«Se il processo penale è di per sé una pena, bisogna almeno evitare che la stessa abbia una durata irragionevole». Francesco Carnelutti, una delle figure più illustri del panorama giuridico italiano, commentava così l’istituto della prescrizione, da secoli al centro del dibattito politico, tornato d’attualità nei giorni scorsi per l’uscita dell’ex governatore pugliese Nichi Vendola – proprio per intervenuta prescrizione ovvero per l’eccessivo tempo trascorso dai fatti contestati - dal processo «Ambiente svenduto», chiamato a fare luce sul presunto disastro ambientale generato dall’attività dello stabilimento siderurgico Ilva di Taranto.
Nel diritto romano non esisteva inizialmente un concetto strutturato di prescrizione per i reati. L'accusa pubblica era spesso imprescrittibile. Fu introdotta l'istituto della praescriptio, una formula con cui il convenuto poteva bloccare l'azione civile o penale se il titolare del diritto era rimasto inattivo per un lungo periodo, facendo decadere l'accusa.

Con l'Illuminismo e la nascita del moderno diritto penale, si affermò l'idea che la pena dovesse avere una finalità rieducativa e non di vendetta perpetua. L'istituto della prescrizione venne formalizzato nei codici europei dell'Ottocento, legando indissolubilmente il tempo necessario a prescrivere alla gravità del reato (solitamente calcolato in base al massimo della pena edittale). Questa filosofia confluì nell'impianto originario del Codice Penale Italiano del 1930 (Codice Rocco), che configurava la prescrizione come un diritto dell'imputato a non rimanere «appeso» sine die al processo.

Negli ultimi decenni la prescrizione è diventata uno dei temi più divisivi nel dibattito giuridico italiano, oscillando tra la tutela della ragionevole durata del processo e l'esigenza di non lasciare impuniti reati complessi. Fatta questa doverosa premessa, Nichi Vendola ha ragione a protestare il suo lungo coinvolgimento – oltre 14 anni – nel processo finito sostanzialmente in un binario morto, con la ragionevole certezza di non arrivare a una sentenza definitiva in tempi compatibili con quanto affermava un altro giurista di riferimento come Pietro Calamandrei: «Il segreto della giustizia sta in una sua sempre maggior umanità, e in una sempre maggiore vicinanza umana tra avvocati e giudici nella lotta comune contro il dolore: infatti, il processo, e non solo quello penale, di per sé è una pena, che giudici e avvocati debbono abbreviare rendendo giustizia».
Dopodiché nel suo lungo sfogo sui social, l’ex presidente della Regione Puglia poteva spendere almeno una parola per chi a causa dell’esposizione agli inquinanti è morto o si è ammalato o nei confronti della città di Taranto che così tanto è stata sfigurata dalla presenza dell’acciaieria più grande d’Europa, all’indirizzo di chi chiedeva verità e giustizia ed è rimasto con nulla in mano.
Eppure, dalla letture delle carte depositate nell’inchiesta «Ambiente svenduto» nella quale Vendola era imputato per concorso in concussione con i proprietari e consulenti Ilva Fabio Riva, Franco Perli, Luigi Capogrosso e Girolamo Archinà (nel frattempo deceduto) con l’accusa di aver ammorbidito l’allora direttore generale dell’Arpa Giorgio Assennato emergeva che la legge sulla diossina varata dalla Regione Puglia nel dicembre del 2008 e più volte citata come esempio - perfino nella campagna pubblicitaria per le elezioni del 2010, vinta ai danni del centrodestra - come rigore ambientale dal governatore Nichi Vendola fu concordata con l’Ilva. Furono i finanzieri del gruppo di Taranto in una informativa che ancora funge da colonna portante dell’intera indagine sul disastro ambientale, a ricostruire, i rapporti avuti tra l’Ilva e la Regione Puglia, scrivendo che «la concertazione relativa alla “Legge regionale sulla diossina”, cui spesso faceva riferimento Archinà, potente responsabile delle relazioni esterne del gruppo Riva, poteva essere riassunta, verosimilmente, nel cosiddetto “modello Ilva” tanto caro al presidente Vendola che ne era stato uno dei principali registi – sicuramente assieme all’Archinà -, tanto da volerlo esportare in toto anche alle altre realtà industriali pugliesi».
Non solo. Secondo i militari delle Fiamme Gialle «è di tutta evidenza che la Regione Puglia, invece di imporre misure urgenti atte a monitorare in continuo le emissioni dell’Ilva - che è poi la criticità maggiore della legge sulla diossina, che impone limiti più severi alle emissioni ma ancora oggi è priva di uno strumento di controllo 24 ore su 24, ndr - , di concerto con i suoi vertici cerca di ricorrere a degli escamotage quali l’attivazione del “tavolo tecnico” con i quali far prendere tempo all’industria nella realizzazione delle strutture di monitoraggio in continuo delle emissione e, dall’altra parte, consente di salvaguardare la Regione Puglia che non apparirà inoperosa agli occhi dell’opinione pubblica sul fronte ambientale». Tanto Ilva e Regione Puglia avrebbero marciato a braccetto che in sede di istruttoria dell’Autorizzazione integrata ambientale, il vicepresidente di Riva Fire Fabio Riva e l’avvocato Franco Perli (ad entrambi era contestata con altri l’associazione a delinquere, imputazione cancellata dalla prescrizione) si preoccupano di evitare contraccolpi a livello ministeriale. «La condivisione degli obiettivi tra la Regione Puglia e l’Ilva - si legge nell’informativa - in relazione al campionamento in continuo della diossina si riverbera anche sui lavori in corso presso il ministero dell’Ambiente ove la commissione ha in corso l’istruttoria per il rilascio dell’Aia all’Ilva. Fabio Riva ricorda all’avv. Perli di discutere con un componente della commissione, l’avvocato Pelaggi (assolto dall’accusa di abuso d’ufficio perché il fatto a lui contestato non era previsto dalla legge come reato) del “campionamento in continuo della diossina”, perché, sostiene, su tale argomento “bisogna dargli una mano a Vendola perché se no ti saluto eh!!!”, evidenziando, in tal modo, la perfetta unità d’intenti esistente sull’asse Vendola-Ilva, che porta i vertici della grande industria a spendersi anche in sede ministeriale affinché non vengano intrapresi percorsi che possano nuocere al presidente Vendola». Il governatore al rientro da un viaggio in Cina il 6 luglio del 2010 chiamò Archinà e usò parole, a leggere la trascrizione della telefonata, inequivocabili sul tenore dei rapporti: «ognuno fa la sua parte e dobbiamo però sapere che - disse Vendola - a prescindere da tutti i procedimenti, le cose, le iniziative, l'Ilva è una realtà produttiva, cui non possiamo rinunciare, e quindi diciamo, fermo restando tutto, dobbiamo vederci, dobbiamo ridare garanzie, volevo dirglielo perché poteva chiamare Riva - aggiunse il governatore ad Archinà - e dirgli che il presidente non si è defilato».
Dal processo, invece sì, come era suo diritto, magari evitando quelle dichiarazioni roboanti appese sulle ciminiere ormai esauste del siderurgico.