martedì 27 ottobre 2026
Ex Ilva, la Fiom boccia il decreto del Governo: «L'indotto rischia di essere spazzato via» - Lo Slai cobas lo aveva bocciato sin dal primo momento con argomenti più netti e solidi
L'audizione
Durissimo intervento di Loris Scarpa davanti alle Commissioni del Senato. Il sindacato denuncia il rischio di licenziamenti a catena, l'insufficienza delle tutele per i lavoratori e l'assenza di risorse per manutenzioni e produzione

A illustrare le osservazioni del sindacato è stato Loris Scarpa, coordinatore nazionale siderurgia della Fiom-Cgil, che ha descritto una situazione industriale e occupazionale estremamente critica, chiedendo modifiche sostanziali al provvedimento.
«L'ennesimo decreto ILVA si inserisce nel momento più grave in cui si svolge la vertenza ex ILVA», ha dichiarato Scarpa, richiamando l'incertezza sul futuro degli impianti, la possibile fermata dell'area a caldo e le difficoltà finanziarie dell'amministrazione straordinaria.
Il sindacato evidenzia come sullo stabilimento pesi ancora il provvedimento relativo allo spegnimento degli impianti dell'area a caldo, mentre resta in attesa la decisione della Corte di Cassazione.
A complicare ulteriormente il quadro è la carenza di risorse a disposizione dei commissari, che secondo la Fiom impedisce di garantire adeguatamente le attività di manutenzione e le lavorazioni necessarie a mantenere occupato il maggior numero possibile di dipendenti.
Il rischio, avverte Scarpa, è che la cassa integrazione venga progressivamente estesa fino a coinvolgere la totalità dei lavoratori.
Ancora più preoccupante viene giudicata la condizione delle aziende dell'indotto, già esposte alle conseguenze della riduzione delle attività produttive.
«L'indotto con i propri lavoratori rischia di essere spazzato via», denuncia il rappresentante sindacale, prospettando una successione di licenziamenti e fallimenti aziendali.
La Fiom ricorda inoltre che la procedura internazionale per la vendita degli stabilimenti prosegue da oltre 2 anni senza risultati definitivi, tra rinvii e incertezze che rendono sempre più difficile individuare una prospettiva industriale.
Una vertenza che, dopo 14 anni, secondo Scarpa rischia di arrivare a un punto di non ritorno.
Per il sindacato, il decreto affronta soltanto una parte delle questioni sollevate dalle organizzazioni dei lavoratori, senza fornire risposte complessive sul futuro produttivo e occupazionale del gruppo.
Il primo nodo riguarda proprio gli ammortizzatori sociali destinati alle imprese dell'indotto.
La Fiom ricorda di aver già affrontato il problema durante un confronto con il Ministero del Lavoro il 9 ottobre, senza che siano seguiti ulteriori approfondimenti con le organizzazioni sindacali.
In quell'occasione era stata avanzata la proposta di definire un accordo collettivo per evitare i licenziamenti, accompagnato da strumenti di sostegno al reddito e da garanzie sul recupero dei crediti vantati dalle imprese.
Secondo Scarpa, la cassa integrazione in deroga prevista dal provvedimento non assicura, nella formulazione attuale, una protezione sufficientemente efficace.
«L'ammortizzatore in deroga così proposto nel decreto non è assolutamente certo nell'efficacia di utilizzo e di evitare licenziamenti. Riteniamo serva un accordo sindacale con impegni precisi del governo e delle aziende dell'indotto», ha sottolineato il coordinatore nazionale.
Le perplessità riguardano anche i criteri che consentirebbero alle imprese di accedere alla misura.
La Fiom considera insufficiente il riferimento al fatturato, anche dopo la riduzione della soglia al 50%, perché rischierebbe di escludere lavoratori effettivamente impiegati negli stabilimenti ex Ilva.
Il sindacato propone quindi di attribuire maggiore importanza alla certificazione rilasciata dall'amministrazione straordinaria, nella quale dovrebbero essere documentati la durata dei rapporti commerciali e il numero dei dipendenti entrati negli impianti tra il 2023 e il 2026, con l'indicazione dei relativi nominativi.
Questo sistema, secondo la Fiom, permetterebbe di tutelare sia il personale delle aziende che lavorano esclusivamente per l'ex Ilva sia quello delle imprese attive in più settori, ma con una presenza significativa negli stabilimenti siderurgici.
