mercoledì 7 ottobre 2026

consiglio di fabbrica - info stampa - il tempo era già scaduto.. aver fermato la mobilitazione ha contribuito ,, il punto è togliere la fiducia al governo, mobilitazione prolungata fino a risultati concreto

il tempo era già scaduto.. aver fermato la mobilitazione ha contribuito ,, il punto è togliere la fiducia al governo, mobilitazione prolungata fino a risultati concreti - slaicobas taranto

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 da tarantobuonasera

 Ex Ilva, la rabbia del Consiglio di fabbrica: "Il tempo è scaduto"

Cosa è emerso della riunione di oggi in merito alla vertenza

Consiglio di fabbrica

Consiglio di fabbrica

A Taranto oggi un Consiglio di Fabbrica presso lo stabilimento AdI, con il coinvolgimento di tutte le RSU dei diretti, dell'appalto e dell'indotto. L'incontro, voluto da FIM, FIOM, UILM e USB, rappresenta un momento importante per fare il punto sulla vertenza in corso, analizzando gli sviluppi recenti e condividendo prospettive future, spiegano i sindacati.

IL DOCUMENTO: EX ILVA, IL TEMPO È SCADUTO, DAL GOVERNO SERVONO RISPOSTE IMMEDIATE E CONCRETE

Il Consiglio di Fabbrica di AdI, Ilva in A.S. e Appalto, unitamente alle categorie di CGIL, CISL e UIL e USB si è riunito in data odierna per fare il punto sulla complicatissima vertenza dell’Ex Ilva e sulla fase emergenziale che vede il coinvolgimento di migliaia di lavoratrici e lavoratori.

Siamo di fronte a una situazione ormai non più sostenibile, una crisi che dura da oltre 14 anni continua a produrre incertezza, precarietà e pesanti ricadute occupazionali ed economiche, mettendo a rischio non solo i lavoratori diretti, quelli di Ilva in A.S. e dell’appalto, ma l’intera filiera industriale e il futuro del territorio ionico e pugliese.

È importante ribadirlo con chiarezza, questa emergenza non nasce oggi, le rappresentanze sindacali hanno denunciato da tempo le criticità industriali, occupazionali e sociali che progressivamente si stavano aggravando a seguito soprattutto delle esigue risorse disponibili alla gestione commissariale. Lo abbiamo fatto all’interno dello stabilimento con denunce agli enti ispettivi e ai tavoli istituzionali e attraverso le iniziative di mobilitazione, chiedendo con forza risposte e soluzioni prima che la situazione arrivasse al punto attuale.

La questione della salute, dell’ambiente e del lavoro non possono essere contrapposte tra loro. Taranto e i suoi lavoratori hanno già pagato un prezzo troppo alto. 

Tra i lavoratori cresce la preoccupazione per un futuro incerto e che continua a essere rinviato senza una chiara prospettiva industriale, in attesa della pronuncia della Corte di Cassazione a Sezioni Unite prevista per il 20 ottobre, e nel contempo all’interno dello stabilimento si procede con la fase di preriscaldo degli impianti, determinando di fatto un ulteriore aumento della cassa integrazione e un aggravamento delle condizioni economiche e sociali dei lavoratori.

Parallelamente, cresce il rischio concreto che la crisi si riversi sull’intero sistema dell’appalto e dell’indotto, mettendo a rischio imprese, salari e migliaia di posti di lavoro.

Di fronte ad una fase emergenziale senza precedenti non bastano più dichiarazioni, rassicurazioni o rinvii, servono decisioni, risorse e strumenti straordinari. È necessario che il Governo introduca misure specifiche a tutela di tutti i lavoratori coinvolti, compresi quelli dell’appalto e dell’indotto, evitando che l’emergenza industriale e ambientale si trasformi anche in una vera e propria bomba sociale.

Per questo riteniamo indispensabile che il Governo continui il confronto con le organizzazioni sindacali recependo le nostre rivendicazioni, condivise con i lavoratori, e garantisca misure straordinarie che vadano oltre le attuali leggi vigenti necessarie a garantire la messa in sicurezza di tutti i lavoratori.

