Il coordinamento Grottaglie per la Palestina giudica l'iniziativa che si terrà domani, domenica 6 settembre, presso la biblioteca comunale "Acclavio" di Taranto nell'ambito della giornata europea della cultura ebraica e intitolata "love-amore", provocatoria e un oltraggio verso il genocidio in corso in Palestina da parte dello Stato sionista d'Israele.
L'iniziativa è promossa e dall'Unione delle comunità ebraiche in Italia e organizzata dalla sezione tarantina della Comunità ebraica di Napoli che non hanno mai preso posizione contro lo sterminio di decine di migliaia di palestinesi da parte delle forze armate israeliane, anzi hanno condannato anche quei seppur flebili atti istituzionali che chiedevano di interrompere anche solo parzialmente i rapporti con Israele , come accaduto l'anno scorso in occasione del voto di un ordine del giorno nel consiglio comunale di Napoli .
In realtà queste iniziative, fatte passare come culturali, servono a normalizzare le criminali politiche genocide dello stato d'Israele e a fornire al governo sionista israeliano quel supporto culturale e politico che viene messo in discussione dalla grande mobilitazione internazionale di solidarietà col popolo palestinese .
Per quanto ci riguarda saremo presenti all'iniziativa per denunciare quanto sia vergognoso richiamare il valore dell'amore volutamente ignorando l'oppressione imposta ai e alle palestinesi da sempre dallo stato sionista d'Israele .
Noi continueremo a combattere in ogni modo e in ogni sede il sionismo in tutte le sue forme, da quelle più barbare, come il massacro sotto gli occhi del mondo di decine di migliaia di palestinesi , a quelle più subdole, come quelle fatte passare come innocenti iniziative culturali.
COORDINAMENTO GROTTAGLIE PER LA PALESTINA
sabato 5 settembre 2026
"L'iniziativa della Comunità ebraica è provocatoria e un oltraggio" - Quindi, va impedita!
Bari - la manifestazione contro la Meloni - primo commento e immagini
Un primo commento a caldo
Bari - una manifestazione con buona partecipazione, 2000 certi, con buona combattività e condivisione e molti giovani. Sin dal concentramento pulmino nostro addobbato di cui abbiamo imposto il passaggio e presenza alle forze di polizia, striscione e locandine con intensi slogan e speakeraggi con buon seguito. Poi la manifestazione è partita e i mass media sono concentrati essenzialmente sulla testa.
Alla testa del corteo una dialettica con momenti di discussione ha sostanzialmente tenuto fermo il corteo a lungo - due posizioni: una ha insistito perché ci concedessero un pezzo ulteriore di corteo oltre il percorso imposto da Governo e Questura - cosa giusta, ma giocata troppo presto su una linea trattativista; l'altra ha subito sollevato il tema del fermo avvenuto in stazione di 3 compagni a cui se ne sono aggiunti altri 5 - la richiesta di liberazione dei compagni era giusta e necessaria ma non doveva diventare subito il centro dello scontro rispetto all'obiettivo reale che avremmo dovuto avere: arrivare al più presto al limite del divieto ingiusto e illegale e forzare, costi quello che costi, il divieto guastando la festa alla Meloni e spostando l'attenzione di tutti sulla manifestazione dell'opposizione antagonista alla Meloni.
Noi volevamo questo.
Durante tutto il corteo sono continuati i nostri interventi, slogan nella zona dove eravamo presenti e dove c'era una presenza più popolare, interventi e slogan molto sostenuti da parte dei manifestanti.
Gli interventi dal camion, sono stati spesso identitari e autocentrati rispetto alla centralità dello scontro politico necessario in questa giornata dove si autocelebrava il governo; altri compagni hanno assunto toni elettoralisti anti campo largo e con critiche alla Meloni perché falso sovranista - mai pronunciata la parola imperialismo. Buona la denuncia di tutti su Palestina, guerra e repressione e i richiami alle questioni sociali proletarie e popolari, vedi carovita, spese sociali, licenziamenti in arrivo all'indotto ex Ilva Taranto - assenti invece nella manifestazione i migranti e la questione migranti negli interventi.
Quando si è arrivati al limite blindato del corteo, naturalmente lontano dal porto dove c'era la Meloni, noi ci siamo spostati avanti con striscione e bandiere, in prima linea davanti agli scudi polizieschi - vi è stata una lunga, defatigante trattativa per ottenere la messa in libertà dei compagni fermati - alcune aree sono andate via. Noi siamo stati fino alla fine del fronteggiamento e poi il corteo e' ripartito in direzione stazione - perché presso la Polfer vi erano ancora compagni in attesa di messa in libertà reale - i compagni sono stati poi rilasciati
La manifestazione è riuscita nei numeri e nella rappresentatività possibile, meno nell'obiettivo politico che si doveva cercare di raggiungere - Noi abbiamo fatto la nostra parte fino in fondo - ma sulla manifestazione e le sue lezioni dovremo ritornare nei prossimi giorni.
Dai compagni/e proletari comunisti e Slai cobas presenti
venerdì 4 settembre 2026
Bari - Fascismo e Stato di polizia in azione verso la manifestazione di oggi - Un porto, una città privatizzata al servizio di Fratelli d'Italia, della Meloni. E' giusto ribellarsi!
COMUNICATO STAMPA
Per una manifestazione aperta, a tutela dei diritti di tutti e tutte.
Bari 03.09.2026
Assemblea movimenti, associazioni, sindacati di base, liberi cittadini - Bari
Sibari - Braccianti ridotti in schiavitù: alloggi fatiscenti, turni massacranti e viaggi stipati nel portabagagli
Dalla stampa
Ammassati nel bagagliaio di un’auto fino ai campi dove lavoravano per 10
ore al giorno percependo una paga che cambiava in base al paese
d’origine. Era questo l’inferno dei braccianti svelato da due giovani
africani. Dalla loro denuncia è nata l’inchiesta che ha portato
all’arresto di 20 persone nella Piana di Sibari. I più penalizzati all'interno di un sistema di sfruttamento che si
regge su crudeltà e umiliazione, erano le persone di origine
sub-sahariana, alle quali era riservato il trattamento più duro e le
condizioni economiche peggiori.
