lunedì 19 ottobre 2026

Pubblicato su TarantoBuonasera: Ex Ilva, lo Slai Cobas attacca Governo, sindacati e ambientalisti: «Riprendere subito scioperi e blocchi»

Dura presa di posizione del sindacato di classe sulla crisi dello stabilimento siderurgico. Critiche alla gestione della cassa integrazione e alla sospensione della protesta operaia. Contestato anche il corteo del 17 ottobre: «Ha contribuito a isolare i lavoratori»

redazione.taranto@buonasera24.it

19 Ottobre 2026 - 08:54
Ex Ilva, lo Slai Cobas attacca Governo, sindacati e ambientalisti: «Riprendere subito scioperi e blocchi»

I lavoratori ex Ilva - archivio

TARANTO - Riprendere la mobilitazione dei lavoratori dell'ex Ilva, riportando i presidi sulle strade e rilanciando lo scontro sindacale contro le decisioni del Governo e la gestione commissariale dello stabilimento. È la posizione espressa dallo Slai Cobas per il sindacato di classe di Taranto, che interviene con un documento particolarmente duro sugli sviluppi della vertenza siderurgica, prendendo le distanze anche dalle scelte delle organizzazioni sindacali e dalla manifestazione ambientalista del 17 ottobre.

Secondo lo Slai Cobas, gli avvenimenti dell'ultima settimana avrebbero evidenziato una contrapposizione tra gli interessi dei lavoratori, impegnati a difendere occupazione e reddito, e le decisioni assunte dalle istituzioni sul futuro della fabbrica.

Nel mirino dell'organizzazione finisce innanzitutto il Governo Meloni e, in particolare, il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, ai quali viene attribuita la responsabilità politica dell'attuale gestione della crisi.

Nella ricostruzione proposta dal sindacato, le misure adottate dall'esecutivo e gli sviluppi giudiziari legati alla decisione della magistratura milanese starebbero determinando le condizioni per una progressiva chiusura dello stabilimento tarantino, accompagnata da un ridimensionamento dell'occupazione.

Lo Slai Cobas sostiene infatti che il progetto di una nuova configurazione industriale dell'ex Ilva non presenti, allo stato attuale, sufficienti garanzie economiche e produttive.

Il sindacato contesta in particolare quella che considera una prospettiva di chiusura della fabbrica senza un'alternativa industriale concretamente definita, con conseguenze dirette per migliaia di lavoratori.

Le critiche si concentrano anche sul ricorso agli ammortizzatori sociali, giudicati inadeguati a garantire la salvaguardia dell'occupazione e del reddito.

Secondo l'organizzazione, il decreto governativo finirebbe per determinare una condizione di cassa integrazione prolungata per una parte molto consistente dei dipendenti, senza assicurare reali prospettive di rientro al lavoro.

La situazione viene considerata ancora più preoccupante per gli addetti delle imprese dell'appalto, particolarmente esposti alle conseguenze del ridimensionamento delle attività produttive.

Per lo Slai Cobas, le misure annunciate non costituirebbero dunque «un paracadute» capace di tutelare il reddito dei lavoratori, ma rischierebbero di accompagnare una consistente riduzione dei livelli occupazionali.

Nel documento non vengono risparmiate critiche neppure alla magistratura milanese. Il sindacato contesta le conseguenze della pronuncia sulla continuità produttiva dello stabilimento, attribuendole una funzione favorevole, nella propria lettura politica, agli interessi del Governo e delle imprese.

Particolarmente severo anche il giudizio sull'operato dei commissari straordinari di Acciaierie d'Italia, accusati di aver dato immediata attuazione alle misure di fermata degli impianti e di ricorso alla cassa integrazione.

Secondo lo Slai Cobas, la gestione commissariale avrebbe agito senza tenere adeguatamente conto dei tempi della vicenda giudiziaria e delle trattative ancora in corso tra Governo e organizzazioni sindacali.

Il documento attribuisce invece un significato positivo alla mobilitazione degli operai, che per 5 giorni hanno presidiato e bloccato alcune delle principali arterie stradali di accesso alla città, dando vita a una protesta contro le prospettive di ridimensionamento dello stabilimento.