Misure straordinarie che consentano di accompagnare concretamente la transizione ecologica e occupazionale, introducendo strumenti adeguati che possano attivare percorsi in cui vengano garantiti processi di accompagnamento al pensionamento anticipato o di aderire su base volontaria all’incentivo all’esodo, come già accaduto in passato.

Non si tratta semplicemente di gestire gli esuberi, si tratta di governare una fase straordinaria, tutelando la continuità del lavoro avviando un serio piano industriale che preveda nell’immediato un processo de carbonizzazione 

Abbiamo sempre sostenuto la necessità di un confronto serio e costante con Governo, Regione e istituzioni locali, ma il confronto, per essere utile, deve produrre risultati.

Serve un forte intervento pubblico che governi il processo di decarbonizzazione e la riconversione industriale, garantendo tutti i lavoratori di Acciaierie d’Italia, di Ilva in A.S., ADI Energia, Servizi e dell’appalto.

La transizione non può essere un alibi per ridurre l’occupazione né può diventare un nuovo capitolo di sacrifici per il territorio, dopo il prezzo pagato in termini di salute, ambiente e lavoro, Taranto non può più accettare di scegliere tra occupazione e diritto alla salute.

Inoltre, nella giornata di ieri è pervenuta la convocazione da parte del Governo e domani saremo a Palazzo Chigi per l’incontro con la consapevolezza che il tempo è scaduto e necessitano risposte certe ai lavoratori.

Il Governo e tutta la politica devono assumersi fino in fondo le proprie responsabilità e mettere sul tavolo soluzioni concrete, finanziariamente sostenibili e immediatamente attuabili.

Ora è il momento delle decisioni, se domani non arriveranno risposte tangibili, il sindacato non resterà a guardare. A partire dalla prossima settimana metteremo in campo tutte le iniziative di mobilitazione necessarie per garantire la continuità del lavoro, del reddito, della salute, dell’ambiente e di un futuro industriale. La responsabilità non può essere confusa con la rassegnazione.

Il tempo e la pazienza dei lavoratori è giunta al termine, dopo anni di sacrifici, adesso servono risposte e risorse certe per la transizione ecologica e sociale.

Consiglio di Fabbrica RSU – Segreterie ADI in AS – ILVA in AS – ADI ENERGIE - categorie Appalto e Indotto FIM - FIOM – UILM - USB, CGIL – CISL - UIL

info stampa - verso la decisione della Corte di Cassazione del 20 ottobre -

 corriere di taranto

Tutela salute sì, ma rischio va accertato. Sempre

Il giudice ordinario può tutelare il diritto alla salute anche quando un’attività industriale sia autorizzata dalla pubblica amministrazione. Ma, secondo la Procura generale della Cassazione, questo non significa che possa sostituire le proprie valutazioni tecniche a quelle dell’amministrazione o imporre la sospensione di un impianto senza un accertamento concreto e attuale del rischio.

È il punto centrale della requisitoria depositata il 5 ottobre dal sostituto Procuratore generale in vista dell’udienza del 20 ottobre delle Sezioni Unite civili, chiamate a esaminare i ricorsi di ILVA in AS e di Acciaierie d’Italia e Acciaierie d’Italia Holding contro il decreto della Corte d’Appello di Milano che ha imposto la sospensione dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto a partire dal prossimo 28 ottobre.

La Procura generale considera ammissibili i ricorsi e chiede di accoglierne i principali motivi di merito, ma respinge le contestazioni sulla giurisdizione: il giudice ordinario aveva il potere di intervenire a tutela della salute.

Il problema è come quel potere sia stato esercitato.

tribunale Milano

Un provvedimento temporaneo dagli effetti potenzialmente irreversibili

Il primo passaggio riguarda l’ammissibilità del ricorso per cassazione. Le società sostengono che il decreto d’appello, pur inserito in un procedimento di tutela collettiva, abbia deciso definitivamente su diritti soggettivi con effetti irreversibili.

La Procura generale condivide. Il provvedimento impone la sospensione dell’area a caldo entro 90 giorni e consente la ripresa solo dopo la rimozione dell’amianto residuo e il rientro delle emissioni entro non meglio precisati «limiti di sicurezza.

Per il PG la natura formalmente temporanea non basta: lo spegnimento degli altiforni comporta la perdita del rivestimento refrattario e tempi di ricostruzione indicati dalle società in 12-24 mesi per forno. Una sospensione senza termine certo può quindi trasformarsi in una chiusura definitiva.

