sono mesi che chiedono un tavolo che non può che essere come gli altri in cui i sindacalisti confederali e usb non toccano palla per così dire - slai cobas per iul sindacato di classe
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Ex Ilva, ultimatum dei sindacati a Chigi
Fim, Fiom e Uilm chiedono un tavolo entro febbraio: «Lo Stato sia protagonista del rilancio». Tensioni su investimenti, cassa integrazione e gestione degli impianti a Taranto
Ultimatum dei metalmeccanici al Governo sulla vertenza ex Ilva. Fim, Fiom e Uilm chiedono una convocazione a Palazzo Chigi entro la fine di febbraio, con il coinvolgimento diretto della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. In caso contrario, annunciano una mobilitazione sotto la sede del Governo.
«Ribadiamo la necessità di una convocazione a palazzo Chigi: se non ci sarà entro la fine di febbraio, siamo pronti ad autoconvocarci davanti a palazzo Chigi», hanno affermato i segretari generali di Fim, Fiom e Uilm Ferdinando Uliano, Michele De Palma e Rocco Palombella in una conferenza stampa a Roma. Per i sindacati è indispensabile «avere chiarezza» su investimenti, piano industriale e prospettive occupazionali, ritenendo «centrale» l’intervento dello Stato nel processo di rilancio.
Uliano ha parlato di una situazione «grottesca» e denuncia il mancato coinvolgimento delle organizzazioni sindacali. «Ad oggi – ha ricordato – non abbiamo una convocazione a palazzo Chigi sull’ex Ilva: è urgente e la stiamo chiedendo dal 18 novembre scorso. Non coinvolgere i sindacati è gravissimo». Il leader della Fim ha sottolineato che «il silenzio che sta accompagnando questi mesi è l’esatta rappresentazione di una difficoltà enorme da parte del governo nel concludere in maniera positiva questa vertenza» e sollecitato chiarimenti anche sulla trattativa con il fondo Flacks. «Serve un piano di rilancio industriale. Lo Stato deve farsi protagonista», ha ribadito.
Sulla stessa linea De Palma, che ha invitato la premier ad assumere direttamente il dossier. «Lo Stato si assuma la responsabilità di gestire la transizione del piano di decarbonizzazione, con la garanzia occupazionale – ha esortato il leader sindacali – e il rilancio della produzione siderurgica nel nostro Paese». E ha avvertito: «Chiudere le porte di palazzo Chigi alle lavoratrici e ai lavoratori dell’ex Ilva, essendo una questione di Stato, sia un grande errore».
Il segretario della Fiom ha insistito sulla necessità del confronto. «Non vogliamo lo scontro: noi – ha proseguito – vogliamo costruire. Ma per farlo è necessario sedersi intorno al tavolo». Quindi l’appello diretto alla presidente del Consiglio: «Prenda il dossier Ilva nelle sue mani, visto il fallimento che c’è stato fino ad oggi».
Dalla Uilm, Palombella ha richiamato la dimensione strategica della crisi. «Non si può decidere – ha sentenziato – il destino di migliaia di lavoratori e di un asset strategico per il Paese attraverso dichiarazioni a mezzo stampa». Dopo «due anni di amministrazione straordinaria» segnati da «cassa integrazione e incertezza produttiva», il sindacato chiede risposte su investimenti reali e garanzie occupazionali. «Non siamo per una statalizzazione ideologica, ma in questa fase straordinaria riteniamo indispensabile una regia piena e diretta dello Stato», ha affermato ancora Palombella.
Intanto, da Taranto arrivano segnali di forte preoccupazione. Le segreterie territoriali di Fim, Fiom, Uilm e Usb decrivono una «condizione di forte criticità su sicurezza, ambiente e occupazione» dopo l’incontro con i commissari straordinari. A fronte di 997 milioni di euro stanziati tra manutenzioni e investimenti, le sigle ritengono le risorse «non adeguate rispetto alle condizioni in cui versano gli impianti» e segnalano punte di cassa integrazione fino al 50-60% in alcune aree.
Le RSU delle Officine Centrali denunciano inoltre «modalità gestionali improntate a un’impostazione autoritaria e dittatoriale» e un «clima sempre più pesante», con decisioni sulla cassa integrazione prese «in autonomia» dai responsabili. «Il rispetto dei lavoratori non è un’opzione, è la base minima per lavorare», asseriscono.
Sul fronte ambientale, Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria ha precisato, rispondendo a una nota del senatore Mario Turco, vicepresidente del M5S, che «non è attualmente in corso alcun processo di co-incenerimento di plastiche», sostenendo che il progetto «Polymer Injection», finanziato con risorse Pnrr, riguarda interventi di decarbonizzazione. Acciaierie d’Italia ha riferito che al progetto è stata assegnata la sigla «AF-2», «senza alcun collegamento con l’Altoforno 2 (Afo/2) ». Dunque, «la similitudine tra i due acronimi ha verosimilmente generato l’equivoco» da cui sarebbero scaturite le dichiarazioni del parlamentare.
La vertenza resta dunque aperta su più fronti – industriale, ambientale e occupazionale – mentre i sindacati attendono un segnale politico. Febbraio diventa il mese decisivo: senza convocazione, assicurano, la protesta salirà fino a Palazzo Chigi.


