venerdì 15 maggio 2026

Combattere il governo fascista/razzista e combattere i fascisti/razzisti tra le masse

Come il fascismo "vecchio" ha dimostrato, i governi, il governo Meloni fascista, sono i mandanti, sono gli autori politici, materiali, ideologici, culturali dei moderni fascisti, razzisti e delle loro azioni; sono i nemici da combattere e da rovesciare, insieme a tutto il loro apparato repressivo, Stato, Forze dell'ordine..., da rovesciare con la resistenza armata e oggi con una "nuova resistenza".

Nello stesso tempo dobbiamo combattere - e oggi è sempre più necessario - il fascismo/razzismo dal basso, tra le persone, tra i giovani, che siano organizzati o no.

Questi sono protagonisti pericolosi sia di feroci atti razzisti/fascisti, che possono portare anche ad uccidere, l'immigrato, il compagno, l'antifascista - come è successo a Taranto - sia portatori di nere ideologie, concezioni che penetrano tra la gente. 

I giovani non sono una categoria unitaria, tra i giovani (come tra le donne) ci sono le classi, c'è il sottoproletariato, c'è la piccola e media borghesia reazionaria; quando parliamo di giovani, nel bene e nel male, dobbiamo dire quali giovani. 

Nè i giovani vanno visti come passivi o subordinati della famiglia, dei social, della scuola, ecc., calcare troppo su questo porta di fatto a giustificare le azioni fasciste/razziste di certi giovani.

Famiglia, social, scuola sono essi stessi interni al sistema di classe e all'ideologia bastarda dominante, non possono agire diversamente da come agiscono; in essi e contro di essi va fatta la lotta; anch'essi devono essere "rovesciati" per essere nel socialismo trasformati - E sono pietosi, quanto inutili gli appelli affinchè la scuola, la famiglia educhino i giovani...

I giovani fascisti, razzisti vanno combattuti! Senza se e senza ma.

Il fascismo, nella sua influenza, nel tenere in mano ogni mezzo di comunicazione, nell'imbarbarimento della cultura, dell'istruzione, porta inevitabilmente ad uno scontro tra le masse, Per questo nel fascismo, nella guerra imperialista è inevitabile, ci deve essere, una guerra civile.  

Sabato siamo a Milano per la manifestazione nazionale per la Palestina - il 29 maggio sciopero e manifestazione a Taranto

giovedì 14 maggio 2026

Da ORE 12 Controinformazione rossoperaia - Sull'omicidio razzista del bracciante maliano - Oggi presidio in Piazza Fontana ore 17,30

Un odioso crimine razzista è avvenuto a Taranto. Un bracciante maliano è stato brutalmente aggredito e colpito con un oggetto appuntito che ne ha provocato la morte. Gli autori di questo pestaggio assassino sono stati alcuni giovanissimi, insieme ad altri due che giovanissimi non erano.

E' avvenuto nel cuore di Città Vecchia, in Piazza Fontana. Ed è avvenuto dopo che gli stessi avevano molestato un altro migrante. In questa alba tragica è morto Bakari Sako. Un operaio che aveva fatto anche il cameriere che ora lavorava nelle campagne di Massafra.

E' l'ennesimo frutto di aggressioni di stampo razzista che avvengono in Italia.

Su questo occorre dire subito due cose.

La prima questione è il tentativo di oscurare la matrice razzista. Il Consiglio Comunale ha fatto un lungo documento dove la parola razzismo non viene mai pronunciata. Quando è evidente a tutti che è il carattere razzista che ha portato all'aggressione.

Il razzismo non è un'opinione, è un crimine e come tale va considerato. E questo tipo di aggressioni sono diventate frequenti e usuali in diverse città italiane e in diverse occasioni. E in più di un'occasione hanno provocato la morte.

Queste uccisioni vengono fatte con coscienza chiara di stampo fascista e razzista. Il giornale La Stampa, proprio il giorno precedente in cui questo è avvenuto l’assassinio di Bakari aveva censito in un articolo le ronde nere. E aveva documentato l'esistenza di una serie di gruppi di questa natura che vi sono in tutto il paese che portano avanti aggressioni che hanno toccato città come Verona, come Catanzaro. Così come sono frequenti sono a Roma e altrettanto numerose a Bologna, a Milano.

