sabato 5 settembre 2026

"L'iniziativa della Comunità ebraica è provocatoria e un oltraggio" - Quindi, va impedita!

Il coordinamento Grottaglie per la Palestina giudica l'iniziativa che si terrà domani, domenica 6 settembre, presso la biblioteca comunale "Acclavio" di Taranto nell'ambito della giornata europea della cultura ebraica e intitolata "love-amore", provocatoria e un oltraggio verso il genocidio in corso in Palestina da parte dello Stato sionista d'Israele.
L'iniziativa è promossa e dall'Unione delle comunità ebraiche in Italia e organizzata dalla sezione tarantina della Comunità ebraica di Napoli che non hanno mai preso posizione contro lo sterminio di decine di migliaia di palestinesi da parte delle forze armate israeliane, anzi hanno condannato anche quei seppur flebili atti istituzionali che chiedevano di interrompere anche solo parzialmente i rapporti con Israele , come accaduto l'anno scorso in occasione del voto di un ordine del giorno nel consiglio comunale di Napoli .
In realtà queste iniziative, fatte passare come culturali, servono a normalizzare le criminali politiche genocide dello stato d'Israele e a fornire al governo sionista israeliano quel supporto culturale e politico che viene messo in discussione dalla grande mobilitazione internazionale di solidarietà col popolo palestinese .
Per quanto ci riguarda saremo presenti all'iniziativa per denunciare quanto sia vergognoso richiamare il valore dell'amore volutamente ignorando l'oppressione imposta ai e alle palestinesi da sempre dallo stato sionista d'Israele .
Noi continueremo a combattere in ogni modo e in ogni sede il sionismo in tutte le sue forme, da quelle più barbare, come il massacro sotto gli occhi del mondo di decine di migliaia di palestinesi , a quelle più subdole, come quelle fatte passare come innocenti iniziative culturali.

COORDINAMENTO GROTTAGLIE PER LA PALESTINA

Bari - la manifestazione contro la Meloni - primo commento e immagini

Un primo commento a caldo 

Bari - una manifestazione con buona partecipazione, 2000 certi, con buona combattività e condivisione e molti giovani. Sin dal concentramento pulmino nostro addobbato di cui abbiamo imposto il passaggio e presenza alle forze di polizia, striscione e locandine con intensi slogan e speakeraggi con buon seguito. Poi la manifestazione è partita e i mass media sono concentrati essenzialmente sulla testa.

Alla testa del corteo una dialettica con momenti di discussione ha sostanzialmente tenuto fermo il corteo a lungo - due posizioni: una ha insistito perché ci concedessero un pezzo ulteriore di corteo oltre il percorso imposto da Governo e Questura - cosa giusta, ma giocata troppo presto su una linea trattativista; l'altra ha subito sollevato il tema del fermo avvenuto in stazione di 3 compagni a cui se ne sono aggiunti altri 5 - la richiesta di liberazione dei compagni era giusta e necessaria ma non doveva diventare subito il centro dello scontro rispetto all'obiettivo reale che avremmo dovuto avere: arrivare al più presto al limite del divieto ingiusto e illegale e forzare, costi quello che costi, il divieto guastando la festa alla Meloni e spostando l'attenzione di tutti sulla manifestazione dell'opposizione antagonista alla Meloni.

Noi volevamo questo.

Durante tutto il corteo sono continuati i nostri interventi, slogan nella zona dove eravamo presenti e dove c'era una presenza più popolare, interventi e slogan molto sostenuti da parte dei manifestanti.

Gli interventi dal camion, sono stati spesso identitari e autocentrati rispetto alla centralità dello  scontro politico necessario in questa giornata dove si autocelebrava il governo; altri compagni hanno assunto toni elettoralisti anti campo largo e con critiche alla Meloni perché falso sovranista - mai pronunciata  la parola imperialismo. Buona la denuncia di tutti su Palestina, guerra e repressione e i richiami alle questioni sociali proletarie e popolari, vedi carovita, spese sociali, licenziamenti in arrivo all'indotto ex Ilva Taranto - assenti invece nella manifestazione i migranti e la questione migranti negli interventi.

Quando si è  arrivati al limite blindato del corteo, naturalmente lontano dal porto dove c'era la Meloni, noi ci siamo spostati avanti con striscione e bandiere, in prima linea davanti agli scudi polizieschi - vi è  stata una lunga, defatigante trattativa per ottenere la messa in libertà dei compagni fermati - alcune aree sono andate via. Noi siamo stati fino alla fine del fronteggiamento e poi il corteo e' ripartito in direzione stazione - perché presso la Polfer vi erano ancora compagni in attesa di messa in libertà reale - i compagni sono stati poi rilasciati

La manifestazione è riuscita nei numeri e nella rappresentatività possibile, meno nell'obiettivo politico che si doveva cercare di raggiungere - Noi abbiamo fatto la nostra parte fino in fondo - ma sulla manifestazione e le sue lezioni dovremo ritornare nei prossimi giorni.

Dai compagni/e proletari comunisti e Slai cobas presenti 



venerdì 4 settembre 2026

Ex Ilva - La posizione dello Slai cobas

Questo va a celebrare la Meloni oggi nella kermesse fascista a Bari

Bari - Fascismo e Stato di polizia in azione verso la manifestazione di oggi - Un porto, una città privatizzata al servizio di Fratelli d'Italia, della Meloni. E' giusto ribellarsi!

COMUNICATO STAMPA

I movimenti, le associazioni, i sindacati di base, singoli cittadini, confermano la partecipazione alle ore 17,30 al corteo che si muoverà da piazza del Ferrarese dove, nonostante le gravi limitazioni del percorso del corteo, chiederemo l'applicazione della Costituzione Italiana riguardo la libertà di manifestare .
Chiederemo con forza e determinazione di far  passare il corteo sul lungomare affianco alla blindatissima riunione dei Fratelli di Italia.

Le buffonate dell’onorevole Donzelli che sui giornali ci augurava una "buona manifestazione" in modo sarcastico non trovano nessun riscontro; un governo che cerca di zittire i movimenti con leggi sempre più repressive ed anticostituzionali confermano che questo governo è semplicemente fascista.

Come associazioni, collettivi, sindacati di base e singole/i cittadine/i, in data 29 agosto abbiamo regolarmente comunicato l'intenzione di svolgere un corteo per contestare la kermesse di Fratelli d'Italia presso il Terminal del Porto di Bari.

La gestione della piazza da parte delle autorità ha fatto registrare gravi anomalie e continue restrizioni.

Partecipazione impropria: Il Comitato per l'Ordine e la Sicurezza Pubblica, da quanto appreso a mezzo stampa, ha visto l'incomprensibile partecipazione di esponenti di Fratelli d'Italia, senza fornire risposte chiare alla nostra comunicazione.

Revisioni continue del percorso: La Questura di Bari ha convocato gli organizzatori per ben 4 volte nell'arco di 3 giorni, senza sollevare criticità formali fino al 2 settembre, data in cui è stato notificato il divieto di ingresso del corteo all'interno dell'area portuale.

