giovedì 22 ottobre 2026

Corrispondenza aggiornata dall'ex-Ilva di Taranto

  

Violenza sessuale - Stuprata dagli uomini - violentata per la seconda volta dallo Stato, dai giudici

"APPELLO INAMMISSIBILE" - Non s'ha da fare un nuovo processo agli 8 autisti dell'Amat che per due anni hanno abusato, stuprato una ragazza 

Questo ha deciso la Corte d'appello presieduta dalla Giudice Paola Incalza, a cui la PM aveva fatto ricorso contro la vergognosa assoluzione degli 8 autisti dell'Amat - dando in più una motivazione assurda: "Il ricorso in appello non è stato inoltrato per via telematica"!... Un anomalia procedurale, irrilevante rispetto alle ragioni dell'appello, che non entra assolutamente nel merito delle motivazioni del ricorso, dice ancora una volta che la vita di una ragazza è irrilevante, il suo coraggio nell'aver denunciato le violenze non vale niente; vale di più una pec! 

Il Movimento femminista proletario di Taranto aveva appoggiato la giusta decisione della PM Marzia Castiglia, che si era opposta alla vergognosa sentenza di 1° grado che aveva assolto con formula piena: "il fatto non costituisce reato" gli 8 autisti violentatori.

E aveva fatto appello a fare subito un presidio al Tribunale chiamando femministe, ragazze, avvocate.

Ora, quest'altra  inaccettabile sentenza.

IL VOLANTINO CHE AVEVAMO DIFFUSO AL TRIBUNALE

Non solo gli 8 violentatori sono stati assolti con formula piena (neanche una formula come: 'ripetute molestie, abusi sessuali' è stata usata), ma nelle motivazioni si scrive che è la ragazza che non ha dimostrato di aver subito violenze "costrizioni"; Sì - dicono i giudici - ci sono state atti sessuali ma la ragazza non ha dimostrato chiaramente di essersi opposta. La denuncia fatta dalla ragazza non ha quindi valore; peggio: il fatto che fosse un pò disabile mentalmente, invece di costituire un aggravante (come aveva chiesto il PM), viene ritenuta una prova di non credibilità. 

VERGOGNA GIUDICI! 

Una sentenza che dice che le denunce, sempre molto sofferte, in cui pesa a volte la vergogna, insieme ad una giusta sfiducia nella giustizia, sono a prescindere non vere; e che è la donna che deve portare prove provate che ha subito violenze sessuali, non gli uomini. E' la donna che deve dimostrare il "dissenso"; per cui se non dimostra un rifiuto "esplicito", se non grida, se non chiede aiuto, se ritarda nella denuncia, la violenza non è avvenuta...

A Taranto, siamo addirittura nella applicazione ultra rigida di questo abominio: nella sentenza i 3 giudici (di cui 2 donne...) riconoscono che "le condotte degli autisti sono "deprecabili" e "di deplorevole moralità", specialmente perché commesse da incaricati di un pubblico servizio", parlano anche di "abusi sessuali", riconoscono che gli atti sessuali avvenivano in zone deserte, dopo che erano state serrate le porte dei bus (e chi poteva portare i bus in queste zone, vicino all'Ilva, chi poteva serrare le porte, se non gli autisti!?); ma voi porci autisti non dovete provare nulla e... siete tutti assolti! Perchè quella "imbranata"/timida ragazza non ha LEI dimostrato la "coercizione". Quindi siamo all'affermazione per cui: il "consenso" della ragazza effettivamente non c'era, ma non c'è prova di "dissenso".

Questa sentenza è molto grave anche perchè può fare "scuola", queste motivazioni potranno essere usate contro tante altre donne.

Ultima sottolineatura vergognosa: questi 8 autisti violentatori sono stati in questo lungo periodo del processo totalmente appoggiati dai sindacati Cisl e Cisal, che hanno giubilato ora per la loro assoluzione. Ma essi stessi si auto denunciano come "complici", perchè - e noi l'abbiamo accertato - tutti all'Amat sapevano, dato che gli autisti si vantavano sui social delle loro violenze sessuali. 

