lunedì 30 marzo 2026

"Ilva di Taranto La resa dei conti" - Dataroom di Milena Gabanelli - Info - Dopo commenteremo

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Ilva di Taranto in vendita, offerte inaccettabili: 
perché ci conviene nazionalizzarla
di Michelangelo Borrillo, Milena Gabanelli e Mario Gerevini

L’arcivescovo di Taranto, Ciro Miniero, lo ha detto senza filtri: dopo tanti sacrifici e nessun risultato tenere aperta quella che fu la più grande acciaieria d’Europa non conviene più. E a Taranto ne sono certi in tanti. Allo stato attuale, l’ex Ilva ogni giorno apre i battenti per perdere non meno di un milione, e nelle stime più ottimistiche, la perdita mensile si aggira sui 40 milioni di euro; in quelle più pessimistiche, evidenziate dal presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, nell’audizione al Senato dello scorso dicembre, oscilla tra gli 80 e i 100 milioni al mese. Una situazione che va avanti dal 2012, quando si è chiusa l’era della famiglia Riva con il primo sequestro preventivo dello stabilimento di Taranto disposto dal Gip per gravi violazioni ambientali. Da allora lo Stato si è fatto carico di costi ingentissimi. La prima amministrazione straordinaria risale a gennaio 2015 e dura fino al 2017, quando l’ex Ilva viene assegnata ad ArcelorMittal; dal 2021 al 2024 lo Stato ha poi cogestito l’acciaieria attraverso la partecipazione minoritaria (38%) di Invitalia al fianco di ArcelorMittal in quella che è diventata, dopo l’ingresso del socio pubblico, Acciaierie d’Italia; nel marzo 2024, con l’addio di Arcelor arriva l’amministrazione anche per Adi. Adesso sia Ilva che Acciaierie d’Italia – quindi sia la società proprietaria degli impianti che quella che li gestisce - sono commissariate dallo Stato. Quanto denaro pubblico è stato speso in questi 14 anni?

I costi per lo Stato  

Il costo per i contribuenti italiani arriva dalle risposte date dalla sottosegretaria al ministero delle Imprese Fausta Bergamotto all'interpellanza del 24 gennaio 2025. I finanziamenti statali erogati durante la prima amministrazione straordinaria ammontano a circa 600 milioni, a cui vanno aggiunte le «risorse statali utilizzate per l'ingresso di Invitalia nel capitale sociale della società AM InvestCo Italy, con un aumento di capitale sottoscritto e versato, nell’aprile 2021, pari a 400 milioni - da quando ArcelorMittal ha cambiato la denominazione sociale in Acciaierie d’Italia - e, ancora, per il finanziamento soci disposto da Invitalia ad Adi nel 2023 per 680 milioni». Poi c’è il finanziamento ponte disposto a favore di Adi nel 2024 per 320 milioni di euro, quindi lo stanziamento deliberato dal Consiglio dei ministri il 23 gennaio 2025 di ulteriori 250 milioni ad Acciaierie d'Italia per garantire la continuità produttiva. Da quella interpellanza si sono poi aggiunti altri 200 milioni concessi a luglio 2025 con il decreto legge 92, e i 149 milioni approvati a gennaio scorso per consentire la prosecuzione dell’attività nel caso in cui la cessione aziendale a terzi non fosse avvenuta entro il 30 gennaio 2026. E così è stato. Totale: 2,6 miliardi di euro di pura liquidità.

Cassa integrazione, commissari e prestiti
Ma sono soldi pubblici anche quelli utilizzati per la cassa integrazione: Assonime li stima in 750 milioni, ai quali aggiungerne altri 250 fra finanziamento Sace e contributo a fondo perduto per la tutela dell’indotto del 2024. Poi ci sono i circa 10 milioni di euro di compensi per i commissari che si sono alternati in Ilva e Adi, nonché i costi delle consulenze, che solo per gli incarichi stipulati tra marzo e maggio del 2024 da AdI in amministrazione straordinaria, ammontano a 3,5 milioni di euro. Da ultimo i 390 milioni autorizzati dalla Commissione europea a febbraio 2026, ai sensi delle norme Ue sugli aiuti di Stato, per un prestito cosiddetto di salvataggio. A patto, però, che venga firmato il contratto di vendita, poiché le nuove risorse serviranno a garantire la continuità operativa fino al trasferimento delle attività al nuovo operatore, nonché a coprire il pagamento di fornitori e salari. Alla fine, quindi, mantenere in vita l’Ilva è costato all’incirca 4 miliardi di euro.
 
