lunedì 9 febbraio 2026

UNO STATO CHE SI FA REGIME - Una analisi/commento dell'Avvocata Antonietta Ricci - lo slai cobas invita i lavoratori e cittadini a leggere e far circolare

UNO STATO CHE SI FA REGIME: sorveglianza e polizia, queste le nuove direttive.


Una analisi/commento dell'Avvocata Antonietta Ricci

Il Consiglio dei Ministri in data 5 febbraio 2026, ha approvato:

– un decreto-legge che introduce disposizioni urgenti in materia di sicurezza pubblica, di attività di indagine dell’autorità giudiziaria in presenza di cause di giustificazione, di funzionalità delle Forze di polizia e del Ministero dell’interno, nonché di immigrazione e protezione internazionale;

– un disegno di legge che introduce disposizioni in materia di sicurezza e per la prevenzione del disagio giovanile, nonché di ordinamento, organizzazione e funzionamento delle forze di polizia e del Ministero dell’interno.

È bene ricordare che si tratta solo dell’ultimo di una serie impressionante di «Decreti sicurezza» proposti e adottati dal governo Meloni. La filosofia securitaria e autoritaria che regge il governo Meloni si è palesata sin da subito con il primo decreto della neonata maggioranza, quello «anti-rave party» (DL 162/2022, convertito in l. 199/2022), contro l’organizzazione definita illegale di raduni musicali organizzati da gruppi di giovani. Quindi il Decreto Cutro (DL 20/2023, convertito in l. 50/2023), dopo il tragico naufragio, con la morte di almeno 180 persone migranti, per inasprire le pene contro gli scafisti, contrastare l’immigrazione irregolare, regolare i flussi migratori. Poi ecco il Decreto Caivano (DL 123/2023, convertito in l. 159/2023), in seguito all’odioso stupro di due giovanissime adolescenti ad opera di alcuni minorenni, adottato per contrastare la criminalità giovanile. Per giungere al DL 48/2025 (convertito in l. 80/2025), il principale decreto in tema di sicurezza, che ha introdotto una dozzina di nuovi reati, inasprendone altri, in tema di sicurezza, carceri e istituti detentivi, punendo anche la resistenza passiva.

Fino ad arrivare all’attuale decreto sicurezza con un'impronta fortemente repressiva, un attentato ai diritti costituzionali in cui dai 33 articoli di cui è composto ciò che emerge è che il dissenso viene trattato come un problema da neutralizzare. Sulle manifestazioni il salto di qualità illiberale è evidente, alza le sanzioni ed allarga la punibilità fino ad arrivare a colpire chi le organizza. Non si puniscono solo le condotte violente, si costruisce un clima di rischio intorno alla mera partecipazione e si prendono di mira giovani, manifestanti, migranti e attivisti.

I punti più critici sono concentrati nell’art. 7 (Disposizioni a tutela dell’ordine e della sicurezzapubblica) che introduce il cd. “fermo preventivo“, prevedendo la possibilità per gli ufficiali e gli agenti di polizia, nel corso di specifici servizi di polizia disposti in occasione di manifestazioni in luogo

pubblico o aperte al pubblico, di accompagnare nei propri uffici – e ivi trattenere per non oltre 12 ore per i conseguenti accertamenti di polizia – persone per le quali, in relazione a specifiche e concrete circostanze di tempo e di luogo, sulla base di elementi di fatto, anche desunti dal possesso di armi, strumenti atti ad offendere, dall’uso di petardi, caschi o strumenti che rendono difficoltoso il riconoscimento della persona o dalla rilevanza di precedenti penali, sussista il fondato motivo di ritenere che pongano in essere condotte di concreto pericolo per il pacifico svolgimento della manifestazione e per la sicurezza e l’incolumità pubbliche. Questo è un punto che ricorda e riporta palesemente al fascismo, se leggiamo gli atti del tempo quando il duce arrivava in una città c'erano i rastrellamenti preventivi degli antifascisti, degli oppositori che venivano trattenuti in questura fino a che la visita non finiva. Su questo punto pare si sia faticato per trovare una formulazione accolta anche dalla Presidenza della Repubblica ma la soluzione individuata è quantomeno chimerica. Al fine di rendere passabile questa norma si è previsto che dell’accompagnamento e dell’ora in cui è stato compiuto se ne dà immediata comunicazione al Pubblico Ministero il quale se riconosce che non ne ricorrono i presupposti, ordina il rilascio della persona fermata. Nella realtà, per quanto si possa ritenere che il pubblico ministero che riceve la comunicazione sia particolarmente solerte, si faccia mandare tutte le carte e la documentazione sulla quale si basa il provvedimento di trattenimento, lo valuti e lo ritenga non giustificato ci vorranno sicuramente alcune ore e nel frattempo il provvedimento di trattenimento avrà ottenuto l'effetto desiderato.

