sabato 25 maggio 2024

3° udienza del processo Ilva "Ambiente svenduto" - Altri segnali...

L'udienza si è aperta, insieme ad alcune informazioni, con la lettura e risposta ad una istanza fatta nei giorni precedenti dallo Slai cobas (parte civile del processo Ilva e organizzatore di più di 100 parti civili di operai Ilva/Appalto, lavoratori e operatori cimiteriali e abitanti dei quartieri inquinati) che conteneva due richieste: la prima, principale: "atteso che il processo "Ambiente svenduto", anche in questa fase d'appello, è pubblico, si chiede che esso sia effettivamente pubblico; che, pertanto, anche persone non parti civili, possano entrare nell'aula delle udienze - come peraltro è avvenuto nel processo di 1° grado, sia pur con limitazioni numeriche..."; la seconda: "si chiede, inoltre, di elevare il volume audio, atteso che le parti civili presenti ascoltano con molta difficoltà gli interventi per il basso volume dei microfoni". 
Alla prima richiesta, il presidente della CdA, Del Coco, premettendo che lui non capiva cosa si intendesse per "pubblico" (? - ma più chiaro di così!) e che lui non poteva sapere se chi entrava era parte civile o no, ha rimandato la decisione al Procuratore generale presente in aula; sulla seconda, ha fatto appello ai tecnici e agli stessi avvocati di migliorare l'audio (qualcosa è migliorato).
 
Il presidente ha poi voluto ribattere alle critiche e polemiche - tra cui fortemente quella dello Slai cobas - contro la grave ordinanza di sospensione dell’esecutività del pagamento delle provvisionali alle parti civili decise con la sentenza di primo grado, dichiarando che "non intende rispondere o assecondare tali polemiche e che tutte le questioni troveranno spazio e discussione all’interno del dibattimento e che troveranno la loro naturale conclusione all’interno del provvedimento che la Corte che emetterà in merito a tutte le questioni sollevate".

Altra questione posta all'inizio - negativa, anche questa di fatto nella direzione di "segnali" a favore degli imputati - è stato il divieto al lavoratore, operatore delle registrazioni/video, a sua volta parte civile, di continuare a fare riprese video se non previa autorizzazione di ognuno degli avvocati difensori (cosa assurda, per cui è scontata la negazione di autorizzazione, e quindi è chiaramente è un divieto pure e semplice). Per tutto il processo di 1° grado sempre questo lavoratore/operatore ha fatto, autorizzato, le registrazioni/video; pertanto questa "novità" più che legale sembra politica, più in linea con la volontà che questo processo non sia pubblico. A fronte di questo, tramite una delle nostre avvocate, si è chiesto se quanto meno si potevano continuare le registrazioni/audio - queste sono state permesse. Ma è un altro negativo segnale di questo processo d'appello. E valuteremo col lavoratore e con i nostri avvocati cosa fare.

In questa udienza all'OdG vi sono stati gli interventi di 3 avvocati degli imputati (Annicchiarico, Perrone e Russo) incentrati sulle questioni di "nullità" sul processo di 1° grado: nullità per mancanza di difensore di fiducia non sostituto da difensore d'ufficio per alcuni imputati in alcune udienze; nullità per impedimento dell'esercizio del "diritto di difesa" non avendo consentito contraddittori, presentazione di richiesta di riti abbreviati, dichiarazioni spontanee e interrogatori degli imputati, testimonianze di consulenti degli imputati, ecc.; quindi messa sotto accusa di varie ordinanze del 1° grado. La conclusione di ogni intervento è stata la richiesta di "nullità" di varie parti del processo di 1° grado, che, se passasse, vorrebbe dire "tornare indietro" addirittura all'udienza preliminare, e praticamente rifare il processo di 1° grado!

E' bene ricordare che queste presunte "violazioni" del diritto di difesa, erano state già poste abbondantemente nelle udienze preliminari e di 1° grado e vi era stata più che argomentata risposta.

Nelle prossime due udienze - 7 e 14 giugno - continueranno gli interventi dei legali degli imputati.

Il 21 giugno interverranno in replica i PM e le parti civili. Si dice di voler terminare questa fase nel solo giorno del 21, e quindi eliminare l'udienza del 28 - o tenerla in caso di non conclusione degli interventi del 21/6.

