lunedì 25 maggio 2026

Processo Ilva Potenza - ancora Giustizia Negata! - info WA 3519575628

Torna il tempo della protesta a Taranto come a Potenza.  

Lunedì 25 ore 16.30 conferenza stampa biblioteca comunale piazzale Bestat

- parti civili Slai Cobas con Avvocata Ricci   

Ambiente Svenduto, «La prescrizione non fermerà le vie legali dei cittadini


L’ambientalista tarantino e fondatore di VeraLeaks Luciano Manna interviene dopo le prescrizioni nel processo a Potenza e annuncia nuove iniziative rivolte anche alle istituzioni nazionali ed europee


Aula di tribunale

TARANTO – Le prescrizioni maturate nel processo penale Ambiente svenduto non fermeranno, secondo Luciano Manna, la denuncia pubblica e giudiziaria sull’ex Ilva. L’ambientalista tarantino, fondatore di VeraLeaks, interviene con una nota durissima in cui collega il tema dei tempi della giustizia al bilancio umano e sanitario che, a suo giudizio, continua a pesare sulla città e sulla popolazione esposta agli inquinanti dello stabilimento.

Per Manna, il trascorrere del tempo processuale non cancella la gravità delle conseguenze subite dal territorio. «Non fermeranno la nostra denuncia le prescrizioni che continuano ad essere annunciate nel corso del processo penale denominato Ambiente svenduto», afferma l’ambientalista, sostenendo che, al di là dell’esito giudiziario legato ai termini di legge, resta centrale il numero delle persone che nello stesso arco temporale sarebbero morte o avrebbero affrontato il percorso di una malattia legata, secondo la sua denuncia, agli inquinanti della fabbrica.

Il fondatore di VeraLeaks definisce la prescrizione una condanna morale per chi, sostiene, avrebbe potuto anche rinunciare a percorrere questa strada processuale. Da qui l’annuncio di nuove iniziative legali da parte dei cittadini, che Manna intende orientare verso le alte cariche dello Stato italiano e verso la Commissione europea.

Nel mirino dell’ambientalista ci sono i finanziamenti che il Governo continua a destinare alle società Ilva e Acciaierie d’Italia, con il via libera della Commissione europea sugli aiuti di Stato. Secondo Manna, proprio questo passaggio apre un nuovo fronte di contestazione, perché le autorizzazioni sarebbero state concesse sulla base di informazioni che l’ambientalista giudica non corrispondenti alla realtà.

Nel comunicato vengono chiamati in causa la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il ministro Antonio Tajani, il ministro Adolfo Urso e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Manna li indica come responsabili, secondo la sua ricostruzione, di quanto accaduto di recente sul fronte dei prestiti e delle autorizzazioni europee.

L’accusa più grave riguarda i dati trasmessi dall’Italia a Bruxelles. «Il Governo italiano ha fornito alla Commissione europea dati falsi», sostiene Manna, riferendosi alla procedura che avrebbe portato all’autorizzazione dell’ennesimo prestito. L’ambientalista parla anche di «dichiarazioni mendaci» sul numero degli operai impiegati, sulle condizioni degli impianti e sulla capacità produttiva.

Secondo la posizione espressa da VeraLeaks, sulla base di queste dichiarazioni sarebbe stata consentita la prosecuzione di un’attività produttiva priva di un progetto industriale e fondata su impianti definiti obsoleti. Per Manna, quegli impianti dovrebbero essere fermati perché continuerebbero a provocare morti sul lavoro e malattie nella popolazione.

Il comunicato richiama anche un dossier pubblicato da VeraLeaks sul tema dei finanziamenti all’ex Ilva e delle autorizzazioni europee agli aiuti di Stato. È su questo terreno che l’ambientalista annuncia l’intenzione di proseguire con nuove denunce e ulteriori iniziative.

