giovedì 12 febbraio 2026

Ex Ilva, ultimatum dei sindacati a Chigi .. che paura del governo Meloni/URSO di fronte a questo ultimatum

 sono mesi che chiedono un tavolo che non può che essere come gli altri in cui i sindacalisti confederali e usb non toccano palla per così dire - slai cobas per iul sindacato di classe 

info stampa

Ex Ilva, ultimatum dei sindacati a Chigi

 

Fim, Fiom e Uilm chiedono un tavolo entro febbraio: «Lo Stato sia protagonista del rilancio». Tensioni su investimenti, cassa integrazione e gestione degli impianti a Taranto

Ultimatum dei metalmeccanici al Governo sulla vertenza ex Ilva. Fim, Fiom e Uilm chiedono una convocazione a Palazzo Chigi entro la fine di febbraio, con il coinvolgimento diretto della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. In caso contrario, annunciano una mobilitazione sotto la sede del Governo.

«Ribadiamo la necessità di una convocazione a palazzo Chigi: se non ci sarà entro la fine di febbraio, siamo pronti ad autoconvocarci davanti a palazzo Chigi», hanno affermato i segretari generali di Fim, Fiom e Uilm Ferdinando Uliano, Michele De Palma e Rocco Palombella in una conferenza stampa a Roma. Per i sindacati è indispensabile «avere chiarezza» su investimenti, piano industriale e prospettive occupazionali, ritenendo «centrale» l’intervento dello Stato nel processo di rilancio.

Uliano ha parlato di una situazione «grottesca» e denuncia il mancato coinvolgimento delle organizzazioni sindacali. «Ad oggi – ha ricordato – non abbiamo una convocazione a palazzo Chigi sull’ex Ilva: è urgente e la stiamo chiedendo dal 18 novembre scorso. Non coinvolgere i sindacati è gravissimo». Il leader della Fim ha sottolineato che «il silenzio che sta accompagnando questi mesi è l’esatta rappresentazione di una difficoltà enorme da parte del governo nel concludere in maniera positiva questa vertenza» e sollecitato chiarimenti anche sulla trattativa con il fondo Flacks. «Serve un piano di rilancio industriale. Lo Stato deve farsi protagonista», ha ribadito.

Sulla stessa linea De Palma, che ha invitato la premier ad assumere direttamente il dossier. «Lo Stato si assuma la responsabilità di gestire la transizione del piano di decarbonizzazione, con la garanzia occupazionale – ha esortato il leader sindacali – e il rilancio della produzione siderurgica nel nostro Paese». E ha avvertito: «Chiudere le porte di palazzo Chigi alle lavoratrici e ai lavoratori dell’ex Ilva, essendo una questione di Stato, sia un grande errore».

Il segretario della Fiom ha insistito sulla necessità del confronto. «Non vogliamo lo scontro: noi – ha proseguito – vogliamo costruire. Ma per farlo è necessario sedersi intorno al tavolo». Quindi l’appello diretto alla presidente del Consiglio: «Prenda il dossier Ilva nelle sue mani, visto il fallimento che c’è stato fino ad oggi».

Dalla Uilm, Palombella ha richiamato la dimensione strategica della crisi. «Non si può decidere – ha sentenziato – il destino di migliaia di lavoratori e di un asset strategico per il Paese attraverso dichiarazioni a mezzo stampa». Dopo «due anni di amministrazione straordinaria» segnati da «cassa integrazione e incertezza produttiva», il sindacato chiede risposte su investimenti reali e garanzie occupazionali. «Non siamo per una statalizzazione ideologica, ma in questa fase straordinaria riteniamo indispensabile una regia piena e diretta dello Stato», ha affermato ancora Palombella.

Intanto, da Taranto arrivano segnali di forte preoccupazione. Le segreterie territoriali di Fim, Fiom, Uilm e Usb decrivono una «condizione di forte criticità su sicurezza, ambiente e occupazione» dopo l’incontro con i commissari straordinari. A fronte di 997 milioni di euro stanziati tra manutenzioni e investimenti, le sigle ritengono le risorse «non adeguate rispetto alle condizioni in cui versano gli impianti» e segnalano punte di cassa integrazione fino al 50-60% in alcune aree.

