venerdì 15 maggio 2026

ORE 12 Controinformazione rossoperaia - Taranto migrante e antirazzista riempie la piazza del vile assassinio di Bakari

  

La grande emozionante manifestazione che ha riempito tutta piazza Fontana ieri per Bakary Sacko - solidarietà rabbia antirazzista antifascista giustizia - speranza e continuazione della lotta

Combattere il governo fascista/razzista - combattere i fascisti/razzisti tra le masse

Come il fascismo "vecchio" ha dimostrato, i governi, il governo Meloni fascista, sono i mandanti, sono gli autori politici, materiali, ideologici, culturali dei moderni fascisti, razzisti e delle loro azioni; sono i nemici da combattere e da rovesciare, insieme a tutto il loro apparato repressivo, Stato, Forze dell'ordine..., da rovesciare con la resistenza armata e oggi con una "nuova resistenza".

Nello stesso tempo dobbiamo combattere - e oggi è sempre più necessario - il fascismo/razzismo dal basso, tra le persone, tra i giovani, che siano organizzati o no.

Questi sono protagonisti pericolosi sia di feroci atti razzisti/fascisti, che possono portare anche ad uccidere, l'immigrato, il compagno, l'antifascista - come è successo a Taranto - sia portatori di nere ideologie, concezioni che penetrano tra la gente. 

I giovani non sono una categoria unitaria, tra i giovani (come tra le donne) ci sono le classi, c'è il sottoproletariato, c'è la piccola e media borghesia reazionaria; quando parliamo di giovani, nel bene e nel male, dobbiamo dire quali giovani. 

Nè i giovani vanno visti come passivi o subordinati della famiglia, dei social, della scuola, ecc., calcare troppo su questo porta di fatto a giustificare le azioni fasciste/razziste di certi giovani.

Famiglia, social, scuola sono essi stessi interni al sistema di classe e all'ideologia bastarda dominante, non possono agire diversamente da come agiscono; in essi e contro di essi va fatta la lotta; anch'essi devono essere "rovesciati" per essere nel socialismo trasformati - E sono pietosi, quanto inutili gli appelli affinchè la scuola, la famiglia educhino i giovani...

I giovani fascisti, razzisti vanno combattuti! Senza se e senza ma.

Il fascismo, nella sua influenza, nel tenere in mano ogni mezzo di comunicazione, nell'imbarbarimento della cultura, dell'istruzione, porta inevitabilmente ad uno scontro tra le masse, Per questo nel fascismo, nella guerra imperialista è inevitabile, ci deve essere, una guerra civile.  

Sabato siamo a Milano per la manifestazione nazionale per la Palestina - il 29 maggio sciopero e manifestazione a Taranto

giovedì 14 maggio 2026

Da ORE 12 Controinformazione rossoperaia - Sull'omicidio razzista del bracciante maliano - Oggi presidio in Piazza Fontana ore 17,30

Un odioso crimine razzista è avvenuto a Taranto. Un bracciante maliano è stato brutalmente aggredito e colpito con un oggetto appuntito che ne ha provocato la morte. Gli autori di questo pestaggio assassino sono stati alcuni giovanissimi, insieme ad altri due che giovanissimi non erano.

E' avvenuto nel cuore di Città Vecchia, in Piazza Fontana. Ed è avvenuto dopo che gli stessi avevano molestato un altro migrante. In questa alba tragica è morto Bakari Sako. Un operaio che aveva fatto anche il cameriere che ora lavorava nelle campagne di Massafra.

E' l'ennesimo frutto di aggressioni di stampo razzista che avvengono in Italia.

Su questo occorre dire subito due cose.

La prima questione è il tentativo di oscurare la matrice razzista. Il Consiglio Comunale ha fatto un lungo documento dove la parola razzismo non viene mai pronunciata. Quando è evidente a tutti che è il carattere razzista che ha portato all'aggressione.