Un’altra misura particolarmente grave (art. 10, Disposizioni di partecipazione a riunione o ad assembramenti in luogo pubblico), altrettanto lesiva del diritto costituzionale di manifestare è quella che introduce per una serie di reati, anche non particolarmente gravi, la possibilità per il giudice di applicare la sanzione accessoria del divieto di partecipare a pubbliche riunioni, di prendere parte a pubblici assembramenti. Sempre lo stesso articolo riconosce al questore, quando ricorrono specifiche ragioni di pericolosità, l’obbligo di comparire più volte presso la questura nel corso della giornata in cui si svolgono manifestazioni pubbliche che gli sono precluse.

Scandaloso è anche l’art. 9 ( Modifiche alle disposizioni in materia di pubbliche manifestazioni) riguarda i promotori di una riunione in luogo pubblico finora sottoposti alla normativa ex art. 18 TUPS. Ebbene, il mancato preavviso al questore della convocazione è stato depenalizzato diventando un illecito amministrativo di talchè sottratto alla competenza dell’autorità giudiziaria penale che finora condannava soltanto il promotore nel caso si riuscisse ad individuarlo. Ora trasformare questo reato in un illecito amministrativo che prevede una sanzione da 1000 a 10.000 euro cambia completamente la procedura nel senso che a quel punto la segnalazione da parte della polizia di coloro che secondo loro siano i promotori di questa manifestazione, automaticamente comporterà l'applicazione della sanzione amministrativa. Dopodichè, per contestare questa sanzione, per competenza processuale ci si dovrà rivolgere ad un giudice di pace previa iscrizione a ruolo del procedimento, nei confronti di un organo che generalmente è molto meno garantista rispetto al tribunale penale ed abbastanza restio a contrastare le prese di posizione della polizia giudiziaria e dell'amministrazione. Quindi è una depenalizzazione che in realtà andrà a colpire in modo estremamente significativo il diritto a manifestare. Sempre questo articolo del decreto aumenta notevolmente le sanzioni amministrative fino a quattro volte nei confronti di chi pur essendo stato autorizzato a manifestare non rispetti il percorso concordato con la questura, non sciolga la manifestazione quando ordinata dalla polizia o durante la manifestazione compia o “emetta grida sediziose” un termine ambiguo che può essere riferito, ad esempio, all'esposizione di bandiere o emblemi che sono simboli di sovversione sociale o di vilipendio verso lo Stato, il Governo, e le autorità.

Operaio morto all’ex Ilva, la verità di Maria Teresa

Questo racconto, che più che racconto è una denuncia, va fatto conoscere. Prima di tutto la devono leggere, sentire gli operai dell'Ilva, dell'appalto che vivono ogni giorno questa paura di morire.

Insieme alla forza che esprime Maria Teresa, nonostante il grandissimo dolore, c'è una denuncia, che deve diventare un grido/un appello agli operai: non si può accettare di lavorare/vivere così! Il ricatto, la paura di perdere il lavoro, di essere messi in cassintegrazione, dei capi, non salva la vita nè il lavoro! Il lavoro è "tutto", è dignità, ma padroni, capi, lo mettono sotto i piedi - e non si può accettare.

Occorre un'altra strada, occorre ribellarsi, dire NO! Occorre provarci a farlo. Chi l'ha detto che se ci si ribella non si difende lavoro, salario, vita? 

Claudio Salamida non deve essere un numero, come vuole l'azienda; facciamolo continuare a vivere - non solo in un giorno di sciopero e poi tutto resta come prima, anche per i sindacati - facciamolo vivere prendendo l'altra strada. 

Chi tace, chi scrolla le spalle si scava la fossa con i suoi piedi, è complice della situazione sempre più grave in Ilva.

