martedì 27 ottobre 2026

Ex Ilva, arresto per l'ex Ad Lucia Morselli e altri due: contestati reato associativo e corruzione - Tutti i nomi degli indagati

La gestione di Morselli sarebbe stata orientata a massimizzare i profitti a discapito dell’ambiente, i pm chiedono i domiciliari. Coinvolti anche l'ex direttore dello stabilimento e l'ex capo dell'Ispra

L’ex ad di Acciaierie d’Italia, Lucia Morselli Ansa

La procura di Taranto ha chiesto gli arresti domiciliari per Lucia Morselli, ex amministratrice delegata di Acciaierie d'Italia, per il dirigente dello stabilimento, Alessandro Labile e per Francesco Astorri, capo del Nucleo ispettivo di Ispra, nell'ambito di una inchiesta sul presunto inquinamento provocato dalle emissioni dello stabilimento tra il 2019 e il 2024 e sulle irregolarità ipotizzate nella gestione delle emissioni di anidride carbonica e delle quote Ets. Agli indagati è stato notificato l'avviso di interrogatorio preventivo, per il 3 novembre, davanti al gip Francesco Maccagnano, chiamato a pronunciarsi sulle richieste cautelari avanzate dai pm.

Lucia Morselli già nel marzo del 2024 si vide notificare un avviso di proroga delle indagini nate da un esposto sui picchi di benzene che furono registrati nello stabilimento. Nel luglio successivo le perquisizioni e i sequestri per la presunta truffa ai danni dello Stato sulle quote di Co2 e poi gli avvisi di garanzia all'ex manager e ad altri dirigenti, consulenti e dipendenti per le ipotesi di associazione a delinquere finalizzata all'inquinamento, al disastro ambientale e alla truffa ai danni dello Stato.

Sono in tutto 28 le persone e cinque le società complessivamente indagate nell'inchiesta, coordinata dai pm Mariano Buccoliero, Francesco Ciardo. 

Per otto indagati l'accusa è associazione per delinquere finalizzata alla commissione di reati contro l'ambiente, l'incolumità pubblica e la pubblica amministrazione.

Tra le contestazioni figurano, a vario titolo, le ipotesi di disastro ambientale, inquinamento e truffa ai danni dello Stato. In particolare, secondo la ricostruzione della procura, le emissioni dello stabilimento avrebbero provocato un progressivo aumento dei livelli di benzene nell'aria del quartiere Tamburi di Taranto, contribuendo a determinare una situazione di disastro ambientale.

Nel mirino degli inquirenti tarantini è finita anche la gestione delle manutenzioni ordinarie degli impianti e i controlli ambientali. Ai principali indagati viene contestato, inoltre, di avere orientato in senso favorevole all'azienda i controlli e gli esiti delle ispezioni relative all'Autorizzazione integrata ambientale (Aia) svolte da Ispra.

Morselli è anche coinvolta in un'inchiesta per bancarotta fraudolenta avviata dalla Procura di Milano dopo una relazione dei commissari straordinari dell'ex Ilva. 

Morselli, Labile e Astorri accusati anche di corruzione

Tra le accuse a carico di Morselli figura anche quella di corruzione, che è contestata agli stessi Labile e Astorri. Secondo gli investigatori Astorri, in quanto responsabile del gruppo ispettivo Ispra incaricato dei controlli sul rispetto dell’Aia, avrebbe accettato da Morselli e Labile la promessa di un incarico dirigenziale nell’ente pubblico per avere omesso diversi atti del suo ufficio in occasione dei controlli sul rispetto delle condizioni previste dall’Aia nel siderurgico.

In una circostanza, secondo la procura, avrebbe anche dichiarato il falso omettendo di attestare dichiarazioni ricevute nel corso della sua attività. Morselli e Labile, secondo quanto scritto nel capo d’imputazione, in cambio avrebbero inoltre segnalato Astorri per la promozione al ministero dell’Ambiente, che esercita poteri di vigilanza e controllo sull’Ispra.

Astorri, Morselli, Labile e altri tre indagati rispondono inoltre di inquinamento e disastro ambientale, rimozione o omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro e falsi. Per i pm, gli indagati avrebbero causato “l’inquinamento dell’aria del quartiere Tamburi con aumenti significativi e progressivi di benzene prodotti dalle emissioni dello stabilimento” e il conseguente disastro ambientale.