Il razzismo non è un'opinione, è un crimine e come tale va considerato. E questo tipo di aggressioni sono diventate frequenti e usuali in diverse città italiane e in diverse occasioni. E in più di un'occasione hanno provocato la morte.

Queste uccisioni vengono fatte con coscienza chiara di stampo fascista e razzista. Il giornale La Stampa, proprio il giorno precedente in cui questo è avvenuto l’assassinio di Bakari aveva censito in un articolo le ronde nere. E aveva documentato l'esistenza di una serie di gruppi di questa natura che vi sono in tutto il paese che portano avanti aggressioni che hanno toccato città come Verona, come Catanzaro. Così come sono frequenti sono a Roma e altrettanto numerose a Bologna, a Milano.

Vi sono forze politiche di esterna destra nazifasciste che organizzano volutamente questo tipo di azioni. Appoggiate sostanzialmente dai leghisti e dal partito della Presidente del Consiglio. Fratelli d'Italia. L'episodio di Taranto è particolarmente atroce perché riguarda una situazione che colpisce lavoratori che già fanno una vita grama, supersfruttati nelle campagne, nei posti di lavoro, e che cercano in qualche maniera, dopo essere arrivati in Italia in mille modi, compreso i barconi e aver visto molto spesso i loro fratelli perire in mare, di arrivare in alcune città. Qui cercano lavoro e trovano sfruttamento, razzismo, discriminazione. Una vita impossibile in case fatiscenti, e per di più col rischio di essere aggrediti e colpiti da leggi razziste che questo governo fa.

Dobbiamo combattere questo tipo di situazione innanzitutto attraverso un lavoro di organizzazione dei braccianti. Cosa molto difficile perché ai braccianti va data innanzitutto la possibilità di rispondere collettivamente ai problemi del lavoro e della casa, alle condizioni di vita inaccettabili, così come ai piani di espulsione che a getto continuo i governi fanno e il governo Meloni è sicuramente in prima linea in tutto questo.

Però, tutto questo non è sufficiente se non si tiene conto che viene diffuso a piene mani il razzismo ideologico, politico, culturale di Stato e viene diffuso dai governi con le loro leggi da Trump alla Meloni. In questo paese sull'immigrazione si consumano e si realizzano le fortune elettorali di molti dei parlamentari ed è sull'immigrazione e sulla campagna razzista che si basa in tutta Europa una parte significativa dell'ascesa delle forze reazionarie fasciste.

Da questo bisogna partire. Il tentativo di riempirsi la bocca di sociologia, di piani educativi verso giovani deviati, è solo fumo; il fenomeno di baby gang è del tutto secondario di fronte al fatto che esiste un sistema, esiste un governo, uno Stato, esistono delle leggi, esiste un modo di sviluppare le campagne anti-immigrati che evidentemente semina a piene mani il razzismo sociale e pratico.

Domani ci sarà una manifestazione a Taranto nel luogo in cui l'assassinio è avvenuto.

Proletari comunisti e lo Slai cobas ci saranno per portare innanzitutto una voce di solidarietà alla comunità maliana che si è immediatamente mobilitata e per offrire il massimo di solidarietà e assistenza ai migranti di questa città, di cui in altre occasioni abbiamo organizzato la lotta.

Abbiamo permesso che ottenessero dei permessi di soggiorno o permessi umanitari provvisori, i documenti, ecc. Lo abbiamo fatto di fronte alla grande ondata dei migranti di Manduria che arrivò nella nostra città e fu protagonista anche di una rivolta nel ghetto in cui erano stati portati; l'abbiamo fatto con la grande lotta di migranti di diversa nazionalità che abbiamo organizzato in più riprese a Taranto. Così come evidentemente siamo sempre stati solidali e vicini alle associazioni che si sono realmente occupate dei migranti, come la Babele, e invece denunciato, contrastato speculatori e associazioni che usavano i migranti per avere soldi dallo Stato.

