giovedì 12 febbraio 2026

sindacati confederali e USB - ancora richieste sindacali e promesse aziendali che non corrispondono ai fatti , che prendono tempo lasciando le cose come stanno

 

Ex Ilva: incontro tra sindacati e gestione commissariale

Le organizzazioni sindacali Fim, Fiom, Uilm e Usb hanno incontrato la gestione commissariale di Acciaierie d’Italia per discutere delle criticità relative alla sicurezza, all’ambiente e agli assetti di marcia dello stabilimento di Taranto.

Hanno richiesto un piano di spesa e investimenti manutentivi ordinario e straordinario, l’istituzione di un Coordinamento di Stabilimento per affrontare le criticità presenti nei reparti, il monitoraggio sui numeri della cassa integrazione e il rispetto della rotazione per mansioni fungibili, e una mappatura delle aziende dell’appalto che operano all’interno dello stabilimento.

L’azienda ha presentato dati sulle risorse stanziate per le attività di manutenzione e investimenti industriali, che ammontano a 997 milioni di euro a partire da febbraio 2024. Tuttavia, le organizzazioni sindacali ritengono che tali investimenti siano insufficienti rispetto alle criticità presenti nello stabilimento.

La cassa integrazione è un problema grave, con percentuali del 50-60% per le manutenzioni centrali e oltre 3000 dipendenti coinvolti nei mesi di novembre e dicembre. L’azienda ha assunto impegni sulle richieste avanzate e si è convenuto di procedere ad una successiva fase di confronto

Palestina - due iniziative da sostenere e partecipare


 

Carcere di Melfi 21 febbraio ore 15 presidio

contro la sentenza di condanna per Anan


- Per esprimere solidarietà e vicinanza ad Anan  e a tutti i prigionieri politici palestinesi

- contro la montatura per Hannoun 

- contro la repressione del movimento palestinese e del movimento di solidarietà con la Palestina 

La resistenza non è reato, la solidarietà è un’arma non un reato! 

Liberi tutti! Palestina libera! 

 Da Taranto delegazione con mezzo collettivo 

per info e adesioni #iostoconlaPalestina Taranto c/o slai cobas taranto wa 3519575628

mercoledì 11 febbraio 2026

Lo Slai cobas condivide il NO al rigassificatore

 info stampa

Rigassificatore al molo polisettoriale, Legambiente: pericoloso e incompatibile

L’associazione ambientalista denuncia rischi industriali e incompatibilità con l’hub per l’eolico offshore

Il progetto

Il progetto

TARANTO - Il progetto di installazione di un rigassificatore alla testata del molo polisettoriale infiamma il dibattito cittadino. Legambiente Taranto esprime una netta contrarietà all’opera ritenendola incompatibile con lo sviluppo del porto come polo nazionale per l’eolico offshore galleggiante e pericolosa sotto il profilo della sicurezza.

Secondo l’associazione l’impianto occuperebbe circa il 20% dell’intera superficie del molo, sottraendo spazi operativi alle attività necessarie per la movimentazione e l’assemblaggio degli aerogeneratori. “Il progetto è incompatibile con l’individuazione del porto di Taranto quale hub per l’eolico offshore”, sostiene Legambiente, evidenziando come le operazioni di montaggio richiedano ampie aree operative e lavorazioni continue.

La criticità principale riguarderebbe la coesistenza tra lavorazioni industriali e presenza di gas metano. L’assemblaggio delle componenti delle turbine prevede infatti frequenti saldature con produzione di scintille. “Se si verificasse una fuga di metano e il vento spingesse il gas verso l’area di assemblaggio, una scintilla potrebbe innescare una grande fiammata”, avverte l’associazione, definendo elevato il rischio per lavoratori e infrastrutture.

Il porto di Taranto è stato inserito dal Governo, insieme ad Augusta, tra gli hub strategici nazionali per l’eolico offshore attraverso il decreto interministeriale 167 del 4 luglio 2025, registrato dalla Corte dei Conti il 23 settembre 2025. Il piano prevede investimenti per circa 28 milioni di euro e piena operatività tra il 2027 e il 2028, con ricadute occupazionali nella cantieristica delle energie rinnovabili e nel sistema portuale. Per Legambiente la realizzazione del rigassificatore comprometterebbe questa prospettiva di sviluppo legata alla transizione energetica e alla riduzione delle fonti fossili.

Ulteriori preoccupazioni riguardano la sicurezza della popolazione. L’associazione cita la presenza del quartiere Lido Azzurro, abitato stabilmente e frequentato d’estate, non considerato nella documentazione progettuale che indica oltre 6 chilometri di distanza dal centro abitato. In caso di incidente le conseguenze potrebbero coinvolgere lavoratori e residenti.

Nel documento vengono richiamati anche i rischi legati agli eventi climatici estremi. Un tornado classificato F3 aveva già interessato l’area anni fa, con venti tra 254 e 332 chilometri orari. “Un nuovo tornado non si può escludere e la sua traiettoria potrebbe interessare impianti a rischio di incidente rilevante con possibile effetto domino”, si legge nella nota, che segnala inoltre la presenza della base navale e di sottomarini a propulsione nucleare, considerati ulteriori fattori di rischio in caso di collisione con metaniere.

Per questi motivi Legambiente ribadisce la propria contrarietà all’opera e richiama precedenti posizioni della città contro analoghi progetti energetici. L’associazione auspica un pronunciamento chiaro del consiglio comunale e l’intervento dell’amministrazione nel procedimento di valutazione di impatto ambientale avviato a inizio febbraio.

I soldi dati finora non sono serviti a cambiare la situazione dell'ex Ilva su nessuno dei terreni necessari lavoro/salute/sicurezza in fabbrica/bonifiche

 info stampa

Prestito ponte dall'Ue all'ex Ilva, cosa cambia davvero per Taranto

I 390 stanziati tra continuità produttiva, transizione ecologica e futuro industriale

Ex Ilva

TARANTO – Come anticipato ieri da Buonasera24.it, il via libera della Commissione Europea allo stanziamento di 390 milioni di euro a favore di Acciaierie d’Italia rappresenta un punto di svolta per il polo siderurgico di Taranto e per l'intera impostazione della politica industriale nazionale nel contesto della transizione ecologica.

Ma cosa significa realmente per lo polo siderurgico tarantino?