Vi sono forze politiche di esterna destra nazifasciste che organizzano volutamente questo tipo di azioni. Appoggiate sostanzialmente dai leghisti e dal partito della Presidente del Consiglio. Fratelli d'Italia. L'episodio di Taranto è particolarmente atroce perché riguarda una situazione che colpisce lavoratori che già fanno una vita grama, supersfruttati nelle campagne, nei posti di lavoro, e che cercano in qualche maniera, dopo essere arrivati in Italia in mille modi, compreso i barconi e aver visto molto spesso i loro fratelli perire in mare, di arrivare in alcune città. Qui cercano lavoro e trovano sfruttamento, razzismo, discriminazione. Una vita impossibile in case fatiscenti, e per di più col rischio di essere aggrediti e colpiti da leggi razziste che questo governo fa.

Dobbiamo combattere questo tipo di situazione innanzitutto attraverso un lavoro di organizzazione dei braccianti. Cosa molto difficile perché ai braccianti va data innanzitutto la possibilità di rispondere collettivamente ai problemi del lavoro e della casa, alle condizioni di vita inaccettabili, così come ai piani di espulsione che a getto continuo i governi fanno e il governo Meloni è sicuramente in prima linea in tutto questo.

Però, tutto questo non è sufficiente se non si tiene conto che viene diffuso a piene mani il razzismo ideologico, politico, culturale di Stato e viene diffuso dai governi con le loro leggi da Trump alla Meloni. In questo paese sull'immigrazione si consumano e si realizzano le fortune elettorali di molti dei parlamentari ed è sull'immigrazione e sulla campagna razzista che si basa in tutta Europa una parte significativa dell'ascesa delle forze reazionarie fasciste.

Da questo bisogna partire. Il tentativo di riempirsi la bocca di sociologia, di piani educativi verso giovani deviati, è solo fumo; il fenomeno di baby gang è del tutto secondario di fronte al fatto che esiste un sistema, esiste un governo, uno Stato, esistono delle leggi, esiste un modo di sviluppare le campagne anti-immigrati che evidentemente semina a piene mani il razzismo sociale e pratico.

Domani ci sarà una manifestazione a Taranto nel luogo in cui l'assassinio è avvenuto.

Proletari comunisti e lo Slai cobas ci saranno per portare innanzitutto una voce di solidarietà alla comunità maliana che si è immediatamente mobilitata e per offrire il massimo di solidarietà e assistenza ai migranti di questa città, di cui in altre occasioni abbiamo organizzato la lotta.

Abbiamo permesso che ottenessero dei permessi di soggiorno o permessi umanitari provvisori, i documenti, ecc. Lo abbiamo fatto di fronte alla grande ondata dei migranti di Manduria che arrivò nella nostra città e fu protagonista anche di una rivolta nel ghetto in cui erano stati portati; l'abbiamo fatto con la grande lotta di migranti di diversa nazionalità che abbiamo organizzato in più riprese a Taranto. Così come evidentemente siamo sempre stati solidali e vicini alle associazioni che si sono realmente occupate dei migranti, come la Babele, e invece denunciato, contrastato speculatori e associazioni che usavano i migranti per avere soldi dallo Stato.

Ma ora bisogna stare sul pezzo, cioè andare a fondo sul fatto che si è creato in città vecchia e smascherare uno per uno i discorsi ipocriti che su questo vengono fatti combattendo il razzismo ideologico, politico e culturale, in particolare su tre questioni.

Il tentativo della giunta comunale di trasformare tutto in un problema di sicurezza e polizia portando avanti una campagna di militarizzazione della città e di aumento delle forze dell'ordine. Questa è una campagna indegna che noi combattiamo e contrastiamo. Non è di più polizia che hanno bisogno i quartieri, quartieri dove è presente una parte rilevante di popolazione povera, di giovani senza lavoro, che non riescono ad andare a scuola e spesso interni a pratiche di microcriminalità.

