in quanto, i legali hanno detto, che molti imputati al momento dell’esecuzione delle stesse non erano ancora all’interno del processo. 
Inoltre, specificatamente per quanto riguarda perizia epidemiologica, è stato contestato il fatto che la gip Todisco l’assunse di ufficio, cosa che per i legali della difesa non poteva fare perché nel 2010 i PM dell’accusa avevano chiesto soltanto una perizia tecnico-impiantistica. 

Su questo vi è stata opposizione netta da parte del PM e della Avv. Ricci dello Slai cobas perchè è falso quento sostenuto dagli avvocati degli imputati. 
Altro questione riguarda le intercettazioni. Nel corso del processo a Taranto, furono acquisite quasi 2100 ore: i legali della difesa hanno chiesto se siano ancora tutte utili ai fini del processo, o se invece non sia il caso di acquisire soltanto quelle utili nei confronti degli imputati i cui reati non sono andati in prescrizione.

Infine, riguardo alle prescrizioni, secondo alcuni calcoli entro la prossima estate dovrebbe andare in prescrizione anche il reato relativo al disastro ambientale; mentre resterabbe il reato di avvelenamento di acque e sostanza alimentari.

martedì 16 giugno 2026

Tavolo romano sull'ex Ilva Taranto - Info - 17 giugno ore 6 alla port. A il commento e la proposta dello Slai cobas

Ex Ilva, risorse economiche sino all’autunno
Da Corriere di Taranto - Gianmario Leone

Com’era logico aspettarsi, non è giunta nessuna sostanziale novità dal Mimit dove si è svolto il tavolo sull’ex Ilva di Taranto, convocato dal ministro Adolfo Urso su richiesta dei sindacati territoriali.
Anzi. A dirla tutta, sono arrivate solo conferme su aspetti già ampiamente noti e profondamente preoccupanti.

Il primo, sicuramente il più critico per i sindacati dei metalmeccanici e gli stessi lavoratori, è che il governo difficilmente stanzierà altre risorse economiche per sostenere l’attività produttiva del siderurgico. Con l’ultimo provvedimento che ha ottenuto il via libera della Commissione Europea, è stato autorizzato un prestito di 349 milioni di euro, di cui 250 sono già stati spesi: utilizzata la restante parte pari a poco meno di 100 milioni, non ci sarà nessuna possibilità di aumentare quel prestito.
Ciò significa che in autunno, se non prima, Acciaierie d’Italia in Amministrazione Straordinaria rischierà di trovarsi senza più risorse economiche, qualora la procedura di vendita internazionale (sulla quale ad oggi non si hanno ancora notizie concrete se non, come confermato ancora una volta dal ministro Urso, dei due gruppi che hanno presentato una manifestazione d’interesse) dovesse concludersi con un nulla di fatto.

Le organizzazioni sindacali hanno anche evidenziato durante l’incontro al Mimit, la crisi che attanaglia ogni mese di più le aziende dell’indotto. Dove da inizio anno i posti di lavoro persi hanno toccato quota 600. Senza considerare l’aumento continuo dell’utilizzo della cassa integrazione e l’atavica questione legata alle manutenzioni ordinarie e straordinarie degli impianti. Senza dimenticare che il piano di marcia messo in piedi dai commissari straordinari non ha mai sortito gli effetti sperati.

Per tutte queste criticità i sindacati hanno chiesto al ministro Urso che Palazzo Chigi convochi un nuovo incontro, visto che l’ultimo è datato 5 marzo. Aspetto sul quale il ministro si è impegnato.

“Quella dell’ex Ilva è una sfida difficile, su cui serve un’azione sinergica e la massima responsabilità da parte di tutti gli attori, nel rispetto degli sforzi fatti in questi anni proprio dai lavoratori dell’Ilva. Noi siamo impegnati con voi a garantire la continuità produttiva, nella prospettiva della piena decarbonizzazione, anche e soprattutto a Taranto” avrebbe affermato Urso, durante l’incontro a Palazzo Piacentini con le organizzazioni sindacali territoriali di Taranto. “Se ci siamo riusciti a Terni, con un ambizioso programma di rilancio, e se ci siamo riusciti a Piombino, che tornerà a produrre acciaio dopo oltre 15 anni, dobbiamo fare ogni sforzo perché accada anche negli stabilimenti dell’ex Ilva. Il Governo è impegnato a tenere aperta una prospettiva industriale per Taranto, ma nessuna soluzione strutturale può essere costruita senza il concorso di tutti”, avrebbe sottolineato Urso...