Indagati anche Aditya Mittal e Franco Bernabè

Indagati anche Aditya Mittal, in qualità di amministratore delegato di ArcelorMittal, e Franco Bernabè, ex presidente del cda di Acciaierie d’Italia, che risponde dell’ipotesi di truffa in relazione alle quote di CO2.

Aditya Mittal è accusato di associazione per delinquere “allo scopo di commettere una serie di reati contro l’ambiente, l’incolumità pubblica e la pubblica amministrazione finalizzati a massimizzare i profitti e ridurre al minimo indispensabile i costi e le spese derivanti dalla gestione dello stabilimento siderurgico ex Ilva di Taranto”. Del reato associativo sono accusati anche Morselli, Astorri, Labile, Vincenzo Dimastromatteo (ex direttore di stabilimento), Antonio Mura (direttore Finanze, Tesoreria e Dogana), Francesco Alterio (ex capo area Cokeria) e Felice Sassi (dipendente AdI incardinato nella funzione Ambiente).

La truffa ai danni della Commissione Ue

Bernabè è indagato in concorso di truffa e truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche perché, per la procura, “adoperandosi e sfruttando relazioni esistenti a influenzare funzionari pubblici di altissimo rilievo, sia nazionali sia europei, per perorare la richiesta di restituzione”, avrebbe contribuito a indurre “in errore la Commissione dell’Unione europea che si determinava a rilasciare una quantità di quote CO2 corrispondenti per l’anno 2020 e successive integrazioni per gli anni 2021-2022-2023, per complessive 238.512 quote”.

Il 3 novembre dovranno comparire davanti al gip Francesco Maccagnano per l’interrogatorio preventivo anche i dieci destinatari delle richieste di misure interdittive. Tra loro ci sono Dimastromatteo, Mura e rappresentanti dell’allora Comitato Ets.


Ex Ilva, la Procura chiede domiciliari per Morselli - Tutti i nomi degli indagati

Gianmario Leone - Corriere di Taranto

La Procura di Taranto ha chiesto gli arresti domiciliari per Lucia Morselli, ex amministratrice delegata di Acciaierie d’Italia, Alessandro Labile, ex direttore dello stabilimento siderurgico, e Francesco Astorri, ex responsabile Ispra per la valutazione e i controlli degli impianti di interesse strategico nazionale. Le richieste rientrano nell’inchiesta sulle presunte irregolarità nella gestione dell’ex Ilva tra il 2019 e il 2024.

I pubblici ministeri hanno inoltre sollecitato dieci misure interdittive. Sarà il giudice per le indagini preliminari Francesco Maccagnano a pronunciarsi sulle richieste cautelari, dopo gli interrogatori preventivi fissati per il 3 novembre.

L’indagine, condotta dai pm Mariano Buccoliero, Francesco Sansobrino e Francesco Ciardo, nel frattempo passato alla Procura di Lecce, coinvolge complessivamente 28 persone e cinque società. Tra gli indagati figurano anche Franco Bernabè, ex presidente del consiglio di amministrazione di Acciaierie d’Italia, e Aditya Mittal, amministratore delegato di ArcelorMittal SA. Entrambi sono indagati a piede libero.

Per otto persone è stata richiesta la sospensione dall’esercizio di un pubblico ufficio. Si tratta di Alessandro Carettoni, presidente del Comitato Ets; Sergio La Motta, componente della segreteria; Giulia Dramis, coordinatore della segreteria tecnica; Mauro Mallone, vicepresidente e componente con diritto di voto; Giuseppe Marchese, componente con diritto di voto; Marco Maurici, componente della segreteria tecnica; Mauro Rotatori, componente con diritto di voto; Antonio Sclafani, componente della segreteria tecnica.

Per Vincenzo Dimastromatteo, direttore dello stabilimento ex Ilva, e Antonio Mura, procuratore di Adi con funzioni di direttore finanze, tesoreria e dogane, i pm hanno invece chiesto il divieto di esercitare professioni, imprese o uffici direttivi di persone giuridiche e imprese con attività produttive sottoposte ad Aia e Aua, insieme al divieto di contrattare con la pubblica amministrazione.
Gli indagati a piede libero