Questa manovra si inserisce in un quadro di estrema delicatezza, quando la necessità di preservare l’integrità produttiva del Paese si scontra con i rigidi vincoli comunitari in materia di aiuti di Stato. La decisione di Bruxelles di autorizzare il prestito ponte è scaturita da una valutazione pragmatica dei rischi sistemici. La "caduta" dell’ex Ilva provocherebbe infatti un effetto domino su tutta la filiera metalmeccanica italiana e un impoverimento socio-economico della Puglia. Eventualità che l'Europa stessa ha definito come un danno rilevante e inaccettabile.

Sotto il profilo strettamente economico, il finanziamento ha l'obiettivo di garantire la continuità operativa in una fase di amministrazione straordinaria che deve necessariamente sfociare nella cessione a un investitore privato. La sopravvivenza del sito è legata a doppio filo alla capacità di generare flussi di cassa minimi per coprire i costi fissi e, in quest’ottica, la riattivazione dell’Altoforno 2, prevista per la fine di febbraio, assume una valenza sostanziale e tecnica fondamentali. Senza la marcia degli impianti, il valore degli asset subirebbe un deprezzamento tale da rendere vana qualsiasi procedura di gara, trasformando un potenziale rilancio in una mera liquidazione fallimentare. La sfida per il Governo è ora quella di gestire questa finestra temporale di sei mesi per finalizzare il passaggio di consegne a chi dovrà essere capace di integrare il sito pugliese nelle nuove rotte dell'acciaio verde e competitivo.

L'orientamento della politica industriale europea sta infatti virando verso una decarbonizzazione accelerata che impone la trasformazione radicale dei processi produttivi. L'acciaio primario da ciclo integrale, storicamente basato sul carbone, deve evolvere verso tecnologie a ridotto impatto carbonico, come i forni elettrici alimentati da preridotto di ferro. Il prestito ponte serve dunque a conquistare tempo prezioso per permettere ai commissari e al Ministero delle Imprese e del Made in Italy di confermare il partner industriale che presenti un piano di investimenti solido per la riconversione ambientale. In questo scenario, la Puglia diventa il laboratorio europeo per testare la compatibilità tra grande industria pesante e tutela della salute pubblica, un binomio che per decenni è apparso inconciliabile.

Analizzando l'aspetto finanziario, l'operazione si configura come un onere di cui il futuro acquirente dovrà in qualche modo farsi carico. La sostenibilità del debito di Acciaierie d’Italia resta uno dei nodi principali nella trattativa, poiché il settore siderurgico globale sta attraversando una fase di forte volatilità dei prezzi delle materie prime e dell'energia. Tuttavia, le attenzioni rivolte dai player internazionali suggeriscono che il valore strategico dell'impianto di Taranto, grazie alla sua posizione logistica nel Mediterraneo e alla sua capacità installata, rimane comunque elevato nonostante le tante criticità. La riuscita di questa operazione sancirà la capacità dell'Italia di mantenere una posizione industriale strategica nei settori di base, evitando che la manifattura nazionale diventi totalmente dipendente dalle importazioni di acciaio extra-europee.

L’intervento di Bruxelles segna quindi il passaggio da una gestione dell’emergenza a una fase di programmazione. Il successo si misurerà tanto con la ripresa della produzione e con il mantenimento dei livelli occupazionali, quanto pure con la capacità di attrarre capitali privati in un progetto di lungo respiro che sappia coniugare profitto, efficienza tecnologica e rispetto dei parametri ambientali comunitari. La politica nazionale è chiamata ora a un esercizio di precisione chirurgica per evitare che questo ennesimo salvataggio pubblico si trasformi in un semplice rinvio di problemi strutturali rimasti irrisolti per troppo tempo.

Altoforno 1 o ci sono stati gli interventi effettivi di ripristino oppure NO al dissequestro

 infostampa

Ex Ilva, a giorni il verdetto sull'Altoforno 1 dopo il maxi-incendio di maggio. I commissari «È da dissequestrare»

da Francesco Casula

Ex Ilva, a giorni il verdetto sull'Altoforno 1 dopo il maxi-incendio di maggio. I commissari «È da dissequestrare»

L’udienza davanti al giudice Rubertiello. Intanto nei prossimi giorni ripartirà l’Altoforno 2 dell’ex Ilva, fermo dal 20 gennaio 2024 per interventi di ripristino

Arriverà nei prossimi giorni il verdetto del giudice Mariano Rubertiello chiamato a decidere sull’istanza di dissequestro dell’Altoforno 1 dell’ex Ilva bloccato dalla Procura ionica il 7 maggio 2025 dopo il maxi incendio che solo per miracolo non provocò feriti tra gli ope

Dopo il doppio “no” degli inquirenti ionici alla revoca dei sigilli, il primo ad agosto e il secondo a novembre 2025, Acciaierie d’Italia in As ha infatti presentato ricorso al giudice delle indagini preliminari sostenendo che a distanza di oltre otto mesi non c’è più motivo per prolungare il sequestro probatorio, uno strumento che serve alla procura per raccogliere appunto le prove di quanto accaduto facendo in modo che nessuno possa «inquinare» la scena dov’è avvenuto il fatto.

Bagnoli - Anche le bonifiche sono inquinanti... E gli abitanti di Bagnoli in migliaia scendono in strada

Nel capitalismo e con governi al suo servizio, al servizio del profitto anche i lavori di bonifica del territorio portano inquinamento.

 

A Bagnoli i livelli di polveri sottili sono superiori alla norma. È quanto emerge dai dati pubblicati dall'Arpa Campania e rilevati con il laboratorio mobile in zona Città della Scienza dal 3 al 9 febbraio, un periodo che ha visto l'intensificarsi dei lavori sul litorale in vista dell'America's Cup e del passaggio dei camion diretti al cantiere. Secondo la legge, il livello massimo di Pm10 consentito è di 50 microgrammi per metro cubo. A guardare quanto riportato dall'Agenzia regionale per la protezione ambientale, invece, questo livello è stato superato in almeno quattro occasioni. 
Martedì 3 febbraio, il livello medio giornaliero di polveri sottili ha raggiunto 81 microgrammi al metro cubo, con una punta oraria di oltre 158 alle ore 14. Il giorno 4, il laboratorio mobile ha rilevato una media di 79, con una punta massima di 142 alle 11. Il terzo sforamento, lieve, è stato registrato venerdì 6: 51 microgrammi. Bisogna, poi, arrivare a lunedì 9, ieri, per avere il quarto episodio: 66 come valore medio giornaliero, con una punta di 223 microgrammi al metro cubo alle 16. 

Il Commissariato di Bagnoli aveva risposto mettendo in atto “misure di mitigazione”. Misure che prevedono, secondo quanto spiegato dalla nota commissariale, la bagnatura delle piste e dei teli, la pulizia delle ruote dei tir, barriere protettive. 