Invece che lavoro, casa, salute, reddito, invece che soluzione dei problemi sociali, le amministrazioni comunali oppongono una politica di “sicurezza”, di più polizia, mentre sprecano il denaro pubblico in grandi eventi, in una trasformazione e gentrificazione dei quartieri poveri. E Città Vecchia è un esempio visibile.

Ecco, bisogna contrastare questa linea e questa prassi.

Così come bisogna andare più a fondo nell'analisi della situazione sia delle comunità migranti in questa città, sia dell'universo dei giovani, che in questo caso giovanissimi, sono stati protagonisti di questo odioso crimine.

Su questo interverremo nel presidio/Assemblea del 14/5 e nelle ulteriori occasioni, e svilupperemo uno per uno questi argomenti anche con nuove trasmissioni a ORE 12.

Ora, come ora, stringiamoci intorno a Sako, che ha perso la vita per un odioso crimine razzista, in uno stato imperialista con un governo razzista.

Un intervento sull'assassinio di Bakary Sako

 

Cosa succede da dove Bakary Sacko veniva - per contribuire a capire perchè dobbiamo essere con lui e i suoi fratelli e combattere con tutte le forze la merda locale e nazionale che lo ha ucciso

Offensiva in Mali: una guerra di portata senza precedenti dal 2013. Intervento di Said Bouamama

Pubblichiamo la traduzione e trascrizione di un’interessante intervento di Said Bouamama sui recenti attacchi in Mali.

Oltre a restituire un quadro generale degli eventi, scarsamente coperti dai media italiani, Said è in grado di inquadrare in maniera puntuale gli interessi imperialisti e coloniali della Francia, e non solo, nei recenti fatti. Quello che è stato messo in campo è il contrappasso militare, o la “punizione” verso gli stati africani che negli anni scorsi hanno allontanato la presenza francese dal territorio. L’intervento coloniale viene giustificato con la solita retorica pelosa della mancanza di diritti civili e libertà, mentre si finanziano e supportano attivamente formazioni reazionarie e criminali pronte a trasformare i territori in una spirale di violenza settaria.

L’intervento è tratto dalla trasmissione Il mondo dal basso redatta dal canale Youtube di Investig’Action

Buongiorno e benvenuti a questa nuova edizione di «Il mondo visto dal basso», che, come suggerisce il nome, cerca di interpretare l’attualità dal punto di vista delle classi popolari. La nostra rubrica è dedicata alla situazione in Mali dopo l’attacco militare su larga scala sferrato lo scorso 25 aprile da un’alleanza tra separatisti tuareg e dieci jihadisti.

Nella notte tra il 24 e il 25 aprile 2026, in Mali si è svolto un attacco di portata e organizzazione senza precedenti dal 2013, su un fronte di oltre 1000 km. È senza precedenti nella sua organizzazione perché è condotto congiuntamente da un’alleanza che vede da un lato i separatisti tuareg del Fronte di Liberazione dell’Azawad, il FLA e dall’altro, i cosiddetti jihadisti del Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani, il GSIM o in arabo JNIM. Un’organizzazione nata nel 2017 dalla fusione del gruppo terroristico Ansardin e di Al-Qaeda nel Maghreb islamico. Come le organizzazioni fondatrici, il JNIM non ha assolutamente nulla a che vedere con l’Islam. Quest’ultimo, viene considerato solo come uno strumento di destabilizzazione e balcanizzazione della nazione maliana. Lo stesso vale per il FLA, che strumentalizza anch’esso la questione tuareg — che è una questione interna al Mali — per perseguire gli stessi obiettivi di destabilizzazione e balcanizzazione.

L’attacco del 25 aprile è senza precedenti anche per la sua portata, poiché riunisce più di 10.000 combattenti motorizzati dotati di un arsenale consistente e che indossano l’uniforme dell’esercito maliano, che attaccano simultaneamente nella stessa direzione, su un territorio di oltre 1.000 km. L’armamento utilizzato comprende droni e missili antiaerei, il che indica un’indubbia assistenza esterna. Bisogna risalire al 2013 per trovare un’offensiva di questa portata, che all’epoca servì da pretesto per l’operazione militare francese “Serval”. I punti in comune con il 2013 sono del resto numerosi. La strategia sottostante è infatti la stessa, ovvero provocare un crollo del potere centrale, nel peggiore dei casi, o una richiesta disperata di un intervento militare occidentale. Lo confermano i numerosi commenti mediatici e politici che hanno accompagnato l’offensiva terroristica sui principali media occidentali.Insistono ripetutamente sul presunto fallimento dell’alleanza militare con la Russia, suggerendo così la necessità per il Mali di un cambio di alleanze e di un ritorno sotto l’egida francese.

