domenica 19 luglio 2026

Jindal - Esuberi e intensificazione dello sfruttamento alla Arcelor Mittal- NO - NO alla trattativa romana - l'altra strada dello slai cobas per il sindacato di classe

 

Bisogna togliere fiducia alle OO.SS. Verso cui si deve porre una vera e propria questione morale, non è possibile che dirigenti di questi sindacati fanno carriera, Sperti UILM e D'alò FIM divenuti segretari nazionali/ora Brigati Fiom divenuto segretario regionale  mentre i lavoratori stanno sempre peggio e a rischio futuro.

Bisogna sostenere e portare avanti la Piattaforma operaia, renderla un vincolo per governo e OO.SS..

Firma e fai firmare la piattaforma operaia, pretendere assemblee, togliere la fiducia alle attuali OO.SS.


PIATTAFORMA OPERAIA


NO al fondo Flacks – NO a Jindal

Nazionalizzazione subito

Nessun esubero – CIGS con integrazione per lavoratori diretti e appalto

NO CCNL Multiservizi alle Ditta – CCNL metalmeccanico con clausola sociale – NO contratti a termine

Legge speciale per amianto, lavori usuranti, prepensionamenti

Basta morti sul lavoro – Postazione ispettiva permanente in fabbrica

Le trattative si devono fare a Taranto – Lo Slai cobas presente per una voce autonoma

Per un vero sciopero generale fino a risultati effettivi


Slai cobas

via Livio Andronico, 47 Taranto – WA e tel 3475301704 – slaicobasta@gmail.com

Colpevoli di Palestina: giornata nazionale a sostegno dei prigionieri politici palestinesi. Immagini e voci dal presidio al carcere di Melfi



Intervento #iostoconlapalestina Taranto


dagli altri presidii




Tre giorni in Basilicata a Luglio. Invito a partecipare

“Spinoso Piazza di Energia Civica: Petrolio, Salute, Democrazia”

Nei giorni 24, 25, 26 Luglio, si terrà a Spinoso, comune lucano della Val d’Agri che si affaccia sulle acque del Lago del Pertusillo, una tre giorni di incontri, iniziative, dibattiti, approfondimenti.

Nel cuore della più grande piattaforma estrattiva di idrocarburi in terraferma di Europa, tra il Cova di Viggiano e il Centro Oli Tempa Rossa, sarà possibile toccare con mano i segni viventi delle incertezze e delle resistenze ad una transizione ecologica e culturale continuamente invocata e tradita, dove il “drill baby drill” riecheggia come un salvadanaio già da prima dei fasti trumpiani.

Dopo che lo stesso direttore esecutivo dell’IEA (Agenzia Internazionale per l’Energia), Fatih Birol, preoccupato per le incertezze belliche e per i tempi lunghi per il ripristino dell’intera produzione di idrocarburi del Golfo Persico, ha detto che l’attuale calo rappresenta “la più grande minaccia alla sicurezza energetica mondiale di tutta la storia”, non abbiamo potuto esimerci dall’organizzare uno spazio/tempo di confronto e proposta in uno dei luoghi più emblematici della filiera estrattiva in Italia.

L’invito, rivolto a tutte/i le/gli interessate/i, lucane/i e/o provenienti da altre Regioni, vuole valorizzare le convergenze che si sono attivate nel corso degli ultimi anni, trovando linfa vitale nelle mobilitazioni internazionali contro i rischi di Terza Guerra Mondiale, nella difesa del diritto di autodeterminazione e contro il genocidio del Popolo Palestinese; contro le continue aggressioni imperialiste del diabolico duo USA/Israele ai danni di Yemen, Siria, Iraq, Venezuela, Iran, Cuba, nonché nella necessità di contrastare il surriscaldamento climatico, la folle riproposizione del nucleare, di difendere l’acqua pubblica e sana, la sanità, l’istruzione, l’occupazione, il reddito, il welfare, facendo emergere comuni identità, sensibilità politico/culturali, capacità organizzative intergenerazionali, che hanno consentito modi e forme inedite di solidarietà, con un potenziale enorme di capacità creativa, di analisi, di scambio comunicativo orizzontale.

Abbiamo bisogno di saper mettere al centro, con generosità, relazioni, saperi, corpi, esperienze, per trovare e valorizzare un percorso metodologico in cui confrontarsi, conoscere insieme e conoscersi sul campo. Tutto ciò è parte integrante della costante ricerca di percorsi e soluzioni comuni, perseguendo come finalità principale la capacità di allargare le aree di soggettività con cui poter stringere alleanze e condividere obiettivi.

E’ infatti la stessa complessità della crisi capitalistica in atto che fa emergere con forza ad intensità variabile la sua dimensione totalizzante, mostrando in una sorta di specchio prismatico come le resistenze sui territori siano il pane e le rose dell’elaborazione di un mondo degno di essere vissuto.

La Basilicata non è tuttavia riducibile al lascito desolante di decenni di sfruttamento degli idrocarburi; non è riducibile alle pene delle aree SIN di Tito e Valbasento e dell’amianto da bonificare, così come non è riducibile allo spopolamento ed alla profonda crisi del comparto automobilistico. Le crescenti difficoltà relazionali nei Comuni delle aree estrattive raccontano del ricatto dell’emigrazione e dell’abbandono, in un orizzonte per lo più segnato da un modello di dipendenza dalle royalties e da un forte e capillare controllo sociale con ricadute immediate sulle opportunità di occupazione e reddito, in un contesto di consapevole declino delle potenzialità estrattive.

