sabato 5 settembre 2026

"L'iniziativa della Comunità ebraica è provocatoria e un oltraggio" - Quindi, va impedita!

Il coordinamento Grottaglie per la Palestina giudica l'iniziativa che si terrà domani, domenica 6 settembre, presso la biblioteca comunale "Acclavio" di Taranto nell'ambito della giornata europea della cultura ebraica e intitolata "love-amore", provocatoria e un oltraggio verso il genocidio in corso in Palestina da parte dello Stato sionista d'Israele.
L'iniziativa è promossa e dall'Unione delle comunità ebraiche in Italia e organizzata dalla sezione tarantina della Comunità ebraica di Napoli che non hanno mai preso posizione contro lo sterminio di decine di migliaia di palestinesi da parte delle forze armate israeliane, anzi hanno condannato anche quei seppur flebili atti istituzionali che chiedevano di interrompere anche solo parzialmente i rapporti con Israele , come accaduto l'anno scorso in occasione del voto di un ordine del giorno nel consiglio comunale di Napoli .
In realtà queste iniziative, fatte passare come culturali, servono a normalizzare le criminali politiche genocide dello stato d'Israele e a fornire al governo sionista israeliano quel supporto culturale e politico che viene messo in discussione dalla grande mobilitazione internazionale di solidarietà col popolo palestinese .
Per quanto ci riguarda saremo presenti all'iniziativa per denunciare quanto sia vergognoso richiamare il valore dell'amore volutamente ignorando l'oppressione imposta ai e alle palestinesi da sempre dallo stato sionista d'Israele .
Noi continueremo a combattere in ogni modo e in ogni sede il sionismo in tutte le sue forme, da quelle più barbare, come il massacro sotto gli occhi del mondo di decine di migliaia di palestinesi , a quelle più subdole, come quelle fatte passare come innocenti iniziative culturali.

COORDINAMENTO GROTTAGLIE PER LA PALESTINA

Bari - la manifestazione contro la Meloni - primo commento e immagini

Un primo commento a caldo 

Bari - una manifestazione con buona partecipazione, 2000 certi, con buona combattività e condivisione e molti giovani. Sin dal concentramento pulmino nostro addobbato di cui abbiamo imposto il passaggio e presenza alle forze di polizia, striscione e locandine con intensi slogan e speakeraggi con buon seguito. Poi la manifestazione è partita e i mass media sono concentrati essenzialmente sulla testa.

Alla testa del corteo una dialettica con momenti di discussione ha sostanzialmente tenuto fermo il corteo a lungo - due posizioni: una ha insistito perché ci concedessero un pezzo ulteriore di corteo oltre il percorso imposto da Governo e Questura - cosa giusta, ma giocata troppo presto su una linea trattativista; l'altra ha subito sollevato il tema del fermo avvenuto in stazione di 3 compagni a cui se ne sono aggiunti altri 5 - la richiesta di liberazione dei compagni era giusta e necessaria ma non doveva diventare subito il centro dello scontro rispetto all'obiettivo reale che avremmo dovuto avere: arrivare al più presto al limite del divieto ingiusto e illegale e forzare, costi quello che costi, il divieto guastando la festa alla Meloni e spostando l'attenzione di tutti sulla manifestazione dell'opposizione antagonista alla Meloni.

Noi volevamo questo.

Durante tutto il corteo sono continuati i nostri interventi, slogan nella zona dove eravamo presenti e dove c'era una presenza più popolare, interventi e slogan molto sostenuti da parte dei manifestanti.

Gli interventi dal camion, sono stati spesso identitari e autocentrati rispetto alla centralità dello  scontro politico necessario in questa giornata dove si autocelebrava il governo; altri compagni hanno assunto toni elettoralisti anti campo largo e con critiche alla Meloni perché falso sovranista - mai pronunciata  la parola imperialismo. Buona la denuncia di tutti su Palestina, guerra e repressione e i richiami alle questioni sociali proletarie e popolari, vedi carovita, spese sociali, licenziamenti in arrivo all'indotto ex Ilva Taranto - assenti invece nella manifestazione i migranti e la questione migranti negli interventi.

Quando si è  arrivati al limite blindato del corteo, naturalmente lontano dal porto dove c'era la Meloni, noi ci siamo spostati avanti con striscione e bandiere, in prima linea davanti agli scudi polizieschi - vi è  stata una lunga, defatigante trattativa per ottenere la messa in libertà dei compagni fermati - alcune aree sono andate via. Noi siamo stati fino alla fine del fronteggiamento e poi il corteo e' ripartito in direzione stazione - perché presso la Polfer vi erano ancora compagni in attesa di messa in libertà reale - i compagni sono stati poi rilasciati

La manifestazione è riuscita nei numeri e nella rappresentatività possibile, meno nell'obiettivo politico che si doveva cercare di raggiungere - Noi abbiamo fatto la nostra parte fino in fondo - ma sulla manifestazione e le sue lezioni dovremo ritornare nei prossimi giorni.

