venerdì 13 febbraio 2026

Lavoratori Leonardo - Da Grottaglie a Torino: "Basta silenzio - Restiamo umani!"

Dopo Grottaglie, anche i lavoratori dello stabilimento torinese di Leonardo si mobilitano contro i rapporti con Israele. "Gaza grava sulla nostra coscienza".

È con un richiamo esplicito all’esortazione di Vittorio Arrigoni, quel suo “restiamo umani” spesso invocato nei due anni di genocidio a Gaza, che si apre il comunicato di un gruppo di lavoratori di Leonardo Torino. Una presa di posizione pubblica che si somma a quella già manifestata dai loro colleghi dello stabilimento di Grottaglie e che, ancora una volta, esprime aperto disagio – si legge nella dichiarazione – per l’«implicita connivenza tra l’industria tecnologica in cui lavorano e una politica globale fattasi sempre più sbilanciata dalla parte israeliana», e anche una profonda preoccupazione legata ai rischi per la loro stessa sicurezza.

Nella nota stampa si fa anche un riferimento esplicito al piano statunitense per Gaza che «non ha fermato il genocidio dei gazauiti e le dinamiche oppressive e colonialiste e nei territori della Cisgiordania». Il prossimo 19 febbraio, secondo quanto rivelato dal sito Axios, il Board of Peace presieduto dallo stesso Trump si riunirà a Washington per accelerare l’attuazione della seconda fase del cosiddetto accordo di cessate il fuoco a Gaza e raccogliere fondi per la ricostruzione. Ma, mentre il presidente Donald Trump ha dichiarato lo scorso ottobre che la guerra a Gaza era finita, Israele ha continuato a violare l’accordo oltre 1.500 volte, secondo quanto riporta l’agenzia di stampa indipendente Drop Site News, causando ancora centinaia di morti.

Leonardo è tra le aziende coinvolte nel massacro dei palestinesi, secondo quanto scritto dalla Relatrice Speciale ONU Francesca Albanese nel suo rapporto “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio”. Come scritto in precedenza su Kritica.it, il colosso italiano, che si posiziona tra i dieci leader globali nel settore aerospaziale e della difesa, è indicato come fornitore di tecnologie e supporto all’apparato militare israeliano, contribuendo così alle violazioni dei diritti umani nei confronti della popolazione palestinese. 

Così, dopo i lavoratori dello stabilimento Leonardo di Grottaglie, anche una compagine di dipendenti torinesi del Gruppo ha deciso di levare la propria voce per chiedere di affrontare il tema collettivamente nelle assemblee sindacali e promuovere soluzioni durature che pongano fine alla complicità del colosso nel genocidio del popolo palestinese, in primis. Ma anche per riabilitare la reputazione della multinazionale italiana agli occhi della società civile. 

Kritica li ha intervistati.

Come già avvenuto a Grottaglie, anche voi contestate la narrazione aziendale che richiama la legge 185/90 come garanzia di estraneità di Leonardo rispetto ai crimini israeliani. Quali sono, secondo voi, le principali omissioni o zone grigie che questa difesa lascia fuori?

Innanzitutto, è la stessa legge, all’Art.1 comma 6b, a sancire che la vendita di materiali d’armamento verso Paesi la cui politica contrasti con i principi dell’Art. 11 della nostra Costituzione è vietata. E lo stesso Articolo al comma 6c dice che tale vendita è vietata verso i Paesi che hanno violato le convenzioni internazionali in materia di diritti umani, cosa che Israele ha reiterato nel corso degli anni.