La presenza di consiglieri militari ucraini a fianco delle truppe terroristiche conferma questa dimensione internazionale della guerra in Mali. Dopo settimane di combattimenti, questi obiettivi di guerra non sono stati raggiunti. Sul piano militare, l’esercito nazionale maliano e le forze militari russe alleate dell’Africa Korps hanno ripreso l’offensiva. Il governo maliano non è crollato e la coesione nazionale non è andata in frantumi. Il secondo obiettivo della guerra dei terroristi era infatti quello di suscitare il panico tra la popolazione affinché si rivoltasse contro il proprio governo. Ne è testimonianza l’annuncio, il 28 aprile, di un blocco di Bamako e l’istituzione di posti di blocco a tal fine sulla maggior parte delle principali arterie che collegano la capitale al resto del paese.

Il giornalista Antoine Glacerseur, autore di un libro dal titolo eloquente, “Arrogante come un francese in Africa”, riassume così gli obiettivi ambigui dell’offesnsiva. Cito: «Lo scenario più probabile è una pressione sull’approvvigionamento della capitale, dove vivono più di 4 milioni di persone. Penso che il loro obiettivo sia quello di spingere la popolazione a rivoltarsi contro il potere e di appoggiarsi alle forze politiche e civili. Il comunicato degli assalitori che accompagna il blocco conferma: “Chiediamo a tutti i patrioti sinceri, senza alcuna distinzione, di alzarsi e di unirsi alle nostre forze con l’obiettivo di una transizione pacifica e inclusiva, di cui una delle priorità essenziali sarà l’istituzione della sharia”».

Un’offensiva di tale portata, con un armamento così sofisticato, con tali obiettivi di guerra, la presenza di consiglieri militari ucraini e così via. Tutti questi elementi confermano l’esistenza di un sostegno esterno da un lato e di una dimensione internazionale della guerra dall’altro.

Sebbene l’esercito maliano sia stato costretto a ritirarsi dalle città strategiche di Kidal e Thessalite, gli obiettivi bellici non sono stati raggiunti e l’attacco può ora essere considerato, nel complesso, fallito. Lo stesso vale per il blocco, che è ben lungi dal riuscire a soffocare la capitale, come dimostra il passaggio di una colonna di 800 autocisterne sotto la protezione via terra e aerea dell’esercito maliano venerdì 1° maggio. Nonostante questo fallimento, la copertura mediatica dei grandi media occidentali, e in particolare di quelli francesi, sottolinea la logica neocoloniale dominante delle analisi che vengono portate avanti. Questa copertura mediatica comprende ovviamente il ricorso a numerosi esperti autoproclamati, il cui primo punto in comune è quello di decontestualizzare la situazione.

Nessuno di loro pensa, ad esempio, a ricollocare la situazione attuale nel suo contesto storico. Nessuno pensa, ad esempio, a ricordare che la situazione attuale in Mali è il risultato di molti anni di interventi dell’ONU e della Francia che, seguendo una logica da «pompieri piromani», hanno finito per rafforzare i gruppi militari destabilizzatori e balcanizzatori. Allo stesso modo, c’è un silenzio totale sulle cause internazionali del conflitto e sull’importanza strategica di questa regione, in particolare per la Francia. La dimensione internazionale viene menzionata solo per sottolineare un pseudo-fallimento russo che non è altro che la ripresa del discorso ufficiale francese che annuncia una catastrofe militare dopo la decisione di Mali, Burkina Faso e Niger di porre fine alla presenza dell’esercito francese sul loro territorio.

