Ex Ilva Processo Ambiente Svenduto, Slai Cobas attacca dopo l’udienza Dura
nota di Margherita Calderazzi dopo la decisione sulle perizie:
annunciati presidi e iniziative alla ripresa dell’8 settembre
TARANTO
- È durissima la presa di posizione dello Slai Cobas Taranto dopo
l’udienza del processo Ilva davanti alla Corte d’Assise di Potenza. In
una nota diffusa da Margherita Calderazzi, il sindacato contesta gli
sviluppi legati alla validità delle perizie, delle indagini e degli atti
che avevano sostenuto il processo di primo grado celebrato a Taranto. Secondo
quanto riferito dallo Slai Cobas, venerdì scorso la Corte ha respinto
solo in parte le richieste avanzate dai legali degli imputati, che
puntavano all’annullamento degli atti tecnici e investigativi. Il
rigetto, però, riguarderebbe soltanto 4 imputati, cioè Nicola Riva,
Luigi Capogrosso, Angelo Cavallo e Ivan Di Maggio. Per gli altri,
compreso Fabio Riva, quelle perizie non avrebbero invece valore, sulla
base della tesi difensiva secondo cui, al momento dell’incidente
probatorio, non risultavano iscritti nel registro degli indagati. Nella
nota Calderazzi parla di una decisione che rischia di produrre un forte
arretramento nel processo. Il pubblico ministero, viene riferito,
avrebbe chiesto una nuova perizia collegiale per fare in modo che i dati
e gli atti di indagine possano essere utilizzati nei confronti di tutti
gli imputati.
Per lo Slai Cobas non si tratta solo di un passaggio tecnico. La
vicenda, secondo il sindacato, riguarda il diritto alla giustizia per
gli operai e per gli abitanti dei quartieri colpiti dall’inquinamento. Calderazzi scrive che “ad ogni piccolo passo avanti, si rischia di avere 2 passi indietro” e denuncia un processo che, udienza dopo udienza, riceverebbe continue “picconate”. La
nota insiste sul peso sociale e umano del procedimento, legato a
centinaia di persone, ai lavoratori morti o ammalati e alle famiglie
segnate dai tumori. Secondo lo Slai Cobas, un processo di questa portata
non può essere trattato “come un processo a ladri di galline”. Calderazzi
contesta anche il ruolo delle difese degli imputati, accusate di
utilizzare questioni procedurali per rallentare il percorso giudiziario.
“Questa situazione non può essere accettata”, afferma la rappresentante
dello Slai Cobas, secondo cui il procedimento rischia di trasformarsi nella “più ingiusta ingiustizia di classe”. Nel
comunicato viene criticato in particolare il clima delle udienze a
Potenza e la libertà di intervento concessa ai difensori. Calderazzi
cita le contestazioni sull’articolo 11, sull’imparzialità dei giudici e
sul fatto che i magistrati vivessero nella stessa città inquinata,
definendo queste argomentazioni “cazzate di questo genere”. Lo Slai Cobas annuncia quindi una nuova fase di mobilitazione. “Noi dello Slai Cobas non ci stiamo a questa farsa”, si
legge nella nota. Alla ripresa del processo, prevista per l’8
settembre, il sindacato intende organizzare un presidio davanti al
Tribunale, promuovere assemblee e seguire direttamente le udienze. Calderazzi
chiama in causa anche le parti civili, sostenendo che molti avvocati
non parteciperebbero alle udienze, mentre lo Slai Cobas continua a
investire risorse, tempo ed energie nel processo. Il sindacato avverte
infine che alla ripresa sarà in discussione anche la validità dei
verbali e delle prove testimoniali acquisite nel primo grado, che i
legali degli imputati vorrebbero cancellare. “Questo non deve succedere”, conclude la nota dello Slai Cobas Taranto.
Prima ancora che si spenga la fabbrica, rischia di spegnersi una parte del lavoro che le ruota intorno. Sono 2.500 i lavoratori
dell’indotto ex Ilva per i quali Aigi ha annunciato l’avvio delle
procedure di licenziamento collettivo. È il nuovo fronte della vertenza
che oggi ha portato Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm Uil e Usb a presentarsi
insieme, nella sede dei metalmeccanici di Taranto, per chiedere di
fermare le procedure e soprattutto per sollecitare al governo una risposta sul futuro dell’acciaieria.
