domenica 15 febbraio 2026

Siamo tutti Anan - Siamo tutti prigionieri politici palestinesi - Da Taranto delegazione a Melfi sabato - Si parte alle ore 12 dalla sede Slai cobas - chi può venga

Non si può dire stiamo dalla parte della Palestina e non mobilitarsi anche a Taranto e da Taranto per la liberazione di ANAN che sta ingiustamente in carcere, a 2 ore e mezza da Taranto - Basta ipocrisia e opportunisti anche nel movimento pro/Pal Taranto - basta stare al calduccio di riunioni al chiuso che si parlano addosso!

#iostoconlapalestina Taranto 

Campagna prolungata per la liberazione dei prigionieri politici palestinesi - per Anan a Melfi 21 febbraio info Soccorso rosso proletario

NO AL DDL BONGIORNO: A Taranto, come in tante città, oggi mobilitazione. Il MFPR ci sta - Taranto un esempio di ingiustizia e doppia violenza sulle donne violentate

 

Violenza sessuale: devi urlare NO altrimenti è sempre SI

L'emendamento apportato dalla Bongiorno della Lega per eliminare dal testo la parola “consenso” all’atto sessuale e configurare il reato solo quando vi sia un dissenso manifestato chiaro e forte, rappresenta una violazione gravissima dei diritti delle donne e soprattutto alimenta la cultura dello stupro e della sopraffazione nei confronti della donna e vuole scoraggiare le denunce.

Non è accettabile sostituire il principio del consenso libero, esplicito e revocabile con l’obbligo di esprimere un dissenso, per di più destinato a essere valutato “in base al contesto”.

Questo significa alimentare la cultura dello stupro e costruire un immaginario colpevolizzante, che scoraggia le richieste di aiuto e rafforza una domanda già tristemente nota: “perché non hai detto no?”.

Significa anche fingere di ignorare che la maggior parte delle violenze sessuali avviene da parte di ex fidanzati, di conoscenti, o all’interno delle famiglie, in contesti di maltrattamento sistematico, dove manifestare un dissenso chiaro può essere estremamente pericoloso.

Questa riforma rafforza un impianto che colpevolizza ulteriormente chi subisce violenza, costringendola a dimostrare come, quando e con quanta forza abbia detto no.

Il silenzio non è un sì. L’assenza di resistenza non è un sì.

Il punto è questo: il consenso non è una sfumatura giuridica. È il confine tra scelta e violenza. Il consenso è un obbligo. Allora perché fa così paura scriverlo chiaramente in una legge?

In realtà tutto è amaramente coerente, questa riforma risponde alla stessa logica antifemminista e maschilista in linea con la politica repressiva del governo.

QUESTA RIFORMA INFATTI, COME ALTRE RECENTI LEGGI: SUL FEMMINICIDIO, SULL’EDUCAZIONE SESSUALE NELLE SCUOLE, VOGLIONO APPARIRE A TUTELA DELLE DONNE, MA IN REALTA’ DIVENTANO ULTERIORI CATENE OPPRESSIVE REPRESSIONE VERSO LE DONNE CHE NON RIENTRANO NELLE LORO LEGGI, FINO ALLA REPRESSIONE POLIZIESCA LI’ DOVE LE DONNE LOTTANO CONTRO (pensiamo alla azione violenta della polizia a Roma al presidio di compagne contro la legge Bongiorno).

Uno Stato che prova a smantellare il diritto di autodeterminazione delle donne è uno Stato che legittima ed ispira stupratori e femminicidi, e noi continueremo ad urlarlo con forza visto che vogliono un dissenso riconoscibile. Solo sì è sì. Senza consenso è stupro.

Ma tutto questo dimostra anche in maniera eclatante che il PD/Schlein i suoi appelli alla Meloni a lavorare insieme su questa materia sono misere illusioni, compromessi politici che contribuiscono a dar credito ad un governo fascista che vuole solo peggiorare la condizione delle donne e le concezioni maschiliste su di esse.

L'unica soluzione lottare contro questo governo!  

A Taranto un'anticipazione di quello che succederà sempre se 

passa questo Ddl: sotto processo diventano le donne e non gli uomini 

stupratori

Assolti tutti e 8 autisti Amat processati per violenza e molestie sessuali - Una sentenza inaccettabile, da respingere!

Il tribunale ha assolto gli 8 autisti Amat accusati di ripetute violenze sessuali verso una ragazza affermando addirittura che "il fatto non sussiste". Questo nonostante il PM aveva chiesto condanne fino a 6 anni, dicendo giustamente che lo stato di fragilità mentale della ragazza era un'aggravante.

Ora, invece, la fragilità mentale della ragazza, la sua confusione viene ritenuto una prova che le dichiarazioni della ragazza non contano...

Un'assoluzione piena che è una doppia violenza per la ragazza.

Questa sentenza di fatto è un vergognoso messaggio anche verso altre ragazze e donne: non denunciate!

