venerdì 1 maggio 2026

1°Maggio – Giornata di lotta proletaria e internazionalista

 

Operai, lavoratori, lavoratrici,

questo 1°Maggio su scala internazionale è innanzitutto una grande giornata di lotta.

In tanti paesi del mondo capitalisti e imperialisti e nei paesi oppressi dall’imperialismo, milioni di lavoratori scendono in piazza e in corteo, dall’India alle capitali europee – Parigi, Berlino, Londra, ecc. – dall’America Latina alla Turchia, al Medio Oriente, agli Stati Uniti.

Sono uniti da un unico interesse, dichiarare forte: basta con la guerra, basta con i governi dei padroni, basta con lo sfruttamento, la miseria e l’oppressione, basta con i regimi fascisti, basta con i genocidi, in primis del popolo palestinese.

I proletari e le masse popolari in tutto il mondo hanno il diritto di ribellarsi e di rivendicare un mondo migliore.

I proletari e le masse popolari di tutto il mondo devono guardare a quello che li unisce, non a quello che li divide: L’unione fa la forza! La divisione avvantaggia i padroni.

Sul piano internazionale questa unità si chiama Internazionalismo proletario.

Il 1° Maggio è una giornata proletaria e internazionalista!

Le classi dominanti di tutti i paesi mostrano oggi il loro volto peggiore, incarnato da Trump, Netanyahu, Modi, ma anche da Putin, Xi Jinping, Macron, Erdogan... e in Italia dalla Meloni.

I governi guidati da queste persone ci stanno trascinando in un nuovo macello mondiale. Quello che vediamo tutti i giorni, in Palestina come in Libano, in Iran come in Ucraina.

Con il mondo nelle mani di questa classe e di questi governi, non è ancora il peggio.

E’ giusto quindi lottare in tutto il mondo per fermarli e rovesciarli.

Tutto questo, senza la classe operaia e i lavoratori, il loro movimento sindacale e politico, autonomo, organizzato non è possibile. Solo i lavoratori di tutto il mondo uniti possono unire tutte le classi sfruttate e oppresse e costruire il movimento che abolisce lo stato di cose esistente.

In questo 1° Maggio comprendere questo è la cosa principale. E’ la base per costruire la forza materiale, il Partito dei lavoratori, il fronte unito proletario e popolare, l’esercito proletario in grado di combattere, resistere e vincere; costruendo in ogni paese un nuovo governo, un nuovo Stato, un nuovo sistema senza guerre, fascismo, sfruttamento e oppressione, con il potere nelle mani degli operai e delle masse popolari.

In Italia la situazione dei proletari e delle masse popolari, checché ne dicano Governo Meloni, Stato, Istituzioni, stampa e TV, peggiora, non migliora; nelle fabbriche e posti di lavoro o si è in cassintegrazione o si è con contratti precari o senza lavoro, e dove si lavora i soldi non bastano mai per il carovita; c’è carovita, i giovani sono o senza lavoro o con lavoro sottopagati, caro sanità, caro casa, caro scuola, caro trasporti.
I padroni e i ricchi invece conservano e aumentano i loro profitti, diventano sempre più scandalosamente ricchi con la finanza e oggi producendo armi, lucrando super profitti per la crisi energetica e la speculazione finanziaria ecc.

Nelle fabbriche, e in tanti posti di lavoro, non solo se si lavora si viene sempre più sfruttati, ma soprattutto si muore di lavoro, di precarietà e da inquinamento.

Rispetto a tutto questo il governo difende gli interessi esclusivi dei padroni, e per impedire lotte, ribellioni, dissenso e proteste trasforma questo paese in uno ‘Stato di polizia’; la sicurezza di cui parlano che vogliono difendere è quella dei padroni, dei ricchi, dei borghesi grandi, medi e piccoli che vogliono stare bene, mentre lavoratori, lavoratrici, giovani, precari, immigrati, masse povere devono stare sempre peggio, schiacciati, repressi se si ribellano e lottano.

Tanti giovani sono scesi in campo per la Palestina, contro la scuola di classe, contro la guerra e il riarmo, con manifestazioni combattive blocchi, occupazioni e contro gli attacchi alla Costituzione e ai diritti democratici, contribuendo alla vittoria del No al referendum.