Cosa è successo con ArcelorMittal
È più o meno la stessa somma messa sul tavolo nel 2017 dalla cordata Am Investco, capeggiata dal più grande produttore di acciaio mondiale ArcelorMittal: il colosso franco-indiano si aggiudicò la prima gara per la cessione dell’ex Ilva con una offerta da 1,8 miliardi, impegnandosi a investirne 2,4 miliardi su un periodo di sette anni, di cui 1,1 in risanamento ambientale. E in effetti con la copertura dei parchi minerari, all’Ilva di Taranto fu realizzata la più grande opera di tutela della salute dei cittadini nell’adiacente quartiere Tamburi. L’era di ArcelorMittal però dura fino al 3 novembre del 2019, quando viene annullata la cosiddetta immunità penale sul pregresso, voluta nel 2015 dall’allora ministro dello sviluppo Carlo Calenda. Il decreto esonerava i commissari e il futuro acquirente dalle richieste di risarcimento danni dovute all’inquinamento preesistente, a condizione di implementare le bonifiche. Ma quando a Calenda subentra Luigi Di Maio questo «scudo» viene cancellato, e a quel punto ArcelorMittal recede dal contratto. In realtà il colosso franco-indiano resta fino al 2024, con una convivenza mai proficua con il socio pubblico (Invitalia) che nel frattempo era subentrato nella Newco Acciaierie d’Italia.
 
Le occasioni perdute
Sono gli anni post Covid e il mercato dell’acciaio vola, ma l’ex Ilva non riesce a cavalcarli. Poi la Russia invade l'Ucraina e i costi dell'energia schizzano mettendo alle strette il settore siderurgico. In questo contesto lo scontro tra il socio pubblico e i franco-indiani si inasprisce: a febbraio 2024 Arcelor se ne va e ritorna un nuovo commissariamento. Si finisce presto in tribunale. Da una parte i commissari Giovanni Fiori, Giancarlo Quaranta e Davide Tabarelli avviano un’azione di responsabilità con una richiesta di risarcimento danni da 7 miliardi di euro perché, secondo loro, ArcelorMittal sarebbe stata gestita da «una governance parallela» che ha nascosto il dissesto; dall’altra gli indiani respingono ogni addebito, accusando a loro volta il governo italiano di aver eliminato lo scudo penale determinando così il recesso di ArcelorMittal per le mutate condizioni.
 
Le trattative che saltano
Ora lo Stato ha fretta di liberarsi dell’eredità della vecchia Italsider che, come abbiamo visto, oltre a perdere più di un milione al giorno, porta in pancia anche debiti per oltre 10 miliardi di euro secondo l’analisi del Sole24ore. Nel marzo 2025, gli azeri di Baku Steel erano a un passo dall’ex Ilva, ma dopo aver superato la concorrenza degli indiani di Jindal, fanno marcia indietro in seguito all’incendio dell’Altoforno 1, il conseguente sequestro disposto dalla Procura di Taranto, e il no del territorio alla nave rigassificatrice che avrebbe voluto nel porto di Taranto. A settembre 2025 irrompe sulla scena il Gruppo Flacks con altri 9 potenziali acquirenti che presentano offerte e poi via via si ritirano o si squagliano. In campo, selezionato dai commissari straordinari, resta solo lui, Michael Flacks, cittadino inglese residente a Miami, dove ha il centro dei suoi affari. Ma quali affari? Ha la caratura per essere interlocutore di un governo?
 