Una mobilitazione che lo Slai Cobas interpreta come una dimostrazione della capacità dei lavoratori di reagire alle decisioni considerate dannose per il proprio futuro.

L'organizzazione ritiene tuttavia che quella spinta sia stata interrotta troppo presto, rivolgendo critiche alle direzioni dei sindacati confederali e dell'Usb.

Pur riconoscendo che queste organizzazioni abbiano sostenuto lo sciopero e i blocchi stradali, lo Slai Cobas contesta la scelta di sospendere la mobilitazione per privilegiare la prosecuzione del confronto istituzionale.

Nella nota si parla espressamente di un'interruzione dello sciopero e dei blocchi «prematura e sbagliata», una valutazione che, secondo il sindacato di classe, sarebbe condivisa anche da numerosi lavoratori.

La contestazione riguarda soprattutto l'eccessiva fiducia riposta nelle trattative e nella possibilità di individuare una soluzione attraverso il confronto tra istituzioni, Governo e rappresentanze sindacali.

Secondo lo Slai Cobas, la sospensione della protesta avrebbe consentito ai commissari di procedere con l'attivazione della cassa integrazione a zero ore, determinando una situazione che rischierebbe di rendere più difficile la ripresa dell'iniziativa operaia.

Il documento affronta poi un altro tema particolarmente delicato, quello della manifestazione “Taranto Torna a Vivere” del 17 ottobre, alla quale hanno partecipato migliaia di cittadini per chiedere la tutela della salute e un futuro diverso per la città.

La valutazione dello Slai Cobas è fortemente critica. L'organizzazione interpreta il corteo come un'iniziativa che avrebbe finito per contrapporre una parte della cittadinanza ai lavoratori dello stabilimento e alle loro forme di protesta.

Secondo la stima riportata nel comunicato, alla manifestazione avrebbero partecipato circa 5.000 persone. Il sindacato ritiene che, indipendentemente dalle intenzioni dei singoli partecipanti, l'iniziativa abbia contribuito ad accentuare la distanza tra la mobilitazione ambientalista e quella operaia.

Nel documento si sostiene che il corteo avrebbe avuto, al di là delle intenzioni dei manifestanti, «l'obiettivo di isolare e accerchiare gli operai e la loro lotta».

Una posizione che conferma la distanza tra lo Slai Cobas e quelle componenti dell'associazionismo ambientalista che chiedono la chiusura integrale dello stabilimento siderurgico.

Il sindacato non nega la gravità delle conseguenze ambientali e sanitarie legate all'attività industriale, ma contesta l'idea che la soluzione possa essere rappresentata dalla cessazione della produzione senza un progetto capace di garantire il futuro dei lavoratori.

Nella prospettiva indicata dall'organizzazione, la tutela dell'occupazione deve procedere insieme alla trasformazione ambientale della fabbrica, alla sicurezza degli impianti e alle bonifiche del territorio.

È su questa impostazione che lo Slai Cobas propone di ricostruire una mobilitazione comune tra operai e cittadini, superando le contrapposizioni che, a suo giudizio, rischiano di indebolire entrambe le rivendicazioni.

La conclusione del documento è un appello esplicito alla ripresa immediata dell'iniziativa sindacale.

Per l'organizzazione non esistono alternative al ritorno alla protesta, con una mobilitazione ancora più incisiva rispetto a quella dei giorni scorsi.

Lo Slai Cobas sostiene infatti la necessità di «riprendere la lotta e i blocchi con più decisione di prima», per respingere le scelte del Governo e delle imprese e affermare una piattaforma operaia che comprenda occupazione, salario, diritti, salute e sicurezza.

Una proposta che il sindacato colloca all'interno di una prospettiva più ampia di trasformazione del sistema industriale e di contrapposizione alle politiche economiche che ritiene responsabili della crisi.

La posizione dello Slai Cobas riapre così il confronto sulle strategie di mobilitazione nell'ex Ilva, in una fase nella quale il futuro degli impianti, il destino occupazionale dei lavoratori e la tutela ambientale continuano a rappresentare i principali nodi irrisolti della vertenza tarantina.

19 ottobre - La situazione all'ex Ilva di Taranto - Riprendere la lotta, i blocchi


All’ex Ilva di Taranto e a Taranto si è giocata in questa settimana una partita molto chiara che ha visto due fronti contrapposti.