La ragazza che aveva avuto il coraggio di denunciare gli autisti, ora passa lei per bugiarda; lei che doveva portare le "prove". Il processo invece che giustizia, diventa accusa alle donne che osano denunciare.

I sindacati dell'Amat, in particolare la Cisl, si congratulano con gli autisti assolti - ma dimostrano solo che sono stati dall'inizio conniventi.

 

Per noi, del movimento femminista proletario rivoluzionario di Taranto, la cosa non può e non deve finire qui. Noi, che abbiamo seguito il processo, ora mettiamo a disposizione della ragazza il nostro sportello donna, la nostra avvocata per andare avanti.

Non accettiamo che questa violenza finisca senza verità e giustizia. 

MFPR Taranto

Tavolo tecnico del Comune su occupazione a Taranto, ecc. - Per fine mese è convocato dall'Ass. alle Politiche del Lavoro Stamerra un nuovo Tavolo - Ma occorre chiarezza e fatti nettamente diversi

E' ben strano (si fa per dire...) che il Comune di Taranto mentre convoca un Tavolo sull'occupazione, prospettive lavorative, proprio nei giorni scorsi ha rilanciato il grave progetto di "esternalizzazione" degli asili comunali e quindi del personale, nonostante che il primo tentativo era stato rigettato dalla mobilitazione delle lavoratrici e genitori dei bambini.

Allora, non esiste che da un lato si fanno parole, e dall'altro si fanno fatti che peggiorano la realtà di occupazione delle lavoratrici e lavoratori a Taranto.

Riportiamo l'intervento che lo Slai cobas ha fatto nella prima riunione di questo Tavolo, che denuncia questa contraddizione e indica invece l'altra strada. 

INTERVENTO DELLO SLAI COBAS 

Il problema qui è che se dobbiamo essere concreti, se dobbiamo dire da dove partire, beh è un po’ strano che facciamo tutta una serie di pianificazioni, prospettive eccetera e quando invece abbiamo ancora tantissimi problemi che vivono i lavoratori. 

Le soluzioni invece che trovarsi vanno sempre indietro, e allora per essere credibili, il Comune non può con una mano tenere una situazione molto precaria, penso appunto anche a tutta la quantità di disoccupati - quì onestamente non è che c’è tanto bisogno di mappature, basta andare al collocamento, a quello che è rimasto del collocamento, per capire che sono migliaia e migliaia - e dall'altra non cambiare decisamente la strada di intervento. Altrimenti c'è il rischio di fare progetti, ma che questi restano nel Tavolo e non è che non l’abbiamo visto il passato, magari non da questo Comune, che questi progetti non hanno portato a nulla. 

Inoltre un'altra grave questione è che ci sono centinaia e anche migliaia di lavoratori e lavoratrici che stanno da trent'anni in una situazione precaria e che ora rischiano di andare a condizioni sempre peggiori. Brevemente, gli asili, per esempio, sono trent'anni che stanno in una condizione di superlavoro, di pluri mansioni che si sovrappongono tra servizi di ausiliariato e pulizie e stanno ancora alla vergogna di tre ore e mezzo, per non parlare del tema della sicurezza e della salute. Su queste cose, non è che noi non abbiamo per anni coinvolto il Comune perché è l'ente responsabile della condizione degli appalti, e parliamo di strutture pubbliche importanti; però su questo solo dopo tante lotte siamo riusciti ad ottenere dei minimi risultati, ma per le questioni essenziali di stabilizzazione, di aumento dell'orario, a nessuno importa. 

Qui c’è il rappresentante del cimitero in cui c'è una situazione diciamo di malavita, tanto per cominciare, e poi di un carico di lavoro eccessivo che pesa su pochi. Noi lo abbiamo posto spesso questo problema, e quindi chiedo che anche questo tema venga affrontato. 

Il problema più generale è che, quando si tratta di una situazione di appalti assolutamente necessari, permanenti, strutturali, per cui senza quel servizio non possono andare avanti, si deve affrontare un percorso di internalizzazione, da parte del Comune.

Figuratevi se non apprezzo e non do credito alle parole dell'assessora, però il problema è del Comune, del sindaco, della giunta nel suo complesso. Io mi fido se vedo dei cambiamenti e dei passi avanti, cosa che purtroppo almeno non su queste questioni, non sono avvenute, non ci stanno, anzi si fanno dei passi indietro. Noi abbiamo avuto in passato un'esperienza di internalizzazione per quanto riguardava una società mista, allora si chiamava 'Taranto Servizi', e andò bene.

Così per quanto riguarda la formazione. Si dice che la formazione deve essere legata a prospettive di lavoro. Anche su questo, almeno 7-8 anni, dopo una lunga battaglia di disoccupati a Taranto (perché senza la lotta non ci sono risposte) noi per la prima volta riuscimmo a conquistare un corso di formazione, tra l'altro pagato per la prima volta, strettamente legato allo sbocco lavorativo che in quel caso era la raccolta differenziata, e in effetti una parte di loro è entrata e tutt'ora lavora, anche se in condizioni terribili, ma questo è un altro argomento. Allora quando parliamo di formazione non è che dobbiamo rimanere su parole generiche o generali, dobbiamo dire; e va ripresa quell'esperienza parzialmente positiva, però rimasta a 7-8 anni fa. 