Nei fatti la dichiarazione del nostro Amministratore delegato – «noi non vendiamo neanche un bullone a Israele» – è stata smentita dalla giornalista Stefania Maurizi che – nel corso dell’Audizione alla Camera dei Deputati del dicembre scorso sulla presentazione del Dossier di Rossana De Simone Piovono euro sull’industria necessaria di Crosetto e Leonardo S.p.A.  ha dimostrato come Leonardo abbia venduto a Israele componenti dei caccia F-15 usati per bombardare i civili palestinesi nella Striscia di Gaza. C’è poi da approfondire la posizione di Leonardo nella fusione della sua controllata americana RDS con l’azienda israeliana RADA. Cingolani afferma che sono aziende indipendenti e direttamente legate alle strategie politico-industriali dei governi americani e israeliani, ma la triangolazione Pentagono – RDS RADA – Israele permette a Leonardo di non esporsi direttamente, e contemporaneamente di continuare a fare affari con Tel Aviv.

Denunciate il rischio per la vostra “incolumità” e parlate di “condanna del mondo civile manifestatasi anche nella vostra realtà lavorativa”. Potete raccontarci episodi concreti? Come reagiscono i colleghi alla vostra posizione? Anche voi, come a Grottaglie, state mantenendo l’anonimato per proteggervi? Quanto è difficile oggi, dentro una grande azienda della difesa, prendere parola pubblicamente contro la collaborazione con Israele?

Non è un caso che l’azienda suggerisca ai dipendenti di non mostrare il tesserino fuori dai cancelli: evidentemente esiste tensione tra società civile e fabbrica. Due episodi lo dimostrano: nel novembre 2024 attivisti pro-Palestina hanno fatto irruzione nella sede torinese gridando slogan e imbrattando muri, situazione gestita senza violenze da entrambe le parti. Più grave quanto accaduto il 3 ottobre durante lo sciopero: un gruppo staccatosi dal corteo ha raggiunto i cancelli di corso Francia e, tra provocazioni della polizia e tentativi di ingresso, è scaturita una sassaiola che ha danneggiato auto dei dipendenti e compromesso il consenso faticosamente costruito.

Lavorare in Leonardo significa dover mettere in conto battute sulla nostra corresponsabilità nei massacri di civili durante bombardamenti aerei, o essere additati come complici di un sistema che sottrae risorse ai servizi essenziali per aumentare la spesa militare. Con queste provocazioni abbiamo imparato a convivere negli anni. Tuttavia, la condotta criminale di Israele e il nesso stabilito dall’opinione pubblica tra Leonardo e i morti di Gaza hanno determinato un salto di qualità nella riprovazione generale. Mai come ora abbiamo dovuto mantenere un profilo basso al limite dell’anonimato, conducendo le relazioni sociali in una quasi-clandestinità riguardo alla nostra dimensione lavorativa.

Questo disagio, cozzando drammaticamente con il nostro coinvolgimento emotivo nella tragedia palestinese, ci ha spinto a uscire allo scoperto per ristabilire la nostra identità professionale. È questo spirito che vogliamo comunicare all’apparato sindacale e ai vertici aziendali: riservare attenzione al profilo etico significa onorarne il valore. Crediamo che riabilitare la reputazione di Leonardo sia una causa giusta che spetta a noi dipendenti in primis. Non consideriamo Israele un interlocutore commerciale irrinunciabile e siamo convinti che intrattenere rapporti con il governo Netanyahu rappresenti un’insostenibile infamia.

Tra i colleghi prevale un mix di indifferenza, paura e incredulità, dovuta alla limitata conoscenza delle informazioni necessarie a risalire agli attori coinvolti nelle forniture dei nostri prodotti. Questo riflette le difficoltà a imbastire un confronto pubblico in fabbrica, dove domina l’omertà sull’argomento.

Nel vostro comunicato citate il piano americano per Gaza, sottolineando come non abbia fermato il genocidio a Gaza e le dinamiche oppressive proprie del progetto coloniale in Cisgiordania. In base alle informazioni a cui avete accesso, Leonardo collabora o potrebbe collaborare con Israele per sviluppare sistemi di sorveglianza e intelligenza artificiale utili a rafforzare ulteriormente la sua “architettura” del controllo in questa fase segnata da una finta “pacificazione”?

