venerdì 23 ottobre 2026

Dall'ex-Ilva di Taranto una corrispondenza aggiornata

 

Giovedì mattina abbiamo incontrato i lavoratori dell'Appalto ex Ilva per fare con loro il punto della situazione.

La prima questione che appare chiara è che tanti lavoratori sono in cassa integrazione e quindi sono a casa e di conseguenza il numero degli operai, che qui è sempre molto alto e concentrato, ora è molto diminuito. Esiste la giungla degli Appalti che corrisponde alla giungla di situazioni, una parte rilevante non lavora, è appunto in cassa integrazione, una parte continua a lavorare in attesa della soluzione della vicenda Ilva che ne potrà comportare la cassa integrazione per tutti o la mannaia dei licenziamenti collettivi richiesti dalle ditte e per ora sospesi.

Noi da tempo insistiamo per l'unità del fronte dei lavoratori dell'Appalto e naturalmente per l'unità di tutto il fronte operaio. L'unità è una questione importante perché è il fronte dell'Appalto, che nella crisi Ilva e nelle soluzioni di padroni e governo può pagare il costo maggiore della situazione, già lo paga perché nelle richieste sindacali e nella trattativa in corso col governo, nel decreto governativo, non è prevista alcuna integrazione alla cassa integrazione; non sono previsti blocchi di licenziamenti, né sono previsti sostanzialmente gli ulteriori ammortizzatori sociali che vengono rivendicati per gli operai Ilva.

Questa disparità tra operai dell'appalto e operai diretti, che si aggiunge all'attacco generale, è una enorme ingiustizia per i lavoratori dell'Appalto, e la rivendicazione di parità di condizioni è una rivendicazione che noi sosteniamo con forza. I sindacati dicono ai lavoratori che la sostengono però sostanzialmente si è passati da tavoli in tavoli e i lavoratori dell'appalto Ilva l'integrazione alla Cassa integrazione non l'hanno ricevuta. 

Per di più la nuova Cassa integrazione in deroga prevista dal decreto stabilisce che essa spetterebbe solo alle aziende che hanno negli ultimi due anni un fatturato con Acciaierie del 50% del loro generale fatturato. Si tratta di una situazione abbastanza assurda e che peraltro nelle precedenti vicende che hanno coinvolto l'appalto, sembrava essere superata, C'era già più o meno una lista di aziende che era entrata in quelle che avevano diritto ai pagamenti del pregresso e garanzie delle ulteriori commesse, etc. 

Questo vuole dire che perfino la Cassa integrazione in deroga prevista dal nuovo decreto, toccherebbe solo ad una parte delle operai dell'Appalto e chiaramente le ditte che già ora sanno di non poter rientrare dovranno scegliere di chiedere la "Cassa integrazione per aree di crisi complessa", con il fatto che per questo tipo di Cassa integrazione l'anticipazione dell'azienda, è per decisione delle aziende, non per obbligo imposto dai decreti. Nello stesso tempo non è chiaro quante nuove Cassa integrazioni saranno formalmente approvate e da quando effettivamente partiranno. Per cui ci sono diversi lavoratori, tra cui quelli che organizziamo noi, che si trovano a casa, in ferie forzate sostanzialmente, consumando l'intero patrimonio delle ferie in attesa di essere messi in Cassa integrazione.

Solo Slai Cobas a Taranto sta rivendicando il pagamento delle giornate che precedono l'entrata in vigore della Cassa integrazione, gli altri sindacati, tutti, USB compreso, accettano la logica che intanto i lavoratori vadano in ferie oppure, come dicono informalmente ai lavoratori, che si mettano in malattia, alimentando comportamenti individuali differenti tra i lavoratori.

Quindi la linea del governo e il ruolo dei sindacati in questa vicenda in parte convergono nel considerare i lavoratori dell'Appalto come lavoratori di serie B.

Stiamo insistendo, e là dove ci siamo agiamo, per combattere questa situazione, ma chiaramente il contesto in cui lo facciamo è quello di singole aziende e non della mobilitazione unitaria di tutti i lavoratori dell'Appalto e questo è chiaramente un fattore di debolezza che lascia soli i lavoratori che sono con noi che vogliono condurre e conducono questa lotta.

Su tutto il resto la situazione è quella che abbiamo già descritto in altre occasioni.