Un'altra contestazione riguarda l'applicazione alla cassa integrazione in deroga dei criteri previsti per la revoca della NASPI, l'indennità destinata ai disoccupati.
Per Scarpa si tratta di strumenti differenti, che non possono essere sottoposti automaticamente alle stesse condizioni.
L'ammortizzatore previsto per l'indotto dovrebbe infatti accompagnare una fase transitoria, durante la quale salvaguardare le competenze professionali e, dove necessario, favorire percorsi di riconversione.
Sul trattamento economico dei dipendenti diretti di Acciaierie d'Italia, invece, arriva un giudizio parzialmente positivo.
La Fiom riconosce l'importanza della soluzione individuata per garantire ai lavoratori di Acciaierie d'Italia in amministrazione straordinaria, analogamente a quelli di Ilva in amministrazione straordinaria, l'integrazione al 70% del trattamento di cassa integrazione.
Rimane però irrisolta la situazione dei dipendenti dell'indotto, per i quali non è prevista una tutela equivalente.
Il sindacato critica inoltre il ricorso ai criteri di revoca della NASPI anche per questa integrazione, sostenendo la necessità di privilegiare percorsi collettivi di formazione e ricollocazione.
Un ulteriore problema riguarda le modalità di pagamento del sostegno economico.
Scarpa rileva una contraddizione tra l'integrazione a carico di Acciaierie d'Italia e la cassa integrazione erogata direttamente dall'INPS.
La richiesta della Fiom è che l'intero trattamento venga corrisposto con continuità e secondo le ordinarie scadenze retributive, evitando ritardi che potrebbero mettere in difficoltà le famiglie dei lavoratori.
Sul fronte degli incentivi contributivi previsti per favorire nuove assunzioni, il sindacato chiede invece che venga attribuita priorità alle ricollocazioni collettive rispetto a quelle individuali.
Secondo la Fiom, le soluzioni individuali potrebbero prestarsi maggiormente ad abusi e irregolarità, mentre percorsi concordati permetterebbero di garantire condizioni più eque ai dipendenti coinvolti.
Un'apertura arriva sul mantenimento in riscaldo dell'area a caldo dello stabilimento di Taranto.
La Fiom considera significativa la scelta di autorizzare i commissari a mantenere gli impianti in questa condizione nella fase transitoria, in attesa della pronuncia della Cassazione.
Una misura ritenuta utile per non compromettere un'eventuale ripartenza degli altiforni, preservando la possibilità di riprendere le attività produttive.
Il sindacato precisa tuttavia che il solo mantenimento in riscaldo non risolve il problema dell'occupazione, se non vengono assicurate le risorse necessarie alle lavorazioni e alle manutenzioni.
La questione industriale torna centrale anche nelle osservazioni sugli articoli 5, 6 e 7 del decreto, relativi alle aree ex Ilva non attualmente utilizzate per la produzione siderurgica.
Secondo Scarpa, la destinazione di questi spazi non rappresenta la priorità immediata della vertenza, ma qualsiasi intervento dovrebbe essere inserito in una strategia industriale definita, valutando anche la possibilità di un'iniziativa pubblica.
L'obiettivo è evitare che le aree dismesse diventino oggetto di operazioni speculative o siano lasciate in stato di abbandono.
La Fiom collega questa mancanza di prospettiva anche ai ritardi nelle bonifiche e nei programmi di decarbonizzazione dei processi produttivi, per i quali denuncia l'assenza di finanziamenti.
Il giudizio complessivo del sindacato sul decreto resta quindi fortemente critico. Pur riconoscendo alcuni interventi utili, Scarpa ritiene che il provvedimento non affronti in maniera adeguata la gravità della crisi.
La richiesta al Governo è di trasformare le misure emergenziali in un percorso capace di garantire continuità industriale, manutenzioni, tutela dell'indotto e salvaguardia dei posti di lavoro, evitando che la cassa integrazione diventi l'unica prospettiva per migliaia di dipendenti.
Per la Fiom, senza un accordo complessivo e impegni precisi da parte del Governo, il rischio è che la crisi dell'ex Ilva produca nuovi licenziamenti e una progressiva perdita del patrimonio industriale e professionale degli stabilimenti.
