martedì 28 luglio 2026

Ex Ilva - Info sull'incontro romano - le posizioni dei sindacati

Diamo un ampio quadro delle informazioni stampa sull'incontro a Roma. Fim-Fiom-Uilm hanno indetto 8 ore di sciopero e assemblee, ma non c'è data.

Da Telenorba

È terminato dopo circa tre ore l’incontro a Palazzo Chigi tra il governo e le organizzazioni sindacali relativo all’ex Ilva di Taranto. Presenti, inoltre, i rappresentanti di Invitalia, i commissari straordinari di Acciaierie d’Italia e i commissari straordinari del Gruppo Ilva. Annunciato dalle sigle sindacali Fim, Fiom e Uilm uno sciopero di otto ore in tutti gli stabilimenti e nelle assemblee di lavoratori e lavoratrici.

I sindacati hanno sottolineato che nel corso del tavolo il governo ha aperto a un confronto che durerà nel mese di agosto. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano ha proposto la costituzione immediata di un tavolo tecnico, già a partire da martedì prossimo, con la partecipazione delle organizzazioni sindacali, della Regione Puglia, del Comune di Taranto e dei Ministeri interessati, al fine di elaborare proposte concrete da sottoporre al più presto al confronto a Palazzo Chigi.

“Il fallimento della gestione dell’ex Ilva non può essere scaricato su lavoratrici e lavoratori, per questo andremo a otto ore di sciopero, perché vogliamo un piano straordinario di sicurezza nazionale sulla situazione industriale, occupazionale e salariale dei lavoratori”. Lo ha detto il segretario nazionale della Fiom Cgil Michele De Palma dopo il tavolo ex Ilva a Palazzo Chigi. “Non siamo in una situazione normale, non è un tavolo in cui normalmente discuti, qui c ‘è una sentenza che entro 90 giorni dice che chiude tutto, perché chiudere le aree a caldo vuol dire chiudere l’ex Ilva. Quindi il punto è che questo tempo deve servire a garantire le lavoratrici e i lavoratori e a garantire delle soluzioni industriali”.

Il segretario generale della Uilm, Davide Sperti, ha dichiarato: “questi novanta giorni devono essere utilizzati fino in fondo per costruire una sommatoria di soluzioni concrete, ovvero definire un vero progetto industriale con un ruolo centrale e diretto dello Stato con l’introduzione di strumenti straordinari di tutela e di risarcimento per i lavoratori che, in questi anni, hanno pagato il prezzo più alto. il Governo dovrà assumersi la responsabilità di guidare questo processo, garantendo trasparenza, risorse e una presenza pubblica forte”.

Il segretario generale della Fim Cisl Ferdinando Uliano ha detto: ” La chiusura noi la respingiamo totalmente, si metta in cantiere un progetto di sviluppo per quanto riguarda l’ex Ilva e soprattutto si orienti verso la salvaguardia occupazionale, la salute e la sicurezza. chiudere le aree a caldo significa chiudere anche le aree a freddo. Le aree a freddo di Genova e Novi Ligure sono condizionate dall’area degli altoforni di Taranto e quindi impedire la chiusura delle aree a caldo per noi diventa una necessità di trovare soluzioni”.
 

Da Conquiste del Lavoro

Fim, Fiom e Uilm hanno annunciato otto ore di sciopero con assemblee in tutti gli stabilimenti dell’ex Ilva al termine del confronto con il Governo a Palazzo Chigi, giudicando inaccettabile che la crisi del gruppo venga scaricata sui lavoratori dopo la decisione della Corte d’Appello di Milano. 

Il Governo ha condiviso con noi il fatto di costruire una proposta straordinaria che affronti i temi a partire dal decreto della Corte d’Appello e della salvaguardia industriale del sito. La chiusura noi la respingiamo totalmente - dice la Uilm -. L’abbiamo più volte ripetuto al Governo. Chiudere lo stabilimento significa decretare uno scontro sociale infinito. 

Da Sole 24 ore

"Abbiamo detto al governo che andremo a 8 ore di sciopero e assemblee con le lavoratrici e i lavoratori perché vogliamo un piano straordinario di sicurezza nazionale sulla situazione industriale, occupazionale e salariale. Il governo ci ha risposto aprendo un confronto che durerà il mese di agosto". Così il segretario della Fiom, Michele De Palma. "Il governo e i commissari - ha spiegato De Palma - terranno sospese azioni unilaterali fino alla conclusione del confronto che ci sarà con le organizzazioni sindacali. C'è un mese di tempo per avere quegli elementi di garanzia". 