Ma questo governo non ha nessuna intenzione di fare passi indietro.

Ogni giorno, anche il 25 aprile, fa ulteriori passi verso un moderno fascismo, attaccando la Costituzione nata dalla Resistenza, mantenendo al governo corrotti, fascisti, razzisti, controllando stampa e Tv, imponendo una giustizia solo per i padroni, i ricchi e la sua casta.

Proprio il 1° Maggio, quasi a beffa e provocazione, il governo Meloni vara un altro decreto “sul lavoro”, che per i lavoratori al massimo darà qualche altro “bonus”, welfare, ma che dice NO ad aumenti salariali reali; invece ai padroni regala altri sgravi, o incentivi per assumere in modo precario qualche giovane, donna; il governo avanza verso un’economia di guerra per scaricare sui proletari e le masse i costi degli interventi nelle guerre e dell’aumento delle spese militari, e le industrie belliche fanno enormi profitti sui massacri dei popoli,

Tocca quindi ai lavoratori, lavoratrici alzare la testa, lottare, offrire un punto di riferimento di classe a tutti coloro che lottano. Serve un sindacato di classe e di massa nelle mani dei lavoratori e non delle burocrazie sindacali.

Serve uno sciopero generale che paralizzi il paese, faccia cadere questo governo e rimanga in campo contro tutti i governi dei padroni, senza alcuna fiducia nell’opposizione parlamentare che al governo c’è già stata e che a parte le parole non contrasta realmente la guerra, il riarmo, la repressione, i decreti sicurezza, il genocidio del popolo palestinese, e meno che mai gli attacchi ai salari, all’occupazione. alla salute alle condizioni di lavoro,e allo schiavismo dei migranti

Il 1° Maggio non servono concerti, ma serve lotta, coscienza e organizzazione.

1 maggio 2026

Proletari comunisti

Slai cobas per il sindacato di classe

Info - pcro.red@gmail.com - WA 3519575628

Blog: https://proletaricomunisti.blogspot.com/

Questo volantino è diffuso alle fabbriche il 29/30 aprile e alle manifestazioni a cui partecipiamo il 1° Maggio

mercoledì 29 aprile 2026

INFORTUNIO ALL'EX ILVA: OPERAIO COLPITO DA UNA CATENA NELL'AREA AFO 2

Domani mattino alle 6 lo Slai cobas Taranto è alla portinerie ditte - info WA 3519575628 

Un nuovo episodio di cronaca scuote lo stabilimento siderurgico Acciaierie d’Italia di Taranto, dove nella notte tra il 28 e il 29 aprile si è verificato un incidente sul lavoro. Il fatto è avvenuto all'interno del perimetro dell'altoforno 2, coinvolgendo un addetto che stava operando nell'area dell'impianto.
​La vittima del sinistro è un dipendente della ditta dell'indotto Semat il quale, stando alle ricostruzioni preliminari, sarebbe stato investito dal violento contraccolpo di una pesante catena che lo ha raggiunto a un piede. L'allarme è scattato immediatamente, attivando le procedure di emergenza interne al sito industriale.
​Dopo aver ricevuto le prime cure d'urgenza presso l'infermeria dello stabilimento, il lavoratore è stato affidato ai sanitari del 118. I soccorritori hanno quindi disposto il trasferimento dell'uomo al presidio ospedaliero Santissima Annunziata di Taranto per sottoporlo a tutti gli accertamenti clinici necessari a valutare l'entità del trauma riportato.
​Le circostanze esatte che hanno portato all'incidente restano al momento oggetto di indagine. Nelle prossime ore si cercherà di fare piena luce sulla dinamica degli eventi all'interno dell'Afo 2 per individuare eventuali responsabilità o guasti tecnici. Si attendono ulteriori comunicazioni ufficiali sulle condizioni dell'operaio.

Salario: "giusto" per chi?

Dal blog proletari comunisti

Il governo Meloni ha varato giusto per il 1° Maggio il "Decreto lavoro", diciamo per guastare anche la festa dei lavoratori. 

Questo Decreto conferma la sintonia tra governo e padroni; in un certo senso le sue linee, obiettivi li aveva già ad inizio aprile tracciate il Presidente della Confindustria, Orsini - e Meloni li codifica in legge. 