Pronto il commento della Rete No America's Cup: “In un'area ex industriale come quella di Bagnoli, il pericolo vero non è tanto nel gas che evapora, ma nella polvere che si alza. I sensori Arpac ci dicono quante polveri sottili si muovono ma servirebbe sapere di cosa è fatta quella polvere. Senza questi dati, stiamo vedendo solo la punta dell'iceberg: sappiamo che l'aria è ‘sporca’ di polvere, ma non sappiamo quanto è tossica. Servono analisi più approfondite”.


Ma la risposta è stata da parte delle masse popolari di Bagnoli una importante manifestazione di 5 mila persona.
“Vogliamo la vera bonifica di Bagnoli, non speculazione e grandi eventi spot“. Sono le parole degli abitanti nel quartiere a Ovest di Napoli che nella mattinata di sabato 7 febbraio hanno sfilato per le strade della zona per fermare i “lavori della vergogna”, come scritto sullo striscione di apertura: quelli in vista della Coppa America di Vela, l’America’s Cup, in programma per luglio 2027.
Almeno 5mila persone hanno partecipato alla manifestazione, gran parte delle quali residente a Bagnoli, chiedendo alle istituzioni garanzie per quanto riguarda la tutela ambientale, i rischi per la salute e l’impatto che i lavori per il grande evento avranno sulla balneabilità del mare, mettendo a rischio la spiaggia pubblica e il bosco.
La gara velistica è infatti in progetto in un’area classificata come zona rossa, colpita da una continua crisi sismica insieme ai Campi Flegrei, dalla mancata bonifica delle aree industriali dismesse che hanno inquinato il territorio per tutto il corso del ‘900 e a cui si aggiungerebbe ora l’ingresso quotidiano di centinaia di camion. 

La lotta per il salario ora nelle fabbriche e i posti di lavoro è urgente e necessaria. Perché e come farla

  

martedì 10 febbraio 2026

Oggi con Marx

 

Flacks allo stabilimento - ma anche noi - Corrispondenza dall’ex-Ilva appalto Taranto

 

Ex Ilva, tecnici di Flacks Group in visita allo stabilimento di Taranto

Il primo blitz agli impianti tarantini di Acciaierie d’Italia in as è datato 25 novembre.

Oggi, lunedì 9 febbraio, Flacke Group bisserà la visita quando una delegazione del fondo americano varcherà il cancello dalla direzione generale dello stabilimento siderurgico ionico. Sarà una due giorni (la presenza degli emissari di Michael Flacks si protrarrà anche nella giornata di domani, martedì 10 febbraio) di verifiche tecniche sugli impianti.
Visita che ha avuto un prologo nei giorni scorsi negli stabilimenti ex Ilva di Genova e Novi Ligure e che punta a consolidare le basi della proposta di acquisto dell’intero asset industriale da parte del fondo statunitense e a sondare il terreno anche per l’apertura a partner industriali con esperienza nel settore. Si parla, infatti, del possibile affiancamento da parte di Metinvest, Danieli e Marcegaglia. Quest’ultima avrebbe manifestato la disponibilità a continuare, rafforzandoli, i legami commerciali con le acciaierie di Taranto, Novi Ligure e Cornigliano aumentando gli acquisti di coils.ù
Tornando a Flacks Group, come più volte ricordato il fondo ha presentato un piano industriale che punta a riportare Taranto su volumi produttivi importanti già nel 2029: sei milioni di tonnellate di acciaio, 8mila dipendenti, due forni elettrici e un altoforno in marcia, il numero 4. Dal 2030, pur mantenendo invariata la produzione complessiva, la quota dei forni elettrici dovrebbe salire a tre milioni di tonnellate, mentre l’altoforno 2 verrebbe dismesso. 
Sul fronte dei prodotti, Flacks immagina una ripartizione chiara: il 40% dedicato ai coils a caldo, il 30% agli zincati.

lunedì 9 febbraio 2026

UNO STATO CHE SI FA REGIME - Una analisi/commento dell'Avvocata Antonietta Ricci - lo slai cobas invita i lavoratori e cittadini a leggere e far circolare

UNO STATO CHE SI FA REGIME: sorveglianza e polizia, queste le nuove direttive.


Una analisi/commento dell'Avvocata Antonietta Ricci

Il Consiglio dei Ministri in data 5 febbraio 2026, ha approvato:

– un decreto-legge che introduce disposizioni urgenti in materia di sicurezza pubblica, di attività di indagine dell’autorità giudiziaria in presenza di cause di giustificazione, di funzionalità delle Forze di polizia e del Ministero dell’interno, nonché di immigrazione e protezione internazionale;

– un disegno di legge che introduce disposizioni in materia di sicurezza e per la prevenzione del disagio giovanile, nonché di ordinamento, organizzazione e funzionamento delle forze di polizia e del Ministero dell’interno.

È bene ricordare che si tratta solo dell’ultimo di una serie impressionante di «Decreti sicurezza» proposti e adottati dal governo Meloni. La filosofia securitaria e autoritaria che regge il governo Meloni si è palesata sin da subito con il primo decreto della neonata maggioranza, quello «anti-rave party» (DL 162/2022, convertito in l. 199/2022), contro l’organizzazione definita illegale di raduni musicali organizzati da gruppi di giovani. Quindi il Decreto Cutro (DL 20/2023, convertito in l. 50/2023), dopo il tragico naufragio, con la morte di almeno 180 persone migranti, per inasprire le pene contro gli scafisti, contrastare l’immigrazione irregolare, regolare i flussi migratori. Poi ecco il Decreto Caivano (DL 123/2023, convertito in l. 159/2023), in seguito all’odioso stupro di due giovanissime adolescenti ad opera di alcuni minorenni, adottato per contrastare la criminalità giovanile. Per giungere al DL 48/2025 (convertito in l. 80/2025), il principale decreto in tema di sicurezza, che ha introdotto una dozzina di nuovi reati, inasprendone altri, in tema di sicurezza, carceri e istituti detentivi, punendo anche la resistenza passiva.

Fino ad arrivare all’attuale decreto sicurezza con un'impronta fortemente repressiva, un attentato ai diritti costituzionali in cui dai 33 articoli di cui è composto ciò che emerge è che il dissenso viene trattato come un problema da neutralizzare. Sulle manifestazioni il salto di qualità illiberale è evidente, alza le sanzioni ed allarga la punibilità fino ad arrivare a colpire chi le organizza. Non si puniscono solo le condotte violente, si costruisce un clima di rischio intorno alla mera partecipazione e si prendono di mira giovani, manifestanti, migranti e attivisti.