La conferenza stampa congiunta si è svolta
alla vigilia di due giornate decisive: l’8 settembre il confronto a
Palazzo Chigi e il 9 settembre l’udienza sulla richiesta di sospensiva
della chiusura dell’area a caldo. Due appuntamenti dai quali il sindacato
si attende una svolta, perché l’incertezza sul destino produttivo dello
stabilimento si sta già trasformando in una minaccia concreta per
l’occupazione delle aziende dell’appalto.
Il primo bersaglio delle organizzazioni
sindacali è stato proprio Aigi. «Chiediamo ad Aigi di ritirare
immediatamente i licenziamenti e di attendere l’incontro di martedì a
Palazzo Chigi», ha detto Luigi Bennardi, segretario della Uilm Taranto.
La richiesta, ha spiegato, è arrivata dopo che le organizzazioni
sindacali avevano chiesto alle associazioni datoriali di «soprassedere
con l’invio delle procedure e delle informative per il licenziamento
collettivo».
Lavoro
Aigi, invece, ha deciso di andare avanti.
Una scelta che per i sindacati rappresenta «una fuga in avanti», perché
arriva mentre il confronto istituzionale sul futuro dell’ex Ilva deve
ancora entrare nella fase decisiva.
Bennardi ha spiegato che la conferenza è
servita a «lanciare un grido d’allarme per quanto riguarda la situazione
di Taranto, che ormai è sull’orlo di una bomba sociale». Il segretario
Uilm ha richiamato anche il piano straordinario discusso al ministero
delle Imprese e del Made in Italy e ha sottolineato la necessità che la
tutela riguardi l’intera filiera. «Le organizzazioni sindacali hanno
chiesto la tutela di tutti i lavoratori: Acciaierie d’Italia, Ilva in
amministrazione straordinaria e appalto, che è la parte sempre
maggiormente esposta», ha osservato.
Il problema, dunque, non è soltanto quello
dei 2.500 posti messi a rischio. Per il sindacato il numero potrebbe
essere destinato a crescere se non verrà definito rapidamente un quadro
industriale. E proprio su questo punto Biagio Prisciano, segretario
generale della Fim Cisl Taranto-Brindisi, ha indicato l’indotto come
«l’anello più debole della catena».
Prisciano ha però chiarito che chiedere
continuità occupazionale non significa difendere il vecchio modello
produttivo. «Non siamo per mantenere il ciclo a carbone, ma per passare
dal ciclo a carbone al ciclo elettrico, attraverso forni elettrici e la
produzione di acciaio green, senza far ammalare né chi sta all’interno
della fabbrica né chi sta all’esterno», ha sottolineato.
La transizione, però, secondo la Fim deve
essere accompagnata da certezze e investimenti. «Ci devono spiegare
quello che il governo intende fare di questo stabilimento», ha detto
Prisciano, evidenziando che il futuro della fabbrica non può essere
separato da quello delle imprese che lavorano al suo interno.
E sui 2.500 licenziamenti annunciati da
Aigi ha lanciato un avvertimento: «Questo è solo l’inizio». Prisciano ha
denunciato l’assenza, a suo giudizio, di «una cabina di regia» e di
«un’assunzione di responsabilità da parte di tutte le istituzioni, di
tutta la politica».
Per il segretario della Fim servono «la
messa in sicurezza dei lavoratori», strumenti straordinari e soprattutto
«una clausola sociale di salvaguardia per i lavoratori dell’appalto e
dell’indotto». Senza questi interventi, ha aggiunto, «continueremo ad
accumulare problemi». E il rischio è che «a pagare le conseguenze siano
poi i lavoratori».
Il tempo, intanto, corre anche sul fronte
produttivo. Francesco Brigati, segretario generale della Fiom Taranto e
Puglia, ha sottolineato che la questione giudiziaria non può essere
considerata separatamente dalle condizioni concrete dello stabilimento.