Da un lato il governo Meloni/Urso responsabile dell’attuale gestione della crisi Ilva che, oltre a non aver dato soluzioni accettabili, proprio nelle ultime settimane e giorni ha mostrato da che parte sta, e lo ha fatto da un lato dando il là, utilizzando la sentenza di Milano, al piano di chiusura, con elementi di ristrutturazione, della fabbrica a Taranto; perché accettare e o utilizzare quella sentenza porta inevitabilmente alla chiusura dell’attuale ex Ilva per un fumoso piano di nuova Ilva che attualmente non ha né basi economiche, né industriali, né materiali; e come conseguenza di questa linea generale ha emesso un decreto che è di cassintegrazione permanente di quasi totalità dei lavoratori e un piano assolutamente insufficiente di ammortizzatori sociali che ne fanno, sia nello stabilimento, sia soprattutto nelle Ditte dell’appalto una misura di accompagnamento alla massiccia riduzione dell’occupazione e niente affatto un “paracadute” che tuteli il reddito dei lavoratori.

Chiaramente del fronte opposto agli operai, lo vogliano o no, sono i magistrati di Milano che hanno fatto questa sentenza, che lungi dall’essere chiara, risponde ad esigenze concentrate di padroni, governo e della frazione antioperaia del movimento ambientalista.

In questo quadro l’azione dei Commissari è apparsa dall’inizio alla fine “più realista del re”, traducendo subito in fatti il fermo della fabbrica prima e la messa generale in cassintegrazione dei lavoratori, senza tener conto della lotta – e questo sarebbe il minimo – ma soprattutto senza tener conto dei tempi effettivi della vicenda giudiziaria e degli incontri e trattative in corso tra governo e sindacati.

Fanno parte chiaramente di questo fronte antioperaio i capi e le associazioni del movimento ambientalista che perseguono la chiusura di tutta la fabbrica, usando la gravità della vicenda inquinamento prodotta dalla gestione capitalista della fabbrica con il suo carico di morte, malattie professionali, e effetti gravi sul territorio.

Dall'altro lato il fronte degli operai che hanno opposto una esplosione di resistenza, che ha visto migliaia di essi bloccare per 5 giorni le strade, facendo sentire la loro forza e la loro voce a tutela del lavoro, salario, diritti salute e sicurezza in fabbrica e sul territorio

Purtroppo in mezzo a questi due fronti c’è il ruolo dei sindacati confederali/USB e innanzitutto delle direzioni di essi che certo hanno risposto con lo sciopero, il blocco, con un documento del Consiglio di Fabbrica che cerca di mantenere una parte dell’apparato produttivo, ma che è fondamentalmente orientato a misure straordinarie che riguardano le ulteriori misure sociali a tutela dei lavoratori.

Ma il feticcio delle trattative e dell'unità del fronte istituzionale e il feticcio della magistratura hanno prodotto un’interruzione di questo sciopero e blocco. prematuro e sbagliato, come è convinzione di tanti lavoratori però non in grado autonomamente di continuarlo.

I commissari hanno immediatamente approfittato di questo per far partire la cassaintegrazione a zero ore per tutti e creare il fatto compiuto che favorisce il piano di governo e padroni.

Nel vuoto della iniziativa degli operai si è prodotto e si è lasciato campo libero alla manifestazione cittadina ambientalista del 17, come chiamata a raccolta dei cittadini contro i lavoratori, la loro lotta, i loro blocchi,; manifestazione che ha visto la composita partecipazione di migliaia di persone,circa 5 mila, che ha al di là delle stesse intenzioni l'obbiettivo di isolare e accerchiare gli operai e la loro lotta.

A fronte di questo non c'è altra strada che riprendere la lotta e i blocchi con più decisione di prima per respingere il piano di padroni e governo e imporre la piattaforma operaia, che contiene nei suoi sviluppi le trasformazioni ambientali della fabbrica , le bonifiche del territorio, e la prospettiva della continuità della lotta comune tra operai e masse popolari per una alternativa anticapitalista a padroni, stato e governi del capitale 

Slai cobas per il sindacato di classe Taranto

slaicobasta@gmail.com - wa 347-5301704

19 ottobre 2026 

sabato 17 ottobre 2026

Chi è contro gli operai è sempre fascista

Quella di oggi è di fatto una manifestazione antioperai - E' organizzata da coloro che vogliono - loro - contrapporre salute e lavoro, NON CERTO GLI OPERAI che per primi subiscono malattie e morti, che hanno sempre denunciato le condizioni di insicurezza e pericolose, ma hanno anche dato soluzioni di come era possibile mettere un freno alla nocività. Ma sono stati lasciati soli...