Oltre a Mittal e Bernabè, risultano indagati a piede libero Francesco Alterio, capo area Cokeria e sottoprodotti dell’ex Ilva dal 9 luglio 2021; Aldo Bove, responsabile dei laboratori primari e ambientali; Vito Di Marco, consulente del presidente Bernabè; Angelo Di Martino, Head of Ceo Office di Acciaierie d’Italia; Cecilia Aghion Galimberti, responsabile del gruppo di verifica ispettiva e della verifica; Giuseppe Nassisi, dipendente Adi responsabile customs e trade; Nicola Petronelli, direttore dell’area ghisa dello stabilimento; Beatrice Pettinari, responsabile del Riesame Indipendente Igq; Pierluigi Pireddu, socio della Sogesa Consulting srl e consulente Adi; Felice Sassi, dipendente Adi alle dirette dipendenze di Alessandro Labile; Michele Zagaria, dipendente di Acciaierie d’Italia.

Al centro degli accertamenti ci sono la gestione delle emissioni di anidride carbonica e benzene, le presunte irregolarità nei controlli ambientali e le manutenzioni che, secondo l’accusa, non sarebbero state eseguite. Nell’ipotesi investigativa, la conduzione dello stabilimento sarebbe stata orientata a massimizzare produzione e profitti a discapito della tutela ambientale.

A otto persone viene contestata l’associazione per delinquere finalizzata alla commissione di reati contro l’ambiente, l’incolumità pubblica e la pubblica amministrazione. Tra le ipotesi di reato formulate a vario titolo figura anche il disastro ambientale.
I controlli Ispra e la presunta promessa di un incarico

Un filone dell’inchiesta riguarda l’attività di Astorri, già a capo del nucleo ispettivo Ispra. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, avrebbe falsato gli esiti dei controlli nello stabilimento per favorire l’impresa.

In cambio, avrebbe ricevuto da Morselli e Labile la promessa di un incarico dirigenziale all’interno dell’Istituto, per il quale aveva presentato domanda. I due, secondo l’accusa, avrebbero segnalato il suo nominativo alla viceministra dell’Ambiente Vannia Gava, che non risulta indagata.

Sul punto, l’ufficio stampa del ministero, interpellato dal Fatto Quotidiano, ha precisato che Gava non ha funzioni di vigilanza né deleghe su Ispra e che la vigilanza sull’Istituto fa capo al ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica. Ha inoltre chiarito che le nomine seguono il regolamento dell’ente e che Astorri, pur avendo presentato la propria candidatura attraverso un interpello, non è mai diventato direttore.
Le quote di CO₂ e le richieste interdittive

Un altro capitolo riguarda le quote di emissione di CO₂. Le presunte irregolarità avrebbero consentito, secondo la Procura, un ingiusto profitto di 342 milioni di euro ai danni dell’Unione europea.

Per questo filone i magistrati hanno chiesto la sospensione dall’esercizio di un pubblico ufficio per gli otto componenti del Comitato Ets del ministero dell’Ambiente, l’organismo che si occupa dell’attuazione del sistema europeo di scambio delle quote di emissione dei gas a effetto serra.

Le accuse restano da accertare. Le richieste cautelari sono al vaglio del gip e non equivalgono a misure già disposte. A tal proposito, l’avvocato Giuseppe Iannaccone che difende Lucia Morselli ha dichiarato che “Sono convinto della assoluta innocenza della mia assistita Lucia Morselli che ha sempre agito rispettando tutte le regole; sono altresì convinto di poter chiarire nel contraddittorio attraverso un sereno confronto con la magistratura inquirente e con il giudice, la trasparenza e correttezza del suo operato”.

domenica 25 ottobre 2026

Noi alla grande manifestazione dei migranti di Castel Volturno - questo è lo slai cobas per il sindacato di classe - immagini

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 https://www.instagram.com/reel/De4tTFqIWuw/

 https://www.facebook.com/MovimentoMigrantieRifugiatiNapoli/videos/-nessuna-camapgna-elettorale-sulla-nostra-pelle-ieri-siamo-scesi-in-migliaia-a-c/1804960410743347/

Castel Volturno, in ventimila contro il Cpr

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Castel Volturno (Ce), manifestazione contro la realizzazione del Cpr voluto dal governo Melon
contro il piano del governo Meloni di costruire un Cpr in località La Piana, sito di interesse naturalistico che la regione Campania ha classificato come Zona a protezione speciale, nella speranza di ostacolare i piani del governo.