I continui passi indietro della Questura: Pur contestando il divieto — dato che gli spazi portuali avrebbero garantito la coesistenza in sicurezza di entrambe le iniziative — abbiamo provato a proporre un’altra soluzione: terminare il corteo all'esterno del porto, presso il Varco Dogana, sede di numerose manifestazioni passate. Ciononostante, la mattina del 3 settembre la Questura ci ha comunicato che anche questa opzione non era praticabile, dichiarando off-limits anche il Varco Dogana e imponendo come limite massimo il Lungomare all'altezza della Basilica di San Nicola.

Notifica tardiva: Di fronte all'ennesimo ridimensionamento, abbiamo rifiutato ulteriori trattative al ribasso sul percorso e chiesto l'emissione formale delle prescrizioni, giunte "puntualmente" a sole 24 ore dall'evento.

Riteniamo inaccettabile che la paura delle contestazioni alla Presidente del Consiglio trasformi ampie porzioni della città in sale ricevimenti private a uso esclusivo di chi detiene il potere. Questo prolungato stato di incertezza sul percorso ha volutamente ostacolato una comunicazione pubblica adeguata, limitando la libera partecipazione della cittadinanza.

Peraltro, quanto accaduto evidenzia come il Porto di Bari venga gestito in modo privatistico dall'Autorità Portuale: uno spazio concesso senza problemi per le feste di partito, ma precluso a chi esprime dissenso politicizzato o ai lavoratori in sciopero, come già avvenuto lo scorso 6 febbraio.

Nonostante questi ostacoli, non rinunciamo a far sentire la nostra voce.

Invitiamo tutte e tutti a scendere in piazza:
 
4 settembre — Ore 17:30 Piazza Ferrarese, Bari

Per una manifestazione aperta, a tutela dei diritti di tutti e tutte.

Bari 03.09.2026

Assemblea movimenti, associazioni, sindacati di base, liberi cittadini - Bari

Sibari - Braccianti ridotti in schiavitù: alloggi fatiscenti, turni massacranti e viaggi stipati nel portabagagli

Dalla stampa

 

Ammassati nel bagagliaio di un’auto fino ai campi dove lavoravano per 10 ore al giorno percependo una paga che cambiava in base al paese d’origine. Era questo l’inferno dei braccianti svelato da due giovani africani. Dalla loro denuncia è nata l’inchiesta che ha portato all’arresto di 20 persone nella Piana di Sibari. I più penalizzati all'interno di un sistema di sfruttamento che si regge su crudeltà e umiliazione, erano le persone di origine sub-sahariana, alle quali era riservato il trattamento più duro e le condizioni economiche peggiori.

Il blitz dei Carabinieri ha portato all'arresto di 20 cittadini stranieri: 18 pakistani, 1 indiano ed 1 cittadino del Bangladesh. A questi si aggiungono altre 46 persone denunciate a piede libero. Si tratta dei colletti bianchi del caporalato, come commercialisti e operatori di CAF conniventi.

Questi due mondi, i braccianti di origine straniera e gli impiegati italiani farebbero parte di due distinte associazioni per delinquere tra loro profondamente interconnesse sul piano operativo. Entrambe agivano all'ombra della ‘ndrangheta che attraverso prestanome gestiva direttamente le aziende agricole dove venivano impiegati i braccianti.

Il listino prezzi dei braccianti
I braccianti arrivavano tutti insieme nei campi, facevano gli stessi orari, ma venivano pagati in modo diverso. Le persone di origine sub-sahariana – soprattutto nigeriani, gambiani, senegalesi – venivano sottoposti alle condizioni economiche più penalizzanti e umilianti, e questo era evidente anche nella paga giornaliera di appena 23-27 euro (pari a circa 2,70 – 3,00 euro all’ora). Ai lavoratori di origine pakistana ed afghana, invece, veniva riservato un trattamento leggermente diverso, con retribuzioni giornaliere stabilite tra i 30 e i 35 euro (pari a circa 3,30 – 4,00 euro all’ora).

"La disperazione e lo stato di bisogno di questi giovani migranti sub-sahariani era tale da costringerli, in diverse occasioni documentate dalle intercettazioni, a implorare umilmente il proprio caporale anche solo per ottenere la dazione di 10 euro per poter acquistare cibo e sopravvivere".

Per impedire qualsiasi via di fuga, gli indagati tratteneva sistematicamente e parzialmente i salari dovuti, minacciando le vittime di cacciarle di casa, far perdere loro il permesso di soggiorno o aggredirle fisicamente qualora avessero protestato.

Le vittime, in maggioranza giovanissimi in situazione di assoluta indigenza, venivano reclutate approfittando della loro irregolarità sul territorio, della mancanza di alternative e della non conoscenza della lingua italiana.

I lavoratori venivano costretti a coabitare fino a 20 persone contemporaneamente in alloggi fatiscenti, degradati, privi di riscaldamento, luce e gas nel centro storico di un comune locale, per i quali l’organizzazione tratteneva dai salari quote di 50-60 euro al mese. In egual modo, subivano anche una decurtazione di 5 euro al giorno per il viaggio. 

Chi sono i colletti bianchi del caporalato

Abusando delle loro credenziali d’accesso ai sistemi ministeriali, questi predisponevano e inoltravano telematicamente migliaia di istanze di assunzione fittizie nei click day del Decreto Flussi. Le istanze venivano presentate per conto di ditte agricole e commerciali intestate a prestanome o completamente fittizie, prive quindi di terreni, dipendenti e fatturati reali.

"I professionisti provvedevano a “gonfiare” ad arte i requisiti patrimoniali e i bilanci aziendali tramite la creazione di false fatture di acquisto e vendita, inducendo in errore gli uffici della Prefettura e dell’Ispettorato del Lavoro – spiegano i militari – Per ogni pratica finalizzata all’ottenimento del visto di ingresso o della regolarizzazione temporanea, l’organizzazione pretendeva dai migranti somme oscillanti tra i 6.500 e i 10.000 euro per singola pratica".

Questo sistema nelle intercettazioni veniva definito come la “gallina dalle uova d’oro” per la capacità di generare profitti illeciti milionari.

I braccianti venivano sottoposti a turni massacranti di 8-10 ore continuative, privi di riposo settimanale, ferie o tutele assicurative e sanitarie. «Sotto la sorveglianza vessatoria di capi-squadra che imponevano ritmi di raccolta asfissianti, ricevevano una retribuzione reale compresa tra i 2,70 e i 3 euro all'ora (pari a giornate da 23-27 euro complessivi), a fronte di tariffe di circa 40 euro corrisposte dagli imprenditori ai caporali».

Per impedire qualsiasi via di fuga, l'organizzazione avrebbe trattenuto sistematicamente e parzialmente i salari dovuti, «minacciando le vittime di cacciarle di casa, far perdere loro il permesso di soggiorno o aggredirle fisicamente qualora avessero protestato».

