venerdì 12 giugno 2026

Ex Ilva - "Gli investimenti dello Stato devono servire per la guerra, gli armamenti..." non per il lavoro

Alcune volte negli interventi alle portinerie dell'ex Ilva, dell'appalto in cui denunciamo la situazione sempre più grave, a rischio per gli operai collegandola anche alla situazione internazionale e alle scelte del governo, dello Stato che mette miliardi per l'aumento delle armi, per la guerra e invece dice che non ci sono soldi per il lavoro, per una nazionalizzazione dell'Ilva, alcuni delegati, ma ogni tanto anche degli operai, ci dicono: ma non pensiamo a ciò che succede in Palestina, Medio Oriente, ecc. parliamo di noi... 

Ecco, ora un ex manager di Arcelor - chiaramente dalla parte dei padroni - ti spiega come in realtà è di "noi" che stiamo parlando, quando denunciamo ciò che succede nel mondo.

Questo ex manager di Arcelor in una lettera aperta agli operai dell'ex Ilva e alla città di Taranto dice praticamente: Lavoratori è inutile che voi volete difendere il lavoro, il salario; Cittadini di Taranto è inutile che voi vi battete contro l'inquinamento  per la vostra salute, la vostra vita... i soldi non possono essere investiti per questi "piccoli" interessi... ma per gli armamenti di morte, per la guerra degli imperialisti che devono accaparrarsi terre, materie prime, fare una lotta di concorrenza per i mercati (Usa/Europa contro Asia/Cina), imporre il loro dominio, una nuova geografia di spartizione del mondo, ammazzando popolazioni, distruggendo interi territori, cacciando dalle loro terre migliaia di abitanti... 

Ecco alcuni stralci della lettera (pubblicata da Taranto Buonasera)

"Una lettera aperta rivolta alla città e ai lavoratori dell’ex Ilva... A firmarla è Alberto Pratesi, già manager di Arcelor e presidente dell’Associazione Italiana Coil Coating, 
che interviene sulla crisi dello stabilimento tarantino e sulle prospettive industriali del gruppo, partendo da una premessa senza margini di ambiguità: secondo la sua analisi, pensare di riportare l’Ilva alla dimensione e al ruolo del passato non sarebbe più realistico.

L’ex manager individua più ragioni alla base di questa impossibilità... (una ragione) riguarda le risorse finanziarie necessarie...
«Ci vorrebbero 20 miliardi, 10 e più per pagare i debiti, 5 per rifare gli impianti e 5 per le bonifiche, e non ci sono prospettive di ritorno sull’investimento», sostiene Pratesi... prendere atto del fatto che un intervento di questa portata avrebbe conseguenze politiche e finanziarie rilevanti.

Nella lettera, Pratesi lega anche l’eventuale impegno dello Stato alla cornice più ampia delle priorità nazionali e internazionali, richiamando le spese per gli armamenti richieste dalla Nato e il sostegno all’Ucraina richiesto dall’Unione europea. Secondo la sua lettura, un investimento pubblico di quella dimensione rimetterebbe in discussione l’intera impostazione politica attuale.

Il ragionamento si sposta poi sul mercato dell’acciaio. Pratesi sostiene che oggi non ci sarebbero prospettive di ritorno sull’investimento anche perché lo scenario globale è profondamente cambiato. L’offerta di acciaio supererebbe la domanda (*), soprattutto per effetto dell’aumento delle capacità produttive asiatiche, che avrebbero trasformato l’Asia da area importatrice netta ad area esportatrice netta.
«Questa è una realtà che non si può non accettare: il tempo passa e le cose cambiano», scrive Pratesi...
Il confronto con il passato dell’Ilva è altrettanto diretto. «20 anni fa Ilva era il più importante produttore italiano e uno dei più importanti d’Europa, oggi è un gruppo sull’orlo del fallimento...".

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(*) - In una situazione in cui una parte consistente dei popoli del mondo ancora soffre la fame, non ha il necessario per vivere, di contro c'è una sovrapproduzione di tante merci (tra cui l'acciaio); sembra un paradosso, ma non lo è nel sistema capitalista, in cui per il capitale sovrapproduzione/crisi vanno insieme. Il perchè di questo lo spiega dettagliatamente Marx ne Il Capitale. Per questo stiamo tenendo delle lezioni con il prof. marxista Giuseppe Di Marco; sono lezioni che servono soprattutto agli operai - Per dire: è proprio di voi che Marx, la Formazione marxista parla, per comprendere il perchè delle cose che accadono nel mondo e nella tua fabbrica, nella tua città.   

