Il Movimento femminista proletario rivoluzionario, domani, 7 maggio alle
ore 9,30 davanti all'ingresso del Tribunale via Marche fa una conferenza
stampa sulla recente sentenza che ha assolto gli 8 autisti Amat,
accusati di violenza e abusi sessuali:
- perchè riteniamo non giusta questa sentenza
- perchè è un esempio del Ddl Bongiorno, contro cui il movimento delle donne, giuriste, avvocate stanno lottando a
livello nazionale
Invitiamo compagne, femministe, operatrici della giustizia ad esserci
AssoPace Palestina, Pax Christi,
Attac, A Buon Diritto, Un Ponte Per, Arci e Acli - ha convocato una
conferenza stampa per lanciare un’iniziativa giuridica tanto ambiziosa quanto inedita: una causa civile Leonardo S.p.A.,
principale multinazionale bellica italiana, e lo Stato,
Compagno Ghassan Kanafani: il dirigente, lo scrittore, il martire.
Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) | pflp.ps
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
09/04/206
A 90 anni dalla nascita, proponiamo
questo breve ritratto biografico del grande dirigente palestinese
curato dal Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina.
Il compagno Ghassan Kanafani nacque ad Acri nel [9 aprile] 1936, e la
sua famiglia fu espulsa dalla Palestina nel 1948 dal terrore sionista
dopo il quale finalmente si stabilì a Damasco. Dopo avere completato gli
studi, lavorò come insegnante e giornalista, prima a Damasco, e poi in
Kuwait. Più tardi si trasferì a Beirut e scrisse per molti giornali
prima di dare vita ad Al Hadaf, l'organo settimanale del Fronte Popolare
per la Liberazione della Palestina (FPLP), nel 1969. Era il portavoce
del FPLP e membro del suo Ufficio Politico, così come un grande
romanziere ed artista i cui immensi contributi non possono essere
esagerati.
Dal principio, Kanafani era un membro attivo del Movimento Nazionalista
Arabo, precursore del FPLP, ma più tardi, insieme al suo compagno George
Habash, divenne un marxista, credendo che la soluzione ai problemi che
affrontavano i palestinesi non poteva essere raggiunta senza una
rivoluzione sociale in tutto il mondo arabo.
Kanafani fu ucciso quando la sua macchina esplose nel luglio 1972: assassinato da agenti sionisti. Sua sorella scrisse:
"Nella mattina di sabato 8 luglio 1972, approssimativamente alle dieci e
mezza di mattina, Lamees (la nipote di Kanafani) e suo zio stavano
andando insieme a Beirut. Un minuto dopo la loro partenza, sentimmo il
rumore di un'esplosione molto forte che scosse l'intero edificio. Ci
spaventammo immediatamente, ma la nostra paura era per Ghassan e non per
Lamees, perché avevamo dimenticato che Lamees era con lui e sapevamo
che Ghassan era l'obiettivo dell'esplosione. Corremmo fuori, tutti noi
chiamavamo il nome di Ghassan e nessuno quello di Lamees. Lamees era
ancora una ragazza di diciassette anni, desiderava ardentemente la vita,
era piena di vita. Ma sapevamo che Ghassan aveva scelto questa strada e
deciso di percorrerla. Solo il giorno precedente Lamees aveva chiesto a
suo zio di ridurre le sue attività rivoluzionarie e concentrarsi
maggiormente alla scrittura delle sue storie. Gli aveva detto, 'Le tue
storie sono bellissime', e lui aveva risposto, 'Tornare a scrivere
storie? Io scrivo bene perché credo in una causa, nei principi. Il
giorno che abbandonassi questi principi, le mie storie diverrebbero
vuote. Se dovessi separarmi dai miei principi, tu stessa non mi
rispetteresti'. Era in grado di convincere la ragazza che la lotta e la
difesa dei principi sono la chiave del successo in tutto."