I punti più critici sono concentrati nell’art. 7 (Disposizioni a tutela dell’ordine e della sicurezzapubblica) che introduce il cd. “fermo preventivo“, prevedendo la possibilità per gli ufficiali e gli agenti di polizia, nel corso di specifici servizi di polizia disposti in occasione di manifestazioni in luogo

pubblico o aperte al pubblico, di accompagnare nei propri uffici – e ivi trattenere per non oltre 12 ore per i conseguenti accertamenti di polizia – persone per le quali, in relazione a specifiche e concrete circostanze di tempo e di luogo, sulla base di elementi di fatto, anche desunti dal possesso di armi, strumenti atti ad offendere, dall’uso di petardi, caschi o strumenti che rendono difficoltoso il riconoscimento della persona o dalla rilevanza di precedenti penali, sussista il fondato motivo di ritenere che pongano in essere condotte di concreto pericolo per il pacifico svolgimento della manifestazione e per la sicurezza e l’incolumità pubbliche. Questo è un punto che ricorda e riporta palesemente al fascismo, se leggiamo gli atti del tempo quando il duce arrivava in una città c'erano i rastrellamenti preventivi degli antifascisti, degli oppositori che venivano trattenuti in questura fino a che la visita non finiva. Su questo punto pare si sia faticato per trovare una formulazione accolta anche dalla Presidenza della Repubblica ma la soluzione individuata è quantomeno chimerica. Al fine di rendere passabile questa norma si è previsto che dell’accompagnamento e dell’ora in cui è stato compiuto se ne dà immediata comunicazione al Pubblico Ministero il quale se riconosce che non ne ricorrono i presupposti, ordina il rilascio della persona fermata. Nella realtà, per quanto si possa ritenere che il pubblico ministero che riceve la comunicazione sia particolarmente solerte, si faccia mandare tutte le carte e la documentazione sulla quale si basa il provvedimento di trattenimento, lo valuti e lo ritenga non giustificato ci vorranno sicuramente alcune ore e nel frattempo il provvedimento di trattenimento avrà ottenuto l'effetto desiderato.

Un’altra misura particolarmente grave (art. 10, Disposizioni di partecipazione a riunione o ad assembramenti in luogo pubblico), altrettanto lesiva del diritto costituzionale di manifestare è quella che introduce per una serie di reati, anche non particolarmente gravi, la possibilità per il giudice di applicare la sanzione accessoria del divieto di partecipare a pubbliche riunioni, di prendere parte a pubblici assembramenti. Sempre lo stesso articolo riconosce al questore, quando ricorrono specifiche ragioni di pericolosità, l’obbligo di comparire più volte presso la questura nel corso della giornata in cui si svolgono manifestazioni pubbliche che gli sono precluse.

Scandaloso è anche l’art. 9 ( Modifiche alle disposizioni in materia di pubbliche manifestazioni) riguarda i promotori di una riunione in luogo pubblico finora sottoposti alla normativa ex art. 18 TUPS. Ebbene, il mancato preavviso al questore della convocazione è stato depenalizzato diventando un illecito amministrativo di talchè sottratto alla competenza dell’autorità giudiziaria penale che finora condannava soltanto il promotore nel caso si riuscisse ad individuarlo. Ora trasformare questo reato in un illecito amministrativo che prevede una sanzione da 1000 a 10.000 euro cambia completamente la procedura nel senso che a quel punto la segnalazione da parte della polizia di coloro che secondo loro siano i promotori di questa manifestazione, automaticamente comporterà l'applicazione della sanzione amministrativa. Dopodichè, per contestare questa sanzione, per competenza processuale ci si dovrà rivolgere ad un giudice di pace previa iscrizione a ruolo del procedimento, nei confronti di un organo che generalmente è molto meno garantista rispetto al tribunale penale ed abbastanza restio a contrastare le prese di posizione della polizia giudiziaria e dell'amministrazione. Quindi è una depenalizzazione che in realtà andrà a colpire in modo estremamente significativo il diritto a manifestare. Sempre questo articolo del decreto aumenta notevolmente le sanzioni amministrative fino a quattro volte nei confronti di chi pur essendo stato autorizzato a manifestare non rispetti il percorso concordato con la questura, non sciolga la manifestazione quando ordinata dalla polizia o durante la manifestazione compia o “emetta grida sediziose” un termine ambiguo che può essere riferito, ad esempio, all'esposizione di bandiere o emblemi che sono simboli di sovversione sociale o di vilipendio verso lo Stato, il Governo, e le autorità.

Operaio morto all’ex Ilva, la verità di Maria Teresa

Questo racconto, che più che racconto è una denuncia, va fatto conoscere. Prima di tutto la devono leggere, sentire gli operai dell'Ilva, dell'appalto che vivono ogni giorno questa paura di morire.

Insieme alla forza che esprime Maria Teresa, nonostante il grandissimo dolore, c'è una denuncia, che deve diventare un grido/un appello agli operai: non si può accettare di lavorare/vivere così! Il ricatto, la paura di perdere il lavoro, di essere messi in cassintegrazione, dei capi, non salva la vita nè il lavoro! Il lavoro è "tutto", è dignità, ma padroni, capi, lo mettono sotto i piedi - e non si può accettare.

Occorre un'altra strada, occorre ribellarsi, dire NO! Occorre provarci a farlo. Chi l'ha detto che se ci si ribella non si difende lavoro, salario, vita? 

Claudio Salamida non deve essere un numero, come vuole l'azienda; facciamolo continuare a vivere - non solo in un giorno di sciopero e poi tutto resta come prima, anche per i sindacati - facciamolo vivere prendendo l'altra strada. 

Chi tace, chi scrolla le spalle si scava la fossa con i suoi piedi, è complice della situazione sempre più grave in Ilva.

*****  

Il racconto della moglie di Claudio Salamida tra turni massacranti, paura di ritorsioni, silenzi e una sicurezza che, secondo chi viveva la fabbrica ogni giorno, era solo sulla carta
 

 

 

da Corriere di Taranto - Giacomo Rizzo

«Non era un lavoro, sembrava di stare sotto una dittatura». È così che Maria Teresa D’Aprile descrive l’ambiente in cui lavorava suo marito, Claudio Salamida... l’operaio di 46 anni morto precipitando dal quinto al quarto piano dell’Acciaieria 2, nell’area del convertitore 3, mentre stava eseguendo lavori di manutenzione...

