venerdì 23 ottobre 2026

Questa sera nella sede Slai cobas alle 18 - assemblea di lavoratori sul decreto Ilva del governo e sul processo "Ambiente svenduto"

Il decreto permanente - Un commento al decreto del governo contro le manifestazioni dall'Avvocata Antonietta Ricci di Taranto

Il decreto permanente: governare attraverso la paura.

Il governo dichiara guerra al disagio che non sa governare.

Dopo le proteste di Milano, il governo rilancia la ricetta del pugno duro: nuovi reati, misure preventive, stretta sui minorenni e militarizzazione dello spazio urbano. Non è soltanto una risposta agli scontri, ma il segnale di una politica che preferisce sorvegliare le conseguenze delle disuguaglianze piuttosto che mettere in discussione le condizioni che le producono.

C’è un momento in cui la retorica della sicurezza smette di essere una promessa e rivela la propria natura quando, di fronte a un problema che si ripresenta ostinatamente, il potere non cambia strategia ma aumenta la dose di repressione. È quello che accade quando le piazze si riempiono di giovani, le tensioni sociali diventano visibili e il governo risponde con nuovi reati, maggiori poteri di polizia, restrizioni preventive e militari nelle strade.

Il governo Meloni sembra aver trasformato questa sequenza in un metodo di governo. Ogni conflitto diventa un’emergenza, ogni emergenza giustifica un nuovo intervento legislativo, ogni intervento viene presentato come la dimostrazione di una fermezza che dovrebbe rassicurare il Paese. Ma dietro la scenografia dell’autorità rimane una domanda che la propaganda non riesce a cancellare: se le politiche securitarie fossero davvero sufficienti a risolvere le cause dell’insicurezza, perché il disagio continua a riemergere, coinvolgendo generazioni e contesti sempre diversi?

La risposta è inevitabile: la repressione può contenere una manifestazione, non può governare una società che produce esclusione.

Il nuovo decreto sicurezza, approvato il 20 ottobre si inserisce in una lunga successione di interventi che hanno progressivamente ampliato il ricorso al diritto penale e agli strumenti preventivi, la direzione è riconoscibile, restringere gli spazi di conflitto e rendere più incisiva la risposta coercitiva dello Stato.

È un meccanismo politicamente conveniente. Non richiede di affrontare le cause del malessere, non impone di redistribuire risorse, non obbliga a confrontarsi con interessi economici consolidati. Basta annunciare una stretta, mostrare le divise, evocare la minaccia e promettere che questa volta lo Stato sarà più forte.

Tra le disposizioni descritte nel provvedimento figura una nuova fattispecie penale legata alla violenza organizzata durante le manifestazioni, accompagnata da pene detentive e sanzioni economiche rilevanti (10.000 euro). Si aggiungono interventi sull’organizzazione di gruppi finalizzati ad azioni violente e un ampliamento degli strumenti utilizzabili per identificare e perseguire i responsabili.

Il rischio non è soltanto giuridico. È democratico.

Una manifestazione è uno spazio nel quale convivono persone, motivazioni e comportamenti differenti. In una piazza possono esserci lavoratori, studenti, cittadini, ridurre questa complessità alla categoria della minaccia significa predisporre le condizioni per una delegittimazione indiscriminata del dissenso.

Ancora più delicato è il riferimento all’organizzazione attraverso social network e piattaforme di messaggistica. Le mobilitazioni contemporanee si sviluppano spesso attraverso reti informali, appelli pubblici e comunicazioni digitali. In questo scenario, la linea tra la convocazione di una protesta e la promozione di specifici atti violenti deve essere definita con precisione assoluta.

Non si può permettere che la partecipazione digitale a una mobilitazione venga trattata come un indizio sufficiente di responsabilità penale. La diffusione di un messaggio, la condivisione di un appello e l’organizzazione concreta di un’aggressione sono condotte differenti. Confonderle significherebbe trasformare strumenti ordinari della partecipazione politica in potenziali elementi di sospetto.

Il vero scandalo è trattare gli adolescenti come nemici pubblici, la stretta sui minorenni è forse l’aspetto più rivelatore dell’intera operazione che muove i primi passi già dal Decreto Caivano e dal decreto “anti-maranza”.

Secondo quanto è stato dichiarato sul nuovo decreto, il governo interviene sui criteri di valutazione della capacità di intendere e di volere degli adolescenti tra i quattordici e i diciotto anni, estende misure di fermo preventivo e introduce sanzioni economiche a carico dei genitori per determinate condotte violente dei figli. Alcuni dettagli applicativi, compresi i limiti temporali del fermo, richiedono la verifica del testo normativo definitivo ma la direzione politica, tuttavia, è chiara: spostare il baricentro della giustizia minorile dalla comprensione della persona e dalla funzione educativa verso una risposta maggiormente punitiva.