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Il racconto della moglie di Claudio Salamida tra turni massacranti, paura di ritorsioni, silenzi e una sicurezza che, secondo chi viveva la fabbrica ogni giorno, era solo sulla carta
 

 

 

da Corriere di Taranto - Giacomo Rizzo

«Non era un lavoro, sembrava di stare sotto una dittatura». È così che Maria Teresa D’Aprile descrive l’ambiente in cui lavorava suo marito, Claudio Salamida... l’operaio di 46 anni morto precipitando dal quinto al quarto piano dell’Acciaieria 2, nell’area del convertitore 3, mentre stava eseguendo lavori di manutenzione...

Quella rilasciata a Diego Bianchi per la trasmissione di La 7 “Propaganda live” è stata una intervista drammatica. Un racconto che va oltre il dolore privato e diventa atto d’accusa contro un modello di lavoro che sembra fondarsi sulla soggezione verso l’azienda, sul timore di ritorsioni e su un’omertà che soffoca la verità...

«Nell’ultimo periodo mi ha detto che non sarebbe vissuto molto, non so perché», rivela Maria Teresa... «quando c’è stato il boom delle assunzioni all’Ilva per lui è stato un miracolo trovare un posto fisso. Mi diceva sempre che non avrebbe mai sputato nel piatto dove gli davano da mangiare». Una frase che racconta meglio di mille analisi il ricatto implicito che spesso governa il lavoro: accetti tutto, perché il lavoro è sopravvivenza.
I turni erano estenuanti, ben oltre il dovuto. «Non erano mai otto ore», spiega la moglie. Claudio usciva di casa due ore prima e rientrava anche un’ora e mezza dopo, affrontando ogni giorno il viaggio da Putignano a Taranto. A volte arrivava a lavorare 16 ore consecutive.
«Non riposava quasi mai». E quando un collega mancava, il contratto imponeva di coprire almeno quattro ore in più. Una spirale che trasformava l’eccezione in regola.

«Lui... non voleva stare in cassa integrazione. Si sentiva inutile, per lui il lavoro era tutto, voleva lavorare a tutti i costi perché voleva contribuire alle spese della famiglia e non si dava pace. Diceva: ma perché dopo tutti questi anni mi devo ritrovare in cassa integrazione?».
In questo contesto, parlare di sicurezza diventa quasi una beffa. «I dispositivi di protezione non esistono se non quel misero caschetto che hanno trovato accanto al suo corpo», denuncia Maria Teresa. Claudio conosceva i rischi, li minimizzava per non spaventare la famiglia, ma confidava alla moglie che «lì è tutto rischioso». Eppure non mollava perché per lui «il lavoro era dignità, era sacro».

All’ospedale, il riconoscimento del corpo prima consentito e poi negato. «Era chiuso in una sacca nera. Ho visto solo la sua mano. Purtroppo è caduto di faccia e quindi gli altri mi hanno detto: non lo vedere perché potresti rimanere scioccata... Sopra c’erano le polveri dell’Ilva. Mi raccomandarono di non toccarla». E allora la domanda, feroce e inevitabile: «io che ero entrata per la prima volta non dovevo toccare mio marito perché c’erano le polveri e gli operai che in quel luogo lavorano da una vita? Non hanno mai pensato a loro?».

Alla fabbrica, tra vigilanti e telecamere, Maria Teresa si è sentita accerchiata. «Hanno speculato sul dolore degli altri. Noi siamo sempre stati riservati. Hanno filmato anche il bambino senza consenso. Io ho chiesto di parlare con un responsabile. Una persona mi ha confidato che era lì da poco e che si occupava della sicurezza. Ho detto: alla faccia della sicurezza, ma che sicurezza è questa? E lui: non è proprio così». «L’ultima morte è avvenuta molto tempo fa»...

Restano le domande sulla dinamica: una pedana di legno a coprire una voragine, nessun collaudo, forse un uomo mandato da solo dove si dovrebbe andare in due. «Chi l’ha fatto salire?», chiede la moglie. Nessuno risponde. I colleghi tacciono, i capi anche. «Tutti hanno paura di perdere il posto di lavoro»...
Nell’audio whatsapp diffuso dalla moglie, Claudio spiegava: «Poi che fai? Ti metti contro l’azienda? L’azienda poi ti castiga giorno per giorno». È il cuore del ragionamento: il timore di chiedere un giorno di riposo, la paura di essere segnati. «Sembrava stesse sotto una dittatura», ammette Maria Teresa. E aggiunge un dettaglio che accresce la sua rabbia: «Dell’azienda non mi ha chiamata nessuno. Neanche una telefonata».
Claudio Salamida «era una matricola, non era una persona», conclude amaramente la moglie. «È morto, l’hanno già sostituito»... Un sistema che muove capitali, produzioni, numeri e bilanci e relega ai margini le persone...