SI SCENDE dunque davanti a un centro che vende mobili e poi a piedi per una ventina di minuti tra marciapiedi inesistenti, scheletri di palazzine abbandonate e sporcizia. Lamin, un ragazzo del Gambia che ha 28 anni, vive in Italia dal 2019 e, tutto sommato, non si trova male se non fosse per i documenti: «Lavoro nei campi e adesso mi sto occupando della semina del cavolo. Mi pagano 1.300 euro al mese e ne spendo 350 per la casa a Varcaturo, dove vivo con un’altra persona. Ne riesco a spedire alla mia famiglia circa 700 al mese. Non mi fanno il contratto finché non ho i documenti, ma senza contratto i documenti non posso averli». È inchiodato all’invisibilità da un infernale meccanismo burocratico e, se fermato dalla polizia, potrebbe finire in un Cpr. Ieri si è preso un giorno di festa al lavoro.

«È IMPORTANTE essere qui», rivendica mentre varca il cancello del Fernandes da dove poco prima delle 14 partirà il corteo. Dentro c’è già Andrea Morniroli, assessore regionale della Campania. Racconta che un paio di giorni fa Invitalia ha aggiudicato la gara da 43 milioni di euro per la progettazione e la realizzazione del Cpr alla cordata Ge.Di.Group spa di Altamura, parte del consorzio stabile Conpat scarl, che si era candidata insieme allo studio di architettura napoletano Alberto Izzo & Partners, alle due società d’ingegneria casertane Suburbia Mode e Campagnuolo&Associati srl, alla Geomed srl di Scafati e ai due professionisti Onofrio Dennetta e Rosamaria De Pietro. Hanno proposto un ribasso del 25%, con una offerta finale di 31,4 milioni di euro. «La partita non è chiusa – garantisce Morniroli – perché la regione valuterà le iniziative legali da mettere in campo, la manifestazione dimostra che c’è un fronte molto ampio che dice no ai Cpr e propone un modello diverso di accoglienza. L’unico capace di garantire davvero la sicurezza». Concetti che ribadirà poco dopo Roberto Fico, il presidente della giunta della Campania: «Ricorreremo con ogni mezzo».

LA BATTAGLIA non sarà semplice, perché il decreto Cutro ha equiparato i Cpr a siti di interesse strategico, ma la partecipazione alla manifestazione di ieri lascia ben sperare. «Siamo in 20mila», hanno detto gli organizzatori. Parlano i braccianti agricoli e gli operai edili, raccontano di orari di lavoro impossibili, della salute compromessa, di «un’umanità che si annulla nei campi e nei cantieri». Il corteo urla: «Permesso di soggiorno subito».  Nel corteo i centri sociali, i collettivi universitari, l’ex Canapificio di Caserta, Potere al popolo e altri gruppi della sinistra radicale. Una parte essenziale della mobilitazione è rappresentata dalla Chiesa in tutte le sue articolazioni: i comboniani (ieri era in corteo anche Alex Zanotelli), i parroci e le alte gerarchie. Hanno sfilato in corteo sette vescovi e, tra essi, Domenico Battaglia, arcivescovo di Napoli: «Il problema – ha scandito dal microfono del camioncino che apriva il corteo – non sono gli immigrati. Il problema è una società che trova le risorse per investire in armi e guerre ma fatica a investire nella pace, nell’educazione, nell’integrazione. È il costo insostenibile della vita, dell’energia e delle risorse essenziali. È il lavoro che non basta per vivere, sono le case che mancano, le cure alle quali si rinuncia, gli anziani soli, le periferie dimenticate e le scuole che chiedono aiuto».

 «Nei Cpr i migranti sono particolarmente esposti a rischio di morte, a malattie infettive e a problemi mentali». A destra, però, preferiscono parlar d’altro. L’ex ministro Sangiuliano, che mesi fa era a un convegno sulla remigrazione con CasaPound, ha stigmatizzato qualche coro contro la polizia e il cartello «il Cpr deve essere bruciato».

sabato 24 ottobre 2026

La Sea Watch sbarca a Taranto con 101 migranti, anche minori e donne incinte

Da la Gazzetta del Mezzogiorno 

La nave Sea Watch 5 ha sbarcato a Taranto 101 migranti soccorsi nel Mediterraneo centrale durante tre distinte operazioni. Tra i passeggeri ci sono donne incinte e 25 minori, la maggior parte dei quali non accompagnati.