Noi siamo stati contrari alla fine dei blocchi alla fabbrica e alle strade che stavano vedendo una grossa partecipazione di operai sia dello stabilimento sia dell'Appalto e che stava dando di nuovo vigore alla lotta dei lavoratori e un luogo unitario in cui questa lotta poteva pesare e nei giorni dei blocchi ha effettivamente pesato, si è bloccata in particolare la raffineria Eni producendo un disagio indotto con la mancata entrata e uscita di oltre 100 camion della raffineria che servono i distributori di benzina etc., non solo di Taranto, ma di un circondario abbastanza ampio che arriva agli aeroporti di Bari etc. Questa lotta quindi stava riuscendo ed era forte e chiara e doveva essere portata avanti fino all'ottenimento di risultati concreti, che il governo ha legato all'incontro del 27, ma che già l'incontro col Ministero del Lavoro del 20 ha mostrato la sua assoluta inutilità.

Il vuoto di blocchi ha provocato innanzitutto un effetto negativo che era già inglobato nella vicenda Ilva: il distacco degli operai degli stabilimenti del Nord, l'alleanza - che noi definiamo infame obiettivamente - tra i sindacati, le istituzioni, i padroni di Genova, Novi Ligure etc., per smarcarsi da Taranto, per rivendicare una continuità lavorativa per loro tramite acquisizione delle materie prime, delle bramme da altre fonti, essendo questi stabilimenti dipendenti da Taranto, in maniera che la vicenda della continuità lavorativa di questi stabilimenti andasse da sé, lasciando Taranto al suo destino.

Noi abbiamo sempre condannato questa posizione, anche quando essa si traveste da sinistra e utilizza forme di lotta dure che anche a Taranto vorremmo fossero utilizzate. Noi non condividiamo in generale la posizione di divisione di classe sostanzialmente localista e neocorporativa che sostiene questa battaglia.

Quindi in questo vuoto la posizione dei stabilimenti del Nord è andata avanti attraverso uno sciopero, una nuova manifestazione che ha ottenuto alcune garanzie, anche se sono garanzie tuttora non corrispondenti a nessun fatto concreto, dato che è in alto mare l'assegnazione degli stabilimenti agli industriali, sia quelli che hanno fatto le offerte, Jindal, Flax, sia la cosiddetta “cordata dei patrioti” che vede protagonisti i padroni italiani, Marcegaglia in testa etc. Quindi questo vuoto di lotta a Taranto ha prodotto dei danni, non parliamo dei danni nel rapporto Taranto-città, operai e movimento ambientalista di carattere antioperaio che impazza in città.

L'altra grossa questione è che i sindacati confederali hanno detto ai lavoratori che la sospensione dei blocchi non era affatto una sospensione della lotta, ma bensì un'attesa della sentenza della Cassazione che affronterà il problema da cui dipenderà anche il carattere dell'incontro romano. Però i sindacati avevano detto ai lavoratori che sospendevano i blocchi per preparare una grande manifestazione a Roma il 27.

Nella discussione di oggi invece è emerso che questa idea della grande manifestazione a Roma via via non è mantenuta e sostanzialmente non è certo che gli operai di Taranto si preparano a una grande manifestazione a Roma per il 27; anche qui si dice che ne parleranno dopo l'emissione della sentenza che può andare anche oltre il 27 - per vedere qual è lo scenario che la sentenza apre.

Lo stesso vale per quanto riguarda l'incontro che c'è stato a Roma relativo all'estensione degli ammortizzatori sociali in cui non si è ottenuto alcun risultato, è stato un incontro che eufemisticamente viene definito “interlocutorio”, ma che nella sostanza non ha portato a nulla.

Quindi gli operai si ritrovano ora a casa, in cassa integrazione o in attesa della sentenza senza alcun risultato, né sul fronte degli ammortizzatori sociali ulteriori, né rispetto alla continuità del loro lavoro in un quadro di piano industriale e ambientale che salvaguardi il lavoro, attui la trasformazione dell'Ilva in senso di riduzione delle fonti inquinanti e affronti nel quadro generale il problema delle bonifiche e del risanamento della città dagli effetti dell'inquinamento e del disastro ambientale provocato dalle gestioni capitalistiche dell'ex Ilva, da Riva alla recente ArcelorMittal.

La nostra posizione però è ben chiara all'interno degli operai, pur non avendo la forza materiale attualmente di mettere in discussione le posizioni dei sindacati interni coalizzati, i tre confederali e l'USB che agisce ormai esplicitamente come quarto sindacato - e quindi senza in nessuna maniera poter essere considerato un'alternativa ai sindacati confederali, ma solo una "quarta gamba" del sindacalismo in questa grande fabbrica, in questo grande gruppo.