E' giusto ribellarsi! Sulla bruttissima morte dei due ragazzi di Torino - Una denuncia dell'Avv. Ricci di Taranto

Noi vi condanniamo, maledetti del governo, polizia, giudici...! Avete voi ucciso i due ragazzi. Avete cercato di spegnere la loro energia, ribellione, volontà di un mondo migliore, la loro freschezza di partecipare alla lotta per questo, di lottare contro le vostre barbarie di guerre, genocidi; volevate spegnere la loro umanità, verso i popoli che voi massacrate, la solidarietà col popolo palestinese. I ragazzi non ci sono stati. Prima che lo imponeste voi con la vostra repressione, col vostro schifo insopportabile, purtroppo ci hanno lasciato. Ma siete voi che dovete "morire"... Attenzione, chè tantissimi ragazzi di Torino, di ogni città scelgono invece di vivere e lottare con più forza per "farvi la festa", anche nel nome dei loro due compagni.

Ciao, ragazzi. Dobbiamo vivere e lottare, vivere per lottare! Ribellarsi è giusto!

proletari comunisti

Una denuncia della compagna avvocata Antonietta Ricci di Taranto

Per F. e C.

Il prezzo del dissenso.

La tragica vicenda di F. e C., due giovani militanti torinesi, impone una riflessione profonda sul rapporto tra esercizio del dissenso, repressione penale e tutela delle libertà fondamentali in uno Stato democratico.

Le loro morti hanno suscitato un diffuso interrogativo sul peso che procedimenti giudiziari, misure cautelari e dispositivi di controllo possano esercitare sulla vita delle persone, specialmente quando colpiscono giovani impegnati nell'attività politica e nei movimenti sociali. La loro storia richiama l'attenzione sulle conseguenze umane, psicologiche e sociali di un sistema che sempre più frequentemente affronta il conflitto politico e il dissenso attraverso gli strumenti della prevenzione e della repressione.

Negli ultimi due anni si è assistito a una progressiva estensione delle misure cautelari e di prevenzione nei confronti di attivisti, studenti, lavoratori e militanti impegnati in mobilitazioni sociali e politiche. Fogli di via, obblighi di firma, divieti di dimora, arresti domiciliari e altre limitazioni della libertà personale vengono spesso presentati come misure intermedie, quasi prive di reale afflittività. In realtà esse incidono profondamente sulla vita quotidiana delle persone, condizionandone le relazioni, il lavoro, lo studio, la partecipazione politica e la stessa percezione della propria dignità e libertà. Esse producono effetti che vanno ben oltre la dimensione strettamente giuridica, investendo la sfera psicologica, affettiva, lavorativa e relazionale degli individui. In particolare, quando colpiscono giovani impegnati in percorsi di partecipazione politica e di mobilitazione sociale, tali provvedimenti rischiano di assumere una funzione deterrente nei confronti dell'esercizio stesso dei diritti democratici, generando isolamento, stigmatizzazione sociale e una percezione di colpevolezza anticipata rispetto a qualsiasi accertamento definitivo.

Molto preoccupante appare la tendenza a ricondurre entro categorie di pericolosità sociale forme di dissenso che rientrano pienamente nell'esercizio dei diritti costituzionalmente garantiti. La partecipazione a manifestazioni, campagne di solidarietà internazionale, iniziative di protesta contro politiche ritenute ingiuste o contro le violazioni dei diritti umani, comprese quelle denunciate in relazione al genocidio che si consuma in Palestina, non può essere trasformata in un fattore di sospetto o in un presupposto per l'applicazione di misure limitative della libertà personale.

Per queste ragioni è necessario respingere con fermezza la narrazione secondo cui si tratterebbe di misure innocue o prive di reale impatto. La loro capacità di condizionare le scelte di vita, limitare le relazioni sociali, ostacolare il lavoro, lo studio e la partecipazione politica dimostra che esse costituiscono strumenti di significativa compressione delle libertà individuali. Proprio per tale ragione il loro utilizzo dovrebbe essere rigorosamente circoscritto, sottoposto a un controllo giurisdizionale effettivo e valutato alla luce dei principi di necessità, proporzionalità e minima lesione dei diritti fondamentali che caratterizzano uno Stato costituzionale di diritto. Dietro la retorica dell'ordine pubblico e della prevenzione si delinea infatti un modello normativo che tende a trasformare il dissenso sociale e politico in un problema di sicurezza, spostando il baricentro dell'intervento pubblico dalla tutela dei diritti alla repressione preventiva.