Nessun esperto pensa inoltre di mettere in discussione la logistica messa in atto durante quell’attacco, che viene sintetizzata, come è noto, dall’attivista maliano Cheir Omar Dialo in un articolo pubblicato sul quotidiano online Mondeafrique il 4 maggio 2026. Cito: «La logistica di un attacco che ha coinvolto circa 12.000 uomini il 25 aprile solleva interrogativi: una tale massa non può ragionevolmente essersi costituita esclusivamente sul territorio maliano, data la costante pressione militare esercitata dalle forze armate maliane. Ciò presuppone flussi regionali, punti di rifornimento e potenzialmente sostegni esterni. Un argomento che, in tutta onestà, dovrebbe essere oggetto di un’indagine giornalistica. Eppure, nessuno lo dice.» Infine, sottolinea anche Dialo che il fallimento dell’operazione di destabilizzazione della popolazione tramite la forza militare e l’istituzione del blocco è passato completamente inosservato. Cito: «Nessun ospite per ricordare il profondo shock dei maliani di fronte agli attacchi contro i fedeli musulmani che si recavano alla preghiera all’OB. Una violenza che va oltre il contesto militare e colpisce il cuore del tessuto sociale. Nessuno sottolinea nemmeno che, lungi dal disorganizzare il Paese, questi attacchi hanno potuto rafforzare la coesione nazionale e che, di conseguenza, lasciare che queste dinamiche terroristiche persistano potrebbe aprire la strada a forme di conflittualità interna ed esterna ben più ampie.»

Parallelamente a questa copertura mediatica riduttiva, circolano numerose fake news volte a presentare l’Algeria come il vero istigatore dell’offensiva terroristica. L’obiettivo è quello di sfruttare i profondi disaccordi strategici tra i due paesi per impedire qualsiasi riavvicinamento. Così, una di queste false notizie diffuse sui social network mostra una folla di soldati e blindati che marciano nel deserto con didascalie del tipo: «Viva le FEMAS! 300.000 soldati maliani verso il confine con l’Algeria». Abbiamo volutamente mantenuto gli errori ortografici. Le immagini presentate sono in realtà quelle di un’esercitazione dell’esercito nazionale libico risalente all’ottobre 2021. Un’altra fake news mostra un veicolo militare in fiamme, ma come didascalia, cito: «17 soldati dell’esercito algerino uccisi da un drone maliano». Anche in questo caso, le immagini non riguardano né il Mali né l’Algeria. Si tratta di un incidente avvenuto durante il rally Africa Ecorace che collega Tangeri a Dakar e risale al gennaio 2026. Impedire qualsiasi avvicinamento tra il Mali e l’Algeria, sulla scia di quelli che si sono concretizzati tra l’Algeria e il Burkina Faso da un lato e tra l’Algeria e il Niger dall’altro, è il vero obiettivo di queste fake news.

Basta dare un’occhiata alla mappa della regione per rendersi conto che non è possibile alcuna stabilità né sicurezza duratura nella zona senza la cooperazione tra questi paesi. Mentre la storia e la geografia chiamano a una comunità di destino, gli interessi delle potenze straniere nella regione hanno invece bisogno di divisioni e guerre fratricide. Ci troviamo ancora di fronte al famoso «divide et impera».

La conoscenza è un’arma e inizia con la capacità di informarsi. Speriamo che la nostra trasmissione abbia dato il suo contributo a questa informazione civica necessaria e urgente. Non esitate a inviarci argomenti di attualità che vorreste vedere trattati nella nostra trasmissione. Saranno trattati non appena un fatto di attualità ad essi collegato ci permetterà di tornarci sopra. Vi diamo appuntamento tra qualche giorno per una nuova puntata de «Il mondo visto dal basso».

L’omicidio di Bakari Sako è stata una caccia allo straniero - Tutti ora parlano di razzismo - L'unico che non lo dice è il Comune

OGGI ALLE 17,30 PRESIDIO IN PIAZZA FONTANA - NOI CI SAREMO

Da Repubblica
di Pierfrancesco Albanese
L’omicidio di Bakari Sako è stata una caccia allo straniero, baby gang di Taranto ha ucciso a caso

Nessuna lite alla base dell’omicidio, il gruppo di minorenni ha trascorso una nottata alle slot prima dell'aggressione mortale. E ha inveito contro un altro ragazzo straniero di passaggio, prima di uccidere
Non c’è stata alcuna lite, ma una caccia allo straniero conclusa con il brutale omicidio del bracciante maliano Bakari Sako. La cui unica colpa è stata quella di trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato: in piazza Fontana, a Taranto, all’alba di sabato. Quando un branco di ragazzini, nella quasi totalità minorenni, lo ha accerchiato, pestato e accoltellato a morte.