Però la nostra posizione ottiene consensi tra gli operai, ma occorre costruire una forza di base auto organizzata in grado di mettere in discussione, di orientare le decisioni e la prassi dei sindacati confederali. Stiamo a vedere quello che succederà nei prossimi giorni e nelle prossime ore.

La vicenda Ilva è la più grande delle vicende operaie nel nostro paese, non solo perché lo stabilimento Ilva è il più grande stabilimento in funzione - per modo di dire - delle fabbriche in Italia, ma anche perché le implicazioni di tutta questa vicenda chiariscono molto bene qual è lo stato della condizione operaia, della situazione operaia e qual è lo stato dell'azione del Capitale, dei suoi governi su un fronte importante che è il lavoro, il salario, il rapporto tra fabbrica e città e la forma fisiologica e patologica rappresentata dalla ex Ilva di Taranto.

Una battaglia quindi sindacale, sociale, politica, su cui si gioca una parte dei destini della classe operaia del nostro paese e su cui chiaramente solo il sindacalismo classista e combattivo rappresentato in questa città e in questa fabbrica dallo Slai Cobas per il sindacato di classe è un'autentica alternativa, che deve avanzare nel contesto di questa situazione difficile.

Bari sabato: manifestazione… ma contro la rivolta degli studenti e dei giovani proletari di Milano

Le dichiarazioni che stanno facendo “Cambiare rotta” e “Zona Franka” sulle manifestazioni che si terranno a Bari sabato, in coincidenza con le manifestazioni del sabato “fino alla caduta del governo” indette dal 'movimento 17 ottobre' in varie città, sono tese soprattutto a contrapporsi alle “violenze” di Milano, e ad assicurare manifestazioni pacifiche, da “bravi ragazzi”. Una vera infamata.

Riportiamo alcune dichiarazioni di queste due associazioni studentesche:

“Quella organizzata a Bari sabato 24 ottobre non sarà una piazza violenta, non c’è pericolo che si arrivi alle derive viste sabato scorso a Milano”; poi rincara la dose Antonella De Renzo di Cambiare rotta: “Bari non centra nulla con le scene viste a Milano”; e aggiunge con una vena anche di razzismo: “La composizione della piazza a Bari è completamente diversa. In piazza a Bari il 17 ottobre c’erano giovani dai 20 ai 30 anni, studenti, universitari, lavoratori, precari, agricoltori. A Milano c’erano invece anche ragazzini di seconda e terza generazione (vale a dire figli di immigrati - ndr) che si sono espressi nel modo che abbiamo visto. Qui da noi non esiste una situazione del genere… quella di Bari sarà una piazza pacifica”.

Si unisce a queste infami dichiarazioni il coordinatore di Zona Franka, Gennaro Cifanelli: “Ciò che è avvenuto nelle scorse giornate dubitiamo possa ripetersi nuovamente a Bari… le piazze (di Bari) sono legate a piani rivendicativi che possano rendere le nostre società più giuste, più democratiche e meno diseguali” – Ecco i giovani che vogliono Piantedosi, Meloni, Salvini.

Speriamo che vengano smentiti dagli altri studenti e giovani di Bari.

PS - Ma, purtroppo, queste posizioni degli studenti "per bene" sono presenti anche in altre città. 

Questa sera nella sede Slai cobas alle 18 - assemblea di lavoratori sul decreto Ilva del governo e sul processo "Ambiente svenduto"

Il decreto permanente - Un commento al decreto del governo contro le manifestazioni dall'Avvocata Antonietta Ricci di Taranto

Il decreto permanente: governare attraverso la paura.

Il governo dichiara guerra al disagio che non sa governare.

Dopo le proteste di Milano, il governo rilancia la ricetta del pugno duro: nuovi reati, misure preventive, stretta sui minorenni e militarizzazione dello spazio urbano. Non è soltanto una risposta agli scontri, ma il segnale di una politica che preferisce sorvegliare le conseguenze delle disuguaglianze piuttosto che mettere in discussione le condizioni che le producono.