Ma ora bisogna stare sul pezzo, cioè andare a fondo sul fatto che si è creato in città vecchia e smascherare uno per uno i discorsi ipocriti che su questo vengono fatti combattendo il razzismo ideologico, politico e culturale, in particolare su tre questioni.

Il tentativo della giunta comunale di trasformare tutto in un problema di sicurezza e polizia portando avanti una campagna di militarizzazione della città e di aumento delle forze dell'ordine. Questa è una campagna indegna che noi combattiamo e contrastiamo. Non è di più polizia che hanno bisogno i quartieri, quartieri dove è presente una parte rilevante di popolazione povera, di giovani senza lavoro, che non riescono ad andare a scuola e spesso interni a pratiche di microcriminalità.

Invece che lavoro, casa, salute, reddito, invece che soluzione dei problemi sociali, le amministrazioni comunali oppongono una politica di “sicurezza”, di più polizia, mentre sprecano il denaro pubblico in grandi eventi, in una trasformazione e gentrificazione dei quartieri poveri. E Città Vecchia è un esempio visibile.

Ecco, bisogna contrastare questa linea e questa prassi.

Così come bisogna andare più a fondo nell'analisi della situazione sia delle comunità migranti in questa città, sia dell'universo dei giovani, che in questo caso giovanissimi, sono stati protagonisti di questo odioso crimine.

Su questo interverremo nel presidio/Assemblea del 14/5 e nelle ulteriori occasioni, e svilupperemo uno per uno questi argomenti anche con nuove trasmissioni a ORE 12.

Ora, come ora, stringiamoci intorno a Sako, che ha perso la vita per un odioso crimine razzista, in uno stato imperialista con un governo razzista.

Un intervento sull'assassinio di Bakari Sako - Il bar complice

Stamattina, io con un’altra compagna dello Slai cobas siamo andati in Città Vecchia ad attaccare delle locandine sull’omicidio di Sako Bakari, che io definirei di Stato, perché i “ragazzini”, così chiamati per sminuire quello che è successo, sono esecutori, ma il mandante è lo Stato con le sue campagne, con la narrazione che ne fa il governo che criminalizzano l'extra comunitario, il profugo, l'uomo di colore.

Quindi siamo andate ad attaccare il manifesto su Saku a Piazza Fontana e ci siamo fermate proprio dove è stato ucciso. C'erano dei fiori, c'erano delle lettere appese.

Proprio lì di fronte c'è il bar, il bar dove Sako si era rifugiato prima di essere finito a colpi di cacciavite. Vicino dove erano questi fiori e questi bigliettini c'erano due persone e ho chiesto se quello fosse il bar dove Sako si era rifugiato dopo essere stato picchiato, perché prima è stato picchiato e poi è stato finito a colpi di cacciavite. E una di queste due persone ha detto: “sì, è quello il bar di quel cesso”.

Quindi siamo entrate nel bar. Ho visto il tipo dietro al bancone, che si è un po' agitato però è rimasto in silenzio. C'era un ragazzo di colore appoggiato all'interno del bar, un piccolo bar, e gli ho chiesto se lui fosse un cliente abituale di lì e lui ha risposto sì. Poi quando io gli ho chiesto se era a conoscenza di quello che era successo, se sapeva qualche cosa, l'ho visto un po' in soggezione, ho visto lo sguardo di quello che stava dietro al bancone, probabilmente il proprietario del bar, insomma il ragazzo è stato intimorito da quello sguardo e ha risposto che non parlava italiano. Poi c'è stato subito un vociare all'interno del bar; c'erano molte presenze abbastanza ambigue che infatti si sono pronunciate a favore di ciò che ha detto uno che stava bevendo un aperitivo o roba del genere; questi ha cominciato a dire che la colpa è della Meloni perché la Meloni doveva chiudere le frontiere, doveva chiudere i porti, che dovevano morire tutti annegati, che se l'è cercata…

Allora io gli ho risposto come andava risposto a ciò stava “vomitando”; denunciando che il ragazzo, Sako, era entrato nel bar a cercare protezione, a cercare rifugio, ma da questo bar era stato cacciato, e probabilmente chi stava nel bar non ha neanche chiamato l'autoambulanza non ha neanche chiamato carabinieri, non ha chiamato nessuno per intervenire. Il ragazzo è dovuto uscire e dopodiché è stato accoltellato.