La giurisdizione resta al giudice ordinario

Le società sostengono che la controversia appartenga al giudice amministrativo, perché la sospensione sarebbe stata costruita sulla contestazione dell’AIA 2025. Il PG respinge però questa tesi.

Occorre guardare al «petitum sostanziale»: la domanda dei cittadini non era l’annullamento dell’AIA, ma la tutela del diritto alla salute rispetto alle emissioni. L’AIA è un antecedente logico della controversia, ma può essere esaminata incidentalmente dal giudice ordinario per tutelare un diritto soggettivo.

Il diritto alla salute è un diritto fondamentale che l’autorizzazione amministrativa non può “degradare”. Ma il giudice non può trasformare la disapplicazione incidentale dell’AIA nella sostituzione delle proprie valutazioni tecniche a quelle dell’amministrazione.

Amianto: il PORA non equivale alla rimozione totale

Il primo grande nodo di merito riguarda l’amianto residuo.

La Corte d’Appello aveva ritenuto che il DPCM 29 settembre 2017 imponesse la completa rimozione dell’amianto entro il 23 agosto 2023. Da qui la conclusione che il DM 278/2023 e l’AIA 2025 costituissero illegittime proroghe di un obbligo già scaduto.

La Procura generale contesta questa lettura. Il DPCM 2017 imponeva ad AM InvestCo la presentazione all’ISPRA di un PORA, programma organico di rimozione con mappatura, interventi e cronoprogramma, ma non stabiliva secondo il PG che ogni materiale contenente amianto dovesse essere rimosso entro quella data, indipendentemente da collocazione, stato e rischio concreto.

A Taranto restano, secondo la requisitoria, oltre 2.000 chilogrammi di amianto, nei cowpers degli altiforni, tra guscio metallico e muratura refrattaria, separati dal flusso di processo. Le società sostengono che il materiale sia confinato e che le verifiche sui refrattari non abbiano evidenziato fibre nel flusso d'aria

Nel giugno 2023 l’ISPRA aveva rilevato che le aree interessate non costituivano allo stato una fonte di rischio, poiché il materiale risultava completamente contenuto. Il DM 278 del 10 agosto 2023 aveva recepito la rimodulazione del programma, prevedendo anche attività di monitoraggio.

Per il PG, la Corte d’Appello ha trasformato quel programma in un obbligo assoluto di rimozione totale che il DPCM non conteneva.

Il pericolo deve essere concreto e attuale

La requisitoria richiama la sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea del 25 giugno 2024, causa C-626/22. La Corte ha stabilito che l’autorità competente deve considerare tutte le sostanze inquinanti che possono essere emesse e di cui siano scientificamente conosciuti gli effetti nocivi. Ha inoltre escluso proroghe ripetute quando siano stati accertati pericoli gravi e rilevanti per ambiente o salute e ha previsto la sospensione dell’attività in presenza di tali pericoli.

Secondo il PG, l’esistenza del pericolo è stata invece dedotta in astratto dall’originaria prescrizione di rimozione, anziché dimostrata sulla base delle condizioni attuali dell’amianto.

Una prescrizione del 2017 non dimostra, da sola, l’esistenza nel 2026 di un pericolo grave e rilevante. Né la generica ipotesi di un deterioramento progressivo può sostituire un accertamento tecnico sullo stato effettivo del materiale.

Senza la prova di un obbligo di rimozione totale già scaduto e di un pericolo grave e rilevante, non si può parlare di «proroga» vietata dalla sentenza europea. Anche sul DM 278/2023 e sulle valutazioni ISPRA il giudice non può sostituire la propria valutazione tecnica a quella dell’amministrazione senza individuare un preciso vizio dell’istruttoria.


Polveri sottili: la VIS 2025 è il punto decisivo

La seconda ragione della sospensione riguarda PM10 e PM2,5.

La Corte d’Appello aveva ritenuto insufficienti le prescrizioni dell’AIA 2025 perché, pur nel rispetto dei valori di qualità dell’aria previsti dalla legge, non sarebbe stata adeguatamente valutata la situazione sanitaria nello scenario produttivo autorizzato di 6 milioni di tonnellate annue.