Le RSU delle Officine Centrali denunciano inoltre «modalità gestionali improntate a un’impostazione autoritaria e dittatoriale» e un «clima sempre più pesante», con decisioni sulla cassa integrazione prese «in autonomia» dai responsabili. «Il rispetto dei lavoratori non è un’opzione, è la base minima per lavorare», asseriscono.

Sul fronte ambientale, Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria ha precisato, rispondendo a una nota del senatore Mario Turco, vicepresidente del M5S, che «non è attualmente in corso alcun processo di co-incenerimento di plastiche», sostenendo che il progetto «Polymer Injection», finanziato con risorse Pnrr, riguarda interventi di decarbonizzazione.  Acciaierie d’Italia ha riferito che al progetto è stata assegnata la sigla «AF-2», «senza alcun collegamento con l’Altoforno 2 (Afo/2) ». Dunque, «la similitudine tra i due acronimi ha verosimilmente generato l’equivoco» da cui sarebbero scaturite le dichiarazioni del parlamentare.

La vertenza resta dunque aperta su più fronti – industriale, ambientale e occupazionale – mentre i sindacati attendono un segnale politico. Febbraio diventa il mese decisivo: senza convocazione, assicurano, la protesta salirà fino a Palazzo Chigi.

 

 

Ex Ilva, no al dissequestro dell’Afo 1 - lo slai cobas per il sindacato di classe taranto al contrario degli altri sindcati confederali e non - condivide pienamente la decisione

il gip Robertiello: servono altri accertamenti sull'incendio del 7 maggio 2025

Il gip del Tribunale di Taranto, Mariano Robertiello, ha rigettato l’istanza di dissequestro dell’Altoforno 1 presentata da Acciaierie d’Italia in As, ex Ilva.

La richiesta era stata discussa nell’udienza di lunedì. Nell’ordinanza il giudice ha evidenziato la necessità di mantenere l’impianto sotto sequestro per consentire ulteriori accertamenti sulle cause dell’incidente avvenuto il 7 maggio 2025. Quel giorno un incendio interessò una delle tubiere dell’impianto nelle quali transita aria calda ad alta temperatura utilizzata per la combustione del coke e l’avvio del processo di produzione della ghisa.

Dalle immagini delle telecamere interne risulta che alle 11.31 dalla tubiera 11 fuoriuscì un ingente quantitativo di gas incendiato, seguito dalla proiezione di materiale solido incandescente, con lo sviluppo di un rogo di vaste proporzioni. Secondo gli investigatori erano in corso operazioni di messa in sicurezza e spegnimento di materiale incandescente. L’evento avrebbe esposto a rischi i lavoratori presenti, sia dipendenti sia di ditte terze.

Alcuni addetti si recarono all’unità sanitaria dello stabilimento per ustioni lievi, contusioni ed escoriazioni. Gli organi tecnici hanno ipotizzato un “incidente rilevante” ai sensi del d.lgs. 105/2015, prospettando i reati di incendio colposo, getto pericoloso di cose e omessa comunicazione di incidente rilevante.

Il gip sottolinea nel provvedimento che l’altoforno 1 “costituisce, al tempo stesso, il luogo dell’evento del 7 maggio 2025, lo strumento materiale attraverso il quale l’evento si è prodotto e la principale fonte di prova per la ricostruzione delle relative cause”. La misura adottata, aggiunge, rappresenta “l’unico mezzo idoneo a preservare l’integrità della fonte di prova. Non è, pertanto, praticabile l’ipotesi di svolgere gli accertamenti residui in assenza del sequestro”.

“Secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, il sequestro probatorio – osserva ancora il gip – deve essere mantenuto ogniqualvolta il bene sottoposto a vincolo conservi una concreta, attuale e non meramente potenziale attitudine a fungere da fonte di prova”. Per questo è “sufficiente che residuino accertamenti non marginali la cui esecuzione richieda la conservazione materiale del bene nello stato in cui esso si trova. La verifica della persistenza delle esigenze probatorie non può essere condotta in termini astratti o meramente formali, ma deve essere ancorata alla concreta evoluzione dell’indagine, alla natura degli accertamenti ancora da svolgere e al grado di complessità tecnica del contesto oggetto di accertamento”.

*Sull’argomento: Si è cercato afo 1 – Corriere di Taranto


i fascisti di casa pound condannati giustamente a Bari sono protetti dal governo Meloni/da Fratelli d'Italia dal MInistro Piantedosi

 

Oggi il Tribunale di Bari ha condannato 12 militanti di CasaPound per riorganizzazione del disciolto partito fascista e manifestazione fascista. Pene fino a 2 anni e 6 mesi, più la privazione dei diritti politici per 5 anni.

È la PRIMA VOLTA in Italia che viene riconosciuto questo reato per attivisti di CasaPound. 

I fatti risalgono al settembre 2018: un'aggressione squadrista con sfollagente, manganelli telescopici e manubri da palestra contro manifestanti antifascisti che tornavano da un corteo. Tra le vittime l'europarlamentare Eleonora Forenza.

Sette anni per arrivare a questa sentenza. Ma oggi si ribadisce un fatto chiaro: il fascismo NON è un'opinione. È un crimine. E oggi la giustizia lo conferma.

Per fortuna che c'è la Costituzione, che all'articolo XII delle disposizioni transitorie vieta la riorganizzazione del partito fascista "sotto qualsiasi forma". Una norma antifascista nata dalla Resistenza che ancora oggi ci difende.


Inviato da iPhone

sindacati confederali e USB - ancora richieste sindacali e promesse aziendali che non corrispondono ai fatti , che prendono tempo lasciando le cose come stanno

 

Ex Ilva: incontro tra sindacati e gestione commissariale

Le organizzazioni sindacali Fim, Fiom, Uilm e Usb hanno incontrato la gestione commissariale di Acciaierie d’Italia per discutere delle criticità relative alla sicurezza, all’ambiente e agli assetti di marcia dello stabilimento di Taranto.

Hanno richiesto un piano di spesa e investimenti manutentivi ordinario e straordinario, l’istituzione di un Coordinamento di Stabilimento per affrontare le criticità presenti nei reparti, il monitoraggio sui numeri della cassa integrazione e il rispetto della rotazione per mansioni fungibili, e una mappatura delle aziende dell’appalto che operano all’interno dello stabilimento.

L’azienda ha presentato dati sulle risorse stanziate per le attività di manutenzione e investimenti industriali, che ammontano a 997 milioni di euro a partire da febbraio 2024. Tuttavia, le organizzazioni sindacali ritengono che tali investimenti siano insufficienti rispetto alle criticità presenti nello stabilimento.

La cassa integrazione è un problema grave, con percentuali del 50-60% per le manutenzioni centrali e oltre 3000 dipendenti coinvolti nei mesi di novembre e dicembre. L’azienda ha assunto impegni sulle richieste avanzate e si è convenuto di procedere ad una successiva fase di confronto

Palestina - due iniziative da sostenere e partecipare


 

Carcere di Melfi 21 febbraio ore 15 presidio

contro la sentenza di condanna per Anan


- Per esprimere solidarietà e vicinanza ad Anan  e a tutti i prigionieri politici palestinesi

- contro la montatura per Hannoun 

- contro la repressione del movimento palestinese e del movimento di solidarietà con la Palestina 

La resistenza non è reato, la solidarietà è un’arma non un reato! 

Liberi tutti! Palestina libera! 