«Anche in caso di sospensiva lo stabilimento rischia di chiudere», ha
detto.
Brigati ha osservato che «non ci sono
risorse finanziarie affinché, se dovesse determinarsi la sospensiva
rispetto a quanto è stato deciso dalla Corte d’Appello di Milano,
comunque lo stabilimento possa continuare». E ha posto l’accento sulla
disponibilità di materie prime: «Non sono in arrivo navi di minerali
nelle prossime settimane, nei prossimi mesi».
Secondo il segretario Fiom, la situazione
potrebbe consentire di andare avanti soltanto «entro la fine del mese e i
primi di ottobre». Un orizzonte temporale che rende ancora più urgente,
secondo il sindacato, una decisione politica.
«Il governo più longevo della storia
repubblicana aveva la possibilità di intervenire e aveva cinque anni per
poter programmare il futuro dell’ex Ilva e non lo ha fatto», ha
accusato Brigati. E ha respinto l’idea di attribuire alla magistratura
la responsabilità dell’attuale situazione: «Credo che ci sia una
responsabilità molto grande da parte del governo perché, in presenza di
una condizione di quel tipo, comunque stanno decidendo».
Il segretario Fiom ha ricordato inoltre
che il tema dell’indotto era già emerso con forza nello sciopero del 3
agosto. «La procedura di licenziamento collettivo che riguarderebbe
2.500 lavoratori dell’indotto, paventata da Aigi, è qualcosa che avevamo
già annunciato», ha spiegato. Per la Fiom, quindi, quello che sta
accadendo non è un episodio isolato, ma l’effetto di una crisi
industriale che rischia di propagarsi ben oltre i cancelli
dell’acciaieria.
Anche l’Usb ha chiesto che il vertice di
Roma produca risposte concrete. Rizzo ha indicato come priorità «le
garanzie per i lavoratori, che devono essere garanzie concrete». Il dato
dei 2.500 licenziamenti, ha sottolineato, «è un elemento che rischia di
innescare un’escalation sociale molto complicata da gestire».
Rizzo ha inoltre contestato l’ipotesi di
una continuità limitata alla sola area a freddo. «Mantenere la sola area
a freddo in uno stabilimento a ciclo integrale è un controsenso», ha
osservato, ricordando la necessità di grandi quantitativi di bramme. Per
questo, ha aggiunto, quella prospettiva appare «più uno specchietto per
dare una speranza che in realtà in questo momento non abbiamo».
Alla fine, le quattro organizzazioni hanno
consegnato un messaggio unitario: fermare i licenziamenti dell’indotto e
arrivare al tavolo del governo con una prospettiva industriale precisa.
«Servono decisioni chiare e definitive sul futuro di migliaia di
lavoratori di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria,
dell’Ilva in amministrazione straordinaria e dell’indotto», hanno
ribadito
Una richiesta che, dopo le settimane dei
Giochi del Mediterraneo, assume anche un valore simbolico per la città.
«Taranto ha dimostrato di saper fare squadra, ora Governo, istituzioni e
imprese devono dimostrare di saper fare squadra per difendere i
lavoratori e il lavoro», hanno affermato i sindacati. Poi la chiosa: «I
Giochi del Mediterraneo sono finiti. Adesso basta giochi sulla pelle dei
lavoratori
Da Antenna sud: Attimi di tensione a Taranto per la giornata europea della cultura ebraica: un gruppo di manifestanti ha protestato contro il convegno.