giovedì 11 giugno 2026

ORE 12 controinformazione rossoperaia settimanale


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Flacks insiste, sponsorizzato da stampa padronal/governativa - da 'il giornale'

Ex Ilva, Flacks chiude il cerchio: in arrivo la “cordata” per il salvataggio

Scossa al dossier Ilva. Dopo settimane di silenzio, ha preso forma il tavolo tecnico che con l’americana Flacks metterà a punto un nuovo piano di rilancio per Taranto. Secondo quanto appreso, in giornata il gruppo americano dovrebbe comunicare ufficialmente i partner che lo supporteranno nelle prossime fasi per definire i contorni di un progetto che sia accettato dai commissari che gestiscono l’amministrazione straordinaria del siderurgico. Il “concerto”, anticipato due settimane fa dal Giornale, si sarebbe concluso con l’adesione sicura di 2 partner, Danieli e Metinvest. Un terzo soggetto italiano starebbe decidendo in queste ore di salire a bordo.

Il gruppo americano continua a voler concretizzare il proprio piano di rilancio, ma le obiezioni mosse dai commissari su una solidità finanziaria promessa, ma non dimostrata, hanno spinto il potenziale cavaliere bianco a un ulteriore sforzo.

L’iniziativa di Flacks ha l'obiettivo di costruire un percorso industriale competitivo per il rilancio dell'ex Ilva, rafforzandone la continuità produttiva, la salvaguardia degli attuali livelli occupazionali e la sostenibilità ambientale. Un passo ulteriore rispetto a quello fatto finora dagli americani e che punta a convincere i commissari della bontà del progetto di rilancio che sarà condiviso con grandi operatori.

Una corsa contro il tempo visto lo stato in cui versa l’azienda.

Taranto Buonasera sull'azione dello Slai cobas all'Ilva

 Ex Ilva, Slai Cobas avvia la raccolta firme sulla piattaforma operaia

La mozione chiede nazionalizzazione immediata, nessun esubero, garanzie per diretti e appalto, stop ai contratti a termine e trattative a Taranto con la presenza del sindacato

La raccolta firme dello Slai Cobas

La raccolta firme dello Slai Cobas

TARANTO - Una mozione da sottoscrivere per rilanciare una piattaforma operaia sulla vertenza dell’ex Ilva e riportare al centro della discussione lavoro, sicurezza, salari e futuro industriale dello stabilimento. È l’iniziativa promossa dallo Slai Cobas per il Sindacato di Classe, che ha avviato una raccolta firme tra lavoratori diretti e dell’appalto, con la possibilità di aderire anche online.

Il documento, intitolato “Mozione da firmare – Piattaforma operaia”, mette in fila le richieste del sindacato in una fase considerata decisiva per il destino della fabbrica tarantina. La piattaforma respinge le ipotesi ritenute penalizzanti per l’occupazione e contesta le soluzioni giudicate insufficienti o non risolutive sul piano industriale.

Tra i punti centrali della mozione c’è il rifiuto del fondo Flacks, definito nel testo «un bluff», e il no a Jindal, indicato dal sindacato come soggetto che «vuole tagliare 6.000 operai». La richiesta principale è la nazionalizzazione immediata dello stabilimento, accompagnata dal no ai «piani inconcludenti di Urso/Meloni».

La piattaforma pone poi il tema occupazionale in termini netti. Slai Cobas chiede nessun esubero e la CIGS con integrazione per i lavoratori diretti e per quelli dell’appalto. Una rivendicazione che punta a evitare ricadute sociali pesanti in una vertenza che coinvolge non solo lo stabilimento, ma l’intero sistema produttivo collegato alla grande fabbrica.

Ampio spazio viene riservato anche alle condizioni contrattuali. Nel testo si dice no al CCNL Multiservizi applicato alle ditte e si chiede il CCNL metalmeccanico con clausola sociale, insieme al rifiuto dei contratti a termine. Per il sindacato, la tutela dei lavoratori dell’appalto resta uno dei nodi più delicati della partita, anche alla luce del peso che quel comparto ha nella tenuta complessiva del sito.

La mozione contiene inoltre richieste specifiche su salute, sicurezza e previdenza. Slai Cobas invoca una legge speciale per amianto, lavori usuranti e prepensionamenti, collegando il futuro della fabbrica anche alla necessità di riconoscere il peso delle esposizioni e delle condizioni di lavoro maturate negli anni nello stabilimento.