Coinvolta l'ndrangheta
Le indagini del Reparto operativo dei Carabinieri Tutela del lavoro hanno riguardato anche il «diretto coinvolgimento di esponenti delle storiche cosche di 'ndrangheta operanti nella Sibaritide». Sarebbe emerso, infatti, «come alcune delle ditte agricole utilizzate per lo sfruttamento intensivo della manodopera in nero fossero fittiziamente intestate a prestanome ma gestite direttamente per conto dei clan mafiosi locali. Quando i braccianti osavano protestare contro le condizioni alloggiative disumane e le decurtazioni salariali, venivano brutalmente zittiti con minacce di morte esplicite, facendo leva sull'appartenenza all'organizzazione mafiosa». 

giovedì 3 settembre 2026

NO all'iniziativa della 'Comunità ebraica' alla Biblioteca il 6 dicembre - prese di posizioni

Comunicato stampa.

A Taranto “si celebra l’Amore”, mentre a Gaza, Cisgiordania continua il massacro: contestiamo l’iniziativa del 6 settembre!

Il 6 settembre, presso la Biblioteca Acclavio di Taranto, si terrà un’iniziativa nell’ambito della Giornata Europea della Cultura Ebraica, dedicata quest’anno al tema dell’Amore.

Ma quale Amore si può celebrare mentre a Gaza e nei territori palestinesi continua un genocidio che ha prodotto una strage di civili, di migliaia di bambini, devastazione, la distruzione di interi territori e l’accaparramento illegale della terra altrui?

Non esiste “Amore” senza giustizia. Non esiste cultura senza responsabilità. Non esiste memoria se si sceglie cosa ricordare e cosa ignorare.

Questa iniziativa non si deve fare! 

Contestiamo con forza la scelta del Comune di Taranto di sostenere un’iniziativa (al di là delle prese di distanza sul patrocinio: sì, no, la biblioteca è del Comune che ha dato l’autorizzazione e dovrebbe anche intervenire) che pretende di parlare di valori universali mentre mantiene un assordante silenzio sulla tragedia palestinese.

Contestiamo il silenzio della comunità ebraica, che non ha finora espresso una posizione pubblica e inequivocabile sul genocidio in corso a Gaza.

Questo silenzio non può essere normalizzato.

La vita di un bambino palestinese vale quanto la vita di un bambino israeliano, ebreo o musulmano, cattolico, italiano o di qualunque altra parte del mondo.

Se “l'Amore” deve essere celebrato, allora deve esserlo per le vittime di ogni popolo. Deve significare rifiuto della disumanizzazione, difesa della vita, solidarietà con chi soffre e opposizione a ogni politica fondata sulla violenza, sulla distruzione e sulla sopraffazione di Israele e dei paesi imperialisti complici, in primis Usa, Italia.

Non contestiamo la cultura ebraica. Contestiamo il silenzio, che diventa scelta di stare dalla parte di uno Stato che porta avanti distruzione e morte. Contestiamo l’uso istituzionale della cultura come schermo per evitare di prendere posizione davanti a una tragedia umana.

A Taranto non vogliamo una celebrazione “dell’Amore” separata dalla realtà.

A Taranto vogliamo che si parli della Palestina, che si stia con la Palestina.

Perché davanti a un massacro il silenzio non è neutralità: è una scelta.

SLAI COBAS Taranto

 

Non può il 6 settembre passare in sordina. 

Non può un'intera amministrazione comunale reggersi sulla presa di posizione di un unico consigliere comunale, @lucacontrario.
Chiediamo al @comunetaranto di definire ufficialmente e pubblicamente la sua posizione in merito.

Nel luglio del 2025, quando questo coordinamento non era ancora nato, il vice sindaco di Taranto Mattia Giorno, presenziava con i saluti istituzionali, all'apertura inaugurale della Comunità Ebraica di Taranto,
sezione dipendente da quella di Napoli.
Parallelamente nella città Partenope, il Consiglio Comunale, approvava una mozione nella quale é stato chiesto di:
interrompere i rapporti con enti e istituzioni direttamente collegati al governo israeliano; limitare gli accordi con le università e le imprese israeliane; privilegiare invece rapporti con organizzazioni israeliane impegnate per la pace. 
La Comunità Ebraica di Napoli definí tale mozione «estremamente grave» e «inquietante».

Oggi, noi, collochiamo quelli stessi aggettivi in un posto che rispecchia radicalmente il loro orrore.
Li attribuiamo al genocidio del popolo palestinese, che oltre ad essere estremamente grave e inquietante, É DISUMANO!

Chiediamo ad entrambe le Comunità Ebraiche di Taranto e Napoli, coinvolte nell' organizzazione  dell'evento di condannare senza ambiguità alcuna, il genocidio del popolo palestinese e prendere pubblicamente le distanze dalle politiche genocidarie del governo israeliano.

Non c'è AMORE che possa essere celebrato se il massacro di un intero popolo e la distruzione di interi territori, vengono ignorati.

Coordinamento Freedom Flotilla Italia - Taranto

mercoledì 2 settembre 2026

Che cosa mandiamo a dire alla Meloni venerdi 4 a Bari - ore 17.30 piazza Ferrarese

Uscita raccolta N.8 di ORE 12 - Importanti articoli - Richiedere a: pcro.red@gmail.com

Le raccolte uscite finora

La situazione ex ilva sulla stampa - Ex Ilva, la vendita è più vicina: Meloni convoca il tavolo a Palazzo Chigi con i sindacati - info 1

 Ex Ilva, la vendita è più vicina: Meloni convoca il tavolo a Palazzo Chigi con i sindacati

L’appuntamento è fissato per martedì 8 settembre. Due proposte in campo per l’acquisizione: Jindal e la cordata italiana. Il governo insiste sulla necessità di mantenere una capacità produttiva di acciaio è «obiettivo di rilievo nazionale»

Promessa mantenuta. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha convocato i sindacati a Palazzo Chigi per martedì 8 settembre alle 17:30 per un aggiornamento sulla «situazione» dell’ex Ilva: una formula volutamente ampia che, a questo punto della partita, comprende molto più di un semplice aggiornamento su vendita di Acciaierie d’Italia, destino dell’area a caldo, offerta della cordata italiana, quella di Jindal Steel International e il futuro occupazionale di migliaia di lavoratori.

La scelta della data non è casuale. Arriva dopo i festeggiamenti a Bari in cui la premier rivendicherà di guidare il governo più longevo della storia della Repubblica italiana, e a meno di ventiquattr’ore dall’esame in Corte d’Appello di Milano del ricorso sullo spegnimento dell’area a caldo. Il 9 settembre sarà esaminata l’istanza con cui Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria ha chiesto di sospendere l’esecutività del decreto che dispone il fermo dell’area produttiva.

La gara entra nella fase decisiva

Sul fronte della vendita, i commissari straordinari stanno esaminando due proposte: l’offerta vincolante presentata da Jindal e la manifestazione d’interesse della cordata italiana, che dovrà essere trasformata in un’offerta vera e propria. Il nodo resta legato al perimetro industriale. Mentre Jindal ha già manifestato la disponibilità a rilevare l’intero polo di Acciaierie, compresa l’area a caldo, gli industriali italiani hanno allo studio un’operazione più circoscritta, concentrata sul downstream e su una parte dell’area a caldo, con i laminatori a nastro e lamiera.