"con il governo abbiamo convenuto di organizzare questi incontri con le istituzioni per le risposte occupazionali, salariali e di strumenti straordinari, perché ciò che serve è un piano straordinario", è invece il commento del segretario generale della Uilm Davide Sperti, che aggiunge "dopo 20 decreti che non hanno salvato, proviamo a occuparci di lavoratori e pacifichiamo le comunità". 

Da Soldionline

I sindacati metalmeccanici Fim, Fiom e Uilm hanno annunciato la proclamazione di otto ore di sciopero in tutti gli stabilimenti del perimetro ex Ilva, accompagnate da assemblee con le lavoratrici e i lavoratori.  Lo sciopero riguarderà l'intero gruppo degli impianti riconducibili al polo ex Ilva.
In parallelo, i sindacati hanno annunciato la convocazione di assemblee nei luoghi di lavoro per informare e coinvolgere lavoratrici e lavoratori sulle prossime mosse e sul quadro del confronto con l'esecutivo.
Nel corso dell'incontro a Palazzo Chigi, spiegano Fim, Fiom e Uilm, il governo ha aperto a un confronto che si svilupperà nel mese di agosto. Il tavolo di confronto è lo strumento con cui governo e sindacati discutono dei piani industriali, delle condizioni di lavoro, degli investimenti e delle prospettive occupazionali. 

Da Corriere di Taranto

L’incontro è stato presieduto dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano. Altavolo hanno partecipato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso e la ministra del Lavoro e delle Politiche Sociali Marina Calderone. Presenti anche i rappresentanti di Fiom-Cgil, Fim-Cisl, Uilm-Uil, Ugl Metalmeccanici, Usb e Federmanager, oltre ai rappresentanti di Invitalia, ai commissari straordinari di Acciaierie d’Italia e a quelli del Gruppo Ilva.

Nel suo intervento introduttivo, Mantovano ha fatto riferimento alla decisione della magistratura, sottolineando che "si tratta di un decreto di sospensione delle attività e non di fissazione di condizioni per proseguire, il Governo non intende commentare il provvedimento, limitandosi a rilevare «una singolare sincronia tra il calendario del Governo, dei confronti con i lavoratori e il calendario giudiziario».
Mantovano ha quindi ribadito la volontà dell’Esecutivo di garantire la continuità aziendale, ricordando l’approvazione, nel Consiglio dei ministri di ieri, della norma che stanzia ulteriori 100 milioni di euro per assicurare la continuità operativa dello stabilimento.
Guardando alle prospettive future, il sottosegretario ha evidenziato la necessità di riperimetrare la gara relativa all’area a freddo. Una scelta che richiederà una valutazione dell’impatto occupazionale immediato e delle possibili alternative lavorative da offrire ai dipendenti che, in seguito all’eventuale chiusura dell’area a caldo, rischiano di perdere il posto. Parallelamente, sarà necessario individuare nuovi investimenti realizzabili nel breve periodo nell’area di Taranto e nel territorio circostante.
Quanto all’ipotesi di una maggiore partecipazione pubblica nella gestione dell’azienda, Mantovano ha osservato che anche una gestione prevalentemente pubblica non avrebbe evitato gli effetti derivanti dalle decisioni della magistratura, poiché, alla luce delle motivazioni del decreto, l’esito sarebbe stato comunque lo stesso.
Nell’intervento di sintesi al tavolo sull’ex Ilva, Mantovano ha delineato un’ipotesi di lavoro fondata sulla costituzione immediata di un tavolo tecnico, già a partire da martedì prossimo, con la partecipazione delle organizzazioni sindacali, della Regione Puglia, del Comune di Taranto e dei ministeri interessati, al fine di elaborare proposte concrete da sottoporre al piu’ presto al confronto a Palazzo Chigi. 
In questo quadro, occorre, inoltre, verificare la possibilita’ di coinvolgere ulteriori investitori, a partire da quelli italiani, e analizzare congiuntamente tutte le ulteriori ipotesi di investimento riguardanti Taranto, nonche’ le risorse disponibili a sostegno di tali interventi. Cio’ anche nella prospettiva di garantire un futuro occupazionale a coloro che, in conseguenza della situazione determinatasi, dovessero perdere il lavoro. 
E proprio per rendere possibile questo lavoro in tempi rapidi, ma con il necessario approfondimento e senza soluzioni superficiali, il Governo ha proposto ‘l’immediata costituzione di un tavolo tecnico, con la partecipazione dei ministeri competenti, delle organizzazioni sindacali, della Regione Puglia e del Comune di Taranto. Il tavolo potra’ insediarsi gia’ martedi’ mattina della prossima settimana nella sede del ministero delle Imprese e del Made in Italy, con un calendario di lavoro definito e tempi contenuti, cosi’ da consentire la presentazione delle proposte al tavolo di Palazzo Chigi entro circa un mese e poco piu”. Infine, il sottosegretario ha ribadito che ‘non vi e’ alcuna decisione gia’ assunta ne’ alcun esito prestabilito: saranno prese in esame tutte le ipotesi di lavoro, senza pregiudizi e senza scelte predefinite’.