La fusione della controllata americana RDS con l’israeliana RADA, avvenuta nel Piano strategico “Be Tomorrow 2030” del 2022, rappresenta una chiara collaborazione tra Leonardo e Israele per lo sviluppo di radar tattici, sistemi di controllo-UAV, difesa a corto raggio e sorveglianza delle frontiere. Leonardo sta inoltre rafforzando le alleanze con start-up israeliane nei settori strategici di difesa, cybersicurezza, intelligence e spazio, con accordi promossi direttamente a Tel Aviv. L’azienda, in collaborazione con l’israeliana Ramot, sponsorizzerà inoltre progetti di ricerca della Tel Aviv University. Il fatto che il governo stringa nuovi accordi con USA e Israele, invece di adottare cautela dopo quanto accaduto negli ultimi due anni, offre già di per sé una risposta inequivocabile.

Va precisato che ci basiamo su informazioni di dominio pubblico. Nel lavoro quotidiano, più abbiamo accesso a documentazione riservata, più siamo vincolati al segreto. Anche se fossimo in possesso di evidenze incontrovertibili su collaborazioni con Israele, probabilmente non potremmo divulgarle. Nella pratica, però, i dipendenti spesso non hanno idea dell’impiego finale della propria prestazione lavorativa, come accadeva alla Valsella. In Leonardo vige una clamorosa mancanza di trasparenza.

Su questo piano poniamo una rivendicazione specifica: come dipendenti riteniamo di essere nel pieno diritto di essere informati sui reali destinatari commerciali del nostro lavoro. Questo ci consentirebbe di rifiutare un incarico o richiedere un trasferimento interno nei casi di notevole implicazione etica, quando non si tratti di criteri di difesa nazionale ma di iniziative che corrispondono a palesi violazioni del diritto internazionale.

Un esempio concreto: uno di noi ha lavorato a una campagna di test software per dieci M-346 prodotti da Leonardo e inviati in Grecia dal 2023, identificati con un codice riconducibile alla Hellenic Air Force. Nessun riferimento lasciava immaginare che il cliente finale fosse Israele, in base a un accordo tra i Ministeri della Difesa greco e israeliano a supporto della scuola piloti israeliani nella base di Kalamata. Pur essendo l’informazione reperibile sul sito di Elbit System (abituale fornitrice di Leonardo), operando in ambito testing senza contatto diretto con i fornitori, nulla ci avrebbe indotto a sospettare implicazioni etiche. Più recentemente, le numerose presenze in stabilimento di personale Elbit System in trasferta costituiscono evidenze plateali che i rapporti con Israele, nonostante le dichiarazioni di circostanza, non sono mai venuti meno.

Come state coordinando le vostre azioni con quelle di Grottaglie, Caselle e Nerviano che menzionate nel comunicato?

Abbiamo seguito con molto interesse la petizione “Non in mio nome non con il mio lavoro” lanciata dai lavoratori di Leonardo Grottaglie e le azioni di dissenso portate davanti ai cancelli di Nerviano da attivisti per Gaza. Sono stati spunti importanti per unire percezioni comuni e convogliare gli sforzi in iniziative concrete. Attualmente con alcuni lavoratori Leonardo e attivisti per Gaza abbiamo creato una chat per discutere e proporre idee. L’intento principale è sensibilizzare e coinvolgere quei lavoratori che – per timore o perché isolati nel proprio contesto – cercano un canale per manifestare le proprie sensibilità sull’argomento. Per Caselle Nord, avendo contatti diretti con alcuni delegati FIOM, abbiamo creato i presupposti per diffondere il nostro comunicato nella loro sede.

Nel comunicato denunciate un “totale silenzio” sulla questione palestinese all’interno dei luoghi di lavoro: nessuna assemblea, nessun momento informativo, nessuna iniziativa solidale. Che ruolo dovrebbero avere, secondo voi, RSU e sindacati in questa fase? Ci sono state risposte alla vostra richiesta di affrontare attraverso assemblee indette dalle RSU le criticità che denunciate?