Quella rilasciata a Diego Bianchi per la trasmissione di La 7 “Propaganda live” è stata una intervista drammatica. Un racconto che va oltre il dolore privato e diventa atto d’accusa contro un modello di lavoro che sembra fondarsi sulla soggezione verso l’azienda, sul timore di ritorsioni e su un’omertà che soffoca la verità...

«Nell’ultimo periodo mi ha detto che non sarebbe vissuto molto, non so perché», rivela Maria Teresa... «quando c’è stato il boom delle assunzioni all’Ilva per lui è stato un miracolo trovare un posto fisso. Mi diceva sempre che non avrebbe mai sputato nel piatto dove gli davano da mangiare». Una frase che racconta meglio di mille analisi il ricatto implicito che spesso governa il lavoro: accetti tutto, perché il lavoro è sopravvivenza.
I turni erano estenuanti, ben oltre il dovuto. «Non erano mai otto ore», spiega la moglie. Claudio usciva di casa due ore prima e rientrava anche un’ora e mezza dopo, affrontando ogni giorno il viaggio da Putignano a Taranto. A volte arrivava a lavorare 16 ore consecutive.
«Non riposava quasi mai». E quando un collega mancava, il contratto imponeva di coprire almeno quattro ore in più. Una spirale che trasformava l’eccezione in regola.

«Lui... non voleva stare in cassa integrazione. Si sentiva inutile, per lui il lavoro era tutto, voleva lavorare a tutti i costi perché voleva contribuire alle spese della famiglia e non si dava pace. Diceva: ma perché dopo tutti questi anni mi devo ritrovare in cassa integrazione?».
In questo contesto, parlare di sicurezza diventa quasi una beffa. «I dispositivi di protezione non esistono se non quel misero caschetto che hanno trovato accanto al suo corpo», denuncia Maria Teresa. Claudio conosceva i rischi, li minimizzava per non spaventare la famiglia, ma confidava alla moglie che «lì è tutto rischioso». Eppure non mollava perché per lui «il lavoro era dignità, era sacro».

All’ospedale, il riconoscimento del corpo prima consentito e poi negato. «Era chiuso in una sacca nera. Ho visto solo la sua mano. Purtroppo è caduto di faccia e quindi gli altri mi hanno detto: non lo vedere perché potresti rimanere scioccata... Sopra c’erano le polveri dell’Ilva. Mi raccomandarono di non toccarla». E allora la domanda, feroce e inevitabile: «io che ero entrata per la prima volta non dovevo toccare mio marito perché c’erano le polveri e gli operai che in quel luogo lavorano da una vita? Non hanno mai pensato a loro?».

Alla fabbrica, tra vigilanti e telecamere, Maria Teresa si è sentita accerchiata. «Hanno speculato sul dolore degli altri. Noi siamo sempre stati riservati. Hanno filmato anche il bambino senza consenso. Io ho chiesto di parlare con un responsabile. Una persona mi ha confidato che era lì da poco e che si occupava della sicurezza. Ho detto: alla faccia della sicurezza, ma che sicurezza è questa? E lui: non è proprio così». «L’ultima morte è avvenuta molto tempo fa»...

Restano le domande sulla dinamica: una pedana di legno a coprire una voragine, nessun collaudo, forse un uomo mandato da solo dove si dovrebbe andare in due. «Chi l’ha fatto salire?», chiede la moglie. Nessuno risponde. I colleghi tacciono, i capi anche. «Tutti hanno paura di perdere il posto di lavoro»...
Nell’audio whatsapp diffuso dalla moglie, Claudio spiegava: «Poi che fai? Ti metti contro l’azienda? L’azienda poi ti castiga giorno per giorno». È il cuore del ragionamento: il timore di chiedere un giorno di riposo, la paura di essere segnati. «Sembrava stesse sotto una dittatura», ammette Maria Teresa. E aggiunge un dettaglio che accresce la sua rabbia: «Dell’azienda non mi ha chiamata nessuno. Neanche una telefonata».
Claudio Salamida «era una matricola, non era una persona», conclude amaramente la moglie. «È morto, l’hanno già sostituito»... Un sistema che muove capitali, produzioni, numeri e bilanci e relega ai margini le persone...

Si lavora stanchi, si lavora con paura, si lavora sapendo che parlare può significare isolamento, punizione, perdita del posto. Si accetta il rischio perché il ricatto è silenzioso ma potente: se non lo fai tu, lo farà un altro...

domenica 8 febbraio 2026

La nuova 7° Lezione di Formazione marxista del Prof. Di Marco - riprende da Taranto martedì 10/2

Nella prossima lezione si parlerà di "plusvalore assoluto e salario" .

Per ricordare la precedente 6° lezione sulla produzione del plusvalore - che ci serve per entrare nella prossima lezione - riportiamo da "Salario prezzo e profitto", 8° capitolo "La produzione del plusvalore", in cui Marx spiega in maniera chiarissima come si determina il pluslavoro e il plusvalore, e la differenza tra forza-lavoro (la merce "particolare" acquistata dal capitalista con le stesse leggi con cui si acquista una merce) e l'uso della sua funzione, il lavoro. 

Abbiamo pubblicato già la trascrizione della precedente lezione del prof. Di Marco fatta a dicembre '25, e invitiamo chi è interessato a richiedercela.

Sul testo "Salario prezzo e profitto" abbiamo fatto in passato una Formazione operaia - Anche questo lavoro è a disposizione.

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Scrive Marx: "Supponiamo ora che la produzione della quantità media di oggetti correnti necessari alla vita di un operaio richieda sei ore di lavoro medio. Supponiamo inoltre che sei ore di lavoro medio siano incorporate in una quantità d'oro uguale a tre scellini. In questo caso tre scellini sarebbero il prezzo o l'espressione monetaria del valore giornaliero della forza-lavoro di quell'uomo. Se egli lavorasse sei ore al giorno, produrrebbe ogni giorno un valore sufficiente per comperare la quantità media degli oggetti di cui ha bisogno quotidianamente, cioè per conservarsi come operaio.

Ma il nostro uomo è un operaio salariato. Perciò deve vendere la sua forza-lavoro a un capitalista. Se la vende a tre scellini al giorno, o diciotto scellini la settimana, la vende secondo il suo valore. Supponiamo che egli sia un filatore. Se egli lavora sei ore al giorno, egli aggiunge al cotone un valore di tre scellini al giorno. Questo valore che egli aggiunge giornalmente al cotone costituirebbe un equivalente esatto del salario, o del prezzo, che egli riceve giornalmente per la sua forza-lavoro. In questo caso però il capitalista non riceverebbe nessun plusvalore, o nessun sovrapprodotto. Qui urtiamo nella vera difficoltà.