È una scelta preoccupante.

Un adolescente non è un adulto in miniatura. La sua capacità di valutare le conseguenze delle proprie azioni, il rapporto con l'autorità, la gestione dell'impulsività e la percezione del futuro si sviluppano all'interno di un percorso personale e sociale. Riconoscere questa specificità non significa negare la responsabilità, ma comprendere che la responsabilizzazione non coincide automaticamente con l'inasprimento della pena.

Il fermo preventivo porta questa contraddizione al suo punto più delicato.

La questione è ancora più seria quando si parla di ragazzi provenienti da contesti marginalizzati, già esposti a stigma sociale e controlli frequenti. Se le nuove misure vengono applicate in modo selettivo, il rischio è che alcuni adolescenti finiscano per essere trattati come potenzialmente colpevoli prima ancora che sia stata accertata una condotta illecita.

A quel punto, la sicurezza non è più soltanto protezione della collettività: diventa classificazione preventiva delle persone.

La tassa sui genitori poi rappresenta l'ipocrisia della responsabilità.

Lo slogan è semplice: chi rompe paga. La realtà sociale, molto meno.

La responsabilità educativa non può essere ridotta a un rapporto automatico tra la condotta del figlio e il portafoglio del genitore. Le famiglie non hanno tutte gli stessi strumenti, gli stessi tempi, le stesse condizioni materiali e le stesse possibilità di intervento. La povertà di tempo, la precarietà lavorativa, l'assenza di servizi territoriali e la fragilità delle reti di sostegno incidono concretamente sulla capacità di accompagnare la crescita dei figli.

Se il governo ritiene che le famiglie debbano svolgere una funzione educativa più incisiva, dovrebbe investire nei servizi sociali, nella scuola, nel sostegno alla genitorialità e negli spazi di aggregazione. Se sceglie invece di colpirle economicamente quando il disagio esplode, non sta rafforzando la funzione educativa: sta scaricando sulle famiglie una parte del costo del fallimento delle politiche pubbliche.

È la solita operazione: prima si riducono o si indeboliscono le condizioni che sostengono le persone, poi si pretende che ciascuno risolva individualmente le conseguenze e, infine, si punisce chi non ci riesce.

Ancora, il decreto prevede cinquecento militari: la scenografia della forza.

L'arrivo di altri 500 militari a Milano, nell'ambito dell'operazione Strade sicure, rappresenta un ulteriore tassello di questa strategia.

La presenza dell'esercito nelle città può essere presentata come una risposta immediata alla richiesta di sicurezza. È visibile, comprensibile sul piano comunicativo e facilmente trasformabile in una dimostrazione di determinazione. Ma la visibilità della risposta non coincide con la sua efficacia strutturale.

La militarizzazione rischia così di diventare una forma di rappresentazione politica: il potere mostra di essere presente proprio dove la sua capacità di intervento sulle cause del disagio è più debole.

L'arresto in flagranza differita, nei limiti e alle condizioni stabiliti dalla legge, consente di procedere all’arresto successivamente ai fatti sulla base di documentazione video e fotografica. L'ampliamento di questo strumento, insieme al rafforzamento delle misure preventive, pone interrogativi che non possono essere ignorati.

Le tecnologie possono contribuire all'accertamento delle responsabilità. Ma il loro impiego non elimina la necessità di verificare la qualità delle prove, il contesto delle immagini, l'identificazione della persona e la condotta concretamente attribuita a ciascuno.

Un video non è un giudizio. Un'immagine non sostituisce l'accertamento individuale. La rapidità dell'intervento non può diventare un motivo per ridurre le garanzie.

Il problema si allarga quando la prevenzione non riguarda più soltanto condotte specifiche, ma persone considerate potenzialmente pericolose. In questo passaggio si modifica il rapporto tra cittadino e Stato: non è più soltanto il comportamento accertato a determinare l'intervento, ma anche una previsione sul comportamento futuro.

È una prospettiva particolarmente pericolosa ancora per chi vive già ai margini. Perché il sospetto non si distribuisce sempre in modo uniforme: può concentrarsi sui giovani delle periferie, sulle persone razzializzate e su chi non corrisponde all'immagine socialmente accettata del cittadino rispettabile.

La sicurezza democratica dovrebbe ridurre l'arbitrio. Non moltiplicare le occasioni nelle quali l'arbitrio può insinuarsi.