Dai compagni/e proletari comunisti e Slai cobas presenti 



venerdì 4 settembre 2026

Ex Ilva - La posizione dello Slai cobas

Questo va a celebrare la Meloni oggi nella kermesse fascista a Bari

Bari - Fascismo e Stato di polizia in azione verso la manifestazione di oggi - Un porto, una città privatizzata al servizio di Fratelli d'Italia, della Meloni. E' giusto ribellarsi!

COMUNICATO STAMPA

I movimenti, le associazioni, i sindacati di base, singoli cittadini, confermano la partecipazione alle ore 17,30 al corteo che si muoverà da piazza del Ferrarese dove, nonostante le gravi limitazioni del percorso del corteo, chiederemo l'applicazione della Costituzione Italiana riguardo la libertà di manifestare .
Chiederemo con forza e determinazione di far  passare il corteo sul lungomare affianco alla blindatissima riunione dei Fratelli di Italia.

Le buffonate dell’onorevole Donzelli che sui giornali ci augurava una "buona manifestazione" in modo sarcastico non trovano nessun riscontro; un governo che cerca di zittire i movimenti con leggi sempre più repressive ed anticostituzionali confermano che questo governo è semplicemente fascista.

Come associazioni, collettivi, sindacati di base e singole/i cittadine/i, in data 29 agosto abbiamo regolarmente comunicato l'intenzione di svolgere un corteo per contestare la kermesse di Fratelli d'Italia presso il Terminal del Porto di Bari.

La gestione della piazza da parte delle autorità ha fatto registrare gravi anomalie e continue restrizioni.

Partecipazione impropria: Il Comitato per l'Ordine e la Sicurezza Pubblica, da quanto appreso a mezzo stampa, ha visto l'incomprensibile partecipazione di esponenti di Fratelli d'Italia, senza fornire risposte chiare alla nostra comunicazione.

Revisioni continue del percorso: La Questura di Bari ha convocato gli organizzatori per ben 4 volte nell'arco di 3 giorni, senza sollevare criticità formali fino al 2 settembre, data in cui è stato notificato il divieto di ingresso del corteo all'interno dell'area portuale.

I continui passi indietro della Questura: Pur contestando il divieto — dato che gli spazi portuali avrebbero garantito la coesistenza in sicurezza di entrambe le iniziative — abbiamo provato a proporre un’altra soluzione: terminare il corteo all'esterno del porto, presso il Varco Dogana, sede di numerose manifestazioni passate. Ciononostante, la mattina del 3 settembre la Questura ci ha comunicato che anche questa opzione non era praticabile, dichiarando off-limits anche il Varco Dogana e imponendo come limite massimo il Lungomare all'altezza della Basilica di San Nicola.

Notifica tardiva: Di fronte all'ennesimo ridimensionamento, abbiamo rifiutato ulteriori trattative al ribasso sul percorso e chiesto l'emissione formale delle prescrizioni, giunte "puntualmente" a sole 24 ore dall'evento.

Riteniamo inaccettabile che la paura delle contestazioni alla Presidente del Consiglio trasformi ampie porzioni della città in sale ricevimenti private a uso esclusivo di chi detiene il potere. Questo prolungato stato di incertezza sul percorso ha volutamente ostacolato una comunicazione pubblica adeguata, limitando la libera partecipazione della cittadinanza.

Peraltro, quanto accaduto evidenzia come il Porto di Bari venga gestito in modo privatistico dall'Autorità Portuale: uno spazio concesso senza problemi per le feste di partito, ma precluso a chi esprime dissenso politicizzato o ai lavoratori in sciopero, come già avvenuto lo scorso 6 febbraio.

Nonostante questi ostacoli, non rinunciamo a far sentire la nostra voce.

Invitiamo tutte e tutti a scendere in piazza:
 
4 settembre — Ore 17:30 Piazza Ferrarese, Bari

Per una manifestazione aperta, a tutela dei diritti di tutti e tutte.

Bari 03.09.2026

Assemblea movimenti, associazioni, sindacati di base, liberi cittadini - Bari

Sibari - Braccianti ridotti in schiavitù: alloggi fatiscenti, turni massacranti e viaggi stipati nel portabagagli

Dalla stampa

 

Ammassati nel bagagliaio di un’auto fino ai campi dove lavoravano per 10 ore al giorno percependo una paga che cambiava in base al paese d’origine. Era questo l’inferno dei braccianti svelato da due giovani africani. Dalla loro denuncia è nata l’inchiesta che ha portato all’arresto di 20 persone nella Piana di Sibari. I più penalizzati all'interno di un sistema di sfruttamento che si regge su crudeltà e umiliazione, erano le persone di origine sub-sahariana, alle quali era riservato il trattamento più duro e le condizioni economiche peggiori.