La questione palestinese non interessa alla maggior parte dei governi mondiali, e molti tirano un sospiro di sollievo vedendo dissolversi non le pene dei palestinesi, ma l’attenzione sul conflitto. Tutto ciò riecheggia nei luoghi di lavoro, dove il silenzio è assordante. Nella nostra realtà torinese abbiamo cercato di coinvolgere le RSU di sito per ottenere attenzione sugli eventi di Gaza, ma nessuna delegazione ha voluto sostenerci. Va precisato che un paio di raccolte solidali sono state organizzate, ma senza la giusta visibilità interna.

Il ruolo che RSU e sindacati dovrebbero avere è quello di riconoscere la profonda valenza della questione palestinese per noi lavoratori, in virtù della diretta responsabilità e della ricaduta reputazionale di Leonardo, una volta appurato che il legame con Israele non è mai venuto meno e che le morti di Gaza gravano anche sulla nostra coscienza. Se il sindacato prendesse seriamente atto di questa problematica, e tanto più se un gruppo di lavoratori si fosse già rivolto a loro per dare voce al proprio disagio, avrebbe il dovere di patrocinare questa causa con tutti gli strumenti a disposizione: diffusione, assemblee e, come ultima ratio, sciopero.

In questa fase si dovrebbero accantonare interessi politici o paure di perdere iscritti (come ci è stato detto a giustificazione della non adesione al nostro comunicato), ma schierarsi e appoggiare le iniziative che partono dalla base dei lavoratori. Il ruolo delle RSU dovrebbe essere quello di presidio che si ponga come intermediario tra l’assenza di comunicazione dell’azienda e il lavoratore stesso, comunque la pensi. Quando un sindacato ha paura di portare un tema in azienda perché non rappresenterebbe tutti i lavoratori, sta implicitamente manifestando di non volersi mettere a tutela del lavoratore, sia in gruppo che in minoranza. Questo va esclusivamente a vantaggio della politica di governo, indebolendo il potere sindacale.

Purtroppo le sigle sindacali a cui ci siamo rivolti hanno dimostrato di non avere particolarmente a cuore la questione israelo-palestinese, preferendo tematiche di più facile presa presso i lavoratori, come il rinnovo del contratto. Questa forma di oblomovismo che richiama omertà e negligenza rende fortemente problematico il nostro sforzo di intercettare colleghi potenzialmente solidali – stimiamo che ce ne siano molti – e di sensibilizzare le coscienze su una questione etica fondamentale. Quello che continuiamo a percepire è indifferenza, pallide prese di posizione e nessuna iniziativa per portare il dibattito internamente.

A Grottaglie i lavoratori temono la “militarizzazione” di uno stabilimento nato per l’Aviazione civile. A Torino denunciate la “netta propensione a convertire tutti i settori strategici ad esclusiva finalità militare”. La vostra richiesta di “convogliare studi e tecnologie verso un ambito civile” in risposta alla crisi climatica è una proposta concreta o una riflessione di prospettiva? Che futuro immaginate per Leonardo se le istanze venissero ascoltate?

Il contesto di Torino è inevitabilmente differente da Grottaglie. Sono anni che la nostra realtà industriale impiega la stragrande maggioranza delle risorse di sviluppo per commesse militari. I progetti più recenti confermano questo trend, sia in termini di investimento che di immagine internazionale che Leonardo intende rivendicare presso i suoi azionisti. Per giunta, l’attuale assetto geopolitico europeo promuove a tamburo battente il dual-use, ovvero la sostenibilità industriale declinata in chiave bellica. Pertanto, la prospettiva di una riconversione aziendale verso finalità civili non rappresenta al momento un obiettivo primario, né uno scenario realistico.

Naturalmente, siamo convinti che se riuscissimo a stimolare una discussione anche in questo senso tra i colleghi, attraverso gli strumenti abitualmente contemplati in ambito RSU (assemblee, comunicati), probabilmente riusciremmo quantomeno ad acquisire un’opportunità di peso decisionale nei confronti dell’azienda. Siamo fermamente convinti che il mito secondo cui l’industria aeronautica presupponga la propria sopravvivenza sulle dinamiche di guerra rappresenti un pretesto e un preconcetto da rifiutare categoricamente.