Se la Basilicata non è “soltanto” gas, petrolio, monnezza, potenziale deposito nazionale di scorie nucleari, ma è anche la terra di Stellantis e del suo indotto in crisi; se è terra di esodo dei giovani; se è terra di allevatori ed agricoltori alle prese con una lotta quotidiana sempre più faticosa per non chiudere le piccole aziende; se è terra di eolico selvaggio e deregolamentazione, sta diventando sempre più territorio aziendale in svendita, promesso dal suo presidente regionale Bardi al ministro della guerra Crosetto, perché ne faccia a suo piacimento un laboratorio integrato per ricerca e produzione bellica, dalla scuola alla fabbrica

Essa è inoltre anche luogo di un’ambiziosa strategia di modernizzazione tecnologica, che mira a orizzonti strategici di costante incremento di connessione ed efficienza, con infrastrutture cloud regionali e Centri di elaborazione dati intesi come cuore pulsante della società digitale e della produzione “dual use”, nel bel mezzo dell’esplosione del ruolo dell’Intelligenza Artificiale, che richiede livelli sempre più stretti di integrazione con le infrastrutture energetiche ed idriche

Chi vorrà sistemarsi in tenda, potrà campeggiare nel Campo Sportivo del paese, attrezzato di bagni e docce e facilmente raggiungibile a piedi dal centro.

Chi vorrà prenotare per dormire in B&B, potrà farlo direttamente on line, sapendo che a Spinoso sono disponibili circa 50 posti letto

Coordinamento No Triv Basilicata,

Osservatorio Popolare Val d’Agri,

Comune di Spinoso


PROGRAMMA della tre giorni in VALD’AGRI del 24/25/26 luglio 2026
Coordinamento No Triv Basilicata - Osservatorio Popolare Val d’Agri - Comune di Spinoso


Venerdì 24
In mattinata accoglienza in Palazzo Ranone a SPINOSO:
per pernottare è possibile prenotare direttamente on line in B&B o campeggiare nel campo sportivo comunale. Per
Sarà attiva una convenzione con ristorante di Spinoso per la fornitura di pasti colelttivi.
Ore 9 /12 : incontro in azienda agricola biologica “Al Giardino del Principe”
in Val d’Agri, agro di Grumento Nova, per un confronto sulla situazione dell’agricoltura sul territorio,
un’esperienza dimostrativa di autoproduzione di fertilizzanti organici e una colazione di lavoro in
campagna. Per info e prenotazione inviare un messaggio w.a. al numero 3461325585 di Vincenzo
Ritunnano.
Ore 12/13: presentazione della mostra fotografica “Cattive Acque/ Dark Waters”
L'eredità tossica di Eni in Basilicata e nel Delta del Niger, che nasce da un'inchiesta di Ekpali Saint,
Giuditta Pellegrini e Vittoria Torsello (foto di Ekpali Saint e Giuditta Pellegrini) con il supporto di
Journalismfund Europe.
Presentano Giuditta Pellegrini e Vittoria Torsello in Palazzo Ranone a Spinoso
Ore 16/20 in piazza a Spinoso:
presentazione della tre giorni - saluti del Sindaco e degli ospiti - dibattiti.
Focus agricoltura: “La cura agroecologica alla (tossico) dipendenza da petrolio
della produzione e distribuzione del cibo”.
Sono invitati ad intervenire: Gianni Fabbris (Altragricoltura, Confederazione sindacale per la sovranità
alimentare), Gervasio Ungolo (Rivista Contadina, Terra Cibo Ecologia), Tonia Dileo (Distretto
Agroecologico delle Murge e del Bradano), Francesco Lomonaco (Terra Comune alleanza per un
cibo giusto), Luigi Iasci (ABACO Associazione consumatori), Ciccio Malvasi (Tavolo Verde), L.i.s.i.a.
Scanzano (Cobas). Modera la discussione Vincenzo Ritunnano.
Sessione su Salute, ambiente, estrazioni, energia, bonifiche, democrazia.
ll ruolo della Basilicata di hub energetico, nel Piano Mattei, per il progetto IMEC, nella prospettiva dei
data centers. Focus centrale (con ausilio e presenza di medici ISDE) sui primi stralci degli esiti del
progetto epidemiologico regionale LucAS.
Modera Enzo Alliegro (antropologo Università Federico II di Napoli); Interventi previsti: G:B: Mele
(medico, ISDE Basilicata); Annibale Biggeri (prof. Epidemiologo Università di Padova)
Ore 22: proiezione di “Il prezzo che paghiamo” docufilm di Sara Manisera
In contemporanea, collegamento col giornalista Ekpali Saint dalla Nigeria.
“Spinoso Piazza di Energia Civica: Petrolio, Salute, Democrazia”

Sabato 25

Ore 8 partenza da Spinoso per Corleto Perticara
Ore 9.30/12 Presidio davanti al Centro Oli di Tempa Rossa
Ore 13/14 ristoro
l’Associazione VOLA (referente Giuseppe Amodeo) offre un pranzo ad offerta libera
Ore 15/19: Dibattito presso sala comunale di Corleto Perticara:
• sessione su Fragilità e dissesto idrogeologico, epidemiologia da
inquinamento, sistema di trattamento acque nelle attività del Centro Oli
Tempa Rossa. Coordina Enzo Alliegro. Interventi programmati di G.B. Mele,
Giorgio Santoriello, Mimmo Nardozza, Francesco Masi.
• Focus su Tempa Rossa e Israele: la spedizione di greggio proveniente da
Tempa Rossa destinato ad Israele via Taranto da parte di Shell, come
testimoniato da Greenpeace e dalla trasmissione Rai “Report”. Intervengono
BDS Italia e “Flotilla” Taranto (Marinella Chieppa, Mariangela Piccinno)
• Ruolo dell’energia fossile negli attuali conflitti in Iran, Venezuela, Siria,
Yemen, Iraq, Libano, con particolare riferimento allo sdoganamento delle
strategie genocidarie a Gaza ed in Cisgiordania. Intervento introduttivo di
ReCommon
• Realtà e prospettive della “Basilicata bellica” da Leonardo, a Telespazio,
Stellantis, a CMD di Atella, alla società emiratina Edge.
Coordinano Donato Sepa e Maria Licciardi
Ore 19,30 Ritorno in serata a Spinoso, per cena collettiva.
Serata in piazza a Spinoso concerto con Fabio Collaterale di Effetti Collaterali e
Graziano Accinni degli Ethnos.