Il blitz dei Carabinieri ha
portato all'arresto di 20 cittadini stranieri: 18 pakistani, 1 indiano
ed 1 cittadino del Bangladesh. A questi si aggiungono altre 46
persone denunciate a piede libero. Si tratta dei colletti bianchi del
caporalato, come commercialisti e operatori di CAF conniventi.
Questi
due mondi, i braccianti di origine straniera e gli impiegati italiani
farebbero parte di due distinte associazioni per delinquere tra loro
profondamente interconnesse sul piano operativo. Entrambe agivano
all'ombra della ‘ndrangheta che attraverso prestanome gestiva
direttamente le aziende agricole dove venivano impiegati i braccianti.
Il listino prezzi dei braccianti
I
braccianti arrivavano tutti insieme nei campi, facevano gli stessi
orari, ma venivano pagati in modo diverso. Le persone di origine
sub-sahariana – soprattutto nigeriani, gambiani, senegalesi – venivano
sottoposti alle condizioni economiche più penalizzanti e umilianti, e
questo era evidente anche nella paga giornaliera di appena 23-27 euro
(pari a circa 2,70 – 3,00 euro all’ora). Ai lavoratori di origine
pakistana ed afghana, invece, veniva riservato un trattamento
leggermente diverso, con retribuzioni giornaliere stabilite tra i 30 e i
35 euro (pari a circa 3,30 – 4,00 euro all’ora).
"La disperazione e lo stato di
bisogno di questi giovani migranti sub-sahariani era tale da
costringerli, in diverse occasioni documentate dalle intercettazioni, a
implorare umilmente il proprio caporale anche solo per ottenere la
dazione di 10 euro per poter acquistare cibo e sopravvivere".
Per
impedire qualsiasi via di fuga, gli indagati tratteneva
sistematicamente e parzialmente i salari dovuti, minacciando le vittime
di cacciarle di casa, far perdere loro il permesso di soggiorno o
aggredirle fisicamente qualora avessero protestato.
Le
vittime, in maggioranza giovanissimi in situazione di assoluta
indigenza, venivano reclutate approfittando della loro irregolarità sul
territorio, della mancanza di alternative e della non conoscenza della
lingua italiana.
I lavoratori venivano costretti a coabitare fino
a 20 persone contemporaneamente in alloggi fatiscenti, degradati, privi
di riscaldamento, luce e gas nel centro storico di un comune locale,
per i quali l’organizzazione tratteneva dai salari quote di 50-60 euro
al mese. In egual modo, subivano anche una decurtazione di 5 euro al
giorno per il viaggio.
Chi sono i colletti bianchi del caporalato
Abusando
delle loro credenziali d’accesso ai sistemi ministeriali, questi
predisponevano e inoltravano telematicamente migliaia di istanze di
assunzione fittizie nei click day del Decreto Flussi. Le istanze
venivano presentate per conto di ditte agricole e commerciali intestate a
prestanome o completamente fittizie, prive quindi di terreni,
dipendenti e fatturati reali.
"I professionisti provvedevano a
“gonfiare” ad arte i requisiti patrimoniali e i bilanci aziendali
tramite la creazione di false fatture di acquisto e vendita, inducendo
in errore gli uffici della Prefettura e dell’Ispettorato del Lavoro –
spiegano i militari – Per ogni pratica finalizzata all’ottenimento del
visto di ingresso o della regolarizzazione temporanea, l’organizzazione
pretendeva dai migranti somme oscillanti tra i 6.500 e i 10.000 euro per
singola pratica".
Questo sistema nelle intercettazioni veniva
definito come la “gallina dalle uova d’oro” per la capacità di generare
profitti illeciti milionari.
I braccianti venivano sottoposti a turni massacranti di 8-10 ore continuative, privi di riposo settimanale, ferie o tutele assicurative e sanitarie. «Sotto la sorveglianza vessatoria di capi-squadra che imponevano ritmi di raccolta asfissianti, ricevevano una retribuzione reale compresa tra i 2,70 e i 3 euro all'ora (pari a giornate da 23-27 euro complessivi), a fronte di tariffe di circa 40 euro corrisposte dagli imprenditori ai caporali».
Per impedire qualsiasi via di fuga, l'organizzazione avrebbe trattenuto sistematicamente e parzialmente i salari dovuti, «minacciando le vittime di cacciarle di casa, far perdere loro il permesso di soggiorno o aggredirle fisicamente qualora avessero protestato».
Coinvolta l'ndrangheta
Le indagini del Reparto operativo dei Carabinieri Tutela del lavoro hanno riguardato anche il «diretto coinvolgimento di esponenti delle storiche cosche di 'ndrangheta operanti nella Sibaritide». Sarebbe emerso, infatti, «come alcune delle ditte agricole utilizzate per lo sfruttamento intensivo della manodopera in nero fossero fittiziamente intestate a prestanome ma gestite direttamente per conto dei clan mafiosi locali. Quando i braccianti osavano protestare contro le condizioni alloggiative disumane e le decurtazioni salariali, venivano brutalmente zittiti con minacce di morte esplicite, facendo leva sull'appartenenza all'organizzazione mafiosa».
giovedì 3 settembre 2026
NO all'iniziativa della 'Comunità ebraica' alla Biblioteca il 6 dicembre - prese di posizioni
Comunicato stampa.
A Taranto “si celebra l’Amore”, mentre a Gaza, Cisgiordania continua il massacro: contestiamo l’iniziativa del 6 settembre!
Il 6 settembre, presso la Biblioteca Acclavio di Taranto, si terrà un’iniziativa nell’ambito della Giornata Europea della Cultura Ebraica, dedicata quest’anno al tema dell’Amore.
Ma quale Amore si può celebrare mentre a Gaza e nei territori palestinesi continua un genocidio che ha prodotto una strage di civili, di migliaia di bambini, devastazione, la distruzione di interi territori e l’accaparramento illegale della terra altrui?
Non esiste “Amore” senza giustizia. Non esiste cultura senza responsabilità. Non esiste memoria se si sceglie cosa ricordare e cosa ignorare.