Si lavora stanchi, si lavora con paura, si lavora sapendo che parlare può significare isolamento, punizione, perdita del posto. Si accetta il rischio perché il ricatto è silenzioso ma potente: se non lo fai tu, lo farà un altro...

domenica 8 febbraio 2026

La nuova 7° Lezione di Formazione marxista del Prof. Di Marco - riprende da Taranto martedì 10/2

Nella prossima lezione si parlerà di "plusvalore assoluto e salario" .

Per ricordare la precedente 6° lezione sulla produzione del plusvalore - che ci serve per entrare nella prossima lezione - riportiamo da "Salario prezzo e profitto", 8° capitolo "La produzione del plusvalore", in cui Marx spiega in maniera chiarissima come si determina il pluslavoro e il plusvalore, e la differenza tra forza-lavoro (la merce "particolare" acquistata dal capitalista con le stesse leggi con cui si acquista una merce) e l'uso della sua funzione, il lavoro. 

Abbiamo pubblicato già la trascrizione della precedente lezione del prof. Di Marco fatta a dicembre '25, e invitiamo chi è interessato a richiedercela.

Sul testo "Salario prezzo e profitto" abbiamo fatto in passato una Formazione operaia - Anche questo lavoro è a disposizione.

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Scrive Marx: "Supponiamo ora che la produzione della quantità media di oggetti correnti necessari alla vita di un operaio richieda sei ore di lavoro medio. Supponiamo inoltre che sei ore di lavoro medio siano incorporate in una quantità d'oro uguale a tre scellini. In questo caso tre scellini sarebbero il prezzo o l'espressione monetaria del valore giornaliero della forza-lavoro di quell'uomo. Se egli lavorasse sei ore al giorno, produrrebbe ogni giorno un valore sufficiente per comperare la quantità media degli oggetti di cui ha bisogno quotidianamente, cioè per conservarsi come operaio.

Ma il nostro uomo è un operaio salariato. Perciò deve vendere la sua forza-lavoro a un capitalista. Se la vende a tre scellini al giorno, o diciotto scellini la settimana, la vende secondo il suo valore. Supponiamo che egli sia un filatore. Se egli lavora sei ore al giorno, egli aggiunge al cotone un valore di tre scellini al giorno. Questo valore che egli aggiunge giornalmente al cotone costituirebbe un equivalente esatto del salario, o del prezzo, che egli riceve giornalmente per la sua forza-lavoro. In questo caso però il capitalista non riceverebbe nessun plusvalore, o nessun sovrapprodotto. Qui urtiamo nella vera difficoltà.

Comperando la forza-lavoro dell'operaio e pagandone il valore, il capitalista, come qualsiasi altro compratore, ha acquistato il diritto di consumare o di usare la merce ch'egli ha comperato. Si consuma o si usa la forza-lavoro di un uomo facendolo lavorare, allo stesso modo che si consuma o si usa una macchina mettendola in movimento. Comperando il valore giornaliero o settimanale della forza-lavoro dell'operaio, il capitalista ha dunque acquistato il diritto di fare uso della forza-lavoro, cioè di farla lavorare, per tutto il giorno o per tutta la settimana. La giornata di lavoro o la settimana di lavoro hanno, naturalmente, certi limiti; ma su questo punto ritorneremo in seguito. Per ora voglio attirare la vostra attenzione su un punto decisivo.

Il valore della forza-lavoro è determinato dalla quantità di lavoro necessaria per la sua conservazione o riproduzione, ma l'uso di questa forza-lavoro trova un limite soltanto nelle energie vitali e nella forza fisica dell'operaio.

Il valore giornaliero o settimanale della forza-lavoro è una cosa completamente diversa dall'esercizio giornaliero o settimanale di essa, allo stesso modo che sono due cose del tutto diverse il foraggio di cui un cavallo ha bisogno e il tempo per cui esso può portare il cavaliere. La quantità di lavoro da cui è limitato il valore della forza-lavoro dell'operaio, non costituisce in nessun caso un limite per la quantità di lavoro che la sua forza-lavoro può eseguire. Prendiamo l'esempio del nostro filatore. Abbiamo visto che, per rinnovare giornalmente la sua forza-lavoro, egli deve produrre un valore giornaliero di tre scellini, al che egli perviene lavorando sei ore al giorno. Ma ciò non lo rende incapace di lavorare dieci o dodici o più ore al giorno.