Rivolgendosi infine ai rappresentanti sindacali, il sottosegretario ha concluso: «Poiché ci conosciamo da tempo, non credo di dover fare inviti al senso di responsabilità perché, come è ben noto, abbiamo fatto un percorso insieme, riconoscendoci reciprocamente in questo senso di responsabilità».

Nel corso dell’incontro, il commissario straordinario di Acciaierie d’Italia, Giancarlo Quaranta, ha spiegato che è in corso una valutazione sulla chiusura dell’area a caldo. Una misura che comporterebbe anche la fermata delle attività negli altri stabilimenti del gruppo siderurgico riforniti dall’impianto di Taranto. Nei prossimi giorni sarà definito un calendario per la progressiva fermata degli impianti.
Quaranta ha inoltre ribadito la posizione della società rispetto ai rilievi contenuti nel provvedimento giudiziario, sostenendo che l’amianto presente nel sito tarantino è confinato e sotto controllo e che le emissioni di PM10 e PM2,5 rientrano nei limiti previsti dall’Autorizzazione integrata ambientale (Aia).

Fim Cisl: "è positivo il fatto che il governo abbia condiviso di costruire con noi una proposta straordinaria che affronti i temi che vengono posti, a partire dal decreto della Corte, ma che affronti anche il tema della salvaguardia industriale del sito. Noi confidiamo che nei prossimi incontri ci sia un lavoro puntuale su trovare alternative rispetto alla chiusura che ci avevano prospettato"; “il destino degli altri siti è collegato al destino dell’Ilva di Taranto perché chiudere le aree a caldo significa chiudere anche le aree a freddo pur se già ferme o spesso in disuso".

Taranto Buonasera

Secondo quanto riferito da USB, non sarebbero stati indicati i prodotti da realizzare, i volumi previsti, gli investimenti necessari e il numero dei lavoratori che potrebbero essere impiegati. «Questa non è una soluzione industriale. È la gestione amministrativa della progressiva dismissione del gruppo»
L’organizzazione respinge inoltre ogni tentativo di attribuire alla magistratura la responsabilità della crisi. 
La limitazione della gara alla sola area a freddo, senza una precisa definizione del futuro produttivo, rischierebbe per USB di aprire la strada allo spezzettamento del gruppo e alla perdita della capacità italiana di produrre acciaio primario.
Di fronte a questo scenario, il sindacato rilancia la richiesta della nazionalizzazione di Acciaierie d’Italia, ritenuta la soluzione necessaria per affidare allo Stato il controllo delle decisioni industriali e ambientali.
USB chiarisce che la proprietà pubblica non avrebbe impedito gli effetti del provvedimento della Corte d’Appello. La nazionalizzazione, però, consentirebbe di programmare gli interventi sugli impianti, garantire gli investimenti, tutelare l’occupazione e preservare la produzione nazionale di acciaio.

Acciaierie d’Italia, insiste l’organizzazione sindacale, “dispone già di lavoratori, tecnici e professionalità in grado di garantire la gestione e la ripartenza degli impianti. Manca una decisione politica all’altezza della situazione.
Accanto alla nazionalizzazione, è necessario aprire immediatamente un confronto su strumenti straordinari di tutela per tutti i lavoratori, senza distinzioni tra diretti, appalti e Ilva in amministrazione straordinaria. Servono garanzie occupazionali, continuità salariale e strumenti nuovi, capaci di accompagnare una vera transizione industriale e ambientale senza scaricarne i costi sulle persone. Qualora il Governo abbia invece deciso di chiudere l’area a caldo e rinunciare alla produzione di acciaio a Taranto, in quel caso, Taranto e i lavoratori dovranno ricevere compensazioni straordinarie e garanzie reali, non nuovi ammortizzatori sociali destinati ad accompagnare la perdita dei posti di lavoro”. 