sabato 18 luglio 2026

Gli assassini razzisti di Bakari Sako sono feccia e devono restare dentro... ma è necessario bandire i razzisti da città vecchia e organizzare i lavoratori migranti - Slai cobas per il sindacato di classe

Omicidio Bakari Sako, il Riesame: «Ucciso non solo dai fendenti, ma dall’azione dell'intera babygang»

di francesco casula

Depositate le motivazione del Tribunale dei minori, che ha confermato la collocazione negli istituti penali dei quattro ragazzi coinvolti

Venerdì 17 Luglio 2026, 09:17

Il delitto di Bakari Sako non può essere ricondotto esclusivamente alle coltellate inflitte da uno dei minori, ma è «il risultato dell'azione congiunta di tutti i concorrenti». È quanto scrive il tribunale del riesame dei minorenni nelle motivazioni dell'ordinanza con cui ha confermato la collocazione negli istituti penali dei quattro minori accusato dell'omicidio del 35enne bracciante agricolo avvenuta all'alba del 9 maggio scorso a piazza Fontana, nella Città vecchia. Nel documento composto da 35 pagine e firmato dalla presidente del tribunale dei minori, Patrizia Famà, il collegio di giudici ha ribadito più volte che i fendenti costituiscono certamente una «componente causale rilevante, ma l'esito finale – spiegano i magistrati - appare compatibile anche con gli effetti di un trauma contusivo toracico ad elevata energia, inserito nella dinamica aggressiva di gruppo». Insomma l'omicidio di Bakari non può essere ridotto all'azione «del solo autore materiale dei colpi di coltello, ma si inscrive nella più ampia condotta collettiva di violenza»

Le fabbriche e il ruolo degli operai durante la Rivoluzione culturale in Cina - 2: La pianificazione industriale al servizio del popolo

Si ricorda che quanto descritto riguarda il periodo del socialismo nella Repubblica popolare cinese, col potere degli operai e delle masse popolari, durante la lunga fase di 10 anni della Grande rivoluzione culturale proletaria, in cui la Cina, sotto la Direzione di Mao Tse tung e del Partito comunista di allora, affrontò una acuta e vasta lotta per dare effettivo potere al proletariato e alle masse popolari, contro coloro, nel Partito comunista e nella società, che volevano affossare i risultati della rivoluzione in Cina; e in questo periodo della Rivoluzione culturale vi furono grandi trasformazioni (in parte descritte nel libro di Charles Battelheim). 

Dopo, in Cina la borghesia ha ripreso il potere, e si è incamminata in quello che è diventata la Cina di oggi, un paese socialimperialista.

Ma quanto descritto mostra che quando il proletariato diretto dal suo partito ha il potere, tutto si può trasformare nell'interesse dei lavoratori e delle masse popolari, niente è impossibile. 

E NIENTE E' FINITO IN CINA...

LEGGI LA PRECEDENTE PUNTATA:

https://tarantocontro.blogspot.com/2026/07/le-fabbriche-e-il-ruolo-degli-operai.html

(ripresi passi del libro di Charles Bettelheim "L'organizzazione industriale in Cina e la rivoluzione culturale") 

"...Le imprese si dividono in tre categorie:
1. Le imprese di una certa dimensione: queste sono gestite "dallo Stato"... come il governo centrale o le autorità pubbliche di una provincia o di una municipalità...
2. Le imprese urbane di piccole dimensioni; queste sono gestite a livello di una "strada" o di un "quartiere", generalmente sotto la direzione del Comitato rivoluzionario corrispondente.  
(Queste prime due categorie di imprese sono al servizio dei bisogni della popolazione, dell'industria e dell'esportazione).
3. Le imprese industriali che funzionano a livello di distretti, delle comuni popolari e delle brigate di produzione; queste imprese sono soprattutto al servizio dell'agricoltura...

In città la proprietà collettiva delle fabbriche e delle unità di produzione esiste a livello "della strada"; si tratta di unità di produzione gestite a livello di un blocco di abitazioni o di una strada. Nella periferia, questa, questa proprietà collettiva esiste essenzialmente a livello delle comuni popolari e delle brigate...
Le "fabbriche di strada"... costituite su iniziativa degli abitanti di un quartiere o di una strada... rappresentano uno sforzo per spezzare le vecchie forme. Esse consentono, tra l'altro, alle donne di integrarsi nel lavoro della collettività sociale. La quasi totalità di queste imprese è stata creata su iniziativa di casalinghe...

...in ogni unità di produzione, i principi di base sono i seguenti: mettere la politica al posto di comando, cioè non anteporre l'interesse particolare dell'impresa a quello collettivo e a quello della rivoluzione cinese; appoggiarsi sulle iniziative delle masse; svilupparsi al massimo con la proprie forze, "prendere l'agricoltura come base e l'industria come fattore dominante", "prepararsi in previsione di una guerra e calamità naturali, fare tutto per il popolo...

...la pianificazione cinese ha dunque caratteristiche specifiche, il piano tende a basarsi al massimo sulle masse, non è esclusivamente un compito di "esperti". E' una faccenda politica. Esso combina gli orientamenti politici (linea generale e direttive concrete) emanati dal partito e le iniziative delle masse. Attraverso il piano si mobilitano al massimo tutti gli sforzi di innovazione e si cerca di non sciupare ciò che è stato prodotto dai lavoratori...