Questa iniziativa non si deve fare!
Contestiamo con forza la scelta del Comune di Taranto di sostenere un’iniziativa (al di là delle prese di distanza sul patrocinio: sì, no, la biblioteca è del Comune che ha dato l’autorizzazione e dovrebbe anche intervenire) che pretende di parlare di valori universali mentre mantiene un assordante silenzio sulla tragedia palestinese.
Contestiamo il silenzio della comunità ebraica, che non ha finora espresso una posizione pubblica e inequivocabile sul genocidio in corso a Gaza.
Questo silenzio non può essere normalizzato.
La vita di un bambino palestinese vale quanto la vita di un bambino israeliano, ebreo o musulmano, cattolico, italiano o di qualunque altra parte del mondo.
Se “l'Amore” deve essere celebrato, allora deve esserlo per le vittime di ogni popolo. Deve significare rifiuto della disumanizzazione, difesa della vita, solidarietà con chi soffre e opposizione a ogni politica fondata sulla violenza, sulla distruzione e sulla sopraffazione di Israele e dei paesi imperialisti complici, in primis Usa, Italia.
Non contestiamo la cultura ebraica. Contestiamo il silenzio, che diventa scelta di stare dalla parte di uno Stato che porta avanti distruzione e morte. Contestiamo l’uso istituzionale della cultura come schermo per evitare di prendere posizione davanti a una tragedia umana.
A Taranto non vogliamo una celebrazione “dell’Amore” separata dalla realtà.
A Taranto vogliamo che si parli della Palestina, che si stia con la Palestina.
Perché davanti a un massacro il silenzio non è neutralità: è una scelta.
SLAI COBAS Taranto
Non può il 6 settembre passare in sordina.
Non può un'intera amministrazione comunale reggersi sulla presa di posizione di un unico consigliere comunale, @lucacontrario.
Chiediamo al @comunetaranto di definire ufficialmente e pubblicamente la sua posizione in merito.
Nel luglio del 2025, quando questo coordinamento non era ancora nato, il vice sindaco di Taranto Mattia Giorno, presenziava con i saluti istituzionali, all'apertura inaugurale della Comunità Ebraica di Taranto,
sezione dipendente da quella di Napoli.
Parallelamente nella città Partenope, il Consiglio Comunale, approvava una mozione nella quale é stato chiesto di:
interrompere i rapporti con enti e istituzioni direttamente collegati al governo israeliano; limitare gli accordi con le università e le imprese israeliane; privilegiare invece rapporti con organizzazioni israeliane impegnate per la pace.
La Comunità Ebraica di Napoli definí tale mozione «estremamente grave» e «inquietante».
Oggi, noi, collochiamo quelli stessi aggettivi in un posto che rispecchia radicalmente il loro orrore.
Li attribuiamo al genocidio del popolo palestinese, che oltre ad essere estremamente grave e inquietante, É DISUMANO!
Chiediamo ad entrambe le Comunità Ebraiche di Taranto e Napoli, coinvolte nell' organizzazione dell'evento di condannare senza ambiguità alcuna, il genocidio del popolo palestinese e prendere pubblicamente le distanze dalle politiche genocidarie del governo israeliano.
Non c'è AMORE che possa essere celebrato se il massacro di un intero popolo e la distruzione di interi territori, vengono ignorati.
Coordinamento Freedom Flotilla Italia - Taranto
mercoledì 2 settembre 2026
La situazione ex ilva sulla stampa - Ex Ilva, la vendita è più vicina: Meloni convoca il tavolo a Palazzo Chigi con i sindacati - info 1

L’appuntamento è fissato per martedì 8 settembre. Due proposte in campo per l’acquisizione: Jindal e la cordata italiana. Il governo insiste sulla necessità di mantenere una capacità produttiva di acciaio è «obiettivo di rilievo nazionale»
Promessa mantenuta. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha convocato i sindacati a Palazzo Chigi per martedì 8 settembre alle 17:30 per un aggiornamento sulla «situazione» dell’ex Ilva: una formula volutamente ampia che, a questo punto della partita, comprende molto più di un semplice aggiornamento su vendita di Acciaierie d’Italia, destino dell’area a caldo, offerta della cordata italiana, quella di Jindal Steel International e il futuro occupazionale di migliaia di lavoratori.
La scelta della data non è casuale. Arriva dopo i festeggiamenti a Bari in cui la premier rivendicherà di guidare il governo più longevo della storia della Repubblica italiana, e a meno di ventiquattr’ore dall’esame in Corte d’Appello di Milano del ricorso sullo spegnimento dell’area a caldo. Il 9 settembre sarà esaminata l’istanza con cui Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria ha chiesto di sospendere l’esecutività del decreto che dispone il fermo dell’area produttiva.
La gara entra nella fase decisiva
Sul fronte della vendita, i commissari straordinari stanno esaminando due proposte: l’offerta vincolante presentata da Jindal e la manifestazione d’interesse della cordata italiana, che dovrà essere trasformata in un’offerta vera e propria. Il nodo resta legato al perimetro industriale. Mentre Jindal ha già manifestato la disponibilità a rilevare l’intero polo di Acciaierie, compresa l’area a caldo, gli industriali italiani hanno allo studio un’operazione più circoscritta, concentrata sul downstream e su una parte dell’area a caldo, con i laminatori a nastro e lamiera.
Ma, ancora una volta, è stata la premier a dettare le condizioni: il governo considera il mantenimento «di un’importante capacità produttiva di acciaio» un «obiettivo di rilievo nazionale». E quindi si tratta. Il confronto tra il governo e le 14 imprese italiane, guidate da Federacciai, scandisce il ritmo della partita: sia industriale, sia economica. La porzione di azienda considerata dalla cordata italiana vale tra 600 milioni e un miliardo di euro, mentre Jindal ha indicato una disponibilità nell’ordine dei 2 miliardi per l’intero complesso. Per colmare questo divario, l’unica strada percorribile per la cordata è coinvolgere Invitalia, con la costituzione di una newco.