Per la Procura generale manca però un confronto decisivo con la VIS presentata nel 2025 dall’operatore e con il successivo parere dell’Istituto superiore di sanità.

La disciplina introdotta nel 2025, in attuazione della sentenza C-626/22, ha previsto una specifica valutazione sanitaria per gli impianti strategici sottoposti a revisione dell’AIA. Per Taranto, nella fase transitoria, questa funzione è stata svolta dalla VIS.


la valutazione riguardava anche lo scenario da 6 milioni di tonnellate annue, quello autorizzato dall’AIA e assunto dalla Corte d’Appello come riferimento. Nel parere del 18 marzo 2025, l’ISS aveva rilevato una diminuzione delle concentrazioni ambientali per quasi tutti gli inquinanti nello scenario post-operam.

Secondo il PG, non era quindi possibile fondare la decisione sulle precedenti VDS senza confrontarsi con la nuova valutazione sanitaria.

Il punto è anche la differenza tra VDS e VIS: le prime (2017-2023) avevano una funzione soprattutto ricognitiva, mentre la disciplina del 2025 ha introdotto criteri aggiornati riferiti allo specifico scenario produttivo. La Corte d’Appello avrebbe utilizzato i dati precedenti per dimostrare un pericolo attuale e grave senza spiegare perché VIS e parere ISS non fossero idonei.

Qualità dell’aria e limiti di emissione

Un ulteriore punto riguarda la distinzione tra valori di qualità dell’aria e limiti di emissione.

I valori del decreto legislativo 155/2010 riguardano le concentrazioni degli inquinanti nell’aria ambiente; i limiti AIA riguardano invece le emissioni della fonte industriale e sono definiti anche sulla base delle migliori tecniche disponibili.

La normativa europea consente condizioni più rigorose quando uno standard di qualità ambientale lo renda necessario, ma occorre individuare lo standard violato o il concreto rischio.

La Corte d’Appello ha invece ordinato che le emissioni fossero riportate entro «limiti di sicurezza» senza indicare quali fossero tali limiti, da quale norma derivassero e secondo quali parametri dovessero essere determinati.

Per il PG non basta quindi affermare che le polveri sottili siano nocive. Occorre dimostrare che, nello specifico impianto e nello specifico scenario produttivo, esista un pericolo grave e rilevante tale da imporre la sospensione ai sensi della sentenza C-626/22. E questo accertamento, secondo la requisitoria, manca.

La richiesta alle Sezioni Unite

Per il PG, il principio di precauzione non può sostituire i parametri previsti dalla legge con limiti nuovi e indeterminati.

Da qui l’accoglimento dei principali motivi di ricorso per ILVA (amianto, VIS e nuova disciplina sanitaria) e per Acciaierie d’Italia e AdI Holding (amianto, VIS e polveri).

Restano assorbiti gli altri motivi, tra cui quelli sui «limiti di sicurezza», sulla produzione effettiva rispetto ai 6 milioni autorizzati e sulla disapplicazione dell’AIA 2025.

Nel dispositivo della requisitoria, il sostituto Procuratore generale chiede chiede quindi di dichiarare ammissibili i ricorsi, respingere i motivi sulla giurisdizione e accogliere gli altri nei limiti indicati in motivazione.

Il quadro che emerge non è quindi quello di una contrapposizione tra salute e attività industriale: il PG riconosce al giudice ordinario il potere di tutelare la salute anche contro attività autorizzate, ma ritiene necessario un accertamento attuale, concreto e tecnicamente verificabile del rischio. Per l’amianto il nodo è se il DPCM 2017 imponesse davvero la rimozione totale entro il 2023 e se oggi esista un pericolo grave e rilevante; per le polveri, il rapporto tra VDS, VIS 2025, parere ISS e scenario produttivo autorizzato.

Tutto quello evidenziato nel parere del procuratore generale, lo avevamo messo nero su bianco nei giorni immediatamente successivi al decreto della Corte di Appello di Milano di luglio. Adesso vedremo quello che decideranno i giudici della Suprema Corte nei tempi che riterranno congrui per il verdetto definitivo.

La decisione delle Sezioni Unite definirà così anche il confine tra tutela della salute, potere autorizzatorio e intervento giudiziario su un impianto strategico.