...Per esempio, la Fabbrica generale di maglieria di Pechino ha una capacità produttiva di 20 milioni di capi. Gli indici iniziali... sono sottoposti alla discussione dei lavoratori. Queste discussioni permettono di tenere conto delle installazioni della fabbrica, dell'innovazioni e dell'iniziativa creatrice delle masse popolari...

... Un tempo dominava in modo massiccio l'industria pesante. Attualmente, conformemente alla direttiva fondamentale sullo sviluppo relativamente autonomo di ogni provincia, le produzioni industriali sono state diversificate... La provincia dispone ormai di una grande varietà di produzioni industriali (siderurgia, meccanica, carbone, petrolio, elettricità, chimica, elettronica, tessile, vestiario, calzature, mobili, ecc.)...

...Per determinare concretamente alcuni bisogni dei consumatori o degli utilizzatori, i lavoratori procedono alle inchieste. Per esempio, i lavoratori di una fabbrica di macchine agricole conducono un'inchiesta nelle comuni popolari per conoscere meglio i loro bisogni di macchine. Se molte fabbriche sono interessate nella stessa produzione, alcuni rappresentanti delle diverse fabbriche si riuniscono per vedere in che modo ripartire il più intelligentemente possibile tra loro la produzione di questo o quel tipo di manufatti...

...L'aspetto principale della cooperazione socialista tra le fabbriche implica che ogni impresa si preoccupa sia degli interessi della popolazione che la circonda o delle imprese o dei consumatori per cui lavora, sia dei suoi interessi particolari. Ecco due esempi di questa cooperazione.
Il primo esempio riguarda la lotta contro l'inquinamento, in cui sono stati realizzati risultati spettacolari in grande città come Tsintsin o Shanghai,
Grazie alla collaborazione tra le varie imprese e la popolazione, in queste città, le acque residuali hanno cessato di essere riversate nei fiumi, sono stati scavati canali sotterranei e sono state impiantate aziende di trasformazione di questa acque: aziende che permettono di recuperare migliaia di tonnellate di prodotti utili e di ricavarne concimi che fertilizzano decine di migliaia di ettari di terreno.
Importanti risultati sono stati ottenuti anche per ciò che concerne i rifiuti, i rifiuti solidi e i gas residuali utilizzati come nuove materie prime. A Fuchun, nel Liaoning, l'utilizzazione del gas e delle acqua residuali e delle scorie provenienti dalla Raffineria di petrolio n. 3 permette di produrre 19 prodotti chimici e metalli rari. L'aria attorno alla raffineria è stata purificata grazie a modificazioni apportate al suo funzionamento, e ogni anno si ottengono materie prime del valore di molti milioni di yuan (soda, prodotti solfatati, neve carbonica e materie prime per la fabbricazione di tessuti artificiali, ecc.)...
...Questi risultati corrispondono essenzialmente agli interessi degli utenti e non a quelli dei produttori...

...E' questa la chiave di un progresso economico di tipo nuovo, in base al quale la produzione non è più dominata dalla ricerca dell'aumento del valore di scambio, degli introiti monetari o del profitto, ma dalla ricerca del valore d'uso, Ciò presuppone  delle trasformazioni radicali nei rapporti sociali, sia a livello della base economica sia a livello della sovrastruttura...
...queste trasformazioni non sono spontanee; esse non sono determinate meccanicamente dallo sviluppo delle forze produttive. Quindi - e questo punto è essenziale per comprendere la Rivoluzione culturale proletaria e il suo ruolo - si deve tener presente che le trasformazioni a livello della base economica che si osservano attualmente in Cina non possono essere che il prodotto di una lotta che è stata condotta e che continua ad essere condotta dai lavoratori per trasformare la divisione sociale del lavoro, per far cessare i rapporti gerarchici all'interno delle unità di produzione, per prenderne in mano la gestione e per dominare la tecnica. Questa è una lotta politica e ideologica, non una semplice rivolta. Ha un carattere rivoluzionario..."

venerdì 17 luglio 2026

Padroni assassini, sfruttatori schiavisti, inquinatori scoperti e messi a nudo. Ma quanti ce ne sono nelle campagne della provincia di Taranto che sono come loro?

E' impossibile che le istituzioni locali, partiti locali e i sindacati locali non erano a conoscenza di tutto questo

Dal bracciante morto al sistema degli orrori

«Ci vediamo a casa, il primo che arriva prepara la cena». È l’ultima frase pronunciata da Rajwinder Sidhu Singh ai connazionali con cui divideva lavoro e alloggio. Era la sera del 26 maggio 2024. Il bracciante indiano di 38 anni aveva appena concluso una giornata nelle campagne di Laterza. Da quel momento di lui non si seppe più nulla. Per ore scomparve nel nulla, fino a quando il suo corpo senza vita arrivò al pronto soccorso dell’ospedale San Pio di Castellaneta, trasportato con mezzi privati dall’imprenditore agricolo Giovanni Giannico. Ai sanitari fu riferito che il lavoratore si era improvvisamente sentito male. Quel racconto, però, non convinse il personale dell’ospedale, che segnalò immediatamente il caso ai carabinieri.

È da quella telefonata che nasce un’inchiesta destinata a trasformarsi in una delle più vaste degli ultimi anni nel settore agricolo del Tarantino. Dopo oltre dodici mesi di rilievi tecnici, consulenze scientifiche, intercettazioni ambientali, acquisizione di documenti, escussioni testimoniali e sopralluoghi, il Nucleo investigativo del Comando provinciale dei carabinieri di Taranto, con il supporto del Nucleo ispettorato del lavoro, dei Carabinieri forestali e dell’Ispra, ha eseguito l’operazione “I giorni del cielo”.