Questi che gridano alla chiusura dell'Ilva non sono andati un giorno a solidarizzare con gli operai che per 5 giornate giorno e notte in migliaia e migliaia hanno fatto i giusti, necessari blocchi, per il lavoro, la salute, l'ambientalizzazione. E i quattro gatti che si sono fatti vedere sono andati solo per provocare gli operai in lotta.

Anzi, gli "ambientalisti" antioperai hanno fatto di più, hanno attaccato i blocchi perchè "danneggiavano la città" - non i padroni, non il governo, ma gli operai sono diventati ancora una volta "colpevoli" 

Non di tratta di "cittadini", ma di persone, al cui interno vi sono interessi di piccola e media borghesia che vogliono ricavarci qualcosa per loro dalla fantomatica economia alternativa a Taranto.

Ma sia chiaro, che si può dirsi di "sinistra", di "centro", ecc. ma chi è contro gli operai è sempre FASCISTA!

venerdì 16 ottobre 2026

All'assemblea generale i segretari sindacali dicono: finiamo oggi il blocco e il 27 andiamo a Roma

  

Immagini e interventi dei segretari sindacali al termine dell'incontro in Regione ieri a Bari


Il documento del Cdf ex Ilva/appalto di cui si parla


Consiglio di fabbrica
A Taranto oggi un Consiglio di Fabbrica presso lo stabilimento AdI, con il coinvolgimento di tutte le RSU dei diretti, dell'appalto e dell'indotto. L'incontro, voluto da FIM, FIOM, UILM e USB, rappresenta un momento importante per fare il punto sulla vertenza in corso, analizzando gli sviluppi recenti e condividendo prospettive future, spiegano i sindacati.

IL DOCUMENTO: EX ILVA, IL TEMPO È SCADUTO, DAL GOVERNO SERVONO RISPOSTE IMMEDIATE E CONCRETE

Il Consiglio di Fabbrica di AdI, Ilva in A.S. e Appalto, unitamente alle categorie di CGIL, CISL e UIL e USB si è riunito in data odierna per fare il punto sulla complicatissima vertenza dell’Ex Ilva e sulla fase emergenziale che vede il coinvolgimento di migliaia di lavoratrici e lavoratori.

Siamo di fronte a una situazione ormai non più sostenibile, una crisi che dura da oltre 14 anni continua a produrre incertezza, precarietà e pesanti ricadute occupazionali ed economiche, mettendo a rischio non solo i lavoratori diretti, quelli di Ilva in A.S. e dell’appalto, ma l’intera filiera industriale e il futuro del territorio ionico e pugliese.

È importante ribadirlo con chiarezza, questa emergenza non nasce oggi, le rappresentanze sindacali hanno denunciato da tempo le criticità industriali, occupazionali e sociali che progressivamente si stavano aggravando a seguito soprattutto delle esigue risorse disponibili alla gestione commissariale. Lo abbiamo fatto all’interno dello stabilimento con denunce agli enti ispettivi e ai tavoli istituzionali e attraverso le iniziative di mobilitazione, chiedendo con forza risposte e soluzioni prima che la situazione arrivasse al punto attuale.

La questione della salute, dell’ambiente e del lavoro non possono essere contrapposte tra loro. Taranto e i suoi lavoratori hanno già pagato un prezzo troppo alto. 

Tra i lavoratori cresce la preoccupazione per un futuro incerto e che continua a essere rinviato senza una chiara prospettiva industriale, in attesa della pronuncia della Corte di Cassazione a Sezioni Unite prevista per il 20 ottobre, e nel contempo all’interno dello stabilimento si procede con la fase di preriscaldo degli impianti, determinando di fatto un ulteriore aumento della cassa integrazione e un aggravamento delle condizioni economiche e sociali dei lavoratori.