Per questo, in attesa di dire qualcosa sul decreto del governo, ripubblichiamo la nota che abbiamo fatto sulle dichiarazioni di Orsini.

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Il presidente della Confindustria. Orsini dà voce alla politica di tutti i padroni di non aumentare i salari degli operai, e di contrastare ogni iniziativa in questo senso; il primo bersaglio è il "salario minimo". 

Con vari scritti, soprattutto su Sole 24 Ore (in particolare uno del 4 aprile) Orsini sostiene decisamente questa linea perchè - dice-  che l'unica cosa che deve aumentare è la produttività delle aziende. 
In questo si sbilancia a dare un giudizio positivo del governo Meloni: "lavoro condiviso con il governo orientato a rafforzare il sistema produttivo" e, quindi (?), a "sostenere il potere d'acquisto dei lavoratori". Quindi, se si sostiene l'economia dei padroni, i loro profitti, si sostiene il "potere d'acquisto dei lavoratori" - Attenzione, non dice neanche "il salario dei lavoratori", ma i lavoratori visti soprattutto come "consumatori".
Tra le misure più significative, dice Orsini, fatte dal governo e la "detassazione degli aumenti salariali, per favorire la crescita delle retribuzioni senza gravare sul costo del lavoro delle imprese". 

Da questa premessa, Orsini si lancia in un attacco all'introduzione del salario minimo, fornendo una importante sponda alla Meloni che ha ribadito il suo NO al salario minimo. Dice Orsini: "Per raggiungere risultati duraturi, la risposta non può essere l'introduzione di un salario minimo legale generalizzato. 

Sottolineiamo la parola generalizzato. Perchè quando indica come alternativa al salario minimo "il rafforzamento della contrattazione collettiva di qualità", chiarisce poi che "questa rappresenta la via più efficace per garantire salari adeguati, (MA) coerenti con le specificità dei diversi settori e con l'andamento della produttività". Quindi salari non uguali per tutti i lavoratori, appunto non generalizzati dal sud al nord, ma dipendenti dalla situazione delle aziende e soprattutto legate come un cappio al collo all' "andamento della produttività". Torna di fatto la linea, la volontà dell'introduzione di "gabbie salariali", certo, moderne e un pò mascherate; torna la divisione tra i lavoratori; ma soprattutto si auspica sempre di più che il salario sia legato alle sorti del capitale: se queste vanno male niente aumenti salariali e... più sfruttamento o cassintegrazione o licenziamenti; se vanno bene, beh le aziende devono ancora recuperare i periodi di magra...

Quindi: non si parli mai più di introduzione di un salario minimo che - dice Orsini - "potrebbe non risultare in linea con l'andamento dell'economia, della produttività e dell'occupazione". Quindi, anche il minimo "salario minimo" potrebbe per i padroni essere troppo per l'andamento della loro economia. 

E allora che salario vogliono dare? Ancora più basso del salario minimo? O rendere il salario così dipendente dalla produttività e dall'occupazione che deve essere iper flessibile in basso. Per esempio, col ricatto dell'occupazione: ti riduco il salario altrimenti licenzio...

Poi, a sgomberare il campo da qualsiasi tentativo di chiedere aumenti salariali almeno per recuperare quello che si è perduto in tutti questi anni, per recuperare un salario che il capitale con i suoi interventi ha già abbassato; almeno per ripristinare il prezzo, il valore della merce forza-lavoro, secondo la "legge" del valore di scambio del capitale (che Marx ha ben spiegato), Orsini aggiunge: "Il nodo centrale, tuttavia, resta la produttività. Senza una crescita della produttività non è possibile sostenere nel lungo periodo una dinamica salariale positiva. Per questo - continua - è essenziale proseguire, anche in collaborazione con il Governo, nel rafforzamento degli investimenti in innovazione, digitalizzazione e sviluppo delle competenze, creando le condizioni per un salto di qualità del nostro sistema industriale". Uno spera che alla fine, facendosi il mazzo, vi sia la speranza di un "salto di qualità" nella "dinamica salariale"...,  invece no, il salto, cari operai, è sempre e solo per il loro sistema industriale, cioè per i loro profitti. 