*sull’argomento leggi Ilva, decreto Milano: trappola o via d’uscita?

oggi 7 ottobre - viva la Resistenza Palestinese - sabato tutti in piazza contro il genocidio, contro sionismo e imperialismo - #iostoconlapalestina

 


Ex ILVA indotto - Noi siamo per la lotta e non per l'attesa - solo la lotta paga e tutela i lavoratori

Giovedi 8 alle 17 ne parliamo con i lavoratori già in lotta -

via Livio Andronico 47 TA - WA 3475301704

L'incontro è aperto a tutti gli operai appalto, iscritti e non iscritti 

dalla stampa

Ex Ilva, l’indotto paga subito: sette richieste di Cig per oltre 300 operai

Ex Ilva, l’indotto paga subito: sette richieste di Cig per oltre 300 operai

​Dopo la sentenza, sette aziende hanno avviato le procedure per contrazione degli ordini e il conseguente fermo delle attività Intanto, proseguono le operazioni per spegnere i macchinari.

Da una nostra informazione ad operai della Stellantis di Melfi sulla situazione all'ex Ilva di Taranto - del 5/10

La situazione all’ex Ilva Taranto non va affatto bene. Per esempio, domani mattina (martedì 6/10) faremo un nuovo presidio a una delle Ditte dell'appalto ex Ilva, Castiglia srl, che ha messo in ferie forzate per tutto il mese di ottobre i lavoratori perché la direzione dell’ex Ilva ha sospeso l'appalto che avevano. Chiaramente i lavoratori e noi, Slai cobas, non siamo affatto d'accordo con questa “soluzione”.

Già venerdì scorso vi è stata un'andata in massa all'azienda, in questa occasione perlomeno si è ottenuto che i primi giorni di non lavoro giorni venissero pagati normalmente invece che considerati ferie, mentre per il seguito la Ditta sta chiedendo cassintegrazione.

Il futuro è tuttora molto oscuro. C'è stata questa sentenza del Tribunale di Milano, confermata per la seconda volta in appello, per la chiusura dell'aria a caldo, il blocco degli altoforni che, tra l'altro, solo uno era ancora in funzione perché gli altri erano o già spenti da parecchio oppure in via di manutenzione straordinaria. Per cui entro fine mese dovrebbero chiudere l’area a caldo, per fare tutta una serie di lavori per eliminare l’amianto negli altoforni e le esalazioni tossiche.

Al di là della soluzione veramente assurda e tappezzata che il governo sta portando avanti, prima Jindal, ancor prima un fondo americano, poi ora una cordata italiana, però è chiaro che almeno il 50% degli operai diretti deve andare via. Non servono più. E quindi le ricadute sull'appalto, dove sono almeno 3.500, e anche di più, operai, oltre quelli diretti, sono subito licenziamenti.

Il problema è una situazione bloccata e sembra senza soluzioni da parte del governo e dei padroni.

Sui Tavoli non ci sono gli obiettivi per gli operai, i sindacati vanno a sentire, poi si lamentano, ecc.

Gli operai dell'ex Ilva di Genova, sono molto più combattivi, hanno fatto anche delle iniziative abbastanza dure, però in termini di linea, portano avanti una posizione veramente ultracorporativa. Loro appoggiano il fatto che ci sia uno “spezzatino”: salviamo noi, non ce ne importa niente di Taranto.

Purtroppo ciò che manca realmente è una lotta continua; non uno sciopero e manifestazione una tantum, ma una lotta continua degli operai. Questo cambierebbe la situazione, che attualmente appare senza vie d'uscita e sempre in peggio, sia in fabbrica e nell'appalto che in città.

Una discussione dei compagni dello Slai cobas Taranto con operai Stellantis di Melfi, sulla situazione attuale, ma soprattutto su come rispondere

