venerdì 6 novembre 2026
giovedì 5 novembre 2026
Arsenale - Arriva il nuovo direttore e si chiede ai civili di schierarsi quasi fossero militari - E' la militarizzazione della città, signori...
Da Cronachetarantine
Fa discutere la comunicazione di servizio del 3 novembre scorso, firmata dal vicedirettore dell’Arsenale militare marittimo di Taranto, Vincenzo Barbati. In particolare, il provvedimento in questione convoca un’«assemblea generale» per venerdì prossimo, 6 novembre, alle 8.30, sul piazzale Brin, in occasione del saluto del direttore uscente dell'Arsenale, ammiraglio Alessandro Battaglia, e dell'insediamento del nuovo direttore designato, il contrammiraglio Domenico Guadalupi.
di fatto si impone la «partecipazione obbligatoria per tutto il personale, militare e civile, presente» e l'obbligo di riscontrare uno «schieramento pronto dalle ore 8.20», il tutto secondo una precisa mappa da osservare.
La Funzione pubblica Cgil di Taranto ribadisce con forza che per il personale civile non esiste alcun obbligo di legge, né contrattuale, che giustifichi una simile imposizione o modalità organizzativa... non si può confondere una disposizione lavorativa con una cerimonia o un’assemblea generale militarizzata...».
mercoledì 4 novembre 2026
Un saluto proletario ad Antonio Salinardi delegato Slai cobas Fiat Sata di Melfi, scintilla e protagonista della grandiosa lotta operaia dei 21 giorni
- Le origini e le figure storiche: Tra gli operai simbolo dell'avanguardia operaia che ebbero il coraggio di fondare lo Slai Cobas nello stabilimento di Melfi, sfidando un contesto aziendale storicamente rigido, si ricorda in particolare Antonio Salinardi, scomparso nel 2026, figura cardine del sindacalismo di base all'interno dello stabilimento fin dai primi anni 2000. [1]
- Posizioni di contrasto con l'azienda e i confederali: I delegati dello Slai Cobas a Melfi si sono sempre distinti per una linea di forte conflittualità sia nei confronti delle politiche di flessibilità e sfruttamento della Fiat/Stellantis (come l'introduzione dei turni intensivi), sia rifiutando la validità di accordi o referendum siglati dai sindacati confederali (CGIL, CISL, UIL). [1, 2]In ricordo di Antonio Salinardi, tra le avanguardie operaie della lotta dei 21 giorni di Melfi.Mercoledì 28 ottobre è morto, a soli 57 anni, Antonio Salinardi, per i più un perfetto sconosciuto, non per noi e soprattutto non per la stragrande maggioranza degli operai dell’allora Sata di Melfi, ora Stellantis.Abbiamo avuto l’onore e il privilegio di seguire e, nel limite delle nostre forze, partecipare come Operai Contro, al percorso che agli inizi degli anni ’90 coinvolse migliaia di giovani lucani e pugliesi.A Melfi, grazie al patto scellerato fra la Fiat, i sindacati nazionali, le forze politiche e le istituzioni statali e regionali, gli operai vivevano le condizioni salariali e lavorative di gran lunga peggiori rispetto agli altri operai italiani.Questi operai furono in grado, superando mille difficoltà ed ostacoli, di costituirsi come una comunità compatta capace di difendere ed imporre i propri interessi.Antonio Salinardi, di quella lotta fu tra gli artefici e i protagonisti. Ebbe il coraggio, in un periodo in cui nella fabbrica di Melfi era rischioso già militare nella Fiom su posizioni critiche, di fondare, insieme ad altri operai, lo Slai Cobas. Lo scandalo e l’allarme suscitato da questo tentativo fu enorme.Il sindacato di base si allargava, dalle sue roccaforti storiche, direttamente nella fabbrica più produttiva della Fiat e con la minore conflittualità interna. La repressione aziendale, con il silenzio complice dei sindacati confederali nel migliore dei casi, fu pesantissima. Antonio Salinardi non si piegò e fu tra i protagonisti della lotta dei 21 giorni.Dopo quell'esperienza iniziò il lento peggioramento della condizione operaia, non solo a Melfi, ma a livello generale. Solo pochi compagni cercarono di reagire, pagandone pesantemente le conseguenze. Salinardi se ne tirò fuori, senza però mai collaborare con l’azienda.Evidentemente deluso da come andavano le cose, abbandonò completamente l'idea di costruire un’organizzazione operaia, ma questo non può farci dimenticare il contributo che Antonio Salinardi ha dato alla lotta degli operai.