Parallelamente, cresce il rischio concreto che la crisi si riversi sull’intero sistema dell’appalto e dell’indotto, mettendo a rischio imprese, salari e migliaia di posti di lavoro.

Di fronte ad una fase emergenziale senza precedenti non bastano più dichiarazioni, rassicurazioni o rinvii, servono decisioni, risorse e strumenti straordinari. È necessario che il Governo introduca misure specifiche a tutela di tutti i lavoratori coinvolti, compresi quelli dell’appalto e dell’indotto, evitando che l’emergenza industriale e ambientale si trasformi anche in una vera e propria bomba sociale.

Per questo riteniamo indispensabile che il Governo continui il confronto con le organizzazioni sindacali recependo le nostre rivendicazioni, condivise con i lavoratori, e garantisca misure straordinarie che vadano oltre le attuali leggi vigenti necessarie a garantire la messa in sicurezza di tutti i lavoratori.

Misure straordinarie che consentano di accompagnare concretamente la transizione ecologica e occupazionale, introducendo strumenti adeguati che possano attivare percorsi in cui vengano garantiti processi di accompagnamento al pensionamento anticipato o di aderire su base volontaria all’incentivo all’esodo, come già accaduto in passato.

Non si tratta semplicemente di gestire gli esuberi, si tratta di governare una fase straordinaria, tutelando la continuità del lavoro avviando un serio piano industriale che preveda nell’immediato un processo de carbonizzazione 

Abbiamo sempre sostenuto la necessità di un confronto serio e costante con Governo, Regione e istituzioni locali, ma il confronto, per essere utile, deve produrre risultati.

Serve un forte intervento pubblico che governi il processo di decarbonizzazione e la riconversione industriale, garantendo tutti i lavoratori di Acciaierie d’Italia, di Ilva in A.S., ADI Energia, Servizi e dell’appalto.

La transizione non può essere un alibi per ridurre l’occupazione né può diventare un nuovo capitolo di sacrifici per il territorio, dopo il prezzo pagato in termini di salute, ambiente e lavoro, Taranto non può più accettare di scegliere tra occupazione e diritto alla salute.

Inoltre, nella giornata di ieri è pervenuta la convocazione da parte del Governo e domani saremo a Palazzo Chigi per l’incontro con la consapevolezza che il tempo è scaduto e necessitano risposte certe ai lavoratori.

Il Governo e tutta la politica devono assumersi fino in fondo le proprie responsabilità e mettere sul tavolo soluzioni concrete, finanziariamente sostenibili e immediatamente attuabili.

Ora è il momento delle decisioni, se domani non arriveranno risposte tangibili, il sindacato non resterà a guardare. A partire dalla prossima settimana metteremo in campo tutte le iniziative di mobilitazione necessarie per garantire la continuità del lavoro, del reddito, della salute, dell’ambiente e di un futuro industriale. La responsabilità non può essere confusa con la rassegnazione.

Il tempo e la pazienza dei lavoratori è giunta al termine, dopo anni di sacrifici, adesso servono risposte e risorse certe per la transizione ecologica e sociale.

Consiglio di Fabbrica RSU – Segreterie ADI in AS – ILVA in AS – ADI ENERGIE - categorie Appalto e Indotto FIM - FIOM – UILM - USB, CGIL – CISL - UIL

Cosa dice il decreto truffa del governo

Cosa si è deciso con questo decreto?

A premessa si dice che il governo interviene sul futuro dell'Ilva con un pacchetto di misure che riguardano la funzionalità degli impianti, il sostegno ai lavoratori, la tutela delle imprese dell'indotto e la reindustrializzazione delle aree disponibili.

Il primo provvedimento è quello di mantenere gli impianti in riscaldo, non in funzione, vale a dire in una possibilità di loro ripresa in tempi relativamente brevi rispetto al fermo generale. 
Noi dicevamo che gli impianti non dovevano essere messi in riscaldo prima della sentenza della Cassazione, perché se la sentenza fosse diversa da quella del Tribunale di Milano, comunque la riattivazione degli impianti comporta tempi medi e lunghi. La ripresa degli impianti e della produzione è una delle rivendicazioni portate nei blocchi e sostenute con forza, sia a Taranto che a Genova, anche se Genova merita poi un discorso a parte.