Ma, ancora una volta, è stata la premier a dettare le condizioni: il governo considera il mantenimento «di un’importante capacità produttiva di acciaio» un «obiettivo di rilievo nazionale». E quindi si tratta. Il confronto tra il governo e le 14 imprese italiane, guidate da Federacciai, scandisce il ritmo della partita: sia industriale, sia economica. La porzione di azienda considerata dalla cordata italiana vale tra 600 milioni e un miliardo di euro, mentre Jindal ha indicato una disponibilità nell’ordine dei 2 miliardi per l’intero complesso. Per colmare questo divario, l’unica strada percorribile per la cordata è coinvolgere Invitalia, con la costituzione di una newco.

Come anticipato da questo giornale, l’ipotesi è di costruire una struttura a due gambe, nella quale gli investitori privati si concentrerebbero sulle attività economicamente sostenibili e lo Stato avrebbe un ruolo nella gestione della parte più delicata dell’area a caldo. Una soluzione che consentirebbe di mantenere aperta, almeno in prospettiva, la possibilità di una riconversione dell’upstream attraverso forni elettrici e un impianto per la produzione di acciaio pre-ridotto (cosidetto «dri»).

Il tavolo per Taranto, il fronte occupazionale

I sindacati, comunque, non si accontenteranno di un aggiornamento sulla gara. Perché la vendita sarà il cuore della discussione ma al tavolo sarà inevitabile parlare delle conseguenze che i vari scenari avrebbero sui lavoratori. Il governo dovrà affrontare il tema degli strumenti da mettere in campo per accompagnare la transizione, dagli ammortizzatori agli eventuali pensionamenti anticipati fino alla ricollocazione di una parte della forza lavoro presso altre imprese del territorio.

Dal punto di vista industriale, più ampio sarà il perimetro mantenuto in attività e maggiore sarà la capacità di assorbire occupazione e preservare competenze in attesa della riconversione. Sullo sfondo resta poi il più ampio confronto su Taranto. Meloni ha previsto un tavolo specifico per lo sviluppo dell’area con associazioni di categoria, Regione Puglia ed enti locali per affiancare all’ex Ilva nuovi investimenti imprenditoriali. Ma la convocazione non è ancora arrivata. (riproduzione riservata) 

La situazione ex Ilva sulla stampa locale e nazionale - Ex Ilva, fissata per il 9 settembre l’udienza per salvare l’area a caldo - info 2

Ex Ilva, fissata per il 9 settembre l’udienza per salvare l’area a caldo

La Corte d’appello di Milano dovrà decidere sulla sospensione dello stop imposto dal 25 ottobre. Ma l’impianto rischia di fermarsi già il 20 settembre per la mancanza di materie prime


È fissata per il 9 settembre l'udienza dinanzi alla corte d'appello di Milano che dovrà decidere se sospendere o meno il decreto che impone all'ex Ilva lo stop dell'area a caldo a partire dal prossimo 25 ottobre. Le società Ilva in As e Accierie d'Italia in As ha infatti depositato l'istanza e la corte ha immediatamente fissato la data dell'udienza: una data particolarmente ravvicinata evidentemente per i tempi particolarmente stretti: come svelato dalla Gazzetta, infatti, l'area a caldo rischia di fermarsi già il 20 settembre per mancanza di materie prime. Dal 27 luglio scorso, giorno della sentenza della Corte milanese, infatti, AdI in As ha fermato l’approvvigionamento di materie prime e quindi in fabbrica mancano gli elementi essenziali per continuare la produzione: stando a quanto appreso dalla Gazzetta, quindi, l’ultima colata nell’area a caldo è prevista intorno alla seconda decade di settembre per poi avviare in sicurezza le attività per fermare gli impianti.
L'udienza dinanzi alla Corte, quindi, è l'estremo tentativo delle società per provare a salvare l'ara a caldo dello stabilimento fermato dai giudici, su richiesta dell'associazione “Genitori Tarantini” attraverso gli avvocati Ascanio Amenduni e Maurizio Rizzo Striano, per la presenza di 2mila tonnellate di amianto e per le emissioni di sostanze nocive, in particolare pm10 e pm2,5.

Sul primo punto la corte d’appello ha sottolineato che nello stabilimento ionico sono presenti 2mila tonnellate di materiale cancerogeno che, come evidenziato da Ilva in As si trova principalmente nei cowper altoforni: la società si è difesa sostenendo che quel materiale è «entrocontenuto» nella struttura dell’impianto, si trova cioè tra la corazza in metallo e lo strato di mattoni refrattari degli impianti e quindi per i gestori e la proprietà della fabbrica è impossibile la fuoriuscita delle fibre anche durante la marcia produttiva. I giudici, tuttavia, sono stati di altro avviso: nel ribadire che «l’amianto è l’unica causa nota che provoca il tumore maligno alla pleura (mesotelioma da asbesto)» e nella popolazione di Taranto e del vicino comune di Statte «si presenta in misura quattro volte superiore» rispetto ad altri territori, ha soprattutto chiarito che è «errato» ritenere che non vi sia dispersione di fibre cancerogene nell’aria per due motivi. Principalmente perché «anche usando la più recente microscopia elettronica, i filamenti di amianto più pericolosi non sarebbero rilevabili», ma soprattutto perché la stessa azienda ha ammesso che l’incendio all’Afo1 del 7 maggio 2025 ha «disperso fibre di amianto». Finora sono state rimosse ben 6,7 tonnellate di materiale pericoloso, ma le 2 rimaste non sono in procinto di essere asportate: da un lato infatti società ha declared che quelle parti saranno rimosse solo a fine vita degli impianti e dall’altro l’Aia rilasciata nel 2025 dal Governo Meloni non impone alcuna operazione alla fabbrica a differenza dell’autorizzazione del 2017 che invece prevede lo smaltimento totale dell’amianto in fabbrica.

Quanto alle polveri sottili, la corte d’appello lombarda ha confermato che «l’inquinamento è più elevato in alcuni quartieri (specie Tamburi) che in altre zone» ed è «dimostrato il legame tra pm10 e aumento di malattie e mortalità», ma soprattutto che in questi anni non è mai stato fissato un valore limite adeguato e che il protrarsi del «solo monitoraggio della raccolta di dati, senza che a esso conseguano le prescrizioni conseguenti, si risolve nell’avvenuta proroga dell’attività produttiva pericolosamente inquinante dal 2012 a oggi, proroga destinata a protrarsi, quantomeno, per tutto il periodo di vigenza dell’Aia 2025».

La situazione ex Ilva sulla stampa - Ex Ilva, l’indotto si ferma: rischio di un migliaio di licenziamenti - info 3

In arrivo i provvedimenti collettivi conseguenti allo stop dell’area a caldo. Alcune imprese sono ricorse alla cassa ordinaria, bloccati tutti i contratti a termine

Polo siderurgico. Una veduta dello stabilimento ex Ilva di Taranto e dell’adiacente quartiere Tamburi.
 (ANSA / Ciro Fusco)

Tra avvio dei licenziamenti collettivi e ricorso alla cassa integrazione, l’indotto ex Ilva vive già i primi contraccolpi della fermata dell’area a caldo del siderurgico che, per effetto del decreto della Corte d’Appello di Milano, dovrà avvenire entro fine ottobre (90 giorni dal 27 luglio). Dal fronte Aigi, associazione di imprese, annunciano che «tra qualche giorno i licenziamenti verranno ufficializzati. Ad oggi riguardano circa un migliaio di addetti divisi fra tre-quattro aziende. Sono imprese che non intravvedendo possibilità di riavvio dell’area a caldo, ritengono che non abbia senso usare la cassa integrazione e stanno attivando le procedure di licenziamento collettivo. Ma il 30 per cento del problema si sta già verificando con il mancato rinnovo dei contratti di lavoro a tempo determinato».