Quindi da parte di questo bar c'è stata una vera e propria omissione di soccorso, anzi, secondo me, vi è stato un vero e proprio atto di complicità e di vigliaccheria, ma più che altro di complicità perché secondo me non è stata semplicemente una questione di non voler essere implicati, coinvolti, no è stato un vero e proprio atto di complicità, in quanto quelli che erano là si sono tutti espressi appoggiando ciò che aveva detto quella persona: che devono rimanere a casa loro, che i porti devono essere bloccati e quindi i migranti devono morire o annegati o uccisi come è successo a Sako.

Non so se a carico di questo bar sia stato inoltrata una denuncia; però penso che il proprietario abbia una buona protezione, perché all'interno c'è una bella cricca di malavita che ha vari legami, vari agganci.

Questo è molto importante per far capire il clima che c'è intorno a ciò che è successo. E’ importante non solo a livello locale ma anche a livello nazionale sulla questione degli immigrati. Perché ne abbiamo viste tante: abbiamo visto la polizia, i carabinieri protetti, elogiati per i loro crimini, ricordiamoci di Rogoredo, di Cinturrino, poi ricordiamoci di Ramy, ricordiamoci dell'emigrato a Verona, credo fosse un rifugiato politico, che è stato ammazzato con vari colpi di pistola dalla polizia ferroviaria.

Ora qui a Taranto alcuni la stanno buttando in caciara, stanno spostando tutto sul livello di degrado, o sul livello della giustificazione sociologica, quando invece qui il discorso è politico, sembra essere tornati ai tempi del Ku Klux Klan, c'è in alto una campagna vera e propria di razzismo per sigillare l'idea della suprematismo bianco, della razza superiore. Razza superiore che non ha bisogno di un'età, non è che solo perché questi che hanno ucciso Sako sono minorenni, va sminuito il fatto; perché è una questione non di età ma di cultura, cioè la cultura dell'uomo bianco che usa la sua violenza e la sua intimidazione contro chiunque non sia dello stesso colore della sua pelle. E non c'è neanche bisogno di tuniche e cappucci bianchi. Sono dei virus delle varie campagne di caccia all'immigrato, di caccia al profugo, delinquente, stupratore; c'è tutta una narrazione indecente sul blocco dei porti, sul respingimento, c'è tutto quello che ha fatto eleggere la fascista Meloni e quindi c'è una campagna, una narrazione falsa e utilitarista che ha fatto presa.

Questo che è successo a Taranto è frutto di questo odio razziale, odio portato avanti dal governo, ma sotto per sotto anche da un arco parlamentare che si riempie la bocca di discorsi sulla sicurezza, sui quartieri che vanno difesi e quindi vanno militarizzati, con la scusa della droga; e così si creano sempre più zone rosse, si vuole militarizzare la città. Mesi fa il sindaco di Taranto, Bitetti, aveva appunto chiesto al Ministro Piantedosi un maggior numero di presenze in divisa sul territorio, maggior numero di vigili urbani, maggior numero di polizia, maggior numero di carabinieri, e anche strade e quartieri presidiati - e guarda caso, i quartieri sono sempre quelli che riscontrano una presenza di un ceto sociale debole, un ceto sociale anche adescato dalla malavita perché “la malavita ti protegge e ti sostiene, ti garantisce la difesa; lo stato non ti difende, ti difende la malavita, ti dà i mezzi per guadagnarti la giornata, ecc; quindi luoghi di manovalanza e di adescamento da parte della mala pesante che abbiamo a Taranto e che è protetta.

