"Sul futuro dell’ex Ilva continuano a rincorrersi indiscrezioni, ipotesi industriali e possibili scenari di rilancio, ma sul piano concreto non emerge ancora alcuna decisione definitiva.
Al centro delle indiscrezioni ci sarebbe Flacks, il gruppo americano che continua a manifestare interesse per il rilancio dello stabilimento tarantino: parla di rafforzare la propria proposta, lavorando a una struttura industriale più articolata. Si parla della nascita di un tavolo tecnico con il coinvolgimento di importanti operatori del settore siderurgico, italiani e internazionali, oltre a specialisti industriali e ambientali. Tra i nomi che circolano figurerebbero Danieli e Metinvest, mentre verrebbero ridimensionate le ipotesi che nelle ultime ore avevano accostato il nome di Arvedi al dossier.. Si tratterebbe, tuttavia, di uno scenario ancora in fase interlocutoria. Di concreto, allo stato attuale, non c’è alcuna nuova decisione" - Da Taranto Buonasera
Quindi niente di niente. Intanto la situazione all'ex Ilva si aggrava, si dice che i 149 milioni basterebbero solo fino a giugno. E continua a non esserci alcun intervento di manutenzione - col rischio alto di nuovi infortuni, così come nessun intervento per l'inquinamento in città.
Se la situazione non fosse drammatica sarebbe grottesca! E i sindacati confederali e l'Usb stanno a chiedere Tavoli, incontri...
Noi abbiamo detto che le due soluzioni, Flacks e Jindal, sono entrambe da respingere. Il fondo Flax, perché evidentemente prende l'Ilva per ripiazzarla sul mercato dopo averla ottenuta quasi regalata e facendo gli investimenti necessari solo per ridimensionarla e venderla, più o meno come fanno tutti i fondi finanziari quando mettono mani a un'attività industriale e la trattano alla stregua di una squadra di calcio. Jindal ha presentato un piano per farne una succursale in Europa del grande stabilimento che ha messo su in Oman e chiaramente ridimensionandone occupazione e mercato, con una complessiva riduzione di 6 mila operai; sul piano poi del mercato si può ripetere l'operazione ArcelorMittal che provò ad affermarsi sul mercato prendendosi l'Ilva, poi si rese conto di non riuscirci e la usò per appropriarsi dei mercati che aveva già l’ex Ilva abbandonandola a se stessa.
Ma anche queste due proposte non sono andate avanti, il “procacciatore di affari”, Urso, per conto della Meloni ha fatto come sempre il suo lavoro, che è quello di cercare di procacciare affari, ricavarne molto anche personalmente se vanno bene, altrimenti passa a un altro. Attualmente Urso ha dovuto ammettere di non essere assolutamente in grado di chiudere la pratica nei tempi che aveva annunciato e anzi di cercare adesso soluzioni alternative, perfino a Flacks e a Jindal.
L'altra soluzione è dell'altra “procacciatrice di affari”, la Meloni, che è diventata così ormai, i suoi viaggi all'estero a ripetizione hanno lo scopo di procacciare affari, e i viaggi fatti recentemente in Qatar e in Azerbaijan vanno in questa direzione.
Chiaramente appare evidente come sia difficile piazzare a privati internazionali e nazionali la nuova Ilva senza che lo Stato ne copra interamente i costi, gli oneri e metta anche uno scudo ai padroni per impedire che la crisi precedente e la situazione attuale possa dar vita a nuove azioni della magistratura di fermo dello stabilimento.
Quindi non ci sarebbe altra soluzione attuale che la nazionalizzazione dello stabilimento. Ma proprio su questo i sindacati tendono a fare o “furia francese e ritirata spagnola” oppure pongono la questione in forma timida. più che altro per mostrare che esistono ma non fanno una battaglia reale su questo.