Ma questa ulteriore violenza non deve passare! Daremo il massimo Sostegno alla ragazza se vuole andare avanti.


mercoledì 21 ottobre 2026

Il 24 ottobre manifestazione nazionale “No CPR né a Castel Volturno né altrove” - info solidale

estratti 

Sabato 24 ottobre, alle ore 13.00, Castel Volturno sarà il cuore di una grande mobilitazione nazionale, per dire “No CPR – né a Castel Volturno, né altrove!”

La protesta nasce da un appello, lanciato da Mons. Pietro Lagnese, che ha dato vita a una vasta alleanza, unita da un unico obiettivo: impedire che vengano spesi 43 milioni di euro per la costruzione di un Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR), né sul territorio campano né da altre parti.

Castel Volturno è la lente d’ingrandimento capace di mostrare le conseguenze di decenni di politiche migratorie razziste e fallimentari; ma al tempo stesso è un baluardo di promozione umana e di resistenza. La richiesta è chiara: destinare le risorse pubbliche ai servizi, al sostegno al reddito, ai trasporti e alle fasce più fragili della popolazione.

La manifestazione non si ferma alla sola questione migratoria. Al centro dell’agenda ci sono anche la bonifica dei territori, la tutela dei fiumi, la difesa dei litorali, il contrasto agli sversamenti illeciti e all’abusivismo, oltre alla restituzione alla collettività degli spazi sottratti alla criminalità organizzata.

L’appello alla partecipazione è aperto a tutti

martedì 20 ottobre 2026

Incontro romano odierno su ammortizzatori sociali - tanto per parlare - nessun risultato

La risposta negativa del Ministero del Lavoro è frutto soprattutto della decisione del 16 ottobre dei sindacati confederali e USB di sciogliere i blocchi prima di ottenere risultati. I dirigenti sindacali confederali e USB stanno accompagnando il morto. 
Serve, in particolare per le ditte dell'appalto che, a causa delle condizioni retrittive del decreto per la cigs, potranno anche procedere subito a licenziamenti, che i lavoratori si muovano autonomamente da queste organizzazioni. Lo Slai cobas dove è presente, per esempio alla Castiglia, sta cercando di farlo, ma chiaramente non bastiamo, e sono i lavoratori che possono e devono "cambiare lo stato delle cose", che rischia anche a Roma il 27 di non portare novità positive. 
Per questo, al di là delle parole e di alcuni "toni forti" usati da Fim, Fiom, Uilm Usb nelle assemblee durante lo sciopero e blocchi, non ci devono essere illusioni, senza ripresa della lotta a Taranto, non c'è niente, e ammesso e non concesso che passassero gli ammortizzatori sociali, questi riguarderebbero una platea ristretta di lavoratori sia diretti che delle ditte, e per tutti gli altri al massimo c'è solo cassintegrazione a zero ore anticamera degli esuberi.
E' solo la lotta, i blocchi, azioni di protesta visibili che incidono. E questa lotta - nei 5 giorni dei blocchi si è dimostrato - si può e si deve riprendere, su una piattaforma operaia.  

 Per la Fiom, invece, sarebbe stato un "importante incontro"...

EX ILVA, SCARPA (FIOM): INCONTRO INTERLOCUTORIO, SERVONO STRUMENTI ADEGUATI A TUTELA DEI LAVORATORI

“E’ importante l’incontro che si è svolto oggi al Ministero del Lavoro, veniamo da settimane di mobilitazione in tutti gli stabilimenti dell’ex Ilva. I lavoratori lottano per il loro futuro, per l’occupazione, la decarbonizzazione e la garanzia della salute e dell’ambiente. L’incontro di oggi, tuttavia, è stato interlocutorio.
Occorre prevedere strumenti a tutela dei lavoratori dell’ex Ilva, a partire dalle uscite volontarie e dai pensionamenti anticipati, riconoscendo il lavoro usurante e i rischi conseguenti all’esposizione all’amianto e alle sostanze inquinanti.
In merito al decreto approvato riteniamo che invece vada costruito un accordo presso il Ministero del Lavoro di gestione degli ammortizzatori sociali anche per quanto riguarda le aziende dell'indotto.
Riguardo alla cassa integrazione è chiaro che i lavoratori non dovranno mai rimanere scoperti nella fase di transizione e che occorre garantire l’integrazione salariale.
Il prossimo tavolo al Ministero del Lavoro sarà convocato probabilmente dopo l’incontro del 27 ottobre a Palazzo Chigi”.
 

