venerdì 17 luglio 2026

Padroni assassini, sfruttatori schiavisti, inquinatori scoperti e messi a nudo. Ma quanti ce ne sono nelle campagne della provincia di Taranto che sono come loro?

E' impossibile che le istituzioni locali, partiti locali e i sindacati locali non erano a conoscenza di tutto questo

Dal bracciante morto al sistema degli orrori

«Ci vediamo a casa, il primo che arriva prepara la cena». È l’ultima frase pronunciata da Rajwinder Sidhu Singh ai connazionali con cui divideva lavoro e alloggio. Era la sera del 26 maggio 2024. Il bracciante indiano di 38 anni aveva appena concluso una giornata nelle campagne di Laterza. Da quel momento di lui non si seppe più nulla. Per ore scomparve nel nulla, fino a quando il suo corpo senza vita arrivò al pronto soccorso dell’ospedale San Pio di Castellaneta, trasportato con mezzi privati dall’imprenditore agricolo Giovanni Giannico. Ai sanitari fu riferito che il lavoratore si era improvvisamente sentito male. Quel racconto, però, non convinse il personale dell’ospedale, che segnalò immediatamente il caso ai carabinieri.

È da quella telefonata che nasce un’inchiesta destinata a trasformarsi in una delle più vaste degli ultimi anni nel settore agricolo del Tarantino. Dopo oltre dodici mesi di rilievi tecnici, consulenze scientifiche, intercettazioni ambientali, acquisizione di documenti, escussioni testimoniali e sopralluoghi, il Nucleo investigativo del Comando provinciale dei carabinieri di Taranto, con il supporto del Nucleo ispettorato del lavoro, dei Carabinieri forestali e dell’Ispra, ha eseguito l’operazione “I giorni del cielo”.

Due le persone arrestate, l’imprenditore Giovanni Giannico e il figlio Carlo Giannico, difesi dagli avvocati Leonardo Pugliese e Carlo Raffo. L’ordinanza, firmata dal gip Mariano Robertiello su richiesta dei pm Francesco Ciardo e Filly Di Tursi, coordinati dalla procuratrice Eugenia Pontassuglia, è stata notificata dai carabinieri del Reparto operativo guidati dal tenente colonnello Francesco Marziello e del Nucleo Investigativo, agli ordini del maggiore Gennaro De Gabriele. Disposto anche il sequestro preventivo di un complesso zootecnico composto da tre aziende, ritenuto tra le maggiori realtà italiane del settore, e di somme di denaro superiori al milione di euro. Nell’inchiesta risultano coinvolte complessivamente quattro persone.

Secondo gli investigatori, quella del bracciante indiano non sarebbe stata una fatalità. Il decesso si inserirebbe in un sistema caratterizzato da irregolarità diffuse nell’organizzazione aziendale, nel quale la riduzione dei costi e la continuità dell’attività produttiva avrebbero avuto la priorità sulla sicurezza dei lavoratori e sul rispetto delle norme.

L’autopsia ha attribuito la morte a un gravissimo trauma toraco-addominale. Le immagini acquisite, le tracce repertate dalla Sezione investigazioni scientifiche e le testimonianze raccolte avrebbero consentito di ricostruire che Singh sarebbe stato sbalzato da una pala caricatrice dopo l’urto del mezzo contro una barriera in cemento “New Jersey”. Il macchinario, secondo gli accertamenti, era privo di sistemi di ritenuta come le cinture di sicurezza, presentava organi meccanici esposti e avrebbe esposto chi lo utilizzava a rischi di impigliamento, ustioni e scosse elettriche. Il lavoratore, inoltre, non avrebbe mai conseguito l’abilitazione necessaria per condurre quel mezzo.

Ma è scavando dopo quella morte che gli investigatori avrebbero portato alla luce un quadro molto più ampio. Le dichiarazioni dei lavoratori, confrontate con contratti, buste paga, comunicazioni obbligatorie e documentazione contabile, avrebbero fatto emergere turni di dodici o tredici ore al giorno, pause quasi inesistenti e retribuzioni inferiori a tre euro l’ora. Parte delle somme indicate nelle buste paga, sempre secondo l’accusa, sarebbe stata restituita ai datori di lavoro, consentendo un risparmio illecito quantificato in oltre 300 mila euro.