La memoria di F. e C. impone dunque di interrogarsi criticamente non soltanto sulla legittimità formale di determinati strumenti giuridici, ma anche sul loro impatto concreto sulle esistenze individuali e sulla qualità della vita democratica del Paese. Perché una democrazia si misura anche

dalla capacità di garantire il diritto al dissenso, di proteggere chi esprime posizioni critiche e di evitare che il conflitto politico venga trattato come una questione di ordine pubblico anziché come una componente essenziale del pluralismo costituzionale.

Questa riflessione non può che concludersi con un pensiero di vicinanza e solidarietà a tutti i giovani che continuano a impegnarsi nella vita politica e sociale del Paese, spesso pagando un prezzo personale elevato per la scelta di non rimanere indifferenti di fronte alle ingiustizie, alle disuguaglianze e alle violazioni dei diritti umani. In una democrazia matura, il dissenso non dovrebbe essere temuto né represso, ma riconosciuto come una risorsa essenziale per il progresso civile e per la tutela dei valori costituzionali.

Un pensiero particolare va alle famiglie di F. e C., chiamate a sopportare un dolore che nessuna decisione giudiziaria, nessun procedimento e nessuna ragione di Stato potranno mai cancellare. La memoria di F. e C. richiama tutti, istituzioni e cittadini, alla responsabilità di difendere questo principio fondamentale: nessuna ragione di ordine pubblico può giustificare l'erosione dei diritti che costituiscono il fondamento della convivenza democratica.

Per i ragazzi di Torino che ci hanno lasciato - un comunicato da Freedom Flotilla Italia -Taranto

FreedomFlotillaIta.Taranto  - COMUNICATO 

15 giugno 2026
Solidarietà alle famiglie colpite dal dolore. Basta con il clima di intimidazione verso chi sostiene il popolo palestinese.
Freedom Flotilla Italia esprime la propria più profonda vicinanza e solidarietà ai familiari dei giovani F. e C. tragicamente scomparsi nei giorni scorsi, condividendone il dolore e lo sgomento.
In un momento tanto drammatico, riteniamo doveroso interrogarsi sul clima che si è progressivamente costruito nel nostro Paese attorno a chi manifesta solidarietà al popolo palestinese e ne sostiene le legittime rivendicazioni di libertà, giustizia e autodeterminazione. Un clima fatto troppo spesso di delegittimazione, criminalizzazione, intimidazioni e campagne mediatiche che hanno finito per trasformare il dissenso e l'impegno civile in un bersaglio.
Denunciamo con forza l'atteggiamento del Governo guidato dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e dei suoi Ministri, che riteniamo politicamente insufficiente e inadeguato rispetto alla gravità della situazione in Medio Oriente. A nostro giudizio, le iniziative intraprese nei confronti del Governo israeliano si sono rivelate deboli e prive della necessaria incisività, anche quando sono stati coinvolti cittadini italiani e imbarcazioni battenti bandiera italiana impegnate in missioni umanitarie nel Mediterraneo.
Riteniamo che le istituzioni italiane abbiano addosso una grave responsabilità ed hanno il dovere di garantire la tutela dei propri cittadini e, al contempo, di difendere senza ambiguità i principi del diritto internazionale, della pace e della libertà dei popoli.
Con altrettanta fermezza, denunciamo una narrazione pubblica e mediatica che troppo spesso ha contribuito a dipingere come estremista o sospetto chiunque esprima vicinanza alla causa palestinese o chieda il rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale. Una deriva che rischia di restringere gli spazi democratici e di alimentare un clima di ostilità e isolamento nei confronti di attivisti, associazioni e semplici cittadini.
Rinnoviamo il nostro impegno affinché l'Italia torni a essere promotrice di dialogo, giustizia e rispetto dei diritti fondamentali, e affinché nessuno venga mai discriminato, intimidito o delegittimato per aver scelto di schierarsi dalla parte della solidarietà e della dignità umana.
Alle famiglie colpite dal dolore va il nostro abbraccio e la nostra vicinanza. A loro, e a tutti coloro che continuano a impegnarsi per la giustizia e per la pace, diciamo che non saranno lasciati soli.

