TARANTO - Dati aggiornati, misurazioni effettive e valutazioni costruite sulle reali condizioni produttive dello stabilimento. Sono le richieste avanzate da Aigi, l’Associazione delle imprese dell’indotto dell’ex Ilva, dopo il provvedimento della Corte d’Appello di Milano che ha ordinato la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo entro 90 giorni.
Secondo quanto riportato nella nota
dell’associazione, la ripartenza degli impianti è subordinata alla
completa rimozione dell’amianto e alla realizzazione degli interventi
necessari per ricondurre le emissioni di polveri sottili entro
condizioni ritenute compatibili con la tutela sanitaria. La
valutazione sarebbe stata effettuata prendendo come riferimento lo
scenario autorizzato di 6 milioni di tonnellate di acciaio all’anno. Aigi non mette in discussione la necessità di proteggere la salute dei lavoratori e dei cittadini né la pericolosità dell’amianto. L’associazione contesta però l’impostazione tecnica che, a suo giudizio, avrebbe portato alla decisione e chiede di rendere pubblici gli elementi utilizzati per dimostrare l’esistenza di un rischio concreto e attuale.
«Lo stabilimento siderurgico di Taranto è un sito industriale enorme e incredibilmente complesso»,
osserva Aigi, secondo cui proprio la complessità degli impianti
imporrebbe analisi particolarmente rigorose prima di assumere decisioni
destinate a incidere sull’intero sistema industriale e occupazionale.
Il primo punto sollevato riguarda le circa 2.000 tonnellate di amianto richiamate nel provvedimento. Secondo la ricostruzione proposta dall’associazione, il materiale non sarebbe abbandonato sui piazzali, collocato in ambienti frequentati o direttamente esposto agli agenti atmosferici. L’amianto si troverebbe all’interno dei cowper,
i grandi rigeneratori termici collegati agli altiforni, dove sarebbe
inglobato come isolante tra la corazza metallica esterna e la struttura
refrattaria interna. Il gestore avrebbe prospettato di mantenerlo in sede
fino alla conclusione della vita tecnica degli impianti, mentre la
Corte avrebbe ritenuto indispensabile procedere alla sua completa
rimozione.
«Non discutiamo la pericolosità intrinseca dell’amianto», precisa Aigi. «Chiediamo dove siano le misurazioni che dimostrano un’effettiva dispersione di fibre dai cowper attualmente in esercizio». L’associazione domanda quali campionamenti siano stati effettuati
nelle aree vicine agli impianti, quale ente li abbia eseguiti, quali
concentrazioni siano state rilevate e in quali condizioni operative.
Chiede inoltre di conoscere le date delle verifiche e i punti esatti
dello stabilimento nei quali sarebbero stati effettuati i controlli.
Aigi ricorda che nel siderurgico esistono reti e strumenti di monitoraggio ambientale
e che numerosi dati vengono raccolti anche dagli enti competenti, tra
cui Arpa Puglia. Prima di considerare il materiale inglobato negli
impianti come una fonte di dispersione nell’aria, sostiene
l’associazione, sarebbe necessario dimostrare attraverso risultati
verificabili il passaggio dal pericolo potenziale al rischio effettivo. «Altrimenti non siamo davanti a
un’analisi del rischio, ma alla potenza evocativa di una parola»,
afferma l’associazione delle imprese dell’indotto.
Il secondo elemento contestato riguarda il livello produttivo
preso come riferimento per valutare le emissioni. La Corte avrebbe
considerato lo scenario massimo autorizzato dall’Autorizzazione
integrata ambientale, pari a 6 milioni di tonnellate annue. Aigi evidenzia però che la
produzione reale sarebbe nettamente inferiore. Alla fine di giugno,
secondo i dati riportati nella nota, nello stabilimento sarebbe rimasto
operativo soltanto l’Altoforno 2, con una produzione giornaliera
compresa tra 4.500 e 4.700 tonnellate. Proiettando questo ritmo su base annuale, la produzione si collocherebbe tra 1,64 e 1,72 milioni di tonnellate. Altre ricostruzioni citate dall’associazione indicherebbero un livello vicino ai 2 milioni di tonnellate all’anno. L’ex Ilva starebbe quindi funzionando, secondo Aigi, a una capacità compresa tra il 27 e il 33 per cento del tetto produttivo utilizzato come riferimento nel provvedimento.
«Uno scenario autorizzato non
coincide automaticamente con lo scenario realmente esercitato», sostiene
l’associazione. Valutare le emissioni di un impianto che produce meno
di 2 milioni di tonnellate come se ne producesse 6 significherebbe, per
Aigi, considerare un carico almeno triplo rispetto a quello effettivo.
La nota richiama anche il piano dell’amministrazione straordinaria, che avrebbe previsto il raggiungimento di una capacità di 4 milioni di tonnellate entro la fine di aprile 2026.
Un obiettivo che, secondo l’associazione, non sarebbe stato centrato,
poiché ancora alla fine di giugno la produzione si trovava su livelli
minimi ed era sostenuta da un solo altoforno. Aigi chiarisce di non ritenere
falso il dato dei 6 milioni di tonnellate, trattandosi del limite
autorizzato. Contesta però il suo utilizzo senza una valutazione
proporzionata ai volumi realmente prodotti, perché questo rischierebbe
di restituire «una fotografia tecnicamente deformata dell’impianto».
Per l’associazione, la risposta non può consistere nella negazione dei problemi ambientali, ma deve passare attraverso misurazioni corrette, controlli verificabili e interventi fondati su elementi concreti.