L’economia globale offre oggi scenari in cui lo sviluppo di velivoli unmanned (N.d.R. “senza equipaggio”) più o meno sofisticati procede di pari passo con una richiesta sempre più ricca di impieghi civili possibili. Recentemente è stato persino confezionato uno spot pubblicitario per mostrare al mondo – sarà trasmesso durante le Olimpiadi di Cortina, di cui l’azienda è Premium Partner – quanto Leonardo sia aperta e lungimirante nell’immaginare applicazioni non militari dei propri prodotti. Perché allora non adoperarci per mostrare con chiarezza che la nostra solidità aziendale non è affatto subordinata a contratti militari segnati da ombre tanto ingombranti quanto difficili da ignorare?

Leggi il comunicato dei lavoratori Leonardo di Torino

giovedì 12 febbraio 2026

Ex Ilva, ultimatum dei sindacati a Palazzo Chigi - Che paura del governo Meloni/URSO di fronte a questo ultimatum...

Sono mesi che chiedono un tavolo che non può che essere come gli altri in cui i sindacalisti confederali e Usb "non toccano palla", per così dire - Slai cobas per il sindacato di classe 

info stampa

Ex Ilva, ultimatum dei sindacati a Chigi

Fim, Fiom e Uilm chiedono un tavolo entro febbraio: «Lo Stato sia protagonista del rilancio». Tensioni su investimenti, cassa integrazione e gestione degli impianti a Taranto

Ultimatum dei metalmeccanici al Governo sulla vertenza ex Ilva. Fim, Fiom e Uilm chiedono una convocazione a Palazzo Chigi entro la fine di febbraio, con il coinvolgimento diretto della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. In caso contrario, annunciano una mobilitazione sotto la sede del Governo.

«Ribadiamo la necessità di una convocazione a palazzo Chigi: se non ci sarà entro la fine di febbraio, siamo pronti ad autoconvocarci davanti a palazzo Chigi», hanno affermato i segretari generali di Fim, Fiom e Uilm Ferdinando Uliano, Michele De Palma e Rocco Palombella in una conferenza stampa a Roma. Per i sindacati è indispensabile «avere chiarezza» su investimenti, piano industriale e prospettive occupazionali, ritenendo «centrale» l’intervento dello Stato nel processo di rilancio.

Uliano ha parlato di una situazione «grottesca» e denuncia il mancato coinvolgimento delle organizzazioni sindacali. «Ad oggi – ha ricordato – non abbiamo una convocazione a palazzo Chigi sull’ex Ilva: è urgente e la stiamo chiedendo dal 18 novembre scorso. Non coinvolgere i sindacati è gravissimo». Il leader della Fim ha sottolineato che «il silenzio che sta accompagnando questi mesi è l’esatta rappresentazione di una difficoltà enorme da parte del governo nel concludere in maniera positiva questa vertenza» e sollecitato chiarimenti anche sulla trattativa con il fondo Flacks. «Serve un piano di rilancio industriale. Lo Stato deve farsi protagonista», ha ribadito.

Sulla stessa linea De Palma, che ha invitato la premier ad assumere direttamente il dossier. «Lo Stato si assuma la responsabilità di gestire la transizione del piano di decarbonizzazione, con la garanzia occupazionale – ha esortato il leader sindacali – e il rilancio della produzione siderurgica nel nostro Paese». E ha avvertito: «Chiudere le porte di palazzo Chigi alle lavoratrici e ai lavoratori dell’ex Ilva, essendo una questione di Stato, sia un grande errore».

Il segretario della Fiom ha insistito sulla necessità del confronto. «Non vogliamo lo scontro: noi – ha proseguito – vogliamo costruire. Ma per farlo è necessario sedersi intorno al tavolo». Quindi l’appello diretto alla presidente del Consiglio: «Prenda il dossier Ilva nelle sue mani, visto il fallimento che c’è stato fino ad oggi».