Nel documento compare anche un passaggio dedicato alla sicurezza: «Basta morti sul lavoro». A questa richiesta si affiancano il no alla gestione commissariale, con la formula «via i commissari», e la proposta di istituire una postazione ispettiva permanente in fabbrica, considerata uno strumento necessario per un controllo continuativo delle condizioni di lavoro.

Sul piano politico e sindacale, la piattaforma chiede che le trattative si svolgano a Taranto e che lo Slai Cobas sia presente al confronto come «voce autonoma». La mozione rivendica così il ruolo diretto dei lavoratori nella discussione sul futuro dell’ex Ilva, opponendosi a decisioni assunte lontano dal territorio e senza un coinvolgimento pieno della base operaia.

Il testo si chiude con la richiesta di un vero sciopero generale fino a risultati effettivi, indicando nella mobilitazione lo strumento per sostenere la piattaforma e ottenere risposte concrete.

Dopo Amendolara nulla deve essere come prima, denuncia, lotta, organizzazione - offrendo piattaforme concrete che possano rafforzare i migranti e indebolire l'asse padroni/caporali/info

In Calabria c’è anche chi aiuta i lavoratori migranti

Nella stessa zona in cui quattro braccianti sono stati bruciati vivi, alcune aziende e associazioni hanno trovato un modo per togliere potere ai caporali

di Angelo Mastrandrea

Lavoratori migranti nei terreni dell'azienda agricola Gias a San Marco Argentano, in Calabria (Angelo Mastrandrea/il Post)
Lavoratori migranti nei terreni dell'azienda agricola Gias 
a San Marco Argentano, in Calabria

Sulla costa jonica nel nord della Calabria, dove il primo giugno quattro braccianti migranti sono stati bruciati vivi in un minivan, ci sono anche aziende agricole che assumono i lavoratori con contratti regolari e condizioni di lavoro dignitose. Provvedono alla casa e al trasporto, in modo da evitare che si rivolgano a caporali, cioè persone che fanno da intermediari per ingaggiare i braccianti, sfruttarli e trattenere parte della loro paga. Li assumono andandoli a cercare soprattutto nella baraccopoli di San Ferdinando, nella piana calabrese di Gioia Tauro, o in quelle pugliesi di Borgo Mezzanone e di Rignano.

Queste aziende riescono a lavorare nella legalità grazie a un progetto che si chiama Spartacus, ideato dall’associazione Giuste Terre e finanziato da alcune fondazioni e dai soldi dell’8 per mille versati alla Chiesa valdese. «Cerchiamo di far assumere il più possibile le persone legalmente e di garantire ai braccianti la possibilità di avere un alloggio, perché se continuano a vivere nei ghetti o alle dipendenze dei caporali è tutto inutile», dice il responsabile del progetto Gianantonio Ricci.

Ricci dice che in un anno sono riusciti a far assumere 180 persone che vivevano a Borgo Mezzanone o a San Ferdinando, tirandole fuori dai ghetti e sottraendole al caporalato.

Secondo uno studio del CNR (Consiglio nazionale delle ricerche, il più importante ente pubblico che si occupa di ricerca), nelle campagne calabresi 12mila migranti sono «impiegati in condizioni di irregolarità». I caporali riescono a tenere sotto controllo i braccianti perché si occupano di tutto al posto loro, offrendo insieme al lavoro una casa e il trasporto: i lavoratori migranti spesso non hanno alternative.

Gli ideatori del progetto Spartacus allora hanno pensato che per contrastare il caporalato avrebbero dovuto fare lo stesso, ma in maniera legale e offrendo un servizio migliore. «La prima cosa che facciamo è costruire un ponte tra i braccianti e le aziende virtuose, garantendo contratti regolari», dice Ricci. Poi «cerchiamo gli alloggi: poiché quasi nessuno affitta agli africani, prendiamo noi le case in locazione e le paghiamo». Infine, «gestiamo i trasporti al posto dei caporali: abbiamo dei pulmini con autisti scelti tra gli stessi lavoratori, che collegano le abitazioni ai campi».

Gli attivisti forniscono anche assistenza legale ai migranti, aiutandoli a ottenere permessi di soggiorno e altri documenti, e ad aprire conti bancari dove possono farsi accreditare lo stipendio. «Finché non ricevono il primo pagamento e possono fare la spesa da soli, gli portiamo pure da mangiare», spiega Maria Teresa Sita, un’attivista di Giuste Terre.