Chi è Michael Flacks
Flacks Group non è un fondo americano con grandi capitali da investire, non gestisce grandi aziende industriali. Gli azionisti sono lui, Michael Aubrey Flacks, 58 anni, e la moglie, Deborah Rhonda Flacks, 63. Il loro family office ha proprietà immobiliari rilevanti, acquista aziende medio piccole da risanare, nessuna esperienza nella gestione di grandi gruppi e tantomeno della complessità dell’ex Ilva. Tuttavia riesce a convincere i commissari. Se si entra nel portafoglio di Flacks Group, si vede che nel 2022 acquistò una storica azienda americana di vernici (Kelly Moore Paints) da 400 milioni di fatturato e 1.200 dipendenti. Ebbene, l’azienda ha chiuso per sempre dopo poco più di un anno. Sul sito di Flacks Group il progetto Kelly-Moore Paints è sotto il titolo «I nostri recenti successi». Flacks Group non fornisce bilanci: nulla su ricavi, utili, perdite, debiti, dipendenti ecc. Ripieghiamo sulla «Flacks Group Brochure», il documento ufficiale che fotografa le attività. La versione dello scorso agosto indicava in oltre 4 miliardi di dollari il valore degli asset gestiti e 500 milioni la quota che Flacks è disposto a investire di tasca propria. Al 31 dicembre 2025 i 4 miliardi di asset diventano 5. Qualche giorno dopo, con il negoziato sull’ex Ilva caldissimo, il patrimonio lievita miracolosamente a 7 miliardi, ma non risultano nuove acquisizioni, investimenti o plusvalenze miliardarie. Però se ti siedi a un tavolo con un governo dichiarare 7 miliardi di asset invece di 4 fa più effetto. L’offerta di acquisizione è di zero euro, con la promessa di 5 miliardi di investimenti. Nell’ultimo incontro a Palazzo Chigi dello scorso 5 marzo il commissario Fiori: «Stiamo analizzando con estrema attenzione il piano presentato da Flacks. Riteniamo doveroso approfondire le garanzie sui fondi necessari per il proseguimento degli investimenti, che riguardano cifre molto rilevanti». E le prime risposte date dal fondo americano – che dal punto di vista industriale vorrebbe coinvolgere gli ucraini di Metinvest e Danieli - non avrebbero soddisfatto. Del resto l’atterraggio in Italia dell’ufo Flacks sembra avere i contorni dell’azzardo: un finanziere-immobiliarista con poche finanze che fiuta i business dello spezzatino industriale e della speculazione immobiliare. 
 
Il ritorno di Jindal
Lo scorso 11 marzo, poi, è arrivata la manifestazione d’interesse del gruppo indiano Jindal Steel di Naveen Jindal — fratello di Sajjan Jindal di Jsw group che ha investito a Piombino (rinnovando da poco la cassa integrazione per 1.300 lavoratori. Lo schema delineato da Jindal prevedrebbe dal 2030 un solo forno elettrico, da 2 milioni di tonnellate di acciaio, mentre 4 milioni di tonnellate di semilavorati arriveranno dagli impianti di Jindal in Oman. In sostanza il piano degli indiani prevede un’Ilva dimezzata, con conseguenti ripercussioni sull’occupazione: i posti di lavoro passerebbero da 10 mila a 4 mila. Del resto, anche il ritorno d’interesse per Taranto discende dal complicarsi della trattativa per Thyssenkrupp, arenatasi dopo la richiesta di Jindal di ulteriori riduzioni dei costi con il taglio tra i 2 mila e i 3 mila posti di lavoro. Quanto agli aspetti economici, sembra difficile che Jindal possa riconfermare l’offerta dello scorso anno di circa 600 milioni di euro (ricordiamo che Flacks ha offerto un euro); mentre per quel che riguarda gli investimenti, ai 5 miliardi promessi da Flacks, gli indiani rispondono con 1,5 miliardi. La scelta dei commissari, con due offerte al ribasso, non sarà facile. Per i sindacati è invece facilissima: né gli uni, né gli altri, ma il ritorno dello Stato.
 
Il countdown di 5 mesi
Nelle scorse settimane è poi arrivato un altro provvedimento che ha complicato ancor più la vendita: il Tribunale di Milano si è espresso sul ricorso presentato tempo fa da 11 cittadini di Taranto per ragioni ambientali e sanitarie e ha disposto che l’ex Ilva dovrà sospendere l’attività produttiva dell’area a caldo dal 24 agosto se non adeguerà l’Autorizzazione integrata ambientale. Dunque la chiusura dell’Ilva non è mai stata così vicina. E costerà anche più di quanto già non sia stato speso dai contribuenti per tenerla aperta dal 2012 ad oggi, considerando i circa 10 mila lavoratori da mantenere in cassa integrazione a vita e il costo delle bonifiche di almeno 4-5 miliardi di euro. 
E se alla fine – in mancanza di un acquirente ideale che non c’è - la soluzione fosse proprio il ritorno alle origini con la nazionalizzazione? Forse non hanno torto i sindacati quando chiedono di destinare i soldi pubblici alla tutela del lavoro e della salute con l’adeguamento degli impianti, per tornare a produrre in casa quell’acciaio di cui tanto abbiamo bisogno. Certo, il governo dovrebbe assumersi la responsabilità di fare il proprio mestiere elaborando un vero piano industriale e garantire quella continuità di gestione che è mancata in questi 14 anni. 