I lavoratori, quasi tutti originari del Punjab, vivevano all’interno dell’azienda in alloggi ricavati accanto alle stalle, con pareti segnate dalla muffa e condizioni igienico-sanitarie ritenute inadeguate. Dipendevano dal datore di lavoro anche per vitto, alloggio e trasporti e, secondo la ricostruzione investigativa, sarebbero stati controllati attraverso telecamere wi-fi installate senza autorizzazione. Le ferie sarebbero state inesistenti, così come i riposi, mentre l’alimentazione sarebbe stata limitata quasi esclusivamente a cipolle, patate, legumi e altri alimenti economici. Gli accertamenti contestano inoltre visite mediche obbligatorie omesse, valutazioni incomplete dei rischi e l’impiego dei lavoratori perfino durante un’epidemia di leptospirosi tra i bovini senza mascherine, protezioni per gli occhi e indumenti impermeabili.

L’inchiesta ha infine aperto un imponente capitolo ambientale. Secondo gli investigatori, le strutture autorizzate non erano sufficienti a contenere i reflui prodotti dall’allevamento e sarebbe stato realizzato un sistema parallelo di canali, vasche, tubazioni e argini per convogliare i liquami in un lago artificiale scavato all’interno del Parco regionale Terra delle Gravine.

Le analisi avrebbero rilevato sostanze inquinanti oltre i limiti e un’alterazione dell’ecosistema, mentre a valle sarebbe stata realizzata una discarica abusiva di circa 21 mila metri quadrati. Per gli investigatori, la morte di Rajwinder Sidhu Singh è stata la chiave che ha consentito di ricostruire un unico sistema nel quale sicurezza sul lavoro, sfruttamento della manodopera e gestione del territorio risultavano strettamente intrecciati.

Bracciante indiano morì a Laterza: due arresti. “Sfruttati nei campi per meno di tre euro l’ora”

Bracciante indiano morì a Laterza: due arresti. “Sfruttati nei campi per meno di tre euro l’ora”

L’incidente a maggio 2024 dopo la caduta da una pala caricatrice. Da lì è partita l’indagine della procura che portato anche al sequestro di tre aziende e oltre un milione di euro. Tra le accuse omicidio colposo, caporalato, inquinamento e disastro ambientale

 

È stato inoltre disposto il sequestro preventivo di complesso zootecnico composto da tre aziende insieme a somme per oltre un milione di euro. L'indagine è partita dalla morte di un lavoratore indiano, Rajwinder Sidhu Singh di 38 anni, avvenuta nella notte tra il 25 e il 26 maggio 2024 dopo la caduta da una pala caricatrice.

L'inchiesta, che vede in tutto quattro indagati, riguarda anche presunti episodi di caporalato e immigrazione clandestina. L'ordinanza di custodia cautelare è stata firmata dal gip Mariano Robertiello su richiesta dei pubblici ministeri Francesco Ciardo e Filomena Di Tursi. Secondo la ricostruzione investigativa, il bracciante sarebbe deceduto in seguito a un gravissimo trauma toraco-addominale riportato dopo essere stato sbalzato da una pala caricatrice che avrebbe urtato una barriera in cemento tipo "new jersey". Gli accertamenti medico-legali, i rilievi della Sezione investigazioni scientifiche, le immagini acquisite e le testimonianze raccolte avrebbero consentito di ricostruire la dinamica dell'incidente.

La vittima, irregolare sul territorio nazionale e priva dell'abilitazione alla conduzione della pala meccanica, avrebbe trasportato rifiuti plastici destinati, secondo l'ipotesi accusatoria, alla successiva combustione. Il corpo di Rajwinder Sidhu Singh, che avrebbe assunto una quantità smodata di alcolici e si sarebbe trovato seduto sul sedile del mezzo, risultato privo di sistemi di ritenuta quali cinture di sicurezza o altri dispositivi, sarebbe stato sbalzato a terra dopo l'urto. Il mezzo, obsoleto e con organi meccanici esposti, avrebbe inoltre esposto l'operatore a rischi di impigliamento, ustione ed eventuali scosse elettriche.

L'indagine è scattata dopo l'arrivo del corpo senza vita all'ospedale di Castellaneta, dove l'imprenditore avrebbe inizialmente riferito ai sanitari che il 38enne si era sentito male. Le successive verifiche investigative hanno invece delineato uno scenario ritenuto dagli inquirenti ben più ampio, sfociato nell'inchiesta culminata con le misure cautelari.

