venerdì 4 settembre 2026
Bari - Fascismo e Stato di polizia in azione verso la manifestazione di oggi - Un porto, una città privatizzata al servizio di Fratelli d'Italia, della Meloni. E' giusto ribellarsi!
COMUNICATO STAMPA
Per una manifestazione aperta, a tutela dei diritti di tutti e tutte.
Bari 03.09.2026
Assemblea movimenti, associazioni, sindacati di base, liberi cittadini - Bari
Sibari - Braccianti ridotti in schiavitù: alloggi fatiscenti, turni massacranti e viaggi stipati nel portabagagli
Dalla stampa
Ammassati nel bagagliaio di un’auto fino ai campi dove lavoravano per 10
ore al giorno percependo una paga che cambiava in base al paese
d’origine. Era questo l’inferno dei braccianti svelato da due giovani
africani. Dalla loro denuncia è nata l’inchiesta che ha portato
all’arresto di 20 persone nella Piana di Sibari. I più penalizzati all'interno di un sistema di sfruttamento che si
regge su crudeltà e umiliazione, erano le persone di origine
sub-sahariana, alle quali era riservato il trattamento più duro e le
condizioni economiche peggiori.
Il blitz dei Carabinieri ha
portato all'arresto di 20 cittadini stranieri: 18 pakistani, 1 indiano
ed 1 cittadino del Bangladesh. A questi si aggiungono altre 46
persone denunciate a piede libero. Si tratta dei colletti bianchi del
caporalato, come commercialisti e operatori di CAF conniventi.
Questi
due mondi, i braccianti di origine straniera e gli impiegati italiani
farebbero parte di due distinte associazioni per delinquere tra loro
profondamente interconnesse sul piano operativo. Entrambe agivano
all'ombra della ‘ndrangheta che attraverso prestanome gestiva
direttamente le aziende agricole dove venivano impiegati i braccianti.
Il listino prezzi dei braccianti
I
braccianti arrivavano tutti insieme nei campi, facevano gli stessi
orari, ma venivano pagati in modo diverso. Le persone di origine
sub-sahariana – soprattutto nigeriani, gambiani, senegalesi – venivano
sottoposti alle condizioni economiche più penalizzanti e umilianti, e
questo era evidente anche nella paga giornaliera di appena 23-27 euro
(pari a circa 2,70 – 3,00 euro all’ora). Ai lavoratori di origine
pakistana ed afghana, invece, veniva riservato un trattamento
leggermente diverso, con retribuzioni giornaliere stabilite tra i 30 e i
35 euro (pari a circa 3,30 – 4,00 euro all’ora).
"La disperazione e lo stato di
bisogno di questi giovani migranti sub-sahariani era tale da
costringerli, in diverse occasioni documentate dalle intercettazioni, a
implorare umilmente il proprio caporale anche solo per ottenere la
dazione di 10 euro per poter acquistare cibo e sopravvivere".
Per
impedire qualsiasi via di fuga, gli indagati tratteneva
sistematicamente e parzialmente i salari dovuti, minacciando le vittime
di cacciarle di casa, far perdere loro il permesso di soggiorno o
aggredirle fisicamente qualora avessero protestato.
Le
vittime, in maggioranza giovanissimi in situazione di assoluta
indigenza, venivano reclutate approfittando della loro irregolarità sul
territorio, della mancanza di alternative e della non conoscenza della
lingua italiana.
I lavoratori venivano costretti a coabitare fino
a 20 persone contemporaneamente in alloggi fatiscenti, degradati, privi
di riscaldamento, luce e gas nel centro storico di un comune locale,
per i quali l’organizzazione tratteneva dai salari quote di 50-60 euro
al mese. In egual modo, subivano anche una decurtazione di 5 euro al
giorno per il viaggio.
Chi sono i colletti bianchi del caporalato
Abusando
delle loro credenziali d’accesso ai sistemi ministeriali, questi
predisponevano e inoltravano telematicamente migliaia di istanze di
assunzione fittizie nei click day del Decreto Flussi. Le istanze
venivano presentate per conto di ditte agricole e commerciali intestate a
prestanome o completamente fittizie, prive quindi di terreni,
dipendenti e fatturati reali.
"I professionisti provvedevano a
“gonfiare” ad arte i requisiti patrimoniali e i bilanci aziendali
tramite la creazione di false fatture di acquisto e vendita, inducendo
in errore gli uffici della Prefettura e dell’Ispettorato del Lavoro –
spiegano i militari – Per ogni pratica finalizzata all’ottenimento del
visto di ingresso o della regolarizzazione temporanea, l’organizzazione
pretendeva dai migranti somme oscillanti tra i 6.500 e i 10.000 euro per
singola pratica".
Questo sistema nelle intercettazioni veniva
definito come la “gallina dalle uova d’oro” per la capacità di generare
profitti illeciti milionari.
I braccianti venivano sottoposti a turni massacranti di 8-10 ore continuative, privi di riposo settimanale, ferie o tutele assicurative e sanitarie. «Sotto la sorveglianza vessatoria di capi-squadra che imponevano ritmi di raccolta asfissianti, ricevevano una retribuzione reale compresa tra i 2,70 e i 3 euro all'ora (pari a giornate da 23-27 euro complessivi), a fronte di tariffe di circa 40 euro corrisposte dagli imprenditori ai caporali».