Ma a questo punto, per non aumentare sic et simpliciter i salari, per far accettare la favola nera che va a vantaggio anche degli operai l'aumento della produttività delle aziende, invece che perseguire ciecamente e in modo incosciente la difesa dei loro interessi di lavoratori, sono fondamentali... chi? Ma i sindacati!

"In questo quadro, il ruolo della contrattazione collettiva - dice Orsini - resta decisivo, ha storicamente garantito equilibrio tra esigenze delle imprese e tutela del lavoro".

Ma storicamente la contrattazione collettiva, le organizzazioni sindacali non erano lo strumento dei lavoratori per strappare miglioramenti delle loro condizioni di lavoro e salariali, sempre peggiorati dai padroni? Ora invece Orsini, con tutti i padroni, dice che invece garantiscono un equilibrio tra interessi oggettivamente opposti. L'interesse dei capitalisti è sempre e solo lo sfruttamento al massimo possibile della forza-lavoro, aumentando il tempo di lavoro gratis in termini assoluti e relativi (e qui è importante, appunto, l'aumento della "produttività") e riducendo fino al limite possibile il tempo di lavoro necessario per ricostruire la forza-lavoro. D'altra parte, Orsini non dice "tutela dei lavoratori", ma "tutela del lavoro".

Aggiunge poi: "è necessario definire criteri chiari per individuare in ciascun settore il contratto collettivo nazionale di riferimento sottoscritto dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative". Chiariamo che sta significando questo per i lavoratori. Quello che sta succedendo negli appalti delle grandi fabbriche - prendiamo l'esempio dell'ex Ilva - in realtà è questo; il ccnl di riferimento sta diventano il ccnl Multiservizi più favorevole per le aziende, che sostituisce da un giorno all'altro quello, metalmeccanico, più favorevole per i lavoratori, E questo viene fatto con formale accordo dei sindacati "più rappresentativi", Fiom, Fim, Uilm. 
Quindi l'individuazione per ciascun settore del contratto collettivo nazionale avviene sempre più solo e soltanto sulla base dei criteri dei padroni di ridurre il costo del lavoro, dare salari più bassi, e condizioni di minori diritti e tutele.  

E a scanso di equivoci, Orsini conclude "E' su questo equilibrio, frutto della collaborazione tra Governo, Sindacati e Parti datoriali, che si gioca il futuro del Paese".

E così i lavoratori sono belli e sistemati... 

Ma, in realtà, quello che emerge da questi piani dei padroni è proprio la centralità della lotta per il salario. Questa lotta, di fatto da tanti anni o abbandonata come decisiva o annacquata deviandola su contentini (welfare, aumento dello straordinario, detassazione dei minimi aumenti salariali, dei buoni pasto, ecc.) è, insieme alla lotta per la riduzione dell'orario di lavoro, della giornata lavorativa, decisiva, non solo per salvaguardare le condizioni di lavoro e la stessa vita dei lavoratori, ma perchè pone in maniera chiara che di lotta di classe si tratta (altro che "equilibrio di interessi"), di scontro tra la classe dei proletari e quella dei capitalisti.

Proprio perchè la lotta per il salario mostra la contraddizione di fondo del sistema capitalista, lo sfruttamento da parte del capitale, creando nel contempo esso stesso i "becchini" che lo rovesceranno, allora non fare questa lotta vuol dire rinunciare a una lotta più generale contro il sistema del capitale. La classe operaia non deve dimenticare che deve lottare non solo contro gli effetti ma anche contro la cause che determinano questi effetti.
Chi vuole togliere agli operai il terreno di una genuina lotta sindacale, di una lotta per aumenti salariali per riprendersi quanto è stato già attaccato, ridotto, di fatto vuole la permanenza del lavoro salariato, la permanenza di questo sistema. 

Ex Ilva, il Tar di Lecce sospende ordinanza del sindaco di Taranto

una ordinanza demagogica e di pura facciata che ora come ora finisce nel nulla 

È necessario un “adeguato approfondimento”. La decisione finale sarà presa nel 2026, dopo un'adeguata valutazione collegiale