Chiaramente la nazionalizzazione in un sistema capitalistico e in una fase di crisi e concorrenza commerciale dentro la contesa mondiale interimperialista che sicuramente tocca l'acciaio e le ricadute sullo stabilimento della crisi energetica mondiale, per i lavoratori può essere senza futuro lo stesso, perché anche un'industria nazionalizzata ha problemi di mercato, di costo del lavoro e di riconversione dentro la transizione ecologica prevista per tutti gli stabilimenti siderurgici in Europa, ma che sostanzialmente ora ha trovato una grossa battuta d’arresto.
Ciò nonostante è chiaramente una rivendicazione necessaria per impedire che la fabbrica finisca nelle mani di padroni che nulla garantiscono in termini di occupazione, condizioni di sicurezza, salari, salute, con le inevitabili ricadute nella città.
Ma proprio per questo oggi è il momento di fare un braccio di ferro con il governo su questo. Un braccio di ferro sostenuto da richieste secche e chiare dei lavoratori che possano tutelare gli interessi di lavoro, salario, di netto miglioramento della questione sicurezza, eliminando le fonti inquinanti che ancora producono danni sulla città.
Su questa linea, però, obiettivamente vi è solo Slai Cobas in termini coerenti con il discorso della piattaforma operaia, dello sciopero autonomo, del blocco della fabbrica e della città. Non sono su questo terreno chiaramente le organizzazioni sindacali confederali che passano da un incontro all'altro e che chiedono che la Meloni prenda in mano la vertenza. Nè si può contare sull'USB perché l'USB su tutto di volta in volta si allinea ai sindacati confederali e da tempo non promuove alcun tipo di iniziativa autonoma se non quella è un'insistenza maggiore sui cosiddetti ammortizzatori sociali, i prepensionamenti, eccetera, la ripresa degli esodi incentivanti che possono mandare a casa un certo numero dei lavoratori e così togliere le castagne dal fuoco al governo e a chi alla fine prenderà l’Ilva. Quindi, l'attività dell'USB a parte le parole è tutta centrata su questa rivendicazione che conta sul consenso di buona parte degli operai in cassintegrazione dal 2018 e sempre meno attivi.
Chiaramente tutti e quattro i sindacati non sostengono la “piattaforma operaia”. “Piattaforma operaia” che ha tra le rivendicazioni, su cui lo Slai cobas insiste molto, l’integrazione salariale sulla cassintegrazione, data la presenza di una Cassintegrazione permanente, una integrazione che avvicini sempre più l’indennità al salario pieno, perché senza il salario pieno la condizione degli operai è nettamente peggiorata su tutti i terreni. L'altra questione che poniamo con forza come Slai Cobas è che questa integrazione salariale nel periodo di Cassintegrazione venga estesa ai lavoratori dell'appalto; qui noi ci battiamo per il contratto unico, metalmeccanico con clausola sociale, perché il lavoro in una grande fabbrica siderurgica non può che essere metalmeccanico per tutti gli operai.
Ma su questo, a parte la resistenza dei padroni delle Ditte i migliori complici sono i sindacati confederali tutti - con il ruolo particolare dell'USB che in alcune di queste ditte dell’appalto è presente, ma che è “più realista del Re” per quanto riguarda il mantenimento o la trasformazione del contratto in CCNL Multiservizi; dando di fatto una grandissima mano ai padroni grandi e piccoli per tenere sotto ricatto in precarietà e a salari più bassi gli operai dell'appalto.
In tutta questa generale situazione non abbiamo altra possibilità che ripartire da zero. Ripartiremo da una campagna di firme di adesione a questa linea e ad una iniziativa di sciopero.
Il 29 maggio c'è uno sciopero nazionale generale lanciato da alcuni sindacati di base, dalle associazioni palestinesi. Lo Slai cobas anche a Taranto aderisce e parteciperà non perché il 29 maggio sia una data X ma perché vogliamo collocarlo all'interno dell'iniziale ripresa della battaglia per lo sciopero generale.
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