Nella memorie che la moglie di Ghassan Kanafani pubblicò dopo la sua morte, scrisse:
"La sua ispirazione per scrivere e lavorare incessantemente era la
lotta arabo-palestinese... Egli era uno di quelli che sinceramente
lottarono per lo sviluppo del movimento di resistenza da movimento
nazionalista di liberazione palestinese a movimento socialista
rivoluzionario pan-arabo, di cui la liberazione della Palestina sarebbe
stata una componente vitale. Insisteva sempre sul fatto che il problema
della Palestina non poteva essere risolto in modo isolato dall'intera
situazione sociale e politica del Mondo arabo."Questo atteggiamento si sviluppò naturalmente al di fuori delle proprie
esperienze. All'età di dodici anni attraversò il trauma di diventare un
rifugiato, e da allora in poi visse in esilio nei vari paesi arabi, non
sempre con un'approvazione ufficiale. Il suo popolo fu disperso, molti
di loro nei campi o lottando per guadagnarsi la vita facendo i lavori
più servili; la loro unica speranza poggiava sul futuro e nei loro
bambini. Kanafani stesso, scrivendo a suo figlio, riassunse ciò che
significa essere un palestinese:
"Ti ho sentito nell'altra stanza chiedere a tua madre, 'Mamma, io sono
un palestinese?' Quando lei ha risposto 'Sì', un pesante silenzio è
piombato sulla casa intera. Era come se qualcosa di opprimente che ci
sovrastava fosse caduto, deflagrando, poi il silenzio. Dopo... ti sentii
piangere. Io non potevo muovermi. C'era qualcosa di più grande della
mia consapevolezza che stava nascendo nell'altra stanza attraverso il
tuo singhiozzare sconcertato. Era come se uno scalpello benedetto ti
stesse aprendo il torace mettendoci il cuore che ti appartiene... Non
ero in grado di muovermi per vedere quello che stava accadendo
nell'altra stanza. Comunque, sapevo che una lontana terra natale nasceva
di nuovo: colline, oliveti, persone morte, bandiere lacerate e piegate,
stavano facendosi largo in un futuro di carne e ossa, nel cuore di un
altro bambino... Pensi che [tuo figlio] sia maturato crescendo? No, lui è
nato improvvisamente - una parola, un attimo penetra il suo cuore in un
nuovo battito. Un'immagine può precipitarlo dall'incoscienza della sua
infanzia all'asprezza della strada."
"Al nostro passato e ai compagni rimasti: tu sapevi dei due modi di
vivere la vita ma la vita da te ne conobbe uno solo. Conoscevi il
percorso della sottomissione e lo rifiutasti. Sapevi della strada della
resistenza e la percorresti. Questa via fu scelta da te e la
percorresti. Ed i tuoi compagni camminano con te."
L'abilità del compagno Kanafani di illustrare, oltre ogni ombra di
dubbio, la privazione e le sofferenze del suo popolo, così come
trasformare un'ideologia e una linea politica in letteratura popolare,
fece di lui una grave minaccia per l'entità sionista.
Di seguito, l'estratto da un tributo a Ghassan da uno dei suoi colleghi,
un autore palestinese, S.Marwan, pubblicato a Al Hadaf il 22 luglio
1972.
La lotta degli oppressi del mondo
"L'imperialismo ha disteso il suo corpo sul mondo, la testa in Asia
Orientale il cuore nel Medio Oriente, le sue arterie che raggiungono
Africa e America Latina. Dovunque lo colpisci, lo danneggi, e servi la
Rivoluzione mondiale."
Imperialismo non è un mito o una parola ripetuta dai media, un ritratto
immobile che non colpisce la realtà umana. Nella concezione di Ghassan
Kanafani, è un corpo mobile, una piovra che colonizza e sfrutta mentre
si diffonde nel mondo attraverso le imprese monopolistiche occidentali.
L'imperialismo sta dirigendo varie forme di aggressione contro le masse
lavoratrici del mondo, e particolarmente nei paesi sottosviluppati.
Basato sullo slogan: "All the Facts to the Masses", lanciato a Al Hadaf,
Ghassan Kanafani mise il suo lucido intelletto al servizio delle masse e
dei loro oggettivi interessi di classe, portandolo ad affermare: "Il
desiderio per il cambiamento che sta attraversando le masse arabe, deve
essere motivato dalla chiarezza ideologica e politica, che è assoluta.
Così, Al Hadaf si dedica al servizio di quell'alternativa
rivoluzionaria, poiché gli interessi delle classi oppresse sono gli
stessi obiettivi della rivoluzione. Si presenta come l'alleato di tutti
quelli che continuano la lotta armata e politico-ideologica per
realizzare una nazione liberata progressista."
La base naturale per il lavoro intellettuale ed artistico di Ghassan era
l'adozione e la difesa delle masse lavoratrici, non solo dei
palestinesi ma anche le classi oppresse arabe ed internazionali. A causa
di questa base fondamentale per tutto il suo lavoro, Ghassan Kanafani,
come marxista scelse la strada della lotta armata come unico modo per
difendere gli oppressi.