Ma anche questa udienza conferma quanto detto dallo Slai cobas: non bisogna assolutamente lasciare questo processo d'Appello nelle mani dei giudici e tantomeno lasciare in pace gli avvocati degli imputati. Su questo è importante la partecipazione del maggior numero delle tantissime parti civili e anche del "pubblico"; come continuerà ad essere importante e deve essere parte del processo le istanze dello Slai cobas e l'azione dei nostri avvocati a fronte di decisioni della Corte che penalizzano/ostacolano le parti civili di operai, lavoratori, cittadini e favoriscono invece gli imputati.

Non devono passare i "passi indietro", affossamento del processo di 1° grado.

venerdì 24 maggio 2024

Per la Palestina, contro le guerre imperialiste e il G7 - manifestazione il 2 giugno

Riconoscimento dello Stato di Palestina, richiesta di arresto per Netanyahu, estensione massiccia della mobilitazione in tutte le università dimostrano che la grande solidarietà paga.

A Taranto irruzione all’università di città vecchia. e convocazione di una nuova importante manifestazione per il 2 giugno ore 10 lungomare/ammiragliato/ponte girevole per denunciare i legami economici militari Italia/Israele, in solidarietà con il popolo palestinese; per denunciare le industrie belliche in primis la Leonardo e i profitti di guerra, contro le guerre imperialiste, contro il G7 di Puglia.

LAVORATRICI ASILI - La lotta è ripresa e si è "sentita"




Ieri il presidio e l'assemblea sotto Palazzo di città delle lavoratrici degli asili che fanno pulizie e ausiliariato con un lavoro precario, misero - di 3 ore e 30 al giorno ma con un servizio per cui ci vorrebbero 6 ore, con grosse conseguenze per la loro salute - e un salario misero che appena arriva a 600 euro al mese, si è fatto sentire e ha "preoccupato".

Tutte le televisioni locali sono venute.

E soprattutto sono arrivati l'assessora alla Pubblica Istruzione-servizi educativi e il dirigente di questo assessorato, con cui successivamente vi è stato un lungo incontro con tutte le lavoratrici e lavoratori.

Le lavoratrici determinate e combattive hanno fortemente denunciato ogni aspetto pesante della loro condizione lavorativa faticosa, "povera", che deve far fronte anche ad atteggiamenti vessatori, ricattatori, discriminatori, che deve fonteggiare sia responsabili della Ditta, sia dirigenti scolastici, sia il disinteresse del Comune, e hanno riaffermato le loro improrogabili diritti e richieste:

- aumento dell'orario di lavoro nel prossimo contratto d'appalto, almeno a 5 ore al giorno e 30 settimanali; - attività lavorativa in tutti i due prossimi mesi estivi;- inserimento dell'obbligo di un salario minimo garantito, almeno 9 euro netti all'ora, nel prossimo contratto d'appalto; - chiarezza formale di quante ore sono per le pulizie e quante per le attività di ausialiraiato (dato che la confusione su questo porta a pretese, a sovraccarichi di lavoro, a dover lavorare come una trottola per fare contemporaneamente tutte e due le attività); - quindi, la richiesta di attrezzature e materiali idonei per salvaguardare la nostra salute, così come verifiche sulle condizioni di sicurezza (poche settimane fa è venuta alla luce in un asilo la presenza di amianto).

Inoltre, porre all'OdG la richiesta di internalizzazione, affinchè si passi dalle parole (mozione approvata in un Consiglio comunale) ai fatti.

L'incontro si è concluso con l'impegno dell'Assessora a prendere in considerazione le richieste, a valutare le istane nel nuovo contratto d'appalto, affermando: tutto quello che possiamo fare lo faremo. RImandando a un nuovo incontro dopo la sua consultazione con i dirigenti dell'assessorato circa la fattibilitè di alcune richieste.

Le lavoratrici, lo Slai cobas ha preso atto. MA NON BASTA! Altre volte, anche con altri assessori abbiamo sentito parole di impegno, di "tenere in conto", ecc. a cui però non sono seguiti effettivi miglioramenti - se non quelli conquistati dopo varie lotte (aumento di mezzora dell'orario di lavoro, riconoscimento dell'ausiliariato, lavoro in un mese estivo di "sospensione"). Alle parole quasi sempre poi corrispondono i rigidi e "non superabili" problemi economici del Comune, di bilancio, ecc.

