mercoledì 9 settembre 2026
martedì 8 settembre 2026
Ex Ilva notizie stampa - 2
Ex Ilva, vertice a Palazzo Chigi per scongiurare il blackout produttivo. Prende forma il "Piano Ponte" dell'Esecutivo
Governo, associazioni datoriali e sindacati a confronto sul futuro del siderurgico. Ecco cosa proporrà il Governo
redazione.taranto@buonasera24.it

TARANTO - La pressione per l’imminente fermo tecnico dell'impianto ex Ilva, conseguente alle fissate scadenze giudiziarie, si riflette in modo netto sui tavoli governativi convocati a Palazzo Chigi per martedì 8 settembre. Al vertice sono stati chiamati a raccogliersi, in due distinti incontri, le associazioni datoriali e le organizzazioni sindacali. Entrambe le riunioni vedranno la partecipazione di una delegazione del Governo coordinata dal sottosegretario Alfredo Mantovano.
Un parterre spinto da un’unica e pressante consapevolezza: il centro siderurgico di Taranto si trova ad affrontare un vero e proprio punto di non ritorno socio-tecnico, in cui ogni ritardo rischia di compromettere irreparabilmente la tenuta dell'intero comparto industriale italiano.
Secondo alcune indiscrezioni e analisi di scenario, l'Esecutivo si prepara a delineare un articolato e complesso "Piano Ponte", in continuità con le strategie passate. Si tratterebbe di uno strumento ad alto impatto, calibrato specificamente per garantire la sopravvivenza operativa dell'impianto nel breve e medio periodo.
Le finalità prioritarie emerse nelle ultime ore indicano la volontà di disinnescare la potenziale bomba sociale e, al contempo, mantenere l'asset abbastanza solido ed efficiente da poter essere successivamente collocato sul mercato privato senza subire svalutazioni e deprezzamenti distruttivi.
Al centro del vertice romano vi è l'impellente necessità di preservare senza soluzioni di continuità le funzioni primarie dello stabilimento, con particolare riferimento all'area a caldo. Il rischio maggiormente paventato dai tecnici e dagli esperti riguarda il fermo dell'altoforno. Un eventuale raffreddamento causerebbe danni strutturali irreversibili alle murature refrattarie, vanificando qualsiasi concreta possibilità di tempestiva ripartenza, azzerando di fatto il valore economico ed industriale dell'intero polo siderurgico.
Per scongiurare questo scenario, il probabile Piano Ponte governativo potrebbe prevedere un ulteriore supporto di liquidità, sostenuto e coperto da solide garanzie pubbliche. Tali risorse finanziarie servirebbero a pagare i volumi minimi per l'approvvigionamento di materie prime, le cariche di minerali e le forniture energetiche, fattori essenziali per mantenere il regime minimo di sicurezza e di marcia operativa, preservando così l'integrità tecnologica e patrimoniale del sito tarantino.
La seconda direttrice di pianificazione su cui si concentrano i rumor riguarda la drammatica sofferenza in cui versa la rete dei fornitori e delle aziende terze. Il blocco prolungato dei pagamenti e l'accumulo di crediti incagliati rischiano di soffocare definitivamente il tessuto imprenditoriale di Taranto e della sua provincia, trascinando in una spirale fallimentare decine di piccole e medie imprese della filiera. L'Esecutivo sembra intenzionato ad attivare una moratoria sui debiti pregressi unita a una rete di garanzie statali veicolate attraverso i canali dei ministeri competenti. L'obiettivo consisterebbe nel creare linee di credito bancarie dedicate, assicurando alle imprese dell'indotto e alle ditte collegate il respiro finanziario indispensabile per rimanere attive ed erogare i servizi essenziali.
Il capitolo legato alla tutela dei livelli occupazionali e del lavoro di sistema rappresenta indubbiamente l'aspetto più delicato per la tenuta sociale dell'area metropolitana. Di fronte allo spettro dei licenziamenti collettivi di migliaia di lavoratori tra maestranze e addetti delle ditte terze, il Governo pare orientato a disporre il congelamento delle procedure già avviate.