30 mar 2026 

venerdì 27 marzo 2026

Nella prossima settimana si riuniscono i rappresentanti dei cobas di tutte le vertenze per preparare un aprile di lotta dei lavoratori e lavoratrici - info slaicobasta@gmail.com wa 3519575628

Ex Ilva: Flacks c’è, Jindal alla finestra - info

 Ex Ilva: Flacks c’è, Jindal alla finestra
 
Lo stato dell'arte sulla procedura di vendita degli asset industriali del gruppo siderurgico
Corriere di Taranto
Gianmario Leone

Come da sempre accade nella vicenda Ilva, il caos regna sovrano. Anche lì dove invece dovrebbe regnar chiarezza e trasparenza assoluta.

E’ il caso, ad esempio, di quale dovrà e potrà eventualmente essere il futuro produttivo degli asset industriali del gruppo siderurgico. Su cui quasi ogni giorno escono indiscrezioni di ogni genere su quotidiani nazionali e locali, che non fanno altro che contribuire e confondere le acque in una situazione che di per sé è già profondamente complessa e ingarbugliata.

Confusione che viene anche alimentata da una comunicazione, da parte delle fonti primarie, come il governo, i ministeri coinvolti e i commissari straordinari, che spesso non è e non può essere delle più chiare e approfondite vista la delicatezza e la riservatezza che un dossier del genere necessita.

Ciò detto, proviamo brevemente a chiarire i termini della questione. Allo stato attuale, esiste solo la trattativa esclusiva con Flacks Group, come del resto comunicato lo scorso 30 dicembre dagli stessi commissari straordinari di Ilva in AS (gli attuali proprietari degli impianti) e di Acciaierie d’Italia in AS (gli attuali gestori degli stessi), dopo aver ottenuto il via libera da parte dei rispettivi comitati di sorveglianza ad avviare i negoziati con il fondo americano. La cui offerta venne preferita rispetto a quella presentata dall’altro fondo americano Bedrock industries.

Dallo scorso gennaio quindi, è stata avviata una trattativa che nelle intenzioni del governo dovrebbre concludersi entro il mese di aprile con la vendita definitiva. Eventualità che al momento però resta più sulla carta che nella realtà.

Questo perché, in particolar modo nelle ultime settimane, diverse ombre hanno iniziato ad aleggiare sul fondo americano e sulla consistenza reale del suo interesse per acquisire gli asset industriali del gruppo siderurgico italiano. A maggior ragione dopo che, per ben due volte, Flacks Group ha mancato le scadenze temporali indicate dai commissari straordinari (il 12 e il 20 marzo) per presentare una documentazione completa e strutturata dal punto di vista finanziario: ovvero chiarire quanto capitale di rischio proprio è intenzionato ad investire per un’operazione di questo tipo e quali garanzie bancarie ha alle spalle per sostenerla.

Anche perché parliamo di un fondo che ha un interesse economico evidente nel portare a termine un investimento finanziario, dal quale dovrà inevitabilmente guadagnare ben più di quanto investito.

La risposta è attesa per questi giorni o al massimo entro le prossime due settimane. E dal governo sono certi che il fondo americano risponderà. Cosa, al momento, è difficilmente ipotizzabile e prevedibile.

Soltanto qualora dovesse decadere la trattativa con Flacks Group, potrà essere avviata una nuova trattativa esclusiva con altri soggetti interessati. In prima fila, come ampiamente risaputo, ci sono gli indiani di Jindal Steel International, che sono tornati ad interessarsi del gruppo ex Ilva dopo aver effettuato l’accesso alla data room di Ilva in AS e AdI in AS lo scorso anno per poi defilarsi, come accaduto anche per il gruppo azero Baku Steel. A riportare in auge il gruppo indiano, il rallentamento delle trattative per l’acquisizione del gruppo tedesco Thyssenkrupp Steel Europe su cui la società aveva puntato i suoi obiettivi. Un cambio in corsa repentino, tanto da portare il gruppo indiano a presentare ai Commissari una proposta vincolante per l’acquisizione degli asset siderurgici lo scorso weekend.