Ma il decreto prevede in mantenimento in stato di riscaldo delle batterie di coke 7, 8, 9 e 12 e dei cowper degli altoforni 1, 2 e 4, fino alla pubblicazione delle motivazioni della sentenza della Corte di Cassazione. E comunque - dice - non oltre il 15 dicembre 2026. Che vuol dire non oltre il 15 dicembre 2026? Se la sentenza fosse favorevole, la ripresa dell'attività dovrebbe essere immediata per i lavoratori. Invece qui si dice che non sarà immediata e comunque non la ripresa dell'attività, ma il preriscaldo avrà fine entro il 15 dicembre.

Si dice che la misura punta a preservare la funzionalità degli impianti, evitando che il protrarsi dell'inattività comprometta ulteriormente le possibilità di un loro futuro utilizzo. Capiamoci, se la sentenza fosse favorevole, ci dovrebbe essere la ripresa di tutte le aree, compreso l'area a caldo. Ma i provvedimenti del Governo e dei commissari per conto del Governo sono un'ipoteca che renderebbe disapplicabile la sentenza della Cassazione. Tanto è vero che il Governo sottolinea che il mantenimento del riscaldo non equivale a una ripartenza della produzione.

Ma il problema non è la sentenza, il problema è di aver messo fuori tutti gli operai dell'Ilva e dell'appalto, con una serie di provvedimenti che prevedono che non ci siano più operai dell'Ilva e dell'appalto nel breve, nel medio e in parte nel lungo periodo, Perchè non è la ripartenza della produzione al centro del provvedimento del Governo ma il suo esatto contrario. 

Ed è l'esatto contrario di quello che sosteniamo noi tra i lavoratori, in alternativa alla linea che viene portata tra i lavoratori dalle diverse organizzazioni sindacali e nel contesto in cui si svolge questa lotta a Taranto, con l'ambientalismo antioperaio, il ruolo delle istituzioni, ecc.

Noi siamo perché la produzione riprenda, questo è l'obiettivo dello Slai Cobas, ed è l'obiettivo che tuttora in queste forme non è sostenuto con altrettanta determinazione da parte delle organizzazioni sindacali. Il vero futuro degli operai dell'Ilva è tracciato dagli altri punti del decreto.

Viene innanzitutto decisa la cassa integrazione "anche a zero ore" per 9.200 lavoratori di Acciaieria d'Italia, una cassa integrazione decisa dall'alto, decisa dal governo, senza peraltro alcuna trattativa con le organizzazioni sindacali che non hanno mai dato il loro consenso a questa cassa integrazione di massa. Quindi darla per scontato è già un ricatto ai lavoratori e un ricatto alle stesse organizzazioni sindacali.

Agli operai dell'Acciaieria viene confermata l'integrazione che porta al 70% per il periodo compreso dal 1 ottobre 2026 al 30 giugno 2027. Questa integrazione non è invece prevista nella cig in deroga per gli operai dell'appalto

Chiunque ha un minimo di esperienza delle situazioni delle cassintegrazioni sa che quando ti mettono a zero ore, per tempi così lunghi, e senza un piano che preveda l'effettiva ripresa della produzione, si vuole aprire la strada a una cassa integrazione permanente finché stanno i lavoratori, ma in realtà è l'avvio degli esuberi, e l'abbandono della "promessa" di piano industriale e ambientale che questa fabbrica dovrebbe avere.

Le frasi che seguono confermano questo fatto, che la cassa integrazione è senza ritorno e apre la strada alle cosiddette "politiche del lavoro" che significa portare i lavoratori fuori dal perimetro industriale per collocarli in fantomatiche attività che non sappiamo mai se effettivamente saranno realizzate. 

I lavoratori - si scrive nel decreto - vengono coinvolti nel “sistema SIISL”, una "piattaforma per l'inclusione sociale con la possibilità di essere inclusi in percorsi di formazione e di qualificazione per essere messi ad altre attività di pubblica utilità". Sembra un ritorno dei LPU, per cui gli operai devono andare a "pregare" i Comuni di essere messi a "tagliare il verde" per salari al ribasso; togliendo, tra l'altro, la possibilità che questi lavori vadano ai disoccupati. Poi dove stanno queste attività? Non c’è ne sono! Sono scritte sulla carta, non c'è una sola delle attività che vengono ipotizzate che esiste o che possano esistere in tempi brevi. Facciamo prima ad aggiustare lo stabilimento che a far nascere le cosiddette “attività alternative”. Le abbiamo viste le “attività alternative” in cui sono finiti gli operai della Belleli, in cui sono finiti gli operai della Cementir..., le stanno ancora aspettando.