Due le persone arrestate, l’imprenditore Giovanni Giannico e il figlio Carlo Giannico, difesi dagli avvocati Leonardo Pugliese e Carlo Raffo. L’ordinanza, firmata dal gip Mariano Robertiello su richiesta dei pm Francesco Ciardo e Filly Di Tursi, coordinati dalla procuratrice Eugenia Pontassuglia, è stata notificata dai carabinieri del Reparto operativo guidati dal tenente colonnello Francesco Marziello e del Nucleo Investigativo, agli ordini del maggiore Gennaro De Gabriele. Disposto anche il sequestro preventivo di un complesso zootecnico composto da tre aziende, ritenuto tra le maggiori realtà italiane del settore, e di somme di denaro superiori al milione di euro. Nell’inchiesta risultano coinvolte complessivamente quattro persone.

Secondo gli investigatori, quella del bracciante indiano non sarebbe stata una fatalità. Il decesso si inserirebbe in un sistema caratterizzato da irregolarità diffuse nell’organizzazione aziendale, nel quale la riduzione dei costi e la continuità dell’attività produttiva avrebbero avuto la priorità sulla sicurezza dei lavoratori e sul rispetto delle norme.

L’autopsia ha attribuito la morte a un gravissimo trauma toraco-addominale. Le immagini acquisite, le tracce repertate dalla Sezione investigazioni scientifiche e le testimonianze raccolte avrebbero consentito di ricostruire che Singh sarebbe stato sbalzato da una pala caricatrice dopo l’urto del mezzo contro una barriera in cemento “New Jersey”. Il macchinario, secondo gli accertamenti, era privo di sistemi di ritenuta come le cinture di sicurezza, presentava organi meccanici esposti e avrebbe esposto chi lo utilizzava a rischi di impigliamento, ustioni e scosse elettriche. Il lavoratore, inoltre, non avrebbe mai conseguito l’abilitazione necessaria per condurre quel mezzo.

Ma è scavando dopo quella morte che gli investigatori avrebbero portato alla luce un quadro molto più ampio. Le dichiarazioni dei lavoratori, confrontate con contratti, buste paga, comunicazioni obbligatorie e documentazione contabile, avrebbero fatto emergere turni di dodici o tredici ore al giorno, pause quasi inesistenti e retribuzioni inferiori a tre euro l’ora. Parte delle somme indicate nelle buste paga, sempre secondo l’accusa, sarebbe stata restituita ai datori di lavoro, consentendo un risparmio illecito quantificato in oltre 300 mila euro.

I lavoratori, quasi tutti originari del Punjab, vivevano all’interno dell’azienda in alloggi ricavati accanto alle stalle, con pareti segnate dalla muffa e condizioni igienico-sanitarie ritenute inadeguate. Dipendevano dal datore di lavoro anche per vitto, alloggio e trasporti e, secondo la ricostruzione investigativa, sarebbero stati controllati attraverso telecamere wi-fi installate senza autorizzazione. Le ferie sarebbero state inesistenti, così come i riposi, mentre l’alimentazione sarebbe stata limitata quasi esclusivamente a cipolle, patate, legumi e altri alimenti economici. Gli accertamenti contestano inoltre visite mediche obbligatorie omesse, valutazioni incomplete dei rischi e l’impiego dei lavoratori perfino durante un’epidemia di leptospirosi tra i bovini senza mascherine, protezioni per gli occhi e indumenti impermeabili.

L’inchiesta ha infine aperto un imponente capitolo ambientale. Secondo gli investigatori, le strutture autorizzate non erano sufficienti a contenere i reflui prodotti dall’allevamento e sarebbe stato realizzato un sistema parallelo di canali, vasche, tubazioni e argini per convogliare i liquami in un lago artificiale scavato all’interno del Parco regionale Terra delle Gravine.

Le analisi avrebbero rilevato sostanze inquinanti oltre i limiti e un’alterazione dell’ecosistema, mentre a valle sarebbe stata realizzata una discarica abusiva di circa 21 mila metri quadrati. Per gli investigatori, la morte di Rajwinder Sidhu Singh è stata la chiave che ha consentito di ricostruire un unico sistema nel quale sicurezza sul lavoro, sfruttamento della manodopera e gestione del territorio risultavano strettamente intrecciati.

Bracciante indiano morì a Laterza: due arresti. “Sfruttati nei campi per meno di tre euro l’ora”

Bracciante indiano morì a Laterza: due arresti. “Sfruttati nei campi per meno di tre euro l’ora”

L’incidente a maggio 2024 dopo la caduta da una pala caricatrice. Da lì è partita l’indagine della procura che portato anche al sequestro di tre aziende e oltre un milione di euro. Tra le accuse omicidio colposo, caporalato, inquinamento e disastro ambientale

 

È stato inoltre disposto il sequestro preventivo di complesso zootecnico composto da tre aziende insieme a somme per oltre un milione di euro. L'indagine è partita dalla morte di un lavoratore indiano, Rajwinder Sidhu Singh di 38 anni, avvenuta nella notte tra il 25 e il 26 maggio 2024 dopo la caduta da una pala caricatrice.

L'inchiesta, che vede in tutto quattro indagati, riguarda anche presunti episodi di caporalato e immigrazione clandestina. L'ordinanza di custodia cautelare è stata firmata dal gip Mariano Robertiello su richiesta dei pubblici ministeri Francesco Ciardo e Filomena Di Tursi. Secondo la ricostruzione investigativa, il bracciante sarebbe deceduto in seguito a un gravissimo trauma toraco-addominale riportato dopo essere stato sbalzato da una pala caricatrice che avrebbe urtato una barriera in cemento tipo "new jersey". Gli accertamenti medico-legali, i rilievi della Sezione investigazioni scientifiche, le immagini acquisite e le testimonianze raccolte avrebbero consentito di ricostruire la dinamica dell'incidente.