Si dice Taranto, Taranto, Taranto, ma basta andare in giro per vedere che qui non è che ci dobbiamo inventare chissà che prospettive lavorative, occupazionali eccetera, ce ne sarebbero a iosa, dalla pulizia alle strade, eccetera. Ci sono lavori stradali, infrastrutturali in corso che si stanno facendo in funzione essenzialmente dei giochi del Mediterraneo, ma su questo, quando si va nel concreto, in questi lavori quanti disoccupati di Taranto vengono impiegati? C’è un obbligo nelle gare di appalto del Comune per cui la ditta X che deve fare queste strade, eccetera deve assumere i disoccupati a Taranto? O una buona percentuale di essi? Non mi risulta che questo c’è. Noi l’abbiamo posto anche in passato come una delle soluzioni occupazionali, ma non si è fatto nulla. Quindi se vogliamo fare un discorso concreto le vie ci sono. Però il Comune si deve assumere le sue responsabilità.

Un’ultima cosa. Il problema Ilva, il problema di eventuali futuri esuberi che tutti pongono, sia il Governo sia gli ipotetici futuri proprietari che vogliono comprare l’Ilva a un euro. Da parte del Comune c’è una sorta di piano molto futuribile di alternative lavorative per chi restasse fuori, che sarebbero migliaia, si parla di almeno cinquemila. Bene, noi siamo nettamente contrari, se fosse questa la strada noi siamo nettamente contrari. I lavoratori dell'Ilva devono restare in Ilva, perchè con formazione reale, qualificata, hanno da fare parecchio nella bonifica della fabbrica e dell’area industriale; devono stare, come si dice, sotto un unico padrone, sia quelli che stanno in produzione sia quelli che fanno le bonifiche. Diversamente il Comune in quella maniera, insieme anche alle intenzioni del Governo eccetera, di fatto rischia di sviluppare a una guerra fra poveri, perché, ammesso e non concesso - perché consentitemi ma quei piani credo non siano poi realistici – però, ammesso e non concesso, perché mai quei lavori non dovrebbero andare a disoccupati a Taranto e invece dovrebbero andare a dequalificare di fatto gli operai dell’Ilva e delle ditte dell’appalto che avrebbero da fare tanto anche in una situazione di ridimensionamento. 

E allora anche qui, io vedo ancora una contraddizione tra gli atti, le cose che fa questa giunta e il sindaco Bitetti e le buone intenzioni che si annunciano.

Quindi, o cominciamo a mettere le mani e a risolvere, dare risposte alle situazioni degli appalti comunali, che sono, ripeto, ultraprecari, in condizioni anche salariali vergognose. (Faccio una parentesi: sta nelle prospettive il fatto che il Comune di Taranto (e in parte anche altri Comuni) pongano la questione del salario minimo? Questo non è stato fatto); o si affrontano queste questioni, altrimenti purtroppo siamo davanti a parole, Tavoli che non producono di fatto risultati. 

Quindi in questo senso, se è così noi ci stiamo, se non è così, arrivederci.

sabato 14 febbraio 2026

CPR DI BARI PALESE - Ucciso un ragazzo di origini marocchine - un comunicato che appoggiamo

Non un generico stato ma lo stato borghese capitalista e le sue leggi razziste fasciste imperialiste

CPR DI BARI PALESE: LO STATO UCCIDE

Diffondiamo:

Due giorni fa, l’11 febbraio 2026, é stato ucciso un ragazzo di 25 anni di origine marocchina che era rinchiuso nel CPR di Bari Palese. Si parla di cause naturali, di arresto cardiaco, ma sappiamo come ogni morte all’interno dei lager di stato non é mai cosi naturale e innocente. Dal momento che ci si trova in una condizione di privazione della libertà, in cui a decidere se hai abbastanza dignità per una visita medica, o per del cibo non avariato, non sei tu, ma le guardie, coloro che in quel momento hanno completo potere su di te.

Come sarà stato trattato il suo corpo?
La sua famiglia scoprirà della sua morte? E come? Dai giornali che per ora non hanno avuto neanche la decenza di dire il nome alla vittima?

Stupide domande per le quali sappiamo già fin troppo bene le risposte, perché questa non é di certo la prima morte all’interno di un CPR.