Egli stesso era parte di loro; visse ed sperimentò la povertà causata
dal capitalismo e dall'imperialismo e rimase all'interno della schiera
delle masse oppresse, nonostante le tentazioni dei capitalisti ed i loro
tentativi di circondare la sua vita giornalistica. Egli rimase un uomo
umile che lavorò giorno e notte per elevare e sviluppare la qualità
della vita umana fuori delle avversità imposte dalla storia.
Indirizzandosi ad un gruppo di studenti, Ghassan disse: "Il fine
dell'istruzione è correggere il corso della storia. Per questa ragione
noi abbiamo bisogno di studiare la storia ed apprendere la sua
dialettica per costruire un'era storica nuova, nella quale gli oppressi
vivranno, dopo la loro liberazione da parte della violenza
rivoluzionaria, affrancati dalla contraddizione che li ha incantati."
Ghassan Kanafani non solo aveva raggiunto la conoscenza del materialismo
storico, ma la applicò al suo lavoro. L'ideale in cui ha creduto e per
cui visse fu indicato chiaramente in quello che diceva e scriveva. La
contraddizione principale, è quella con l'imperialismo. Il sionismo ed
il razzismo. È una contraddizione internazionale, e l'unica soluzione è
distruggere queste minacce attraverso una lotta armata unitaria e
continua, egli incoraggiò ed elevò lo spirito dell'internazionalismo fra
tutte le persone a cui si rivolgeva o conosceva.
Questa convinzione gli fece rifiutare tutti i compromessi e le soluzioni
borghesi che non includevano o applicavano la tesi e lo sviluppo della
rivoluzione ed il suo lungo percorso verso la liberazione, colpendo gli
interessi dell'imperialismo e consolidandosi nelle masse. In un commento
sul martire Patrick Arguello, egli disse: "Il martire Patrick Arguello è
simbolo di una giusta causa e della lotta per realizzarla, una lotta
senza limiti. Egli è un simbolo per le masse oppresse ed espropriate,
rappresentate da Oum Saad e molti altri che vengono dai campi e da tutte
le parti del Libano, che marciarono al suo corteo funebre."
Nelle discussioni sui modelli reazionari imperialisti contro le forze rivoluzionarie, affermava:
"I risultati dell'assalto imperialista saranno diretti contro le masse oppresse per impedire loro di mobilitarsi e lottare."
Questa posizione era basata sull'analisi della tolleranza dei regimi
arabi e dei regimi dei paesi sottosviluppati in generale, i quali
indietreggiano sotto i colpi dell'imperialismo.
Nel contesto della rivoluzione internazionale, disse:
"I rivoluzionari vietnamiti stanno lottando contro l'imperialismo da
dieci anni. Essi trasferiranno la loro rivoluzione in altri luoghi;
primo, perché la loro rivoluzione è continua, secondo, perché sono
internazionalisti…"
"La causa palestinese non è solamente una causa per i palestinesi, ma
una causa per ogni rivoluzionario, dovunque sia, come causa delle masse
sfruttate ed oppresse nella nostra era."
Siccome la lotta del proletariato internazionale contro l'imperialismo
era il principale problema per Ghassan Kanafani, i cospiratori dietro al
suo assassinio temevano il suo chiaro e logico confronto che fu
rivelato nei suoi lavori ed attraverso i media occidentali. Questo
condusse l'imperialismo ed i suoi alleati reazionari a fermare la penna
che rifiutava di arrendersi alle loro lusinghe o avvertimenti. Ghassan
Kanafani trasformò la causa palestinese e araba in una causa attraverso
la quale noi adottavamo la lotta di tutti gli sfruttati ed oppressi nel
mondo.
L'impegno di Ghassan rimarrà un monumento per le masse in lotta. Egli disse in una riunione con lo staff di Al Hadaf:
"Tutto in questo mondo può essere rapinato e rubato, tranne una cosa:
quest'unica cosa è l'amore che si sprigiona da un essere umano
attraverso un fermo impegno per una idea o una causa."