Anche in questo caso, è bene chiarire e sottolineare che il gruppo indiano ha un interesse preciso: l’assoluta necessità di acquisire un impianto di produzione di acciaio in Europa, per non restare tagliato fuori dal mercato europeo dopo l’entrata in vigore del CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism, in italiano Meccanismo di Regolamento del Carbonio alle Frontiere), il regolamento dell’Unione Europea che definisce un meccanismo di tassazione del carbonio associato a determinati beni importati da paesi extra-UE. Tra cui appunto l’acciaio. Una necessità impellente anche per attutire e dare un senso all’investimento da oltre 3 miliardi di dollari per realizzare un impianto siderurgico in Oman, che a regime arriverà a produrre 5 milioni tonnellate annue di acciaio attraverso forni elettrici.

In questo articolo, a differenza dei precedenti, abbiamo volutamente omesso la parte relativa alle cifre che Flacks Group e Jindal Steel International hanno ipotizzato di investire nell’operazione Ilva. Così come abbiamo evitato ipotesi su quanto, come e sino a quando utilizzare gli altiforni per poi passare ad una produzione di acciaio attraverso i forni elettrici (con le eventuali ricadute ambientali e sanitarie su cui oramai i fari sono costantemente accesi). Sino a quando non ci saranno proposte e documenti ufficiali, è inutile continuare a riportare cifre e promesse, viste le troppe variabili ancora oggi in essere, a cominciare dalla possibilità di una partizione minoritaria dello Stato italiano nella futura nuova compagine societaria (ipotesi sulla quale il governo ha spesso mostrato profonde riserve). Senza dimenticare la strettoia più importante dalla quale passare, ovvero un accordo occupazione con i sindacati che ad oggi appare più una chimera che il resto (e le eventuali importanti ricadute sul mondo dell’indotto, dell’appalto e dell’autotrasporto).

Vedremo se nei prossimi giorni o nelle prossime settimane almeno su questo fronte ci sarà maggiore chiarezza.


TARANTO – Entra nel vivo il confronto sul destino dell’ex Ilva, con i commissari delle amministrazioni straordinarie di Ilva e Acciaierie d’Italia che hanno ripreso l’analisi delle 2 proposte di acquisizione presentate dal fondo americano Flacks Group e dal gruppo indiano Jindal Steel International.

Dopo mesi di attesa e con l’ingresso recente di Jindal nella procedura, il dossier è entrato nella fase decisiva. I commissari, affiancati dal team legale, hanno cominciato ieri ad esaminare nel dettaglio i piani industriali per definire le prossime mosse e il percorso di confronto con i due potenziali acquirenti.

Al centro della valutazione non c’è soltanto la sorte dello stabilimento di Taranto, ma l’intero assetto della politica industriale italiana, che continua a dipendere in maniera strategica dalla produzione siderurgica nazionale.

Le due offerte si distinguono in modo netto per impostazione industriale, volumi produttivi, livelli occupazionali e impegni finanziari.

Il progetto presentato da Jindal Steel International prevede una fase transitoria fino al 2030, durante la quale resterebbero attivi 2 altiforni su 3, con una produzione stimata in 4 milioni di tonnellate di acciaio. Attualmente, tuttavia, risulta operativo soltanto l’altoforno 2.

A partire dal 2030, il piano indiano punta allo spegnimento degli altiforni e alla transizione verso un sistema basato su un unico forno elettrico da 2 milioni di tonnellate. La produzione complessiva autorizzata dall’Aia, pari a 6 milioni di tonnellate, verrebbe comunque garantita grazie all’integrazione con gli impianti che Jindal intende sviluppare in Oman, dove sono previsti 2 forni elettrici e 2 impianti Dri per la produzione di preridotto.

In questo schema, una parte significativa della produzione arriverebbe dall’estero sotto forma di semilavorati, destinati a essere lavorati negli impianti italiani a valle, tra cui Taranto, Genova, Novi Ligure e Racconigi, con particolare riferimento ai laminatoi e agli impianti di finitura.

Il nodo più delicato del piano Jindal riguarda l’impatto occupazionale. L’attuale forza lavoro, pari a 9.702 addetti, di cui 7.920 a Taranto, potrebbe ridursi a circa 4.000-4.500 unità. Una prospettiva che si inserisce in un contesto già segnato dalla cassa integrazione straordinaria, che coinvolge oltre 3.000 lavoratori nel sito ionico e diverse centinaia negli altri stabilimenti.

Di segno opposto l’impostazione del fondo americano Flacks Group, che punta a mantenere una produzione a Taranto pari a 6 milioni di tonnellate interamente realizzate nello stabilimento, con un impatto occupazionale stimato in circa 8.500 lavoratori diretti.