Ex Ilva, arresto per l'ex Ad Lucia Morselli e altri due: contestati reato associativo e corruzione - Tutti i nomi degli indagati
La gestione di Morselli sarebbe stata orientata a massimizzare i profitti a discapito dell’ambiente, i pm chiedono i domiciliari. Coinvolti anche l'ex direttore dello stabilimento e l'ex capo dell'Ispra
La procura di Taranto ha chiesto gli arresti domiciliari per Lucia Morselli, ex amministratrice delegata di Acciaierie d'Italia, per il dirigente dello stabilimento, Alessandro Labile e per Francesco Astorri, capo del Nucleo ispettivo di Ispra, nell'ambito di una inchiesta sul presunto inquinamento provocato dalle emissioni dello stabilimento tra il 2019 e il 2024 e sulle irregolarità ipotizzate nella gestione delle emissioni di anidride carbonica e delle quote Ets. Agli indagati è stato notificato l'avviso di interrogatorio preventivo, per il 3 novembre, davanti al gip Francesco Maccagnano, chiamato a pronunciarsi sulle richieste cautelari avanzate dai pm.
Lucia Morselli già nel marzo del 2024 si vide notificare un avviso di proroga delle indagini nate da un esposto sui picchi di benzene che furono registrati nello stabilimento. Nel luglio successivo le perquisizioni e i sequestri per la presunta truffa ai danni dello Stato sulle quote di Co2 e poi gli avvisi di garanzia all'ex manager e ad altri dirigenti, consulenti e dipendenti per le ipotesi di associazione a delinquere finalizzata all'inquinamento, al disastro ambientale e alla truffa ai danni dello Stato.
Sono in tutto 28 le persone e cinque le società complessivamente indagate nell'inchiesta, coordinata dai pm Mariano Buccoliero, Francesco Ciardo.
Per otto indagati l'accusa è associazione per delinquere finalizzata alla commissione di reati contro l'ambiente, l'incolumità pubblica e la pubblica amministrazione.
Tra le contestazioni figurano, a vario titolo, le ipotesi di disastro ambientale, inquinamento e truffa ai danni dello Stato. In particolare, secondo la ricostruzione della procura, le emissioni dello stabilimento avrebbero provocato un progressivo aumento dei livelli di benzene nell'aria del quartiere Tamburi di Taranto, contribuendo a determinare una situazione di disastro ambientale.
Nel mirino degli inquirenti tarantini è finita anche la gestione delle manutenzioni ordinarie degli impianti e i controlli ambientali. Ai principali indagati viene contestato, inoltre, di avere orientato in senso favorevole all'azienda i controlli e gli esiti delle ispezioni relative all'Autorizzazione integrata ambientale (Aia) svolte da Ispra.
Morselli è anche coinvolta in un'inchiesta per bancarotta fraudolenta avviata dalla Procura di Milano dopo una relazione dei commissari straordinari dell'ex Ilva.
Morselli, Labile e Astorri accusati anche di corruzione
Tra le accuse a carico di Morselli figura anche quella di corruzione, che è contestata agli stessi Labile e Astorri. Secondo gli investigatori Astorri, in quanto responsabile del gruppo ispettivo Ispra incaricato dei controlli sul rispetto dell’Aia, avrebbe accettato da Morselli e Labile la promessa di un incarico dirigenziale nell’ente pubblico per avere omesso diversi atti del suo ufficio in occasione dei controlli sul rispetto delle condizioni previste dall’Aia nel siderurgico.
In una circostanza, secondo la procura, avrebbe anche dichiarato il falso omettendo di attestare dichiarazioni ricevute nel corso della sua attività. Morselli e Labile, secondo quanto scritto nel capo d’imputazione, in cambio avrebbero inoltre segnalato Astorri per la promozione al ministero dell’Ambiente, che esercita poteri di vigilanza e controllo sull’Ispra.
Astorri, Morselli, Labile e altri tre indagati rispondono inoltre di inquinamento e disastro ambientale, rimozione o omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro e falsi. Per i pm, gli indagati avrebbero causato “l’inquinamento dell’aria del quartiere Tamburi con aumenti significativi e progressivi di benzene prodotti dalle emissioni dello stabilimento” e il conseguente disastro ambientale.
Indagati anche Aditya Mittal e Franco Bernabè
Indagati anche Aditya Mittal, in qualità di amministratore delegato di ArcelorMittal, e Franco Bernabè, ex presidente del cda di Acciaierie d’Italia, che risponde dell’ipotesi di truffa in relazione alle quote di CO2.