Per cui nessuna fiducia in bianco anche questa volta. Come sempre, sarà la continuazione della mobilitazione a tutti i livelli - iniziative di lotta prima di tutti, ma anche azioni legali; per questo a tutta la mobilitazione di ieri come all'incontro ha partecipato la nostra compagna avvocata - l'estensione della partecipazione di tutte le lavoratrici alla lotta, l'aspetto centrale e vincente.

Se, come si è visto ieri, anche un presidio non molto numeroso fa preoccupare, allora una presenza numerosa diventerà un serio problema e strapperemo effettivi risultati.

Ieri durante il presidio abbiamo espresso solidarietà alla battaglia dei genitori contro le alte rette degli asili.

Nel presidio la bandiera palestinese è sventolata, perchè la nostra lotta non può essere separata dalla lotta di tutti i proletari, i popoli che vengono oppressi, sfruttati, e uccisi a decine di migliaia come oggi in Palestina.


martedì 21 maggio 2024

Le lavoratrici e lavoratori degli asili nido riprendono la lotta

 


Le lavoratrici e lavoratori degli asili nido di Taranto terranno giovedì 23 maggio un presidio/assemblea pubblica dalle ore 9,30 sotto Palazzo di città.

BASTA CON LA FATICA E I SALARI MINIMI!
Chiediamo:
- aumento dell'orario di lavoro nel prossimo contratto d'appalto;

- attività lavorativa in tutti i due prossimi mesi estivi;

- inserimento dell'applicazione di un salario minimo garantito, almeno 9 euro netti all'ora, nel contratto d'appalto - così come stanno facendo altre amministrazioni comunali;

- attrezzature e materiali idonei per la nostra sicurezza e la salute.

Inoltre, in riferimento alla mozione votata a maggioranza nel Consiglio comunale e relativa alla procedura di internalizzazione dei servizi pubblici essenziali - come gli asili, pretendiamo che si passi dalle parole ai fatti.

 

Lavoratrici e lavoratori pulizie/ausiliariato - Slai cobas sc Taranto

Asili nido: le rette aumentano fino a 341% in più, solidarietà alla denuncia dei genitori - il governo: "Dovete fare figli... ma poi per crescerli sono cavoli vostri..."

Le lavoratrici pulizie/ausiliariato degli asili comunali dello Slai cobas esprimono la loro piena solidarietà alla denuncia, battaglia contro il Comune per le rette troppo alte dei genitori dei bambini.

Condividiamo la loro rabbia. E' assurdo e impossibile che una famiglia con ISEE di 7mila euro annui, possa sborsare 230 euro a figlio al mese.

Il Comune di Taranto, in base al Decreto Ministeriale n. 79 del 30 aprile 2024, risulta essere beneficiario di risorse finanziarie pari a 5.184.000 Mln di euro per 216 posti da attivare, calcolati in base alla popolazione residente secondo i dati ISTAT dell’anno 2021 ed alla percentuale di copertura del servizio in termini di numero di posti autorizzati per 100 bambini nella fascia di età 0-2 anni.

Ma questi fondi non vanno a tagliare i costi degli asili nido.

Nello stesso tempo il "bonus nido - come denuncia il Comitato dei genitori - diventa impossibile per le famiglie da ottenere. La procedura è vessatoria. Anche questi minimi sostegni che il governo dà alle femiglie diventano praticamente un bluff. Il governo, la Roccella si sbracciano a dire "dovete fare figli... ma poi per crescerli sono cavoli vostri".

GLI ASILI NIDO DEVONO ESSERE GRATUTI!

Le lavoratrici e lavoratori degli asili nido giovedì prossimo, 23 maggio dalle ore 9,30, terranno un presidio/assemblea sotto Palazzo di città, per rivendicare migliori condizioni di lavoro, salariali e di sicurezza, basta con la fatica e miseri salari!

Invitiamo i genitori a venire, incontrarci.

