ANTENNA SUD
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Tante lavoratrici, impegnate nei servizi Sad e Adi di assistenza domiciliare - appalto comunale ma gestito da cooperative - si sono organizzate nello Slai cobas per il sindacato di classe, anche in critica, delusione dei sindacati confederali e della loro inazione.
Ieri si è tenuta una prima assemblea pubblica in piazza Castello. A cui hanno partecipato tutte le lavoratrici iscrìtte finora nello Slai cobas ma anche qualcuna iscritta ad altri sindacati - perchè - come è stato detto dalla coordinatrice Slai cobas - le nostre assemblee sono aperte a tutte le lavoratrici al di là della loro adesione sindacale.
L'assemblea ha fatto il punto delle problematiche esistenti e delle richieste da fare sia alla cooperativa che al Comune, per migliorare la loro condizione lavorativa. Faremo conoscere in seguito le loro rivendicazioni.
Di conseguenza si sono richiesti due incontri, con la Cooperativa e con il Comune assessorato Servizi sociali.
Facciamo il punto su quella che è la situazione oggettiva di attacco alle condizioni di vita e di lavoro della popolazione, in particolare dei lavoratori, e la situazione soggettiva della necessità della presa di coscienza che senza lotta non si può ottenere niente e che quindi è necessario armarsi per poter ribaltare lo stato di cose esistenti. A partire dalla questione di smantellare quella che è la politica del lavoro della Meloni, che non è altro che la politica di “difesa della nostra economia”, come la chiama lei, che non è altro che la difesa dei profitti dei padroni, una politica economica che verso le masse viene solamente impregnata di populismo.
Quindi è una politica economica a favore della difesa dei profitti dei padroni, come era stata ampiamente dettata dal presidente di Confindustria Orsini, che ad aprile aveva dato indicazioni precise al governo: aumentare la produttività, non i salari, al massimo detassare la miseria degli aumenti contrattuali confederali, cosa che poi la Meloni ha fatto nel cosiddetto decreto lavoro del primo maggio, su cui torneremo. Il punto per il governo è quello di non gravare sul costo del lavoro delle imprese, che vuol dire mantenere sempre alti i loro margini di profitto, come dice anche il Sole24ore: "nel 2025, le aziende hanno comunque fatto profitti, hanno mantenuto i loro bilanci alti".
Sempre Orsini della Confindustria preannuncia quello che dovrà essere un altro passaggio importante, che è il nuovo patto corporativo che è partito tra Cgil e Cisl- Uil discusso sempre tra padroni sindacati e governo e che si riassume in quello che Orsini dice, “il rafforzamento della contrattazione collettiva e di qualità, questo rappresenta la via più efficace” - per i padroni, aggiungiamo noi - “per garantire salari adeguati ma coerenti con la specificità dei diversi settori e con l'andamento della produttività”.
Quindi salario legato alle sorti del Capitale, che in questo contesto significa poi gabbie salariali, perché legare alla produttività vuol dire che per il lavoratore l'asticella è il fiocchetto della giostra che l'operaio deve continuare a rincorrere ogni giorno sul posto di lavoro, accettando di aumentare il grado di sfruttamento; e quindi così non si ripristina neanche il prezzo, il valore della merce-forza lavoro che ogni giorno viene sfruttata in fabbrica per ottenere un pluslavoro e quindi un pluvalore, secondo la legge che Marx ha ben spiegato.
Quindi in realtà quello che emerge - e qui riprendiamo un nostro articolo del 16 aprile in cui diciamo molto chiaramente - “è proprio la centralità della lotta per il salario. Questa lotta, di fatto da tanti anni o abbandonata o annacquata deviandola su contentini (welfare, aumento dello straordinario, detassazione dei minimi aumenti salariali, dei buoni pasto, ecc.), è, insieme alla lotta per la riduzione dell'orario di lavoro, della giornata lavorativa, decisiva, non solo per salvaguardare le condizioni di lavoro e la stessa vita dei lavoratori, ma perchè pone in maniera chiara che di lotta di classe si tratta (altro che "equilibrio di interessi"), di scontro tra la classe dei proletari e quella dei capitalisti.