Gazzetta del Mezzogiorno

nel Consiglio dei ministri di oggi pomeriggio potrebbe esserci un intervento del Governo. All'ordine del giorno è infatti spuntato un provvedimento urgente in materia di Ex Ilva. Potrebbe trattarsi di un decreto legge che sterilizza l'ordinanza della Corte d'appello di Milano e confermerà lo stanziamento di un'ulteriore tranche del prestito necessaria ad assicurare la continuità operativa dell'azienda in attesa del perfezionamento della cessione con riferimento all’area a freddo.
Oggi pomeriggio la premier Giorgia Meloni ha convocato una riunione con i ministri Marina Calderone, Tommaso Foti, Giancarlo Giorgetti, Gilberto Pichetto Fratin, Adolfo Urso e i sottosegretari Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari.

Dalla 3 giorni no-Triv in Val d'Agri



Tornando sulla decisione della Corte d’appello di Milano - una nota

 Taranto, l'ex Ilva allo Stato? Per gli ambientalisti non è la soluzione

"La Corte d'appello di Milano ha stabilito che l’area a caldo dello stabilimento ex Ilva di Taranto deve essere chiusa entro 90 giorni perché le emissioni superano i limiti di legge e potrebbero essere la causa dell'aumento dei tumori. La produzione potrà ripartire soltanto dopo aver «rimosso integralmente l’amianto ancora presente negli impianti» e «adottato le misure necessarie per ricondurre le emissioni delle polveri sottili entro limiti di sicurezza, con riferimento allo scenario produttivo autorizzato di 6 milioni di tonnellate l’anno».
La società si è difesa sostenendo che l'amianto potrà essere rimosso "solo a fine vita tecnica degli impianti". «Non va sottaciuto - è scritto in ordinanza - che gli impianti Ilva e il sistema produttivo, sono rimasti immutati da decenni, e ciò concorre a confermare la permanenza del rischio nell’attualità, in ragione del progressivo ammaloramento dello stabilimento»

La decisione di Milano aiuta ad affrontare in emergenza i problemi della continuità dello stabilimento nelle attuali pericolose, mettendo a nudo le responsabilità di padroni e governo nella loro non volontà di trovare soluzioni a tutela di lavoro e salute dei lavoratori e cittadini. La sentenza dei giudici denuncia anche che l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) 2025 "non contiene alcuna prescrizione in tema di rimozione dell’amianto» ed è «priva di adeguate tutele sulle polveri PM10 e PM2,5"; ad ulteriore conferma che anche il governo Meloni, come i precedenti, non ha fatto nulla per quanto meno ridurre i rischi per la salute degli operai e della popolazione di Taranto, peggiorando enormemente la situazione (mitigata solo e soltanto dal forte calo produttivo).  

A noi sta a cuore la mobilitazione di lavoratori e cittadini, unica  alternativa ai piani e logiche di padroni, governo e Stato del capitale - fermo restando che nocivo è il capitale e non la fabbrica. Serve una piattaforma operaia e popolare su cui chiamare alla lotta autonoma per imporre soluzioni temporanee e di prospettiva.

Urso, Giorgetti, la Meloni rispondono solo con l'allarmismo, non certo perchè si preoccupano dei lavoratori e degli abitanti di Taranto, ma perchè temono che salti o ritardi ancora di molto la svendita dell'ex Ilva. La Meloni, convocando "d'urgenza" una riunione dei ministri interessati, ha subito dichiarato: "il decreto interviene proprio nel momento in cui si era prossimi alla formalizzazione dell’accordo per la cessione dell’intero complesso industriale a un primario operatore siderurgico".

Ma questo testimonia ancora di più che sia il governo sia i possibili futuri padroni non vogliono mettere mano e soprattutto soldi nè ora nè in futuro per affrontare i rischi alla sicurezza e alla salute dentro e fuori la fabbrica; vogliono solo difendere gli interessi di aziende multinazionali, come la Jindal, e dei loro profitti - anche se comportano migliaia di tagli ai posti di lavoro, forte ridimensionamento produttivo e nessun impegno per bonifiche e ambiente.