Tra le accuse, come anticipato, c’è quella di caporalato. I lavoratori – molti dei quali originari della regione indiana del Punjab - sarebbero stati costretti a lavorare per tredici ore al giorno, con pause minime o inesistenti, per tre euro l’ora. Talvolta anche meno. Le mansioni dei lavoratori, alcuni dei quali clandestini o comunque irregolari, comprendevano la mungitura, la pulizia delle stalle, l’alimentazione del bestiame, la movimentazione dei reflui e la conduzione di mezzi meccanici, spesso senza una precisa delimitazione dei compiti. Le somme formalmente indicate nelle buste paga non avrebbero corrisposto a quelle effettivamente trattenute dai dipendenti, poiché una parte sarebbe stata restituita al datore di lavoro, che, in alcuni casi, avrebbe provveduto al pagamento in contanti.

Secondo gli investigatori, omettendo di adempiere alle dovute prescrizioni gli imprenditori hanno risparmiato circa 300mila euro. Ma allo sfruttamento si affiancava anche una condizione abitativa deleteria. I lavoratori – controllati h24 con delle telecamere – vivevano all’interno dell’azienda, vicino alle stalle, tra muffa e capi di bestiame, e dipendevano dal datore anche per l’alloggio e per gli spostamenti. Privati della possibilità di avere ferie e riposo, sarebbero stati costretti a nutrirsi quasi esclusivamente di cipolle, patate e legumi, sia per ragioni economiche sia per la mancanza di tempo libero dovuta ai ritmi di lavoro. Alcuni di loro hanno riferito di aver lasciato il proprio paese dopo aver venduto tutto ciò che possedevano, alla ricerca di un futuro migliore per sé e per le proprie famiglie d’origine, affrontando viaggi lunghissimi e devastanti per raggiungere l’Italia e trovandosi ancora oggi a dover restituire, in India, le somme ricevute da chi li aveva aiutati economicamente.

Le irregolarità non avrebbero riguardato soltanto orari e retribuzioni. Sul piano della salute e della sicurezza, gli accertamenti avrebbero documentato visite mediche obbligatorie mai effettuate o eseguite soltanto dopo l’avvio dell’indagine, una sorveglianza sanitaria incompleta e la mancata valutazione di rischi specifici connessi al contatto con animali e reflui zootecnici. Ma c’è di più. Anche dopo il propagarsi di un’epidemia tra la maggior parte dei bovini - colpiti da “leptospirosis” - sarebbero stati impegnati nella sala di mungitura senza mascherine, protezioni per gli occhi e indumenti impermeabili, con un evidente rischio di zoonosi e, quindi, di contagio delle vittime. Un ulteriore filone investigativo ha riguardato la gestione dei reflui zootecnici e dei rifiuti.

Braccianti sotto controllo e paghe da fame, poi la morte di un operaio: l'indagine che ha svelato l'orrore nelle campagne di Laterza

Due persone in carcere e quattro indagati nell'operazione "I giorni del cielo". L'inchiesta della Procura e dei Carabinieri di Taranto, partita dalla morte del 38enne indiano Rajwinder Sidhu Singh, avrebbe fatto emergere un sistema di sfruttamento del lavoro e un grave scenario di compromissione ambientale

LATERZA - Avevano lasciato l'India vendendo ciò che possedevano e indebitandosi per affrontare il viaggio verso l'Italia. Cercavano un lavoro e la possibilità di costruire un futuro migliore per le proprie famiglie. Alcuni di loro, arrivati nelle campagne di Laterza, si sarebbero invece ritrovati a lavorare per dodici o tredici ore al giorno, con pochissimi riposi, retribuzioni effettive inferiori a tre euro l'ora e una condizione di dipendenza quasi totale dal datore di lavoro.

È uno degli aspetti più drammatici emersi dall'inchiesta "I giorni del cielo", condotta dai Carabinieri del Comando provinciale di Taranto e coordinata dalla Procura della Repubblica. Un'indagine complessa che ha portato due persone in carcere e coinvolge complessivamente quattro indagati. Al centro degli accertamenti un grande complesso zootecnico composto da tre aziende nel territorio di Laterza, sottoposto a sequestro preventivo e il cui valore viene stimato in diversi milioni di euro.