"Ciao Chimi. Chi lotta non è mai solo, chi sogna non muore mai" - Il saluto dei compagni e compagne ad Andrea, uno dei ragazzi di Torino che si è tolto la vita

 Uno dei due ragazzi era di Manduria

Lunedì 1 giugno 2026

Martedì mattina ci ha lasciato Andrea: un giovane compagno, un amico, un’anima generosa.

Andrea è sempre stato un grande esempio di empatia e lealtà. Una persona che al suo fianco ti faceva sentire valorizzato, preso in considerazione, sostenuto da un amico sincero che non ti avrebbe mai lasciato indietro.

È la sua profonda sensibilità che lo ha sempre portato ad adottare il punto di vista di chi soffre, di chi sogna una vita libera e serena.

A prima vista poteva apparire duro, a tratti distaccato. Ma Andrea ha delimitato i suoi confini perché la sua spinta a vivere e ad amare sono incompatibili con questo mondo così malsano, individualista e crudele.

Andrea ha conosciuto presto il costo di spendersi per gli ultimi, per i dimenticati, per i propri amici e compagni, senza mai chiedere niente in cambio.

Compagno di lotte e di tanta vita, Andrea ha camminato al nostro fianco per le strade della nostra città e per i sentieri delle Val di Susa. Sono inquantificabili i cortei, le assemblee, i momenti di socialità che abbiamo condiviso in quelle giornate e serate interminabili che spesso diamo per scontato nelle nostre frenetiche quotidianità, ma che oggi assumono significati incredibilmente importanti.

Ricordi indelebili nei nostri cuori.

Andrea è sempre stato un fiore sano, bellissimo quanto fragile, in una distesa di cemento ostile e sterile. 

Questo è un mondo che non lascia spazio all’autenticità, ai cuori che battono forte, che ti rende ostile se dalla vita pretendi qualcosa in più delle briciole.

È questo il mondo che ce l’ha portato via.

È questo il mondo che vogliamo distruggere anche per onorare Andrea e la sua vita.

I valori di libertà, di giustizia, di gioia collettiva che hanno caratterizzato la vita di Andrea, sono i nostri, sono la forza con cui andremo avanti incidendo nella nostra memoria e nella nostra pratica di vita di un ragazzo che con noi ha contribuito a piantare i semi del futuro.

Chi lotta non è mai solo, chi sogna non muore mai.

Ciao Chimi.

sabato 13 giugno 2026

Notizie ex Ilva

Il ministro Urso, dopo la figura di merda di essere venuto a fare passerella per la Vestas e non incontrare sindacati e associazioni padronali per l'ex Ilva,

ha convocato un incontro per lunedì pomeriggio che naturalmente riproporrà la cosiddetta "aria fritta".

I vertici confederali e Usb vanno da incontro a incontro a Roma - e da carriera in carriera, ne riparliamo a breve - senza alcun passo in avanti per i lavoratori, ormai sostanzialmente abbandonati e disinformati 

venerdì 12 giugno 2026

Ex Ilva - "Gli investimenti dello Stato devono servire per la guerra, gli armamenti..." non per il lavoro

Alcune volte negli interventi alle portinerie dell'ex Ilva, dell'appalto in cui denunciamo la situazione sempre più grave, a rischio per gli operai collegandola anche alla situazione internazionale e alle scelte del governo, dello Stato che mette miliardi per l'aumento delle armi, per la guerra e invece dice che non ci sono soldi per il lavoro, per una nazionalizzazione dell'Ilva, alcuni delegati, ma ogni tanto anche degli operai, ci dicono: ma non pensiamo a ciò che succede in Palestina, Medio Oriente, ecc. parliamo di noi... 

Ecco, ora un ex manager di Arcelor - chiaramente dalla parte dei padroni - spiega come in realtà è di "noi" che stiamo parlando, quando denunciamo ciò che succede nel mondo.