La conclusione della nota conferma il clima di forte sfiducia verso le istituzioni nazionali ed europee. Manna ribadisce la volontà di «continuare a denunciare tali illeciti», affermando che questa vicenda ha portato a una «totale sfiducia nei confronti dell’istituzione nazionale ed europea».

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sabato 23 maggio 2026

Basta con i decreti salva Ilva che poi non salvano niente ma sono al servizio dei nuovi padroni che verranno, con attacco ai lavoratori cassintegrati oggi ed esuberi domani

Nuovo decreto per l’ex Ilva

Nelle prossime ore il governo Meloni approverà un nuovo decreto per garantire l’attività produttiva di Acciaierie d’Italia in Amministrazione straordinaria, la società che gestisce gli impianti industriali dell’ex Ilva.

Ad annunciare l’arrivo della nuova misura (peraltro ampiamente prevedibile) è stato il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti, nel corso del Festival dell’Economia di Trento organizzato dal Gruppo 24 Ore e Trentino Marketing.

“Sono partito per Cipro con un quadro già delineato che si sta ulteriormente definendo. Credo che si andrà a un decreto legge domani sera, prevediamo interventi che andranno incontro ad esempio agli autotrasportatori e trasporto pubblico locale con il taglio delle accise fino alla prima settimana di giugno. Ci sarà poi anche un intervento per garantire il proseguimento delle attività dell’ex Ilva “.

Una misura che, rispondendo ad una domanda, si “potrebbe prorogare”.

D’altronde, i 149 milioni di euro arrivati all’ex Ilva sulla base dell’ultimo decreto convertito in legge a gennaio, saranno sufficienti per traguardare al massimo il mese di giugno.

L’ultimo innesto di risorse da parte dell’esecutivo è giunto ad Acciaierie d’Italia ad aprile ed è servito ad assicurare la continuità operativa dell’azienda in attesa della cessione ad un investitore privato, che nelle speranze (vane e sin troppo ottimistiche) del ministro Urso sarebbe dovuta avvenire entro il mese di aprile.

Nella continuità operativa ci sono manutenzioni, forniture e lavori – attualmente si sta intervenendo sull’altoforno 4 di Taranto la cui ripartenza è stata rimandata, almeno per il momento, a giugno -, ma anche il pagamento degli stipendi, che impattano per 40 milioni al mese.

Essendo giugno alle porte, è del tutto evidente che la soluzione per la cessione dell’ex Ilva è ancora lontana dal potersi configurare concretamente: il che ha spinto il Governo a rimettere mano al portafoglio per continuare a sostenere economicamente l’azienda.

Si parla di un prestito da 240 milioni di euro totali, diviso però in due tranche: 100 milioni dovrebbero essere inseriti nel decreto accise mentre ulteriori 140 milioni verrebbero deliberati a luglio.

Con questi 240 milioni il governo italiano esaurirà il plafond massimo di 390 milioni del prestito di salvataggio che la Commissione europea aveva autorizzato agli inizi di febbraio, purché limitato ai costi operativi e con un obbligo di restituzione entro sei mesi, dopo le interlocuzioni tra il ministro delle Imprese e del made in Italy (Mimit) Adolfo Urso e la commissaria per la transizione green e la concorrenza, Teresa Ribera. 

Del resto, proprio in previsione del fatto che la vendita di Acciaierie potesse richiedere ancora del tempo, la Commissione Europea ha dato l’ok all’estensione del prestito sino a 390 milioni. Quindi c’è ancora un margine di tempo da sfruttare qualora il negoziato con il potenziale acquirente andasse oltre giugno.

Negoziato che i commissari stanno portando avanti da diverse settimane con il gruppo indiano Jindal Steel International, mentre Flacks Group – il fondo americano – nei giorni scorsi ha annunciato la costituzione di un tavolo tecnico per il rilancio dell’ex Ilva, coinvolgendo “top player italiani ed internazionali del comparto siderurgico, esperti industriali e ambientali”.