Come anticipato da questo giornale, l’ipotesi è di costruire una struttura a due gambe, nella quale gli investitori privati si concentrerebbero sulle attività economicamente sostenibili e lo Stato avrebbe un ruolo nella gestione della parte più delicata dell’area a caldo. Una soluzione che consentirebbe di mantenere aperta, almeno in prospettiva, la possibilità di una riconversione dell’upstream attraverso forni elettrici e un impianto per la produzione di acciaio pre-ridotto (cosidetto «dri»).
Il tavolo per Taranto, il fronte occupazionale
I sindacati, comunque, non si accontenteranno di un aggiornamento sulla gara. Perché la vendita sarà il cuore della discussione ma al tavolo sarà inevitabile parlare delle conseguenze che i vari scenari avrebbero sui lavoratori. Il governo dovrà affrontare il tema degli strumenti da mettere in campo per accompagnare la transizione, dagli ammortizzatori agli eventuali pensionamenti anticipati fino alla ricollocazione di una parte della forza lavoro presso altre imprese del territorio.
Dal punto di vista industriale, più ampio sarà il perimetro mantenuto in attività e maggiore sarà la capacità di assorbire occupazione e preservare competenze in attesa della riconversione. Sullo sfondo resta poi il più ampio confronto su Taranto. Meloni ha previsto un tavolo specifico per lo sviluppo dell’area con associazioni di categoria, Regione Puglia ed enti locali per affiancare all’ex Ilva nuovi investimenti imprenditoriali. Ma la convocazione non è ancora arrivata. (riproduzione riservata)
La situazione ex Ilva sulla stampa locale e nazionale - Ex Ilva, fissata per il 9 settembre l’udienza per salvare l’area a caldo - info 2
La Corte d’appello di Milano dovrà decidere sulla sospensione dello stop imposto dal 25 ottobre. Ma l’impianto rischia di fermarsi già il 20 settembre per la mancanza di materie prime
Sul primo punto la corte d’appello ha sottolineato che nello stabilimento ionico sono presenti 2mila tonnellate di materiale cancerogeno che, come evidenziato da Ilva in As si trova principalmente nei cowper altoforni: la società si è difesa sostenendo che quel materiale è «entrocontenuto» nella struttura dell’impianto, si trova cioè tra la corazza in metallo e lo strato di mattoni refrattari degli impianti e quindi per i gestori e la proprietà della fabbrica è impossibile la fuoriuscita delle fibre anche durante la marcia produttiva. I giudici, tuttavia, sono stati di altro avviso: nel ribadire che «l’amianto è l’unica causa nota che provoca il tumore maligno alla pleura (mesotelioma da asbesto)» e nella popolazione di Taranto e del vicino comune di Statte «si presenta in misura quattro volte superiore» rispetto ad altri territori, ha soprattutto chiarito che è «errato» ritenere che non vi sia dispersione di fibre cancerogene nell’aria per due motivi. Principalmente perché «anche usando la più recente microscopia elettronica, i filamenti di amianto più pericolosi non sarebbero rilevabili», ma soprattutto perché la stessa azienda ha ammesso che l’incendio all’Afo1 del 7 maggio 2025 ha «disperso fibre di amianto». Finora sono state rimosse ben 6,7 tonnellate di materiale pericoloso, ma le 2 rimaste non sono in procinto di essere asportate: da un lato infatti società ha declared che quelle parti saranno rimosse solo a fine vita degli impianti e dall’altro l’Aia rilasciata nel 2025 dal Governo Meloni non impone alcuna operazione alla fabbrica a differenza dell’autorizzazione del 2017 che invece prevede lo smaltimento totale dell’amianto in fabbrica.
Quanto alle polveri sottili, la corte d’appello lombarda ha confermato che «l’inquinamento è più elevato in alcuni quartieri (specie Tamburi) che in altre zone» ed è «dimostrato il legame tra pm10 e aumento di malattie e mortalità», ma soprattutto che in questi anni non è mai stato fissato un valore limite adeguato e che il protrarsi del «solo monitoraggio della raccolta di dati, senza che a esso conseguano le prescrizioni conseguenti, si risolve nell’avvenuta proroga dell’attività produttiva pericolosamente inquinante dal 2012 a oggi, proroga destinata a protrarsi, quantomeno, per tutto il periodo di vigenza dell’Aia 2025».
La situazione ex Ilva sulla stampa - Ex Ilva, l’indotto si ferma: rischio di un migliaio di licenziamenti - info 3
In arrivo i provvedimenti collettivi conseguenti allo stop dell’area a caldo. Alcune imprese sono ricorse alla cassa ordinaria, bloccati tutti i contratti a termine

Tra avvio dei licenziamenti collettivi e ricorso alla cassa integrazione, l’indotto ex Ilva vive già i primi contraccolpi della fermata dell’area a caldo del siderurgico che, per effetto del decreto della Corte d’Appello di Milano, dovrà avvenire entro fine ottobre (90 giorni dal 27 luglio). Dal fronte Aigi, associazione di imprese, annunciano che «tra qualche giorno i licenziamenti verranno ufficializzati. Ad oggi riguardano circa un migliaio di addetti divisi fra tre-quattro aziende. Sono imprese che non intravvedendo possibilità di riavvio dell’area a caldo, ritengono che non abbia senso usare la cassa integrazione e stanno attivando le procedure di licenziamento collettivo. Ma il 30 per cento del problema si sta già verificando con il mancato rinnovo dei contratti di lavoro a tempo determinato».
Invece per la cassa integrazione, la Peyrani spa, che si occupa di manutenzioni, ha comunicato ieri ai sindacati la sospensione dal lavoro (procedura ordinaria) di 55 unità. E un’altra azienda, Itelyum-Castiglia, ha dichiarato che con l’alt alla produzione, si fermano anche la logistica e lo scarico delle materie prime al porto dove sono impiegate 70 unità, di cui 16 a tempo determinato. «Ne deriva un esubero strutturale che la società intende affrontare con la necessaria tempestività per evitare ripercussioni finanziarie» scrive Itelyum-Castiglia. Prima di queste, un’altra impresa, la Semat Engineering, ha chiesto il rinnovo della cassa integrazione per oltre 200 addetti essendosi fermato il lavoro con lo stop alle batterie delle cokerie, stop in corso già da alcuni mesi.