Le persone a bordo, a quanto si è appreso, provengono da Bangladesh, Egitto, Siria, Eritrea, Somalia, Etiopia, Sudan, Sud Sudan e Pakistan. Le operazioni di accoglienza sono state coordinate dalla Prefettura di Taranto con il coinvolgimento della Capitaneria di porto, della Polizia di Stato, della Guardia di Finanza, della Croce Rossa Italiana e del Ministero della Salute attraverso l’Usmaf, l’Ufficio di sanità marittima, aerea e di frontiera.

«Finalmente a terra. Dopo oltre 3 giorni in mare, 101 sopravvissuti hanno finalmente raggiunto terraferma in sicurezza a Taranto», è detto nella pagina Facebook della Ong Sea Watch.

venerdì 23 ottobre 2026

In diffusione alle fabbriche lo speciale lotta operaia ex Ilva Taranto - richiedi a slaicobasta@gmail.com wa 3475301704

Dall'ex-Ilva di Taranto una corrispondenza aggiornata

 

Giovedì mattina abbiamo incontrato i lavoratori dell'Appalto ex Ilva per fare con loro il punto della situazione.

La prima questione che appare chiara è che tanti lavoratori sono in cassa integrazione e quindi sono a casa e di conseguenza il numero degli operai, che qui è sempre molto alto e concentrato, ora è molto diminuito. Esiste la giungla degli Appalti che corrisponde alla giungla di situazioni, una parte rilevante non lavora, è appunto in cassa integrazione, una parte continua a lavorare in attesa della soluzione della vicenda Ilva che ne potrà comportare la cassa integrazione per tutti o la mannaia dei licenziamenti collettivi richiesti dalle ditte e per ora sospesi.

Noi da tempo insistiamo per l'unità del fronte dei lavoratori dell'Appalto e naturalmente per l'unità di tutto il fronte operaio. L'unità è una questione importante perché è il fronte dell'Appalto, che nella crisi Ilva e nelle soluzioni di padroni e governo può pagare il costo maggiore della situazione, già lo paga perché nelle richieste sindacali e nella trattativa in corso col governo, nel decreto governativo, non è prevista alcuna integrazione alla cassa integrazione; non sono previsti blocchi di licenziamenti, né sono previsti sostanzialmente gli ulteriori ammortizzatori sociali che vengono rivendicati per gli operai Ilva.

Questa disparità tra operai dell'appalto e operai diretti, che si aggiunge all'attacco generale, è una enorme ingiustizia per i lavoratori dell'Appalto, e la rivendicazione di parità di condizioni è una rivendicazione che noi sosteniamo con forza. I sindacati dicono ai lavoratori che la sostengono però sostanzialmente si è passati da tavoli in tavoli e i lavoratori dell'appalto Ilva l'integrazione alla Cassa integrazione non l'hanno ricevuta. 

Per di più la nuova Cassa integrazione in deroga prevista dal decreto stabilisce che essa spetterebbe solo alle aziende che hanno negli ultimi due anni un fatturato con Acciaierie del 50% del loro generale fatturato. Si tratta di una situazione abbastanza assurda e che peraltro nelle precedenti vicende che hanno coinvolto l'appalto, sembrava essere superata, C'era già più o meno una lista di aziende che era entrata in quelle che avevano diritto ai pagamenti del pregresso e garanzie delle ulteriori commesse, etc. 

Questo vuole dire che perfino la Cassa integrazione in deroga prevista dal nuovo decreto, toccherebbe solo ad una parte delle operai dell'Appalto e chiaramente le ditte che già ora sanno di non poter rientrare dovranno scegliere di chiedere la "Cassa integrazione per aree di crisi complessa", con il fatto che per questo tipo di Cassa integrazione l'anticipazione dell'azienda, è per decisione delle aziende, non per obbligo imposto dai decreti. Nello stesso tempo non è chiaro quante nuove Cassa integrazioni saranno formalmente approvate e da quando effettivamente partiranno. Per cui ci sono diversi lavoratori, tra cui quelli che organizziamo noi, che si trovano a casa, in ferie forzate sostanzialmente, consumando l'intero patrimonio delle ferie in attesa di essere messi in Cassa integrazione.

Solo Slai Cobas a Taranto sta rivendicando il pagamento delle giornate che precedono l'entrata in vigore della Cassa integrazione, gli altri sindacati, tutti, USB compreso, accettano la logica che intanto i lavoratori vadano in ferie oppure, come dicono informalmente ai lavoratori, che si mettano in malattia, alimentando comportamenti individuali differenti tra i lavoratori.