Comperando la forza-lavoro dell'operaio e pagandone il valore, il capitalista, come qualsiasi altro compratore, ha acquistato il diritto di consumare o di usare la merce ch'egli ha comperato. Si consuma o si usa la forza-lavoro di un uomo facendolo lavorare, allo stesso modo che si consuma o si usa una macchina mettendola in movimento. Comperando il valore giornaliero o settimanale della forza-lavoro dell'operaio, il capitalista ha dunque acquistato il diritto di fare uso della forza-lavoro, cioè di farla lavorare, per tutto il giorno o per tutta la settimana. La giornata di lavoro o la settimana di lavoro hanno, naturalmente, certi limiti; ma su questo punto ritorneremo in seguito. Per ora voglio attirare la vostra attenzione su un punto decisivo.

Il valore della forza-lavoro è determinato dalla quantità di lavoro necessaria per la sua conservazione o riproduzione, ma l'uso di questa forza-lavoro trova un limite soltanto nelle energie vitali e nella forza fisica dell'operaio.

Il valore giornaliero o settimanale della forza-lavoro è una cosa completamente diversa dall'esercizio giornaliero o settimanale di essa, allo stesso modo che sono due cose del tutto diverse il foraggio di cui un cavallo ha bisogno e il tempo per cui esso può portare il cavaliere. La quantità di lavoro da cui è limitato il valore della forza-lavoro dell'operaio, non costituisce in nessun caso un limite per la quantità di lavoro che la sua forza-lavoro può eseguire. Prendiamo l'esempio del nostro filatore. Abbiamo visto che, per rinnovare giornalmente la sua forza-lavoro, egli deve produrre un valore giornaliero di tre scellini, al che egli perviene lavorando sei ore al giorno. Ma ciò non lo rende incapace di lavorare dieci o dodici o più ore al giorno.

Pagando il valore giornaliero o settimanale della forza-lavoro del filatore, il capitalista ha acquistato il diritto di usare questa forza-lavoro per tutto il giorno o per tutta la settimana. Perciò, egli lo farà lavorare, supponiamo, dodici ore al giorno. Oltre le sei ore che gli sono necessarie per produrre l'equivalente del suo salario, cioè del valore della sua forza-lavoro, il filatore dovrà dunque lavorare altre sei ore, che io chiamerò le ore di pluslavoro, e questo pluslavoro si incorporerà in un plusvalore e in un sovrapprodotto. Se per esempio il nostro filatore, con un lavoro giornaliero di sei ore, ha aggiunto al cotone un valore di tre scellini, un valore che rappresenta un equivalente esatto del suo salario, in dodici ore egli aggiungerà al cotone un valore di sei scellini e produrrà una corrispondente maggiore quantità di filo. Poichè egli ha venduto la sua forza-lavoro al capitalista, l'intero valore, cioè il prodotto da lui creato, appartiene al capitalista, che è, per un tempo determinato, il padrone della sua forza-lavoro. Il capitalista dunque anticipando tre scellini, otterrà un valore di sei scellini, perchè, anticipando un valore in cui sono cristallizzate sei ore di lavoro, egli ottiene, invece, un valore in cui sono cristallizzate dodici ore di lavoro. Se egli ripete questo processo quotidianamente il capitalista anticipa ogni giorno tre scellini e ne intasca sei, di cui una metà sarà nuovamente impiegata per pagare nuovi salari, e l'altra metà formerà il plusvalore, per il quale il capitalista non paga nessun equivalente. E' su questa forma di scambio tra capitale e lavoro che la produzione capitalistica o il sistema del salariato è fondato, e che deve condurre a riprodurre continuamente l'operaio come operaio e il capitalista come capitalista.

Il saggio del plusvalore, dipenderà, restando uguali tutte le altre circostanze, dal rapporto fra quella parte della giornata di lavoro necessaria per riprodurre il valore della forza-lavoro, e il tempo di lavoro supplementare o pluslavoro impiegato per il capitalista. Esso dipenderà quindi dalla misura in cui la giornata di lavoro verrà prolungata oltre il tempo durante il quale l'operaio per mezzo del suo lavoro riproduce unicamente il valore della sua forza-lavoro, cioè fornisce l'equivalente del suo salario.

Anche al porto di Bari iniziativa contro la guerra nella giornata di mobilitazione internazionale di diversi porti in italia e in altri paesi

Torino ci chiama a costruire l'organizzazione della gioventù studentesca e proletaria ribelle in questa città

Per Anan - Nuovo Presidio al carcere di Melfi 21 febbraio

Carcere di Melfi 21 febbraio ore 15 
presidio interregionale 
al carcere di Melfi 
contro la sentenza di condanna per Anan
 

- Per esprimere solidarietà e vicinanza ad Anan 

- contro la montatura per Hannoun 

- contro la repressione del movimento palestinese e del movimento di solidarietà con la Palestina 

La resistenza non è reato, la solidarietà è un’arma non un reato! 

Liberi tutti! Palestina libera! 

 

Da Taranto delegazione con mezzo collettivo 

per info e adesioni 3519575628

sabato 7 febbraio 2026

Asili - E ci ritentano!


Il Comune di nuovo ritorna sulla questione di privatizzare gli asili. Per ora si parla dei 2 asili di Paolo VI e Talsano.

Problemi di "bilancio", di scarsità di fondi ci sono solo per strutture essenziali per la cittadinanza, e per le condizioni delle lavoratrici, lavoratori! 

Per questi si assiste anche ad una sorta di presa in giro - come lo Slai cobas ha detto -, si fanno parole organizzando un "Tavolo tecnico permanente per la transizione occupazionale", mentre si fanno i fatti; per cui invece di occupazione vera, stabile si torna a parlare di rendere tutti precari a vita e con condizioni lavorative peggiori dando gli asili ai privati; per non parlare degli effetti negativi sulla gestione degli asili per i banbini e sui costi per le famiglie.

GIU' LE MANI DAGLI ASILI!

La lotta ve lo ha impedito mesi fa e la lotta ve lo impedirà anche ora!  

Ilva "Ambiente svenduto" - inizia il processo il 21 aprile


L’udienza preliminare si è finalmente conclusa. E si è conclusa bene con rinvio a giudizio per tutti gli imputati con lo stesso impianto accusatorio della sentenza di Taranto. Purtroppo, in tutti questi lunghi anni, gli imputati si sono ridotti a 21 (18 persone e 3 società), soprattutto per prescrizione dei reati. Così come, a causa del trasferimento e della posizione passiva di una buona parte degli avvocati, le parti civili si sono ridotte a 400. Lo Slai cobas e i suoi avvocati, a cui si sono aggiunti altri 2 di Potenza e Torino, invece stanno e parteciperanno alle udienze il più possibile, nonostante tempi e costi di viaggio pesanti. 