Il coordinamento Grottaglie per la Palestina giudica l'iniziativa che si terrà domani, domenica 6 settembre, presso la biblioteca comunale "Acclavio" di Taranto nell'ambito della giornata europea della cultura ebraica e intitolata "love-amore", provocatoria e un oltraggio verso il genocidio in corso in Palestina da parte dello Stato sionista d'Israele. L'iniziativa è promossa e dall'Unione delle comunità ebraiche in Italia e organizzata dalla sezione tarantina della Comunità ebraica di Napoli che non hanno mai preso posizione contro lo sterminio di decine di migliaia di palestinesi da parte delle forze armate israeliane, anzi hanno condannato anche quei seppur flebili atti istituzionali che chiedevano di interrompere anche solo parzialmente i rapporti con Israele , come accaduto l'anno scorso in occasione del voto di un ordine del giorno nel consiglio comunale di Napoli . In realtà queste iniziative, fatte passare come culturali, servono a normalizzare le criminali politiche genocide dello stato d'Israele e a fornire al governo sionista israeliano quel supporto culturale e politico che viene messo in discussione dalla grande mobilitazione internazionale di solidarietà col popolo palestinese . Per quanto ci riguarda saremo presenti all'iniziativa per denunciare quanto sia vergognoso richiamare il valore dell'amore volutamente ignorando l'oppressione imposta ai e alle palestinesi da sempre dallo stato sionista d'Israele . Noi continueremo a combattere in ogni modo e in ogni sede il sionismo in tutte le sue forme, da quelle più barbare, come il massacro sotto gli occhi del mondo di decine di migliaia di palestinesi , a quelle più subdole, come quelle fatte passare come innocenti iniziative culturali.
Bari - una manifestazione con buona partecipazione, 2000 certi, con buona combattività e condivisione e molti giovani. Sin dal concentramento pulmino nostro addobbato di cui abbiamo imposto il passaggio e presenza alle forze di polizia, striscione e locandine con intensi slogan e speakeraggi con buon seguito. Poi la manifestazione è partita e i mass media sono concentrati essenzialmente sulla testa.
Alla testa del corteo una dialettica con momenti di discussione ha sostanzialmente tenuto fermo il corteo a lungo - due posizioni: una ha insistito perché ci concedessero un pezzo ulteriore di corteo oltre il percorso imposto da Governo e Questura - cosa giusta, ma giocata troppo presto su una linea trattativista; l'altra ha subito sollevato il tema del fermo avvenuto in stazione di 3 compagni a cui se ne sono aggiunti altri 5 - la richiesta di liberazione dei compagni era giusta e necessaria ma non doveva diventare subito il centro dello scontro rispetto all'obiettivo reale che avremmo dovuto avere: arrivare al più presto al limite del divieto ingiusto e illegale e forzare, costi quello che costi, il divieto guastando la festa alla Meloni e spostando l'attenzione di tutti sulla manifestazione dell'opposizione antagonista alla Meloni.
Noi volevamo questo.
Durante tutto il corteo sono continuati i nostri interventi, slogan nella zona dove eravamo presenti e dove c'era una presenza più popolare, interventi e slogan molto sostenuti da parte dei manifestanti.
Gli interventi dal camion, sono stati spesso identitari e autocentrati rispetto alla centralità dello scontro politico necessario in questa giornata dove si autocelebrava il governo; altri compagni hanno assunto toni elettoralisti anti campo largo e con critiche alla Meloni perché falso sovranista - mai pronunciata la parola imperialismo. Buona la denuncia di tutti su Palestina, guerra e repressione e i richiami alle questioni sociali proletarie e popolari, vedi carovita, spese sociali, licenziamenti in arrivo all'indotto ex Ilva Taranto - assenti invece nella manifestazione i migranti e la questione migranti negli interventi.
Quando si è arrivati al limite blindato del corteo, naturalmente lontano dal porto dove c'era la Meloni, noi ci siamo spostati avanti con striscione e bandiere, in prima linea davanti agli scudi polizieschi - vi è stata una lunga, defatigante trattativa per ottenere la messa in libertà dei compagni fermati - alcune aree sono andate via. Noi siamo stati fino alla fine del fronteggiamento e poi il corteo e' ripartito in direzione stazione - perché presso la Polfer vi erano ancora compagni in attesa di messa in libertà reale - i compagni sono stati poi rilasciati
La manifestazione è riuscita nei numeri e nella rappresentatività possibile, meno nell'obiettivo politico che si doveva cercare di raggiungere - Noi abbiamo fatto la nostra parte fino in fondo - ma sulla manifestazione e le sue lezioni dovremo ritornare nei prossimi giorni.
Dai compagni/e proletari comunisti e Slai cobas presenti