Quindi la linea del governo e il ruolo dei sindacati in questa vicenda in parte convergono nel considerare i lavoratori dell'Appalto come lavoratori di serie B.

Stiamo insistendo, e là dove ci siamo agiamo, per combattere questa situazione, ma chiaramente il contesto in cui lo facciamo è quello di singole aziende e non della mobilitazione unitaria di tutti i lavoratori dell'Appalto e questo è chiaramente un fattore di debolezza che lascia soli i lavoratori che sono con noi che vogliono condurre e conducono questa lotta.

Su tutto il resto la situazione è quella che abbiamo già descritto in altre occasioni.

Noi siamo stati contrari alla fine dei blocchi alla fabbrica e alle strade che stavano vedendo una grossa partecipazione di operai sia dello stabilimento sia dell'Appalto e che stava dando di nuovo vigore alla lotta dei lavoratori e un luogo unitario in cui questa lotta poteva pesare e nei giorni dei blocchi ha effettivamente pesato, si è bloccata in particolare la raffineria Eni producendo un disagio indotto con la mancata entrata e uscita di oltre 100 camion della raffineria che servono i distributori di benzina etc., non solo di Taranto, ma di un circondario abbastanza ampio che arriva agli aeroporti di Bari etc. Questa lotta quindi stava riuscendo ed era forte e chiara e doveva essere portata avanti fino all'ottenimento di risultati concreti, che il governo ha legato all'incontro del 27, ma che già l'incontro col Ministero del Lavoro del 20 ha mostrato la sua assoluta inutilità.

Il vuoto di blocchi ha provocato innanzitutto un effetto negativo che era già inglobato nella vicenda Ilva: il distacco degli operai degli stabilimenti del Nord, l'alleanza - che noi definiamo infame obiettivamente - tra i sindacati, le istituzioni, i padroni di Genova, Novi Ligure etc., per smarcarsi da Taranto, per rivendicare una continuità lavorativa per loro tramite acquisizione delle materie prime, delle bramme da altre fonti, essendo questi stabilimenti dipendenti da Taranto, in maniera che la vicenda della continuità lavorativa di questi stabilimenti andasse da sé, lasciando Taranto al suo destino.

Noi abbiamo sempre condannato questa posizione, anche quando essa si traveste da sinistra e utilizza forme di lotta dure che anche a Taranto vorremmo fossero utilizzate. Noi non condividiamo in generale la posizione di divisione di classe sostanzialmente localista e neocorporativa che sostiene questa battaglia.

Quindi in questo vuoto la posizione dei stabilimenti del Nord è andata avanti attraverso uno sciopero, una nuova manifestazione che ha ottenuto alcune garanzie, anche se sono garanzie tuttora non corrispondenti a nessun fatto concreto, dato che è in alto mare l'assegnazione degli stabilimenti agli industriali, sia quelli che hanno fatto le offerte, Jindal, Flax, sia la cosiddetta “cordata dei patrioti” che vede protagonisti i padroni italiani, Marcegaglia in testa etc. Quindi questo vuoto di lotta a Taranto ha prodotto dei danni, non parliamo dei danni nel rapporto Taranto-città, operai e movimento ambientalista di carattere antioperaio che impazza in città.

L'altra grossa questione è che i sindacati confederali hanno detto ai lavoratori che la sospensione dei blocchi non era affatto una sospensione della lotta, ma bensì un'attesa della sentenza della Cassazione che affronterà il problema da cui dipenderà anche il carattere dell'incontro romano. Però i sindacati avevano detto ai lavoratori che sospendevano i blocchi per preparare una grande manifestazione a Roma il 27.

Nella discussione di oggi invece è emerso che questa idea della grande manifestazione a Roma via via non è mantenuta e sostanzialmente non è certo che gli operai di Taranto si preparano a una grande manifestazione a Roma per il 27; anche qui si dice che ne parleranno dopo l'emissione della sentenza che può andare anche oltre il 27 - per vedere qual è lo scenario che la sentenza apre.

Lo stesso vale per quanto riguarda l'incontro che c'è stato a Roma relativo all'estensione degli ammortizzatori sociali in cui non si è ottenuto alcun risultato, è stato un incontro che eufemisticamente viene definito “interlocutorio”, ma che nella sostanza non ha portato a nulla.