La vittima, irregolare sul territorio nazionale e priva dell'abilitazione alla conduzione della pala meccanica, avrebbe trasportato rifiuti plastici destinati, secondo l'ipotesi accusatoria, alla successiva combustione. Il corpo di Rajwinder Sidhu Singh, che avrebbe assunto una quantità smodata di alcolici e si sarebbe trovato seduto sul sedile del mezzo, risultato privo di sistemi di ritenuta quali cinture di sicurezza o altri dispositivi, sarebbe stato sbalzato a terra dopo l'urto. Il mezzo, obsoleto e con organi meccanici esposti, avrebbe inoltre esposto l'operatore a rischi di impigliamento, ustione ed eventuali scosse elettriche.

L'indagine è scattata dopo l'arrivo del corpo senza vita all'ospedale di Castellaneta, dove l'imprenditore avrebbe inizialmente riferito ai sanitari che il 38enne si era sentito male. Le successive verifiche investigative hanno invece delineato uno scenario ritenuto dagli inquirenti ben più ampio, sfociato nell'inchiesta culminata con le misure cautelari.

Tra le accuse, come anticipato, c’è quella di caporalato. I lavoratori – molti dei quali originari della regione indiana del Punjab - sarebbero stati costretti a lavorare per tredici ore al giorno, con pause minime o inesistenti, per tre euro l’ora. Talvolta anche meno. Le mansioni dei lavoratori, alcuni dei quali clandestini o comunque irregolari, comprendevano la mungitura, la pulizia delle stalle, l’alimentazione del bestiame, la movimentazione dei reflui e la conduzione di mezzi meccanici, spesso senza una precisa delimitazione dei compiti. Le somme formalmente indicate nelle buste paga non avrebbero corrisposto a quelle effettivamente trattenute dai dipendenti, poiché una parte sarebbe stata restituita al datore di lavoro, che, in alcuni casi, avrebbe provveduto al pagamento in contanti.

Secondo gli investigatori, omettendo di adempiere alle dovute prescrizioni gli imprenditori hanno risparmiato circa 300mila euro. Ma allo sfruttamento si affiancava anche una condizione abitativa deleteria. I lavoratori – controllati h24 con delle telecamere – vivevano all’interno dell’azienda, vicino alle stalle, tra muffa e capi di bestiame, e dipendevano dal datore anche per l’alloggio e per gli spostamenti. Privati della possibilità di avere ferie e riposo, sarebbero stati costretti a nutrirsi quasi esclusivamente di cipolle, patate e legumi, sia per ragioni economiche sia per la mancanza di tempo libero dovuta ai ritmi di lavoro. Alcuni di loro hanno riferito di aver lasciato il proprio paese dopo aver venduto tutto ciò che possedevano, alla ricerca di un futuro migliore per sé e per le proprie famiglie d’origine, affrontando viaggi lunghissimi e devastanti per raggiungere l’Italia e trovandosi ancora oggi a dover restituire, in India, le somme ricevute da chi li aveva aiutati economicamente.

Le irregolarità non avrebbero riguardato soltanto orari e retribuzioni. Sul piano della salute e della sicurezza, gli accertamenti avrebbero documentato visite mediche obbligatorie mai effettuate o eseguite soltanto dopo l’avvio dell’indagine, una sorveglianza sanitaria incompleta e la mancata valutazione di rischi specifici connessi al contatto con animali e reflui zootecnici. Ma c’è di più. Anche dopo il propagarsi di un’epidemia tra la maggior parte dei bovini - colpiti da “leptospirosis” - sarebbero stati impegnati nella sala di mungitura senza mascherine, protezioni per gli occhi e indumenti impermeabili, con un evidente rischio di zoonosi e, quindi, di contagio delle vittime. Un ulteriore filone investigativo ha riguardato la gestione dei reflui zootecnici e dei rifiuti.

Braccianti sotto controllo e paghe da fame, poi la morte di un operaio: l'indagine che ha svelato l'orrore nelle campagne di Laterza

Due persone in carcere e quattro indagati nell'operazione "I giorni del cielo". L'inchiesta della Procura e dei Carabinieri di Taranto, partita dalla morte del 38enne indiano Rajwinder Sidhu Singh, avrebbe fatto emergere un sistema di sfruttamento del lavoro e un grave scenario di compromissione ambientale

LATERZA - Avevano lasciato l'India vendendo ciò che possedevano e indebitandosi per affrontare il viaggio verso l'Italia. Cercavano un lavoro e la possibilità di costruire un futuro migliore per le proprie famiglie. Alcuni di loro, arrivati nelle campagne di Laterza, si sarebbero invece ritrovati a lavorare per dodici o tredici ore al giorno, con pochissimi riposi, retribuzioni effettive inferiori a tre euro l'ora e una condizione di dipendenza quasi totale dal datore di lavoro.

È uno degli aspetti più drammatici emersi dall'inchiesta "I giorni del cielo", condotta dai Carabinieri del Comando provinciale di Taranto e coordinata dalla Procura della Repubblica. Un'indagine complessa che ha portato due persone in carcere e coinvolge complessivamente quattro indagati. Al centro degli accertamenti un grande complesso zootecnico composto da tre aziende nel territorio di Laterza, sottoposto a sequestro preventivo e il cui valore viene stimato in diversi milioni di euro.

Le contestazioni formulate a vario titolo spaziano dall'omicidio colposo aggravato dalla violazione delle norme sulla sicurezza sul lavoro, all'intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, fino alle ipotesi di inquinamento e disastro ambientale aggravati, gestione illecita di rifiuti, discarica abusiva e impiego di lavoratori stranieri irregolari.