Contestualmente appare del tutto prevedibile il prolungamento e il deciso potenziamento degli ammortizzatori sociali straordinari, mediante l'estensione di una Cassa Integrazione Guadagni specifica per la transizione industriale. Questa misura fungerebbe da "cuscinetto", al fine di stemperare la fortissima tensione con le organizzazioni sindacali e prevenire un'escalation del conflitto di piazza, garantendo il mantenimento del reddito alle famiglie coinvolte.
Sul piano istituzionale, la scelta di fissare la riunione a Palazzo Chigi proprio l'8 settembre non è casuale. Essa precede infatti di sole ventiquattro ore i passaggi formali in sede giudiziaria. La definizione dettagliata di un quadro programmatico e finanziariamente sostenibile prima della pronuncia della magistratura risponde alla precisa necessità politica di governare gli andamenti della vertenza e anticipare i provvedimenti degli organi inquirenti.
Presentando un solido protocollo d'intesa, congruamente dotato di fondi economici, l'Esecutivo punterebbe a rassicurare i giudici circa il rigoroso rispetto delle prescrizioni minime per la salute e la sicurezza dei lavoratori e della popolazione residente. Questo scudo istituzionale potrebbe prevenire il rischio di sequestro o di fermo dell'impianto, eventi che, se portati a termine, irrigidirebbero in modo irreversibile i margini della mediazione politica.
In un'ottica strettamente commerciale e di mercato, la garanzia dei volumi minimi di produzione serve altresì a contenere la perdita di quote di mercato soprattutto nei settori manifatturieri, dell'automotive e della metalmeccanica. Proteggere la prosecuzione operativa del sito permetterebbe di conservare la forza del marchio "Ilva" e la competitività dell'opificio nei confronti dei potenziali acquirenti e investitori privati, sia nazionali che internazionali. Ciò offrirebbe ai commissari straordinari la stabilità gestionale indispensabile per ridefinire un migliore e aggiornato bando di gara.
Resta infine sullo sfondo, ma con un peso assai rilevante, il tema del risanamento ecologico e ambientale, causa storica e giuridica del lungo contenzioso che attraversa il territorio da molti anni. Pur dovendo dare priorità alle risorse per la gestione operativa, il Piano Ponte punterebbe a confermare un programma vincolante per le bonifiche non più rinviabili, estendendolo anche ai quartieri adiacenti e all'area portuale.
Le notizie che filtrano ribadiscono che il futuro passaggio di consegne ai privati dovrà essere comunque vincolato all'adozione graduale di tecnologie avanzate di decarbonizzazione, tra cui l'introduzione di forni elettrici e impianti per il preridotto di ferro (DRI). Solo attraverso questo difficile e indispensabile equilibrio tra produttività immediata e transizione ecologica di lungo termine, l'ex Ilva potrà provare a recuperare la propria licenza sociale ad operare e garantire un reale futuro industriale al territorio tarantino.
In aggiunta a questo complesso quadro pesa infine l'incognita della questione energetica, un nodo determinante che attende ancora una definizione chiara. Senza contratti di fornitura a lungo termine a prezzi calmierati e in assenza di un piano infrastrutturale certo per l'approvvigionamento delle energie necessarie alla conversione degli impianti, il rischio concreto è che la transizione ecologica finisca per scontrarsi con costi di produzione insostenibili, compromettendo in assoluto la redditività del sito e la sua attrazione per il capitale privato.
Ex Iva - notizie stampa della giornata - 1
Ex Ilva, presidio dei sindacati. La proposta di Mantovano: «Tavolo permanente come la terra dei fuochi»

Presidio dei delegati sindacali dell’ex Ilva nella giornata degli incontri a Palazzo Chigi sul futuro della fabbrica. In concomitanza con l’avvio dei vertici tra Governo e istituzioni, associazioni delle imprese e sigle metalmeccaniche, oggi le rappresentanze sindacali unitarie di Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm e Usb di Acciaierie d’Italia e dell’appalto-indotto, hanno dato vita a un flash mob nei pressi della direzione dello stabilimento siderurgico (via Appia) che é cominciato intorno alle 15.
“Oggi chiederemo al Governo di disinnescare questa bomba sociale che per il momento ha coinvolto 2.500 lavoratori”, afferma Vincenzo La Neve, coordinatore di fabbrica Fim Cisl all’ex Ilva. “Chiediamo quindi il ritiro immediato della procedura di licenziamenti per questi lavoratori dell’appalto e dell’indotto, l’anello più debole della vertenza - dice La Neve -. Dopodiché chiederemo delle garanzie al Governo, di assumersi delle responsabilità per mettere fine a questa vertenza che é durata 15 anni. In termini ambientali e di occupazione, il Governo deve dare risposte immediate e concrete”.