 Da Taranto delegazione con mezzo collettivo 

per info e adesioni #iostoconlaPalestina Taranto c/o slai cobas taranto wa 3519575628

mercoledì 11 febbraio 2026

Lo Slai cobas condivide il NO al rigassificatore

 info stampa

Rigassificatore al molo polisettoriale, Legambiente: pericoloso e incompatibile

L’associazione ambientalista denuncia rischi industriali e incompatibilità con l’hub per l’eolico offshore

Il progetto

Il progetto

TARANTO - Il progetto di installazione di un rigassificatore alla testata del molo polisettoriale infiamma il dibattito cittadino. Legambiente Taranto esprime una netta contrarietà all’opera ritenendola incompatibile con lo sviluppo del porto come polo nazionale per l’eolico offshore galleggiante e pericolosa sotto il profilo della sicurezza.

Secondo l’associazione l’impianto occuperebbe circa il 20% dell’intera superficie del molo, sottraendo spazi operativi alle attività necessarie per la movimentazione e l’assemblaggio degli aerogeneratori. “Il progetto è incompatibile con l’individuazione del porto di Taranto quale hub per l’eolico offshore”, sostiene Legambiente, evidenziando come le operazioni di montaggio richiedano ampie aree operative e lavorazioni continue.

La criticità principale riguarderebbe la coesistenza tra lavorazioni industriali e presenza di gas metano. L’assemblaggio delle componenti delle turbine prevede infatti frequenti saldature con produzione di scintille. “Se si verificasse una fuga di metano e il vento spingesse il gas verso l’area di assemblaggio, una scintilla potrebbe innescare una grande fiammata”, avverte l’associazione, definendo elevato il rischio per lavoratori e infrastrutture.

Il porto di Taranto è stato inserito dal Governo, insieme ad Augusta, tra gli hub strategici nazionali per l’eolico offshore attraverso il decreto interministeriale 167 del 4 luglio 2025, registrato dalla Corte dei Conti il 23 settembre 2025. Il piano prevede investimenti per circa 28 milioni di euro e piena operatività tra il 2027 e il 2028, con ricadute occupazionali nella cantieristica delle energie rinnovabili e nel sistema portuale. Per Legambiente la realizzazione del rigassificatore comprometterebbe questa prospettiva di sviluppo legata alla transizione energetica e alla riduzione delle fonti fossili.

Ulteriori preoccupazioni riguardano la sicurezza della popolazione. L’associazione cita la presenza del quartiere Lido Azzurro, abitato stabilmente e frequentato d’estate, non considerato nella documentazione progettuale che indica oltre 6 chilometri di distanza dal centro abitato. In caso di incidente le conseguenze potrebbero coinvolgere lavoratori e residenti.

Nel documento vengono richiamati anche i rischi legati agli eventi climatici estremi. Un tornado classificato F3 aveva già interessato l’area anni fa, con venti tra 254 e 332 chilometri orari. “Un nuovo tornado non si può escludere e la sua traiettoria potrebbe interessare impianti a rischio di incidente rilevante con possibile effetto domino”, si legge nella nota, che segnala inoltre la presenza della base navale e di sottomarini a propulsione nucleare, considerati ulteriori fattori di rischio in caso di collisione con metaniere.

Per questi motivi Legambiente ribadisce la propria contrarietà all’opera e richiama precedenti posizioni della città contro analoghi progetti energetici. L’associazione auspica un pronunciamento chiaro del consiglio comunale e l’intervento dell’amministrazione nel procedimento di valutazione di impatto ambientale avviato a inizio febbraio.

I soldi dati finora non sono serviti a cambiare la situazione dell'ex Ilva su nessuno dei terreni necessari lavoro/salute/sicurezza in fabbrica/bonifiche

 info stampa

Prestito ponte dall'Ue all'ex Ilva, cosa cambia davvero per Taranto

I 390 stanziati tra continuità produttiva, transizione ecologica e futuro industriale

Ex Ilva

TARANTO – Come anticipato ieri da Buonasera24.it, il via libera della Commissione Europea allo stanziamento di 390 milioni di euro a favore di Acciaierie d’Italia rappresenta un punto di svolta per il polo siderurgico di Taranto e per l'intera impostazione della politica industriale nazionale nel contesto della transizione ecologica.