Ex Ilva, la Cassazione si riserva la decisione - info stampa - aspettiamo.. ma venerdì ne parliamo con gli avvocati del processo 'Ambiente Svenduto' - ore 18 sede slai cobas via livio andronico 47 - info 347-5301704


La Procura generale ha chiesto di accogliere alcuni motivi dei ricorsi presentati da Ilva in amministrazione straordinaria e Acciaierie d’Italia, contestando il decreto della Corte d’Appello di Milano. I legali dei cittadini di Taranto: «Confidiamo nella terzietà del giudice».

I giudici delle Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione si sono riservati di decidere sui ricorsi presentati da Ilva in amministrazione straordinaria e Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria contro il decreto della Corte d’Appello di Milano che ha disposto lo stop dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico di Taranto. La decisione sarà notificata alle parti.

Nel corso dell’udienza, la Procura generale presso la Cassazione ha chiesto di accogliere alcuni dei motivi dei ricorsi, sostenendo la necessità di annullare il provvedimento che impone la fermata degli impianti. Al centro della requisitoria, la mancanza di un adeguato bilanciamento tra la tutela della salute e dell’ambiente e la prosecuzione della produzione industriale.

«Quello che manca completamente nel decreto della Corte d’Appello di Milano è il bilanciamento dei contrapposti interessi», ha sostenuto il rappresentante della Procura generale, evidenziando le criticità del provvedimento sul piano dell’accertamento del rischio effettivo.

Amianto e polveri sottili, le contestazioni della Procura generale

La Corte d’Appello di Milano aveva disposto la fermata dell’area a caldo in relazione al mancato rispetto dei limiti riguardanti le emissioni di polveri sottili PM10 e PM2,5 e alla mancata bonifica dell’amianto presente negli impianti, quantificato in due tonnellate.

Sul fronte dell’amianto, la Procura generale ha riconosciuto che «la pericolosità dell’amianto è indiscussa», contestando tuttavia il metodo seguito dalla Corte milanese nell’accertamento del pericolo concreto. Secondo il Pg, il provvedimento avrebbe desunto l’esistenza del rischio senza verificarlo adeguatamente.

«Non si esclude che si possano avere queste emissioni di fibre di amianto, ma la Corte territoriale non ha calcolato il rischio», è stato evidenziato nel corso della requisitoria. La Corte d’Appello, secondo la Procura generale, avrebbe fatto ricorso al principio di precauzione senza confrontarsi in modo sufficiente con gli elementi tecnici disponibili e con le valutazioni degli organismi di ricerca ambientale.

Critiche anche sul versante delle polveri sottili. Per la Procura generale, la decisione si sarebbe basata prevalentemente su precedenti rapporti in ambito sanitario, senza considerare adeguatamente gli atti successivi, tra cui l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) del 2025, che sarebbe stata illegittimamente disapplicata.

I ricorsi delle due società, presentati per ottenere l’annullamento del decreto, contestano inoltre la competenza del giudice civile, sostenendo che la materia debba essere affrontata davanti alla giustizia amministrativa.

I cittadini di Taranto: «Confidiamo nella terzietà del giudice»

Di segno opposto la posizione dei cittadini che hanno promosso l’azione legale per ottenere lo stop dell’area a caldo, rappresentati dagli avvocati Ascanio Amenduni e Maurizio Rizzo Striano nell’ambito dell’iniziativa dell’associazione Genitori Tarantini.