“Siamo la vertenza più longeva d’Italia ma non festeggiamo”, dichiara Ignazio De Giorgio della Fiom Cgil nel flash mob sindacale in corso davanti all’ex Ilva con riferimento alle recenti dichiarazioni della premier Giorgia Meloni a Bari. “Noi non seguiamo il Governo
Adesso sono finiti gli slogan - prosegue -, vogliamo risposte nella giornata di oggi per salvaguardare e tutelare tutti i lavoratori”. “È mancanza di rispetto verso migliaia di persone che soffrono da 15 anni queste condizioni - rileva Giuseppe D’Ambrosio della Fiom Cgil -. Si offende l’intelligenza degli operai, il Governo ha fallito. Erano quelli che volevano risolvere l’Ilva di Taranto ma dopo 60 anni l’Ilva é chiusa”.Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio: “Convocazione già nei prossimi giorni”. Sul futuro dell’ex Ilva il governo punta su green e decarbonizzazione
Un tavolo permanente presso la presidenza del Consiglio per affrontare la situazione dell’area di Taranto, sul modello di quelli istituiti per le opere del Giubileo 2025 e per gli interventi nella Terra dei Fuochi. È la proposta avanzata dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano nel corso dell’incontro con gli enti territoriali dell’area tarantina sul futuro dell’ex Ilva. “La convocazione del tavolo potrebbe essere avviata già nei prossimi giorni”, ha spiegato Mantovano, sottolineando la necessità di evitare la frammentazione degli interventi e di mantenere costantemente aperto un luogo di confronto.
“Quella del governo non è una prospettiva di rassegnazione – ha aggiunto – bensì di rilancio e di gestione attiva della transizione”. Il futuro dell’ex Ilva, ha ribadito il sottosegretario, resta legato alla transizione green e alla decarbonizzazione, attraverso forni elettrici alimentati con Dri.
Nel caso in cui la Corte d’appello confermasse il decreto di sospensione dell’area a caldo, l’obiettivo dell’esecutivo sarebbe trasformare una situazione “complicata e difficile” in un’occasione di rilancio per il territorio. Tre le direttrici indicate da Mantovano: il futuro delle gare in corso, alla luce delle decisioni che saranno assunte dalla magistratura; le misure sociali per affrontare le eventuali ricadute occupazionali della sospensione dell’area a caldo; e i progetti di reindustrializzazione, con l’obiettivo di favorire il riassorbimento della manodopera eventualmente in esubero dell’ex Ilva e dell’indotto.
«Per il Governo il futuro dell’Ilva sarà in ogni caso legato al green
e alla decarbonizzazione attraverso i forni elettrici alimentati a
Dri». Lo ha detto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio
Alfredo Mantovano durante l’incontro a Palazzo Chigi con gli enti
territoriali riguardo l’ex Ilva.
Mantovano ha poi proseguito
dicendo che «nel caso la Corte d’appello confermasse il decreto di
sospensione dell’area caldo l'intenzione del governo è provare a
trasformare una situazione complicata e difficile in un’occasione per il
rilancio dell’area. Per farlo occorre lavorare su tre direttrici di
intervento che riguardano la prospettiva delle gare in corso sulla base
delle decisioni che nei prossimi giorni saranno prese dalla
magistratura, le misure di carattere sociale per affrontare le ricadute
occupazionali di un’eventuale sospensione dell’area a caldo e i progetti
di reindustrializzazione e quindi le possibilità di riassorbimento
della manodopera dell’ex Ilva e dell’indotto eventualmente in esubero».
Ammiraglio Cavo Dragone: “Taranto perno NATO sul Fianco Sud” - info
Taranto torna al centro della strategia dell’Alleanza Atlantica.
Alla
Base Navale, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del
Comitato Militare NATO, in conferenza stampa, il 7 settembre, ribadisce
che la pace non è frutto della casualità ma di deterrenza, investimenti e
capacità credibili. La città dei due mari, storica casa della Marina, è
oggi piattaforma chiave per la sicurezza del Mediterraneo.