OPERAI STELLANTIS - Da noi adesso si produce la DS7. Ma la produzione è dimezzata.Noi lavoriamo una settimana una squadra, la settimana dopo l'altra, il pomeriggio non lavoriamo. I giorni in cui gli operai non lavorano vengono coperti con la cassintegrazione.
Il problema è sempre questo: i costi sono alti, i volumi sono bassi. A fine settembre, inizio ottobre hanno chiuso la fabbrica per una settimana, e si prevede un'altra chiusura tra fine ottobre e inizio novembre, perchè non ci sono volumi elevati.
Attualmente siamo 4.400, prima eravamo intorno ai 7.000, quindi hanno mandato via un bel po' di gente, ma per i volumi che facciamo siamo ancora tanti.
Ci una produzione di macchine più piccole, ma queste le fanno in Francia e in altri paesi; in Italia, nonostante la capacità produttiva è alta, produciamo invece macchine grosse, come la Maserati o la Tonale, che costano un po' e hanno meno mercato.
E’ una scelta produttiva che guarda a settori più medio-alti che possono comprare, però poi questo si ritorce contro noi operai.
Adesso stiamo all'osso. Veramente manca l'essenziale. Per esempio la manutenzione ordinaria non viene fatta. Non viene fatto neanche il minimo indispensabile. Neanche vengono fatte le pulizie, si pulisce a terra solo un po' nei bagni. L’azienda ha tagliato su tutto.

SLAI COBAS TARANTO - Quando siamo venuti alla fabbrica, molti operai e operaie si lamentavano, denunciavano le pesanti condizioni di lavoro, i ritmi lavorativi, per cui bisogna andare sempre più in fretta…

OPERAI STELLANTIS - Sì, ci fanno fare le corse, e non c'è nessuno che vigila. Mi ricordo all'epoca c'era l'ergonomo, si creavano le postazioni, si creavano i cartelli operativi, si prendevano i tempi. Facciamo un esempio: prima per montare un pannello di una porta, ci voleva un minuto, adesso nessuno dice, guarda, per montare un pannello ci vuole un minuto, ma gli dicono: devi montare questo, questo e questo. Non si può neanche discutere.

C'è anche un problema di sicurezza, di salute. Arriviamo a casa stremati dopo otto ore di lavoro, ma se gli operai iniziano a lamentarsi non li chiamano più a lavorare. Questa è la realtà. È brutta, ma è la verità.

SLAI COBAS TARANTO – Gli RLS sono spariti?

OPERAI STELLANTIS - Sai quando li vedi in giro? Quando l'azienda li convoca per firmare qualcosa. Ecco perché poi c’è il malumore tra la gente. Manca chi dovrebbe dare l'esempio. E’ come quando un bambino va a scuola, se la maestra non dà un buon esempio, dei valori, i bambini non sono spinti a cambiare, è la stessa cosa in azienda.

Manca un leader, un esempio. Non è che si vuole fare la lotta per avere il di più, ma è il giusto, questo è il problema. Certo, si lavora, ci pagano, è giusto che devi fare la tua prestazione, però poi noi lavoratori ormai vediamo tante cose che non vanno, e i lavoratori si sfiduciano. Si sfiducia perché ha fame, perchè se uno è un padre di famiglia, pensa a ciò che c'è fuori, la famiglia, i figli, gli impegni... e allora pur di far andare avanti la famiglia, non dice nulla.
Questa situazione c'è un po' a tutte le parti. Anche per questi governi che sono cambiati, queste nuove posizioni di destra. E’ tutto voluto, il governo ha dato via libera a questi padroni.

SLAI COBAS TARANTO – E’ chiaro che c'è questa sfiducia. Il problema è, e di questo non ci si rende abbastanza conto, anche tra gli stessi operai, che non lottando, non ponendo alcun freno a questa situazione, la situazione va sempre peggio. Domani può capitare a te.
Come uscirne? Ci sono stati alcuni esempi, anche recenti qui nell’appalto Stellantis. Noi abbiamo seguito la vertenza della ditta dell'appalto, la PMC, in particolare, conclusasi ultimamente col passaggio di tutti gli operai licenziati ad altra ditta. Noi siamo stati alla tenda permanente, un presidio di 24 ore, anche di notte, durato 9 mesi. Ma in questo presidio stabili, non erano più di 5/6 operai, poi ruotavano altri. Questo per dire che anche alla Stellantis dovremmo vedere la possibilità di fare una riunione, un incontro, anche con pochi.
Perchè se riusciamo a fare una riunione, anche con pochi operai, allora la situazione si può dinamizzare.
Vediamo di lavorare a questo. Vedere intanto chi vuole e chi effettivamente può esserci, chi non è così sfiduciato che al momento non vede luce.
L'esempio della PMC mostra che se si lascia andare, fanno tutto i padroni, il governo e i sindacati confederali non fanno assolutamente niente. La situazione, ci potremmo sentire fra alcuni mesi, ma sarà ancora peggio. Se invece c'è un minimo di contrasto, per affermare i diritti elementari, allora la realtà diventa quantomeno un po' più dinamica.
Puntiamoci. Tanto, a riunirci vicino la fabbrica non ci sono problemi, ci sono i posti, stanno vari bar.