Ma cosa significa realmente per lo polo siderurgico tarantino?

Questa manovra si inserisce in un quadro di estrema delicatezza, quando la necessità di preservare l’integrità produttiva del Paese si scontra con i rigidi vincoli comunitari in materia di aiuti di Stato. La decisione di Bruxelles di autorizzare il prestito ponte è scaturita da una valutazione pragmatica dei rischi sistemici. La "caduta" dell’ex Ilva provocherebbe infatti un effetto domino su tutta la filiera metalmeccanica italiana e un impoverimento socio-economico della Puglia. Eventualità che l'Europa stessa ha definito come un danno rilevante e inaccettabile.

Sotto il profilo strettamente economico, il finanziamento ha l'obiettivo di garantire la continuità operativa in una fase di amministrazione straordinaria che deve necessariamente sfociare nella cessione a un investitore privato. La sopravvivenza del sito è legata a doppio filo alla capacità di generare flussi di cassa minimi per coprire i costi fissi e, in quest’ottica, la riattivazione dell’Altoforno 2, prevista per la fine di febbraio, assume una valenza sostanziale e tecnica fondamentali. Senza la marcia degli impianti, il valore degli asset subirebbe un deprezzamento tale da rendere vana qualsiasi procedura di gara, trasformando un potenziale rilancio in una mera liquidazione fallimentare. La sfida per il Governo è ora quella di gestire questa finestra temporale di sei mesi per finalizzare il passaggio di consegne a chi dovrà essere capace di integrare il sito pugliese nelle nuove rotte dell'acciaio verde e competitivo.

L'orientamento della politica industriale europea sta infatti virando verso una decarbonizzazione accelerata che impone la trasformazione radicale dei processi produttivi. L'acciaio primario da ciclo integrale, storicamente basato sul carbone, deve evolvere verso tecnologie a ridotto impatto carbonico, come i forni elettrici alimentati da preridotto di ferro. Il prestito ponte serve dunque a conquistare tempo prezioso per permettere ai commissari e al Ministero delle Imprese e del Made in Italy di confermare il partner industriale che presenti un piano di investimenti solido per la riconversione ambientale. In questo scenario, la Puglia diventa il laboratorio europeo per testare la compatibilità tra grande industria pesante e tutela della salute pubblica, un binomio che per decenni è apparso inconciliabile.

Analizzando l'aspetto finanziario, l'operazione si configura come un onere di cui il futuro acquirente dovrà in qualche modo farsi carico. La sostenibilità del debito di Acciaierie d’Italia resta uno dei nodi principali nella trattativa, poiché il settore siderurgico globale sta attraversando una fase di forte volatilità dei prezzi delle materie prime e dell'energia. Tuttavia, le attenzioni rivolte dai player internazionali suggeriscono che il valore strategico dell'impianto di Taranto, grazie alla sua posizione logistica nel Mediterraneo e alla sua capacità installata, rimane comunque elevato nonostante le tante criticità. La riuscita di questa operazione sancirà la capacità dell'Italia di mantenere una posizione industriale strategica nei settori di base, evitando che la manifattura nazionale diventi totalmente dipendente dalle importazioni di acciaio extra-europee.

L’intervento di Bruxelles segna quindi il passaggio da una gestione dell’emergenza a una fase di programmazione. Il successo si misurerà tanto con la ripresa della produzione e con il mantenimento dei livelli occupazionali, quanto pure con la capacità di attrarre capitali privati in un progetto di lungo respiro che sappia coniugare profitto, efficienza tecnologica e rispetto dei parametri ambientali comunitari. La politica nazionale è chiamata ora a un esercizio di precisione chirurgica per evitare che questo ennesimo salvataggio pubblico si trasformi in un semplice rinvio di problemi strutturali rimasti irrisolti per troppo tempo.