Questo ex manager di Arcelor in una lettera aperta agli operai dell'ex Ilva e alla città di Taranto dice praticamente: Lavoratori è inutile che voi volete difendere il lavoro, il salario; Cittadini di Taranto è inutile che voi vi battete contro l'inquinamento  per la vostra salute, la vostra vita... i soldi non possono essere investiti per questi "piccoli" interessi... ma per gli armamenti di morte, per la guerra degli imperialisti che devono accaparrarsi terre, materie prime, fare una lotta di concorrenza per i mercati (Usa/Europa contro Asia/Cina), imporre il loro dominio, una nuova geografia di spartizione del mondo, ammazzando popolazioni, distruggendo interi territori, cacciando dalle loro terre migliaia di abitanti... 

Ecco alcuni stralci della lettera (pubblicata da Taranto Buonasera)

"Una lettera aperta rivolta alla città e ai lavoratori dell’ex Ilva... A firmarla è Alberto Pratesi, già manager di Arcelor e presidente dell’Associazione Italiana Coil Coating, 
che interviene sulla crisi dello stabilimento tarantino e sulle prospettive industriali del gruppo, partendo da una premessa senza margini di ambiguità: secondo la sua analisi, pensare di riportare l’Ilva alla dimensione e al ruolo del passato non sarebbe più realistico.

L’ex manager individua più ragioni alla base di questa impossibilità... (una ragione) riguarda le risorse finanziarie necessarie...
«Ci vorrebbero 20 miliardi, 10 e più per pagare i debiti, 5 per rifare gli impianti e 5 per le bonifiche, e non ci sono prospettive di ritorno sull’investimento», sostiene Pratesi... prendere atto del fatto che un intervento di questa portata avrebbe conseguenze politiche e finanziarie rilevanti.

Nella lettera, Pratesi lega anche l’eventuale impegno dello Stato alla cornice più ampia delle priorità nazionali e internazionali, richiamando le spese per gli armamenti richieste dalla Nato e il sostegno all’Ucraina richiesto dall’Unione europea. Secondo la sua lettura, un investimento pubblico di quella dimensione rimetterebbe in discussione l’intera impostazione politica attuale.

Il ragionamento si sposta poi sul mercato dell’acciaio. Pratesi sostiene che oggi non ci sarebbero prospettive di ritorno sull’investimento anche perché lo scenario globale è profondamente cambiato. L’offerta di acciaio supererebbe la domanda (*), soprattutto per effetto dell’aumento delle capacità produttive asiatiche, che avrebbero trasformato l’Asia da area importatrice netta ad area esportatrice netta.
«Questa è una realtà che non si può non accettare: il tempo passa e le cose cambiano», scrive Pratesi...
Il confronto con il passato dell’Ilva è altrettanto diretto. «20 anni fa Ilva era il più importante produttore italiano e uno dei più importanti d’Europa, oggi è un gruppo sull’orlo del fallimento...".

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(*) - In una situazione in cui una parte consistente dei popoli del mondo ancora soffre la fame, non ha il necessario per vivere, di contro c'è una sovrapproduzione di tante merci (tra cui l'acciaio); sembra un paradosso, ma non lo è nel sistema capitalista, in cui per il capitale sovrapproduzione/crisi vanno insieme. Il perchè di questo lo spiega dettagliatamente Marx ne Il Capitale. Per questo stiamo tenendo delle lezioni con il prof. marxista Giuseppe Di Marco (la prossima il 23 giugno); sono lezioni che servono soprattutto agli operai - Per dire: è proprio di voi che Marx, la Formazione marxista parla, per comprendere il perchè delle cose che accadono nel mondo e nella tua fabbrica, nella tua città.   

giovedì 11 giugno 2026

ORE 12 controinformazione rossoperaia settimanale


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Flacks insiste, sponsorizzato da stampa padronal/governativa - da 'il giornale'

Ex Ilva, Flacks chiude il cerchio: in arrivo la “cordata” per il salvataggio

Scossa al dossier Ilva. Dopo settimane di silenzio, ha preso forma il tavolo tecnico che con l’americana Flacks metterà a punto un nuovo piano di rilancio per Taranto. Secondo quanto appreso, in giornata il gruppo americano dovrebbe comunicare ufficialmente i partner che lo supporteranno nelle prossime fasi per definire i contorni di un progetto che sia accettato dai commissari che gestiscono l’amministrazione straordinaria del siderurgico. Il “concerto”, anticipato due settimane fa dal Giornale, si sarebbe concluso con l’adesione sicura di 2 partner, Danieli e Metinvest. Un terzo soggetto italiano starebbe decidendo in queste ore di salire a bordo.