Nello stesso giorno é stata condannata ad 1 anno di pena per omicidio colposo, la direttrice del CPR di Torino, per la sua responsabilità della morte di Moussa Balde il 23enne proveniente dalla Guinea che il 23 maggio 2021 si è suicidato nel CPR di Torino

Poco ci interessa di chiacchiere e sentenze di tribunali, che sono chiaramente posizionati e schierati al fianco di chi é direttamente responsabile nelle torture quotidiane in carcere e CPR; in uno stato razzista che tratta le persone migranti come scarti da rinchiudere, la cui vita non ha un briciolo di valore. Non ci interessa trovare unx solx colpevole formale che non è che un capro espiatorio che il sistema “sacrifica” (se di sacrificio si può parlare, guardando alla pena farlocca che le è stata data) quando l’ha fatta grossa, per pulirsi un attimo la faccia agli occhi dell’opinione pubblica. Per queste morti, la colpa é chiara, esplicita e condivisa. Lo stato: che sostiene e si regge sull’esistenza di questi luoghi tortura razzisti che sono i CPR.

Le morti all’interno di questi luoghi sono normalizzate, luoghi come galere e CPR dove autolesionismo, tentati suicidi, scioperi della fame sono all’ordine del giorno come forme di resistenza, rifiuto, ribellione da parte di individui privati della libertà.

Così come é all’ordine del giorno che vengano firmati fogli di idoneità medica alla reclusione all’interno dei CPR, senza nessun reale accertamento, e con la consapevolezza di star chiudendo una persona in un luogo dove l’unica assistenza medica possibile, consiste nella somministrazione di grandi quantità di psicofarmaci sedativi, senza alcun accertamento sulla condizione di salute delle persone. E comunque ribadiamo che si tratta di luoghi tortura all’interno dei quali nessun essere vivente dovrebbe essere idoneo a finire.

Per questo non ci stupisce che nei CPR si muore, cosi come nei CARA e nelle carceri. E i responsabili per tutte queste morti sono guardie, magistrati, istituzioni, aziende, operatori e sanitari, che permettano il perpetrarsi di questo sistema razzista, violento e di tortura.

Ci abbracciamo alla famiglia e alle amicizie del ragazzo ucciso. Esprimendo tutta la nostra solidarietà a loro, così come a chi continua ad essere rinchiuso nei CPR. Per questo ieri sera siamo andatx a portare solidarietà fuori dal CPR di Bari Palese.

Come per Moussa, Ramy, Abel, Abderrahim, i morti di Modena, e tutte le persone uccise dalla mano violenta di questo stato razzista, vogliamo Vendetta!

Unica soluzione FUOCO AI CPR

Slai cobas Taranto - La nostra ADA una lavoratrice sempre combattiva!

 

venerdì 13 febbraio 2026

Lavoratori Leonardo - Da Grottaglie a Torino: "Basta silenzio - Restiamo umani!"

Dopo Grottaglie, anche i lavoratori dello stabilimento torinese di Leonardo si mobilitano contro i rapporti con Israele. "Gaza grava sulla nostra coscienza".

È con un richiamo esplicito all’esortazione di Vittorio Arrigoni, quel suo “restiamo umani” spesso invocato nei due anni di genocidio a Gaza, che si apre il comunicato di un gruppo di lavoratori di Leonardo Torino. Una presa di posizione pubblica che si somma a quella già manifestata dai loro colleghi dello stabilimento di Grottaglie e che, ancora una volta, esprime aperto disagio – si legge nella dichiarazione – per l’«implicita connivenza tra l’industria tecnologica in cui lavorano e una politica globale fattasi sempre più sbilanciata dalla parte israeliana», e anche una profonda preoccupazione legata ai rischi per la loro stessa sicurezza.

Nella nota stampa si fa anche un riferimento esplicito al piano statunitense per Gaza che «non ha fermato il genocidio dei gazauiti e le dinamiche oppressive e colonialiste e nei territori della Cisgiordania». Il prossimo 19 febbraio, secondo quanto rivelato dal sito Axios, il Board of Peace presieduto dallo stesso Trump si riunirà a Washington per accelerare l’attuazione della seconda fase del cosiddetto accordo di cessate il fuoco a Gaza e raccogliere fondi per la ricostruzione. Ma, mentre il presidente Donald Trump ha dichiarato lo scorso ottobre che la guerra a Gaza era finita, Israele ha continuato a violare l’accordo oltre 1.500 volte, secondo quanto riporta l’agenzia di stampa indipendente Drop Site News, causando ancora centinaia di morti.

Leonardo è tra le aziende coinvolte nel massacro dei palestinesi, secondo quanto scritto dalla Relatrice Speciale ONU Francesca Albanese nel suo rapporto “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio”. Come scritto in precedenza su Kritica.it, il colosso italiano, che si posiziona tra i dieci leader globali nel settore aerospaziale e della difesa, è indicato come fornitore di tecnologie e supporto all’apparato militare israeliano, contribuendo così alle violazioni dei diritti umani nei confronti della popolazione palestinese. 

Così, dopo i lavoratori dello stabilimento Leonardo di Grottaglie, anche una compagine di dipendenti torinesi del Gruppo ha deciso di levare la propria voce per chiedere di affrontare il tema collettivamente nelle assemblee sindacali e promuovere soluzioni durature che pongano fine alla complicità del colosso nel genocidio del popolo palestinese, in primis. Ma anche per riabilitare la reputazione della multinazionale italiana agli occhi della società civile. 