C'è un'altra asimmetria nel modo in cui viene raccontato il conflitto di piazza. La violenza dei manifestanti occupa spesso il centro della narrazione pubblica; l'impiego della forza da parte delle istituzioni viene invece ricondotto, quasi automaticamente, alla necessità di ristabilire l'ordine.

Ma la legittimità dell'azione di polizia non può derivare esclusivamente dall'uniforme di chi la esercita, la violenza delle divise non può essere una questione secondaria. Le cariche, l'uso dei lacrimogeni, le modalità dei fermi e ogni eventuale abuso devono essere sottoposti a verifica sulla base dei principi di legalità, necessità e proporzionalità.

Se lo Stato pretende dai cittadini il rispetto della legge, deve essere il primo a garantire trasparenza nell'esercizio dei propri poteri.

Uno Stato democratico non dimostra la propria forza sottraendo i propri apparati al controllo. La dimostra accettando che anche l'esercizio legittimo della forza sia sottoposto a regole verificabili.

Ma, questo ennesimo decreto sicurezza è significativo proprio per ciò che mette in secondo piano: il lavoro, la casa, le disuguaglianze, la crisi della rappresentanza, la condizione degli adolescenti e la difficoltà di costruire un futuro autonomo e la risposta penale viene utilizzata come principale strumento con cui affrontare questioni che richiedono politiche differenti.

Se la risposta continua a essere quella del pugno duro, il messaggio rivolto ai giovani sarà inequivocabile: quando il vostro futuro si restringe, quando il lavoro non basta, quando la casa diventa irraggiungibile e le istituzioni appaiono lontane, non aspettatevi che la politica cambi direzione. Aspettatevi che aumenti i controlli.

È una concezione della sicurezza che protegge l'ordine esistente senza interrogarsi sulle sue ingiustizie. E che rischia di chiamare pace ciò che è soltanto silenzio imposto.

La sicurezza non può essere il privilegio di chi possiede abbastanza da difendersi dalle disuguaglianze. Deve essere un diritto concreto, fondato sulla libertà, sulla giustizia sociale e sulla possibilità di vivere senza essere schiacciati dalla precarietà.

giovedì 22 ottobre 2026

Milano - rivolta proletaria - Anche Kid Yugi sa da che parte stare

Un contributo - estratti

Rap’s not dead… e ora prende parte!

Da Marracash, forse uno dei rapper più schierati a livello sociale nel paese, abbiamo sentito dire che “il potere capisce solo il potere e che è ora che il popolo mostri il popolo”, mostrando le foto di un ragazzo che tiene in mano la bandiera italiana e di un tir fermo con uno striscione a sostegno dello sciopero, e “un risentimento crescente sta maturando, in tutti, un rigetto, un’insostenibilità della vita in questo paese e non solo”.

Parole chiare, altrettanto quanto quelle di Kid Yugi, forse uno dei pochi trapper ad essere realmente emersi dal profondo Sud, che tornando dal suo paese di origine in Puglia, descrive la drammatica situazione meridionale “nel silenzio e nell’indifferenza delle istituzioni e dei media tradizionali” e dichiara che “il patto sociale è stato infranto. La classe politica non è più serva del popolo […] bensì è prostituita a tutti i poteri sovranazionali che la finanziano e la manovrano”.

Altri rapper che si sono schierati sono Nayt, che muove il focus su “questa società addomesticata” che “ama l’innocuità” e “a un certo punto, se non vedi l’altro, l’altro ti entrerà in casa per essere visto”, e 22simba: “Benedetto ogni sciopero perché nostro di diritto”.

Infine, si aggiunge un veterano del rap politico in Italia come Frankie Hi-Nrg che, riflettendo sulla questione generazionale, dice: “Il problema è la privatizzazione di tutto, l’aumento del costo della vita e, per i ragazzi, la mancanza di prospettive. Questa è la prima generazione che cresce in una situazione economica peggiore di quella dei genitori”.

Nel nostro ultimo comunicato, ci domandavamo dove fosse il mondo della cultura in un momento in cui gli studenti e le studentesse e i blocchi al Sud Italia chiedevano a gran voce di avere strumenti per potersi esprimere e farsi rappresentare.

Ebbene, c’ha pensato il rap a ricomporre a livello generale quelle che apparentemente sembrano cause sconnesse, nel tentativo di superare la contraddizione violenza/non violenza, su cui tanti, a cominciare dal Governo, battono al fine di dividere i fronti.

Un genere che stereotipicamente sembra essere attaccato a vanità e superficialità, ma che, per via della sua storia e per il retroterra dei personaggi che ancora lo rendono vitale, riesce ancora a dire la sua.