Proprio perchè la lotta per il salario mostra la contraddizione di fondo del sistema capitalista, lo sfruttamento da parte del capitale creando nel contempo esso stesso i "becchini" che lo rovesceranno. Allora, non fare questa lotta vuol dire rinunciare a una lotta più generale contro il sistema del capitale. La classe operaia non deve dimenticare che deve lottare non solo contro gli effetti ma anche contro la cause che determinano questi effetti.
Chi vuole togliere agli operai il terreno di una genuina lotta sindacale, di una lotta per aumenti salariali per riprendersi quanto è stato già attaccato, ridotto, di fatto vuole la permanenza del lavoro salariato, la permanenza di questo sistema” (https://proletaricomunisti.blogspot.com/2026/04/pc-16-aprile-presidente-della.html)
Abbiamo ripreso questo scritto perché dopo queste indicazioni di Orsini della Confindustria il governo ha varato il decreto lavoro del primo maggio: da un lato bonus e welfare per i lavoratori, dall'altro sgravi contributivi e soldi per le assunzioni per le aziende. I lavoratori da tutto questo hanno avuto solo elemosine e promesse di occupazione.
Su questo è utile che adesso si entri nel merito di quelle che sono alcune delle questioni del documento di programmazione finanziaria che daranno vita nei prossimi giorni alla cosiddetta "finanziaria", per capire la continuità della politica populista, demagogica di questo governo, in cui non viene affrontata minimamente la situazione reale dei lavoratori, ma, anzi, in questo modo si considerano i lavoratori, le masse popolari come dei poveretti a cui dare qualche elemosina per tenerli buoni.
Dal giornale Sole24ore: il titolo dice “Bonus mamme, premi e benefit verso la conferma in manovra”, in sostanza “il menu delle misure di sostegno ai lavoratori da inserire nella prossima legge di bilancio si compone di interventi che possono già contare su un finanziamento almeno per il 2027 e interventi che invece devono ottenere nuovi fondi da reperire nel cammino che condurrà l'approvazione della manovra per il prossimo triennio a dicembre”.
Questo cosa significa? Che praticamente non ci sono neanche i fondi per queste miserie, per queste briciole che vengono elargite per cercare di tenere buoni il popolo e i lavoratori.
Gli aiuti già finanziati per il 2027 sono tre e valgono complessivamente 900 milioni, si tratta del bonus per le lavoratrici madri di almeno due figli, dipendenti e autonome, con un reddito entro 40 mila euro. L'altra misura è il cosiddetto bonus mamme, che è già stato disegnato per i prossimi anni. Poi vi è l'altra misura, l'imposta agevolata dell'1% sui premi di produttività in vigore per il 2026 e il 2027, finanziati l'anno scorso con 300 milioni per ciascuno dei due anni, cioè uno sgravio che serve per gli incentivi legati agli incrementi di produttività, reddittività ed efficienza e quindi uno sgravio, come abbiamo detto, per legittimare l'aumento dello sfruttamento.
Poi ci sarebbero le misure da rifinanziare, cioè quelle su cui non ci sono ancora i soldi, che valgono complessivamente quasi 1,3 miliardi. Due misure, in vigore per il 2026 introdotte con la manovra dell'anno scorso, la Ministra del Lavoro Calderone vorrebbe riproporre anche per il 2027, si tratta della tassazione agevolata del 5% per gli incrementi retributivi legati ai rinnovi contrattuali, ossia alla miseria di quello che abbiamo avuto nei cosiddetti "contratti" ad esempio uno tra i più importanti che è quello dei metalmeccanici.
Questa misura viene riservata ai dipendenti del privato con reddito fino a 33 mila euro. L'altra misura è l'imposta sostitutiva del 15% che può essere applicata sul cosiddetto lavoro faticoso, per i lavoratori dipendenti con reddito fino a 40 mila euro per il lavoro notturno, giorni festivi e indennità di turno.
Poi abbiamo un altro famoso bonus, quello sulla tredicesima. Un'altra ipotesi emersa nelle scorse settimane è quella di un'agevolazione, cioè di una tassazione light che possa sostenere il potere d'acquisto dei lavoratori nell'ultimo mese dell'anno, qui si fa riferimento al 2024 in cui era stato sperimentato il "bonus natale", una indennità una tantum da 100 euro per i lavoratori con reddito fino a 28 mila euro e almeno un figlio.