Aditya Mittal è accusato di associazione per delinquere “allo scopo di commettere una serie di reati contro l’ambiente, l’incolumità pubblica e la pubblica amministrazione finalizzati a massimizzare i profitti e ridurre al minimo indispensabile i costi e le spese derivanti dalla gestione dello stabilimento siderurgico ex Ilva di Taranto”. Del reato associativo sono accusati anche Morselli, Astorri, Labile, Vincenzo Dimastromatteo (ex direttore di stabilimento), Antonio Mura (direttore Finanze, Tesoreria e Dogana), Francesco Alterio (ex capo area Cokeria) e Felice Sassi (dipendente AdI incardinato nella funzione Ambiente).
La truffa ai danni della Commissione Ue
Bernabè è indagato in concorso di truffa e truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche perché, per la procura, “adoperandosi e sfruttando relazioni esistenti a influenzare funzionari pubblici di altissimo rilievo, sia nazionali sia europei, per perorare la richiesta di restituzione”, avrebbe contribuito a indurre “in errore la Commissione dell’Unione europea che si determinava a rilasciare una quantità di quote CO2 corrispondenti per l’anno 2020 e successive integrazioni per gli anni 2021-2022-2023, per complessive 238.512 quote”.
Il 3 novembre dovranno comparire davanti al gip Francesco Maccagnano per l’interrogatorio preventivo anche i dieci destinatari delle richieste di misure interdittive. Tra loro ci sono Dimastromatteo, Mura e rappresentanti dell’allora Comitato Ets.
Ex Ilva, la Procura chiede domiciliari per Morselli - Tutti i nomi degli indagati
Gianmario Leone - Corriere di Taranto
La Procura di Taranto ha chiesto gli arresti domiciliari per Lucia Morselli, ex amministratrice delegata di Acciaierie d’Italia, Alessandro Labile, ex direttore dello stabilimento siderurgico, e Francesco Astorri, ex responsabile Ispra per la valutazione e i controlli degli impianti di interesse strategico nazionale. Le richieste rientrano nell’inchiesta sulle presunte irregolarità nella gestione dell’ex Ilva tra il 2019 e il 2024.
I pubblici ministeri hanno inoltre sollecitato dieci misure interdittive. Sarà il giudice per le indagini preliminari Francesco Maccagnano a pronunciarsi sulle richieste cautelari, dopo gli interrogatori preventivi fissati per il 3 novembre.
L’indagine, condotta dai pm Mariano Buccoliero, Francesco Sansobrino e Francesco Ciardo, nel frattempo passato alla Procura di Lecce, coinvolge complessivamente 28 persone e cinque società. Tra gli indagati figurano anche Franco Bernabè, ex presidente del consiglio di amministrazione di Acciaierie d’Italia, e Aditya Mittal, amministratore delegato di ArcelorMittal SA. Entrambi sono indagati a piede libero.
Per otto persone è stata richiesta la sospensione dall’esercizio di un pubblico ufficio. Si tratta di Alessandro Carettoni, presidente del Comitato Ets; Sergio La Motta, componente della segreteria; Giulia Dramis, coordinatore della segreteria tecnica; Mauro Mallone, vicepresidente e componente con diritto di voto; Giuseppe Marchese, componente con diritto di voto; Marco Maurici, componente della segreteria tecnica; Mauro Rotatori, componente con diritto di voto; Antonio Sclafani, componente della segreteria tecnica.
Per Vincenzo Dimastromatteo, direttore dello stabilimento ex Ilva, e Antonio Mura, procuratore di Adi con funzioni di direttore finanze, tesoreria e dogane, i pm hanno invece chiesto il divieto di esercitare professioni, imprese o uffici direttivi di persone giuridiche e imprese con attività produttive sottoposte ad Aia e Aua, insieme al divieto di contrattare con la pubblica amministrazione.