Dal
vertice di Ankara a Bruxelles, passando per Taranto, la rotta è quella
della “NATO 3.0”: più capacità, più responsabilità condivise, più
rapidità di risposta. Le minacce sono concrete – Russia, terrorismo,
disinformazione, attacchi ibridi – e negli ultimi due anni si sono
registrati 700 scramble, segnale di una pressione costante sui cieli
dell’Alleanza.
Sul Fianco Sud Taranto è strategica grazie al SOC,
alle Forze navali permanenti e al futuro comando multinazionale
marittimo. Parallelamente si rafforza il Fianco Est con battlegroup
integrati. L’Italia aumenta gli investimenti e colma le lacune
capacitive: un segnale tangibile è il passaggio del JFC Naples a guida
italiana.
Le guerre restano convenzionali ma sono trasformate da
droni e intelligenza artificiale. L’elemento umano, però, resta
decisivo. In sicurezza il tempo è il vero terreno di scontro: occorre
agire prima, anticipare, prevenire. L’Alleanza si definisce
“anti-fragile”, più forte dopo ogni crisi.
La sicurezza, ha ricordato
Cavo Dragone, è uno sforzo che coinvolge l’intera società. Al centro ci
sono persone e famiglie. Taranto, culla e frontiera, continuerà a
tenere aperta la porta del Mediterraneo per un miliardo di cittadini
dell’Alleanza
lunedì 7 settembre 2026
8 settembre - Potenza - riprende il processo ambiente svenduto
come ci eravamo lasciati
Da Taranto Buona sera - Francesco Alberti
Ex Ilva
Processo Ambiente Svenduto, Slai Cobas attacca dopo l’udienza
Dura
nota di Margherita Calderazzi dopo la decisione sulle perizie:
annunciati presidi e iniziative alla ripresa dell’8 settembre
TARANTO - È durissima la presa di posizione dello Slai Cobas Taranto dopo l’udienza del processo Ilva davanti alla Corte d’Assise di Potenza. In una nota diffusa da Margherita Calderazzi, il sindacato contesta gli sviluppi legati alla validità delle perizie, delle indagini e degli atti che avevano sostenuto il processo di primo grado celebrato a Taranto.
Secondo quanto riferito dallo Slai Cobas, venerdì scorso la Corte ha respinto solo in parte le richieste avanzate dai legali degli imputati, che puntavano all’annullamento degli atti tecnici e investigativi. Il rigetto, però, riguarderebbe soltanto 4 imputati, cioè Nicola Riva, Luigi Capogrosso, Angelo Cavallo e Ivan Di Maggio. Per gli altri, compreso Fabio Riva, quelle perizie non avrebbero invece valore, sulla base della tesi difensiva secondo cui, al momento dell’incidente probatorio, non risultavano iscritti nel registro degli indagati.
Nella nota Calderazzi parla di una decisione che rischia di produrre un forte arretramento nel processo. Il pubblico ministero, viene riferito, avrebbe chiesto una nuova perizia collegiale per fare in modo che i dati e gli atti di indagine possano essere utilizzati nei confronti di tutti gli imputati.
Per lo Slai Cobas non si tratta solo di un passaggio tecnico. La
vicenda, secondo il sindacato, riguarda il diritto alla giustizia per
gli operai e per gli abitanti dei quartieri colpiti dall’inquinamento. Calderazzi scrive che “ad ogni piccolo passo avanti, si rischia di avere 2 passi indietro” e denuncia un processo che, udienza dopo udienza, riceverebbe continue “picconate”.
La
nota insiste sul peso sociale e umano del procedimento, legato a
centinaia di persone, ai lavoratori morti o ammalati e alle famiglie
segnate dai tumori. Secondo lo Slai Cobas, un processo di questa portata
non può essere trattato “come un processo a ladri di galline”.
Calderazzi
contesta anche il ruolo delle difese degli imputati, accusate di
utilizzare questioni procedurali per rallentare il percorso giudiziario.
“Questa situazione non può essere accettata”, afferma la rappresentante
dello Slai Cobas, secondo cui il procedimento rischia di trasformarsi nella “più ingiusta ingiustizia di classe”.
Nel
comunicato viene criticato in particolare il clima delle udienze a
Potenza e la libertà di intervento concessa ai difensori. Calderazzi
cita le contestazioni sull’articolo 11, sull’imparzialità dei giudici e
sul fatto che i magistrati vivessero nella stessa città inquinata,
definendo queste argomentazioni “cazzate di questo genere”.