L’azienda più grande che ha aderito al progetto Spartacus si trova a San Marco Argentano, un piccolo comune dell’entroterra. Si chiama Gias e ha più di tre chilometri quadrati di terreni, 20mila piante di melograno, alcune migliaia di piante di nocciole che coltiva per la Ferrero, piantagioni di ortaggi, e un impianto di trasformazione dei prodotti e di produzione di surgelati. Nei picchi di raccolta impiega fino a un migliaio di lavoratori stagionali. Ha reclutato alcune decine di braccianti nei ghetti calabresi e pugliesi, affiancati nel lavoro da altri dipendenti dell’azienda che insegnano loro il mestiere.

«Vogliamo non solo dare loro un lavoro dignitoso e in regola, ma anche spiegare le tecniche di potatura e formare degli operai specializzati», spiega Angelo Eliseo, l’agronomo che gestisce i terreni.

Walid, arrivato nel 2024 dal Mali e finito a vivere nella baraccopoli di Rignano nel foggiano, nella casa messa a disposizione dall’azienda agricola Gias, che gli ha fatto un contratto per la raccolta delle melagrane fino a dicembre 

Hanno sistemato sette braccianti in una piccola abitazione su un piano all’ingresso dei campi, che hanno ristrutturato: ci sono una cucina attrezzata, un bagno e due camere spaziose. Gli altri sono alloggiati in un’altra casa, più distante. Molti di loro provengono dall’Africa subsahariana.

Frank Williams ha 26 anni, dice di essere arrivato in Italia dal Camerun «con la barca», nel 2023. Fino a tre mesi fa viveva nel Centro di accoglienza per richiedenti asilo (CARA) di Borgo Mezzanone, in provincia di Foggia. Walid (non ha detto il cognome) invece è arrivato un mese fa dalla baraccopoli di Rignano, sempre nel foggiano. È scappato dal Mali nel 2024 e, prima di venire in Italia, ha lavorato per un periodo in Spagna. Entrambi dicono che rispetto ai precedenti lavori che hanno fatto in Italia gli sembra «un paradiso», perché finalmente sono in regola, stanno imparando il mestiere, hanno una casa e del tempo libero.

Iniziano a lavorare alle 5 del mattino e finiscono a mezzogiorno, perché poi fa troppo caldo. Alla fine del turno di lavoro vanno nella casetta ai margini del campo, fanno una doccia, si cambiano, cucinano qualcosa e poi si riposano. Se hanno voglia, nel pomeriggio vanno a fare un giro a Corigliano Calabro, che è a 40 minuti di bus. Williams dice che vuole comprare «una bici per andare a San Marco Argentano», un paese a pochi chilometri di distanza, su una collina.

Frank Williams, arrivato dal Camerun e passato dal CARA di Borgo Mezzanone, nella cucina della casa fornita dall’azienda agricola Gias a San Marco Argentano (Angelo Mastrandrea/il Post)

A Cassano all’Ionio, un comune di 17mila abitanti che si trova una quarantina di chilometri più a nord, i migranti possono andare a cercare lavoro in un centro che si chiama Kosmopolis e possono chiedere assistenza legale a uno degli sportelli dell’associazione Cidis. «I caporali gestiscono la vita dei migranti sostituendosi al welfare dello Stato, approfittando del fatto che chi è appena arrivato non conosce la lingua e non sa come muoversi, e noi cerchiamo di portarglieli via fornendo loro proprio quel tipo di assistenza», dice Debora La Rocca, responsabile di Cidis.

L’associazione gestisce una casa dove vengono ospitati i braccianti che sono messi sotto protezione per avere denunciato lo sfruttamento. I volontari li assistono anche legalmente e li aiutano a trovare un altro lavoro. «Spesso i migranti non denunciano i caporali non solo perché sono intimiditi, ma anche perché temono di perdere il lavoro, la casa e il sostegno degli sfruttatori», spiega ancora La Rocca.

La navetta del comune di Cassano all’Jonio che porta gratuitamente i migranti a lavorare nei campi (Angelo Mastrandrea/il Post)

I migranti che vivono nelle case del centro storico di Cassano all’Jonio possono anche andare al lavoro con una navetta del comune, che li porta gratis nelle aziende agricole della zona e a fine turno li riporta in paese. «All’inizio non saliva nessuno, i braccianti passavano dritti con lo sguardo abbassato e salivano sui mezzi dei caporali. Poi abbiamo cominciato a fermarli quando li vedevamo da soli per spiegare che il servizio è gratuito, e così pian piano hanno cominciato ad avvicinarsi. Ora sono le stesse aziende agricole a chiamarci per chiederci di passare anche da loro», racconta l’autista Danilo Mignogna.