C’è un momento in cui la retorica della sicurezza smette di essere una promessa e rivela la propria natura quando, di fronte a un problema che si ripresenta ostinatamente, il potere non cambia strategia ma aumenta la dose di repressione. È quello che accade quando le piazze si riempiono di giovani, le tensioni sociali diventano visibili e il governo risponde con nuovi reati, maggiori poteri di polizia, restrizioni preventive e militari nelle strade.

Il governo Meloni sembra aver trasformato questa sequenza in un metodo di governo. Ogni conflitto diventa un’emergenza, ogni emergenza giustifica un nuovo intervento legislativo, ogni intervento viene presentato come la dimostrazione di una fermezza che dovrebbe rassicurare il Paese. Ma dietro la scenografia dell’autorità rimane una domanda che la propaganda non riesce a cancellare: se le politiche securitarie fossero davvero sufficienti a risolvere le cause dell’insicurezza, perché il disagio continua a riemergere, coinvolgendo generazioni e contesti sempre diversi?

La risposta è inevitabile: la repressione può contenere una manifestazione, non può governare una società che produce esclusione.

Il nuovo decreto sicurezza, approvato il 20 ottobre si inserisce in una lunga successione di interventi che hanno progressivamente ampliato il ricorso al diritto penale e agli strumenti preventivi, la direzione è riconoscibile, restringere gli spazi di conflitto e rendere più incisiva la risposta coercitiva dello Stato.

È un meccanismo politicamente conveniente. Non richiede di affrontare le cause del malessere, non impone di redistribuire risorse, non obbliga a confrontarsi con interessi economici consolidati. Basta annunciare una stretta, mostrare le divise, evocare la minaccia e promettere che questa volta lo Stato sarà più forte.

Tra le disposizioni descritte nel provvedimento figura una nuova fattispecie penale legata alla violenza organizzata durante le manifestazioni, accompagnata da pene detentive e sanzioni economiche rilevanti (10.000 euro). Si aggiungono interventi sull’organizzazione di gruppi finalizzati ad azioni violente e un ampliamento degli strumenti utilizzabili per identificare e perseguire i responsabili.

Il rischio non è soltanto giuridico. È democratico.

Una manifestazione è uno spazio nel quale convivono persone, motivazioni e comportamenti differenti. In una piazza possono esserci lavoratori, studenti, cittadini, ridurre questa complessità alla categoria della minaccia significa predisporre le condizioni per una delegittimazione indiscriminata del dissenso.

Ancora più delicato è il riferimento all’organizzazione attraverso social network e piattaforme di messaggistica. Le mobilitazioni contemporanee si sviluppano spesso attraverso reti informali, appelli pubblici e comunicazioni digitali. In questo scenario, la linea tra la convocazione di una protesta e la promozione di specifici atti violenti deve essere definita con precisione assoluta.

Non si può permettere che la partecipazione digitale a una mobilitazione venga trattata come un indizio sufficiente di responsabilità penale. La diffusione di un messaggio, la condivisione di un appello e l’organizzazione concreta di un’aggressione sono condotte differenti. Confonderle significherebbe trasformare strumenti ordinari della partecipazione politica in potenziali elementi di sospetto.

Il vero scandalo è trattare gli adolescenti come nemici pubblici, la stretta sui minorenni è forse l’aspetto più rivelatore dell’intera operazione che muove i primi passi già dal Decreto Caivano e dal decreto “anti-maranza”.

Secondo quanto è stato dichiarato sul nuovo decreto, il governo interviene sui criteri di valutazione della capacità di intendere e di volere degli adolescenti tra i quattordici e i diciotto anni, estende misure di fermo preventivo e introduce sanzioni economiche a carico dei genitori per determinate condotte violente dei figli. Alcuni dettagli applicativi, compresi i limiti temporali del fermo, richiedono la verifica del testo normativo definitivo ma la direzione politica, tuttavia, è chiara: spostare il baricentro della giustizia minorile dalla comprensione della persona e dalla funzione educativa verso una risposta maggiormente punitiva.

È una scelta preoccupante.

Un adolescente non è un adulto in miniatura. La sua capacità di valutare le conseguenze delle proprie azioni, il rapporto con l'autorità, la gestione dell'impulsività e la percezione del futuro si sviluppano all'interno di un percorso personale e sociale. Riconoscere questa specificità non significa negare la responsabilità, ma comprendere che la responsabilizzazione non coincide automaticamente con l'inasprimento della pena.

Il fermo preventivo porta questa contraddizione al suo punto più delicato.