Lo Slai Cobas annuncia quindi una nuova fase di mobilitazione. “Noi dello Slai Cobas non ci stiamo a questa farsa”, si
legge nella nota. Alla ripresa del processo, prevista per l’8
settembre, il sindacato intende organizzare un presidio davanti al
Tribunale, promuovere assemblee e seguire direttamente le udienze.
Calderazzi
chiama in causa anche le parti civili, sostenendo che molti avvocati
non parteciperebbero alle udienze, mentre lo Slai Cobas continua a
investire risorse, tempo ed energie nel processo. Il sindacato avverte
infine che alla ripresa sarà in discussione anche la validità dei
verbali e delle prove testimoniali acquisite nel primo grado, che i
legali degli imputati vorrebbero cancellare.
“Questo non deve succedere”, conclude la nota dello Slai Cobas Taranto.
Ex Ilva, “licenziamenti indotto, è solo l’inizio” - conf stampa sindacati - info - La posizione dello Slai cobas
Prima ancora che si spenga la fabbrica, rischia di spegnersi una parte del lavoro che le ruota intorno. Sono 2.500 i lavoratori dell’indotto ex Ilva per i quali Aigi ha annunciato l’avvio delle procedure di licenziamento collettivo. È il nuovo fronte della vertenza che oggi ha portato Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm Uil e Usb a presentarsi insieme, nella sede dei metalmeccanici di Taranto, per chiedere di fermare le procedure e soprattutto per sollecitare al governo una risposta sul futuro dell’acciaieria.
La conferenza stampa congiunta si è svolta alla vigilia di due giornate decisive: l’8 settembre il confronto a Palazzo Chigi e il 9 settembre l’udienza sulla richiesta di sospensiva della chiusura dell’area a caldo. Due appuntamenti dai quali il sindacato si attende una svolta, perché l’incertezza sul destino produttivo dello stabilimento si sta già trasformando in una minaccia concreta per l’occupazione delle aziende dell’appalto.
Il primo bersaglio delle organizzazioni sindacali è stato proprio Aigi. «Chiediamo ad Aigi di ritirare immediatamente i licenziamenti e di attendere l’incontro di martedì a Palazzo Chigi», ha detto Luigi Bennardi, segretario della Uilm Taranto. La richiesta, ha spiegato, è arrivata dopo che le organizzazioni sindacali avevano chiesto alle associazioni datoriali di «soprassedere con l’invio delle procedure e delle informative per il licenziamento collettivo».
Aigi, invece, ha deciso di andare avanti. Una scelta che per i sindacati rappresenta «una fuga in avanti», perché arriva mentre il confronto istituzionale sul futuro dell’ex Ilva deve ancora entrare nella fase decisiva.
Bennardi ha spiegato che la conferenza è servita a «lanciare un grido d’allarme per quanto riguarda la situazione di Taranto, che ormai è sull’orlo di una bomba sociale». Il segretario Uilm ha richiamato anche il piano straordinario discusso al ministero delle Imprese e del Made in Italy e ha sottolineato la necessità che la tutela riguardi l’intera filiera. «Le organizzazioni sindacali hanno chiesto la tutela di tutti i lavoratori: Acciaierie d’Italia, Ilva in amministrazione straordinaria e appalto, che è la parte sempre maggiormente esposta», ha osservato.
Il problema, dunque, non è soltanto quello dei 2.500 posti messi a rischio. Per il sindacato il numero potrebbe essere destinato a crescere se non verrà definito rapidamente un quadro industriale. E proprio su questo punto Biagio Prisciano, segretario generale della Fim Cisl Taranto-Brindisi, ha indicato l’indotto come «l’anello più debole della catena».
Prisciano ha però chiarito che chiedere continuità occupazionale non significa difendere il vecchio modello produttivo. «Non siamo per mantenere il ciclo a carbone, ma per passare dal ciclo a carbone al ciclo elettrico, attraverso forni elettrici e la produzione di acciaio green, senza far ammalare né chi sta all’interno della fabbrica né chi sta all’esterno», ha sottolineato.