Invece per la cassa integrazione, la Peyrani spa, che si occupa di manutenzioni, ha comunicato ieri ai sindacati la sospensione dal lavoro (procedura ordinaria) di 55 unità. E un’altra azienda, Itelyum-Castiglia, ha dichiarato che con l’alt alla produzione, si fermano anche la logistica e lo scarico delle materie prime al porto dove sono impiegate 70 unità, di cui 16 a tempo determinato. «Ne deriva un esubero strutturale che la società intende affrontare con la necessaria tempestività per evitare ripercussioni finanziarie» scrive Itelyum-Castiglia. Prima di queste, un’altra impresa, la Semat Engineering, ha chiesto il rinnovo della cassa integrazione per oltre 200 addetti essendosi fermato il lavoro con lo stop alle batterie delle cokerie, stop in corso già da alcuni mesi.

Fonti vicine ad Acciaierie d’Italia affermano che per la fermata dell’area a caldo, al momento il giorno non é definito, ma tutto quello che é necessario predisporre «è stato già studiato, analizzato e pianificato». Non é che lo si fa dall’oggi al domani, si evidenzia, anche perché dovrà essere data comunicazione, attraverso un piano, al ministero dell’Ambiente, agli enti locali e alle autorità di controllo. E una data ancora non c’è, si ribadisce.
Sono tre le convocazioni che si attendono a breve: dell’azienda ai sindacati per dire come e quando ci sarà la fermata; del Governo sul futuro dell’ex Ilva, considerate le candidature degli acciaieri italiani con Federacciai, degli indiani di Jindal, degli americani di Flacks Group e del gruppo ceco CE Industries; infine, sempre da parte del Governo con il Tavolo Taranto relativo alla nuova industrializzazione. Intanto si fa avanti Vincenzo Cesareo, a capo del gruppo metalmeccanico Comes, presidente della Camera di Commercio di Taranto e già a capo di Confindustria Taranto. In una lettera al Governo, Cesareo scrive che «l’imperativo morale ed economico deve essere quello di salvare l’area a caldo, trasformandola tecnologicamente, com’è ormai improcrastinabile, affinché smetta di essere una ferita ambientale e divenga, all’opposto, l’impalcatura che alimenta l’area a freddo, garantendo acciaio italiano sostenibile e di alta qualità, nonché una buona occupazione. In questo scenario - scrive - non appare accettabile l’esclusione o l’assenza dell’imprenditoria locale da processi decisionali di tale portata. Le imprese del territorio, che da oltre sessant’anni convivono con lo stabilimento e che, come l’azienda che rappresento, hanno continuato a investire ingenti risorse proprie per promuovere l’innovazione e la transizione ecologica di questa terra, hanno il diritto di entrare in partita ed il dovere di contribuire alla soluzione dei problemi». Il cda di Comes ha deliberato un milione di euro «per partecipare ad una cordata imprenditoriale finalizzata all’acquisizione ed al rilancio dell’ex Ilva» e auspica che anche altri partner locali si facciano avanti.

Infine, sul fronte giudiziario si è completata l’azione legale per cercare di bloccare la fermata. Dopo Ilva, anche Acciaierie d’Italia ha presentato il ricorso straordinario in Corte di Cassazione ed entrambe le società hanno anche inoltrato l’istanza di sospensiva alla Corte d’Appello. Scrive AdI nel ricorso: «La Corte d’Appello, disponendo la sospensione immediata delle attività dell’area a caldo, ha integralmente sostituito la propria misura inibitoria a quella disposta dal Tribunale» e così è «venuta meno la possibilità per AdI di avvalersi della misura rimediale indicata dal Tribunale per evitare la sospensione delle attività di produzione dell’acciaio».

A Bari il 4 settembre per portare l'opposizione, la voce e la rappresentanza operaia e popolare contro il governo Meloni

Dopo la riuscita manifestazione a Taranto del 21 agosto in occasione della presenza della Meloni per l'inaugurazione dei giochi del mediterraneo

(vedi in questo blog immagini e interventi del 21 agosto)

A Bari con lo Slai cobas per il sindacato di classe 

ore 16 dalla sede

per raggiungere Bari piazza Ferrarese ore 17.30

info wa 3475301704 

martedì 1 settembre 2026

"Proibita la bandiera palestinese ai Giochi del Mediterraneo”: la denuncia della Flotilla a Fasano

Giochi per promuovere la Puglia, Taranto zone di guerra

 Da La Repubblica - Davide Carlucci

 
Allontanata una famiglia che faceva sventolare la bandiera durante una partita di pallamano. 
La protesta del sindaco Zaccaria: “Così si tradisce lo spirito della manifestazione, che dovrebbe promuovere la pace”

A Bari contro il governo Meloni - 4 settembre piazza Ferrarese ore 17.30 - partenza da Taranto ore 16 dalla sede Slai cobas

 

Ilva, finite le materie prime: si spegne l'ultimo altoforno - Info - Ma, per lo Slai cobas, non si spegne nulla se prima non si garantisce la continuità lavorativa degli operai diretti e appalto

Dalla GdM

Entro il 20 settembre l'ultima colata. È la prima concreta conseguenza del decreto emesso dalla Corte d’appello che il 27 luglio scorso ha imposto alla fabbrica 90 giorni per fermare gli impianti a causa delle tonnellate di amianto presente ancora nello stabilimento e delle emissioni inquinanti per lavoratori e cittadini: tre mesi che, a conti fatti, dovrebbero coincidere con il 25 ottobre, ma le riserve di minerale di ferro e carbone sono ormai tali da non superare il prossimo mese. 

Dal giorno della sentenza, infatti, Acciaierie d’Italia in As ha fermato l’approvvigionamento di materie prime e quindi in fabbrica mancano gli elementi essenziali per continuare la produzione: stando a quanto appreso dalla Gazzetta, quindi, l’ultima colata nell’area a caldo è prevista intorno alla seconda decade di settembre per poi avviare in sicurezza le attività per fermare gli impianti.