Non mi dilungo ma quello che abbiamo sentito e visto stamattina secondo me è molto importante perché è una sorta di “cartina tornasole” della realtà, di quello che è una parte dell'opinione pubblica, dell'impunità che è garantita a chi usa la violenza e l'omicidio contro l'uomo di colore, l'immigrato, con l’idea che se lo fanno i carabinieri, i poliziotti, figuriamoci se non lo possono fare dei ragazzi.

Ma questi non sono band, baby gang, non funziona questa copertura, perché diventa un alibi a un discorso molto più politico.

Raffaella


Cosa succede da dove Bakary Sacko veniva - per contribuire a capire perchè dobbiamo essere con lui e i suoi fratelli e combattere con tutte le forze la merda locale e nazionale che lo ha ucciso

Offensiva in Mali: una guerra di portata senza precedenti dal 2013. Intervento di Said Bouamama

Pubblichiamo la traduzione e trascrizione di un’interessante intervento di Said Bouamama sui recenti attacchi in Mali.

Oltre a restituire un quadro generale degli eventi, scarsamente coperti dai media italiani, Said è in grado di inquadrare in maniera puntuale gli interessi imperialisti e coloniali della Francia, e non solo, nei recenti fatti. Quello che è stato messo in campo è il contrappasso militare, o la “punizione” verso gli stati africani che negli anni scorsi hanno allontanato la presenza francese dal territorio. L’intervento coloniale viene giustificato con la solita retorica pelosa della mancanza di diritti civili e libertà, mentre si finanziano e supportano attivamente formazioni reazionarie e criminali pronte a trasformare i territori in una spirale di violenza settaria.

L’intervento è tratto dalla trasmissione Il mondo dal basso redatta dal canale Youtube di Investig’Action

Buongiorno e benvenuti a questa nuova edizione di «Il mondo visto dal basso», che, come suggerisce il nome, cerca di interpretare l’attualità dal punto di vista delle classi popolari. La nostra rubrica è dedicata alla situazione in Mali dopo l’attacco militare su larga scala sferrato lo scorso 25 aprile da un’alleanza tra separatisti tuareg e dieci jihadisti.

Nella notte tra il 24 e il 25 aprile 2026, in Mali si è svolto un attacco di portata e organizzazione senza precedenti dal 2013, su un fronte di oltre 1000 km. È senza precedenti nella sua organizzazione perché è condotto congiuntamente da un’alleanza che vede da un lato i separatisti tuareg del Fronte di Liberazione dell’Azawad, il FLA e dall’altro, i cosiddetti jihadisti del Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani, il GSIM o in arabo JNIM. Un’organizzazione nata nel 2017 dalla fusione del gruppo terroristico Ansardin e di Al-Qaeda nel Maghreb islamico. Come le organizzazioni fondatrici, il JNIM non ha assolutamente nulla a che vedere con l’Islam. Quest’ultimo, viene considerato solo come uno strumento di destabilizzazione e balcanizzazione della nazione maliana. Lo stesso vale per il FLA, che strumentalizza anch’esso la questione tuareg — che è una questione interna al Mali — per perseguire gli stessi obiettivi di destabilizzazione e balcanizzazione.

L’attacco del 25 aprile è senza precedenti anche per la sua portata, poiché riunisce più di 10.000 combattenti motorizzati dotati di un arsenale consistente e che indossano l’uniforme dell’esercito maliano, che attaccano simultaneamente nella stessa direzione, su un territorio di oltre 1.000 km. L’armamento utilizzato comprende droni e missili antiaerei, il che indica un’indubbia assistenza esterna. Bisogna risalire al 2013 per trovare un’offensiva di questa portata, che all’epoca servì da pretesto per l’operazione militare francese “Serval”. I punti in comune con il 2013 sono del resto numerosi. La strategia sottostante è infatti la stessa, ovvero provocare un crollo del potere centrale, nel peggiore dei casi, o una richiesta disperata di un intervento militare occidentale. Lo confermano i numerosi commenti mediatici e politici che hanno accompagnato l’offensiva terroristica sui principali media occidentali.Insistono ripetutamente sul presunto fallimento dell’alleanza militare con la Russia, suggerendo così la necessità per il Mali di un cambio di alleanze e di un ritorno sotto l’egida francese.