Abbiamo davanti una situazione sociale e politica molto dura e per certi versi inedita. A 10 giorni dallo sciopero generale dell’Unione Sindacale di Base a cui parteciperemo, il Governo Meloni promulga il reato di “partecipazione violenta a una manifestazione”, completando così la torsione autoritaria del proprio potere, e che andrà a colpire anche chi fino ad oggi manifesta nel modo più pacifico possibile. C’è bisogno delle energie di tutte e tutti, partendo da artiste e artisti, per raccontare tutto questo.

https://www.instagram.com/reel/DeutkA9oZky/?cplk=MXE0bXl4Y3FiYTBiOA%3D%3D

Corrispondenza aggiornata dall'ex-Ilva di Taranto

  

Violenza sessuale - Stuprata dagli uomini - violentata per la seconda volta dallo Stato, dai giudici

"APPELLO INAMMISSIBILE" - Non s'ha da fare un nuovo processo agli 8 autisti dell'Amat che per due anni hanno abusato, stuprato una ragazza 

Questo ha deciso la Corte d'appello presieduta dalla Giudice Paola Incalza, a cui la PM aveva fatto ricorso contro la vergognosa assoluzione degli 8 autisti dell'Amat - dando in più una motivazione assurda: "Il ricorso in appello non è stato inoltrato per via telematica"!... Un anomalia procedurale, irrilevante rispetto alle ragioni dell'appello, che non entra assolutamente nel merito delle motivazioni del ricorso, dice ancora una volta che la vita di una ragazza è irrilevante, il suo coraggio nell'aver denunciato le violenze non vale niente; vale di più una pec! 

Il Movimento femminista proletario di Taranto aveva appoggiato la giusta decisione della PM Marzia Castiglia, che si era opposta alla vergognosa sentenza di 1° grado che aveva assolto con formula piena: "il fatto non costituisce reato" gli 8 autisti violentatori.

E aveva fatto appello a fare subito un presidio al Tribunale chiamando femministe, ragazze, avvocate.

Ora, quest'altra  inaccettabile sentenza.

IL VOLANTINO CHE AVEVAMO DIFFUSO AL TRIBUNALE

Non solo gli 8 violentatori sono stati assolti con formula piena (neanche una formula come: 'ripetute molestie, abusi sessuali' è stata usata), ma nelle motivazioni si scrive che è la ragazza che non ha dimostrato di aver subito violenze "costrizioni"; Sì - dicono i giudici - ci sono state atti sessuali ma la ragazza non ha dimostrato chiaramente di essersi opposta. La denuncia fatta dalla ragazza non ha quindi valore; peggio: il fatto che fosse un pò disabile mentalmente, invece di costituire un aggravante (come aveva chiesto il PM), viene ritenuta una prova di non credibilità. 

VERGOGNA GIUDICI! 

Una sentenza che dice che le denunce, sempre molto sofferte, in cui pesa a volte la vergogna, insieme ad una giusta sfiducia nella giustizia, sono a prescindere non vere; e che è la donna che deve portare prove provate che ha subito violenze sessuali, non gli uomini. E' la donna che deve dimostrare il "dissenso"; per cui se non dimostra un rifiuto "esplicito", se non grida, se non chiede aiuto, se ritarda nella denuncia, la violenza non è avvenuta...

A Taranto, siamo addirittura nella applicazione ultra rigida di questo abominio: nella sentenza i 3 giudici (di cui 2 donne...) riconoscono che "le condotte degli autisti sono "deprecabili" e "di deplorevole moralità", specialmente perché commesse da incaricati di un pubblico servizio", parlano anche di "abusi sessuali", riconoscono che gli atti sessuali avvenivano in zone deserte, dopo che erano state serrate le porte dei bus (e chi poteva portare i bus in queste zone, vicino all'Ilva, chi poteva serrare le porte, se non gli autisti!?); ma voi porci autisti non dovete provare nulla e... siete tutti assolti! Perchè quella "imbranata"/timida ragazza non ha LEI dimostrato la "coercizione". Quindi siamo all'affermazione per cui: il "consenso" della ragazza effettivamente non c'era, ma non c'è prova di "dissenso".

Questa sentenza è molto grave anche perchè può fare "scuola", queste motivazioni potranno essere usate contro tante altre donne.

Ultima sottolineatura vergognosa: questi 8 autisti violentatori sono stati in questo lungo periodo del processo totalmente appoggiati dai sindacati Cisl e Cisal, che hanno giubilato ora per la loro assoluzione. Ma essi stessi si auto denunciano come "complici", perchè - e noi l'abbiamo accertato - tutti all'Amat sapevano, dato che gli autisti si vantavano sui social delle loro violenze sessuali. 