Opere letterarie del compagno Kanafani
Opere scelte:
Mawt Sarir raqm 12, 1961
Ard al-burtugal al-hazin, 1963
Rijal fi-al-shams, 1963 (Men in the Sun)
al-Bab, 1964
Alam laysa lana, 1965
Adab al-muqawamah fi filastin al-muhtalla 1948-1966, 1966
Ma tabaqqa lakum, 1966 (All That's Left to You)
Fi al-Abab al-sahyuni, 1967
al-Adab al-filastinial-muqawin tahta al-ihtilal: 1948-1968, 1968
An al-rijal wa-al-banadiq, 1968
Umm Sad, 1969
A'id ila Hayfa, 1970
al-A ma wa-al-atrash, 1972
Barquq Naysan, 1972
al-Qubba'ah wa-al-nabi, 1973
Thawrat 1936-39 fi filastin, 1974
Jusr ila al-abad, 1978
al-Qamis al-masruq wa-qisas ukhra, 1982
'The Slave Fort' in Arabic Short Stories, 1983 (trans. by Denys Johnson-Davies)
Catene ai piedi, graffi e i lividi, la tuta da detenuti: Avila e Abukeshek in aula. Il giudice dispone il carcere per altri due giorni
da Il Fatto quotidiano
Davanti agli obiettivi di macchine fotografiche e telecamere nell’aula del tribunale accennano un sorriso, forse semplicemente si sforzano.Gli occhi sembrano arrossati, si intravedono graffi e lividi. Thiago Avila e Saif Abukeshek indossano una tuta da detenuti, marrone. Soprattutto: mentre camminano hanno le mani (dietro la schiena) e i piedi legati con le catene.Entrambi rischiano grosso, come ha scritto l’inviato del Fatto a bordo della Flotilla Alessandro Mantovani: Abukeshek – nato in un campo profughi di Nablus, in Cisgiordania – è considerato da Israele vicino ad Hamas, Avila è uno dei volti più noti della spedizione, al quarto tentativo di raggiungere Gaza via mare. Nel 2025 partecipò anche ai funerali di Nasrallah, leader di Hezbollah. Il giudice ha disposto la proroga della loro detenzione per due giorni. Il pm durante l’udienza ne aveva chiesti 4.
Gli avvocati di Adalah – organizzazione israeliana per i diritti umani – Hadeel Abu Salih e Lubna Tuma hanno sostenuto davanti al tribunale che l’intero procedimento legale è fondamentalmente viziato e privo di fondamenti giuridici. Hanno contestato la giurisdizione dello Stato, affermando che non esiste alcuna base giuridica per l’applicazione extraterritoriale di questi reati alle azioni di cittadini stranieri in acque internazionali. Adalah ha precisato che non sono state avanzate accuse formali contro nessuno dei due attivisti e che saranno trasferiti nuovamente al centro di detenzione di Shikma, ancora in isolamento. Entrambi gli attivisti continuano lo sciopero della fame per protestare contro la loro detenzione illegale e i maltrattamenti subiti. Come già raccontato ieri entrambi gli attivisti hanno denunciato abusi fisici a bordo della nave cargo militare israeliana che li ha portati dall’area di mare in cui è avvenuto il blitz contro la Flotilla fino in Israele. Botte fino a perdere conoscenza, isolamento totale, bendaggio degli occhi per giorni.
Nella nave cargo militare eravamo “tutti ammassati, l’acqua entrava ed usciva, i fucili puntati addosso” ha raccontato l’attivista pugliese Tony La Piccirella, rientrato oggi in Italia da Atene. “Ci hanno trattato male ma ‘fino ad un certo punto, come dice il nostro ministro degli Esteri – ironizza -. La Flotilla crea problemi? Non so per quale motivo persone come la nostra presidente cercano di ribaltare in continuazione la realtà: i suoi cittadini, quelli chiamati a proteggere, hanno subito un attacco in mare aperto e sposta l’attenzione e la responsabilità su di noi”.
La Piccirella racconta che al momento dell’intervento, nel mare di fronte a Creta, della Marina israeliana si trovava sull’ultima delle 21 barche intercettate, alcune lasciate alla deriva, con persone a bordo, e completamente distrutte. “Sei di noi sono stati isolati – dice – Io, tre ragazzi spagnoli, Thiago e Saif, che rischiano ora tanto e di più; Saif, poco prima di essere isolato, mi ha detto di dire a suo figlio cheil prezzo per la libertà non è mai troppo alto.Abbiamo paura per i nostri compagni, Saif è palestinese. E’ stato un rapimento in acque praticamente europee, supervisionato dalla Marina greca: una nave cargo di quelle dimensioni e la fregata che l’accompagnava, non passano inosservati: il Mediterraneo è pieno di droni militari, tutti erano in realtà al corrente di quello che stava accadendo e nessuno ha fatto niente. Noi siamo scappati per sei ore, chiedendo aiuto e lanciando sos.Non è un atto di pirateria come dice la nostra presidente: è la conseguenza naturale di quello che succede quando si supporta militarmente, politicamente ed economicamente un Paese che non si è mai fatto nessun problema a rubare terra e petrolio.Io non so quale sarà il passo successivo: probabilmente ci verranno a prendere a casa“.