STRALCI DELLA LETTERA MANDATA GIORNI FA AL COMUNE DAI GENITORI

All’attenzione del Sindaco Rinaldo Melucci
Dell’Assessora Dott.ssa Desiree Petrosillo

Il 18 maggio 2023 abbiamo scritto più volte agli stessi destinatari e alla stampa per portare all’attenzione la nostra preoccupazione in merito alle maggiorazioni riguardanti le rette mensili, con aumenti che in alcuni casi arrivavano fino al 341% in più rispetto al precedente anno educativo. Ma ancor più preoccupante ci era apparsa la giustificazione posta dall’amministrazione comunale sul conteggiare la misura Inps del “bonus nido” nelle nuove rette, facendo diventare questa misura un sostegno non per le famiglie ma per le casse del Comune.
 

...ogni nucleo familiare che richiede il bonus è costretto  ad anticipare ogni mese le somme relative alla propria fascia di reddito (corrispondenti alla retta mensile del nido del proprio figlio/figlia) e solo in un secondo momento, le stesse famiglie hanno modo di  rivedere indietro, interamente, o una parte, della mensilità versata come retta del nido, dall’istituto per la previdenza sociale.

Allora, come oggi, ci siamo domandati come potesse una famiglia inserita in una fascia di reddito del Valore Isee da 0 a 7.500,00 euro anticipare una retta mensile di 230,00 euro, per esempio.
Paradossale come le percentuali di aumento sono più alte proprio nelle fasce di reddito Isee più basse (341% per la I fascia, 159% per la II fascia, 92% per la III fascia, 58% per la IV fascia…)...

...numerose famiglie che usufruiscono del prezioso servizio dei nidi comunali sono costrette a ritirare i propri bambini e le proprie bambine dalle strutture, a causa dell’impossibilità di sostenere il costo della retta.
Noi il perché lo sappiamo e lo immaginavamo anche l’anno scorso, ovvero perché l’INPS sta portando dei significativi ritardi nell’erogazione del famoso “bonus nido”. Come è possibile che l’amministrazione comunale non ci abbia pensato, nonostante il comitato dei genitori l’abbia sollecitata a una riflessione più approfondita?

Riteniamo inaccettabile che questi bambini e queste bambine e le loro famiglie siano espulse da un percorso educativo che dovrebbe in primis essere a disposizione delle famiglie con minori possibilità economiche perché potrebbe veicolare strumenti educativi, intesi come materiali e immateriali, di cui non tutte le famiglie dispongono...

Il Comitato dei genitori delle bambine e dei bambini frequentanti i nidi comunali di Taranto

lunedì 20 maggio 2024

Ex ILVA: contro i piani di padroni e governo accettati dal sindacalismo confederale e USB serve l'autorganizzazione operaia

Sin dal primo momento lo Slai Cobas ha detto che l'amministrazione straordinaria era un rimedio peggiore del male. E quando dicevamo questo non intendevamo certo difendere ArcelorMittal e Morselli: la gestione di ArcelorMittal e della Morselli dell'Ilva di Taranto è stata assolutamente rovinosa per gli interessi degli operai e dei lavoratori e, anche se non è certo un tema a cui siamo affezionati per la situazione generale dell'Ilva, sul piano dei mercati, sul piano delle sue prospettive. Con l'amministrazione straordinaria la situazione è passata nelle mani dirette dello Stato, anzi diremmo, del governo. E il governo la gestisce attraverso un sistema di Commissari capeggiati da Quaranta, un ex amministratore della gestione Riva degli stabilimenti e certamente non ricordato bene da chi ha memoria - perché in questa fabbrica c'è chi ha memoria e chi non ha memoria, chi dice di non sapere ma invece sa - con un ruolo attivo di questo Commissario nelle vicende che hanno portato alle morti degli operai, il 12 giugno in particolare.

Ma la gestione commissariale condivisa e scelta dal governo Meloni/Urso è stata una scelta nello stesso tempo economica, politica e perfino elettorale, visto che l'amministratore delegato attuale, il Commissario per eccellenza dell'Acciaieria, è stato una delle figure presenti che è intervenuto nell'apertura della campagna elettorale del governo Meloni.