La questione è ancora più seria quando si parla di ragazzi provenienti da contesti marginalizzati, già esposti a stigma sociale e controlli frequenti. Se le nuove misure vengono applicate in modo selettivo, il rischio è che alcuni adolescenti finiscano per essere trattati come potenzialmente colpevoli prima ancora che sia stata accertata una condotta illecita.

A quel punto, la sicurezza non è più soltanto protezione della collettività: diventa classificazione preventiva delle persone.

La tassa sui genitori poi rappresenta l'ipocrisia della responsabilità.

Lo slogan è semplice: chi rompe paga. La realtà sociale, molto meno.

La responsabilità educativa non può essere ridotta a un rapporto automatico tra la condotta del figlio e il portafoglio del genitore. Le famiglie non hanno tutte gli stessi strumenti, gli stessi tempi, le stesse condizioni materiali e le stesse possibilità di intervento. La povertà di tempo, la precarietà lavorativa, l'assenza di servizi territoriali e la fragilità delle reti di sostegno incidono concretamente sulla capacità di accompagnare la crescita dei figli.

Se il governo ritiene che le famiglie debbano svolgere una funzione educativa più incisiva, dovrebbe investire nei servizi sociali, nella scuola, nel sostegno alla genitorialità e negli spazi di aggregazione. Se sceglie invece di colpirle economicamente quando il disagio esplode, non sta rafforzando la funzione educativa: sta scaricando sulle famiglie una parte del costo del fallimento delle politiche pubbliche.

È la solita operazione: prima si riducono o si indeboliscono le condizioni che sostengono le persone, poi si pretende che ciascuno risolva individualmente le conseguenze e, infine, si punisce chi non ci riesce.

Ancora, il decreto prevede cinquecento militari: la scenografia della forza.

L'arrivo di altri 500 militari a Milano, nell'ambito dell'operazione Strade sicure, rappresenta un ulteriore tassello di questa strategia.

La presenza dell'esercito nelle città può essere presentata come una risposta immediata alla richiesta di sicurezza. È visibile, comprensibile sul piano comunicativo e facilmente trasformabile in una dimostrazione di determinazione. Ma la visibilità della risposta non coincide con la sua efficacia strutturale.

La militarizzazione rischia così di diventare una forma di rappresentazione politica: il potere mostra di essere presente proprio dove la sua capacità di intervento sulle cause del disagio è più debole.

L'arresto in flagranza differita, nei limiti e alle condizioni stabiliti dalla legge, consente di procedere all’arresto successivamente ai fatti sulla base di documentazione video e fotografica. L'ampliamento di questo strumento, insieme al rafforzamento delle misure preventive, pone interrogativi che non possono essere ignorati.

Le tecnologie possono contribuire all'accertamento delle responsabilità. Ma il loro impiego non elimina la necessità di verificare la qualità delle prove, il contesto delle immagini, l'identificazione della persona e la condotta concretamente attribuita a ciascuno.

Un video non è un giudizio. Un'immagine non sostituisce l'accertamento individuale. La rapidità dell'intervento non può diventare un motivo per ridurre le garanzie.

Il problema si allarga quando la prevenzione non riguarda più soltanto condotte specifiche, ma persone considerate potenzialmente pericolose. In questo passaggio si modifica il rapporto tra cittadino e Stato: non è più soltanto il comportamento accertato a determinare l'intervento, ma anche una previsione sul comportamento futuro.

È una prospettiva particolarmente pericolosa ancora per chi vive già ai margini. Perché il sospetto non si distribuisce sempre in modo uniforme: può concentrarsi sui giovani delle periferie, sulle persone razzializzate e su chi non corrisponde all'immagine socialmente accettata del cittadino rispettabile.

La sicurezza democratica dovrebbe ridurre l'arbitrio. Non moltiplicare le occasioni nelle quali l'arbitrio può insinuarsi.

C'è un'altra asimmetria nel modo in cui viene raccontato il conflitto di piazza. La violenza dei manifestanti occupa spesso il centro della narrazione pubblica; l'impiego della forza da parte delle istituzioni viene invece ricondotto, quasi automaticamente, alla necessità di ristabilire l'ordine.

Ma la legittimità dell'azione di polizia non può derivare esclusivamente dall'uniforme di chi la esercita, la violenza delle divise non può essere una questione secondaria. Le cariche, l'uso dei lacrimogeni, le modalità dei fermi e ogni eventuale abuso devono essere sottoposti a verifica sulla base dei principi di legalità, necessità e proporzionalità.