Anche sul fronte degli investimenti le differenze sono evidenti. Il piano Flacks prevede un impegno finanziario di 5 miliardi di euro, contro gli 1,5 miliardi indicati da Jindal. Due approcci che riflettono visioni industriali profondamente diverse: da un lato un modello centrato sul rilancio produttivo interno, dall’altro una strategia integrata su scala internazionale.

Resta tuttavia aperta una questione cruciale sul fronte americano. I commissari avevano richiesto entro la scorsa settimana ulteriori chiarimenti sull’offerta Flacks, in particolare sulla struttura finanziaria e sulle modalità di copertura degli investimenti. Il fondo non ha fornito le integrazioni nei tempi previsti, spiegando di aver ricevuto richieste particolarmente stringenti e sottolineando l’esistenza di un negoziato già in fase avanzata, chiedendo al contempo un confronto diretto.

La scelta finale si presenta dunque complessa e carica di implicazioni. Da un lato la sostenibilità economica e industriale, dall’altro la tutela dell’occupazione e il mantenimento di una produzione strategica sul territorio nazionale.

In gioco non c’è soltanto il futuro di Taranto, ma la capacità dell’Italia di mantenere una filiera siderurgica autonoma, elemento ritenuto essenziale per settori chiave come manifattura, infrastrutture ed energia. Una decisione che segnerà non solo il destino dell’ex Ilva, ma anche l’indirizzo della politica industriale del Paese nei prossimi anni.

mercoledì 25 marzo 2026

Acciaierie d’Italia in A.S. e organizzazioni sindacali attivano i gruppi di analisi sulla sicurezza nell'ex Ilva di Taranto

Un fatto concreto rispetto ad incontri su incontri... Ma ancora non è quello che serve.

Manca la postazione fissa in Ilva di un nucleo ispettivo, che interviene, prescrive e controlla gli adempimenti, che raccoglie le denunce e segnalazioni di operai, che non sia condizionato dall'azienda.

Questo condizionamento, invece c'è inevitabilmente nei "gruppi di analisi sulla sicurezza", attivati da azienda e OO.SS. 

Il lavoro comune non deve essere tra OO.SS. e azienda, ma tra delegati/Rsu e operai e nucleo ispettivo.

Quindi, è la postazione ispettiva che bisogna chiedere e realizzare.

Slai cobas Taranto  

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Info - Acciaierie d’Italia in A.S. e organizzazioni sindacali attivano i gruppi di analisi sulla sicurezza nell'ex Ilva di Taranto. A riferirlo è l'azienda in una nota a margine del confronto di oggi, 24 marzo. 

I gruppi - si apprende - “avranno la funzione di effettuare una mappatura delle condizioni impiantistiche e di concorrere all’individuazione di interventi migliorativi. per rafforzare ulteriormente il presidio dei temi della prevenzione e della sicurezza”.

“Presso lo stabilimento di Taranto di Acciaierie d’Italia in Amministrazione Straordinaria - si legge - si è svolto oggi l’incontro tra il management aziendale e le Organizzazioni sindacali, in attuazione di quanto condiviso nella precedente riunione del 12 marzo”.

“La riunione, svoltasi in un clima di dialogo costruttivo tra le parti, ha consentito l’attivazione dei Gruppi di Analisi sulla sicurezza. I Gruppi, presidi permanenti di confronto tra funzioni aziendali e rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza (RLS) e RSU, avranno la funzione di effettuare una mappatura delle condizioni impiantistiche e di concorrere all’individuazione di interventi migliorativi per rafforzare ulteriormente il presidio dei temi della prevenzione e della sicurezza”.

“A tal fine, è stato condiviso il calendario di attività dei Gruppi di Analisi sulla sicurezza, che saranno sviluppate per ogni singola area impiantistica e produttiva a decorrere dal prossimo 8 aprile 2026”.

“L’incontro odierno conferma la piena e continuativa collaborazione tra Istituzioni, Azienda e Organizzazioni sindacali sui temi della sicurezza sul lavoro”.