Da quanto si è insediato il Commissario la situazione è ulteriormente precipitata: gli operai diretti hanno avuto solo cassa integrazione o sono stati messi in ferie, a casa, gli impianti non hanno avuto alcun intervento a tutela della sicurezza dei lavoratori nella gestione dell'impianto in quanto tale che è degradato ancora di più, rendendo sempre più difficile la sua effettiva ripresa. Verso l'indotto degli oltre circa 4000 lavoratori che vi operano più o meno stabilmente, alcuni non sono ancora rientrati, hanno avuto la cassa integrazione che peraltro, come sempre, si avvicina a una scadenza e in parte non è stata pagata, e per alcuni si sono chiuse più o meno definitivamente le porte delle imprese.

I padroni organizzati in due strutture, confluenti e concorrenti, quella della Confindustria e quella dell'AIGI che raccoglie - dicono - la maggioranza delle ditte dell'appalto, dopo aver fatto fuoco e fiamme per ottenere i soldi, questi soldi non li hanno ottenuti. Anzi, il sistema deciso dal governo per pagare gli arretrati a queste imprese è sembrato subito quanto mai complesso, articolato, confuso e volto più a nascondere la realtà che a risolverla. Di conseguenza i lavoratori, anche quelli rientrati al lavoro, non hanno nessuna garanzia del presente e meno che mai del futuro.

Non solo, oggi l'AIGI dichiara sulla stampa nella sua assemblea di ieri (l'altro ieri), “siamo tornati al 2015”, vale a dire una situazione di fallimento che portò a una perdita sostanziale di buona parte dei crediti che le imprese vantavano dall'azienda. Quindi in realtà si è trattato di un fallimento mascherato che produce grossi problemi non solo sul fronte del recupero effettivo dei crediti dell'azienda, ma evidentemente ne produce anche per i lavoratori. 

L'ultimo incontro tra sindacati e Commissari ha riguardato il problema di scongiurare che ciò che i lavoratori non hanno ancora percepito, i diretti innanzitutto, possa non essere insinuato nel passivo fallimentare dell'azienda che, come si sa, coi passivi fallimentari difficilmente lavoratori recuperano quello che gli tocca, ancor meno coloro che sono impegnati in vertenze giudiziarie. Ma in questa riunione i sindacati hanno avuto assicurazioni assolutamente generiche: “La società comunica che è in corso la valutazione, nei limiti del potere riconosciuti ai Commissari e della legge, di ogni possibile soluzione atta a permettere ai lavoratori e alle lavoratrici di ottenere quanto prima tutti i crediti loro vantati, così da evitare ogni ulteriore richiesta”

Ma che risposta è? Essa può trasformarsi molto più facilmente in un NO.

I lavoratori su questa risposta non sono affatto d'accordo, sia chiaro. Certo, per cambiarla ci vorrebbe ben altro che gli incontri con i Commissari, ma la sostanza è che anche su questo i lavoratori mantengono tutte le loro preoccupazioni, come le preoccupazioni della continuità lavorativa per i lavoratori delle ditte dell'appalto.

Per il futuro sono stati annunciati piani che prevedono progressivamente il passaggio dall'attuale non produzione - perché è stato fermato anche l'altoforno in funzione - a una fase di produzione che possa raggiungere livelli compatibili con il mantenimento di una parte rilevante dell'organico dei lavoratori in attesa che i piani di ambientalizzazione, di conversione, che vengono annunciati dal governo nel quadro della transizione ecologica, possano portare a una soluzione finale.

Ma su questo le stesse organizzazioni sindacali dopo l'incontro del 29, in particolare la Uilm di Palombella, che rappresenta il socio di maggioranza dei sindacati, in particolare nell'Acciaierie di Taranto e nell'appalto, ha strillato che se si va avanti così ci saranno 5000 esuberi. Più  i 1600 lavoratori in cassa integrazione straordinaria con l'accordo del 2018 e che avrebbero dovuto rientrare entro dal 2023 che invece non solo sono fuori, ma destinati a non rientrare più.

Quindi che cosa abbiamo avuto noi in tutto questo passaggio se non l'aggravamento della condizione generale degli operai e dei lavoratori? Che cosa abbiamo avuto in questo passaggio se non la trasformazione degli interventi del governo e del ciclo di tavoli e contro tavoli se non una situazione che è lungi dall'aver risolto un solo problema in questa azienda dal punto di vista degli operai? 

