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| Dalla Conferenza-stampa di questa mattina al Tribunale |
giovedì 7 maggio 2026
Ex Ilva - Da ORE 12 Controinformazione rossoperaia del 6 maggio
Siamo a un netto peggioramento della questione ex Ilva. I nodi stanno sempre più venendo al pettine, ma in situazioni ancora peggiori. Abbiamo denunciato più di quanto volessimo i due competitor che vorrebbero acquisire l'Ilva, Flacks, il fondo finanziario filo Trump e filo estrema destra azionista israeliana, e Jindal, la grande multinazionale indiana che aveva perso la precedente gara con ArcelorMittal.
Abbiamo detto che le due soluzioni erano entrambi da respingere. Il fondo Flax, perché evidentemente prende l'Ilva per ripiazzarla sul mercato dopo averla ottenuta quasi regalata e facendo gli investimenti necessari solo per ridimensionarla e venderla, più o meno come fanno tutti i fondi finanziari quando mettono mani a un'attività industriale e la trattano alla stregua di una squadra di calcio, per così dire. Jindal invece aveva presentato e ha presentato un piano per farne una succursale in Europa del grande stabilimento che ha messo su in Oman e chiaramente ridimensionandone occupazione e mercato. Occupazione in forma clamorosa con una complessiva riduzione di 6 mila operai; sul piano poi del mercato si può ripetere l'operazione ArcelorMittal che provò ad affermarsi sul mercato prendendosi l'Ilva, poi si rese conto di non riuscirci e la usò per appropriarsi dei mercati che aveva già l’ex Ilva abbandonandola a se stessa.
Ma anche queste due proposte non sono andate avanti, il “procacciatore di affari”, Urso, per conto della Meloni ha fatto come sempre il suo lavoro, che è quello di cercare di procacciare affari, ricavarne molto anche personalmente se vanno bene, altrimenti passa a un altro. Attualmente Urso ha dovuto ammettere di non essere assolutamente in grado di chiudere la pratica nei tempi che aveva annunciato e anzi di cercare adesso soluzioni alternative, perfino a Flacks e a Jindal, soluzioni alternative che vanno ancora una volta in direzione italiana verso Arvedi, che però chiaramente la vuole gratis, la vuole coi soldi dello Stato e la vuole priva di qualsiasi vincolo giuridico e ambientale.
L'altra soluzione è dell'altra “procacciatrice di affari”, la Meloni, che è diventata così ormai, i suoi viaggi all'estero a ripetizione hanno lo scopo di procacciare affari, e i viaggi fatti recentemente in Qatar e in Azerbaijan vanno in questa direzione.
Chiaramente a fronte di questa situazione appare evidente come il governo non abbia mantenuto i suoi impegni, e nello stesso tempo appare evidente come sia difficile piazzare a privati internazionali e nazionali la nuova Ilva senza che lo Stato ne copra interamente i costi, gli oneri e metta anche uno scudo ai padroni per impedire che la crisi precedente e la situazione attuale possa dar vita a nuove azioni della magistratura di fermo dello stabilimento, di cui ce ne sono già due, una avviata dal Sindaco e centrata sulla centrale elettrica ma caduta nel vuoto e l'altra in discussione nel processo di Milano sulla base della sentenza della Corte internazionale.
Quindi non c'è altra soluzione alla nazionalizzazione dello stabilimento.
Ma proprio su questo i sindacati tendono a fare o “furia francese e ritirata spagnola” oppure pongono la questione in forma timida. più che altro per mostrare che esistono ma non fanno una battaglia reale su questo.
Chiaramente la nazionalizzazione in un sistema capitalistico e in una fase di crisi e concorrenza commerciale dentro la contesa mondiale interimperialista che sicuramente tocca l'acciaio e le ricadute sullo stabilimento della crisi energetica mondiale, per i lavoratori può essere senza futuro lo stesso, perché anche un'industria nazionalizzata ha problemi di mercato, di costo del lavoro e di riconversione dentro la transizione ecologica prevista per tutti gli stabilimenti siderurgici in Europa, ma che sostanzialmente ora ha trovato una grossa battuta d’arresto.
Ciò nonostante è chiaramente una rivendicazione giusta e necessaria per impedire che la fabbrica finisca nelle mani di padroni che nulla garantiscono in termini di occupazione, condizioni di sicurezza, salari, salute, con le inevitabili ricadute nella città che la vicenda Ilva ha dall'inizio.
Ma proprio per questo oggi è il momento di fare un braccio di ferro con il governo su questo. Un braccio di ferro sostenuto da richieste secche e chiare dei lavoratori che possano tutelare gli interessi di lavoro, salario, di netto miglioramento della questione sicurezza, eliminando le fonti inquinanti che ancora producono danni sulla città.
Su questa linea, però, obiettivamente vi è solo Slai Cobas in termini coerenti con il discorso della piattaforma operaia, dello sciopero autonomo, del blocco della fabbrica e della città. Non sono su questo terreno chiaramente le organizzazioni sindacali confederali che passano da un incontro all'altro e che chiedono che la Meloni prenda in mano la vertenza. Nè si può contare sull'USB perché l'USB su tutto di volta in volta si allinea ai sindacati confederali e da tempo non promuove alcun tipo di iniziativa autonoma se non quella è un'insistenza maggiore sui cosiddetti ammortizzatori sociali, i prepensionamenti, eccetera, la ripresa degli esodi incentivanti che possono mandare a casa un certo numero dei lavoratori e in un certo senso risolvere il problema dei lavoratori che vogliono andare via dallo stabilimento, e così togliere le castagne dal fuoco al governo e a chi alla fine prenderà l’Ilva. Quindi, l'attività dell'USB a parte le parole è tutta centrata su questa rivendicazione che conta sul consenso di buona parte degli operai in cassintegrazione dal 2018 e sempre meno attivi.