Contro Flacks o Jindal - contro il governo Meloni/Urso una linea chiara che va sostenuta nella fabbrica, rafforzando ORA lo slai cobas

La vittoria del NO incoraggia e spinge alla lotta per la caduta del governo Meloni - leggi e fai circolare ovunque - ORE 12 Controinformazione rossoperaia

Serve costruire una vera opposizione proletaria, studentesca e popolare antifascista anticapitalista e antimperialista

Da ORE12 Controinformazione rossoperaia del 24.03.26

La vittoria del No al Referendum è una vittoria di tutti coloro che hanno visto bene nel Referendum l'idea dominante del governo di mettere le mani sulla magistratura e di bloccare le inchieste che hanno riguardato le leggi e l'azione del governo e dei governanti; e il disegno di Meloni di fare di questo un anello plebiscitario che riaprisse la strada alla riforma costituzionale sulle elezioni e sul premierato, tasselli importanti per trasformare dall'alto lo Stato già reazionario in uno Stato-regime, in una dittatura aperta di stampo autoritario e moderno fascista. 

Contro questa idea del Referendum la maggioranza di coloro che sono andati a votare ha detto No e quindi il risultato del Referendum rappresenta una battuta d'arresto della marcia reazionaria del governo e la valutazione non può che essere positiva perché a battuta d'arresto segue l'incoraggiamento a continuare la lotta contro il governo su tutti i piani, compreso quello democratico ed elettorale.

Il No ha vinto nonostante il sostanziale e forte controllo dell'apparato televisivo, dei mass media, che hanno condotto una spudorata campagna contro i magistrati, usando gli argomenti peggiori, e Meloni è stata in prima fila su questo e ha mobilitato i suoi ministri e soprattutto il suo livello di controllo sui mezzi di comunicazione.

Ma questo non è servito perché ha spinto tutti coloro che non potevano riconoscersi nella demagogia reazionaria e hanno riconosciuto invece le stimmate della marcia fascista e reazionaria.

L'attacco alla Costituzione nel nostro paese risulta ancora difficile per le forze reazionarie e la borghesia che vi è dietro di essa, la sua frazione più reazionaria, quella rappresentata dal capitalismo parassitario, quella rappresentata dal capitalismo speculativo e finanziario, quella rappresentata dal capitalismo industriale più legato al neoliberismo selvaggio sui posti di lavoro, dal capitalismo fondato sulla corruzione di Stato, sull'utilizzo dello Stato a fini di profitto privato. Il No è stato un voto contro tutto questo e ne va valorizzata l'importanza.

Chiaramente il No è stato contro anche gli altri aspetti della politica delle governo Meloni, prima di tutto la guerra e il legame con Trump, in secondo luogo il sostegno al genocidio del popolo palestinese e il sostegno al riarmo imperialista, il sostegno alle leggi più spudoratamente da Stato di Polizia. E’ chiaro che questo voto è un No anche a tutto questo, in questo senso incoraggia l'opposizione e la lotta su tutti i terreni.

Perché il No ha vinto? Perché innanzitutto sul piano del voto sono tornati a votare una fetta massiccia, giovanile, proletaria, popolare, di astensionisti, di coloro che non hanno avuto alcuna fiducia nella sinistra di opposizione o di falsa opposizione rappresentata dal PD e dei Cinque Stelle, colpevoli di non aver fatto quando sono stati al governo le cose che denunciano del governo Meloni e le cose che dicono di voler fare quando ora sono all'opposizione, colpevoli di aver aperto la strada alla vittoria della coalizione di centro destra e della Meloni stessa, colpevoli di non avere coerenza nella guerra. Il PD appoggia la guerra per interposta persona in Ucraina, sul fronte del riarmo oppone argomentazioni deboli che non mettono in discussione la politica guerrafondaia imperialista della borghesia italiana e del suo governo di riferimento; il PD è quanto mai incerto nei confronti dei decreti sicurezza, dei decreti contro l'immigrazione che il governo Meloni ha portato fino all'estreme conseguenze, benchè sono dentro le riforme avvenute e le trasformazioni reazionarie e la marcia verso lo Stato di Polizia avviate già durante i governi che hanno preceduto quello di Meloni. Tutta questa massa si è astenuta alle elezioni politiche, non ha dato nessun supporto a PD e 5 Stelle, all'opposizione parlamentare. I 5 Stelle hanno governato con Salvini, con Draghi, con lo stesso PD e non sono certo l'immagine di purezza e di difesa degli interessi popolari che dicono di essere.

Questa massa di settori proletari e popolari, di giovani, una volta tornata a votare ha votato in massa, in centinaia di migliaia, probabilmente di milioni. Questa parte che è scesa in campo per il No, per dire No al governo, sia per la natura della partita in gioco sul fronte della giustizia, sia per dire No all'insieme della politica del governo, è stata la marea che ha permesso la vittoria del No. Senza il ritorno dell'astensionismo di sinistra, proletario popolare e giovanile non si poteva vincere questo referendum.