E’ questo che stiamo sostenendo da settimane alla fabbrica. Che si scontra con le continue riassicurazioni, ora strillate, ora dette con fare paternalistico ai lavoratori che "la situazione si sta risolvendo". Quindi i lavoratori sono alla mercé di comunicazione aziendali trasformate in incontri sindacali, mentre devono assistere impavidi agli interventi sulla stampa delle segreterie confederali che danno un quadro che evidentemente è smentito dalla realtà quotidiana della vita degli operai e dei lavoratori.

È inutile dire che anche sul problema della sicurezza si sfiora il ridicolo: una fabbrica che funziona realmente poco, con pochi operai, ti aspetti che perlomeno non faccia danni... E invece i danni li fa! Giorni fa ha preso fuoco all'improvviso il nastro trasportatore con rilevanti danni all'impianto, che se ci fossero stati i lavoratori si traduceva nell'ennesima strage.

Perfino quando questa fabbrica non funziona fa danni. La nostra battaglia è perché gli operai tornino massicciamente a lavorare e contestino all'interno condizioni di lavoro, di salute, di sicurezza e di ambiente e controllino dal basso ambientalizzazione e i piani faraonici che vengono annunciati per trasformare questo stabilimento in uno stabilimento compatibile con i lavoratori e con la situazione davvero grave nella città e nei quartieri continui a questa città.

Ma questa strada è percorribile solo con l'autonomia operaia, l'autorganizzazione della lotta dei lavoratori. Autorganizzazione non significa che debbano fare da soli ma che debbano staccarsi da chi gestisce il movimento sindacale in questa fabbrica: i sindacati confederali e il socio minore, ma non tanto minore, USB. Si debbano staccare per prendere un percorso di lotta sulla base di una Piattaforma operaia e se su questa Piattaforma operaia non c’è l'accordo devono fare fuoco e fiamme. E se queste fiamme e fuoco portano al fatto che questo stabilimento non ha più ragione di esistere perché i lavoratori non vi possono lavorare né ottenere né lavoro né salario, allora la forza dei lavoratori dovrà essere in grado di trovare soluzioni alternative. Ma solo attraverso questo percorso di lotta e di autorganizzazione dei lavoratori è possibile mettere in discussione la fine nota di questo stabilimento e la soluzione non sarà neanche l'auspicata chiusura dell'ambientalismo piccolo-borghese che utilizza un allarme sociale e sanitario più che mai giustificato.

I piani del governo sono chiari: rimettere in sesto l'ex ILVA in qualche modo penalizzando gli operai con cassa integrazione quasi permanente e pace sociale all'interno della fabbrica, accettazione di contratti precari, di lavoro in ogni condizione e di una massima flessibilità nella gestione della loro presenza per consegnare questa fabbrica a nuovi padroni, del genere e anche peggiori, come purtroppo l'analisi ci costringe a dire, di quelli che l’hanno avuta, da Riva ad Arcelor Mittal, ai futuri padroni che hanno messo gli occhi su questo stabilimento che resta comunque “strategico e centrale”. Questa fabbrica è strategica perché nella contesa mondiale dell'acciaio, acutizzata dalla crisi del Medio Oriente e dagli effetti della guerra in Ucraina, il controllo di questa postazione della produzione mondiale, europea, italiana, della siderurgia, è uno dei tasselli importanti di questa contesa. Tant'è vero che invece che sparire i padroni sono ben presenti nell'idea di mettere mani sullo stabilimento, i padroni ucraini innanzitutto, i grandi sponsor di Zelensky e dell'oligarchia ucraina, vogliono avere questo stabilimento come hanno messo mani su quello di Piombino e vengono considerati uno dei possibili acquirenti dello stabilimento. Così come altri gruppi indiani sono pronti a prendere il posto di ArcelorMittal, così come gli industriali italiani intorno alla Federacciai, con contese tra di loro, puntano a mettere le mani su questo stabilimento, da Arvedi alla non certo silente Marcegaglia.