Kritica li ha intervistati.

Come già avvenuto a Grottaglie, anche voi contestate la narrazione aziendale che richiama la legge 185/90 come garanzia di estraneità di Leonardo rispetto ai crimini israeliani. Quali sono, secondo voi, le principali omissioni o zone grigie che questa difesa lascia fuori?

Innanzitutto, è la stessa legge, all’Art.1 comma 6b, a sancire che la vendita di materiali d’armamento verso Paesi la cui politica contrasti con i principi dell’Art. 11 della nostra Costituzione è vietata. E lo stesso Articolo al comma 6c dice che tale vendita è vietata verso i Paesi che hanno violato le convenzioni internazionali in materia di diritti umani, cosa che Israele ha reiterato nel corso degli anni.

Nei fatti la dichiarazione del nostro Amministratore delegato – «noi non vendiamo neanche un bullone a Israele» – è stata smentita dalla giornalista Stefania Maurizi che – nel corso dell’Audizione alla Camera dei Deputati del dicembre scorso sulla presentazione del Dossier di Rossana De Simone Piovono euro sull’industria necessaria di Crosetto e Leonardo S.p.A.  ha dimostrato come Leonardo abbia venduto a Israele componenti dei caccia F-15 usati per bombardare i civili palestinesi nella Striscia di Gaza. C’è poi da approfondire la posizione di Leonardo nella fusione della sua controllata americana RDS con l’azienda israeliana RADA. Cingolani afferma che sono aziende indipendenti e direttamente legate alle strategie politico-industriali dei governi americani e israeliani, ma la triangolazione Pentagono – RDS RADA – Israele permette a Leonardo di non esporsi direttamente, e contemporaneamente di continuare a fare affari con Tel Aviv.

Denunciate il rischio per la vostra “incolumità” e parlate di “condanna del mondo civile manifestatasi anche nella vostra realtà lavorativa”. Potete raccontarci episodi concreti? Come reagiscono i colleghi alla vostra posizione? Anche voi, come a Grottaglie, state mantenendo l’anonimato per proteggervi? Quanto è difficile oggi, dentro una grande azienda della difesa, prendere parola pubblicamente contro la collaborazione con Israele?

Non è un caso che l’azienda suggerisca ai dipendenti di non mostrare il tesserino fuori dai cancelli: evidentemente esiste tensione tra società civile e fabbrica. Due episodi lo dimostrano: nel novembre 2024 attivisti pro-Palestina hanno fatto irruzione nella sede torinese gridando slogan e imbrattando muri, situazione gestita senza violenze da entrambe le parti. Più grave quanto accaduto il 3 ottobre durante lo sciopero: un gruppo staccatosi dal corteo ha raggiunto i cancelli di corso Francia e, tra provocazioni della polizia e tentativi di ingresso, è scaturita una sassaiola che ha danneggiato auto dei dipendenti e compromesso il consenso faticosamente costruito.

Lavorare in Leonardo significa dover mettere in conto battute sulla nostra corresponsabilità nei massacri di civili durante bombardamenti aerei, o essere additati come complici di un sistema che sottrae risorse ai servizi essenziali per aumentare la spesa militare. Con queste provocazioni abbiamo imparato a convivere negli anni. Tuttavia, la condotta criminale di Israele e il nesso stabilito dall’opinione pubblica tra Leonardo e i morti di Gaza hanno determinato un salto di qualità nella riprovazione generale. Mai come ora abbiamo dovuto mantenere un profilo basso al limite dell’anonimato, conducendo le relazioni sociali in una quasi-clandestinità riguardo alla nostra dimensione lavorativa.

Questo disagio, cozzando drammaticamente con il nostro coinvolgimento emotivo nella tragedia palestinese, ci ha spinto a uscire allo scoperto per ristabilire la nostra identità professionale. È questo spirito che vogliamo comunicare all’apparato sindacale e ai vertici aziendali: riservare attenzione al profilo etico significa onorarne il valore. Crediamo che riabilitare la reputazione di Leonardo sia una causa giusta che spetta a noi dipendenti in primis. Non consideriamo Israele un interlocutore commerciale irrinunciabile e siamo convinti che intrattenere rapporti con il governo Netanyahu rappresenti un’insostenibile infamia.

Tra i colleghi prevale un mix di indifferenza, paura e incredulità, dovuta alla limitata conoscenza delle informazioni necessarie a risalire agli attori coinvolti nelle forniture dei nostri prodotti. Questo riflette le difficoltà a imbastire un confronto pubblico in fabbrica, dove domina l’omertà sull’argomento.