La presenza di consiglieri militari ucraini a fianco delle truppe terroristiche conferma questa dimensione internazionale della guerra in Mali. Dopo settimane di combattimenti, questi obiettivi di guerra non sono stati raggiunti. Sul piano militare, l’esercito nazionale maliano e le forze militari russe alleate dell’Africa Korps hanno ripreso l’offensiva. Il governo maliano non è crollato e la coesione nazionale non è andata in frantumi. Il secondo obiettivo della guerra dei terroristi era infatti quello di suscitare il panico tra la popolazione affinché si rivoltasse contro il proprio governo. Ne è testimonianza l’annuncio, il 28 aprile, di un blocco di Bamako e l’istituzione di posti di blocco a tal fine sulla maggior parte delle principali arterie che collegano la capitale al resto del paese.

Il giornalista Antoine Glacerseur, autore di un libro dal titolo eloquente, “Arrogante come un francese in Africa”, riassume così gli obiettivi ambigui dell’offesnsiva. Cito: «Lo scenario più probabile è una pressione sull’approvvigionamento della capitale, dove vivono più di 4 milioni di persone. Penso che il loro obiettivo sia quello di spingere la popolazione a rivoltarsi contro il potere e di appoggiarsi alle forze politiche e civili. Il comunicato degli assalitori che accompagna il blocco conferma: “Chiediamo a tutti i patrioti sinceri, senza alcuna distinzione, di alzarsi e di unirsi alle nostre forze con l’obiettivo di una transizione pacifica e inclusiva, di cui una delle priorità essenziali sarà l’istituzione della sharia”».

Un’offensiva di tale portata, con un armamento così sofisticato, con tali obiettivi di guerra, la presenza di consiglieri militari ucraini e così via. Tutti questi elementi confermano l’esistenza di un sostegno esterno da un lato e di una dimensione internazionale della guerra dall’altro.

Sebbene l’esercito maliano sia stato costretto a ritirarsi dalle città strategiche di Kidal e Thessalite, gli obiettivi bellici non sono stati raggiunti e l’attacco può ora essere considerato, nel complesso, fallito. Lo stesso vale per il blocco, che è ben lungi dal riuscire a soffocare la capitale, come dimostra il passaggio di una colonna di 800 autocisterne sotto la protezione via terra e aerea dell’esercito maliano venerdì 1° maggio. Nonostante questo fallimento, la copertura mediatica dei grandi media occidentali, e in particolare di quelli francesi, sottolinea la logica neocoloniale dominante delle analisi che vengono portate avanti. Questa copertura mediatica comprende ovviamente il ricorso a numerosi esperti autoproclamati, il cui primo punto in comune è quello di decontestualizzare la situazione.

Nessuno di loro pensa, ad esempio, a ricollocare la situazione attuale nel suo contesto storico. Nessuno pensa, ad esempio, a ricordare che la situazione attuale in Mali è il risultato di molti anni di interventi dell’ONU e della Francia che, seguendo una logica da «pompieri piromani», hanno finito per rafforzare i gruppi militari destabilizzatori e balcanizzatori. Allo stesso modo, c’è un silenzio totale sulle cause internazionali del conflitto e sull’importanza strategica di questa regione, in particolare per la Francia. La dimensione internazionale viene menzionata solo per sottolineare un pseudo-fallimento russo che non è altro che la ripresa del discorso ufficiale francese che annuncia una catastrofe militare dopo la decisione di Mali, Burkina Faso e Niger di porre fine alla presenza dell’esercito francese sul loro territorio.