Il bus, che ha 23 posti a sedere, è sempre pieno e deve fare diverse corse al giorno, sia all’andata che al ritorno. Se non riescono a salire perché è troppo pieno, molti migranti attendono il passaggio successivo invece di pagare i 5 euro per il trasporto ai caporali. Il comune sta pensando di comprare un secondo pulmino per rafforzare il servizio.

mercoledì 10 giugno 2026

Processo "Ambiente svenduto" - Non gli basta il trasferimento, vogliono la cancellazione dell'intero processo - Non permettiamoglielo

Venerdì, 19 giugno, ci sarà un'udienza che potrebbe essere decisiva per il processo Ilva “Ambiente Svenduto” che da settembre si tiene a Potenza. Potrà essere un'udienza decisiva perché potrebbe nuovamente mettere in discussione addirittura l'intero processo.

Noi avevamo sempre detto dall'inizio, dal 2012, anno in cui è stato avviato questo processo che il processo Ilva in un certo senso rappresentava la “madre di tutti i processi” di questo tipo sulla sicurezza, sulla salute dei lavoratori e degli abitanti della città, dei quartieri inquinati. Perché, per la grande fabbrica che rappresenta l'insieme degli attacchi alla salute e alla sicurezza sia degli operai che degli abitanti dei quartieri, per la quantità e la varietà di soggetti imputati che erano in primis i padroni Riva ma poi tutto il contorno, i legami politici, istituzionali, addirittura la Chiesa, la Digos, eccetera, che avevano contribuito a questo sistema di attacco alla salute e alla sicurezza, questo processo rappresentava un pò un quadro, una visione concreta di che cosa è il sistema capitalista in cui tutti gli aspetti di questa società sono determinati e sono funzionali al capitale.

Questo lo dicevamo, in un certo modo in senso positivo, perchè alla sbarra non c'erano solo delle persone ma c'era appunto un intero sistema che aveva fatto morti, malati e continuava a farli.

Oggi invece lo dobbiamo dire in termini sicuramente negativi, Cioè il processo “Ambiente svenduto” da essere la “madre di tutti i processi di questo genere” sta diventando la “madre di tutte le ingiustizie di classe”.

Quello che sta avvenendo nelle udienze, soprattutto in queste ultime udienze, ha qualcosa, è poco dire di vergognoso, di scandaloso, perché è molto di più. In particolare nell'ultima udienza, a un certo punto è sembrato che si tornasse alle ultime udienze fatte a Taranto sia nel processo di primo grado sia soprattutto nell'appello. Cioè il focus, il tema centrale degli interventi degli avvocati e degli imputati

tornava ad essere la questione dell'articolo 11, quello che aveva poi determinato il trasferimento del processo dalla sua sede ultranaturale Taranto, dove erano avvenuti e continuano ad avvenire tutta una serie di reati, a Potenza. Come se si fosse in parte tornati indietro. I vari avvocati molto ben pagati dei Riva e degli altri imputati tornavano a parlare dell'illegittimità del processo a Taranto e che i veri giudici erano questi di Potenza - uno dei principali avvocati, Annicchiarico, ha detto: voi siete i miei giudici.

Ma perché tornano a parlare dell'articolo 11, del trasferimento, purtroppo questo era passato, siamo qui a Potenza – e ogni volta per partecipare come parti civili, dobbiamo fare quasi tre ore di viaggio all'andata e al ritorno, soldi, eccetera. Quindi, purtroppo il trasferimento è già passato. Allora qual è lo scopo? Invece via via il vero scopo si è andato chiarendo sia negli interventi degli avvocati degli imputati sia anche nelle interventi e decisioni da parte del Presidente della Corte di Assisi.

Alcuni dati fotografano, forse meglio quello che diremo- Questo processo nel 2012 era partito con 52 imputati, ora in questo processo sono rimasti solo 16 imputati e solo una società, l'Ilva spa, la società commissariata che praticamente in cassa non è che non ha niente, ha debiti e quindi anche nella prospettiva eventuale, quando sarà, di ottenere per i lavoratori, gli abitanti dei risarcimenti, è chiaro che l'Ilva spa non potrà essere la fonte da cui prendere i risarcimenti. L'unica società attiva, Riva forni elettrici, anche questa è stata esclusa dal processo di Potenza. Quindi si era partiti da 52 e ci si è ridotti a 16, col discorso fondamentalmente delle prescrizioni.