Gli indagati a piede libero
Oltre a Mittal e Bernabè, risultano indagati a piede libero Francesco Alterio, capo area Cokeria e sottoprodotti dell’ex Ilva dal 9 luglio 2021; Aldo Bove, responsabile dei laboratori primari e ambientali; Vito Di Marco, consulente del presidente Bernabè; Angelo Di Martino, Head of Ceo Office di Acciaierie d’Italia; Cecilia Aghion Galimberti, responsabile del gruppo di verifica ispettiva e della verifica; Giuseppe Nassisi, dipendente Adi responsabile customs e trade; Nicola Petronelli, direttore dell’area ghisa dello stabilimento; Beatrice Pettinari, responsabile del Riesame Indipendente Igq; Pierluigi Pireddu, socio della Sogesa Consulting srl e consulente Adi; Felice Sassi, dipendente Adi alle dirette dipendenze di Alessandro Labile; Michele Zagaria, dipendente di Acciaierie d’Italia.
Al centro degli accertamenti ci sono la gestione delle emissioni di anidride carbonica e benzene, le presunte irregolarità nei controlli ambientali e le manutenzioni che, secondo l’accusa, non sarebbero state eseguite. Nell’ipotesi investigativa, la conduzione dello stabilimento sarebbe stata orientata a massimizzare produzione e profitti a discapito della tutela ambientale.
A otto persone viene contestata l’associazione per delinquere finalizzata alla commissione di reati contro l’ambiente, l’incolumità pubblica e la pubblica amministrazione. Tra le ipotesi di reato formulate a vario titolo figura anche il disastro ambientale.
I controlli Ispra e la presunta promessa di un incarico
Un filone dell’inchiesta riguarda l’attività di Astorri, già a capo del nucleo ispettivo Ispra. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, avrebbe falsato gli esiti dei controlli nello stabilimento per favorire l’impresa.
In cambio, avrebbe ricevuto da Morselli e Labile la promessa di un incarico dirigenziale all’interno dell’Istituto, per il quale aveva presentato domanda. I due, secondo l’accusa, avrebbero segnalato il suo nominativo alla viceministra dell’Ambiente Vannia Gava, che non risulta indagata.
Sul punto, l’ufficio stampa del ministero, interpellato dal Fatto Quotidiano, ha precisato che Gava non ha funzioni di vigilanza né deleghe su Ispra e che la vigilanza sull’Istituto fa capo al ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica. Ha inoltre chiarito che le nomine seguono il regolamento dell’ente e che Astorri, pur avendo presentato la propria candidatura attraverso un interpello, non è mai diventato direttore.
Le quote di CO₂ e le richieste interdittive
Un altro capitolo riguarda le quote di emissione di CO₂. Le presunte irregolarità avrebbero consentito, secondo la Procura, un ingiusto profitto di 342 milioni di euro ai danni dell’Unione europea.
Per questo filone i magistrati hanno chiesto la sospensione dall’esercizio di un pubblico ufficio per gli otto componenti del Comitato Ets del ministero dell’Ambiente, l’organismo che si occupa dell’attuazione del sistema europeo di scambio delle quote di emissione dei gas a effetto serra.
Le accuse restano da accertare. Le richieste cautelari sono al vaglio del gip e non equivalgono a misure già disposte. A tal proposito, l’avvocato Giuseppe Iannaccone che difende Lucia Morselli ha dichiarato che “Sono convinto della assoluta innocenza della mia assistita Lucia Morselli che ha sempre agito rispettando tutte le regole; sono altresì convinto di poter chiarire nel contraddittorio attraverso un sereno confronto con la magistratura inquirente e con il giudice, la trasparenza e correttezza del suo operato”.
domenica 25 ottobre 2026
Noi alla grande manifestazione dei migranti di Castel Volturno - questo è lo slai cobas per il sindacato di classe - immagini
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Castel Volturno, in ventimila contro il Cpr

SI SCENDE dunque davanti a un centro che vende mobili e poi a piedi per una ventina di minuti tra marciapiedi inesistenti, scheletri di palazzine abbandonate e sporcizia. Lamin, un ragazzo del Gambia che ha 28 anni, vive in Italia dal 2019 e, tutto sommato, non si trova male se non fosse per i documenti: «Lavoro nei campi e adesso mi sto occupando della semina del cavolo. Mi pagano 1.300 euro al mese e ne spendo 350 per la casa a Varcaturo, dove vivo con un’altra persona. Ne riesco a spedire alla mia famiglia circa 700 al mese. Non mi fanno il contratto finché non ho i documenti, ma senza contratto i documenti non posso averli». È inchiodato all’invisibilità da un infernale meccanismo burocratico e, se fermato dalla polizia, potrebbe finire in un Cpr. Ieri si è preso un giorno di festa al lavoro.