Quindi il vero protagonista e vincitore di questa contesa sul fronte del referendum è il ritorno al voto dell'astensionismo di sinistra e delle forze politiche di massa, piccole o grandi che siano, che in tutti questi mesi hanno combattuto contro la guerra e in solidarietà alla Palestina, contro i decreti di sicurezza, lo Stato di polizia. Questo è il fatto nuovo: non la polarizzazione tra Schlein e Meloni, ma la polarizzazione tra il governo e il fronte d'opposizione reale, e la sua ala più consistente, più significativa, rappresentata dalle forze proletarie, rivoluzionarie, antimperialiste, solidali con la Palestina, dal sindacalismo di base di classe.

Proprio per questo non c'è nessun automatismo tra la vittoria del referendum e la vittoria che già pregusta la cosiddetta sinistra di Palazzo, del PD e dei Cinque Stelle, come anticipo della possibile vittoria elettorale in occasione delle elezioni politiche. Non c'è nessun automatismo, perchè, per la loro base di classe, per il loro legame con la borghesia imperialista in questo paese, e con le varie frazioni della media e della piccola borghesia, il PD e i Cinque Stelle non cambieranno certo la loro politica. Questo nel PD appare chiaro se si pensa che è una significativa, minoranza di esso, è passata già armi e bagagli col governo ed è nel PD e continua a essere parte di questo partito, una parte che ha votato sì alla guerra, si al Riarmo, che ha presentato una legge reazionaria in nome dell'antisemitismo per reprimere il movimento per la Palestina e che è pronta in ogni occasione a schierarsi con le ragioni del governo e, innanzitutto, dei padroni e della classe dominante. Questa ala è nel PD. 

In realtà chi ha votato No ha detto sì a un'altra opposizione, a un'opposizione radicale, frontale al governo e alla borghesia italiana, europea e innanzitutto all'imperialismo e al sionismo che stanno pilotando l'economia mondiale in direzione dell'economia di guerra e della guerra imperialista mondiale, contro i proletari e i popoli di tutti i paesi.

Noi dobbiamo lavorare perché il fronte di opposizione reale resti autonomo da PD e 5S, dall'arco parlamentare. E proprio perché esso sostiene che è stata la lotta della grande manifestazione sulla Palestina, l'opposizione ai decreti di sicurezza, uno dei fattori positivi che ha influenzato il No al referendum, si tratta di continuare su questo fronte per trasformare sempre di più l'opposizione manifestata al referendum in un'opposizione strutturata e organizzata sul piano politico e sindacale che vuole una effettiva alternativa politica. Questa alternativa richiede un Partito del proletariato e delle masse popolari, richiede un Fronte che non può essere che un Fronte anticapitalista, antimperialista, antifascista, che accetti la sfida, come in diverse occasioni è stato fatto, dei decreti di sicurezza, dello Stato di Polizia, e non accetti gli attacchi al diritto di sciopero, alle libertà e le campagne di criminalizzazione di stampo fascista e razzista.

Dobbiamo continuare su questa strada attraverso lo sviluppo della lotta, dell'organizzazione e dell'autonomia politica dalle forze del Parlamento e dello Stato borghese che chiaramente non faranno passi indietro.

Il governo Meloni difenderà tutto il suo "cerchio magico" e tutta la natura del suo governo e del suo programma, non farà alcun passo indietro ma cercherà di aggirare gli ostacoli intensificando questa politica e la demagogia verso le masse popolari. Quindi non pensiamo affatto che il governo entrerà in crisi; anzi, il fatto che questo referendum rappresenta per tutte le forze reazionarie, per la borghesia che vi è dietro, un allarme sul piano del consenso sociale e quindi della stessa pace sociale, farà sì che le forze della reazione si stringeranno ancora più tra di loro per cercare di imporre il loro programma e arrivare alle elezioni in un clima che permetta a loro di rimanere al governo.

Il No incoraggia la lotta, il No però indica anche il tipo di opposizione che è necessaria, che è fondata sui No: alla riforma reazionaria della giustizia, alla guerra, ai legami con Trump e Netanyahu, No alla politica economica che scarica la crisi sui lavoratori, No al potere crescente dei ricchi e dei borghesi ai danni dei proletari e delle masse, No alle fabbriche dello sfruttamento e delle morti sul lavoro, No ai ministri del malaffare, della malavita e della corruzione, dell'impunità, No allo Stato di polizia.