Se lo Stato pretende dai cittadini il rispetto della legge, deve essere il primo a garantire trasparenza nell'esercizio dei propri poteri.

Uno Stato democratico non dimostra la propria forza sottraendo i propri apparati al controllo. La dimostra accettando che anche l'esercizio legittimo della forza sia sottoposto a regole verificabili.

Ma, questo ennesimo decreto sicurezza è significativo proprio per ciò che mette in secondo piano: il lavoro, la casa, le disuguaglianze, la crisi della rappresentanza, la condizione degli adolescenti e la difficoltà di costruire un futuro autonomo e la risposta penale viene utilizzata come principale strumento con cui affrontare questioni che richiedono politiche differenti.

Se la risposta continua a essere quella del pugno duro, il messaggio rivolto ai giovani sarà inequivocabile: quando il vostro futuro si restringe, quando il lavoro non basta, quando la casa diventa irraggiungibile e le istituzioni appaiono lontane, non aspettatevi che la politica cambi direzione. Aspettatevi che aumenti i controlli.

È una concezione della sicurezza che protegge l'ordine esistente senza interrogarsi sulle sue ingiustizie. E che rischia di chiamare pace ciò che è soltanto silenzio imposto.

La sicurezza non può essere il privilegio di chi possiede abbastanza da difendersi dalle disuguaglianze. Deve essere un diritto concreto, fondato sulla libertà, sulla giustizia sociale e sulla possibilità di vivere senza essere schiacciati dalla precarietà.

giovedì 22 ottobre 2026

Milano - rivolta proletaria - Anche Kid Yugi sa da che parte stare

Un contributo - estratti

Rap’s not dead… e ora prende parte!

Da Marracash, forse uno dei rapper più schierati a livello sociale nel paese, abbiamo sentito dire che “il potere capisce solo il potere e che è ora che il popolo mostri il popolo”, mostrando le foto di un ragazzo che tiene in mano la bandiera italiana e di un tir fermo con uno striscione a sostegno dello sciopero, e “un risentimento crescente sta maturando, in tutti, un rigetto, un’insostenibilità della vita in questo paese e non solo”.

Parole chiare, altrettanto quanto quelle di Kid Yugi, forse uno dei pochi trapper ad essere realmente emersi dal profondo Sud, che tornando dal suo paese di origine in Puglia, descrive la drammatica situazione meridionale “nel silenzio e nell’indifferenza delle istituzioni e dei media tradizionali” e dichiara che “il patto sociale è stato infranto. La classe politica non è più serva del popolo […] bensì è prostituita a tutti i poteri sovranazionali che la finanziano e la manovrano”.

Altri rapper che si sono schierati sono Nayt, che muove il focus su “questa società addomesticata” che “ama l’innocuità” e “a un certo punto, se non vedi l’altro, l’altro ti entrerà in casa per essere visto”, e 22simba: “Benedetto ogni sciopero perché nostro di diritto”.

Infine, si aggiunge un veterano del rap politico in Italia come Frankie Hi-Nrg che, riflettendo sulla questione generazionale, dice: “Il problema è la privatizzazione di tutto, l’aumento del costo della vita e, per i ragazzi, la mancanza di prospettive. Questa è la prima generazione che cresce in una situazione economica peggiore di quella dei genitori”.

Nel nostro ultimo comunicato, ci domandavamo dove fosse il mondo della cultura in un momento in cui gli studenti e le studentesse e i blocchi al Sud Italia chiedevano a gran voce di avere strumenti per potersi esprimere e farsi rappresentare.

Ebbene, c’ha pensato il rap a ricomporre a livello generale quelle che apparentemente sembrano cause sconnesse, nel tentativo di superare la contraddizione violenza/non violenza, su cui tanti, a cominciare dal Governo, battono al fine di dividere i fronti.

Un genere che stereotipicamente sembra essere attaccato a vanità e superficialità, ma che, per via della sua storia e per il retroterra dei personaggi che ancora lo rendono vitale, riesce ancora a dire la sua.

