Sulla costa jonica nel nord della Calabria, dove il primo giugno quattro braccianti migranti sono stati bruciati vivi
in un minivan, ci sono anche aziende agricole che assumono i lavoratori
con contratti regolari e condizioni di lavoro dignitose. Provvedono
alla casa e al trasporto, in modo da evitare che si rivolgano a
caporali, cioè persone che fanno da intermediari per ingaggiare i
braccianti, sfruttarli e trattenere parte della loro paga. Li assumono
andandoli a cercare soprattutto nella baraccopoli di San Ferdinando, nella piana calabrese di Gioia Tauro, o in quelle pugliesi di Borgo Mezzanone e di Rignano.
Queste
aziende riescono a lavorare nella legalità grazie a un progetto che si
chiama Spartacus, ideato dall’associazione Giuste Terre e finanziato da
alcune fondazioni e dai soldi dell’8 per mille versati alla Chiesa valdese.
«Cerchiamo di far assumere il più possibile le persone legalmente e di
garantire ai braccianti la possibilità di avere un alloggio, perché se
continuano a vivere nei ghetti o alle dipendenze dei caporali è tutto
inutile», dice il responsabile del progetto Gianantonio Ricci.
Ricci
dice che in un anno sono riusciti a far assumere 180 persone che
vivevano a Borgo Mezzanone o a San Ferdinando, tirandole fuori dai
ghetti e sottraendole al caporalato.
Secondo
uno studio del CNR (Consiglio nazionale delle ricerche, il più
importante ente pubblico che si occupa di ricerca), nelle campagne
calabresi 12mila migranti sono «impiegati in condizioni di
irregolarità». I caporali riescono a tenere sotto controllo i braccianti
perché si occupano di tutto al posto loro, offrendo insieme al lavoro
una casa e il trasporto: i lavoratori migranti spesso non hanno
alternative.
Gli
ideatori del progetto Spartacus allora hanno pensato che per
contrastare il caporalato avrebbero dovuto fare lo stesso, ma in maniera
legale e offrendo un servizio migliore. «La prima cosa che facciamo è
costruire un ponte tra i braccianti e le aziende virtuose, garantendo
contratti regolari», dice Ricci. Poi «cerchiamo gli alloggi: poiché
quasi nessuno affitta agli africani, prendiamo noi le case in locazione e
le paghiamo». Infine, «gestiamo i trasporti al posto dei caporali:
abbiamo dei pulmini con autisti scelti tra gli stessi lavoratori, che
collegano le abitazioni ai campi».
Gli
attivisti forniscono anche assistenza legale ai migranti, aiutandoli a
ottenere permessi di soggiorno e altri documenti, e ad aprire conti
bancari dove possono farsi accreditare lo stipendio. «Finché non
ricevono il primo pagamento e possono fare la spesa da soli, gli
portiamo pure da mangiare», spiega Maria Teresa Sita, un’attivista di
Giuste Terre.
L’azienda
più grande che ha aderito al progetto Spartacus si trova a San Marco
Argentano, un piccolo comune dell’entroterra. Si chiama Gias e ha più di
tre chilometri quadrati di terreni, 20mila piante di melograno, alcune
migliaia di piante di nocciole che coltiva per la Ferrero, piantagioni
di ortaggi, e un impianto di trasformazione dei prodotti e di produzione
di surgelati. Nei picchi di raccolta impiega fino a un migliaio di
lavoratori stagionali. Ha reclutato alcune decine di braccianti nei
ghetti calabresi e pugliesi, affiancati nel lavoro da altri dipendenti
dell’azienda che insegnano loro il mestiere.
«Vogliamo
non solo dare loro un lavoro dignitoso e in regola, ma anche spiegare
le tecniche di potatura e formare degli operai specializzati», spiega
Angelo Eliseo, l’agronomo che gestisce i terreni.