Gli operai dell'ex Ilva di Taranto è da anni che denunciano la situazione all'interno dello stabilimento: non solo cassintegrazione massiccia, salari taglieggiati, commissari e capi che se ne fregano dei minimi diritti alla sicurezza - ABBIAMO AVUTO DUE GIOVANI OPERAI MORTI NEL GIRO DI DUE MESI E PER LA STESSA SITUAZIONE - ma, per chi lavora, opera come in una gabbia di mostri, non si sa mai da dove deve venire il pericolo, manca la minima manutenzione; o non sai cosa fare nelle 8 ore...

Ma i sindacati confederali e l'Usb alle decine di incontri a Roma, a Taranto, a Bari, non hanno mai posto delle richieste prioritarie a difesa degli operai e della situazione ambientale. La uilm, ora passata col nuovo segretario a fianco del governo, come già da tempo la Fim, sulla stampa in passato ha parlato anche di riduzione dell'orario di lavoro e a volte di integrazione alla indennità della cassintegrazione, poi ai Tavoli "se ne dimenticava"; la Fiom è una voce inutile; l'Usb chiede solo provvedimenti, incentivi per l'uscita dal lavoro, o riduce gli operai della più grande fabbrica siderurgica a LPU per i Comuni... 

Ora più che mai serve per gli operai: autonomia, lotta, piattaforma a tutela del lavoro, salario e della salute, ora e in prospettiva. Serve soprattutto dire basta, alzare la testa, ribellarsi, non aver paura (perchè l'unica paura che si deve avere è perdere il lavoro e anche la vita), scioperare fino a risultati concreti.

Noi siamo perchè si applichi, questa volta seriamente, la sentenza dei giudici di Milano, siamo perchè si facciano gli interventi prescritti e si vada rapidamente ad una decarbonizzazione e ristrutturazione (perchè anche questa decarbonizzazione è una chiacchiera, sono passati circa 2 anni per la vendita o altre soluzioni, quanti decenni vogliono far passare per forni elettrici, ed altro?) ma perchè gli effetti non ricadano sugli operai, è necessario lottare su una piattaforma imposta dagli operai, in unità con la popolazione di Taranto.

Alcune questioni:

- se per la chiusura dell'area a caldo gli operai addetti non potranno lavorare, ci vuole la riduzione generalizzata dell'orario di lavoro a parità di salario e l'integrazione all'indennità di una cassintegrazione strettamente necessaria;

- gli operai devono essere loro protagonisti della messa in sicurezza della fabbrica; hanno fatto, e stanno tuttora in atto, corsi di formazione totalmente inutili, soldi buttati, quando si possono e si devono fare corsi di formazione per bonifiche, ristrutturazione impianti, ecc. 

- serve una postazione ispettiva in fabbrica, per l'emergenza sicurezza.

Questo sarebbe il minimo. MA LO PORRANNO FIM-FIOM-UILM-USB al Tavolo che si tiene oggi a Roma? (domanda retorica...)

lunedì 27 luglio 2026

«Lo stabilimento Ilva è causa di tumori, va chiuso entro 90 giorni». Corte d’appello di Milano

comunicato

la decisione di Milano aiuta ad affrontare in emergenza i problemi della continuità attuale dello stabilimento, mettendo a nudo le responsabilità di padroni e governo nella loro non volontà di trovare soluzioni a tutela di lavoro e salute dei lavoratori e cittadini.

A noi stà a cuore la mobilitazione di lavoratori e cittadini, unica alternativa ai piani e logiche di padroni, governo e Stato del capitale - fermo restando che nocivo è il capitale e non la fabbrica. Serve una piattaforma operaia e popolare su cui chiamare alla lotta autonoma per imporre soluzioni temporanee e di prospettiva

Slai cobas per il sindacato di classe - Taranto

WA 3475301704 

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«Lo stabilimento Ilva è causa di tumori, va chiuso entro 90 giorni». La Corte d’appello di Milano: «Troppo amianto e polveri sottili»