Infine, sul fronte giudiziario si è completata l’azione legale per cercare di bloccare la fermata. Dopo Ilva, anche Acciaierie d’Italia ha presentato il ricorso straordinario in Corte di Cassazione ed entrambe le società hanno anche inoltrato l’istanza di sospensiva alla Corte d’Appello. Scrive AdI nel ricorso: «La Corte d’Appello, disponendo la sospensione immediata delle attività dell’area a caldo, ha integralmente sostituito la propria misura inibitoria a quella disposta dal Tribunale» e così è «venuta meno la possibilità per AdI di avvalersi della misura rimediale indicata dal Tribunale per evitare la sospensione delle attività di produzione dell’acciaio».
A Bari il 4 settembre per portare l'opposizione, la voce e la rappresentanza operaia e popolare contro il governo Meloni
Dopo la riuscita manifestazione a Taranto del 21 agosto in occasione della presenza della Meloni per l'inaugurazione dei giochi del mediterraneo
(vedi in questo blog immagini e interventi del 21 agosto)
A Bari con lo Slai cobas per il sindacato di classe
ore 16 dalla sede
per raggiungere Bari piazza Ferrarese ore 17.30
info wa 3475301704
martedì 1 settembre 2026
"Proibita la bandiera palestinese ai Giochi del Mediterraneo”: la denuncia della Flotilla a Fasano
Giochi per promuovere la Puglia, Taranto zone di guerra
Da La Repubblica - Davide Carlucci
Ilva, finite le materie prime: si spegne l'ultimo altoforno - Info - Ma, per lo Slai cobas, non si spegne nulla se prima non si garantisce la continuità lavorativa degli operai diretti e appalto
Dalla GdM
Entro il 20 settembre l'ultima colata. È la prima concreta conseguenza del decreto emesso dalla Corte d’appello che il 27 luglio scorso ha imposto alla fabbrica 90 giorni per fermare gli impianti a causa delle tonnellate di amianto presente ancora nello stabilimento e delle emissioni inquinanti per lavoratori e cittadini: tre mesi che, a conti fatti, dovrebbero coincidere con il 25 ottobre, ma le riserve di minerale di ferro e carbone sono ormai tali da non superare il prossimo mese.
Dal giorno della sentenza, infatti, Acciaierie d’Italia in As ha fermato l’approvvigionamento di materie prime e quindi in fabbrica mancano gli elementi essenziali per continuare la produzione: stando a quanto appreso dalla Gazzetta, quindi, l’ultima colata nell’area a caldo è prevista intorno alla seconda decade di settembre per poi avviare in sicurezza le attività per fermare gli impianti.
Lo stabilimento ionico è destinato allo stop a meno che i giudici milanesi non dispongano una sospensiva del verdetto della Corte d’appello milanese in attesa che la Cassazione valuti il ricorso degli avvocati dell’Ilva.
Nelle scorse ore, lo stesso ministro per le Imprese e il Made in Italy, Adolfo Urso, intervenuto in videocollegamento all’evento di Affaritaliani “La Piazza 2026”, a Ceglie Messapica, ha confermato che «I tempi di chiusura dell’area a caldo, quindi degli altoforni, sono dettati dalla decisione della Corte d’Appello che dice che entro 90 giorni, dunque entro il 28 ottobre, quegli impianti devono chiudere», ma ha aggiunto che per la fabbrica ionica «ci sono due offerte vincolanti, una delle quali di Jindal» che «ha aggiornato la sua proposta alla luce della decisione della Corte d’Appello». A queste si aggiungono due manifestazioni di interesse, una delle quali è Federacciai con 14 imprese «che devono valutare - ha aggiunto il ministro - se poi trasformare questa manifestazione di interesse in offerte vincolanti nei tempi prefissati dai commissari».
Borgo mezzanone
da Operai Contro,
....per eliminare ghetti e baraccopoli quali Borgo Mezzanone e costruire
normali abitazioni con relativi spazi, urbanistica ecc., il governo
Meloni aveva ricevuto dalla Ue con il Pnrr, 200 milioni di euro. Ha
preferito restituire all’Ue 180 di questi milioni piuttosto che
realizzare questo piano. Se ve ne fosse bisogno è una cartina di
tornasole di come il governo Meloni considera i braccianti immigrati,
per tenerli fortemente ricattabili a disposizione dei padroni, che li
affidano ai loro intermediari e caporali, ovvero ai loro kapò. Il
governo Meloni non intervenendo su salari, condizioni e trattamenti
miserabili nei confronti degli operai di un settore (agricolo) è come se
spronasse i padroni degli altri settori a fare la stessa cosa con i
loro operai, generalizzando in peggio la moderna schiavitù del lavoro
salariato.
Borgo Mezzanone tra Manfredonia e Foggia, è il ghetto dei
braccianti più grande d’Europa: quando si dice il Made in Italy! Vi
vivono o meglio, sopravvivono 5 mila braccianti che nelle campagne
adiacenti, raccolgono il 40% del pomodoro nazionale, più altra frutta e
ortaggi, a 3 euro l’ora in nero o con contratti per lo più in “grigio”.
Parte di questo salario se lo riprende il caporale per il trasporto o
con altri pretesti. Un paese di baracche in lamiera e ogni materiale
recuperato in giro. Sul pavimento delle baracche c’è ancora un po’ di
cemento della pista d’aeroporto dismessa, dove partivano i mezzi
militari per la guerra in Jugoslavia. Senza acqua corrente e la fogna,
con maleodoranti montagne di rifiuti, puzza nauseabonda e caldo rovente
d’estate, fanghiglia e gelo d’inverno nell’odore della plastica e quel
che capita da bruciare per scaldarsi, nei bidoni fuori dalle baracche.