Il gruppo americano continua a voler concretizzare il proprio piano di rilancio, ma le obiezioni mosse dai commissari su una solidità finanziaria promessa, ma non dimostrata, hanno spinto il potenziale cavaliere bianco a un ulteriore sforzo.

L’iniziativa di Flacks ha l'obiettivo di costruire un percorso industriale competitivo per il rilancio dell'ex Ilva, rafforzandone la continuità produttiva, la salvaguardia degli attuali livelli occupazionali e la sostenibilità ambientale. Un passo ulteriore rispetto a quello fatto finora dagli americani e che punta a convincere i commissari della bontà del progetto di rilancio che sarà condiviso con grandi operatori.

Una corsa contro il tempo visto lo stato in cui versa l’azienda.

Taranto Buonasera sull'azione dello Slai cobas all'Ilva

 Ex Ilva, Slai Cobas avvia la raccolta firme sulla piattaforma operaia

La mozione chiede nazionalizzazione immediata, nessun esubero, garanzie per diretti e appalto, stop ai contratti a termine e trattative a Taranto con la presenza del sindacato

La raccolta firme dello Slai Cobas

La raccolta firme dello Slai Cobas

TARANTO - Una mozione da sottoscrivere per rilanciare una piattaforma operaia sulla vertenza dell’ex Ilva e riportare al centro della discussione lavoro, sicurezza, salari e futuro industriale dello stabilimento. È l’iniziativa promossa dallo Slai Cobas per il Sindacato di Classe, che ha avviato una raccolta firme tra lavoratori diretti e dell’appalto, con la possibilità di aderire anche online.

Il documento, intitolato “Mozione da firmare – Piattaforma operaia”, mette in fila le richieste del sindacato in una fase considerata decisiva per il destino della fabbrica tarantina. La piattaforma respinge le ipotesi ritenute penalizzanti per l’occupazione e contesta le soluzioni giudicate insufficienti o non risolutive sul piano industriale.

Tra i punti centrali della mozione c’è il rifiuto del fondo Flacks, definito nel testo «un bluff», e il no a Jindal, indicato dal sindacato come soggetto che «vuole tagliare 6.000 operai». La richiesta principale è la nazionalizzazione immediata dello stabilimento, accompagnata dal no ai «piani inconcludenti di Urso/Meloni».

La piattaforma pone poi il tema occupazionale in termini netti. Slai Cobas chiede nessun esubero e la CIGS con integrazione per i lavoratori diretti e per quelli dell’appalto. Una rivendicazione che punta a evitare ricadute sociali pesanti in una vertenza che coinvolge non solo lo stabilimento, ma l’intero sistema produttivo collegato alla grande fabbrica.

Ampio spazio viene riservato anche alle condizioni contrattuali. Nel testo si dice no al CCNL Multiservizi applicato alle ditte e si chiede il CCNL metalmeccanico con clausola sociale, insieme al rifiuto dei contratti a termine. Per il sindacato, la tutela dei lavoratori dell’appalto resta uno dei nodi più delicati della partita, anche alla luce del peso che quel comparto ha nella tenuta complessiva del sito.

La mozione contiene inoltre richieste specifiche su salute, sicurezza e previdenza. Slai Cobas invoca una legge speciale per amianto, lavori usuranti e prepensionamenti, collegando il futuro della fabbrica anche alla necessità di riconoscere il peso delle esposizioni e delle condizioni di lavoro maturate negli anni nello stabilimento.

Nel documento compare anche un passaggio dedicato alla sicurezza: «Basta morti sul lavoro». A questa richiesta si affiancano il no alla gestione commissariale, con la formula «via i commissari», e la proposta di istituire una postazione ispettiva permanente in fabbrica, considerata uno strumento necessario per un controllo continuativo delle condizioni di lavoro.

Sul piano politico e sindacale, la piattaforma chiede che le trattative si svolgano a Taranto e che lo Slai Cobas sia presente al confronto come «voce autonoma». La mozione rivendica così il ruolo diretto dei lavoratori nella discussione sul futuro dell’ex Ilva, opponendosi a decisioni assunte lontano dal territorio e senza un coinvolgimento pieno della base operaia.

Il testo si chiude con la richiesta di un vero sciopero generale fino a risultati effettivi, indicando nella mobilitazione lo strumento per sostenere la piattaforma e ottenere risposte concrete.