Le contestazioni formulate a vario titolo spaziano dall'omicidio colposo aggravato dalla violazione delle norme sulla sicurezza sul lavoro, all'intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, fino alle ipotesi di inquinamento e disastro ambientale aggravati, gestione illecita di rifiuti, discarica abusiva e impiego di lavoratori stranieri irregolari.

A dare origine all'inchiesta è stata la morte di Rajwinder Sidhu Singh, operaio indiano di 38 anni, avvenuta il 26 maggio 2024. Quella sera il suo corpo senza vita venne trasportato con mezzi privati al pronto soccorso dell'ospedale "San Pio" di Castellaneta.

La segnalazione del personale sanitario fece scattare gli accertamenti dei Carabinieri e l'apertura di un fascicolo da parte della Procura. L'autopsia e le successive attività investigative avrebbero quindi permesso di ricostruire una dinamica diversa rispetto a quella inizialmente prospettata.

Secondo quanto emerso dalle indagini, il 38enne avrebbe perso la vita dopo essere caduto da una pala caricatrice che aveva urtato una barriera in cemento. Il mezzo, stando agli accertamenti, sarebbe stato privo di cinture di sicurezza o di altri sistemi di ritenuta.

Determinanti per gli investigatori sarebbero state anche le testimonianze di alcuni connazionali della vittima. Dichiarazioni raccolte nel corso di lunghi interrogatori e che avrebbero permesso di aprire uno squarcio sulle condizioni in cui vivevano e lavoravano diversi braccianti.

Molti erano originari del Punjab. Agli inquirenti avrebbero raccontato di essere arrivati in Italia dopo viaggi estenuanti e di avere ancora debiti da restituire in patria alle persone che avevano finanziato la loro partenza.

Una condizione di vulnerabilità che, secondo l'ipotesi accusatoria, li avrebbe resi particolarmente esposti allo sfruttamento. Vivevano in locali ricavati a ridosso delle stalle, dove gli investigatori avrebbero riscontrato condizioni igieniche precarie e vistose tracce di muffa. Le giornate sarebbero state scandite da turni di lavoro molto lunghi, senza un regolare godimento di ferie e riposi.

Anche l'alimentazione sarebbe stata ridotta all'essenziale: prevalentemente cipolle, patate, legumi e altri prodotti economici e facilmente conservabili. Una scelta che sarebbe stata determinata sia dalle ristrettezze economiche sia dalla scarsità di tempo a disposizione.

A rendere ancora più stringente il controllo sui lavoratori, secondo la ricostruzione investigativa, sarebbe stato un sistema di telecamere wifi installato senza le necessarie autorizzazioni. Gli operai sarebbero stati così sorvegliati a distanza durante le attività quotidiane, in un contesto che, per gli inquirenti, avrebbe ulteriormente limitato la loro libertà anche nella possibilità di chiedere delle pause.

Uno dei due destinatari della misura cautelare in carcere è l'imprenditore agricolo Giovanni Giannico. Il provvedimento è stato emesso dal gip Mariano Robertiello su richiesta dei pubblici ministeri Francesco Ciardo e Filomena Di Tursi, nell'ambito dell'inchiesta coordinata dalla procuratrice Eugenia Pontassuglia. Le indagini sono state condotte dai Carabinieri del Reparto Operativo e del Nucleo Investigativo del Comando provinciale di Taranto. Giannico è difeso dagli avvocati Leonardo Pugliese e Carlo Raffo.

L'inchiesta ha però aperto anche un secondo, imponente fronte investigativo: quello ambientale.

Secondo gli accertamenti, la quantità di reflui prodotta dall'attività zootecnica sarebbe stata superiore alla capacità delle strutture regolarmente autorizzate. Sarebbe stato così realizzato un sistema alternativo composto da canali, vasche, tubazioni, argini e sbarramenti attraverso il quale i liquami venivano fatti defluire verso valle.

Le immagini raccolte anche attraverso l'utilizzo di droni avrebbero documentato un percorso che, partendo dall'azienda e attraversando grandi cumuli di letame, conduceva fino a un bacino artificiale. Un vero e proprio lago abusivo, alimentato da liquami e sostanze provenienti dalle attività delle stalle.

Le analisi avrebbero evidenziato nel bacino il superamento dei limiti di tossicità e la presenza, tra le altre sostanze, di fosforo, cloruri, alluminio, ferro, manganese, rame e selenio. Lo specchio d'acqua sarebbe stato frequentato anche da specie protette di avifauna e dagli stessi bovini dell'allevamento.