Dalla Uilm, Palombella ha richiamato la dimensione strategica della crisi. «Non si può decidere – ha sentenziato – il destino di migliaia di lavoratori e di un asset strategico per il Paese attraverso dichiarazioni a mezzo stampa». Dopo «due anni di amministrazione straordinaria» segnati da «cassa integrazione e incertezza produttiva», il sindacato chiede risposte su investimenti reali e garanzie occupazionali. «Non siamo per una statalizzazione ideologica, ma in questa fase straordinaria riteniamo indispensabile una regia piena e diretta dello Stato», ha affermato ancora Palombella.

Intanto, da Taranto arrivano segnali di forte preoccupazione. Le segreterie territoriali di Fim, Fiom, Uilm e Usb decrivono una «condizione di forte criticità su sicurezza, ambiente e occupazione» dopo l’incontro con i commissari straordinari. A fronte di 997 milioni di euro stanziati tra manutenzioni e investimenti, le sigle ritengono le risorse «non adeguate rispetto alle condizioni in cui versano gli impianti» e segnalano punte di cassa integrazione fino al 50-60% in alcune aree.

Le RSU delle Officine Centrali denunciano inoltre «modalità gestionali improntate a un’impostazione autoritaria e dittatoriale» e un «clima sempre più pesante», con decisioni sulla cassa integrazione prese «in autonomia» dai responsabili. «Il rispetto dei lavoratori non è un’opzione, è la base minima per lavorare», asseriscono.

Sul fronte ambientale, Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria ha precisato, rispondendo a una nota del senatore Mario Turco, vicepresidente del M5S, che «non è attualmente in corso alcun processo di co-incenerimento di plastiche», sostenendo che il progetto «Polymer Injection», finanziato con risorse Pnrr, riguarda interventi di decarbonizzazione.  Acciaierie d’Italia ha riferito che al progetto è stata assegnata la sigla «AF-2», «senza alcun collegamento con l’Altoforno 2 (Afo/2) ». Dunque, «la similitudine tra i due acronimi ha verosimilmente generato l’equivoco» da cui sarebbero scaturite le dichiarazioni del parlamentare.

La vertenza resta dunque aperta su più fronti – industriale, ambientale e occupazionale – mentre i sindacati attendono un segnale politico. Febbraio diventa il mese decisivo: senza convocazione, assicurano, la protesta salirà fino a Palazzo Chigi. 

Ex Ilva, no al dissequestro dell’Afo 1 - Lo Slai cobas per il sindacato di classe Taranto, al contrario degli altri sindcati confederali e non, condivide pienamente la decisione

Da Corriere di Taranto
 
Il gip Robertiello: servono altri accertamenti sull'incendio del 7 maggio 2025

Il gip del Tribunale di Taranto, Mariano Robertiello, ha rigettato l’istanza di dissequestro dell’Altoforno 1 presentata da Acciaierie d’Italia in As, ex Ilva.

La richiesta era stata discussa nell’udienza di lunedì. Nell’ordinanza il giudice ha evidenziato la necessità di mantenere l’impianto sotto sequestro per consentire ulteriori accertamenti sulle cause dell’incidente avvenuto il 7 maggio 2025. Quel giorno un incendio interessò una delle tubiere dell’impianto nelle quali transita aria calda ad alta temperatura utilizzata per la combustione del coke e l’avvio del processo di produzione della ghisa.

Dalle immagini delle telecamere interne risulta che alle 11.31 dalla tubiera 11 fuoriuscì un ingente quantitativo di gas incendiato, seguito dalla proiezione di materiale solido incandescente, con lo sviluppo di un rogo di vaste proporzioni. Secondo gli investigatori erano in corso operazioni di messa in sicurezza e spegnimento di materiale incandescente. L’evento avrebbe esposto a rischi i lavoratori presenti, sia dipendenti sia di ditte terze.

Alcuni addetti si recarono all’unità sanitaria dello stabilimento per ustioni lievi, contusioni ed escoriazioni. Gli organi tecnici hanno ipotizzato un “incidente rilevante” ai sensi del d.lgs. 105/2015, prospettando i reati di incendio colposo, getto pericoloso di cose e omessa comunicazione di incidente rilevante.