Chiaramente sono passati più di 7 anni di processo di primo grado, poi l'appello, poi anche le indagini preliminari, siamo a più di 10 anni, è chiaro che le prescrizioni sono ora a catena. Questo ha già determinato parecchie ricadute negative anche sul fronte delle parti civili. Si era partiti a Taranto con 1500 parti civili, al di là che alcune erano un po' forzate, come l'associazione degli uccelli, e si è arrivati ora a poco più di 300 parti civili, e chiaramente si è abbassata di molto anche la pressione mediatica.

Torniamo, però, alla questione di queste ultime udienze, in particolare dell'ultima. Qual è stato lo scopo di tutto questo tornare a parlare dell'articolo 11, del trasferimento, della illegittimità, che il processo si tenesse a Taranto, eccetera? Lo scopo è che non gli basta, non gli basta ai padroni, non gli basta a tutto il sistema di aver praticamente ultradimezzato questo importante processo, di aver reso quasi nullo il peso nazionale necessario che doveva avere. Vogliono di più, vogliono tutto! Vogliono che l'intera attività processuale sia cancellata, che tutti gli atti da quelli avviati nel 2010, 2011, eccetera, che hanno anche permesso poi nel 2014 l'effettivo avvio processo, siano cancellati, come non esistenti.

Pensate che nel fascicolo depositato al Tribunale di Potenza dagli avvocati degli imputati, si trova alla fine il certificato di residenza della giudice Todisco. Per chi non lo sa, il processo “Ambiente svenduto” ha avuto come base fondamentale tutta l'indagine, le inchieste, i materiali presentati dalla giudice Todisco di Taranto. Si è trattata di una mega indagine, frutto anche di documentatissime denunce soprattutto associazioni come per esempio Peace Link, denunce molto dettagliate, molto serie, anche denunce dello Slai cobas, che avevano contribuito a questa indagine della giudice Todisco, così come i rapporti, le “Relazioni Sentieri”, che hanno molto contribuito a dare basi scientifiche, dati concreti al processo Ilva e poi alle condanne del primo grado.

Bene, tutto questo ora per gli avvocati dei Riva e i soci e di tutti i complici di Riva deve essere cancellato! E il certificato di residenza della giudice Todisco, messo nel fascicolo a monito o a minaccia, è per dire: se tu giudice sei di Taranto, abiti a Taranto, respiri la stessa aria di Taranto, non puoi essere giudicante super partes, e quindi è l’intero processo, atti precedenti che sono illegittimi… e vanno totalmente cassati.

Questo obiettivo è stato rilevato, nell'udienza del 5 giugno, dallo stesso PM che ha detto agli avvocati degli imputati: allora, lo scopo dei vostri interventi nel tirare di nuovo fuori l'articolo 11 è di voler annullare tutto il processo. Cioè volete che si ricominci non solo dall’udienza preliminare di 1° grado, ma addirittura da tutto quello che ha permesso questo processo.

Cioè il processo non ci doveva e non ci deve essere. Deve essere tutto cancellato, tutto “carta straccia”! Quindi, altro che prescrizioni. Vorrebbe dire: annullare tutte le condizioni che hanno portato a centinaia e centinaia di infortuni, a morti di operai; annullare tutta la catena di comando che reprimeva qualsiasi denuncia, qualsiasi voce che sollevasse anche solo dei problemi concreti che potevano portare ad un rischio salute, rischio vita; annullare il disastro ambientale; annullare gli omicidi di operai, in particolare quelli di Zaccaria e Marcella, che sono entrati nel processo., ecc. ecc. Non è successo niente, signori…!

Sta diventando un processo anomalo, non è più un processo agli imputati, sia pur portato all'acqua di rosa, che comunque parla di quello che hanno fatto gli imputati, del merito delle denunce, dati, documentazione, eccetera, niente, niente. Sembra a tutti gli effetti un “processo al processo”, un processo alla giudice Todisco, un processo a tutti i giudici di Taranto, un processo, alla fine, agli operai, agli abitanti dei quartieri, alle parti civili.