Nel vostro comunicato citate il piano americano per Gaza, sottolineando come non abbia fermato il genocidio a Gaza e le dinamiche oppressive proprie del progetto coloniale in Cisgiordania. In base alle informazioni a cui avete accesso, Leonardo collabora o potrebbe collaborare con Israele per sviluppare sistemi di sorveglianza e intelligenza artificiale utili a rafforzare ulteriormente la sua “architettura” del controllo in questa fase segnata da una finta “pacificazione”?

La fusione della controllata americana RDS con l’israeliana RADA, avvenuta nel Piano strategico “Be Tomorrow 2030” del 2022, rappresenta una chiara collaborazione tra Leonardo e Israele per lo sviluppo di radar tattici, sistemi di controllo-UAV, difesa a corto raggio e sorveglianza delle frontiere. Leonardo sta inoltre rafforzando le alleanze con start-up israeliane nei settori strategici di difesa, cybersicurezza, intelligence e spazio, con accordi promossi direttamente a Tel Aviv. L’azienda, in collaborazione con l’israeliana Ramot, sponsorizzerà inoltre progetti di ricerca della Tel Aviv University. Il fatto che il governo stringa nuovi accordi con USA e Israele, invece di adottare cautela dopo quanto accaduto negli ultimi due anni, offre già di per sé una risposta inequivocabile.

Va precisato che ci basiamo su informazioni di dominio pubblico. Nel lavoro quotidiano, più abbiamo accesso a documentazione riservata, più siamo vincolati al segreto. Anche se fossimo in possesso di evidenze incontrovertibili su collaborazioni con Israele, probabilmente non potremmo divulgarle. Nella pratica, però, i dipendenti spesso non hanno idea dell’impiego finale della propria prestazione lavorativa, come accadeva alla Valsella. In Leonardo vige una clamorosa mancanza di trasparenza.

Su questo piano poniamo una rivendicazione specifica: come dipendenti riteniamo di essere nel pieno diritto di essere informati sui reali destinatari commerciali del nostro lavoro. Questo ci consentirebbe di rifiutare un incarico o richiedere un trasferimento interno nei casi di notevole implicazione etica, quando non si tratti di criteri di difesa nazionale ma di iniziative che corrispondono a palesi violazioni del diritto internazionale.

Un esempio concreto: uno di noi ha lavorato a una campagna di test software per dieci M-346 prodotti da Leonardo e inviati in Grecia dal 2023, identificati con un codice riconducibile alla Hellenic Air Force. Nessun riferimento lasciava immaginare che il cliente finale fosse Israele, in base a un accordo tra i Ministeri della Difesa greco e israeliano a supporto della scuola piloti israeliani nella base di Kalamata. Pur essendo l’informazione reperibile sul sito di Elbit System (abituale fornitrice di Leonardo), operando in ambito testing senza contatto diretto con i fornitori, nulla ci avrebbe indotto a sospettare implicazioni etiche. Più recentemente, le numerose presenze in stabilimento di personale Elbit System in trasferta costituiscono evidenze plateali che i rapporti con Israele, nonostante le dichiarazioni di circostanza, non sono mai venuti meno.

Come state coordinando le vostre azioni con quelle di Grottaglie, Caselle e Nerviano che menzionate nel comunicato?

Abbiamo seguito con molto interesse la petizione “Non in mio nome non con il mio lavoro” lanciata dai lavoratori di Leonardo Grottaglie e le azioni di dissenso portate davanti ai cancelli di Nerviano da attivisti per Gaza. Sono stati spunti importanti per unire percezioni comuni e convogliare gli sforzi in iniziative concrete. Attualmente con alcuni lavoratori Leonardo e attivisti per Gaza abbiamo creato una chat per discutere e proporre idee. L’intento principale è sensibilizzare e coinvolgere quei lavoratori che – per timore o perché isolati nel proprio contesto – cercano un canale per manifestare le proprie sensibilità sull’argomento. Per Caselle Nord, avendo contatti diretti con alcuni delegati FIOM, abbiamo creato i presupposti per diffondere il nostro comunicato nella loro sede.

Nel comunicato denunciate un “totale silenzio” sulla questione palestinese all’interno dei luoghi di lavoro: nessuna assemblea, nessun momento informativo, nessuna iniziativa solidale. Che ruolo dovrebbero avere, secondo voi, RSU e sindacati in questa fase? Ci sono state risposte alla vostra richiesta di affrontare attraverso assemblee indette dalle RSU le criticità che denunciate?

La questione palestinese non interessa alla maggior parte dei governi mondiali, e molti tirano un sospiro di sollievo vedendo dissolversi non le pene dei palestinesi, ma l’attenzione sul conflitto. Tutto ciò riecheggia nei luoghi di lavoro, dove il silenzio è assordante. Nella nostra realtà torinese abbiamo cercato di coinvolgere le RSU di sito per ottenere attenzione sugli eventi di Gaza, ma nessuna delegazione ha voluto sostenerci. Va precisato che un paio di raccolte solidali sono state organizzate, ma senza la giusta visibilità interna.