Lavorano fino 14 ore al giorno sotto il sole o la pioggia e campano
grazie anche ai pacchi di pasta distribuiti dalle Associazioni. Capita
che nelle notti più fredde qualcuno di loro passa al sonno eterno, per
via di bracieri accesi dentro le baracche, bombole che esplodono,
monossido invisibile. Questi non rientrano nel conteggio dei morti sul
lavoro ma nella casistica delle fatalità. Come loro anche quanti muoiono
cercando di ingannare la fatica, assumendo il potente oppioide Tramadol
(oppure Blue Punisher, definito l’ecstasy più letale d’Europa) che crea
dipendenza, in questo caso schiavitù dentro la schiavitù.
Considerando
anche i 4 braccianti, 2 afghani e 2 pakistani, tutti tra i 19 e 29
anni, di proposito bruciati vivi a giugno su un minivan in un
distributore ad Amendolara, (più giù di Borgo Mezzanone) perché volevano
essere pagati, dall’agosto di un anno fa sono 8 i braccianti uccisi
deliberatamente, di cui 2 forse morti sul lavoro e occultati, tutti
costretti a lavorare con temperature di caldo al suolo di 60 gradi.
L’ultimo è Saddam Hussein bracciante pakistano, in Italia da 5 anni con
regolare permesso di soggiorno per protezione speciale. Sparito il 4
agosto 2026 e ritrovato il 21 cadavere nel bagagliaio della sua auto.
Senza scartare l’ipotesi che sia una morte sul lavoro occultata, la
procura di Foggia indaga per omicidio, il movente potrebbe essere la
punizione di qualche caporale o che abbia visto qualcosa che non doveva
vedere. Il 21 agosto dell’anno scorso in un casolare fu scoperto il
corpo di un 27enne macedone, morte sul lavoro occultata? Il 29 settembre
sempre in questa zona, trovato cadavere con ferite da arma da fuoco un
magrebino. E il 4 ottobre un senegalese fu ucciso a coltellate. Se a
questi omicidi sul lavoro, ed esecuzioni sommarie, i notiziari
televisivi dedicassero la centesima parte dello spazio che dedicano a
casi di cronache trite e ritrite, per i telegiornali di tele Meloni non
basterebbero 24 ore al giorno.
In Italia i braccianti agricoli sono
oltre 1 milione, poco pagati e tanto sfruttati, lo sono di più almeno
300mila di loro. Costretti a condizioni barbare, per schiacciare alla
fonte il costo della materia prima, e garantire ampi margini di profitto
in tutti i passaggi della filiera, dalle aziende agricole a quelle
della trasformazione fino ai banchi dei supermercati. Non si tratta di
un’anomalia, ma della situazione dell’agricoltura in Italia non solo al
Sud. l’Associazione Terra! denuncia: “Il caporalato è raccontato come un
fenomeno che riguarda solo il mezzogiorno, invece nel Nord Italia lo
sfruttamento è la norma: la Lombardia con una produzione agroalimentare
del valore di oltre 14 miliardi di euro, è la prima regione italiana
nell’agroalimentare. Ma allo stesso tempo è una delle regioni più
colpite da procedimenti giudiziari riguardanti il caporalato. Il ruolo
del caporale lo interpretano le cooperative senza terra, che forniscono
lavoratori e servizi alle aziende ecc.”. “Perfino la cosiddetta
‘immigrazione regolare’ è al servizio di questo sistema – spiega Fabio
Ciconte presidente della citata Associazione Terra!- “Il decreto flussi è
un bluff che serve ad alimentare i ghetti, il modello c’era, ed era
quello di Riace ma il governo ha preferito rinunciare persino ai soldi
del Pnrr pur di mantenere in piedi questo sistema”.
Con l’acuirsi
delle tensioni fra braccianti e caporali, il governo ne attribuisce le
responsabilità alle contraddizioni interne alle comunità, fra diverse
comunità, o etnie. Ignorando volutamente che queste tensioni sono create
ad arte dal padrone per tenerli divisi. Nonostante le punizioni per chi
si muove fuori dagli ordini del caporale, nonostante i feroci omicidi
usati come deterrente a chi osa ribellarsi, i braccianti di Borgo
Mezzanone occupando per protesta la basilica di Bari il 4 luglio scorso,
ottennero l’impegno della regione Puglia di installare alcune pompe
d’acqua ma, come successo nel caso dei cassonetti per l’immondizia,
tutto si è fermato perché i proprietari terrieri, vogliono un
risarcimento per occupazione di suolo. A questo punto il governo Meloni e
la regione Puglia, fanno scena muta; i braccianti covano una nuova e
più incisiva protesta; chi si dichiara dalla parte degli operai, non può
lasciare sola la categoria dei braccianti in una condizione così
pesante.
Saluti Oxervator.da Operai Contro,
lunedì 31 agosto 2026
Bari - manifestazione regionale contro il governo Meloni - da Taranto delegazione - info wa 3475301704
Comunicato stampa
Castiglia Itelyum, 70 lavoratori a rischio licenziamento - E ora? diciamo ai lavoratori...
Padroni e sindacati confederali/Usb hanno fatto la guerra allo Slai cobas - la maggiorparte dei lavoratori non ha tenuto e resistito, e ora si vede a che serviva questa guerra... licenziarli!
info stampa
Castiglia Itelyum, 70 lavoratori a rischio licenziamento
Gianmario Leone
Sono 70 i lavoratori di Castiglia Itelyum che rischiano di essere coinvolti dalle conseguenze dello stop dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto. Si tratta del personale attualmente impiegato nella commessa presso il porto di Taranto, composto da 54 lavoratori a tempo indeterminato e 16 con contratto a tempo determinato.
La società in questi giorni ha informato le rappresentanze sindacali e le organizzazioni sindacali del mutato scenario produttivo e gestionale determinato dagli effetti del Decreto n. 425/2026, comunicato il 27 dalla Corte d’Appello di Milano – Sezione specializzata in materia di impresa, a seguito della Camera di Consiglio del 9 luglio.
Nella comunicazione, l’azienda considera “assolutamente residuali” le possibilità che l’area a caldo dello stabilimento siderurgico di Taranto possa continuare la produzione. Eventuali soluzioni per il rilancio produttivo richiederebbero inoltre, sempre secondo la società, tempi incompatibili con il mantenimento degli attuali assetti aziendali.