A dare origine all'inchiesta è stata la morte di Rajwinder Sidhu Singh, operaio indiano di 38 anni, avvenuta il 26 maggio 2024. Quella sera il suo corpo senza vita venne trasportato con mezzi privati al pronto soccorso dell'ospedale "San Pio" di Castellaneta.

La segnalazione del personale sanitario fece scattare gli accertamenti dei Carabinieri e l'apertura di un fascicolo da parte della Procura. L'autopsia e le successive attività investigative avrebbero quindi permesso di ricostruire una dinamica diversa rispetto a quella inizialmente prospettata.

Secondo quanto emerso dalle indagini, il 38enne avrebbe perso la vita dopo essere caduto da una pala caricatrice che aveva urtato una barriera in cemento. Il mezzo, stando agli accertamenti, sarebbe stato privo di cinture di sicurezza o di altri sistemi di ritenuta.

Determinanti per gli investigatori sarebbero state anche le testimonianze di alcuni connazionali della vittima. Dichiarazioni raccolte nel corso di lunghi interrogatori e che avrebbero permesso di aprire uno squarcio sulle condizioni in cui vivevano e lavoravano diversi braccianti.

Molti erano originari del Punjab. Agli inquirenti avrebbero raccontato di essere arrivati in Italia dopo viaggi estenuanti e di avere ancora debiti da restituire in patria alle persone che avevano finanziato la loro partenza.

Una condizione di vulnerabilità che, secondo l'ipotesi accusatoria, li avrebbe resi particolarmente esposti allo sfruttamento. Vivevano in locali ricavati a ridosso delle stalle, dove gli investigatori avrebbero riscontrato condizioni igieniche precarie e vistose tracce di muffa. Le giornate sarebbero state scandite da turni di lavoro molto lunghi, senza un regolare godimento di ferie e riposi.

Anche l'alimentazione sarebbe stata ridotta all'essenziale: prevalentemente cipolle, patate, legumi e altri prodotti economici e facilmente conservabili. Una scelta che sarebbe stata determinata sia dalle ristrettezze economiche sia dalla scarsità di tempo a disposizione.

A rendere ancora più stringente il controllo sui lavoratori, secondo la ricostruzione investigativa, sarebbe stato un sistema di telecamere wifi installato senza le necessarie autorizzazioni. Gli operai sarebbero stati così sorvegliati a distanza durante le attività quotidiane, in un contesto che, per gli inquirenti, avrebbe ulteriormente limitato la loro libertà anche nella possibilità di chiedere delle pause.

Uno dei due destinatari della misura cautelare in carcere è l'imprenditore agricolo Giovanni Giannico. Il provvedimento è stato emesso dal gip Mariano Robertiello su richiesta dei pubblici ministeri Francesco Ciardo e Filomena Di Tursi, nell'ambito dell'inchiesta coordinata dalla procuratrice Eugenia Pontassuglia. Le indagini sono state condotte dai Carabinieri del Reparto Operativo e del Nucleo Investigativo del Comando provinciale di Taranto. Giannico è difeso dagli avvocati Leonardo Pugliese e Carlo Raffo.

L'inchiesta ha però aperto anche un secondo, imponente fronte investigativo: quello ambientale.

Secondo gli accertamenti, la quantità di reflui prodotta dall'attività zootecnica sarebbe stata superiore alla capacità delle strutture regolarmente autorizzate. Sarebbe stato così realizzato un sistema alternativo composto da canali, vasche, tubazioni, argini e sbarramenti attraverso il quale i liquami venivano fatti defluire verso valle.

Le immagini raccolte anche attraverso l'utilizzo di droni avrebbero documentato un percorso che, partendo dall'azienda e attraversando grandi cumuli di letame, conduceva fino a un bacino artificiale. Un vero e proprio lago abusivo, alimentato da liquami e sostanze provenienti dalle attività delle stalle.

Le analisi avrebbero evidenziato nel bacino il superamento dei limiti di tossicità e la presenza, tra le altre sostanze, di fosforo, cloruri, alluminio, ferro, manganese, rame e selenio. Lo specchio d'acqua sarebbe stato frequentato anche da specie protette di avifauna e dagli stessi bovini dell'allevamento.

La zona interessata dagli interventi ricade nel Parco Regionale Terra delle Gravine, in un territorio sottoposto a vincoli paesaggistici, ambientali e idrogeologici e caratterizzato anche dalla presenza di testimonianze archeologiche.

A valle del bacino, attraverso ulteriori sbarramenti e sfruttando la pendenza naturale del terreno, i reflui sarebbero stati utilizzati per separare la parte liquida da quella solida. Quest'ultima, una volta essiccata, sarebbe stata destinata al riutilizzo come concime. Secondo gli investigatori, su un'area di circa 21mila metri quadrati sarebbe stata realizzata di fatto una discarica abusiva.

La stima per la sola rimozione dei rifiuti zootecnici accumulati raggiungerebbe circa 1,6 milioni di euro. Nel corso dell'operazione sono state inoltre sequestrate altre due aree nelle quali sarebbero stati rinvenuti rifiuti elettrici ed elettronici e sostanze chimiche, compresi alcuni fusti di formaldeide.

Un quadro investigativo che dalla morte di un lavoratore si è progressivamente allargato fino ad abbracciare le condizioni della manodopera straniera, la sicurezza sul lavoro e la tutela di un'area di particolare valore ambientale.