Lo stabilimento ionico è destinato allo stop a meno che i giudici milanesi non dispongano una sospensiva del verdetto della Corte d’appello milanese in attesa che la Cassazione valuti il ricorso degli avvocati dell’Ilva. 
Nelle scorse ore, lo stesso ministro per le Imprese e il Made in Italy, Adolfo Urso, intervenuto in videocollegamento all’evento di Affaritaliani “La Piazza 2026”, a Ceglie Messapica, ha confermato che «I tempi di chiusura dell’area a caldo, quindi degli altoforni, sono dettati dalla decisione della Corte d’Appello che dice che entro 90 giorni, dunque entro il 28 ottobre, quegli impianti devono chiudere», ma ha aggiunto che per la fabbrica ionica «ci sono due offerte vincolanti, una delle quali di Jindal» che «ha aggiornato la sua proposta alla luce della decisione della Corte d’Appello». A queste si aggiungono due manifestazioni di interesse, una delle quali è Federacciai con 14 imprese «che devono valutare - ha aggiunto il ministro - se poi trasformare questa manifestazione di interesse in offerte vincolanti nei tempi prefissati dai commissari».

Borgo mezzanone

da Operai Contro, 

....per eliminare ghetti e baraccopoli quali Borgo Mezzanone e costruire normali abitazioni con relativi spazi, urbanistica ecc., il governo Meloni aveva ricevuto dalla Ue con il Pnrr, 200 milioni di euro. Ha preferito restituire all’Ue 180 di questi milioni piuttosto che realizzare questo piano. Se ve ne fosse bisogno è una cartina di tornasole di come il governo Meloni considera i braccianti immigrati, per tenerli fortemente ricattabili a disposizione dei padroni, che li affidano ai loro intermediari e caporali, ovvero ai loro kapò. Il governo Meloni non intervenendo su salari, condizioni e trattamenti miserabili nei confronti degli operai di un settore (agricolo) è come se spronasse i padroni degli altri settori a fare la stessa cosa con i loro operai, generalizzando in peggio la moderna schiavitù del lavoro salariato.
Borgo Mezzanone tra Manfredonia e Foggia, è il ghetto dei braccianti più grande d’Europa: quando si dice il Made in Italy! Vi vivono o meglio, sopravvivono 5 mila braccianti che nelle campagne adiacenti, raccolgono il 40% del pomodoro nazionale, più altra frutta e ortaggi, a 3 euro l’ora in nero o con contratti per lo più in “grigio”. Parte di questo salario se lo riprende il caporale per il trasporto o con altri pretesti. Un paese di baracche in lamiera e ogni materiale recuperato in giro. Sul pavimento delle baracche c’è ancora un po’ di cemento della pista d’aeroporto dismessa, dove partivano i mezzi militari per la guerra in Jugoslavia. Senza acqua corrente e la fogna, con maleodoranti montagne di rifiuti, puzza nauseabonda e caldo rovente d’estate, fanghiglia e gelo d’inverno nell’odore della plastica e quel che capita da bruciare per scaldarsi, nei bidoni fuori dalle baracche. Lavorano fino 14 ore al giorno sotto il sole o la pioggia e campano grazie anche ai pacchi di pasta distribuiti dalle Associazioni. Capita che nelle notti più fredde qualcuno di loro passa al sonno eterno, per via di bracieri accesi dentro le baracche, bombole che esplodono, monossido invisibile. Questi non rientrano nel conteggio dei morti sul lavoro ma nella casistica delle fatalità. Come loro anche quanti muoiono cercando di ingannare la fatica, assumendo il potente oppioide Tramadol (oppure Blue Punisher, definito l’ecstasy più letale d’Europa) che crea dipendenza, in questo caso schiavitù dentro la schiavitù.
Considerando anche i 4 braccianti, 2 afghani e 2 pakistani, tutti tra i 19 e 29 anni, di proposito bruciati vivi a giugno su un minivan in un distributore ad Amendolara, (più giù di Borgo Mezzanone) perché volevano essere pagati, dall’agosto di un anno fa sono 8 i braccianti uccisi deliberatamente, di cui 2 forse morti sul lavoro e occultati, tutti costretti a lavorare con temperature di caldo al suolo di 60 gradi. L’ultimo è Saddam Hussein bracciante pakistano, in Italia da 5 anni con regolare permesso di soggiorno per protezione speciale. Sparito il 4 agosto 2026 e ritrovato il 21 cadavere nel bagagliaio della sua auto. Senza scartare l’ipotesi che sia una morte sul lavoro occultata, la procura di Foggia indaga per omicidio, il movente potrebbe essere la punizione di qualche caporale o che abbia visto qualcosa che non doveva vedere. Il 21 agosto dell’anno scorso in un casolare fu scoperto il corpo di un 27enne macedone, morte sul lavoro occultata? Il 29 settembre sempre in questa zona, trovato cadavere con ferite da arma da fuoco un magrebino. E il 4 ottobre un senegalese fu ucciso a coltellate. Se a questi omicidi sul lavoro, ed esecuzioni sommarie, i notiziari televisivi dedicassero la centesima parte dello spazio che dedicano a casi di cronache trite e ritrite, per i telegiornali di tele Meloni non basterebbero 24 ore al giorno.
In Italia i braccianti agricoli sono oltre 1 milione, poco pagati e tanto sfruttati, lo sono di più almeno 300mila di loro. Costretti a condizioni barbare, per schiacciare alla fonte il costo della materia prima, e garantire ampi margini di profitto in tutti i passaggi della filiera, dalle aziende agricole a quelle della trasformazione fino ai banchi dei supermercati. Non si tratta di un’anomalia, ma della situazione dell’agricoltura in Italia non solo al Sud. l’Associazione Terra! denuncia: “Il caporalato è raccontato come un fenomeno che riguarda solo il mezzogiorno, invece nel Nord Italia lo sfruttamento è la norma: la Lombardia con una produzione agroalimentare del valore di oltre 14 miliardi di euro, è la prima regione italiana nell’agroalimentare. Ma allo stesso tempo è una delle regioni più colpite da procedimenti giudiziari riguardanti il caporalato. Il ruolo del caporale lo interpretano le cooperative senza terra, che forniscono lavoratori e servizi alle aziende ecc.”. “Perfino la cosiddetta ‘immigrazione regolare’ è al servizio di questo sistema – spiega Fabio Ciconte presidente della citata Associazione Terra!- “Il decreto flussi è un bluff che serve ad alimentare i ghetti, il modello c’era, ed era quello di Riace ma il governo ha preferito rinunciare persino ai soldi del Pnrr pur di mantenere in piedi questo sistema”.
Con l’acuirsi delle tensioni fra braccianti e caporali, il governo ne attribuisce le responsabilità alle contraddizioni interne alle comunità, fra diverse comunità, o etnie. Ignorando volutamente che queste tensioni sono create ad arte dal padrone per tenerli divisi. Nonostante le punizioni per chi si muove fuori dagli ordini del caporale, nonostante i feroci omicidi usati come deterrente a chi osa ribellarsi, i braccianti di Borgo Mezzanone occupando per protesta la basilica di Bari il 4 luglio scorso, ottennero l’impegno della regione Puglia di installare alcune pompe d’acqua ma, come successo nel caso dei cassonetti per l’immondizia, tutto si è fermato perché i proprietari terrieri, vogliono un risarcimento per occupazione di suolo. A questo punto il governo Meloni e la regione Puglia, fanno scena muta; i braccianti covano una nuova e più incisiva protesta; chi si dichiara dalla parte degli operai, non può lasciare sola la categoria dei braccianti in una condizione così pesante.
Saluti Oxervator.da Operai Contro,

lunedì 31 agosto 2026

Bari - manifestazione regionale contro il governo Meloni - da Taranto delegazione - info wa 3475301704