Poi l'altra chicca, sempre ovviamente senza ancora nessun finanziamento, è l'incentivo alle assunzioni, nel pacchetto di agevolazioni sul lavoro che il Ministero vorrebbe inserire nella prossima manovra, c'è infatti la proroga degli incentivi ai datori che assumono giovani under 35, donne svantaggiate e disoccupati over 35, nelle cosiddette ZES, che sono quelle zone dove ci sono delle scarsità di lavoro, le cosiddette zone di crisi.
Poi l'altra questione è sempre un nuovo taglio dell'IRPEF, presentato come il piatto forte della manovra del 2027.
Tornando al discorso dell'occupazione, a fronte di quello che loro chiamano incentivi alle assunzioni, quindi soldi che andrebbero alle aziende per assumere giovani, donne, abbiamo di contro che sta aumentando per gli over 55 il lavoro precario. Quindi di quale occupazione stiamo parlando?
Se queste sono le misure che il governo Meloni prospetta per i lavoratori, stiamo freschi!
Dall'altro lato quelli che dovrebbero riaprire la questione di una lotta di classe, che sarebbero i sindacati confederali, sono invece in tutt'altre faccende affaccendati, infatti sono impegnati con i padroni e governo ad un nuovo patto neocorporativo chiamato "Accordo Quadro" che vuole disciplinare tutta la contrattazione dall'alto ed estendere a tutti il "patto di fabbrica" del 2018 sul contenimento salariale, che dal 2018 a oggi ha portato ad una riduzione dall'8,5% all'11% del salario rispetto all'inflazione.
Un "patto di fabbrica" su cui è bene anche su questo dire che tutto si tiene, perché siamo partiti da Confindustria che dice che i profitti non si toccano quindi i salari non si aumentano, poi c'è stato il decreto del primo maggio del governo Meloni e i suoi interventi che avvallano questa tesi, e quindi i sindacati CGIL/CISL/UIL, con in particolare la CISL di Fumarola che aveva avallato subito il decreto primo maggio; poi timidamente la UIL e adesso anche la CGIL di Landini sono entrati a far parte di questa questione del "patto", dove una delle questioni centrali è anche qui la questione del salario; nella proposta sindacale è ribadita la distinzione tra il TEM che è il trattamento economico minimo, la paga base dei contratti nazionali, e il TEC, il trattamento economico complessivo che sarebbe tutto il resto, compresa quindi l'eventuale riduzione d'orario, i benefit, la sanità privata e quant'altro. Ma questo concetto pseudo sindacale del "trattamento economico complessivo" è alla base proprio del governo Meloni sul "salario giusto" del decreto del primo maggio che ha escluso il salario minimo di legge.
Inoltre l'altra cosa molto importante è che gli aumenti contrattuali siano determinati dal famigerato indice IPCA, ossia l'indice di inflazione sempre in ritardo e che esclude i beni energetici importati, proprio adesso che i lavoratori stanno pagando l'aumento del gasolio, della benzina, che in questo modo non c'è nessuna possibilità di recuperarlo nei contratti.
Quindi se questa è la situazione non rimane altro che rimboccarci le maniche.
In questa lotta dobbiamo unire l'altra questione molto importante, che fa parte sempre della politica di attacco ai lavoratori, quella del razzismo che sempre più pone per la classe proletaria un problema molto importante, quello della tutela delle condizioni di lavoro contro l'intensificazione dello sfruttamento, contro lo schiavismo capitalistico verso i lavoratori migranti. Questa è una cosa determinante perché rispetto alla politica fascista e razzista di questo governo noi dobbiamo lavorare per l'unità di classe tra gli operai dei paesi oppressi e gli operai dei paesi imperialisti, dobbiamo lottare insieme per i nostri diritti, il salario, la sicurezza, il lavoro; nella prospettiva di abbattere questo sistema capitalistico che genera guerra, razzismo e miseria. Su questo i migliori nostri alleati sono proprio gli operai, i lavoratori immigrati. Dobbiamo quindi unirci alla loro battaglia per avere il permesso di soggiorno, il lavoro, la casa, questi diritti fondamentali e unirci contro quello che è il nemico comune, il sistema capitalistico, il sistema dei padroni che dobbiamo rovesciare.