Walid,
arrivato nel 2024 dal Mali e finito a vivere nella baraccopoli di
Rignano nel foggiano, nella casa messa a disposizione dall’azienda
agricola Gias, che gli ha fatto un contratto per la raccolta delle
melagrane fino a dicembre
Hanno
sistemato sette braccianti in una piccola abitazione su un piano
all’ingresso dei campi, che hanno ristrutturato: ci sono una cucina
attrezzata, un bagno e due camere spaziose. Gli altri sono alloggiati in
un’altra casa, più distante. Molti di loro provengono dall’Africa
subsahariana.
Frank
Williams ha 26 anni, dice di essere arrivato in Italia dal Camerun «con
la barca», nel 2023. Fino a tre mesi fa viveva nel Centro di
accoglienza per richiedenti asilo (CARA) di Borgo Mezzanone, in
provincia di Foggia. Walid (non ha detto il cognome) invece è arrivato
un mese fa dalla baraccopoli di Rignano, sempre nel foggiano. È scappato
dal Mali nel 2024 e, prima di venire in Italia, ha lavorato per un
periodo in Spagna. Entrambi dicono che rispetto ai precedenti lavori che
hanno fatto in Italia gli sembra «un paradiso», perché finalmente sono
in regola, stanno imparando il mestiere, hanno una casa e del tempo
libero.
Iniziano
a lavorare alle 5 del mattino e finiscono a mezzogiorno, perché poi fa
troppo caldo. Alla fine del turno di lavoro vanno nella casetta ai
margini del campo, fanno una doccia, si cambiano, cucinano qualcosa e
poi si riposano. Se hanno voglia, nel pomeriggio vanno a fare un giro a
Corigliano Calabro, che è a 40 minuti di bus. Williams dice che vuole
comprare «una bici per andare a San Marco Argentano», un paese a pochi
chilometri di distanza, su una collina.

Frank
Williams, arrivato dal Camerun e passato dal CARA di Borgo Mezzanone,
nella cucina della casa fornita dall’azienda agricola Gias a San Marco
Argentano (Angelo Mastrandrea/il Post)
A
Cassano all’Ionio, un comune di 17mila abitanti che si trova una
quarantina di chilometri più a nord, i migranti possono andare a cercare
lavoro in un centro che si chiama Kosmopolis e possono chiedere
assistenza legale a uno degli sportelli dell’associazione Cidis. «I
caporali gestiscono la vita dei migranti sostituendosi al welfare dello
Stato, approfittando del fatto che chi è appena arrivato non conosce la
lingua e non sa come muoversi, e noi cerchiamo di portarglieli via
fornendo loro proprio quel tipo di assistenza», dice Debora La Rocca,
responsabile di Cidis.
L’associazione
gestisce una casa dove vengono ospitati i braccianti che sono messi
sotto protezione per avere denunciato lo sfruttamento. I volontari li
assistono anche legalmente e li aiutano a trovare un altro lavoro.
«Spesso i migranti non denunciano i caporali non solo perché sono
intimiditi, ma anche perché temono di perdere il lavoro, la casa e il
sostegno degli sfruttatori», spiega ancora La Rocca.

La navetta del comune di Cassano all’Jonio che porta gratuitamente i migranti a lavorare nei campi (Angelo Mastrandrea/il Post)
I
migranti che vivono nelle case del centro storico di Cassano all’Jonio
possono anche andare al lavoro con una navetta del comune, che li porta
gratis nelle aziende agricole della zona e a fine turno li riporta in
paese. «All’inizio non saliva nessuno, i braccianti passavano dritti con
lo sguardo abbassato e salivano sui mezzi dei caporali. Poi abbiamo
cominciato a fermarli quando li vedevamo da soli per spiegare che il
servizio è gratuito, e così pian piano hanno cominciato ad avvicinarsi.
Ora sono le stesse aziende agricole a chiamarci per chiederci di passare
anche da loro», racconta l’autista Danilo Mignogna.
Il
bus, che ha 23 posti a sedere, è sempre pieno e deve fare diverse corse
al giorno, sia all’andata che al ritorno. Se non riescono a salire
perché è troppo pieno, molti migranti attendono il passaggio successivo
invece di pagare i 5 euro per il trasporto ai caporali. Il comune sta
pensando di comprare un secondo pulmino per rafforzare il servizio.