OPERAI STELLANTIS – Il problema è chiaro, come dici tu, dobbiamo riunirci. Una volta, quel giorno, non devi venire con il pulmann, ma devi venire con la macchina. Ora cominciamo a parlarne vedere chi vuole venire e poi decidiamo.

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Per chi vuole prendere contatti, avere informazioni: Slai cobas per il sindacato di classe - Taranto via Livio Andronico, 47 - WA 3475301704 - slaicobasta@gmail.com

martedì 6 ottobre 2026

Info stampa sulle vicende giudiziarie in corso. Fermo restando che per noi nessun impianto deve essere fermato senza decisioni urgenti a tutela di lavoro e reddito per tutti i lavoratori

 da corriere di taranto

“Su amianto in ex Ilva rivalutare le prove”

La questione dell’amianto torna al centro della battaglia giudiziaria sull’ex Ilva di Taranto. E questa volta arriva un elemento nuovo: il parere del procuratore generale presso la Corte di Cassazione, depositato ieri sera alla scadenza dei termini, in vista dell’udienza del 20 ottobre davanti alle Sezioni Unite della Suprema Corte.

Il parere, che non è vincolante per i giudici, contiene un’apertura alle ragioni delle società. Secondo quanto riferiscono fonti legali interpellate dall’AGI, il procuratore generale propone infatti l’accoglimento di alcuni dei motivi contenuti nei ricorsi straordinari presentati ad agosto da Ilva e Acciaierie d’Italia contro il provvedimento del 27 luglio della Corte d’Appello di Milano sulla fermata dell’area a caldo, mentre per altri motivi propone il rigetto.

È una novità rispetto al percorso seguito finora. La Procura generale presso la Corte d’Appello di Milano, nei precedenti pareri espressi sulle istanze delle società, si era sempre pronunciata in senso contrario. Ora, invece, la Procura generale della Cassazione propone una lettura in parte diversa della vicenda.

Uno dei punti sui quali il parere prende posizione riguarda la giurisdizione. Il procuratore generale ritiene che il giudice civile abbia competenza a pronunciarsi sulla vicenda e respinge quindi la tesi di Ilva e Acciaierie d’Italia secondo cui la materia sarebbe di competenza esclusiva del giudice amministrativo. La questione è stata finora esaminata dalla sezione imprese della Corte d’Appello civile di Milano.

Ma è soprattutto il capitolo amianto a interessare direttamente Taranto.

Nelle sue precedenti decisioni, la Corte d’Appello di Milano aveva indicato tra gli elementi di rischio per la salute e per l’ambiente anche la presenza di amianto nei cowpers degli altiforni, gli impianti utilizzati per preriscaldare l’aria. Un richiamo inserito nel quadro più generale delle motivazioni con cui i giudici milanesi avevano ribadito la prevalenza della tutela della salute rispetto alle esigenze produttive.

La Procura generale della Cassazione, invece, ritiene che il ragionamento sull’amianto debba essere rivisto. Nel parere si osserva che l’amianto si trova nei cowpers e che non vi sarebbe il pericolo di una dispersione delle fibre.

Da qui la richiesta alla Suprema Corte di rivalutare il compendio probatorio sul punto. Sulla vicenda scrivemmo dettagliatamente nei mesi scorsi come si piò rileggere nell’articolo linkato in fondo all’articolo.

Il parere contiene anche una specifica pronuncia della Procura generale sul tema delle emissioni.

La parola passa ora alla Cassazione. Il 20 ottobre i giudici dovranno esaminare i ricorsi presentati dalle società contro il provvedimento della Corte d’Appello di Milano e valutare anche le indicazioni contenute nel parere della Procura generale. Un passaggio decisivo per il futuro dell’ex Ilva e, ancora una volta, per Taranto.