Comunicato stampa

Una affollata assemblea svoltasi nei giorni scorsi a Bari convocata da movimenti ed associazioni ha deciso lo svolgimento di un corteo per il 4 Settembre alle ore 17,30 con partenza da piazza del Ferrarese per poi passare davanti il terminal crociere dove si svolgerà l’assemblea nazionale di Fratelli di Italia alla presenza di Giorgia Meloni per protestare contro il governo del sostegno alle guerre ed ai suoi tanti risultati collaterali come ad esempio l’impazzimento del prezzo della benzina , ad Israele,al riarmo,ai tagli per le fasce più deboli, alle leggi repressive per chi vuole manifestare e tanto altro ancora.
Il 4 settembre la premier sarà a Bari per celebrare quello che definisce il governo più longevo della storia repubblicana. Quattro anni di un esecutivo i cui ministri sanno benissimo da che parte stare: non quella delle classi popolari, ma quella di chi accumula extra-profitti e pretende pure aiuti dallo Stato (il caso Santanchè insegna).
Saremo in piazza per contestare i disastri di questo centro-destra. Ecco cosa c'è da "festeggiare":
• Stato di polizia: Decreti sicurezza che rispolverano norme fasciste per garantire l'impunità alle forze dell'ordine e silenziare il dissenso con pene sempre più severe.
• Caccia al migrante: Criminalizzazione e trattamenti disumani, con leggi che alimentano la clandestinità anziché favorire l'integrazione sociale ed economica.
• Economia di guerra e riarmo: Risorse massicce sottratte a scuola, università, ricerca e sanità per essere dirottate sulle spese militari. Un folle piano di riarmo che arricchisce l'industria bellica (a partire da Leonardo, che riconverte la produzione verso le armi nel silenzio dei sindacati confederali).
• Complicità nel genocidio: La totale sottomissione al terrorismo globale del neoimperialismo statunitense e la complicità attiva, politica e militare, nel genocidio del popolo palestinese portato avanti dal governo Netanyahu.
• Negazionismo e crisi climatica: Una criminale inerzia di fronte al collasso ecologico. Invece di avviare una vera transizione, questo governo tutela le lobby fossili, condannando i territori alla distruzione climatica tra siccità estrema, alluvioni e devastazione ambientale.
• Impunità per i potenti: Protezione per la casta nostrana (dai casi Santanchè e Delmastro fino all'inchiesta Hydra della DDA di Milano) e internazionale (da Al-Masri a Trump).
• Regali ai colossi: Extra-profitti record per banche, assicurazioni e compagnie energetiche o petrolifere.
• Guerra ai poveri: Il netto rifiuto del salario minimo, che lascia campo libero a sfruttamento e lavoro povero.
Per noi questi anni hanno significato solo il peggioramento delle condizioni di vita di lavoratori, disoccupati e finte partite IVA, mentre i soliti pochi si arricchivano indisturbati.
Questo è il governo che non avremmo mai voluto.
Bari e la Puglia portano i segni evidenti di questi disastri, a partire dalla gestione fallimentare dell'ex Ilva di Taranto. Non abbiamo bisogno di zone rosse, esercito o altra polizia nelle strade. Vogliamo la sicurezza di un lavoro dignitoso, di una sanità pubblica efficiente, di case popolari e di scuole sicure.
Il 4 settembre scendiamo in piazza per ribadire a Meloni la netta distanza tra le priorità del suo governo e i bisogni reali della popolazione.
 
Bari 30.08.2026
Assemblea di movimenti ed associazioni

La bandiera palestinese alla finale di calcio dei Giochi del Mediterraneo


Castiglia Itelyum, 70 lavoratori a rischio licenziamento - E ora? diciamo ai lavoratori...

Padroni e sindacati confederali/Usb hanno fatto la guerra allo Slai cobas - la maggiorparte dei lavoratori non ha tenuto e resistito, e ora si vede a che serviva questa guerra... licenziarli!

info stampa

Castiglia Itelyum, 70 lavoratori a rischio licenziamento

Gianmario Leone

Sono 70 i  lavoratori di Castiglia Itelyum che rischiano di essere coinvolti dalle conseguenze dello stop dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto. Si tratta del personale attualmente impiegato nella commessa presso il porto di Taranto, composto da 54 lavoratori a tempo indeterminato e 16 con contratto a tempo determinato.

La società in questi giorni ha informato le rappresentanze sindacali e le organizzazioni sindacali del mutato scenario produttivo e gestionale determinato dagli effetti del Decreto n. 425/2026, comunicato il 27 dalla Corte d’Appello di Milano – Sezione specializzata in materia di impresa, a seguito della Camera di Consiglio del 9 luglio.

Nella comunicazione, l’azienda considera “assolutamente residuali” le possibilità che l’area a caldo dello stabilimento siderurgico di Taranto possa continuare la produzione. Eventuali soluzioni per il rilancio produttivo richiederebbero inoltre, sempre secondo la società, tempi incompatibili con il mantenimento degli attuali assetti aziendali.

Lo stop potrebbe arrivare già a settembre

Il passaggio più delicato riguarda la prospettiva che le attività dell’area a caldo possano cessare già a partire da settembre, con conseguenze sulle attività funzionali alla produzione.

La società richiama la scadenza del 28 ottobre, termine concesso dal decreto della Corte d’Appello per l’adeguamento degli impianti ritenuti inquinanti ed evitare la sospensione dell’attività produttiva.

Secondo la comunicazione inviata ai sindacati, allo stato non sarebbe ipotizzabile che la Corte conceda una sospensiva, sebbene richiesta, dell’ordine esecutivo. Quanto alla decisione di merito della Corte di Cassazione, la società evidenzia che, indipendentemente dall’esito del giudizio, il provvedimento interverrebbe nel medio termine, quando gli impianti potrebbero essere già fermi e difficilmente riattivabili, anche in ragione delle loro caratteristiche tecniche.

Sulla base di queste considerazioni, l’azienda ritiene dunque possibile che già da settembre cessino le attività dell’area a caldo e, a cascata, quelle ad esse funzionali.

“Personale non ricollocabile

La società ha effettuato verifiche interne per valutare la possibilità di ricollocare il personale in altre attività aziendali. Dalle verifiche, però, il personale non risulterebbe allo stato ricollocabile. Le motivazioni indicate sono l’insussistenza di posizioni lavorative alternative e l’infungibilità delle professionalità proprie dei diversi settori aziendali.

Da qui la conclusione dell’azienda: un “esubero strutturale” che deve essere affrontato con tempestività per evitare ripercussioni finanziarie sull’intera compagine.

Tra gli strumenti gestionali annunciati figurano il blocco del turnover e lo stop alle proroghe e ai rinnovi dei contratti a termine. La riduzione dell’organico considerato in esubero dovrà invece avvenire attraverso gli strumenti e le previsioni di legge vigenti.

La storia di Castiglia nell’indotto

La situazione attuale si inserisce in una storia segnata da anni di difficoltà per le imprese che lavorano nell’indotto siderurgico.