La zona interessata dagli interventi ricade nel Parco Regionale Terra delle Gravine, in un territorio sottoposto a vincoli paesaggistici, ambientali e idrogeologici e caratterizzato anche dalla presenza di testimonianze archeologiche.

A valle del bacino, attraverso ulteriori sbarramenti e sfruttando la pendenza naturale del terreno, i reflui sarebbero stati utilizzati per separare la parte liquida da quella solida. Quest'ultima, una volta essiccata, sarebbe stata destinata al riutilizzo come concime. Secondo gli investigatori, su un'area di circa 21mila metri quadrati sarebbe stata realizzata di fatto una discarica abusiva.

La stima per la sola rimozione dei rifiuti zootecnici accumulati raggiungerebbe circa 1,6 milioni di euro. Nel corso dell'operazione sono state inoltre sequestrate altre due aree nelle quali sarebbero stati rinvenuti rifiuti elettrici ed elettronici e sostanze chimiche, compresi alcuni fusti di formaldeide.

Un quadro investigativo che dalla morte di un lavoratore si è progressivamente allargato fino ad abbracciare le condizioni della manodopera straniera, la sicurezza sul lavoro e la tutela di un'area di particolare valore ambientale.

LATERZA - Avevano lasciato l'India vendendo ciò che possedevano e indebitandosi per affrontare il viaggio verso l'Italia. Cercavano un lavoro e la possibilità di costruire un futuro migliore per le proprie famiglie. Alcuni di loro, arrivati nelle campagne di Laterza, si sarebbero invece ritrovati a lavorare per dodici o tredici ore al giorno, con pochissimi riposi, retribuzioni effettive inferiori a tre euro l'ora e una condizione di dipendenza quasi totale dal datore di lavoro.
 
Molti erano originari del Punjab. Agli inquirenti avrebbero raccontato di essere arrivati in Italia dopo viaggi estenuanti e di avere ancora debiti da restituire in patria alle persone che avevano finanziato la loro partenza.

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Dalla morte di un bracciante all'inchiesta choc: lavoratori sfruttati e disastro ambientale a Laterza

https://www.tarantotoday.it/cronaca/morte-bracciante-inchiesta-caporalato-disastro-ambientale-laterza.html
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giovedì 16 luglio 2026

Jindal... per saperne di più


La storia

Jindal contro Jindal, la Dynasty indiana all'ombra delle ciminiere di Taranto

Sajjan e Naveem, "fratelli contro" nell'industria dell'acciaio

Sajjan e Naveem Jindal

Sajjan e Naveem Jindal

Come un film di Bollywood, la Mecca del cinema indiano. Fratello contro fratello, in un settore spietato come quello dell'industria siderurgica. Un mondo duro; acciaio, sudore, polvere, fatica, soldi.

All'ombra delle esauste ciminiere dell'ex Ilva, ora Acciaierie d'Italia, potrebbe consumarsi un duello tra Sajjan Jindal e Naveem Jindal, leader di due gruppi industriali indiani assolutamente distinti, ma legati da una comune origine familiare: rispettivamente JSW e Jindal Steel and Power. Se infatti il fondo americano Flacks non sembra convincere, il governo ed i commissari di AdI hanno provato a guardare a JSW come cavaliere bianco per il (difficile) salvataggio della fabbrica tarantina in crisi profonda.

L'azienda di Sajjan Jindal è già sbarcata in Italia, a Piombino, e si è pensato potesse essere la carta da calare sul tavolo per provare ad evitare il crac definitivo dell'ex Ilva. Si tratta del resto del gruppo che venne sconfitto da ArcelorMittal nella prima gara post-Riva. Nei mesi scorsi ad essere interessato a Taranto è stato però un altro ramo della famiglia Jindal, quello che fa capo a Naveem Jindal ed alla sua JSPL, tramite Vulcan Green Steel. Ed è questa a rimanere l'ipotesi privilegiata.

E qui allora c'è un'altra storia da raccontare, nel ginepraio Ilva, appunto quella della rivalità tra i Jindal Brothers. Anche se condividono lo stesso - prestigioso - cognome e radici storiche comuni nel cuore industriale dell'India, JSW e Jindal Steel & Power sono oggi due realtà societarie completamente distinte. Guidate come detto rispettivamente dai fratelli Sajjan Jindal e Naveen Jindal, le due multinazionali operano in modo indipendente sul mercato, con strategie competitive differenziate e persino in aperta concorrenza in specifici ambiti d'affari.