LATERZA - Avevano lasciato l'India vendendo ciò che possedevano e indebitandosi per affrontare il viaggio verso l'Italia. Cercavano un lavoro e la possibilità di costruire un futuro migliore per le proprie famiglie. Alcuni di loro, arrivati nelle campagne di Laterza, si sarebbero invece ritrovati a lavorare per dodici o tredici ore al giorno, con pochissimi riposi, retribuzioni effettive inferiori a tre euro l'ora e una condizione di dipendenza quasi totale dal datore di lavoro.
 
Molti erano originari del Punjab. Agli inquirenti avrebbero raccontato di essere arrivati in Italia dopo viaggi estenuanti e di avere ancora debiti da restituire in patria alle persone che avevano finanziato la loro partenza.

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Dalla morte di un bracciante all'inchiesta choc: lavoratori sfruttati e disastro ambientale a Laterza

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giovedì 16 luglio 2026

Jindal... per saperne di più


La storia

Jindal contro Jindal, la Dynasty indiana all'ombra delle ciminiere di Taranto

Sajjan e Naveem, "fratelli contro" nell'industria dell'acciaio

Sajjan e Naveem Jindal

Sajjan e Naveem Jindal

Come un film di Bollywood, la Mecca del cinema indiano. Fratello contro fratello, in un settore spietato come quello dell'industria siderurgica. Un mondo duro; acciaio, sudore, polvere, fatica, soldi.

All'ombra delle esauste ciminiere dell'ex Ilva, ora Acciaierie d'Italia, potrebbe consumarsi un duello tra Sajjan Jindal e Naveem Jindal, leader di due gruppi industriali indiani assolutamente distinti, ma legati da una comune origine familiare: rispettivamente JSW e Jindal Steel and Power. Se infatti il fondo americano Flacks non sembra convincere, il governo ed i commissari di AdI hanno provato a guardare a JSW come cavaliere bianco per il (difficile) salvataggio della fabbrica tarantina in crisi profonda.

L'azienda di Sajjan Jindal è già sbarcata in Italia, a Piombino, e si è pensato potesse essere la carta da calare sul tavolo per provare ad evitare il crac definitivo dell'ex Ilva. Si tratta del resto del gruppo che venne sconfitto da ArcelorMittal nella prima gara post-Riva. Nei mesi scorsi ad essere interessato a Taranto è stato però un altro ramo della famiglia Jindal, quello che fa capo a Naveem Jindal ed alla sua JSPL, tramite Vulcan Green Steel. Ed è questa a rimanere l'ipotesi privilegiata.

E qui allora c'è un'altra storia da raccontare, nel ginepraio Ilva, appunto quella della rivalità tra i Jindal Brothers. Anche se condividono lo stesso - prestigioso - cognome e radici storiche comuni nel cuore industriale dell'India, JSW e Jindal Steel & Power sono oggi due realtà societarie completamente distinte. Guidate come detto rispettivamente dai fratelli Sajjan Jindal e Naveen Jindal, le due multinazionali operano in modo indipendente sul mercato, con strategie competitive differenziate e persino in aperta concorrenza in specifici ambiti d'affari.

Per comprendere l'architettura di questo duopolio familiare è necessario fare un passo indietro, fino al 2005. In seguito alla scomparsa in un incidente in elicottero del patriarca e fondatore Om Prakash Jindal, l'immenso patrimonio industriale venne equamente suddiviso tra i suoi quattro figli maschi. Quella che era un'unica holding è stata così frammentata in quattro rami autonomi. Da questo storico riassetto sono scaturite le parabole industriali di Sajjan e Naveen, i quali hanno ereditato le attività legate all'acciaio trasformandole in colossi di rilevanza internazionale. Sajjan Jindal, il secondo dei quattro fratelli, ha assunto la guida del braccio occidentale del gruppo originario, storicamente noto come Jindal South West (da cui l'acronimo JSW). Con sede centrale a Mumbai, JSW Steel si è consolidata come il più grande produttore privato di acciaio in India per capacità complessiva.

Il posizionamento strategico di JSW è fortemente orientato all'acciaio cosiddetto "piatto", ovvero lamiere laminate a caldo e a freddo, fogli galvanizzati e rivestiti. Si tratta del materiale fondamentale per l'industria automobilistica e per la produzione di elettrodomestici di largo consumo. Diverso l'approccio di JSPL, che si pone all'estremità opposta della catena del valore e della geografia indiana. Con quartier generale a Nuova Delhi, l'azienda di Naveem Jindal ha capitalizzato storicamente la vicinanza agli asset orientali e alle grandi riserve minerarie di carbone e ferro del Paese.

Il core business di JSPL si focalizza principalmente sull'acciaio "lungo", che include barre d'armatura TMT per cemento armato e profilati pesanti a flangia larga, impiegati per la costruzione di ponti, viadotti e grattacieli. Jindal Steel and Power è stata la prima azienda privata in India a produrre binari ferroviari su larga scala, diventando il partner strategico della rete ferroviaria statale e un fornitore chiave per le linee ad alta velocità in India.

JSPL Jindal Steel and Power 

Ad ogni buon conto, da quanto trapela comunque una "via indiana" per Taranto avrà un prezzo occupazionale alto, con migliaia di possibili esuberi. L'auspicio è che - aspettando anche una mossa di Michael Flacks dall'America - dalle prossime interlocuzioni tra governo e sindacati emerga quantomeno un quadro definito dell'auspicato piano di salvataggio di Acciaierie d'Italia. Il presidente di Federmeccanica Bettini a La Stampa a margine dell’assemblea dell’Amma a Torino non ha nascosto lo scetticismo sull'ipotesi Jindal e chiesto di «tutelare l’acciaio "made in Italy". Imprenditori italiani della siderurgia sono pronti ad investire, ma Palazzo Chigi non dà condizioni di ingaggio chiare. Non si ripeta l’errore di ArcelorMittal» è il monito.