6 novembre importante assemblea pubblica a Potenza sul processo "Ambiente svenduto" e sulla situazione ex ILVA di Taranto
Comunicato Stampa
6 novembre importante assemblea pubblica a Potenza sul processo ambiente svenduto e sulla situazione ex ILVA di Taranto
La mattina del 6 Novembre si celebrerà a Potenza una nuova udienza del processo “Ambiente Svenduto”, vergognosamente trasferito dalla sede naturale di Taranto dopo oltre 7 anni di svolgimento e di produzione di atti.
Cittadini e cittadine, operaie ed operai, studenti e studentesse, esponenti di sindacati e di associazioni, sono invitati/e a partecipare all’assemblea pubblica che si terrà a Potenza venerdì 6 Novembre presso i locali del CSV (Centro di Servizio al Volontariato), in via Sicilia n. 10, dalle ore 17 alle ore 19.
All’assemblea, indetta congiuntamente dal Coordinamento No Triv Basilicata e dal sindacato SLAI- COBAS di Taranto, parteciperanno esponenti delle parti civili al processo in corso al Tribunale di Potenza e gli avvocati Antonietta Ricci (TA) e Gianluca Vitale del foro di Torino
L’assemblea affronterà in tale contesto i seguenti punti:
Cosa può accadere a seguito della sentenza della Cassazione del 20 Ottobre - con conferma o meno della chiusura dell'area a caldo
Resoconto ed analisi della lotta e della reazione operaia e dei cittadini
Resoconto ed andamento delle udienze del processo in atto a Potenza denominato “Ambiente Svenduto” che mette sotto accusa Riva e complici della gestione fino al 2012. Informazione sul nuovo maxi processo che si annuncia in seguito alla messa sotto accusa della gestione arcelor mittal
Il legame tra Taranto e la Basilicata
Coordinamento No Triv Basilicata SLAI COBAS Taranto info 3475301704
Per l'assemblea cosiderazioni
Quanto il processo in corso sia carico di sofferenze per i lavoratori e per la città ionica, ce lo segnala la via crucis dell’affare ILVA, disseminata di morti sul lavoro, tumori, malattie cardiorespiratorie dei cittadini di ogni età, fino alle ultime indagini in corso che vedono alla ribalta i vertici di Acciaierie d’Italia e la costellazione di sodali in affari che non hanno mai disdegnato di utilizzare qualsivoglia strumento corruttivo per aggirare il rispetto delle misure di sicurezza così come le soglie emissive.
Di fronte al tentativo di marginalizzare ed occultare agli occhi degli stessi lavoratori, delle loro famiglie, della stessa stampa, un processo scandaloso di grande rilievo nazionale, è necessario quantomeno riuscire a cogliere la portata dello stesso in termini non soltanto economici, ma anche politici, sociali, ambientali, nonché strettamente giuridici.
In un quadro in cui gli operai ex Ilva e appalto sviluppano a taranto nelle forme di blocchi assemblee e scioperi la lotta per il lavoro, il salario, la sicurezza e la salute e in città rappresentaze ambientaliste e parte dei cittadini manifestano per la chiusura della fabbrica
Il legame tra Taranto e la Basilicata più organico e strutturale di quanto possa sembrare. Prova ne sono gli effetti immediati sulla mancanza di carburante alla pompa quando gli operai ex ILVA hanno deciso di bloccare gli ingressi della raffineria ENI.
La stessa raffineria che tratta il greggio proveniente dai giacimenti della Val d’Agri e di Tempa Rossa. Ne sono prova anche i progetti in funzione retroportuale della ZES Val Basento; i numerosi occupati in acciaieria e nel suo indotto, ma inevitabilmente i comuni destini segnati dalla qualità e quantità dell’acqua disponibile, la necessità di mettere virtuosamente mano alle bonifiche, la conquista del diritto alla salute con un lavoro dignitoso ed all’altezza del bene comune.
lunedì 2 novembre 2026
Ex Ilva: “perderemo il 30% della nostra industria”, le “lacrime di coccodrillo” di padron Bettini/Federmeccanica
Suonano molto ipocrite le parole di Bettini, attuale presidente di Federmeccanica, quando dice in una intervista del quotidiano la Repubblica di oggi, che con la decisione della chiusura dell’ex Ilva “è arrivata una mannaia inattesa”, proprio così, quando questa telenovela dura da anni! E ancora “In questi anni nessun governo ha dato una soluzione stabile e duratura.” Stiamo parlando di governi tutti sostenuti dai padroni. “Ora però non possiamo permetterci di continuare a inseguire l’idea del miracolo. Serve un piano B serio”.