Il gip sottolinea nel provvedimento che l’altoforno 1 “costituisce, al tempo stesso, il luogo dell’evento del 7 maggio 2025, lo strumento materiale attraverso il quale l’evento si è prodotto e la principale fonte di prova per la ricostruzione delle relative cause”. La misura adottata, aggiunge, rappresenta “l’unico mezzo idoneo a preservare l’integrità della fonte di prova. Non è, pertanto, praticabile l’ipotesi di svolgere gli accertamenti residui in assenza del sequestro”.

“Secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, il sequestro probatorio – osserva ancora il gip – deve essere mantenuto ogniqualvolta il bene sottoposto a vincolo conservi una concreta, attuale e non meramente potenziale attitudine a fungere da fonte di prova”. Per questo è “sufficiente che residuino accertamenti non marginali la cui esecuzione richieda la conservazione materiale del bene nello stato in cui esso si trova. La verifica della persistenza delle esigenze probatorie non può essere condotta in termini astratti o meramente formali, ma deve essere ancorata alla concreta evoluzione dell’indagine, alla natura degli accertamenti ancora da svolgere e al grado di complessità tecnica del contesto oggetto di accertamento”.

I fascisti di CasaPound condannati giustamente a Bari sono protetti dal governo Meloni/da Fratelli d'Italia, dal MInistro Piantedosi

Oggi il Tribunale di Bari ha condannato 12 militanti di CasaPound per riorganizzazione del disciolto partito fascista e manifestazione fascista. Pene fino a 2 anni e 6 mesi, più la privazione dei diritti politici per 5 anni.

È la PRIMA VOLTA in Italia che viene riconosciuto questo reato per attivisti di CasaPound. 


I fatti risalgono al settembre 2018: un'aggressione squadrista con sfollagente, manganelli telescopici e manubri da palestra contro manifestanti antifascisti che tornavano da un corteo. Tra le vittime l'europarlamentare Eleonora Forenza.

Sette anni per arrivare a questa sentenza. Ma oggi si ribadisce un fatto chiaro: il fascismo NON è un'opinione. È un crimine. E oggi la giustizia lo conferma.

Per fortuna che c'è la Costituzione, che all'articolo XII delle disposizioni transitorie vieta la riorganizzazione del partito fascista "sotto qualsiasi forma". Una norma antifascista nata dalla Resistenza che ancora oggi ci difende.

Sindacati confederali e USB - ancora richieste sindacali e promesse aziendali che non corrispondono ai fatti e che servono solo a prendere tempo lasciando le cose come stanno

Ex Ilva: incontro tra sindacati e gestione commissariale

Le organizzazioni sindacali Fim, Fiom, Uilm e Usb hanno incontrato la gestione commissariale di Acciaierie d’Italia per discutere delle criticità relative alla sicurezza, all’ambiente e agli assetti di marcia dello stabilimento di Taranto.

Hanno richiesto un piano di spesa e investimenti manutentivi ordinario e straordinario, l’istituzione di un Coordinamento di Stabilimento per affrontare le criticità presenti nei reparti, il monitoraggio sui numeri della cassa integrazione e il rispetto della rotazione per mansioni fungibili, e una mappatura delle aziende dell’appalto che operano all’interno dello stabilimento.

L’azienda ha presentato dati sulle risorse stanziate per le attività di manutenzione e investimenti industriali, che ammontano a 997 milioni di euro a partire da febbraio 2024. Tuttavia, le organizzazioni sindacali ritengono che tali investimenti siano insufficienti rispetto alle criticità presenti nello stabilimento.

La cassa integrazione è un problema grave, con percentuali del 50-60% per le manutenzioni centrali e oltre 3000 dipendenti coinvolti nei mesi di novembre e dicembre. L’azienda ha assunto impegni sulle richieste avanzate e si è convenuto di procedere ad una successiva fase di confronto.