La transizione, però, secondo la Fim deve essere accompagnata da certezze e investimenti. «Ci devono spiegare quello che il governo intende fare di questo stabilimento», ha detto Prisciano, evidenziando che il futuro della fabbrica non può essere separato da quello delle imprese che lavorano al suo interno.
E sui 2.500 licenziamenti annunciati da Aigi ha lanciato un avvertimento: «Questo è solo l’inizio». Prisciano ha denunciato l’assenza, a suo giudizio, di «una cabina di regia» e di «un’assunzione di responsabilità da parte di tutte le istituzioni, di tutta la politica».
Per il segretario della Fim servono «la messa in sicurezza dei lavoratori», strumenti straordinari e soprattutto «una clausola sociale di salvaguardia per i lavoratori dell’appalto e dell’indotto». Senza questi interventi, ha aggiunto, «continueremo ad accumulare problemi». E il rischio è che «a pagare le conseguenze siano poi i lavoratori».
Il tempo, intanto, corre anche sul fronte produttivo. Francesco Brigati, segretario generale della Fiom Taranto e Puglia, ha sottolineato che la questione giudiziaria non può essere considerata separatamente dalle condizioni concrete dello stabilimento. «Anche in caso di sospensiva lo stabilimento rischia di chiudere», ha detto.
Brigati ha osservato che «non ci sono risorse finanziarie affinché, se dovesse determinarsi la sospensiva rispetto a quanto è stato deciso dalla Corte d’Appello di Milano, comunque lo stabilimento possa continuare». E ha posto l’accento sulla disponibilità di materie prime: «Non sono in arrivo navi di minerali nelle prossime settimane, nei prossimi mesi».
Secondo il segretario Fiom, la situazione potrebbe consentire di andare avanti soltanto «entro la fine del mese e i primi di ottobre». Un orizzonte temporale che rende ancora più urgente, secondo il sindacato, una decisione politica.
«Il governo più longevo della storia repubblicana aveva la possibilità di intervenire e aveva cinque anni per poter programmare il futuro dell’ex Ilva e non lo ha fatto», ha accusato Brigati. E ha respinto l’idea di attribuire alla magistratura la responsabilità dell’attuale situazione: «Credo che ci sia una responsabilità molto grande da parte del governo perché, in presenza di una condizione di quel tipo, comunque stanno decidendo».
Il segretario Fiom ha ricordato inoltre che il tema dell’indotto era già emerso con forza nello sciopero del 3 agosto. «La procedura di licenziamento collettivo che riguarderebbe 2.500 lavoratori dell’indotto, paventata da Aigi, è qualcosa che avevamo già annunciato», ha spiegato. Per la Fiom, quindi, quello che sta accadendo non è un episodio isolato, ma l’effetto di una crisi industriale che rischia di propagarsi ben oltre i cancelli dell’acciaieria.
Anche l’Usb ha chiesto che il vertice di Roma produca risposte concrete. Rizzo ha indicato come priorità «le garanzie per i lavoratori, che devono essere garanzie concrete». Il dato dei 2.500 licenziamenti, ha sottolineato, «è un elemento che rischia di innescare un’escalation sociale molto complicata da gestire».
Rizzo ha inoltre contestato l’ipotesi di una continuità limitata alla sola area a freddo. «Mantenere la sola area a freddo in uno stabilimento a ciclo integrale è un controsenso», ha osservato, ricordando la necessità di grandi quantitativi di bramme. Per questo, ha aggiunto, quella prospettiva appare «più uno specchietto per dare una speranza che in realtà in questo momento non abbiamo».
Alla fine, le quattro organizzazioni hanno consegnato un messaggio unitario: fermare i licenziamenti dell’indotto e arrivare al tavolo del governo con una prospettiva industriale precisa. «Servono decisioni chiare e definitive sul futuro di migliaia di lavoratori di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, dell’Ilva in amministrazione straordinaria e dell’indotto», hanno ribadito
Una richiesta che, dopo le settimane dei Giochi del Mediterraneo, assume anche un valore simbolico per la città. «Taranto ha dimostrato di saper fare squadra, ora Governo, istituzioni e imprese devono dimostrare di saper fare squadra per difendere i lavoratori e il lavoro», hanno affermato i sindacati. Poi la chiosa: «I Giochi del Mediterraneo sono finiti. Adesso basta giochi sulla pelle dei lavoratori
la posizione dello slai cobas