Ora bisognerà vedere se si andrà avanti con Jindal, se ci saranno novità da parte di Flacks, oppure se entrerà in scena un nuovo soggetto internazionale che potrebbe essere Qatar Investment Authority affiancato da qualche player italiano (ancora una volta si fa il nome del gruppo Arvedi) e da un fondo internazionale. 

Il tutto mentre i sindacati dei metalmeccanici Fim, Fiom e Uilm (insieme all’Usb e all’UGL con lo Slai Cobas che invece da tempo propone una piattaforma operaia) a cui nel corso del tempo si è affiancata anche la Regione Puglia del neo governatore Antonio Decaro, continuano a chiedere l’intervento diretto dello Stato per una sorta di nazionalizzazione temporanea che possa risanare l’azienda economicamente, migliorandone la struttura impiantistica e assicurando la sicurezza sugli impianti, per poi rimetterla sul mercato rendendola così appetibile per i futuri investitori.

Vedremo se nelle prossime settimane arriveranno novità in tal senso, o quella alle porte sarà l’ennesima estate che trascorrerà senza una vera soluzione.

Vendola non è stato assolto - Vendola è stato giustamente condannato in 1° grado. Vendola è un verme che è responsabile di complicità oggettiva e soggettiva nel processo "Ambiente svenduto"

Ex Ilva, prescrizione per 15 imputati tra cui Nichi Vendola

Nel processo “Ambiente svenduto” sull’ex Ilva di Taranto, il collegio della Corte d’Assise del Tribunale di Potenzaha dichiarato prescritti alcuni dei reati contestati a 15 imputati, revocando inoltre tutte le costituzioni di parte civile in relazione ai reati prescritti.

La decisione arriva nell’ambito del nuovo processo ripartito da zero il 21 marzo scorso, dopo l’annullamento della sentenza di primo grado disposto dalla Corte d’Assise d’Appello di Taranto per la presenza, tra le parti civili, di due giudici onorari incompatibili. In primo grado, il 31 maggio 2021, erano state inflitte 26 condanne per un totale di 270 anni di carcere.

Nel corso dell’ultima udienza dell’8 maggio, alcuni difensori avevano chiesto la dichiarazione di prescrizione per diversi capi d’accusa. Il pm aveva poi aderito a tale richiesta per i reati di cui sopra (senza però revocare le accuse che hanno portato al rinvio a giudizio), ritenendo motivata la tesi degli avvocati difensori.

Venerdì mattina quindi il presidente della Corte, Marcello Rotondi, ha letto il dispositivo che sancisce il non doversi procedere per intervenuta prescrizione nei confronti di 15 imputati, tra cui Nicola Riva, Fabio Riva, l’ex presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, l’avvocato Francesco Perli.

La prescrizione riguarda i reati di associazione per delinquere, rimozione od omissione dolosa di cautela sui luoghi di lavoro e concussione. Restano invece contestati i reati considerati più gravi, tra cui l’inquinamento ambientale e il presunto avvelenamento delle acque.

Le motivazioni della decisione saranno depositate entro circa tre mesi. In teoria la Procura di Potenza potrebbe fare ricorso ma l’ipotesi che ciò avvenga appare molto remota in quanto nell’udienza dell’8 maggio il pm, dopo essersi consultato con il Procuratore Generale, aveva aderito alla richiesta dei legali degli imputati.

Il processo di primo grado in Corte d’Assise, lo ricordiamo, è partito dopo che lo scorso 6 febbraio il gup di Potenza Francesco Valente ha rinviato a giudizio i 21 imputati (18 persone fisiche a cui si aggiungono 3 società), accogliendo le richieste che erano state presentate dal procuratore della Repubblica facente funzioni di Potenza, Maurizio Cardea, e dal sostituto Vincenzo Montemurro la scorsa estate.

La quarta udienza dibattimentale è stata fissata invece per il prossimo 5 giugno.

Verso la giornata di lotta del 29 maggio