Lo stop potrebbe arrivare già a settembre
Il passaggio più delicato riguarda la prospettiva che le attività dell’area a caldo possano cessare già a partire da settembre, con conseguenze sulle attività funzionali alla produzione.
La società richiama la scadenza del 28 ottobre, termine concesso dal decreto della Corte d’Appello per l’adeguamento degli impianti ritenuti inquinanti ed evitare la sospensione dell’attività produttiva.
Secondo la comunicazione inviata ai sindacati, allo stato non sarebbe ipotizzabile che la Corte conceda una sospensiva, sebbene richiesta, dell’ordine esecutivo. Quanto alla decisione di merito della Corte di Cassazione, la società evidenzia che, indipendentemente dall’esito del giudizio, il provvedimento interverrebbe nel medio termine, quando gli impianti potrebbero essere già fermi e difficilmente riattivabili, anche in ragione delle loro caratteristiche tecniche.
Sulla base di queste considerazioni, l’azienda ritiene dunque possibile che già da settembre cessino le attività dell’area a caldo e, a cascata, quelle ad esse funzionali.
“Personale non ricollocabile“
La società ha effettuato verifiche interne per valutare la possibilità di ricollocare il personale in altre attività aziendali. Dalle verifiche, però, il personale non risulterebbe allo stato ricollocabile. Le motivazioni indicate sono l’insussistenza di posizioni lavorative alternative e l’infungibilità delle professionalità proprie dei diversi settori aziendali.
Da qui la conclusione dell’azienda: un “esubero strutturale” che deve essere affrontato con tempestività per evitare ripercussioni finanziarie sull’intera compagine.
Tra gli strumenti gestionali annunciati figurano il blocco del turnover e lo stop alle proroghe e ai rinnovi dei contratti a termine. La riduzione dell’organico considerato in esubero dovrà invece avvenire attraverso gli strumenti e le previsioni di legge vigenti.
La storia di Castiglia nell’indotto
La situazione attuale si inserisce in una storia segnata da anni di difficoltà per le imprese che lavorano nell’indotto siderurgico.
Nell’ottobre del 2019 furono licenziati 130 dei 201 lavoratori della ditta Castiglia di Massafra, che operava nell’indotto dell’ex Ilva, allora ArcelorMittal Italia. I 71 lavoratori rimasti furono interessati dalla continuità occupazionale prevista dal contratto Multiservizi attraverso la clausola sociale, con il passaggio alle cinque aziende subentranti nell’appalto per pulizie industriali e civili, trasporti e servizi: Ecologica Spa, Evoluzione Ecologica, Mad, Ags Italia e Sea.
Nel luglio 2021 venne completata la cessione del pacchetto di maggioranza del capitale di Castiglia s.r.l. in favore di Itelyum Regenerations s.r.l., società del gruppo Itelyum, leader internazionale nell’economia circolare, attiva nella rigenerazione degli oli lubrificanti usati, nella produzione di solventi puri e da reflui chimici e nei servizi ambientali per l’industria./
Un indotto da circa 300 aziende
Quello di Castiglia Italyum è però soltanto uno dei tanti fronti aperti.
L’indotto dell’ex Ilva comprende circa 300 aziende e almeno 3-3.500 lavoratori, impegnati in attività che spaziano dalle pulizie alla manutenzione, dall’edilizia alla carpenteria, dai trasporti alle mense, fino agli impianti elettrici e ad altri servizi.
Un sistema nel quale convivono contratti part-time, interinali, a tempo determinato e a tempo indeterminato e che rischia di essere investito da una nuova e pesante crisi occupazionale.
La decisione della Itelyum si colloca in un contesto sempre più precario. Le associazioni datoriali avevano infatti già annunciato la possibilità di procedere verso i licenziamenti collettivi. L’iniziativa, ventilata all’inizio di agosto, è stata confermata il 10 agosto nel corso della riunione di Confindustria Taranto, Confapi Taranto, Aigi, Confartigianato Taranto e Federmanager, nell’ambito del “Tavolo permanente” costituito dopo il decreto della Corte d’Appello di Milano.
L’orientamento comune è che “non c’è più tempo da perdere”. Da qui la decisione di proseguire lo stato di mobilitazione delle aziende dell’indotto e di procedere con la richiesta di licenziamento collettivo.
Secondo le associazioni, la chiusura dell’area a caldo comporterebbe inevitabilmente un esubero del personale dell’indotto impegnato in quell’area. Successivamente, il problema potrebbe estendersi a una parte delle risorse impiegate nell’area a freddo, destinata a sua volta a fermarsi in assenza di alimentazione di acciaio.
Due amministrazioni straordinarie e decine di milioni di euro
La crisi dell’indotto arriva dopo anni nei quali le imprese hanno già dovuto sostenere costi pesantissimi.
Le aziende sono state coinvolte in due amministrazioni straordinarie nel giro di appena nove anni e hanno visto accumularsi decine di milioni di euro di fatture non pagate per lavori già effettuati.
Da qui le istanze di insinuazione al passivo presentate prima nei confronti di Ilva Spa e poi di Acciaierie d’Italia, nella speranza di recuperare almeno una parte delle somme spettanti. Nel primo caso, in particolare, furono oltre 150 milioni di euro quelli rimasti congelati.
Nel corso degli anni sono intervenuti diversi governi e la Regione Puglia con misure finalizzate a contenere l’impatto economico sulle imprese. Ma oggi il rischio torna a essere quello di una crisi destinata a trasferirsi dalle aziende ai lavoratori.
Quasi 400 posti persi dal 2022
Gli addetti dell’indotto e dell’appalto, inoltre, non beneficiano in larga parte del contratto dei metalmeccanici applicato ai dipendenti diretti del siderurgico, ma del contratto Multiservizi, caratterizzato da livelli retributivi e tutele generalmente inferiori.
Secondo i calcoli della Fiom Cgil di Taranto, dal secondo semestre del 2022 ad oggi sono stati persi quasi 400 posti di lavoro a seguito della cessazione delle attività di aziende storiche dell’indotto, tra cui Semat, Iris, Lacaita, Giove e Pitrelli, oltre ad altre realtà.