Le persone rinviate a giudizio sono: Nicola e Fabio Riva, Capogrrosso, l'avv. Perli, i fiduciari: Rebaioli, Pastorino, Bessono; i dirigenti De Felice, Di Maggio, Andelmi, Cavallo, D'Alò; più capi area e reparto per la morte di Morselli e Zaccaria; poi Vendola, Liberti; le società sono Ilva Spa, Riva Fire e Riva Forni elettrici.

E' stato inoltre deciso un primo parziale sequestro conservativo dei beni degli imputati per 500mila euro.

Il processo vero e proprio inizierà il 21 aprile. 

Anche a Potenza, come più volte abbiamo fatto a Taranto, lo Slai cobas non lo farà svolgere nel silenzio. 

Nella bella, partecipata e rappresentativa asssemblea che si è svolta subito dopo l'udienza ieri a Potenza, ospitata dalla Parrocchia S. Anna e per cui ringraziamo l'Avv. Vendegna, già per il 21 aprile, si è deciso una presenza visibile al Tribunale con il sostegno di lavoratori, compagni, compagne, realtà di lotta di Potenza e di altre zone. 

Prima dell'inizio del processo faremo un'assemblea a Taranto delle parti civili organizzate dallo Slai cobas, aperta a lavoratori e cittadini 

Ex Ilva - da ORE 12 Controinformazione rossoperaia del 05.02.26

Torniamo a fare il punto sui grandi gruppi industriali che sono in sofferenza che di conseguenza viene scaricata sugli operai diretti e indiretti dell'appalto, vale a dire che ritorniamo sulla questione ex Ilva.

Sulla questione ex Ilva viene sempre più alla luce come la soluzione che punta sull'acquisizione da parte del fondo americano Flacks sia quando mai fragile e senza prospettive sia industriali, sia ambientali e sia occupazionali. Si assiste all’azione quasi disperata del governo Meloni/Urso che è corresponsabile insieme ai precedenti governi della profondissima crisi scaricata sugli operai e sulle masse popolari in particolare a Taranto e che ora cerca disperatamente di supportare il fondo americano per potere effettivamente andare alla presa di possesso dell'ex Ilva da parte di esso.

Nello stesso tempo la situazione nella fabbrica continua ad essere profondamente negativa per i lavoratori. La maggior parte dei lavoratori dell'Ilva - o una parte rilevante di essi - in particolare a Taranto sono in cassa integrazione e ora fronteggiano la richiesta di rinnovo della cassa integrazione dato che la precedente scade il 28 febbraio. La nuova richiesta di cassa integrazione riguarda 4.450 lavoratori su un organico attualmente complessivo di circa 10.000 operai (per l’esattezza 9702) a partire dal 1 marzo per 12 mesi, sono più o meno la metà dei lavoratori per cui si chiede la cassa integrazione e la gran parte è concentrata su Taranto che dovrebbe avere 3.803 cassa integrati di cui 2.599 operai e 801 tra impiegati a quadri, 647 invece sarebbero gli operai interessati della cassa integrazione a Genova, a Novi Ligure e a Racconici.

Sui 4.450 cassa integrati ci era stata già una opposizione, una rottura, tra l'Ilva e i sindacati, quindi già la cassa integrazione che è incorso non è stata firmata dai sindacati ed è una cassa integrazione unilaterale gestita interamente dai commissari di nomina governativa.

Non è successo assolutamente niente e rimane quindi questa situazione, i cassaintegrati invece di diminuire aumentano, si passa appunto dagli attuali 4.050 ai 4.450 di adesso.

A Taranto questo dipende dal fatto che è in funzione un solo altoforno e che non ci sono stati ulteriori sviluppi sia sul piano degli impianti che industriali e tale e che delle soluzioni di conseguenza si va a un aumento della cassa integrazione e a una proroga.

L'azienda dei commissari che gestiscono l'azienda motivano questa nuova cassa integrazione con frasi del genere: “la crisi finanziaria e industriale a cui è interessata Acciaierie d’Italia produce negativi effetti sulla capacità produttiva nel medio termine e si aggrava lo squilibrio dei fattori produttivi. A Taranto in particolare abbiamo una produzione che non riesce, e né si prevede in futuro, a superare a breve un milione e mezzo o un milione e otto tonnellate di acciaio. Un eventuale incremento potrà avvenire solo se ripartiranno gli altoforni 2 e 4 ma anche in questo caso non si supererebbe i due milioni e mezzo di tonnellate”.

Questo vuol dire che sostanzialmente per un organico che secondo i piani dovrebbe essere in grado di fare 6 milioni di tonnellate di acciaio a fronte di una produzione di 2 milioni e mezzo, una parte rilevante dei lavoratori - soprattutto a Taranto - andranno in cassa integrazione e, se non si svilupperà diversamente il piano industriale, una volta che lo stabilimento sarà assegnato a qualcuno, tutta questa cassa integrazione è destinata a costituire massicci esuberi.

Chiaramente questa situazione mette in difficoltà i vertici sindacali di Fim/Fiom/Uilm e USB nel rapporto con i lavoratori perché i sindacati continuano ad essere in questa situazione dei puri registratori degli enti certificatori di scelte che ricadono sui lavoratori.

La cassa integrazione riguarda anche l'ampio settore degli addetti della manutenzione e questo rende abbastanza precaria tutta l'intera manutenzione dello stabilimento e quanto la manutenzione incide sulle morti sul lavoro gli operai lo sanno bene i sindacati e lo sa bene anche chi gestisce la fabbrica. Quindi consapevolmente ci si muove lungo una linea in cui obiettivamente i lavoratori o sono in cassa integrazione o se lavorano sono a rischio infortunio, anche mortale - come è successo a Claudio Salamida.

Quindi sono più che giustificate le proteste che però finora fondamentalmente sono state utilizzate dalle organizzazioni sindacali confederali e USB per richiedere al governo di incontrarli.

Detto questo però il discorso va visto da un altro punto di vista. Il governo ha puntato tutto sull’assegnazione a una multinazionale o ai Fondi dell'ex Ilva. Puntando tutto su questo, abbiamo visto una prima gara che è andata male con il ritiro del gruppo azero, primo assegnatario dell'Ilva,  che era interessato soprattutto al gas; anche la situazione attuale del gruppo a cui dovrebbe venire assegnata, vale a dire il Fondo americano Flacks, appare quanto più precaria. Questo non lo diciamo noi ma lo dicono innanzitutto i padroni stessi. Come scrive il sole 24 ore: “Flacks è un tipico profilo da fondo finanziario con scarso know-how industriale ed è abbastanza improbabile che questo fondo sia in grado di gestire uno stabilimento, un gruppo industriale come quel dell'ex Ilva e in particolare uno stabilimento come quello dell'ex Ilva Taranto”.