Chiaramente tutti e quattro i sindacati non sostengono la “piattaforma operaia”.
“Piattaforma operaia” che ha tra le rivendicazioni, su cui lo Slai cobas insiste molto, l’integrazione salariale sulla cassintegrazione, data la presenza di una Cassintegrazione permanente, una integrazione che avvicini sempre più l’indennità al salario pieno, perché senza il salario pieno la condizione degli operai è nettamente peggiorata su tutti i terreni.
L'altra questione che poniamo con forza come Slai Cobas è che questa integrazione salariale nel periodo di Cassintegrazione venga estesa ai lavoratori dell'appalto.
Lavoratori dell'appalto che sono tutti con noi su questa richiesta, ma chiaramente non ci vedono tutt'ora, non essendo presenti nella trattativa, in grado di imporla; così come i lavoratori dell'appalto sanno bene che qualsiasi soluzione di vendita dell’Ilva è peggiorativa per loro sul piano di licenziamento, estesa cassintegrazione, sicurezza, contratti e così via. Proprio sui contratti noi ci battiamo per il contratto unico, metalmeccanico, anche nell'appalto, perché il lavoro in una grande fabbrica siderurgica non può che essere metalmeccanico per tutti gli operai.
Ma su questo, a parte la resistenza dei padroni delle Ditte i migliori complici sono i sindacati confederali tutti - con il ruolo particolare dell'USB che in alcune di queste ditte dell’appalto è presente, ma che è “più realista del Re” per quanto riguarda il mantenimento o la trasformazione del contratto in CCNL Multiservizi.
Anche su questo solo noi ci opponiamo decisamente, e per esempio tra gli operai portuali dell'appalto Ilva della Castiglia siamo riusciti a respingere la volontà aziendale di applicare il CCNL multiservizi e a portare prima i lavoratori al contratto metalmeccanico e poi al contratto portuale che è quello più corrispondente all'effettiva attività che svolgono all'interno del porto. Ma qui ci siamo trovati i sindacati confederali, i loro dirigenti, i loro attivisti che in nome della cosiddetta “clausola sociale” sono tutti estremi difensori del contratto Multiservizi, dando di fatto una grandissima mano ai padroni grandi e piccoli per tenere sotto ricatto in precarietà e a salari più bassi gli operai dell'appalto.
In tutta questa generale situazione non abbiamo altra possibilità che ricominciare da capo, ripartire dal credito di opinione che contiamo nella fabbrica e nell'appalto per rilanciare l'idea dello sciopero generale autonomo, del blocco della fabbrica e della città, della piattaforma operaia, col rifiuto secco di consegnare l'Ilva al fondo Flacks o a Jindal, o ad altri che agli operai porterebbero comunque tagli occupazionali e peggioramento delle condizioni di lavoro, e pretendere ora una nazionalizzazione che serva a mettere un freno alla svendita ai privati e nello stesso tempo serva ad offrire un punto di riferimento unitario a tutta la fabbrica e compreso l'appalto per contrattare meglio la piattaforma operaia.
Ripartiamo da zero. Ripartiremo da una campagna di firme di adesione a questa linea e a questa iniziativa di sciopero che stiamo indicando per il 29 maggio, non perché il 29 maggio sia una data X ma perché vogliamo collocarlo all'interno dell'iniziale ripresa della battaglia per lo sciopero generale, costituita appunto dallo sciopero del 29 maggio lanciato da alcuni sindacati di base, dalle associazioni palestinesi, e a cui noi aderiamo e sosteniamo.
Nei prossimi giorni, quindi, faremo una massiccia presenza tra i lavoratori, all'esterno e all'interno dello stabilimento.
mercoledì 6 maggio 2026
Domani al Tribunale di Taranto
Il Movimento femminista proletario rivoluzionario, domani, 7 maggio alle
ore 9,30 davanti all'ingresso del Tribunale via Marche fa una conferenza
stampa sulla recente sentenza che ha assolto gli 8 autisti Amat,
accusati di violenza e abusi sessuali:
- perchè riteniamo non giusta questa sentenza
- perchè è un esempio del Ddl Bongiorno, contro cui il movimento delle donne, giuriste, avvocate stanno lottando a livello nazionale
Invitiamo compagne, femministe, operatrici della giustizia ad esserci
per Info: 3339199075
Colpevoli di genocidio? La causa civile contro Leonardo S.p.A. e la storia di Hala Abulebdeh
di Dario Morgante
AssoPace Palestina, Pax Christi,
Attac, A Buon Diritto, Un Ponte Per, Arci e Acli - ha convocato una
conferenza stampa per lanciare un’iniziativa giuridica tanto ambiziosa quanto inedita: una causa civile Leonardo S.p.A.,
principale multinazionale bellica italiana, e lo Stato,