Per questo, dobbiamo lavorare per una piattaforma dei lavoratori che deve essere decisa e approvata dalle assemblee dei lavoratori. Questo è un lavoro da fare sporcandosi le mani, perché la situazione nei posti di lavoro e nelle fabbriche non è facile, ma non abbiamo altre scorciatoie. Faccio un esempio: all'interno della Tenaris Dalmine c'è una piattaforma che è stata messa a tavolino dai sindacati confederali dove vengono riportate tutte le loro attività fatte in questi anni, si tratta di attività continua di accettazione della produttività passata nelle grandi fabbriche, di accordi aziendali che hanno legato i premi all'aumento dello sfruttamento, all'accettazione di condizioni di lavoro non sicure, ad accettazione negli appalti di paghe e diritti inferiori dei nostri fratelli di classe. In questa piattaforma, nel fondo Cometa hanno rimesso persino la parte di salario che prima del 2007 non c'era.
Questo per dire che noi non abbiamo altro modo che rivendicare una piattaforma operaia autonoma da padroni, governo e sindacati confederali; non abbiamo altra strada che rilanciare una nuova stagione di lotte per riprendere veramente, attraverso gli scioperi e le lotte, i nostri diritti e la nostra forza.
info stampa
La notizia che i lavoratori attendevano con ansia è arrivata dopo lo sciopero a oltranza e il presidio prima davanti alla portineria imprese e poi davanti alla direzione dello stabilimento ex Ilva. La Semat Engineering ha comunicato alle organizzazioni sindacali che lo stipendio di agosto sarà pagato il 25 settembre. La mobilitazione è stata dunque sospesa con effetto immediato e l’attività è ripresa con il turno pomeridiano.
Sono 213 gli addetti Semat: in 62 continuano ad essere impiegati, gli altri sono stati collocati in cassa integrazione in base all’accordo ministeriale per la Cigs per area di crisi complessa autorizzata dal ministero del Lavoro con decreto del 10 settembre scorso. Ai primi non è stato ancora corrisposto lo stipendio di agosto, ma anche i lavoratori in cassa integrazione restano in attesa dei pagamenti dell’ammortizzatore sociale. A questo proposito i segretari appalto di Fim, Fiom e Uilm hanno scritto all’Inps chiedendo «un impegno concreto e un’accelerazione delle procedure di liquidazione delle spettanze in favore dei lavoratori, o quanto meno di conoscere la data certa dell’accredito». Per i sindacati, «i lavoratori si trovano da oltre due mesi privi di qualsiasi sostegno al reddito. Questa situazione di stallo sta creando gravi disagi e un’insostenibile sofferenza economica per tutte le famiglie coinvolte».
Per tutti i dipendenti era stata avviata una procedura di licenziamento collettivo, poi congelata in attesa degli sviluppi giudiziari sul fermo dell’area a caldo, delle decisioni del Governo e dell’evoluzione della gara per la cessione degli asset. Al presidio c’era anche Andrea Atzeni, uno dei lavoratori collocati in cassa. «Abbiamo ricevuto notizie sui pagamenti della cassa integrazione e – ha sottolineato – ci hanno detto di aspettare ancora 30 giorni. Ma come dobbiamo fare ad aspettare altri 30 giorni?».
Poi la domanda diventa ancora più concreta: «Umanamente come si deve fare? Io dove vado a mangiare?».
Atzeni racconta anche il peso che l’incertezza economica porta dentro casa: «Ci stanno abbandonando. Vogliono che litighiamo tra di noi, che facciamo la guerra tra poveri. E questa guerra, purtroppo, è già cominciata».
E ancora: «Io sono disperato, non ce la faccio più. Non so più che cosa dire, non so più che cosa pensare». Una tensione che, racconta, finisce per coinvolgere anche la famiglia: «Arrivo a casa nervoso e mi sfogo con mia moglie e con i miei figli. Per che cosa? Per niente. Non ce la faccio più».