Nei prossimi giorni questi padroni manderanno i loro uomini a visitare gli impianti per potere vedere in che stato sono. Ma sono visite guidate che hanno lo scopo di trovare il miglior offerente che nel caso concreto sono coloro che garantiscono un'effettiva ripresa scaricata sui lavoratori, sulla città, sul modello Riva e sul modello ArcelorMittal.

Quindi riorganizzare le file operaie non solo è assolutamente necessario per non trasformare la sconfitta che i lavoratori hanno subito già in questo stabilimento in disfatta, non soltanto per strappare risultati concreti sul fronte del rientro al lavoro e del pagamento dei salari, non soltanto per ridurre gli effetti di una cassa integrazione permanente e ottenere una reale integrazione salariale che permetta ai lavoratori di non perdere una parte rilevante del loro salario, ma soprattutto per costruire la forza che permetta di fronteggiare i nuovi piani dei nuovi padroni spalleggiati e sostenuti da governo, e sicuramente da larga parte dell'apparato sindacale, che eventualmente prenderà in mano questo stabilimento.

La nostra voce può essere una voce nel deserto, ma è l'unica voce che permette ai lavoratori di riprendere nelle mani il loro destino, presente e futuro. Al di fuori di questo la prospettiva è la cogestione governo/padroni/sindacato della massiccia ondata di nuovi esuberi che porterà con sé naturalmente l'intensificazione dello sfruttamento di chi in questa fabbrica rimane.

Un punto è importante. Abbiamo detto che Acciaierie non è di Taranto, è la parte determinante di un gruppo industriale che è Acciaierie d'Italia nel suo complesso, ex ILVA, e in questo vi sono gli stabilimenti di Genova e Novi Ligure. All'ultima fase di questa discussione col governo e di trattative, il governo ha portato a casa una divisione tra i lavoratori proponendo che l'attività a freddo della fabbrica fosse in realtà realizzata autonomamente negli stabilimenti di Genova e Novi Ligure, un'operazione che tende ad associare le organizzazioni sindacali, in primis la Fiom che è maggioritaria in questi stabilimenti di Genova, in un patto neocorporativo con padroni e governo che scarichi Taranto e che contribuisca all'approfondimento della crisi di questo stabilimento.

Queste cose vengono dette a mezza voce dai sindacati, invece è un fatto di sostanza. È del tutto evidente che gli operai delle Acciaierie, come pure l'intero panorama delle industrie siderurgiche, avrebbero tutta la necessità di una lotta comune contro i piani in corso in Acciaierie all'interno della più generale battaglia dentro il sistema siderurgico e industriale italiano. Ma la linea perseguita da padroni, governo e sostenuta da parte dei sindacati è quella di dividere i lavoratori, di metterli uno contro l'altro.

Per quanto riguarda Taranto, questo sarebbe grottesco. Come si sa, una delle soluzioni che vengono agitate è quella della chiusura dell'aria a caldo. Chiaramente non entriamo nel merito se effettivamente a Taranto con la chiusura dell'aria a caldo si possa realizzare quel processo di trasformazione, di conversione, che salvi lavoro e salute, ma è sicuramente il contrario di quello che il governo intende fare, che anzi l'aria a caldo la vuole bene lasciare ed è l'aria a freddo che vuole togliere all'Acciaierie di Taranto, con il risultato, quindi inevitabile, di aggravamento delle condizioni di lavoro e di permanenza di una condizione di salute e inquinamento assolutamente inaccettabile e organica al sistema capitalista e alle leggi che guidano l'azione dei governi.

Quindi ce n'è di carne a cuocere. Nel fare questa battaglia, per nostra “sfortuna” non siamo soli in città e in fabbrica in particolare, ma lo siamo sul piano nazionale in cui il sindacalismo non solo confederale, ma anche di base, di classe, se ne fotte di ciò che succede alle Acciaierie. L'ideologia, la prassi, la visione della lotta sindacale di classe in Italia e in generale per queste organizzazioni sindacali fa a meno delle fabbriche e in particolare delle grandi fabbriche. E quindi è evidente che su questo una battaglia che sia anche nazionale è necessaria e che chiaramente sarà vinta se innanzitutto gli operai della più grande fabbrica di questo paese e l'appalto di questa fabbrica troveranno la forza di ribellarsi.