«Confidiamo nella terzietà del giudice», ha dichiarato Amenduni al termine dell’udienza in Cassazione.

«A Taranto c’è un popolo che è sceso in piazza, 30mila persone, cittadini, operai, perché a Taranto ci si ammala, si muore, i bambini nascono a volte con patologie. Soprattutto si vive con l’angoscia che quel fumo, che esce e in certe situazioni si sparge, possa farti del male», ha aggiunto il legale.

Amenduni ha ribadito il diritto dei cittadini «a lavorare e vivere in un ambiente sano», riconoscendo al tempo stesso le preoccupazioni legate alle conseguenze occupazionali di un’eventuale fermata dell’attività industriale.

«Dispiace» per le possibili ripercussioni sul lavoro, ha osservato l’avvocato, sottolineando però di «non aver visto lo stesso accanimento nella difesa delle persone».

La decisione delle Sezioni Unite civili della Cassazione rappresenta un nuovo passaggio nella lunga vicenda giudiziaria che contrappone le società che gestiscono lo stabilimento e i cittadini di Taranto. Il pronunciamento chiarirà se il decreto della Corte d’Appello di Milano dovrà essere confermato o annullato, con conseguenze rilevanti per il futuro dell’area a caldo e per il delicato equilibrio tra continuità produttiva, occupazione e tutela della salute.

Cassazione - info in corso

Ilva, la Procura generale chiede di evitare lo stop dell'area a caldo: «Manca il bilanciamento tra salute e produzione»

Udienza decisiva davanti alle Sezioni Unite della Cassazione. Secondo la Procura generale, la Corte d'Appello di Milano non avrebbe valutato adeguatamente i rischi effettivi legati alle emissioni e alla presenza di amianto, trascurando anche l'Autorizzazione integrata ambientale del 2025

La corte di Cassazione

La Cassazione

ROMA - Non confermare lo stop dell'area a caldo dell'ex Ilva di Taranto disposto dalla Corte d'Appello di Milano. È questa la posizione ribadita dalla Procura generale presso la Corte di Cassazione, intervenuta questa mattina nell'udienza davanti alle Sezioni Unite chiamate a esaminare i ricorsi sulla decisione che impone la fermata degli impianti siderurgici tarantini.

Un passaggio di particolare rilievo nella vicenda giudiziaria dalla quale dipende una parte fondamentale del futuro dello stabilimento, mentre Taranto attende di conoscere le determinazioni della Suprema Corte.

La Procura generale, confermando l'impostazione già espressa nella requisitoria depositata nei giorni scorsi, ha contestato alcuni aspetti della decisione dei giudici milanesi, sostenendo che non sarebbe stata effettuata una valutazione sufficientemente approfondita dei diversi interessi coinvolti.

«Quello che manca completamente nel decreto della Corte d'Appello di Milano è il bilanciamento dei contrapposti interessi», ha sostenuto la Procura generale, facendo riferimento alla necessità di considerare sia le esigenze della produzione industriale sia quelle della tutela della salute e dell'ambiente.

La questione riguarda il provvedimento con il quale la Corte d'Appello di Milano ha disposto la fermata dell'area a caldo dello stabilimento di Taranto, richiamando il mancato rispetto dei limiti relativi alle emissioni di polveri sottili PM10 e PM2,5 e la presenza di amianto negli impianti

Su entrambi gli aspetti la Procura generale ha espresso rilievi riguardanti il metodo utilizzato dai giudici territoriali per valutare i rischi ambientali e sanitari.

In particolare, per quanto riguarda l'amianto, la Procura non ha escluso la possibilità che possano verificarsi dispersioni di fibre nell'ambiente, ma ha osservato che, a suo giudizio, la decisione impugnata non avrebbe quantificato adeguatamente il pericolo.

«Non si esclude che si possano avere queste emissioni, ma la Corte territoriale non ha calcolato il rischio», è stato sottolineato nel corso dell'udienza.