Quindi gli operai si ritrovano ora a casa, in cassa integrazione o in attesa della sentenza senza alcun risultato, né sul fronte degli ammortizzatori sociali ulteriori, né rispetto alla continuità del loro lavoro in un quadro di piano industriale e ambientale che salvaguardi il lavoro, attui la trasformazione dell'Ilva in senso di riduzione delle fonti inquinanti e affronti nel quadro generale il problema delle bonifiche e del risanamento della città dagli effetti dell'inquinamento e del disastro ambientale provocato dalle gestioni capitalistiche dell'ex Ilva, da Riva alla recente ArcelorMittal.

La nostra posizione però è ben chiara all'interno degli operai, pur non avendo la forza materiale attualmente di mettere in discussione le posizioni dei sindacati interni coalizzati, i tre confederali e l'USB che agisce ormai esplicitamente come quarto sindacato - e quindi senza in nessuna maniera poter essere considerato un'alternativa ai sindacati confederali, ma solo una "quarta gamba" del sindacalismo in questa grande fabbrica, in questo grande gruppo.

Però la nostra posizione ottiene consensi tra gli operai, ma occorre costruire una forza di base auto organizzata in grado di mettere in discussione, di orientare le decisioni e la prassi dei sindacati confederali. Stiamo a vedere quello che succederà nei prossimi giorni e nelle prossime ore.

La vicenda Ilva è la più grande delle vicende operaie nel nostro paese, non solo perché lo stabilimento Ilva è il più grande stabilimento in funzione - per modo di dire - delle fabbriche in Italia, ma anche perché le implicazioni di tutta questa vicenda chiariscono molto bene qual è lo stato della condizione operaia, della situazione operaia e qual è lo stato dell'azione del Capitale, dei suoi governi su un fronte importante che è il lavoro, il salario, il rapporto tra fabbrica e città e la forma fisiologica e patologica rappresentata dalla ex Ilva di Taranto.

Una battaglia quindi sindacale, sociale, politica, su cui si gioca una parte dei destini della classe operaia del nostro paese e su cui chiaramente solo il sindacalismo classista e combattivo rappresentato in questa città e in questa fabbrica dallo Slai Cobas per il sindacato di classe è un'autentica alternativa, che deve avanzare nel contesto di questa situazione difficile.

Bari sabato: manifestazione… ma contro la rivolta degli studenti e dei giovani proletari di Milano

Le dichiarazioni che stanno facendo “Cambiare rotta” e “Zona Franka” sulle manifestazioni che si terranno a Bari sabato, in coincidenza con le manifestazioni del sabato “fino alla caduta del governo” indette dal 'movimento 17 ottobre' in varie città, sono tese soprattutto a contrapporsi alle “violenze” di Milano, e ad assicurare manifestazioni pacifiche, da “bravi ragazzi”. Una vera infamata.

Riportiamo alcune dichiarazioni di queste due associazioni studentesche:

“Quella organizzata a Bari sabato 24 ottobre non sarà una piazza violenta, non c’è pericolo che si arrivi alle derive viste sabato scorso a Milano”; poi rincara la dose Antonella De Renzo di Cambiare rotta: “Bari non centra nulla con le scene viste a Milano”; e aggiunge con una vena anche di razzismo: “La composizione della piazza a Bari è completamente diversa. In piazza a Bari il 17 ottobre c’erano giovani dai 20 ai 30 anni, studenti, universitari, lavoratori, precari, agricoltori. A Milano c’erano invece anche ragazzini di seconda e terza generazione (vale a dire figli di immigrati - ndr) che si sono espressi nel modo che abbiamo visto. Qui da noi non esiste una situazione del genere… quella di Bari sarà una piazza pacifica”.

Si unisce a queste infami dichiarazioni il coordinatore di Zona Franka, Gennaro Cifanelli: “Ciò che è avvenuto nelle scorse giornate dubitiamo possa ripetersi nuovamente a Bari… le piazze (di Bari) sono legate a piani rivendicativi che possano rendere le nostre società più giuste, più democratiche e meno diseguali” – Ecco i giovani che vogliono Piantedosi, Meloni, Salvini.

Speriamo che vengano smentiti dagli altri studenti e giovani di Bari.

PS - Ma, purtroppo, queste posizioni degli studenti "per bene" sono presenti anche in altre città. 

Questa sera nella sede Slai cobas alle 18 - assemblea di lavoratori sul decreto Ilva del governo e sul processo "Ambiente svenduto"