La sequenza agghiacciante nel decreto di fermo eseguito nella serata di ieri dagli agenti della squadra mobile, agli ordini del vice questore Antonio Serpico. Il provvedimento ha portato al fermo di cinque giovanissimi: due 15enni, due 17enni e un 20enne, Fabio Sale. L’unico maggiorenne di un gruppo ancora in via di definizione: un sesto componente è al momento ricercato. Come anche una giovane ragazza, davanti alla quale si è compiuto l’omicidio del 35enne maliano.

L’aggressione non sarebbe frutto di un caso né l’acme di un litigio. Ma diretta conseguenza della volontà di scagliarsi sullo straniero, purchessia. È quanto suggeriscono le immagini delle telecamere di sorveglianza della zona, a lungo scandagliate dagli investigatori.

Il branco trascorre la serata nelle slot di un bar dei paraggi, dove si raduna poco dopo la mezzanotte – vi rimarrà fino alle 2 e 30. I giovanissimi ricompaiono a scaglioni in piazza Fontana, chi appiedato, chi a bordo di uno scooter. La prima sequenza utile alle indagini inquadra il transito in bicicletta di un uomo nei pressi di piazza Fontana. Sono le 5.16. Si tratta di uno straniero identificato come di origine subsahariana. Due ragazzi del gruppo accelerano in sella allo scooter, gli tagliano la strada, inveiscono contro di lui. Lo insultano. L’intento, per gli investigatori, è chiaro: un’intimidazione che l’uomo non raccoglie. Procede verso la piazza senza reagire. È una fortuna: tre minuti più tardi passa Bakari Sako.

Lo fa ogni mattina. Si dirige verso la stazione, dove è solito lasciare la bicicletta e prendere un bus per Massafra, alla volta delle campagne in cui lavora da bracciante. Sulle spalle ha lo zaino con un ricambio e una bottiglia d’acqua per il turno di lavoro, che poco dopo sarà ritrovato accanto al corpo, cadavere.

Bakari Sako si ferma nei pressi del bar. I due giovani a bordo dello scooter si avvicinano. Un terzo sopraggiunge a bordo di un altro scooter. Altri due giovani arrivano appiedati. E c’è una ragazza che li accompagna. Si vede il gruppo parlare con Sako. Poi aggredirlo senza motivo. Uno dei ragazzi gli sferra un pugno al volto: un colpo violento che causa un taglio al labbro e la rottura di un incisivo. L’uomo tenta la fuga nel bar, ma il branco lo afferra e continua il pestaggio: pugni al ventre e in faccia, spintoni. Coltellate: a brandire l’arma è il 15enne. Sferra due colpi al petto, un terzo lo raggiunge all’addome.

Un sesto uomo si alza dai tavolini e infierisce con un pugno sul bracciante, che si ripiega su sé stesso. La violenza del branco non si arresta: lo afferrano ancora e lo trascinano poco distante dal bar, dove sarà trovato esanime. L’intera sequenza si svolge davanti agli occhi della ragazza, che osserva senza intervenire.

Dopo il pestaggio il gruppo si dilegua. Il tutto avviene in una manciata di minuti sotto gli occhi delle telecamere, che registrano l’agguato mortale. Alle 5.34 la chiamata al 118, cinque minuti dopo i medici sono già in piazza, davanti a Bakari Sako, incosciente. Iniziano le manovre di rianimazione, interrotte dopo qualche minuto, quando è chiaro che non c’è nulla da fare.