Questo processo sta sì tornando ad essere “la madre di tutti i processi”, ma appunto “la madre delle ingiustizie di classe”, la madre di un processo che vuole assolvere il sistema capitalista, tutto il sistema: i padroni, le istituzioni, i suoi rappresentanti - Vendola si è fatto grande vanto nei giorni scorsi di essere stato messo fuori dal processo, per prescrizione però! Allora la prima questione da dire riguarda tutti coloro che sono fuori per prescrizione, dirigenti dell'Ilva, alcuni de cosiddetti “fiduciari”, dirigenti ombra che dettavano vita, morte e miracoli in Ilva, per conto chiaramente dei Riva, funzionari istituzionali, coloro che avevano il compito di controllo e non lo facevano, rappresentanti politici, esponenti della Digos, eccetera. Questi sono fuori per la prescrizione. Ma come noi stiamo dicendo anche nei presidi che si stanno facendo dal Tribunale di Potenza: prescrizione non vuol dire affatto assoluzione, voi che vi credete assolti siete non solo coinvolti ma siete complici, parte degli assassinii, parte dell'attacco alla sicurezza, alla vita degli operai, alla vita dei bambini, abitanti dei quartieri inquinati, in particolare il quartiere Tamburi.

Vogliono un'assoluzione dell'intero sistema capitalista perché continui ad andare avanti su questa linea di potere tutto, e di attaccare in qualsiasi maniera gli operai, la cittadinanza, per la riduzione al massimo dei costi e quindi per poter avere maggiori profitti.

Ecco questo rischia di essere codificato addirittura con ordinanze del Tribunale.

Se questo passa, passa un precedente importante, grande, anche per l'ampiezza della fabbrica, che farà scuola anche in altri processi di questo tipo. Il problema è che è nella linea del governo, nella linea di Nordio che non si devono fare i processi a chi produce, a chi fa la ricchezza dell'Italia. Quindi i processi ai padroni in realtà rischiano di diventare sempre più atti di accusa ai processi stessi, a chi ha messo in moto questi processi.

Quindi in questo senso è una questione che non riguarda assolutamente Taranto, la situazione dell'Ilva di Taranto, ma deve riguardare tutti i lavoratori, tutti gli operai che vivono un aumento dello sfruttamento, attacco ai salari, una cassa integrazione dilagante che diventa permanente proprio nelle grandi fabbriche come l'Ilva, come la Stellantis; una condizione in cui, come dicono gli operai, stiamo tornando a più di 50 anni indietro per cui tu non puoi dire niente, non puoi alzare la testa, non puoi chiedere diritti normali, ma devi solo accontentarti di lavorare nelle condizioni sempre più pesanti, sempre più sfibranti eccetera, che impongono le cooperative come le grandi aziende, per cui abbiamo spesso parlato, anche altri sindacati di base, di “lavoro schiavista”, lavori schiavisti che non sono presenti solo in agricoltura, e l'abbiamo visto anche con le morti recenti dei braccianti migranti, non sono presenti solo nella logistica, ma sono ormai un modo di comando, di imposizione, di sfruttamento nelle grandi fabbriche, e questo porta ad un aumento dei rischi per la sicurezza, dei rischi per la vita.

In questo senso l'andamento di questo processo dovrebbe interessare tutti. Ma purtroppo non è così. Lo Slai cobas sc ha fatto sia nelle udienze precedenti, sia nell'ultima udienza del 5 giugno dei presidi al Tribunale di Potenza per denunciare l'andamento, informare come realmente sta andando questo processo. A questi presidi stanno partecipando rappresentanti di altri sindacati di base, associazioni ambientaliste di Potenza, rappresentanti delle lotte dell’appalto Stellantis, ecc. E questo è importante. Abbiamo fatto un’assemblea a Potenza, con partecipazione ampia di queste realtà, di lavoratori di ex fabbriche della Basilicata, giornalisti, Rifondazione comunista, giovani, donne. Lo Slai cobas tra l'altro è l'unica realtà sindacale, i rappresentanti di parti civili di lavoratori, abitanti dei quartieri, che partecipano appena possibile alle principali udienze del processo “Ambiente svenduto”, e sempre ora alle ultime udienze.

Tutti gli altri spariti. Già nel processo di Taranto si potevano contare sulle dita di una sola mano le parti civili, le associazioni che ogni tanto venivano alle udienze. Ora non c'è più nessuno, a parte lo Slai cobas e rappresentanti dei lavoratori dello Slai cobas; non si sente più nessuna voce che faccia pesare gli interessi degli operai, gli interessi della gente.

E' un processo che si svolge nella più spudorata tranquillità per gli avvocati dei padroni assassini che parlano quando e come vogliono, mentre per esempio i pochissimi avvocati di parte civile che stanno, e qualcuno interviene - e sicuramente intervengono i nostri avvocati, in particolare l'Avvocata di Taranto Antonietta Ricci - invece questi avvocati vengono anche bloccati dal presidente della corte di Assise, mentre gli avvocati e gli imputati possono prendersi tutto il tempo che vogliono, fare anche più interventi.