Pagando il valore giornaliero o settimanale della forza-lavoro del filatore, il capitalista ha acquistato il diritto di usare questa forza-lavoro per tutto il giorno o per tutta la settimana. Perciò, egli lo farà lavorare, supponiamo, dodici ore al giorno. Oltre le sei ore che gli sono necessarie per produrre l'equivalente del suo salario, cioè del valore della sua forza-lavoro, il filatore dovrà dunque lavorare altre sei ore, che io chiamerò le ore di pluslavoro, e questo pluslavoro si incorporerà in un plusvalore e in un sovrapprodotto. Se per esempio il nostro filatore, con un lavoro giornaliero di sei ore, ha aggiunto al cotone un valore di tre scellini, un valore che rappresenta un equivalente esatto del suo salario, in dodici ore egli aggiungerà al cotone un valore di sei scellini e produrrà una corrispondente maggiore quantità di filo. Poichè egli ha venduto la sua forza-lavoro al capitalista, l'intero valore, cioè il prodotto da lui creato, appartiene al capitalista, che è, per un tempo determinato, il padrone della sua forza-lavoro. Il capitalista dunque anticipando tre scellini, otterrà un valore di sei scellini, perchè, anticipando un valore in cui sono cristallizzate sei ore di lavoro, egli ottiene, invece, un valore in cui sono cristallizzate dodici ore di lavoro. Se egli ripete questo processo quotidianamente il capitalista anticipa ogni giorno tre scellini e ne intasca sei, di cui una metà sarà nuovamente impiegata per pagare nuovi salari, e l'altra metà formerà il plusvalore, per il quale il capitalista non paga nessun equivalente. E' su questa forma di scambio tra capitale e lavoro che la produzione capitalistica o il sistema del salariato è fondato, e che deve condurre a riprodurre continuamente l'operaio come operaio e il capitalista come capitalista.

Il saggio del plusvalore, dipenderà, restando uguali tutte le altre circostanze, dal rapporto fra quella parte della giornata di lavoro necessaria per riprodurre il valore della forza-lavoro, e il tempo di lavoro supplementare o pluslavoro impiegato per il capitalista. Esso dipenderà quindi dalla misura in cui la giornata di lavoro verrà prolungata oltre il tempo durante il quale l'operaio per mezzo del suo lavoro riproduce unicamente il valore della sua forza-lavoro, cioè fornisce l'equivalente del suo salario.

Anche al porto di Bari iniziativa contro la guerra nella giornata di mobilitazione internazionale di diversi porti in italia e in altri paesi

Torino ci chiama a costruire l'organizzazione della gioventù studentesca e proletaria ribelle in questa città

Per Anan - Nuovo Presidio al carcere di Melfi 21 febbraio

Carcere di Melfi 21 febbraio ore 15 
presidio interregionale 
al carcere di Melfi 
contro la sentenza di condanna per Anan
 

- Per esprimere solidarietà e vicinanza ad Anan 

- contro la montatura per Hannoun 

- contro la repressione del movimento palestinese e del movimento di solidarietà con la Palestina 

La resistenza non è reato, la solidarietà è un’arma non un reato! 

Liberi tutti! Palestina libera! 

 

Da Taranto delegazione con mezzo collettivo 

per info e adesioni 3519575628

sabato 7 febbraio 2026

Asili - E ci ritentano!


Il Comune di nuovo ritorna sulla questione di privatizzare gli asili. Per ora si parla dei 2 asili di Paolo VI e Talsano.

Problemi di "bilancio", di scarsità di fondi ci sono solo per strutture essenziali per la cittadinanza, e per le condizioni delle lavoratrici, lavoratori! 

Per questi si assiste anche ad una sorta di presa in giro - come lo Slai cobas ha detto -, si fanno parole organizzando un "Tavolo tecnico permanente per la transizione occupazionale", mentre si fanno i fatti; per cui invece di occupazione vera, stabile si torna a parlare di rendere tutti precari a vita e con condizioni lavorative peggiori dando gli asili ai privati; per non parlare degli effetti negativi sulla gestione degli asili per i banbini e sui costi per le famiglie.

GIU' LE MANI DAGLI ASILI!

La lotta ve lo ha impedito mesi fa e la lotta ve lo impedirà anche ora!