Sulle prime la versione che si diffonde è quella della rissa degenerata. La ricostruzione della procura dice altro: c’è stata la volontà deliberata di aggredire. E uccidere. A rispondere dell’omicidio sono tutti e cinque i ragazzi, in concorso. Sono stati identificati grazie alle telecamere di sorveglianza e la testimonianza di uno dei presenti. I

cinque sono stati condotti in questura con i propri legali (nel pool difensivo gli avvocati Andrea e Salvatore Maggio, Pasquale Blasi, Massimiliano Scavo, Fabio Falco). Ma le indagini proseguono alla ricerca del sesto uomo, che ha contribuito all’aggressione infierendo sul corpo già ferito dai fendenti, e della ragazza che tutto ha osservato e nulla fatto, mentre il bracciante veniva ucciso. Senza ragione, dicono gli inquirenti. Che non a caso contestano l’aggravante dei futili motivi.

Ex Ilva, Slai Cobas lancia lo sciopero del 29 maggio: sicurezza, lavoro e no agli esuberi al centro della mobilitazione

Il sindacato di base presenta la propria piattaforma in vista della protesta nazionale. Tra le richieste nazionalizzazione, tutela occupazionale, stop ai licenziamenti e presidio ispettivo permanente in fabbrica

redazione.taranto@buonasera24.it

TARANTO - Una mobilitazione costruita dal basso, con una piattaforma che intreccia sicurezza sul lavoro, tutela occupazionale e futuro industriale del siderurgico tarantino. Slai Cobas per il sindacato di classe rilancia la protesta all’ex Ilva annunciando l’adesione allo sciopero nazionale del 29 maggio, promosso nel quadro della mobilitazione indetta dai sindacati di base.
L’iniziativa, secondo quanto reso noto dal sindacato, punta a portare al centro del confronto le criticità che da tempo attraversano lo stabilimento tarantino, a partire dalle condizioni di sicurezza, dal tema occupazionale e dalle prospettive industriali del sito.

Nel documento diffuso in vista della protesta, il sindacato esprime una netta contrarietà rispetto ad alcune ipotesi di gestione del futuro dell’acciaieria. Tra i punti indicati compare il giudizio negativo sul fondo Flacks, definito dal sindacato una soluzione non credibile, così come la contrarietà all’ipotesi Jindal, rispetto alla quale viene evocato il rischio di migliaia di tagli occupazionali.
Nella piattaforma trova spazio anche una critica all’attuale indirizzo politico nazionale sulla gestione del comparto siderurgico. Slai Cobas prende posizione contro quello che definisce il piano Urso-Meloni, chiedendo contestualmente un cambio nella governance straordinaria del gruppo.

Sul fronte giudiziario, il sindacato manifesta inoltre opposizione rispetto a eventuali attacchi alle inchieste della magistratura, ribadendo la necessità che i percorsi di accertamento proseguano senza interferenze.

Tra le proposte avanzate figura invece la richiesta di una nazionalizzazione immediata dell’impianto, accompagnata dall’invocazione di una legge speciale dedicata alla gestione della vertenza.
Particolarmente forte la posizione sul lavoro. Il sindacato chiede nessun esubero, il mantenimento di strumenti di sostegno economico per i lavoratori diretti e dell’appalto attraverso una cassa integrazione con integrazione salariale, oltre al rigetto dell’applicazione del contratto multiservizi e al blocco dei licenziamenti nelle aziende dell’indotto.
Uno dei capitoli più netti della piattaforma riguarda la sicurezza in fabbrica, tema tornato con forza al centro del dibattito dopo i recenti episodi segnalati nello stabilimento. Slai Cobas invoca un intervento strutturale contro gli incidenti sul lavoro, arrivando a chiedere una postazione ispettiva permanente all’interno dello stabilimento.

Nel messaggio politico che accompagna la mobilitazione, il sindacato sostiene inoltre la necessità di rafforzare la propria presenza nel confronto sulla vertenza, rivendicando una rappresentanza autonoma nelle trattative sul futuro dell’acciaieria.
Lo sciopero del 29 maggio si inserisce nella più ampia mobilitazione nazionale dei sindacati di base, che nella propria piattaforma include anche temi di carattere generale, tra cui la contrarietà alla guerra e alle politiche di riarmo, oltre alla solidarietà espressa nei confronti del popolo palestinese.

La protesta si preannuncia dunque come un momento di forte contestazione che, nel caso tarantino, riporta al centro le tensioni mai risolte sul futuro dell’ex Ilva, tra occupazione, sicurezza e governance industriale.