«È IMPORTANTE essere qui», rivendica mentre varca il cancello del Fernandes da dove poco prima delle 14 partirà il corteo. Dentro c’è già Andrea Morniroli, assessore regionale della Campania. Racconta che un paio di giorni fa Invitalia ha aggiudicato la gara da 43 milioni di euro per la progettazione e la realizzazione del Cpr alla cordata Ge.Di.Group spa di Altamura, parte del consorzio stabile Conpat scarl, che si era candidata insieme allo studio di architettura napoletano Alberto Izzo & Partners, alle due società d’ingegneria casertane Suburbia Mode e Campagnuolo&Associati srl, alla Geomed srl di Scafati e ai due professionisti Onofrio Dennetta e Rosamaria De Pietro. Hanno proposto un ribasso del 25%, con una offerta finale di 31,4 milioni di euro. «La partita non è chiusa – garantisce Morniroli – perché la regione valuterà le iniziative legali da mettere in campo, la manifestazione dimostra che c’è un fronte molto ampio che dice no ai Cpr e propone un modello diverso di accoglienza. L’unico capace di garantire davvero la sicurezza». Concetti che ribadirà poco dopo Roberto Fico, il presidente della giunta della Campania: «Ricorreremo con ogni mezzo».
LA BATTAGLIA non sarà semplice, perché il decreto Cutro ha equiparato i Cpr a siti di interesse strategico, ma la partecipazione alla manifestazione di ieri lascia ben sperare. «Siamo in 20mila», hanno detto gli organizzatori. Parlano i braccianti agricoli e gli operai edili, raccontano di orari di lavoro impossibili, della salute compromessa, di «un’umanità che si annulla nei campi e nei cantieri». Il corteo urla: «Permesso di soggiorno subito». Nel corteo i centri sociali, i collettivi universitari, l’ex Canapificio di Caserta, Potere al popolo e altri gruppi della sinistra radicale. Una parte essenziale della mobilitazione è rappresentata dalla Chiesa in tutte le sue articolazioni: i comboniani (ieri era in corteo anche Alex Zanotelli), i parroci e le alte gerarchie. Hanno sfilato in corteo sette vescovi e, tra essi, Domenico Battaglia, arcivescovo di Napoli: «Il problema – ha scandito dal microfono del camioncino che apriva il corteo – non sono gli immigrati. Il problema è una società che trova le risorse per investire in armi e guerre ma fatica a investire nella pace, nell’educazione, nell’integrazione. È il costo insostenibile della vita, dell’energia e delle risorse essenziali. È il lavoro che non basta per vivere, sono le case che mancano, le cure alle quali si rinuncia, gli anziani soli, le periferie dimenticate e le scuole che chiedono aiuto».
«Nei Cpr i migranti sono particolarmente esposti a rischio di morte, a malattie infettive e a problemi mentali». A destra, però, preferiscono parlar d’altro. L’ex ministro Sangiuliano, che mesi fa era a un convegno sulla remigrazione con CasaPound, ha stigmatizzato qualche coro contro la polizia e il cartello «il Cpr deve essere bruciato».
sabato 24 ottobre 2026
La Sea Watch sbarca a Taranto con 101 migranti, anche minori e donne incinte
Da la Gazzetta del Mezzogiorno
La nave Sea Watch 5 ha sbarcato a Taranto 101 migranti soccorsi nel Mediterraneo centrale durante tre distinte operazioni. Tra i passeggeri ci sono donne incinte e 25 minori, la maggior parte dei quali non accompagnati.
Le persone a bordo, a quanto si è appreso, provengono da Bangladesh, Egitto, Siria, Eritrea, Somalia, Etiopia, Sudan, Sud Sudan e Pakistan. Le operazioni di accoglienza sono state coordinate dalla Prefettura di Taranto con il coinvolgimento della Capitaneria di porto, della Polizia di Stato, della Guardia di Finanza, della Croce Rossa Italiana e del Ministero della Salute attraverso l’Usmaf, l’Ufficio di sanità marittima, aerea e di frontiera.
«Finalmente a terra. Dopo oltre 3 giorni in mare, 101 sopravvissuti hanno finalmente raggiunto terraferma in sicurezza a Taranto», è detto nella pagina Facebook della Ong Sea Watch.