Secondo la Procura generale, il provvedimento avrebbe dovuto approfondire maggiormente l'esistenza di un danno grave e concreto, confrontandosi con le valutazioni contenute nella documentazione tecnico-scientifica disponibile.

«La Corte territoriale, invece di verificare la presenza di un danno grave e concreto, non si è confrontata adeguatamente con quanto indicato dall'istituto di ricerca ambientale», ha sostenuto la Procura, contestando il ricorso al principio di precauzione senza una sufficiente valutazione del rischio effettivo.

Un'altra parte delle osservazioni ha riguardato le emissioni di polveri sottili, considerate dalla Corte d'Appello tra gli elementi alla base della decisione di fermare gli impianti.

La Procura generale ha sostenuto che i giudici milanesi avrebbero attribuito un peso prevalente a precedenti rapporti sanitari, senza valutare adeguatamente documenti e provvedimenti intervenuti successivamente.

In particolare, è stato richiamato il ruolo dell'Autorizzazione integrata ambientale del 2025, che, secondo la posizione espressa dalla Procura, avrebbe dovuto essere considerata nella valutazione complessiva delle condizioni di esercizio dello stabilimento.

«Non è stato tenuto conto che ci sono atti successivi, come l'Aia del 2025», ha osservato la Procura generale, sostenendo che tale autorizzazione sarebbe stata «illegittimamente disapplicata».

Le argomentazioni presentate questa mattina saranno ora sottoposte alla valutazione delle Sezioni Unite, alle quali spetta decidere sui ricorsi e stabilire se la pronuncia della Corte d'Appello di Milano debba essere confermata o superata.

La posizione della Procura generale rappresenta un elemento significativo del confronto giudiziario, ma non anticipa l'esito della decisione della Cassazione, che resta autonoma nelle proprie valutazioni.

La questione assume un'importanza determinante per lo stabilimento siderurgico e per le sue prospettive produttive, considerando le conseguenze che un'eventuale fermata dell'area a caldo potrebbe avere sull'attività industriale e sull'occupazione.

Al centro del giudizio rimane il difficile equilibrio tra continuità della produzione, tutela della salute e protezione dell'ambiente, una questione che da anni accompagna la vicenda dell'ex Ilva.

L'udienza delle Sezioni Unite segna dunque un altro passaggio fondamentale di una vertenza che coinvolge non soltanto Taranto, ma anche il futuro della siderurgia italiana.

La parola definitiva sui ricorsi spetta ora ai giudici della Suprema Corte, mentre resta aperta l'attesa per conoscere l'esito di un pronunciamento destinato a incidere profondamente sulle prospettive dello stabilimento ionico.

Assemblea delle parti civili processo "Ambiente svenduto" - Comunicato Slai cobas

Alle parti civili del Processo "Ambiente svenduto"                   

I nostri avvocati Antonietta Rcci Taranto e Gianluca Vitale Torino, i più attivi, hanno opposto in questi mesi una dura resistenza al piano dei difensori degli imputati di svuotare il processo, usando tutti gli espedienti per ottenere prescrizioni, per fare uscire il maggior numero di imputati dal processo, per annullare documenti, perizie, e testimonianze che erano state alla base delle condanne nel processo di primo grado. In parte ci sono riusciti e in parte no. 

Comunque il processo è più vivo che mai e ora ha acquistato velocità - una
udienza a settimana - per giungere a una conclusione.

Tutte le nostre parti civili sono state accettate e gli imputati per il reato di disastro ambientale sono lì alla sbarra del processo.

Ora è il momento di fare una assemblea delle parti civili con gli avvocati per fare il punto della situazione e programmare l'andamento della nostra azione nel processo che va verso gli interventi dei nostri avvocati e  testimonianze  per chiedere giustizia con conferma delle condanne e risarcimenti certi e adeguati alla situazione. 

Per questo è convocata l'assemblea delle nostre parti civili per venerdì 23 ottobre ore 18 presso la sede Slai Cobas via Livio Andronico 47 Taranto 

Info WA 3475301704   

Slai cobas 

Margherita Calderazzi