Ma non possiamo permettere che questo processo finisca addirittura con la cancellazione di tutti i reati e l’esclusione dei principali responsabili di morte, tumori, di sfruttamento.

Questo è un problema dalla nostra parte.

La prossima udienza sarà il 19 giugno. Noi ci saremo. Noi dobbiamo perseguire ed elevare la strada della protesta, della lotta, della partecipazione, della comprensione del valore nazionale di questa battaglia. Ma chiamiamo tutti a far sentire anche la loro voce, e ad essere presenti. 

L'intervento dell'avvocata Antonietta Ricci al processo Ilva a Potenza

Signor presidente, 
prendo la parola per contestare fermamente le affermazioni riferite nella scorsa udienza e ripetute in questa udienza. 
Dopo oltre 10 anni di processo, migliaia di udienze e aspettative di verità ai cittadini, lavoratori e alle famiglie di Taranto che per anni hanno atteso una risposta dalla giustizia resta la sensazione di un'enorme sproporzione tra la gravità della vicenda e l'esito finale. 
Pertanto, non possiamo consentire che la narrazione di quanto accaduto venga deformata. 
La sentenza della Corte di assise di appello non ha mai affermato che il collegio di Taranto non fosse il giudice naturale del processo, al contrario ha ritenuto il collegio legittimamente costituito in piena coerenza con i criteri di competenza per materia e territorio e con il principio del giudice precostituito per legge di cui all'articolo 25 della costituzione. I giudici di Taranto erano i giudici naturali e legittimamente competenti a celebrare il processo lo ha chiarito la stessa sentenza di appello che ha disposto il trasferimento affermando che “deve ritenersi infondata la tesi che vorrebbe individuare in ciascuno dei magistrati che abitano, o che sono proprietari di immobili nelle zone circostanti lo stabilimento Ilva, perciò solo, persone offese o danneggiate dai reati in materia di inquinamento ambientale”. 
La Corte ha infatti precisato che, nei reati che coinvolgono una pluralità indeterminata di persone, “l'impossibilità di identificare i potenziali danneggiati non permette di ritenere che per il solo fatto di risiedere nel territorio interessato dall'attività inquinante si possa essere individuati come danneggiati o persone offese”. Dunque non era l'intero collegio giudicante di Taranto ad essere incompatibile. Il trasferimento del processo è scaturito esclusivamente dalla posizione di un giudice onorario, un giudice di pace che, avendo inizialmente presentato costituzione di parte civile (poi ritirata) ha determinato l'applicazione dell'articolo 11 del codice di procedura penale. 
Il richiamo all'articolo 11 del codice di procedura penale non può essere utilizzato per trasformare una deroga eccezionale in una sorta di incompatibilità potenziale o astratta: quella norma disciplina in modo tassativo e tipizzato i procedimenti che riguardano magistrati, proprio per garantire terzietà e imparzialità senza violare il giudice naturale, e non consente estensioni analogiche oltre i casi espressamente previsti. 
Sappiamo bene che anche in presenza di fatti di enorme impatto collettivo e di forte emotività - basti pensare ai grandi processi per disastri ambientali che si sono svolti in Italia tipo quello di Seveso o quello Ethernit a Torino - il processo si è regolarmente celebrato presso il giudice del luogo dei fatti nel rispetto delle regole ordinarie di competenza, salvo specifiche e rigorose ipotesi di rimessione fondate su gravi situazioni locali concrete e attuali. 
In tema di diritti diffusi il collegio giudicante resta dunque quello del luogo in cui i fatti si sono verificati: pretendere che per poter giudicare con imparzialità il giudice debba essere “altrove” solo perché la vicenda ha toccato profondamente la comunità, significherebbe, paradossalmente, esigere un giudice che non viva nel contesto reale in cui il diritto viene violato, quasi un giudice di un'altro pianeta. 
Relativamente poi al citato atto di richiesta risarcimenti danni da parte del giudice Giacovelli, mi preme sottolineare che quello è un atto stragiudiziale che non ha avuto continuità a giuridica, che non è stato seguito da alcuna azione giudiziaria e nel diritto anche il non fare ha rilevanza giuridica, per cui il non aver dato conseguenza a una volontà espressa in modo stragiudiziale significa indirettamente rinunciare a quell’azione. 
Per queste ragioni chiedo che resti fermo quanto già accertato: il collegio di Taranto è il giudice naturale del processo, legittimamente investito e legittimamente costituito e non sussiste alcuna incompatibilità funzionale, né alcun presupposto per mettere in dubbio la sua terzietà e imparzialità.