Per comprendere l'architettura di questo duopolio familiare è necessario fare un passo indietro, fino al 2005. In seguito alla scomparsa in un incidente in elicottero del patriarca e fondatore Om Prakash Jindal, l'immenso patrimonio industriale venne equamente suddiviso tra i suoi quattro figli maschi. Quella che era un'unica holding è stata così frammentata in quattro rami autonomi. Da questo storico riassetto sono scaturite le parabole industriali di Sajjan e Naveen, i quali hanno ereditato le attività legate all'acciaio trasformandole in colossi di rilevanza internazionale. Sajjan Jindal, il secondo dei quattro fratelli, ha assunto la guida del braccio occidentale del gruppo originario, storicamente noto come Jindal South West (da cui l'acronimo JSW). Con sede centrale a Mumbai, JSW Steel si è consolidata come il più grande produttore privato di acciaio in India per capacità complessiva.

Il posizionamento strategico di JSW è fortemente orientato all'acciaio cosiddetto "piatto", ovvero lamiere laminate a caldo e a freddo, fogli galvanizzati e rivestiti. Si tratta del materiale fondamentale per l'industria automobilistica e per la produzione di elettrodomestici di largo consumo. Diverso l'approccio di JSPL, che si pone all'estremità opposta della catena del valore e della geografia indiana. Con quartier generale a Nuova Delhi, l'azienda di Naveem Jindal ha capitalizzato storicamente la vicinanza agli asset orientali e alle grandi riserve minerarie di carbone e ferro del Paese.

Il core business di JSPL si focalizza principalmente sull'acciaio "lungo", che include barre d'armatura TMT per cemento armato e profilati pesanti a flangia larga, impiegati per la costruzione di ponti, viadotti e grattacieli. Jindal Steel and Power è stata la prima azienda privata in India a produrre binari ferroviari su larga scala, diventando il partner strategico della rete ferroviaria statale e un fornitore chiave per le linee ad alta velocità in India.

JSPL Jindal Steel and Power 

Ad ogni buon conto, da quanto trapela comunque una "via indiana" per Taranto avrà un prezzo occupazionale alto, con migliaia di possibili esuberi. L'auspicio è che - aspettando anche una mossa di Michael Flacks dall'America - dalle prossime interlocuzioni tra governo e sindacati emerga quantomeno un quadro definito dell'auspicato piano di salvataggio di Acciaierie d'Italia. Il presidente di Federmeccanica Bettini a La Stampa a margine dell’assemblea dell’Amma a Torino non ha nascosto lo scetticismo sull'ipotesi Jindal e chiesto di «tutelare l’acciaio "made in Italy". Imprenditori italiani della siderurgia sono pronti ad investire, ma Palazzo Chigi non dà condizioni di ingaggio chiare. Non si ripeta l’errore di ArcelorMittal» è il monito.

Carcere di Taranto, «Quasi 850 detenuti e organici insufficienti»

La denuncia

Il carcere di Taranto

TARANTO - Quasi 850 detenuti ospitati in una struttura con una capienza prevista di 400 posti....., il penitenziario ionico continua a essere la struttura carceraria più sovraffollata d’Italia,

. A fronte di 9 educatori previsti per 400 reclusi, nell’istituto tarantino sarebbero attualmente presenti soltanto 6 unità, chiamate a seguire un numero di persone più che doppio rispetto alla capienza regolamentare.


Lo Slai cobas di Taranto alla Stellantis Melfi e al presidio dei lavoratori della Pmc

Ieri vi è stato un buon intervento alla Stellantis di Melfi dello Slai cobas di Taranto. Da tempo dovevamo andare, ma gli impegni a Taranto e l'incertezza della presenza degli operai alla Stellantis, che il giorno prima non sanno se il giorno dopo andranno a lavorare o no, ha impedito finora che andassimo. 

Ma questo non ha però impedito che tramite contatti con operai della Stellantis, anche vedendoci nelle andate al Tribunale di Potenza per il processo Ilva, seguissimo quotidianamente la situazione della fabbrica e dell'appalto, e facessimo una lunga intervista ad alcuni di questi operai.