Il ruolo che RSU e sindacati dovrebbero avere è quello di riconoscere la profonda valenza della questione palestinese per noi lavoratori, in virtù della diretta responsabilità e della ricaduta reputazionale di Leonardo, una volta appurato che il legame con Israele non è mai venuto meno e che le morti di Gaza gravano anche sulla nostra coscienza. Se il sindacato prendesse seriamente atto di questa problematica, e tanto più se un gruppo di lavoratori si fosse già rivolto a loro per dare voce al proprio disagio, avrebbe il dovere di patrocinare questa causa con tutti gli strumenti a disposizione: diffusione, assemblee e, come ultima ratio, sciopero.

In questa fase si dovrebbero accantonare interessi politici o paure di perdere iscritti (come ci è stato detto a giustificazione della non adesione al nostro comunicato), ma schierarsi e appoggiare le iniziative che partono dalla base dei lavoratori. Il ruolo delle RSU dovrebbe essere quello di presidio che si ponga come intermediario tra l’assenza di comunicazione dell’azienda e il lavoratore stesso, comunque la pensi. Quando un sindacato ha paura di portare un tema in azienda perché non rappresenterebbe tutti i lavoratori, sta implicitamente manifestando di non volersi mettere a tutela del lavoratore, sia in gruppo che in minoranza. Questo va esclusivamente a vantaggio della politica di governo, indebolendo il potere sindacale.

Purtroppo le sigle sindacali a cui ci siamo rivolti hanno dimostrato di non avere particolarmente a cuore la questione israelo-palestinese, preferendo tematiche di più facile presa presso i lavoratori, come il rinnovo del contratto. Questa forma di oblomovismo che richiama omertà e negligenza rende fortemente problematico il nostro sforzo di intercettare colleghi potenzialmente solidali – stimiamo che ce ne siano molti – e di sensibilizzare le coscienze su una questione etica fondamentale. Quello che continuiamo a percepire è indifferenza, pallide prese di posizione e nessuna iniziativa per portare il dibattito internamente.

A Grottaglie i lavoratori temono la “militarizzazione” di uno stabilimento nato per l’Aviazione civile. A Torino denunciate la “netta propensione a convertire tutti i settori strategici ad esclusiva finalità militare”. La vostra richiesta di “convogliare studi e tecnologie verso un ambito civile” in risposta alla crisi climatica è una proposta concreta o una riflessione di prospettiva? Che futuro immaginate per Leonardo se le istanze venissero ascoltate?

Il contesto di Torino è inevitabilmente differente da Grottaglie. Sono anni che la nostra realtà industriale impiega la stragrande maggioranza delle risorse di sviluppo per commesse militari. I progetti più recenti confermano questo trend, sia in termini di investimento che di immagine internazionale che Leonardo intende rivendicare presso i suoi azionisti. Per giunta, l’attuale assetto geopolitico europeo promuove a tamburo battente il dual-use, ovvero la sostenibilità industriale declinata in chiave bellica. Pertanto, la prospettiva di una riconversione aziendale verso finalità civili non rappresenta al momento un obiettivo primario, né uno scenario realistico.

Naturalmente, siamo convinti che se riuscissimo a stimolare una discussione anche in questo senso tra i colleghi, attraverso gli strumenti abitualmente contemplati in ambito RSU (assemblee, comunicati), probabilmente riusciremmo quantomeno ad acquisire un’opportunità di peso decisionale nei confronti dell’azienda. Siamo fermamente convinti che il mito secondo cui l’industria aeronautica presupponga la propria sopravvivenza sulle dinamiche di guerra rappresenti un pretesto e un preconcetto da rifiutare categoricamente.

L’economia globale offre oggi scenari in cui lo sviluppo di velivoli unmanned (N.d.R. “senza equipaggio”) più o meno sofisticati procede di pari passo con una richiesta sempre più ricca di impieghi civili possibili. Recentemente è stato persino confezionato uno spot pubblicitario per mostrare al mondo – sarà trasmesso durante le Olimpiadi di Cortina, di cui l’azienda è Premium Partner – quanto Leonardo sia aperta e lungimirante nell’immaginare applicazioni non militari dei propri prodotti. Perché allora non adoperarci per mostrare con chiarezza che la nostra solidità aziendale non è affatto subordinata a contratti militari segnati da ombre tanto ingombranti quanto difficili da ignorare?

Leggi il comunicato dei lavoratori Leonardo di Torino

giovedì 12 febbraio 2026

Ex Ilva, ultimatum dei sindacati a Palazzo Chigi - Che paura del governo Meloni/URSO di fronte a questo ultimatum...