Per impedire qualsiasi via di fuga, l'organizzazione avrebbe trattenuto sistematicamente e parzialmente i salari dovuti, «minacciando le vittime di cacciarle di casa, far perdere loro il permesso di soggiorno o aggredirle fisicamente qualora avessero protestato».
Coinvolta l'ndrangheta
Le indagini del Reparto operativo dei Carabinieri Tutela del lavoro hanno riguardato anche il «diretto coinvolgimento di esponenti delle storiche cosche di 'ndrangheta operanti nella Sibaritide». Sarebbe emerso, infatti, «come alcune delle ditte agricole utilizzate per lo sfruttamento intensivo della manodopera in nero fossero fittiziamente intestate a prestanome ma gestite direttamente per conto dei clan mafiosi locali. Quando i braccianti osavano protestare contro le condizioni alloggiative disumane e le decurtazioni salariali, venivano brutalmente zittiti con minacce di morte esplicite, facendo leva sull'appartenenza all'organizzazione mafiosa».
giovedì 3 settembre 2026
NO all'iniziativa della 'Comunità ebraica' alla Biblioteca il 6 dicembre - prese di posizioni
Comunicato stampa.
A Taranto “si celebra l’Amore”, mentre a Gaza, Cisgiordania continua il massacro: contestiamo l’iniziativa del 6 settembre!
Il 6 settembre, presso la Biblioteca Acclavio di Taranto, si terrà un’iniziativa nell’ambito della Giornata Europea della Cultura Ebraica, dedicata quest’anno al tema dell’Amore.
Ma quale Amore si può celebrare mentre a Gaza e nei territori palestinesi continua un genocidio che ha prodotto una strage di civili, di migliaia di bambini, devastazione, la distruzione di interi territori e l’accaparramento illegale della terra altrui?
Non esiste “Amore” senza giustizia. Non esiste cultura senza responsabilità. Non esiste memoria se si sceglie cosa ricordare e cosa ignorare.
Questa iniziativa non si deve fare!
Contestiamo con forza la scelta del Comune di Taranto di sostenere un’iniziativa (al di là delle prese di distanza sul patrocinio: sì, no, la biblioteca è del Comune che ha dato l’autorizzazione e dovrebbe anche intervenire) che pretende di parlare di valori universali mentre mantiene un assordante silenzio sulla tragedia palestinese.
Contestiamo il silenzio della comunità ebraica, che non ha finora espresso una posizione pubblica e inequivocabile sul genocidio in corso a Gaza.
Questo silenzio non può essere normalizzato.
La vita di un bambino palestinese vale quanto la vita di un bambino israeliano, ebreo o musulmano, cattolico, italiano o di qualunque altra parte del mondo.
Se “l'Amore” deve essere celebrato, allora deve esserlo per le vittime di ogni popolo. Deve significare rifiuto della disumanizzazione, difesa della vita, solidarietà con chi soffre e opposizione a ogni politica fondata sulla violenza, sulla distruzione e sulla sopraffazione di Israele e dei paesi imperialisti complici, in primis Usa, Italia.
Non contestiamo la cultura ebraica. Contestiamo il silenzio, che diventa scelta di stare dalla parte di uno Stato che porta avanti distruzione e morte. Contestiamo l’uso istituzionale della cultura come schermo per evitare di prendere posizione davanti a una tragedia umana.
A Taranto non vogliamo una celebrazione “dell’Amore” separata dalla realtà.
A Taranto vogliamo che si parli della Palestina, che si stia con la Palestina.
Perché davanti a un massacro il silenzio non è neutralità: è una scelta.
SLAI COBAS Taranto
Non può il 6 settembre passare in sordina.
Non può un'intera amministrazione comunale reggersi sulla presa di posizione di un unico consigliere comunale, @lucacontrario.
Chiediamo al @comunetaranto di definire ufficialmente e pubblicamente la sua posizione in merito.
Nel luglio del 2025, quando questo coordinamento non era ancora nato, il vice sindaco di Taranto Mattia Giorno, presenziava con i saluti istituzionali, all'apertura inaugurale della Comunità Ebraica di Taranto,
sezione dipendente da quella di Napoli.
Parallelamente nella città Partenope, il Consiglio Comunale, approvava una mozione nella quale é stato chiesto di:
interrompere i rapporti con enti e istituzioni direttamente collegati al governo israeliano; limitare gli accordi con le università e le imprese israeliane; privilegiare invece rapporti con organizzazioni israeliane impegnate per la pace.
La Comunità Ebraica di Napoli definí tale mozione «estremamente grave» e «inquietante».
Oggi, noi, collochiamo quelli stessi aggettivi in un posto che rispecchia radicalmente il loro orrore.
Li attribuiamo al genocidio del popolo palestinese, che oltre ad essere estremamente grave e inquietante, É DISUMANO!
Chiediamo ad entrambe le Comunità Ebraiche di Taranto e Napoli, coinvolte nell' organizzazione dell'evento di condannare senza ambiguità alcuna, il genocidio del popolo palestinese e prendere pubblicamente le distanze dalle politiche genocidarie del governo israeliano.
Non c'è AMORE che possa essere celebrato se il massacro di un intero popolo e la distruzione di interi territori, vengono ignorati.
Coordinamento Freedom Flotilla Italia - Taranto