Nessun esperto pensa inoltre di mettere in discussione la logistica messa in atto durante quell’attacco, che viene sintetizzata, come è noto, dall’attivista maliano Cheir Omar Dialo in un articolo pubblicato sul quotidiano online Mondeafrique il 4 maggio 2026. Cito: «La logistica di un attacco che ha coinvolto circa 12.000 uomini il 25 aprile solleva interrogativi: una tale massa non può ragionevolmente essersi costituita esclusivamente sul territorio maliano, data la costante pressione militare esercitata dalle forze armate maliane. Ciò presuppone flussi regionali, punti di rifornimento e potenzialmente sostegni esterni. Un argomento che, in tutta onestà, dovrebbe essere oggetto di un’indagine giornalistica. Eppure, nessuno lo dice.» Infine, sottolinea anche Dialo che il fallimento dell’operazione di destabilizzazione della popolazione tramite la forza militare e l’istituzione del blocco è passato completamente inosservato. Cito: «Nessun ospite per ricordare il profondo shock dei maliani di fronte agli attacchi contro i fedeli musulmani che si recavano alla preghiera all’OB. Una violenza che va oltre il contesto militare e colpisce il cuore del tessuto sociale. Nessuno sottolinea nemmeno che, lungi dal disorganizzare il Paese, questi attacchi hanno potuto rafforzare la coesione nazionale e che, di conseguenza, lasciare che queste dinamiche terroristiche persistano potrebbe aprire la strada a forme di conflittualità interna ed esterna ben più ampie.»

Parallelamente a questa copertura mediatica riduttiva, circolano numerose fake news volte a presentare l’Algeria come il vero istigatore dell’offensiva terroristica. L’obiettivo è quello di sfruttare i profondi disaccordi strategici tra i due paesi per impedire qualsiasi riavvicinamento. Così, una di queste false notizie diffuse sui social network mostra una folla di soldati e blindati che marciano nel deserto con didascalie del tipo: «Viva le FEMAS! 300.000 soldati maliani verso il confine con l’Algeria». Abbiamo volutamente mantenuto gli errori ortografici. Le immagini presentate sono in realtà quelle di un’esercitazione dell’esercito nazionale libico risalente all’ottobre 2021. Un’altra fake news mostra un veicolo militare in fiamme, ma come didascalia, cito: «17 soldati dell’esercito algerino uccisi da un drone maliano». Anche in questo caso, le immagini non riguardano né il Mali né l’Algeria. Si tratta di un incidente avvenuto durante il rally Africa Ecorace che collega Tangeri a Dakar e risale al gennaio 2026. Impedire qualsiasi avvicinamento tra il Mali e l’Algeria, sulla scia di quelli che si sono concretizzati tra l’Algeria e il Burkina Faso da un lato e tra l’Algeria e il Niger dall’altro, è il vero obiettivo di queste fake news.

Basta dare un’occhiata alla mappa della regione per rendersi conto che non è possibile alcuna stabilità né sicurezza duratura nella zona senza la cooperazione tra questi paesi. Mentre la storia e la geografia chiamano a una comunità di destino, gli interessi delle potenze straniere nella regione hanno invece bisogno di divisioni e guerre fratricide. Ci troviamo ancora di fronte al famoso «divide et impera».

La conoscenza è un’arma e inizia con la capacità di informarsi. Speriamo che la nostra trasmissione abbia dato il suo contributo a questa informazione civica necessaria e urgente. Non esitate a inviarci argomenti di attualità che vorreste vedere trattati nella nostra trasmissione. Saranno trattati non appena un fatto di attualità ad essi collegato ci permetterà di tornarci sopra. Vi diamo appuntamento tra qualche giorno per una nuova puntata de «Il mondo visto dal basso».