E' questa intervista, insieme ad alcune valutazioni/indicazioni, che ieri abbiamo diffuso e discusso con gli operai alla Stellantis (in calce il foglio diffuso).
Buon rapporto, accoglienza tra gli operai e operaie. Anche se erano passati dei mesi dall'ultima volta, sembrava che ci eravamo visti da poco. Tanti hanno denunciato con rabbia la situazione difficile: pochi giorni al mese di lavoro e gli altri in cassintegrazione o addirittura senza salario, rimandati a casa dall'zienda perchè: non c'è lavoro; e il salario si riduce sempre di più. Nei pochi giorni di lavoro, i carichi e i ritmi aumentano, mentre i lavoratori sono diminuiti. Non c'è alcuna chiarezza sul futuro.

Il clima all'interno è pesante, l'azienda sa che prima o poi gli operai diranno: Basta! E cerca di impedire qualsiasi possibile protesta (ieri un vigilante all'inizio ha tentato di impedire il nostro intervento, pretendeva di sapere i nostri nomi..., ma chiaramente gli è stato risposto a tono, ed è dovuto andare via). Molto estesa tra i lavoratori è la denuncia dei sindacati, che sembrano inesistenti, nessuna informazione, niente assemblee, ma solo loro incontri a Roma, con la Regione, che non portano a nessun risultato per i lavoratori. 

Gli operai sono delusi, arrabbiati, ma vedono ancora difficile una ribellione collettiva. Ora, probabilmente dal 21 luglio e fino al 16 agosto (voci addirittura parlano fino a fine agosto) la fabbrica sarà chiusa. 
Ma a settembre torneremo e lavoreremo per organizzare una riunione che, grande o piccola che sia, costituirebbe un primo passo in avanti per una mobilitazione dal basso, per concrete rivendicazioni operaie. Questo passo ha trovato disponibilità tra gli operai e operaie.
 
Dopo l'intervento alla Stellantis siamo andati al presidio/tenda operaia della PMC, appalto stellantis, che dura da 9 mesi! Gli operai hanno tradotto la sigla aziendale in Presidio Metalmeccanico Combattivo. 
Siamo stati molto ben accolti - Ci hanno informato dello stato della loro lotta e dei vari passi fatti in questi mesi, che hanno portato ad una nuova possibilità lavorativa con altra azienda - il 27 giugno vi sarà un incontro risolutivo; hanno anche parlato del rapporto contraddittorio coi sindacati. Ma soprattutto hanno giustamente voluto sottolineare il valore per tutti gli operai del loro presidio: hanno mantenuto e mantengono una "luce" accesa, indomita che è un esempio per tante altre ditte dell'appalto che rischiano di licenziare.
Il loro rappresentante ci ha detto: voi siete venuti da Taranto, col caldo, a incontrarci... invece chi sta qui a Potenza (vedi Potere al popolo) non lo abbiamo mai visto.
Poi hanno voluto sapere dell'Ilva e del processo di Potenza. Questo ci ha dato la possibilità di raccontare tanto di questa grande fabbrica, passato e presente, facendo informazione e spiegando linea e esperienze, positive e negative. 
Ci hanno offerto e insistito che mangiassimo pane e salame, frutta e caffè. 
Di seguito alcune foto che i lavoratori hanno voluto per suggellare questo positivo incontro, con l'arrivederci a presto.


IL VOLANTONE DIFFUSO ALLA STELLANTIS DI MELFI
clic per leggerlo e scaricarlo

Sabato - massima partecipazione ai presidi per i prigionieri politici palestinesi - da Taranto delegazione a Melfi - info wattsapp 3475301704



mercoledì 15 luglio 2026

Le fabbriche e il ruolo degli operai durante la Rivoluzione culturale in Cina - 1

Cominciamo a riportare alcuni brevi passi del libro di Charles Bettelheim "L'organizzazione industriale in Cina e la rivoluzione culturale" - come annunciato nel post dell'11 luglio:

Sono possibili fabbriche in cui gli operai sono i protagonisti, decidono su tutto? SI'

https://tarantocontro.blogspot.com/2026/07/sono-possibili-fabbriche-in-cui-gli.html

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Questo libro, come ha scritto nella prefazione il suo autore, "è stato scritto utilizzando soprattutto una parte del materiale raccolto durante il mio soggiorno in Cina nell'agosto e nel settembre 1971" dove ha visitato varie fabbriche, e con molti colloqui avuti con operai, delegati dei Comitati nelle fabbriche.