Ma questa ulteriore violenza non deve passare! Daremo il massimo Sostegno alla ragazza se vuole andare avanti.


mercoledì 21 ottobre 2026

Il 24 ottobre manifestazione nazionale “No CPR né a Castel Volturno né altrove” - info solidale

estratti 

Sabato 24 ottobre, alle ore 13.00, Castel Volturno sarà il cuore di una grande mobilitazione nazionale, per dire “No CPR – né a Castel Volturno, né altrove!”

La protesta nasce da un appello, lanciato da Mons. Pietro Lagnese, che ha dato vita a una vasta alleanza, unita da un unico obiettivo: impedire che vengano spesi 43 milioni di euro per la costruzione di un Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR), né sul territorio campano né da altre parti.

Castel Volturno è la lente d’ingrandimento capace di mostrare le conseguenze di decenni di politiche migratorie razziste e fallimentari; ma al tempo stesso è un baluardo di promozione umana e di resistenza. La richiesta è chiara: destinare le risorse pubbliche ai servizi, al sostegno al reddito, ai trasporti e alle fasce più fragili della popolazione.

La manifestazione non si ferma alla sola questione migratoria. Al centro dell’agenda ci sono anche la bonifica dei territori, la tutela dei fiumi, la difesa dei litorali, il contrasto agli sversamenti illeciti e all’abusivismo, oltre alla restituzione alla collettività degli spazi sottratti alla criminalità organizzata.

L’appello alla partecipazione è aperto a tutti

martedì 20 ottobre 2026

Incontro romano odierno su ammortizzatori sociali - tanto per parlare - nessun risultato

La risposta negativa del Ministero del Lavoro è frutto soprattutto della decisione del 16 ottobre dei sindacati confederali e USB di sciogliere i blocchi prima di ottenere risultati. I dirigenti sindacali confederali e USB stanno accompagnando il morto. 
Serve, in particolare per le ditte dell'appalto che, a causa delle condizioni retrittive del decreto per la cigs, potranno anche procedere subito a licenziamenti, che i lavoratori si muovano autonomamente da queste organizzazioni. Lo Slai cobas dove è presente, per esempio alla Castiglia, sta cercando di farlo, ma chiaramente non bastiamo, e sono i lavoratori che possono e devono "cambiare lo stato delle cose", che rischia anche a Roma il 27 di non portare novità positive. 
Per questo, al di là delle parole e di alcuni "toni forti" usati da Fim, Fiom, Uilm Usb nelle assemblee durante lo sciopero e blocchi, non ci devono essere illusioni, senza ripresa della lotta a Taranto, non c'è niente, e ammesso e non concesso che passassero gli ammortizzatori sociali, questi riguarderebbero una platea ristretta di lavoratori sia diretti che delle ditte, e per tutti gli altri al massimo c'è solo cassintegrazione a zero ore anticamera degli esuberi.
E' solo la lotta, i blocchi, azioni di protesta visibili che incidono. E questa lotta - nei 5 giorni dei blocchi si è dimostrato - si può e si deve riprendere, su una piattaforma operaia.  

 Per la Fiom, invece, sarebbe stato un "importante incontro"...

EX ILVA, SCARPA (FIOM): INCONTRO INTERLOCUTORIO, SERVONO STRUMENTI ADEGUATI A TUTELA DEI LAVORATORI

“E’ importante l’incontro che si è svolto oggi al Ministero del Lavoro, veniamo da settimane di mobilitazione in tutti gli stabilimenti dell’ex Ilva. I lavoratori lottano per il loro futuro, per l’occupazione, la decarbonizzazione e la garanzia della salute e dell’ambiente. L’incontro di oggi, tuttavia, è stato interlocutorio.
Occorre prevedere strumenti a tutela dei lavoratori dell’ex Ilva, a partire dalle uscite volontarie e dai pensionamenti anticipati, riconoscendo il lavoro usurante e i rischi conseguenti all’esposizione all’amianto e alle sostanze inquinanti.
In merito al decreto approvato riteniamo che invece vada costruito un accordo presso il Ministero del Lavoro di gestione degli ammortizzatori sociali anche per quanto riguarda le aziende dell'indotto.
Riguardo alla cassa integrazione è chiaro che i lavoratori non dovranno mai rimanere scoperti nella fase di transizione e che occorre garantire l’integrazione salariale.
Il prossimo tavolo al Ministero del Lavoro sarà convocato probabilmente dopo l’incontro del 27 ottobre a Palazzo Chigi”.