Taranto, l'ex Ilva allo Stato? Per gli ambientalisti non è la soluzione

L'ex Ilva di Taranto

I giudici hanno accolto il reclamo presentato da un gruppo di genitori tarantini. I giudici: «L’area a caldo potrà essere riaperta quando saranno eliminate le criticità»La Corte d'appello di Milano ha stabilito che l’area a caldo dello stabilimento ex Ilva di Taranto deve essere chiusa entro 90 giorni perché le emissioni superano i limiti di legge e potrebbero essere la causa dell'aumento dei tumori. La produzione potrà ripartire soltanto dopo aver «rimosso integralmente l’amianto ancora presente negli impianti» e «adottato le misure necessarie per ricondurre le emissioni delle polveri sottili entro limiti di sicurezza, con riferimento allo scenario produttivo autorizzato di 6 milioni di tonnellate l’anno». E’ questo l’esito del procedimento di reclamo davanti alla Corte d’appello avviato da un gruppo di genitori tarantini contro Ilva spa in As e Acciaierie d’Italia per chiedere l'inibitoria rispetto all'esercizio dello stabilimento: «I rischi sanitari - scrivono i giudici - vanno ridotti entro i limiti di sicura accettabilità»Il Tribunale di Milano aveva respinto la domanda di inibitoria in relazione alla mancata rimozione totale dell'amianto, prescrizione sparita dall'Autorizzazione integrata ambientale del 2025 e invece presente in quella precedente. L'amianto, secondo il reclamo, «è l'unica causa nota che provoca il tumore maligno alla pleura (mesotelioma da asbesto), che si presenta in misura quattro volte superiore, rispetto all'atteso, nella popolazione di Taranto e Statte". La società si è difesa sostenendo che l'amianto potrà essere rimosso "solo a fine vita tecnica degli impianti". «Non va sottaciuto - è scritto in ordinanza - che gli impianti Ilva e il sistema produttivo, come descritto, tra l’altro, nella stessa consulenza di parte di Ilva, sono rimasti immutati da decenni, e ciò concorre a confermare la permanenza del rischio nell’attualità, in ragione del progressivo ammaloramento dello stabilimento».Per quanto riguarda le polveri sottili, invece, la Corte d'appello ha fatto emergere l'insostenibilità della situazione che vede il costante superamento dei limiti di emissione e la necessità di modificarlo passando all'idrogeno. «La previsione della decarbonizzazione - osserva l'ordinanza - presuppone l’insostenibilità dell’attuale sistema produttivo. L’Aia ha durata di dodici anni, e in mancanza di vincolo cogente tra i piani di decarbonizzazione e la prosecuzione dell’attività a ciclo integrale, l’attività potrà proseguire senza decarbonizzazione per altri dodici anni».Il reclamo dei cittadini tarantini, ha scritto la Corte, va respinto «con riferimento alla domanda relativa all’abbattimento di gas a effetto serra» ma va invece accolto relativamente all’inibitoria che riguarda l’amianto e le polveri sottili «aventi ciascuna carattere dirimente». La decisione è quindi molto chiara: «L’accoglimento delle domande dei cittadini, nei termini indicati, impone tout court la sospensione dell’attività nell’area a caldo dello stabilimento.

Contro la repressione - Iniziativa a Fragagnano - Lo Slai cobas interviene per portare la importante mobilitazione per i prigionieri palestinesi in Italia

 
 
L'INTERVENTO DELLO SLAI COBAS AL CARCERE DI MELFI 
DOVE E' RINCHIUSO IL PRIGIONIERO PALESTINESE ANAN 
 

Ex Ilva - Domani incontro OO.SS. a Roma

Il governo vuole fare un "copia e incolla" come fu con ArcelorMittal, ma anche peggio per la perdita di migliaia di posti di lavoro 

Alcune notizie da un articolo di Corriere di Taranto

Gianmario Leone
Il governo punta ad arrivare al tavolo con i sindacati del 28 luglio con una sorta di preaccordo per la cessione dell’ex Ilva al gruppo Jindal...

Il successivo passaggio... con ogni probabilità, slitterà a settembre-ottobre...

L’intesa politica e industriale dovrà poi essere tradotta in un assetto contrattuale definitivo attraverso il Sale and Purchase Agreement (Spa), che disciplinerà il trasferimento degli asset dell’ex Ilva e gli impegni reciproci delle parti...

La trattativa resta comunque complessa e con numerosi aspetti da definire. Per mesi si è parlato della proposta di acquisizione degli impianti dell’ex Ilva da parte di Jindal al prezzo simbolico di 1 euro, a fronte di un significativo intervento economico pubblico.