Abbiamo davanti una situazione sociale e politica molto dura e per certi versi inedita. A 10 giorni dallo sciopero generale dell’Unione Sindacale di Base a cui parteciperemo, il Governo Meloni promulga il reato di “partecipazione violenta a una manifestazione”, completando così la torsione autoritaria del proprio potere, e che andrà a colpire anche chi fino ad oggi manifesta nel modo più pacifico possibile. C’è bisogno delle energie di tutte e tutti, partendo da artiste e artisti, per raccontare tutto questo.

https://www.instagram.com/reel/DeutkA9oZky/?cplk=MXE0bXl4Y3FiYTBiOA%3D%3D

Corrispondenza aggiornata dall'ex-Ilva di Taranto

  

Violenza sessuale - Stuprata dagli uomini - violentata per la seconda volta dallo Stato, dai giudici

"APPELLO INAMMISSIBILE" - Non s'ha da fare un nuovo processo agli 8 autisti dell'Amat che per due anni hanno abusato, stuprato una ragazza 

Questo ha deciso la Corte d'appello presieduta dalla Giudice Paola Incalza, a cui la PM aveva fatto ricorso contro la vergognosa assoluzione degli 8 autisti dell'Amat - dando in più una motivazione assurda: "Il ricorso in appello non è stato inoltrato per via telematica"!... Un anomalia procedurale, irrilevante rispetto alle ragioni dell'appello, che non entra assolutamente nel merito delle motivazioni del ricorso, dice ancora una volta che la vita di una ragazza è irrilevante, il suo coraggio nell'aver denunciato le violenze non vale niente; vale di più una pec! 

Il Movimento femminista proletario di Taranto aveva appoggiato la giusta decisione della PM Marzia Castiglia, che si era opposta alla vergognosa sentenza di 1° grado che aveva assolto con formula piena: "il fatto non costituisce reato" gli 8 autisti violentatori.

E aveva fatto appello a fare subito un presidio al Tribunale chiamando femministe, ragazze, avvocate.

Ora, quest'altra  inaccettabile sentenza.

IL VOLANTINO CHE AVEVAMO DIFFUSO AL TRIBUNALE

Non solo gli 8 violentatori sono stati assolti con formula piena (neanche una formula come: 'ripetute molestie, abusi sessuali' è stata usata), ma nelle motivazioni si scrive che è la ragazza che non ha dimostrato di aver subito violenze "costrizioni"; Sì - dicono i giudici - ci sono state atti sessuali ma la ragazza non ha dimostrato chiaramente di essersi opposta. La denuncia fatta dalla ragazza non ha quindi valore; peggio: il fatto che fosse un pò disabile mentalmente, invece di costituire un aggravante (come aveva chiesto il PM), viene ritenuta una prova di non credibilità. 

VERGOGNA GIUDICI! 

Una sentenza che dice che le denunce, sempre molto sofferte, in cui pesa a volte la vergogna, insieme ad una giusta sfiducia nella giustizia, sono a prescindere non vere; e che è la donna che deve portare prove provate che ha subito violenze sessuali, non gli uomini. E' la donna che deve dimostrare il "dissenso"; per cui se non dimostra un rifiuto "esplicito", se non grida, se non chiede aiuto, se ritarda nella denuncia, la violenza non è avvenuta...

A Taranto, siamo addirittura nella applicazione ultra rigida di questo abominio: nella sentenza i 3 giudici (di cui 2 donne...) riconoscono che "le condotte degli autisti sono "deprecabili" e "di deplorevole moralità", specialmente perché commesse da incaricati di un pubblico servizio", parlano anche di "abusi sessuali", riconoscono che gli atti sessuali avvenivano in zone deserte, dopo che erano state serrate le porte dei bus (e chi poteva portare i bus in queste zone, vicino all'Ilva, chi poteva serrare le porte, se non gli autisti!?); ma voi porci autisti non dovete provare nulla e... siete tutti assolti! Perchè quella "imbranata"/timida ragazza non ha LEI dimostrato la "coercizione". Quindi siamo all'affermazione per cui: il "consenso" della ragazza effettivamente non c'era, ma non c'è prova di "dissenso".

Questa sentenza è molto grave anche perchè può fare "scuola", queste motivazioni potranno essere usate contro tante altre donne.

Ultima sottolineatura vergognosa: questi 8 autisti violentatori sono stati in questo lungo periodo del processo totalmente appoggiati dai sindacati Cisl e Cisal, che hanno giubilato ora per la loro assoluzione. Ma essi stessi si auto denunciano come "complici", perchè - e noi l'abbiamo accertato - tutti all'Amat sapevano, dato che gli autisti si vantavano sui social delle loro violenze sessuali. 

Ma questa ulteriore violenza non deve passare! Daremo il massimo Sostegno alla ragazza se vuole andare avanti.