Il decreto non solo dice questo, ma già minaccia i lavoratori che se rifiutassero di accettare le "opportunità proposte", verranno cacciati e basta, e gli verranno tolti pure gli ammortizzatori sociali. Così, in caso di rifiuto ingiustificato delle opportunità proposte - praticamente, se ti dicono di andare a lavorare in un'officina e tu rifiuti - tu perdi pure la cassa integrazione.

Quindi di che parliamo? Quali proposte sono queste? Sono un puro contorno della espulsione di massa dei lavoratori! Si dice non solo che i lavoratori se si rifiutano verranno cacciati, ma che gli tolgono anche dei soldi. Infatti nel decreto sta scritto che “le disposizioni riguardano anche il rifiuto di un'offerta di lavoro con una retribuzione non inferiore a oltre il 20%”. Quindi già prevedono che pure se ti devono ricollocare, ci sarà una penalizzazione del 20% sulla retribuzione; già prevedono che ti metteranno in posti di lavoro precari, e se tu li rifiuti non avrai neanche quelli; altro che “sostegno al reddito del percorso di reinserimento in una fase in cui la durata della crisi industriale, si dice, continua a rappresentare un elemento di forte incertezza per migliaia di famiglie”. Cioè ti dicono che questa crisi industriale è incerta nella sua soluzione e figuriamoci se in questa crisi industriale incerta tu possa trovare un lavoro stabile!

E poi arriviamo alla riproposizione dei lavoratori di serie A e dei lavoratori di serie B, con buona pace anche dei sindacalisti che qui hanno detto che le sorti degli operai sono tutte uguali. In realtà con questo decreto non sono tutti uguali. Gli operai dell'indotto sono trattati ancora una volta come lavoratori di serie B. Innanzitutto la cassa integrazione è in deroga se le aziende hanno un 50% almeno di attività all'interno dell'Ilva, altrimenti anche alle aziende non tocca la cassa integrazione e noi sappiamo che nell'appalto solo una parte delle aziende ha un 50% di lavoro nell'Ilva, altre aziende, soprattutto le grosse, lavorano in tante altre attività. Per cui, per diverse aziende, sono più di 4.200, non rispecchiando questo criterio, non è prevista neanche la cassa integrazione. Inoltre, questa cassa integrazione non prevede alcuna integrazione. Francamente, lo diciamo anche ai lavoratori, non si capisce perché gli operai diretti devono avere l'integrazione e gli operai dell'indotto, che sono più precari, più poveri, no. 

La Ditta Castiglia srl, per esempio, dove è presente lo Slai cobas, attualmente fa parte di un gruppo industriale che si chiama Itelyum, che ha attività industriali e molte non industriali in tanti altri campi, non ha il concentrato del suo business nell'Ilva, e quindi, non gli daranno neanche la cassa integrazione ai lavoratori operanti nell'appalto dell'Acciaieria?

Gli operai hanno chiesto incentivi all'esodo consistenti, hanno chiesto benefici pensionistici e accelerazioni pensionistiche legate all'amianto, ai lavori usuranti e non solo, alla crisi industriale dentro una legge speciale. Qui invece gli incentivi li danno, ma non a questo, gli incendivi li danno alle aziende che decidono di assumere operai del bacino ex-Ilva. Ma che cosa danno? Un esonero contributivo fino a 8.000 euro per la durata di 24 mesi. E voi pensate che ci siano aziende in questo territorio che perché ricevono 8.000 euro a lavoratore si pigliano i lavoratori dell'Ilva con la prospettiva che li dovranno tenere per sempre? Con le leggi che hanno fatto sul mercato del lavoro, le aziende hanno vantaggio ad assumere a tempo determinato.

Per di più i lavoratori devono essere assunti anche subito, quindi il governo ha già deciso che devono uscire subito dall'Ilva, perché dal primo novembre chi si vuole prendere gli operai dell'Ilva se li può prendere.

