Da Taranto Buonasera
La trattativa per il passaggio dell’ex Ilva a Jindal Steel International sarebbe destinata a proseguire attraverso una formula articolata in 2 fasi. Il gruppo indiano entrerebbe inizialmente nella gestione degli stabilimenti con un contratto di affitto dei rami d’azienda, rinviando l’acquisto definitivo degli impianti di 18 mesi e subordinandolo al verificarsi di determinate condizioni.
È lo scenario descritto in un articolo pubblicato da Il Sole 24 Ore: il Governo avrebbe accolto la richiesta avanzata dagli emissari di Naveen Jindal di avviare l’operazione attraverso un periodo transitorio, seguendo uno schema già utilizzato con ArcelorMittal all’epoca della nascita di Acciaierie d’Italia. La firma, inizialmente ipotizzata entro la fine di luglio, potrebbe quindi slittare oltre la pausa estiva.
Un primo aggiornamento potrebbe arrivare dal tavolo permanente convocato a Palazzo Chigi per il 28 luglio, ma il confronto non avrebbe ancora raggiunto un livello tale da consentire la chiusura immediata dell’accordo.
Nel frattempo sembrerebbero perdere consistenza sia l’ipotesi di una cordata italiana sia la proposta attribuita al fondo statunitense Flacks.
La formula dell’affitto consentirebbe a Jindal di assumere la gestione evitando, almeno nella fase iniziale, l’acquisto immediato degli asset. Il gruppo indiano chiederebbe infatti garanzie rispetto a una serie di incognite giudiziarie, ambientali e industriali che continuano a gravare sul futuro del complesso siderurgico.
Tra le questioni richiamate figurano la decisione attesa dalla Corte d’Appello di Milano sulla vicenda relativa all’Autorizzazione integrata ambientale e il mancato dissequestro dell’altoforno 1. Jindal chiederebbe inoltre certezze sullo smantellamento dell’area a caldo, i cui costi dovrebbero rimanere a carico dell’amministrazione straordinaria, e sull’effettiva disponibilità dei finanziamenti pubblici destinati alla decarbonizzazione.
Un altro nodo riguarda il regime autorizzativo durante la trasformazione industriale. Il gruppo dovrebbe iniziare la gestione sulla base dell’attuale Aia, mentre lo stabilimento continuerebbe a funzionare attraverso il ciclo a caldo. Il piano futuro prevede però il passaggio alla produzione con forno elettrico e richiederebbe quindi una successiva modifica dell’autorizzazione.
Secondo quanto riportato dal Sole 24 Ore, Jindal avrebbe chiesto una fase transitoria per adeguare gradualmente gli impianti alle migliori tecniche disponibili previste a livello europeo. Il gruppo vorrebbe evitare che il periodo necessario alla riconversione possa determinare contestazioni o conseguenze giudiziarie.
Resta da stabilire anche se l’accordo con le organizzazioni sindacali debba rappresentare una condizione vincolante per il successivo acquisto degli asset.
Sul piano industriale, il progetto attribuito al gruppo indiano contemplerebbe la costruzione a Taranto di un forno elettrico con una capacità produttiva di 2 milioni di tonnellate all’anno. È prevista inoltre la riorganizzazione del sistema dei laminatoi, con 3 linee a Taranto, una a Novi Ligure e una a Cornigliano.
Gli impianti sarebbero messi nelle condizioni di lavorare ulteriori 4 milioni di tonnellate di semilavorato, che verrebbero importate dagli stabilimenti posseduti da Jindal in Oman.
Lo schema avrebbe conseguenze rilevanti anche sugli organici. Nonostante l’obiettivo indicato dal Governo sia quello di mantenere 5.000 lavoratori, il confronto con altri stabilimenti siderurgici europei alimentati da forni elettrici porterebbe a numeri più contenuti.
Secondo le valutazioni riportate nell’articolo, nello stabilimento di Taranto potrebbero essere necessari circa 2.500 addetti, mentre a Novi Ligure l’occupazione potrebbe fermarsi a non più di 400 unità e a Cornigliano attestarsi intorno a 600 lavoratori.
Anche il capitolo finanziario resta da definire. La cancellazione del progetto per la realizzazione a Taranto dell’impianto destinato alla produzione del preridotto avrebbe liberato poco meno di 800 milioni di euro. Il materiale necessario ad alimentare il forno elettrico verrebbe importato dall’Oman.
A queste risorse potrebbero aggiungersi ulteriori fondi, compresi tra 200 e 300 milioni di euro, portando a circa 1 miliardo di euro la base di denaro pubblico che il Governo potrebbe destinare ai contratti di sviluppo per la decarbonizzazione.
Per la costruzione del forno elettrico sarebbero necessari circa 700 milioni di euro. Una cifra analoga servirebbe per adeguare i laminatoi al nuovo assetto produttivo.
Non è stato ancora chiarito, però, quale sarà l’effettivo contributo finanziario di Jindal. Alcune fonti citate dal quotidiano ipotizzano investimenti privati per 2 miliardi di euro in 3 anni, ma questa somma non sarebbe stata ancora formalmente definita durante la trattativa.
Il passaggio decisivo sarà quindi rappresentato dalla definizione degli investimenti, delle condizioni ambientali e delle garanzie occupazionali.
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