Secondo Mimmo Amatomaggi, della Uilm, «gli addetti degli appalti sono sempre quelli che vengono penalizzati da questa annosa vertenza». E sulla Cigs aggiunge: «Abbiamo sollecitato l’Inps ad accelerare i pagamenti nei confronti di questi lavoratori che, lo ripeto, sono da oltre due mesi senza un centesimo. Capite bene le difficoltà per loro e per le proprie famiglie».
Massafra, braccianti stipati in 17 in 100 mq: letti a terra e un solo bagno. “Condizioni disumane”
In un altro appartamento di 80 metri quadrati, sempre nel centro storico del paese, erano in nove. Emesse due ordinanze di sgombero: entro dieci giorni le case dovranno essere svuotate. I controlli su iniziativa dell’amministrazione comuna 17 in uno spazio di circa 100 metri quadri. Dormivano per terra, i materassi – laddove presenti – direttamente sul pavimento, i cavi volanti e gli impianti elettrici non a norma. E poi il piano cottura con incrostazioni, un unico bagno per tutti. E non è detto fossero neppure soltanto quelli: altri due materassi erano infatti gettati nel cortiletto esterno, qualcuno degli inquilini sicuramente era a lavoro.
Ecco le condizioni in cui vivono i braccianti stranieri nel centro storico di Massafra, quartiere Gesù Bambino, dove gli agenti della polizia locale, agli ordini del comandante Mirko Tagliente, si sono trovati davanti ad appartamenti sovraffollati e in condizioni igieniche precarie – e viene da mettere virgolette un po’ dappertutto. Le immagini parlano chiaro: postazioni letto accavallate l’una sull’altra, direttamente sul pavimento. Cataste di rifiuti accumulate all’esterno, tra cui si distinguono anche abiti e scarpe degli occupanti dell’immobile: sono quasi tutti afghani, gli altri sono pakistani.
Lavorano nelle campagne del Tarantino. E vivono in una situazione di "seria compromissione delle condizioni igienico-sanitarie", per metterla come il comandante Tagliente. Un caso analogo, nella stessa zona: un immobile di circa 80 metri quadri con all’interno nove postazioni letto. Gli occupanti sono sempre i braccianti di origine straniera, destinatari dell’ordinanza di sgombero – avranno tempo dieci giorni, dopodiché scatterà la denuncia agli inquilini e ai proprietari.
I controlli sono stati effettuati nell’ambito di verifiche sul sovraffollamento abitativo nel centro città su impulso anche della sindaca, Giancarla Zaccaro, e dell’assessore con delega alla sicurezza e alla polizia locale, Michele Bommino, anche lui presente durante le verifiche. "Vivono in condizioni che non sono dignitose, non sono sicure e non sono legali", dice Bommino. "Effettuiamo i controlli per una questione di legalità e di sicurezza, almeno tre o quattro a settimana. Facciamo puntualmente queste verifiche per tranquillizzare un po’ la popolazione, che in circostanze del genere – puntualizza – non si sente sicura. Il problema – conclude – non è chi cerca una casa, ma chi sfrutta questo bisogno affittando immobili non idonei, senza requisiti igienico-sanitari minimi
TARANTO - È cominciata questa mattina la seconda giornata di mobilitazione dei lavoratori della Semat Engineering, impegnati in un presidio nell’area adiacente alla Portineria Imprese dell’ex Ilva. La protesta, sostenuta da Fim, Fiom e Uilm insieme alla Rsu e ai dipendenti dell’azienda, prosegue nell’ambito dello sciopero ad oltranza deciso durante l’assemblea dei lavoratori.
Alla base della vertenza resta il mancato saldo delle retribuzioni relative al mese di agosto, una situazione sulla quale i sindacati attendono ancora risposte da parte dell’azienda... sono 62 i lavoratori ancora impegnati all’interno dello stabilimento, ai quali, tuttavia, le retribuzioni non verrebbero corrisposte con regolarità.
Il presidio è iniziato alle 7 e rappresenta la prosecuzione dell’iniziativa, ricordando che è già stata prevista l’apertura di una procedura di licenziamento collettivo... avviata il giorno precedente. i lavoratori della Semat stiano affrontando problemi analoghi a quelli che coinvolgono numerose altre realtà dell’appalto.