E quale sarebbe questo “piano B serio”? Bettini alla domanda “Cosa si può salvare” risponde facendo il gradasso: “cosa si deve salvare” e cioè “la filiera produttiva e la capacità di rimanere nel ciclo dell’acciaio in Italia.” Perché? “Perché l’ex Ilva è un elemento strategico che serve a tantissime imprese che poi trasformano acciaio in laminati, in semilavorati e in componenti. Se l’acciaio italiano smette di essere competitivo o se il ciclo si spezza, succede che la manifattura si indebolisce”. E si indebolisce anche il fatturato di produttori come lui di scaffalature metalliche per industrie, logistica ecc. che dovrebbero pagare di più l’acciaio importato.
Infatti, aggiunge, “Il piano B deve essere chiaro. Tutta la parte a freddo deve andare avanti: continuare a fare laminati in Italia, ma facendo arrivare, nel frattempo, le bramme da lavorare dall’estero. E questo deve farlo l’azionista, quindi lo Stato italiano.”
Se lo deve fare lo Stato, allora nazionalizziamo? Ma no! Perché lo Stato serve quando deve mettere le pezze ai disastri industriali, e poi passa il tutto “risanato” di nuovo ai privati che continuano ad ammassare profitti!
“In parallelo – continua Bettini - si devono usare le risorse già disponibili per costruire un percorso verso i forni elettrici. C’è un miliardo e due da spendere, stanziati da Draghi, per arrivare, nel giro di tre anni e mezzo, almeno a due forni elettrici in funzione, così da ridurre drasticamente la dipendenza dalle importazioni delle bramme”. E questo «Per non perdere competitività. Se l’acciaio prodotto all’estero costa molto meno, o viene fatto con condizioni migliori, chi userà le nostre produzioni? Se non si fa questo l’Italia nel giro di cinque anni perderà il 30% della manifattura”. Bello essere “competitivi” con i soldi pubblici! Chi comprerà le scaffalature di Bettini e i prodotti di questo tipo di produzione industriale? Potremmo dire è la concorrenza, bellezza! Che sta alla base del sistema capitalistico!
Ma alla domanda se “La cordata italiana può rappresentare una svolta”, Bettini svicola: “«Sì certo – dice - purché il progetto sia davvero industriale con la prospettiva di realizzare i forni elettrici. Devono essere assicurati investimenti e continuità sul ciclo, altrimenti il rischio è che in Italia restino solo pezzi del processo, finendo per dare margini e vantaggi a soggetti stranieri che trasformano l’acciaio fuori e rivendono prodotti finiti o semilavorati. Noi invece dobbiamo tutelare le imprese italiane che dipendono da un’acciaieria che regga, non da un qualche cosa che assomigli a un centro servizi”.
Non dice affatto chi deve fare investimenti e se la cordata italiana c’è e se è pronta a “comprare” la più grande acciaieria d’Europa!
E alla fine, dopo aver insistito sui forni elettrici, ritorna sul governo. “Cosa chiede al governo?” è la domanda: “Una politica industriale vera, rispondendo a domande semplici. Le molle le vogliamo continuare a produrre, sì o no? Le lavastoviglie le vogliamo ancora fare, sì o no? Non basta mettere dazi sull’acciaio e poi non coordinare le condizioni complessive. Se l’Italia non ha energia sostenibile, non produce più acciaio, non ha strategie di filiera, non protegge i suoi settori di punta, come l’automotive, come si può pensare che mantenga il suo sistema industriale. Servono risposte per poi evitare di piangere la fine della chimica, dell’auto o degli elettrodomestici”.
La voce stridula del rappresentante di una parte della produzione industriale, a parte il fatto che arriva tardi, non parla affatto degli effetti che la produzione con i forni elettrici, quand’anche si decidesse di metterli in funzione, potrebbe avere sugli operai che diminuirebbero in maniera consistente.
Ma questa è un’altra storia che adesso deve essere scritta dagli operai.