Il blitz dei Carabinieri ha portato all'arresto di 20 cittadini stranieri: 18 pakistani, 1 indiano ed 1 cittadino del Bangladesh. A questi si aggiungono altre 46 persone denunciate a piede libero. Si tratta dei colletti bianchi del caporalato, come commercialisti e operatori di CAF conniventi.

Questi due mondi, i braccianti di origine straniera e gli impiegati italiani farebbero parte di due distinte associazioni per delinquere tra loro profondamente interconnesse sul piano operativo. Entrambe agivano all'ombra della ‘ndrangheta che attraverso prestanome gestiva direttamente le aziende agricole dove venivano impiegati i braccianti.

Il listino prezzi dei braccianti
I braccianti arrivavano tutti insieme nei campi, facevano gli stessi orari, ma venivano pagati in modo diverso. Le persone di origine sub-sahariana – soprattutto nigeriani, gambiani, senegalesi – venivano sottoposti alle condizioni economiche più penalizzanti e umilianti, e questo era evidente anche nella paga giornaliera di appena 23-27 euro (pari a circa 2,70 – 3,00 euro all’ora). Ai lavoratori di origine pakistana ed afghana, invece, veniva riservato un trattamento leggermente diverso, con retribuzioni giornaliere stabilite tra i 30 e i 35 euro (pari a circa 3,30 – 4,00 euro all’ora).

"La disperazione e lo stato di bisogno di questi giovani migranti sub-sahariani era tale da costringerli, in diverse occasioni documentate dalle intercettazioni, a implorare umilmente il proprio caporale anche solo per ottenere la dazione di 10 euro per poter acquistare cibo e sopravvivere".

Per impedire qualsiasi via di fuga, gli indagati tratteneva sistematicamente e parzialmente i salari dovuti, minacciando le vittime di cacciarle di casa, far perdere loro il permesso di soggiorno o aggredirle fisicamente qualora avessero protestato.

Le vittime, in maggioranza giovanissimi in situazione di assoluta indigenza, venivano reclutate approfittando della loro irregolarità sul territorio, della mancanza di alternative e della non conoscenza della lingua italiana.

I lavoratori venivano costretti a coabitare fino a 20 persone contemporaneamente in alloggi fatiscenti, degradati, privi di riscaldamento, luce e gas nel centro storico di un comune locale, per i quali l’organizzazione tratteneva dai salari quote di 50-60 euro al mese. In egual modo, subivano anche una decurtazione di 5 euro al giorno per il viaggio. 

Chi sono i colletti bianchi del caporalato

Abusando delle loro credenziali d’accesso ai sistemi ministeriali, questi predisponevano e inoltravano telematicamente migliaia di istanze di assunzione fittizie nei click day del Decreto Flussi. Le istanze venivano presentate per conto di ditte agricole e commerciali intestate a prestanome o completamente fittizie, prive quindi di terreni, dipendenti e fatturati reali.

"I professionisti provvedevano a “gonfiare” ad arte i requisiti patrimoniali e i bilanci aziendali tramite la creazione di false fatture di acquisto e vendita, inducendo in errore gli uffici della Prefettura e dell’Ispettorato del Lavoro – spiegano i militari – Per ogni pratica finalizzata all’ottenimento del visto di ingresso o della regolarizzazione temporanea, l’organizzazione pretendeva dai migranti somme oscillanti tra i 6.500 e i 10.000 euro per singola pratica".

Questo sistema nelle intercettazioni veniva definito come la “gallina dalle uova d’oro” per la capacità di generare profitti illeciti milionari.

I braccianti venivano sottoposti a turni massacranti di 8-10 ore continuative, privi di riposo settimanale, ferie o tutele assicurative e sanitarie. «Sotto la sorveglianza vessatoria di capi-squadra che imponevano ritmi di raccolta asfissianti, ricevevano una retribuzione reale compresa tra i 2,70 e i 3 euro all'ora (pari a giornate da 23-27 euro complessivi), a fronte di tariffe di circa 40 euro corrisposte dagli imprenditori ai caporali».

Per impedire qualsiasi via di fuga, l'organizzazione avrebbe trattenuto sistematicamente e parzialmente i salari dovuti, «minacciando le vittime di cacciarle di casa, far perdere loro il permesso di soggiorno o aggredirle fisicamente qualora avessero protestato».

Coinvolta l'ndrangheta
Le indagini del Reparto operativo dei Carabinieri Tutela del lavoro hanno riguardato anche il «diretto coinvolgimento di esponenti delle storiche cosche di 'ndrangheta operanti nella Sibaritide». Sarebbe emerso, infatti, «come alcune delle ditte agricole utilizzate per lo sfruttamento intensivo della manodopera in nero fossero fittiziamente intestate a prestanome ma gestite direttamente per conto dei clan mafiosi locali. Quando i braccianti osavano protestare contro le condizioni alloggiative disumane e le decurtazioni salariali, venivano brutalmente zittiti con minacce di morte esplicite, facendo leva sull'appartenenza all'organizzazione mafiosa».