Sono mesi che chiedono un tavolo che non può che essere come gli altri in cui i sindacalisti confederali e Usb "non toccano palla", per così dire - Slai cobas per il sindacato di classe 

info stampa

Ex Ilva, ultimatum dei sindacati a Chigi

Fim, Fiom e Uilm chiedono un tavolo entro febbraio: «Lo Stato sia protagonista del rilancio». Tensioni su investimenti, cassa integrazione e gestione degli impianti a Taranto

Ultimatum dei metalmeccanici al Governo sulla vertenza ex Ilva. Fim, Fiom e Uilm chiedono una convocazione a Palazzo Chigi entro la fine di febbraio, con il coinvolgimento diretto della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. In caso contrario, annunciano una mobilitazione sotto la sede del Governo.

«Ribadiamo la necessità di una convocazione a palazzo Chigi: se non ci sarà entro la fine di febbraio, siamo pronti ad autoconvocarci davanti a palazzo Chigi», hanno affermato i segretari generali di Fim, Fiom e Uilm Ferdinando Uliano, Michele De Palma e Rocco Palombella in una conferenza stampa a Roma. Per i sindacati è indispensabile «avere chiarezza» su investimenti, piano industriale e prospettive occupazionali, ritenendo «centrale» l’intervento dello Stato nel processo di rilancio.

Uliano ha parlato di una situazione «grottesca» e denuncia il mancato coinvolgimento delle organizzazioni sindacali. «Ad oggi – ha ricordato – non abbiamo una convocazione a palazzo Chigi sull’ex Ilva: è urgente e la stiamo chiedendo dal 18 novembre scorso. Non coinvolgere i sindacati è gravissimo». Il leader della Fim ha sottolineato che «il silenzio che sta accompagnando questi mesi è l’esatta rappresentazione di una difficoltà enorme da parte del governo nel concludere in maniera positiva questa vertenza» e sollecitato chiarimenti anche sulla trattativa con il fondo Flacks. «Serve un piano di rilancio industriale. Lo Stato deve farsi protagonista», ha ribadito.

Sulla stessa linea De Palma, che ha invitato la premier ad assumere direttamente il dossier. «Lo Stato si assuma la responsabilità di gestire la transizione del piano di decarbonizzazione, con la garanzia occupazionale – ha esortato il leader sindacali – e il rilancio della produzione siderurgica nel nostro Paese». E ha avvertito: «Chiudere le porte di palazzo Chigi alle lavoratrici e ai lavoratori dell’ex Ilva, essendo una questione di Stato, sia un grande errore».

Il segretario della Fiom ha insistito sulla necessità del confronto. «Non vogliamo lo scontro: noi – ha proseguito – vogliamo costruire. Ma per farlo è necessario sedersi intorno al tavolo». Quindi l’appello diretto alla presidente del Consiglio: «Prenda il dossier Ilva nelle sue mani, visto il fallimento che c’è stato fino ad oggi».

Dalla Uilm, Palombella ha richiamato la dimensione strategica della crisi. «Non si può decidere – ha sentenziato – il destino di migliaia di lavoratori e di un asset strategico per il Paese attraverso dichiarazioni a mezzo stampa». Dopo «due anni di amministrazione straordinaria» segnati da «cassa integrazione e incertezza produttiva», il sindacato chiede risposte su investimenti reali e garanzie occupazionali. «Non siamo per una statalizzazione ideologica, ma in questa fase straordinaria riteniamo indispensabile una regia piena e diretta dello Stato», ha affermato ancora Palombella.

Intanto, da Taranto arrivano segnali di forte preoccupazione. Le segreterie territoriali di Fim, Fiom, Uilm e Usb decrivono una «condizione di forte criticità su sicurezza, ambiente e occupazione» dopo l’incontro con i commissari straordinari. A fronte di 997 milioni di euro stanziati tra manutenzioni e investimenti, le sigle ritengono le risorse «non adeguate rispetto alle condizioni in cui versano gli impianti» e segnalano punte di cassa integrazione fino al 50-60% in alcune aree.

Le RSU delle Officine Centrali denunciano inoltre «modalità gestionali improntate a un’impostazione autoritaria e dittatoriale» e un «clima sempre più pesante», con decisioni sulla cassa integrazione prese «in autonomia» dai responsabili. «Il rispetto dei lavoratori non è un’opzione, è la base minima per lavorare», asseriscono.

Sul fronte ambientale, Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria ha precisato, rispondendo a una nota del senatore Mario Turco, vicepresidente del M5S, che «non è attualmente in corso alcun processo di co-incenerimento di plastiche», sostenendo che il progetto «Polymer Injection», finanziato con risorse Pnrr, riguarda interventi di decarbonizzazione.  Acciaierie d’Italia ha riferito che al progetto è stata assegnata la sigla «AF-2», «senza alcun collegamento con l’Altoforno 2 (Afo/2) ». Dunque, «la similitudine tra i due acronimi ha verosimilmente generato l’equivoco» da cui sarebbero scaturite le dichiarazioni del parlamentare.

La vertenza resta dunque aperta su più fronti – industriale, ambientale e occupazionale – mentre i sindacati attendono un segnale politico. Febbraio diventa il mese decisivo: senza convocazione, assicurano, la protesta salirà fino a Palazzo Chigi.