Lo scenario più concreto sembra invece quello di un accordo sulla falsariga di quello raggiunto nel 2018 con ArcelorMittal: il fitto degli impianti con un vincolo di acquisto definitivo in un periodo compreso tra i 18 e i 24 mesi.

Resta da chiarire l’entità complessiva dell’investimento di Jindal, così come il contributo economico dello Stato.

Secondo alcune fonti, l’intervento pubblico raggiungerebbe il miliardo di euro. Il Mimit dispone infatti di strumenti di finanziamento, come i contratti di sviluppo, attraverso i quali potrebbe sostenere l’investimento: si parla di una cifra compresa tra i 700 e gli 800 milioni di euro, ancora oggetto di negoziazione...

Uno dei nodi più delicati riguarda il rapporto tra sostenibilità industriale e tutela dell’occupazione. Secondo le ipotesi contenute nel piano presentato da Jindal a marzo, sarebbe prevista una riduzione della forza lavoro nell’ordine di circa 4 mila dipendenti destinati alla cassa integrazione...


Il piano prevede una produzione di 2 milioni di tonnellate con un solo altoforno, in attesa del forno elettrico da 2,5 milioni. All’incirca 4 milioni di bramme arriverebbero dall’impianto Jindal in Oman, garantendo l’attività degli impianti di laminazione di Taranto e degli stabilimenti del Nord (Genova, Novi Ligure e Racconigi). Anche se si starebbe cercando di puntare a due forni elettrici per attutire l’impatto occupazionale.

L’operazione comporterebbe una trasformazione radicale dello stabilimento di Taranto, con il superamento del ciclo integrale e lo smantellamento di gran parte dell’area a caldo.

Una prospettiva che determinerebbe una riduzione strutturale delle emissioni e dell’impatto ambientale dello stabilimento, oltre a rappresentare la fine del modello produttivo che ha caratterizzato la fabbrica per decenni.

Attualmente il sito vive una fase di forte ridimensionamento produttivo, che in molti dentro la fabbrica hanno definito ‘un deserto industriale, dove c’è una calma mai vista’. L’altoforno 1 è sotto sequestro giudiziario dopo il gravissimo incidente del 7 maggio 2025 e, una volta dissequestrato, necessiterà di interventi stimati tra i 6 e gli 8 mesi.
L’altoforno 4 è fermo nonostante la ripartenza fosse stata annunciata per giugno. Gli interventi si sono rivelati più complessi del previsto, a cominciare dal rifacimento del crogiolo. Per questo, la ditta incaricata di avviare le operazioni per la ripartenza dal 26 luglio si è vista recapitare un rinvio sine die delle attività.
Anche le batterie di forni a coke 7-8-12, ferme da gennaio, e la cui ripartenza era stata ipotizzata per aprile e poi giugno, non hanno una data certa di riavvio. Pur avendo effettuato i lavori previsti, l’azienda lo scorso 16 luglio ha comunicato al MASE che ripartiranno solo quando entrerà in funzione un secondo altoforno quando la situazione economico-finanziaria dell’azienda lo permetterà.

Secondo il piano Jindal, gran parte dell’area a caldo verrebbe smantellata, con costi che il gruppo ritiene debbano essere sostenuti dallo Stato.
Una riconversione produttiva che peraltro comporterà una nuova Autorizzazione Integrata Ambientale, considerando il passaggio dal ciclo integrale al forno elettrico. Nel frattempo si applicherà l’attuale AIA, già oggetto di integrazioni e revisioni...

domenica 26 luglio 2026

"Opposizione" parlamentare e polizia - Un commento da un operaio di Taranto

Dopo i fatti di gennaio a Torino, Alleanza Verdi Sinistra torna ad esprimere solidarietà verso i crimini polizieschi. È chiaro come la luce del sole che neanche questo può assolutamente essere il partito che possa fare gli interessi delle masse all'interno del parlamento, ad ulteriore dimostrazione di come nessun partito dell'arco parlamentare possa essere utile alla eliminazione del fascismo di Stato. 

Da un certo punto di vista i tempi che corrono sono ben peggiori di quelli di cento anni fa: allora esisteva un'opposizione, oggi no. 

Stendiamo un velo pietoso su quella mummia egiziana del Presidente della Repubblica, torna anch'egli ad esprimere per l'ennesima volta solidarietà alle forze dell'ordine mentre si dimentica (volutamente) di esprimerne verso il fratello Fakir Abderrahim, giustiziato da quelle stesse merde infami.