I lavoratori, dice il decreto, dovranno avere la priorità nelle assunzioni. Sappiamo le fine che fanno le “priorità”, basta che dici che ti serve una mansione che in quel momento può non essere protetta e ti puoi prendere i lavoratori anche da altri bacini. Chi è impegnato sia nell'attività sindacale sa che questa priorità è puro fumo negli occhi.

Il pacchetto di interventi previsto dal governo di complessivi 187 milioni di euro - mentre quelli mobilitabili per questo scopo sono 138 milioni di euro - con la platea che c'è a Taranto non coprono affatto le possibilità effettive di riassunzione dei lavoratori in altre attività industriali.

L'altro capitolo - il cui senso si capisce dentro una prospettiva di deindustrializzazione e di chiusura parziale o pressoché totale dell'Ilva - riguarda i cosiddetti “100 ettari per i nuovi insediamenti”; cioè si stanno già vendendo i terreni dell'Ilva ancora prima che gli operai escano dalla fabbrica, è come “vendere la casa con il morto in casa”. Il ministero coordinerà tutti coloro che chiedono aree all'interno. Veramente dobbiamo finire, come diceva Beppe Grillo, che un pezzo dell'Ilva l'hanno venduto per un grande parco giochi?

Poi nominano un altro commissario. Ma quanti commissari fino a ora abbiamo visto, che dovevano essere cacciati a calci perché avevano il compito della manutenzione e non l'hanno fatta, hanno fatto morire le persone? Questi dovevano essere già dimessi e incriminati e invece ai tre se ne aggiungeranno altri, e questo commissario aggiuntivo è per vendere i terreni!

Ancora, un milione all'anno per il Tecnopolo, ma che cosa vuol dire “tecnopolizzare” se stai per chiudere di fatto una fabbrica, se hai ridotto questa fabbrica a una fabbrichetta venduta non si sa bene a chi. Cosa ci importa del Tecnopolo che sul fronte di occupazione significa 100 persone e sul fronte della sua funzione è tutto da vedere? Serve per far mangiare ingegneri e tanti soggetti che fanno le slide, cioè dar da mangiare a un settore di parassiti invece che ai lavoratori che ci sono. “Un milione di euro all'anno destinato a attività di ricerca sviluppo e innovazione”, ma se queste erano necessarie perché non le hai farle prima? Queste attività dovrebbero essere permanenti dove sta un grande complesso industriale, dobbiamo aspettare di cacciare i lavoratori dell'Ilva per poterle fare? 

L'ultima decisione nel decreto sono i soldi veri: 40,5 milioni per Acciaieria Italia. Qui non si capisce che funzione avranno, si dice genericamente: “La misura si inserisce nel quadro degli strumenti con cui il governo intende sostenere la gestione della fase di transizione preservando le condizioni necessarie".

In conclusione, il decreto occupazionale non dà occupazione ma la toglie, il decreto non sviluppa, non è l'anticamera di un vero piano industriale ma è una ipoteca sul piano industriale. Il piano del governo è per rendere innocua la sentenza della Cassazione anche se fosse favorevole ai lavoratori, sterilizzarla anche prima che venga fatta.

Poi hai voglia di dare colpa alla magistratura, ma il governo sta facendo peggio dalla magistratura.

Questo decreto è un rimedio peggiore del male e chi aspettava il decreto per vedere se si salvava il posto di lavoro, i salari, non li avranno; e quindi nessuno ci venga a dire che questo decreto risolve qualche problema dei lavoratori che stanno ai blocchi e nessuno ci venga a dire che dobbiamo aspettare 60 giorni che venga ritoccato in Parlamento. Intanto entra in vigore il decreto appena il signor Mattarella lo firmerà, dopodiché fra 60 giorni deve passare al vaglio parlamentare e sappiamo qui come vanno a finire “i vagli parlamentari” in cui il governo ha la maggioranza blindata, mette la fiducia e ti frega anche se vengono proponi emendamenti.

Questo decreto non è una risposta alla lotta dei lavoratori e quindi è chiaro che bisogna continuare, ma anche “bisogna continuare” non è sufficiente, ma serve lottare su una piattaforma operaia, sulla difesa intransigente degli interessi di classe dei lavoratori.