Palestina - due iniziative da sostenere e partecipare


 

Carcere di Melfi 21 febbraio ore 15 presidio

contro la sentenza di condanna per Anan


- Per esprimere solidarietà e vicinanza ad Anan  e a tutti i prigionieri politici palestinesi

- contro la montatura per Hannoun 

- contro la repressione del movimento palestinese e del movimento di solidarietà con la Palestina 

La resistenza non è reato, la solidarietà è un’arma non un reato! 

Liberi tutti! Palestina libera! 

 Da Taranto delegazione con mezzo collettivo 

per info e adesioni #iostoconlapalestina Taranto c/o slai cobas WA 3519575628

mercoledì 11 febbraio 2026

Lo Slai cobas condivide il NO al rigassificatore

 info stampa

Rigassificatore al molo polisettoriale, Legambiente: pericoloso e incompatibile

L’associazione ambientalista denuncia rischi industriali e incompatibilità con l’hub per l’eolico offshore

Il progetto

Il progetto

TARANTO - Il progetto di installazione di un rigassificatore alla testata del molo polisettoriale infiamma il dibattito cittadino. Legambiente Taranto esprime una netta contrarietà all’opera ritenendola incompatibile con lo sviluppo del porto come polo nazionale per l’eolico offshore galleggiante e pericolosa sotto il profilo della sicurezza.

Secondo l’associazione l’impianto occuperebbe circa il 20% dell’intera superficie del molo, sottraendo spazi operativi alle attività necessarie per la movimentazione e l’assemblaggio degli aerogeneratori. “Il progetto è incompatibile con l’individuazione del porto di Taranto quale hub per l’eolico offshore”, sostiene Legambiente, evidenziando come le operazioni di montaggio richiedano ampie aree operative e lavorazioni continue.

La criticità principale riguarderebbe la coesistenza tra lavorazioni industriali e presenza di gas metano. L’assemblaggio delle componenti delle turbine prevede infatti frequenti saldature con produzione di scintille. “Se si verificasse una fuga di metano e il vento spingesse il gas verso l’area di assemblaggio, una scintilla potrebbe innescare una grande fiammata”, avverte l’associazione, definendo elevato il rischio per lavoratori e infrastrutture.

Il porto di Taranto è stato inserito dal Governo, insieme ad Augusta, tra gli hub strategici nazionali per l’eolico offshore attraverso il decreto interministeriale 167 del 4 luglio 2025, registrato dalla Corte dei Conti il 23 settembre 2025. Il piano prevede investimenti per circa 28 milioni di euro e piena operatività tra il 2027 e il 2028, con ricadute occupazionali nella cantieristica delle energie rinnovabili e nel sistema portuale. Per Legambiente la realizzazione del rigassificatore comprometterebbe questa prospettiva di sviluppo legata alla transizione energetica e alla riduzione delle fonti fossili.

Ulteriori preoccupazioni riguardano la sicurezza della popolazione. L’associazione cita la presenza del quartiere Lido Azzurro, abitato stabilmente e frequentato d’estate, non considerato nella documentazione progettuale che indica oltre 6 chilometri di distanza dal centro abitato. In caso di incidente le conseguenze potrebbero coinvolgere lavoratori e residenti.

Nel documento vengono richiamati anche i rischi legati agli eventi climatici estremi. Un tornado classificato F3 aveva già interessato l’area anni fa, con venti tra 254 e 332 chilometri orari. “Un nuovo tornado non si può escludere e la sua traiettoria potrebbe interessare impianti a rischio di incidente rilevante con possibile effetto domino”, si legge nella nota, che segnala inoltre la presenza della base navale e di sottomarini a propulsione nucleare, considerati ulteriori fattori di rischio in caso di collisione con metaniere.

Per questi motivi Legambiente ribadisce la propria contrarietà all’opera e richiama precedenti posizioni della città contro analoghi progetti energetici. L’associazione auspica un pronunciamento chiaro del consiglio comunale e l’intervento dell’amministrazione nel procedimento di valutazione di impatto ambientale avviato a inizio febbraio.