Il timore è che questa emorragia possa accelerare se la crisi del siderurgico dovesse diventare definitiva e irreversibile.
Il caso dei 70 lavoratori di Castiglia Itelyum rappresenta quindi l’ennesimo fronte concreto di una crisi che rischia di coinvolgere una platea molto più ampia. Se l’area a caldo dovesse fermarsi definitivamente e il blocco produttivo si estendesse successivamente alle attività a valle, il conto occupazionale potrebbe diventare molto più pesante.
Per Taranto, ancora una volta, la vertenza dell’ex Ilva non è soltanto una questione di produzione industriale: è anche il futuro di centinaia di imprese e di migliaia di lavoratori dell’indotto. Sul quale ad oggi nessuno ha ancora tracciato una via d’uscita credibile.
*sull’argomento leggi Ex Ilva, la crisi dell’indotto ricade sui lavoratori
Meloni Vattin”, a Bari prevista mobilitazione nel giorno della festa: “Prepariamo opposizione al governo” - info
Dal caro affitti, a scuola, riarmo e politica estera: studenti e cittadini pronti a scendere in piazza
Studenti e cittadini pronti a scendere in piazza contro il Governo Meloni. E’ quanto annunciato da alcune associazioni studentesche pronte a manifestare il prossimo 4 settembre, in concomitanza con la manifestazione organizzata da Fratelli d’Italia al porto del capoluogo pugliese per celebrare il record di longevità dell’esecutivo. L’appello alla mobilitazione è stato diffuso sui social con lo slogan “Meloni vattin”. Un appello che parte da Bari in vista dell’evento organizzato in città, ma attraversa tutta la Puglia e non solo con l’obiettivo di “preparare l’opposizione al governo del razzismo e della guerra”.
Nel documento, gli organizzatori definiscono l’evento di Fratelli d’Italia una “parata di propaganda” e sostengono che serva a “nascondere la profonda sfiducia popolare”. Il riferimento è anche alle mobilitazioni per la Palestina e all’esito del referendum, citati come segnali di opposizione politica e sociale al governo. Al centro della protesta ci sono diversi temi: diritto allo studio, caro affitti, costo dei libri, condizioni della scuola pubblica, precarietà universitaria, politiche di riarmo, razzismo e sostegno a Israele.
“Da questo Governo per studenti e studentesse non è arrivata nessuna risposta al caro affitti o al costo dei libri, ma solo un progressivo impoverimento del diritto allo studio”, si legge nell’appello. Nel testo si parla anche di una scuola pubblica ancora alle prese con “carenze di personale, strutture inadeguate e risorse insufficienti”, mentre per l’università vengono denunciate “precarietà e barriere economiche” che renderebbero più difficile studiare e costruire un futuro. Gli organizzatori richiamano poi quanto avvenuto a Taranto, dove la premier era stata contestata durante l’inaugurazione dei Giochi del Mediterraneo. “Dopo la figuraccia a Taranto, dove ha incassato i fischi della piazza, siamo pronti a far sentire la nostra voce anche a Bari”, scrivono.
La mobilitazione punta quindi a trasformare la presenza della presidente del Consiglio nel capoluogo pugliese in un momento di protesta politica. “Contestiamo questo Governo per costruire un’opposizione reale al carovita, alle politiche di riarmo, al razzismo e al sostegno incondizionato a Israele”, si legge ancora nell’appello. Il 4 settembre Bari diventerà così teatro di due iniziative contrapposte: da un lato la festa di Fratelli d’Italia al porto, dall’altro la contestazione annunciata da chi intende portare in piazza il dissenso contro le politiche dell’esecutivo
Pronto il corteo di protesta per la Meloni a Bari - info
A essere contestati dai manifestanti sono "il sostegno alle guerre e ai suoi tanti risultati collaterali come ad esempio l'impazzimento del prezzo della benzina" e quello "ad Israele, il riarmo, i tagli per le fasce più deboli, le leggi repressive per chi vuole manifestare e tanto altro ancora. Quattro anni di un esecutivo i cui ministri sanno benissimo da che parte stare: non quella delle classi popolari, ma quella di chi accumula extra-profitti e pretende pure aiuti dallo Stato: il caso Santanchè insegna. Saremo in piazza per contestare i disastri di questo centro-destra. Ecco - continuano i movimenti - cosa c'è da 'festeggiare': Stato di polizia; decreti sicurezza che rispolverano norme fasciste per garantire l'impunità alle forze dell'ordine e silenziare il dissenso con pene sempre più severe; caccia al migrante; criminalizzazione e trattamenti disumani, con leggi che alimentano la clandestinità anziché favorire l'integrazione sociale ed economica; economia di guerra e riarmo; risorse massicce sottratte a scuola, università, ricerca e sanità per essere dirottate sulle spese militari; un folle piano di riarmo che arricchisce l'industria bellica, a partire da Leonardo, che riconverte la produzione verso le armi nel silenzio dei sindacati confederali; complicità nel genocidio; la totale sottomissione al terrorismo globale del neoimperialismo statunitense e la complicità attiva, politica e militare, nel genocidio del popolo palestinese portato avanti" dal governo Netanyahu; negazionismo e crisi climatica; criminale inerzia di fronte al collasso ecologico. impunità per i potenti: protezione per la casta nostrana e internazionale; regali ai colossi; extra-profitti record per banche, assicurazioni e compagnie energetiche o petrolifere; guerra ai poveri con il netto rifiuto del salario minimo, che lascia campo libero a sfruttamento e lavoro povero. Per noi - proseguono - questi anni hanno significato solo il peggioramento delle condizioni di vita di lavoratori, disoccupati e finte partite Iva, mentre i soliti pochi si arricchivano indisturbati. Questo è il governo che non avremmo mai voluto. BARI e la Puglia portano i segni evidenti di questi disastri, a partire dalla gestione fallimentare dell'ex Ilva di Taranto. Non abbiamo bisogno di zone rosse, esercito o altra polizia nelle strade. Vogliamo la sicurezza di un lavoro dignitoso, di una sanità pubblica efficiente, di case popolari e di scuole sicure",

