Dopo Amendolara nulla deve essere come prima, denuncia, lotta, organizzazione - offrendo piattaforme concrete che possano rafforzare i migranti e indebolire l'asse padroni/caporali/info

In Calabria c’è anche chi aiuta i lavoratori migranti

Nella stessa zona in cui quattro braccianti sono stati bruciati vivi, alcune aziende e associazioni hanno trovato un modo per togliere potere ai caporali

di Angelo Mastrandrea

Lavoratori migranti nei terreni dell'azienda agricola Gias a San Marco Argentano, in Calabria (Angelo Mastrandrea/il Post)
Lavoratori migranti nei terreni dell'azienda agricola Gias 
a San Marco Argentano, in Calabria

Sulla costa jonica nel nord della Calabria, dove il primo giugno quattro braccianti migranti sono stati bruciati vivi in un minivan, ci sono anche aziende agricole che assumono i lavoratori con contratti regolari e condizioni di lavoro dignitose. Provvedono alla casa e al trasporto, in modo da evitare che si rivolgano a caporali, cioè persone che fanno da intermediari per ingaggiare i braccianti, sfruttarli e trattenere parte della loro paga. Li assumono andandoli a cercare soprattutto nella baraccopoli di San Ferdinando, nella piana calabrese di Gioia Tauro, o in quelle pugliesi di Borgo Mezzanone e di Rignano.

Queste aziende riescono a lavorare nella legalità grazie a un progetto che si chiama Spartacus, ideato dall’associazione Giuste Terre e finanziato da alcune fondazioni e dai soldi dell’8 per mille versati alla Chiesa valdese. «Cerchiamo di far assumere il più possibile le persone legalmente e di garantire ai braccianti la possibilità di avere un alloggio, perché se continuano a vivere nei ghetti o alle dipendenze dei caporali è tutto inutile», dice il responsabile del progetto Gianantonio Ricci.

Ricci dice che in un anno sono riusciti a far assumere 180 persone che vivevano a Borgo Mezzanone o a San Ferdinando, tirandole fuori dai ghetti e sottraendole al caporalato.

Secondo uno studio del CNR (Consiglio nazionale delle ricerche, il più importante ente pubblico che si occupa di ricerca), nelle campagne calabresi 12mila migranti sono «impiegati in condizioni di irregolarità». I caporali riescono a tenere sotto controllo i braccianti perché si occupano di tutto al posto loro, offrendo insieme al lavoro una casa e il trasporto: i lavoratori migranti spesso non hanno alternative.

Gli ideatori del progetto Spartacus allora hanno pensato che per contrastare il caporalato avrebbero dovuto fare lo stesso, ma in maniera legale e offrendo un servizio migliore. «La prima cosa che facciamo è costruire un ponte tra i braccianti e le aziende virtuose, garantendo contratti regolari», dice Ricci. Poi «cerchiamo gli alloggi: poiché quasi nessuno affitta agli africani, prendiamo noi le case in locazione e le paghiamo». Infine, «gestiamo i trasporti al posto dei caporali: abbiamo dei pulmini con autisti scelti tra gli stessi lavoratori, che collegano le abitazioni ai campi».

Gli attivisti forniscono anche assistenza legale ai migranti, aiutandoli a ottenere permessi di soggiorno e altri documenti, e ad aprire conti bancari dove possono farsi accreditare lo stipendio. «Finché non ricevono il primo pagamento e possono fare la spesa da soli, gli portiamo pure da mangiare», spiega Maria Teresa Sita, un’attivista di Giuste Terre.

L’azienda più grande che ha aderito al progetto Spartacus si trova a San Marco Argentano, un piccolo comune dell’entroterra. Si chiama Gias e ha più di tre chilometri quadrati di terreni, 20mila piante di melograno, alcune migliaia di piante di nocciole che coltiva per la Ferrero, piantagioni di ortaggi, e un impianto di trasformazione dei prodotti e di produzione di surgelati. Nei picchi di raccolta impiega fino a un migliaio di lavoratori stagionali. Ha reclutato alcune decine di braccianti nei ghetti calabresi e pugliesi, affiancati nel lavoro da altri dipendenti dell’azienda che insegnano loro il mestiere.