Da: "La nuova condizione degli operai e operaie frutto delle trasformazioni nelle fabbriche cinesi"

Nella fabbrica generale di maglieria di Pechino:

"All'epoca della vecchia società (prima della rivoluzione - ndr) le cose erano molto diverse. I capitalisti non si occupavano di certe faccende' 

Nei reparti sono installati condizionatori d'aria che consentono di mantenere una temperatura media. Intorno alle macchine sono predisposti sistemi di protezione per gli operai, i quali così non corrono alcun rischio.", "in certi reparti il calore si fa sentire in modo particolare... gli operai che vi lavorano percepiscono un'indennità, ricevono una razione più abbondante di carne, hanno diritto a pause più frequenti... Ma la cosa più importante è cercare di ridurre il calore... Avrete visto i camioncini che trasportano il ghiaccio: è uno dei provvedimenti che consentono di attenuare il calore. Dopo il lavoro si può fare il bagno"

"Nella fabbrica esiste un centro sanitario e in ciascun reparto del i 'medici scalzi'. I medici che lavorano al centro sanitario della fabbrica devono compiere ogni giorno il giro dei diversi reparti, così che diminuisce notevolmente la necessità per gli operai di consultare un medico esterno. Se poi non è possibile curare i pazienti nello stabilimento, si può sempre ricoverarli immediatamente in ospedale. Ve n'è uno proprio di fronte alla fabbrica e un altro in questo stesso circondario. Visite mediche e medicine sono gratuite. Per tutto il tempo della malattia i lavoratori percepiscono il normale salario".

"Le donne hanno diritto ad una giornata di riposo in più al mese... (Per le donne incinte - ndr) Quando la mansione è particolarmente gravosa, per esempio per le macchine per cucire funzionanti a pedale, le gestanti compiono il lavoro soltanto durante i primi sei mesi di gravidanza, dopo di che vengono assegnate ad una diversa mansione"... "Dal diciottesimo mese d'età ai sette anni il bambino viene ospitato nell'asilo-nido, dove può restare giorno e notte..."

"Nelle fabbriche più o meno importanti esistono forme diverse di università o di scuole operaie che consentono di acquisire cognizioni varie e di assumersi nuove responsabilità"

"Il vicepresidente del Comitato rivoluzionario di fabbrica ha definito l'attuale orientamento della fabbricva, insistendo sulla parola d'ordine 'mettere la politica al posto di comando' e opponendo questa parola d'ordine agli orientamenti anteriori alla Rivoluzioone culturale"

"applicare il sistema della duplice partecipazione: partecipazione dei quadri al lavorpo produttivo e partecipazione degli operai alla gestione, alla riforma dei regolamenti in ciò che rappresentano di irrazionale, realizzando la triplice unione dei quadri, dei tecnici e degli operai"

"un tempo in questa fabbrica al posto di comando c'era l'economia, il che significa: priorità alla produzione, sistema di incentivazione materiale (premi), tendenza degli specialisti e degli esperti a dirigere la fabbrica, dando la precedenza alla tecnica, al denaro e al profitto.. Attualmente gli operai vegliano affinchè la partecipazione dei quadri alla produzione abbia veramente luogo; i quadri e i tecnici riconoscono giusta e indispensabile tale partecipazione:

"Prima della Rivoluzione culturale ero il vicedirettore di questa fabbrica... non capivo cosa significasse porre la politica proletaria al comando... Esigevo che gli operai lavorassero alla produzione: produzione, produzione, sempre produzione. Se gli operai non riuscivano a realizzare il piano,; i dirigenti avevano pochi contatti con loro. ..." si concedevano degli incentivi materiali, dei premi. Un tempo vi erano 28 tipi di premi..."

"Prima della Rivoluzione culturale c'era, inoltre, una separazione tra lavoratori e direzione. Il criterio principale di giudizio era la competenza tecnica. Pertanto gli operai non potevano controllare la direzione..."

"Prima della grande spinta della Rivoluzione culturale non capivo che cosa significasse 'rivoluzione culturale. Credevo che riguardasse esclusivamente gli ambienti culturali, la scuola."

"Quanto più ci trovavamo su posizioni opposte a quelle delle masse popolari, tanto più queste ci facevano oggetto di critica sotto forma di dazibao (grandi manifesti scritti a mano - ndr) incollati sui muri"

(CONTINUA)

La solidarietà per Sako Bakary alla sua famiglia