Tutti sono impegnati quindi, il governo in primis, a cercare nuovi interlocutori e nuovi soggetti industriali che possono affiancare il Fondo americano, il quale, d’altra parte, agendo tipicamente come un fondo di speculazione per il profitto acquisirebbe l'ex Ilva con un prezzo simbolico e si impegnerebbe con 5 miliardi di investimento, ma in realtà, poi, di soldi reali ne metterebbe circa mezzo miliardo, il resto dovrebbe venire dallo Stato o da eventuali soggetti industriali che dovrebbero affiancarlo.

Come scrive sempre il sole 24 ore: “il minuscolo operatore Flacks che finora in realtà ha compiuto piccole operazioni di ristrutturazione in Europa non ha la forza finanziaria per affacciarsi a Taranto, Novi ligure, Cornigliano e al netto della richiesta di soldi pubblici in sostituzioni di soldi che non ha e non mette, non dispone assolutamente delle competenze per gestire una grande fabbrica siderurgica né nelle sue componenti da ciclo integrale, né nella sua ipotetica trasformazione con i sistemi dei forni elettrici. Non ha inoltre le competenze per gestire rapporti con comunità ferite come quello di Taranto e Genova e con i sindacati ormai estenuati dai danni di gestione”.

Perché allora è stato assegnato al Fondo americano? Da un lato perché le altre offerte non ci sono state, dall'altro perché si pensa obiettivamente di contare su questo fondo americano, considerato vicino a Trump oltre che - e di questo ne parleremo a parte - attivamente impegnato nel finanziare le componenti più estreme dello Stato sionista di Israele e della sua componente reazionaria e genocida di estrema destra.

Questa soluzione, pertanto, è nettamente peggiore della stessa soluzione che si è respinta nel passato e che attualmente è fattore di controversie giuridico-finanziarie con ArcelorMittal; si sta passando dalla padella alla brace: un fondo speculativo che vuole prendere lo stabilimento con i soldi pubblici e gestirli in forma privata, un fondo speculativo che vuole gestire sostanzialmente la parte finanziaria perché non ha le competenze per gestire uno stabilimento siderurgico e vuole qualche alleato per gestirlo.

La Federacciai ha fatto appello agli industriali italiani dell'acciaio a farsi avanti, ma in realtà gli industriali italiani, tutti, pur considerando l'importanza delle Acciaierie di Taranto in particolare, pur considerando l'importanza di una siderurgia nazionale trasformata, bonificata e in grado di essere parte integrante come risorsa strategica, non vogliono anch'essi mettere u solo centesimo e non vogliono in nessuna maniera accollarsi la patata bollente di Taranto dove la questione della continuità produttiva è strettamente legata alla soluzione della questione ambientale.

Quindi è del tutto evidente che nessuna soluzione positiva per i lavoratori e per le masse popolari della città può venire da questi fatti. 

Di qui l'importanza che ha la posizione netta e chiara dello Slai Cobas per il sindacato di classe, che dice decisamente di respingere questa soluzione del fondo Flacks.

È evidente che se respingiamo questa soluzione, non c'è altra soluzione che la nazionalizzazione della fabbrica e la gestione diretta da parte dello Stato della fabbrica. Ma siamo sempre all'interno di soluzioni capitalistiche della crisi non certo di soluzioni che vanno negli interessi dei lavoratori e delle masse popolari.

Quindi è ben strano che tutti coloro che chiedono l'intervento dello Stato in realtà chiedono che lo Stato supporti i privati, quindi in questo caso il fondo Flacks, per permettere il rilancio delle Acciaierie e l'eventuale sua bonifica, riconversione e trasformazione con i forni elettrici.

La nazionalizzazione comporterebbe comunque di misurarsi sia con le rivendicazioni dei lavoratori su lavoro, salute e sicurezza sia nei confronti delle masse popolari cittadini. Siamo per la nazionalizzazione perché siamo contro tutte le offerte di tutti i partner che si sono prestati a prendere lo stabilimento, perchè sono anche il peggio di ArcelorMittal, quindi non in grado di risolvere neanche temporaneamente i problemi di occupazione e meno che mai i problemi di salute e sicurezza in fabbrica e sul territorio.

Si tratta ora di passare però una fase attiva di contrasto ai piani di governo/padroni e alla soluzione Fondo. Ma i sindacati non hanno nessuna intenzione di passare a una fase attiva e continuano a nascondersi dietro la foglia di fico di una richiesta di incontro diretto con la Meloni , ingannando i lavoratori, perché sappiamo bene che la Meloni ha delegato a questa vertenza ben quattro ministri, in primis Urso, ma anche il suo vice presidente, Mantovano, proprio perché il governo non ha soluzioni alternative a quelle che stanno proponendo ai tavoli del Mimit questi due ministri.

Per questo, richiedere un incontro con la Meloni perché assuma direttamente la gestione della vertenza oltre che una proposta illusoria è una “bandierina” per evitare di aprire un effettivo scontro con il governo Meloni che evidentemente rifiuta ogni forma di nazionalizzazione e intende solo svolgere un supporto di copertura finanziaria di coloro che prenderebbero l'Ilva.

La nostra indicazione resta NO a ogni ipotesi di dare l'Ilva a questo Fondo Flacks come a qualsiasi altro Fondo, così come a padroni nuovi che sono ancora peggio dei padroni precedenti.

Si tratta di mobilitare i lavoratori. Lo Slai Cobas annuncia che lo farà anche con una raccolta di firme contro la soluzione Fondo e a favore delle richieste degli operai che riguardano oltre che la tutela di tutti i posti di lavoro, con la rivendicazione forte e chiara della riduzione dell’orario di lavoro a parità di paga. Nello stesso tempo questo tipo di rivendicazioni vanno sostenute anche nelle ditte d'appalto perché è impossibile pensare che si possa risolvere la questione Ilva senza che questo si traduca in una effettiva difesa dei posti di lavoro, della salute e di sicurezza, sostenute dalla piattaforma operaia che da tempo stiamo agitando e presentando ai lavoratori.

Si tratta ora di schierare i lavoratori su questa richiesta in tutte le forme e di attivare assemblee, incontri, organizzazione autonoma che possa supportare una nuova fase di lotta.