di Redazione

Per i legali dell'azienda, "non è dubitabile che evocando la legge regionale 21/2012" e la Valutazione del danno sanitario, "il sindaco di Taranto abbia ritenuto che esse potessero applicarsi anche ad impianti soggetti all'Aia nazionale, sovrapponendo e sostituendo le valutazioni di carattere sanitario e ambientale operate in ambito regionale in merito alle condizioni per l'esercizio della centrale, a quelle stabilite dall’autorità nazionale competente, sempre a tutela della salute e dell'ambiente, per le condizioni di esercizio della centrale. Così facendo ha però palesemente ignorato le previsioni del comma 9 dell'articolo 6 della legge regionale". Quest'ultimo dice che per gli stabilimenti soggetti ad Aia nazionale - e la centrale vi rientra - la Valutazione di danno sanitario adottata in base alla legge regionale "costituisce soltanto un elemento utilizzabile esclusivamente nell'ambito del più ampio procedimento istruttorio ministeriale di riesame dell'Aia nazionale ma non può costituire presupposto per l'esercizio da parte del sindaco di poteri che la norma nazionale non contempla e che riserva esclusivamente all’autorità nazionale competente", il ministero dell'Ambiente.

Parte la Flotilla da Taranto - 4 giorni di iniziative - Lo Slai cobas dà appuntamento in particolare per i gg. 30/4 e 2/5

 





martedì 28 aprile 2026

“Unica soluzione per Ilva è intervento pubblico” FIOM info - in coda posizione dello Slai cobas Taranto

Senza rottura trattativa e lotta non esistono soluzioni favorevoli ai lavoratori. Sotto questo articolo ribadiamo la posizione dello Slai cobas per il sindacato di classe - che sarà confermata ed espressa il 30 mattina ore 6 alle Ditte - nel quadro dell'iniziativa per il 1° Maggio proletario e internazionalista - info 3519575628

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“Unica soluzione per Ilva è intervento pubblico”

La vertenza ex Ilva sembra non avere mai fine, con l’aggravante che il tempo trascorre inesorabilmente. Dal 26 luglio 2012 sono trascorsi 14 anni e le problematiche ambientali, occupazionali e impiantistiche aumentano senza che ci sia una via d’uscita che garantisca una vera prospettiva di transizione ecologica e sociale.

Parte da qui la riflessione di Francesco Brigati, segretario generale Fiom Cgil Taranto, sulla situazione del siderurgico di Taranto.

“Paghiamo le conseguenze di scelte sbagliate dei governi che si sono succeduti negli anni, intervenuti con decreti d’urgenza, spostando in avanti le scelte di politica industriale che avrebbero dovuto garantire la messa in sicurezza dei lavoratori e degli impianti. Siamo alla seconda amministrazione straordinaria, subentrata a febbraio 2024 a seguito di una gestione scellerata e predatoria da parte di ArcelorMittal che, di fatto, aveva un obiettivo: fermare gli impianti con modalità operative non previste, in modo da danneggiarli anche nell’eventuale ripartenza, così come avvenuto con AFO/2”, ricorda Brigati.

Che contesta ancora una volta al governo “di aver proceduto alla realizzazione del bando di vendita internazionale in assenza del compimento del piano di ripartenza che avrebbe dovuto garantire la messa in sicurezza degli impianti e la continuità produttiva necessaria ad accompagnare il processo di vendita di un’azienda competitiva sul mercato italiano e internazionale”.

Piano che prevedeva, entro la metà del 2026, la messa in funzione a regime di 3 altiforni e degli impianti di tutti i siti, con la progressiva ripresa e l’incremento dei volumi, con la conseguente certezza di riduzione della cassa integrazione, che partiva da un numero massimo di 4050 su 9869 lavoratori coinvolti, fino ad azzerarsi tra marzo e giugno 2026, con il rientro di tutti e senza alcun esubero strutturale.

Ritardato a seguito delle difficoltà economiche e finanziarie della gestione commissariale. Infatti, secondo il piano di marcia, AFO/1 si sarebbe dovuto fermare a marzo del 2025 per consentire la ripartenza di AFO/2. “Il 7 maggio scorso è divampato un incendio su AFO/1, che ha determinato uno stravolgimento degli assetti di marcia, ma soprattutto un cambio di strategia da parte del governo, che si affida, ancora una volta, al bando di vendita internazionale come unica soluzione alla vertenza ex Ilva, nonostante i solleciti delle organizzazioni sindacali a prevedere misure straordinarie necessarie a garantire la sicurezza sugli impianti e un’azienda competitiva”, prosegue il segretario della Fiom.