«Vogliamo non solo dare loro un lavoro dignitoso e in regola, ma anche spiegare le tecniche di potatura e formare degli operai specializzati», spiega Angelo Eliseo, l’agronomo che gestisce i terreni.

Walid, arrivato nel 2024 dal Mali e finito a vivere nella baraccopoli di Rignano nel foggiano, nella casa messa a disposizione dall’azienda agricola Gias, che gli ha fatto un contratto per la raccolta delle melagrane fino a dicembre 

Hanno sistemato sette braccianti in una piccola abitazione su un piano all’ingresso dei campi, che hanno ristrutturato: ci sono una cucina attrezzata, un bagno e due camere spaziose. Gli altri sono alloggiati in un’altra casa, più distante. Molti di loro provengono dall’Africa subsahariana.

Frank Williams ha 26 anni, dice di essere arrivato in Italia dal Camerun «con la barca», nel 2023. Fino a tre mesi fa viveva nel Centro di accoglienza per richiedenti asilo (CARA) di Borgo Mezzanone, in provincia di Foggia. Walid (non ha detto il cognome) invece è arrivato un mese fa dalla baraccopoli di Rignano, sempre nel foggiano. È scappato dal Mali nel 2024 e, prima di venire in Italia, ha lavorato per un periodo in Spagna. Entrambi dicono che rispetto ai precedenti lavori che hanno fatto in Italia gli sembra «un paradiso», perché finalmente sono in regola, stanno imparando il mestiere, hanno una casa e del tempo libero.

Iniziano a lavorare alle 5 del mattino e finiscono a mezzogiorno, perché poi fa troppo caldo. Alla fine del turno di lavoro vanno nella casetta ai margini del campo, fanno una doccia, si cambiano, cucinano qualcosa e poi si riposano. Se hanno voglia, nel pomeriggio vanno a fare un giro a Corigliano Calabro, che è a 40 minuti di bus. Williams dice che vuole comprare «una bici per andare a San Marco Argentano», un paese a pochi chilometri di distanza, su una collina.

Frank Williams, arrivato dal Camerun e passato dal CARA di Borgo Mezzanone, nella cucina della casa fornita dall’azienda agricola Gias a San Marco Argentano (Angelo Mastrandrea/il Post)

A Cassano all’Ionio, un comune di 17mila abitanti che si trova una quarantina di chilometri più a nord, i migranti possono andare a cercare lavoro in un centro che si chiama Kosmopolis e possono chiedere assistenza legale a uno degli sportelli dell’associazione Cidis. «I caporali gestiscono la vita dei migranti sostituendosi al welfare dello Stato, approfittando del fatto che chi è appena arrivato non conosce la lingua e non sa come muoversi, e noi cerchiamo di portarglieli via fornendo loro proprio quel tipo di assistenza», dice Debora La Rocca, responsabile di Cidis.

L’associazione gestisce una casa dove vengono ospitati i braccianti che sono messi sotto protezione per avere denunciato lo sfruttamento. I volontari li assistono anche legalmente e li aiutano a trovare un altro lavoro. «Spesso i migranti non denunciano i caporali non solo perché sono intimiditi, ma anche perché temono di perdere il lavoro, la casa e il sostegno degli sfruttatori», spiega ancora La Rocca.

La navetta del comune di Cassano all’Jonio che porta gratuitamente i migranti a lavorare nei campi (Angelo Mastrandrea/il Post)

I migranti che vivono nelle case del centro storico di Cassano all’Jonio possono anche andare al lavoro con una navetta del comune, che li porta gratis nelle aziende agricole della zona e a fine turno li riporta in paese. «All’inizio non saliva nessuno, i braccianti passavano dritti con lo sguardo abbassato e salivano sui mezzi dei caporali. Poi abbiamo cominciato a fermarli quando li vedevamo da soli per spiegare che il servizio è gratuito, e così pian piano hanno cominciato ad avvicinarsi. Ora sono le stesse aziende agricole a chiamarci per chiederci di passare anche da loro», racconta l’autista Danilo Mignogna.

Il bus, che ha 23 posti a sedere, è sempre pieno e deve fare diverse corse al giorno, sia all’andata che al ritorno. Se non riescono a salire perché è troppo pieno, molti migranti attendono il passaggio successivo invece di pagare i 5 euro per il trasporto ai caporali. Il comune sta pensando di comprare un secondo pulmino per rafforzare il servizio.