Aigi chiede alle amministrazioni
straordinarie di utilizzare tutti gli strumenti processuali consentiti
dall’ordinamento, valutando anche un eventuale ricorso in Cassazione
qualora vi siano i presupposti giuridici. L’obiettivo dovrebbe essere
ottenere un nuovo esame della controversia sulla base delle condizioni
produttive effettive, di dati aggiornati e di riferimenti normativi
certi. Allo stesso tempo, secondo
l’associazione, il Governo dovrebbe valutare una revisione urgente
dell’Autorizzazione integrata ambientale, costruendo un quadro
compatibile con le esigenze sanitarie e con un livello produttivo
sostenibile. Aigi propone un sistema basato su un tetto produttivo giuridicamente vincolante, sul monitoraggio continuo delle emissioni, sulla pubblicazione periodica dei risultati e su controlli indipendenti.
«Questa sarebbe una risposta seria:
non negare il rischio, ma misurarlo. Non invocare la sicurezza in
astratto, ma costruirla e controllarla ogni giorno», sostiene
l’associazione.
La nota critica anche la reazione
politica seguita al provvedimento. Secondo Aigi, mentre la decisione
modificava profondamente il futuro dello stabilimento, alcuni
rappresentanti del Governo si sarebbero limitati a richiamare il
rispetto delle sentenze, annunciando altri 100 milioni di euro ma circoscrivendo la continuità operativa e la possibile cessione alla sola area a freddo.
Per l’associazione, prendere
atto di una decisione giudiziaria è doveroso, ma accettarne
passivamente tutte le conseguenze industriali senza verificarne dati,
presupposti e valutazioni tecniche rappresenta una precisa scelta
politica. «Il Governo non può nascondersi
dietro una pronuncia giudiziaria mentre prepara un futuro nel quale
Taranto riceve denaro sufficiente a mantenere qualche laminatoio, ma
perde definitivamente la produzione primaria dell’acciaio», afferma
Aigi.
Senza l’area a caldo, sostiene
l’associazione, Taranto non conserverebbe più uno stabilimento
siderurgico a ciclo integrale. Resterebbero alcuni impianti di
trasformazione alimentati, nella migliore delle ipotesi, da bramme
prodotte in altre aree. L’acciaio potrebbe quindi
continuare a essere lavorato nel capoluogo ionico, ma la produzione
primaria, il valore strategico e una parte rilevante dell’occupazione
diretta e dell’indotto rischierebbero di essere trasferiti fuori dal
territorio e, potenzialmente, anche fuori dall’Italia.
Aigi richiama inoltre l’attenzione sui costi della dismissione.
Lo spegnimento dell’area a caldo, osserva l’associazione, non
determinerebbe la scomparsa degli impianti. Resterebbero altiforni,
cokerie, tubazioni, strutture metalliche, materiali contaminati, suoli,
falde e chilometri di installazioni da mettere in sicurezza,
sorvegliare, mantenere e bonificare. L’associazione chiede quindi di
chiarire quanto costerebbero l’arresto in sicurezza, la manutenzione del
sito inattivo, lo smantellamento degli impianti e la bonifica integrale
dell’area. A queste voci dovrebbero aggiungersi il costo sociale degli
esuberi e quello industriale derivante da un aumento delle importazioni
di acciaio primario. Per Aigi, il Governo
dovrebbe pubblicare una comparazione indipendente tra il costo della
messa a norma con prosecuzione della produzione e quello necessario per
spegnere, mantenere, smantellare e bonificare lo stabilimento.
Come precedente viene richiamata la
vicenda di Bagnoli, dove, a distanza di decenni dalla chiusura
dell’acciaieria, lo Stato avrebbe stanziato altri 1,218 miliardi di euro per la bonifica ambientale e la rigenerazione urbana dell’area di Bagnoli Coroglio. «Chi oggi pensa di avere
fermato il mostro rischia di ritrovarsi domani un sito improduttivo,
senza manutenzione industriale, senza lavoratori e interamente a carico
dello Stato», sostiene Aigi.
Nella nota viene sollevato anche un
interrogativo politico sul ruolo assunto dalla questione dell’amianto
nella fase conclusiva della procedura di vendita. L’associazione precisa
di non avere elementi per sostenere l’esistenza di un disegno
prestabilito, ma considera significativa la successione degli
avvenimenti. «Non stiamo dicendo che esista un
complotto. Non abbiamo prove e, proprio per questo, non lo affermiamo»,
precisa l’associazione. La richiesta è che le istituzioni garantiscano
trasparenza e adottino decisioni capaci di tutelare contemporaneamente
salute, lavoro e sovranità industriale.
La nota si sofferma infine sul
processo di deindustrializzazione che, secondo Aigi, starebbe
interessando da anni l’Italia. Alla chiusura degli impianti seguirebbe
spesso l’importazione degli stessi prodotti dall’estero, talvolta
realizzati con standard ambientali inferiori e con costi aggiuntivi
legati all’energia, al trasporto e alla dipendenza industriale.
L’acciaio primario viene indicato
come essenziale per la meccanica, l’automotive, la cantieristica, le
infrastrutture, l’energia, la difesa, le tubazioni e una parte rilevante
dell’industria manifatturiera italiana.
Le imprese dell’indotto, conclude
Aigi, non chiedono che si continui a produrre a qualsiasi costo né che
vengano ignorati l’amianto, le emissioni o le esigenze sanitarie della
popolazione. Chiedono che si distingua tra la
presenza censita di amianto e una situazione di dispersione accertata,
che le emissioni siano calcolate sulla produzione effettiva e che venga
definita un’Autorizzazione integrata ambientale compatibile con la
salute dei lavoratori e dei cittadini.
«Taranto non chiede impunità. Chiede verità»,
conclude l’associazione. «Chiudere l’area a caldo sulla base di un
impianto teorico significa applicare una condanna a una fabbrica
immaginaria e farla scontare a una città reale».