Nell’ottobre del 2019 furono licenziati 130 dei 201 lavoratori della ditta Castiglia di Massafra, che operava nell’indotto dell’ex Ilva, allora ArcelorMittal Italia. I 71 lavoratori rimasti furono interessati dalla continuità occupazionale prevista dal contratto Multiservizi attraverso la clausola sociale, con il passaggio alle cinque aziende subentranti nell’appalto per pulizie industriali e civili, trasporti e servizi: Ecologica Spa, Evoluzione Ecologica, Mad, Ags Italia e Sea.

Nel luglio 2021 venne completata la cessione del pacchetto di maggioranza del capitale di Castiglia s.r.l. in favore di Itelyum Regenerations s.r.l., società del gruppo Itelyum, leader internazionale nell’economia circolare, attiva nella rigenerazione degli oli lubrificanti usati, nella produzione di solventi puri e da reflui chimici e nei servizi ambientali per l’industria./

Un indotto da circa 300 aziende

Quello di Castiglia Italyum è però soltanto uno dei tanti fronti aperti.

L’indotto dell’ex Ilva comprende circa 300 aziende e almeno 3-3.500 lavoratori, impegnati in attività che spaziano dalle pulizie alla manutenzione, dall’edilizia alla carpenteria, dai trasporti alle mense, fino agli impianti elettrici e ad altri servizi.

Un sistema nel quale convivono contratti part-time, interinali, a tempo determinato e a tempo indeterminato e che rischia di essere investito da una nuova e pesante crisi occupazionale.

La decisione della Itelyum si colloca in un contesto sempre più precario. Le associazioni datoriali avevano infatti già annunciato la possibilità di procedere verso i licenziamenti collettivi. L’iniziativa, ventilata all’inizio di agosto, è stata confermata il 10 agosto nel corso della riunione di Confindustria Taranto, Confapi Taranto, Aigi, Confartigianato Taranto e Federmanager, nell’ambito del “Tavolo permanente” costituito dopo il decreto della Corte d’Appello di Milano.

L’orientamento comune è che “non c’è più tempo da perdere”. Da qui la decisione di proseguire lo stato di mobilitazione delle aziende dell’indotto e di procedere con la richiesta di licenziamento collettivo.

Secondo le associazioni, la chiusura dell’area a caldo comporterebbe inevitabilmente un esubero del personale dell’indotto impegnato in quell’area. Successivamente, il problema potrebbe estendersi a una parte delle risorse impiegate nell’area a freddo, destinata a sua volta a fermarsi in assenza di alimentazione di acciaio.

Due amministrazioni straordinarie e decine di milioni di euro

La crisi dell’indotto arriva dopo anni nei quali le imprese hanno già dovuto sostenere costi pesantissimi.

Le aziende sono state coinvolte in due amministrazioni straordinarie nel giro di appena nove anni e hanno visto accumularsi decine di milioni di euro di fatture non pagate per lavori già effettuati.

Da qui le istanze di insinuazione al passivo presentate prima nei confronti di Ilva Spa e poi di Acciaierie d’Italia, nella speranza di recuperare almeno una parte delle somme spettanti. Nel primo caso, in particolare, furono oltre 150 milioni di euro quelli rimasti congelati.

Nel corso degli anni sono intervenuti diversi governi e la Regione Puglia con misure finalizzate a contenere l’impatto economico sulle imprese. Ma oggi il rischio torna a essere quello di una crisi destinata a trasferirsi dalle aziende ai  lavoratori.

Quasi 400 posti persi dal 2022

Gli addetti dell’indotto e dell’appalto, inoltre, non beneficiano in larga parte del contratto dei metalmeccanici applicato ai dipendenti diretti del siderurgico, ma del contratto Multiservizi, caratterizzato da livelli retributivi e tutele generalmente inferiori.

Secondo i calcoli della Fiom Cgil di Taranto, dal secondo semestre del 2022 ad oggi sono stati persi quasi 400 posti di lavoro a seguito della cessazione delle attività di aziende storiche dell’indotto, tra cui Semat, Iris, Lacaita, Giove e Pitrelli, oltre ad altre realtà.

Il timore è che questa emorragia possa accelerare se la crisi del siderurgico dovesse diventare definitiva e irreversibile.

Il caso dei 70 lavoratori di Castiglia Itelyum rappresenta quindi l’ennesimo fronte concreto di una crisi che rischia di coinvolgere una platea molto più ampia. Se l’area a caldo dovesse fermarsi definitivamente e il blocco produttivo si estendesse successivamente alle attività a valle, il conto occupazionale potrebbe diventare molto più pesante.

Per Taranto, ancora una volta, la vertenza dell’ex Ilva non è soltanto una questione di produzione industriale: è anche il futuro di centinaia di imprese e di migliaia di lavoratori dell’indotto. Sul quale ad oggi nessuno ha ancora tracciato una via d’uscita credibile.

*sull’argomento leggi Ex Ilva, la crisi dell’indotto ricade sui lavoratori

Meloni Vattin”, a Bari prevista mobilitazione nel giorno della festa: “Prepariamo opposizione al governo” - info

Dal caro affitti, a scuola, riarmo e politica estera: studenti e cittadini pronti a scendere in piazza

Manifestazione contro Meloni

Studenti e cittadini pronti a scendere in piazza contro il Governo Meloni. E’ quanto annunciato da alcune associazioni studentesche pronte a manifestare il prossimo 4 settembre, in concomitanza con la manifestazione organizzata da Fratelli d’Italia al porto del capoluogo pugliese per celebrare il record di longevità dell’esecutivo. L’appello alla mobilitazione è stato diffuso sui social con lo slogan “Meloni vattin”. Un appello che parte da Bari in vista dell’evento organizzato in città, ma attraversa tutta la Puglia e non solo con l’obiettivo di “preparare l’opposizione al governo del razzismo e della guerra”.

Nel documento, gli organizzatori definiscono l’evento di Fratelli d’Italia una “parata di propaganda” e sostengono che serva a “nascondere la profonda sfiducia popolare”. Il riferimento è anche alle mobilitazioni per la Palestina e all’esito del referendum, citati come segnali di opposizione politica e sociale al governo. Al centro della protesta ci sono diversi temi: diritto allo studio, caro affitti, costo dei libri, condizioni della scuola pubblica, precarietà universitaria, politiche di riarmo, razzismo e sostegno a Israele.

“Da questo Governo per studenti e studentesse non è arrivata nessuna risposta al caro affitti o al costo dei libri, ma solo un progressivo impoverimento del diritto allo studio”, si legge nell’appello. Nel testo si parla anche di una scuola pubblica ancora alle prese con “carenze di personale, strutture inadeguate e risorse insufficienti”, mentre per l’università vengono denunciate “precarietà e barriere economiche” che renderebbero più difficile studiare e costruire un futuro. Gli organizzatori richiamano poi quanto avvenuto a Taranto, dove la premier era stata contestata durante l’inaugurazione dei Giochi del Mediterraneo. “Dopo la figuraccia a Taranto, dove ha incassato i fischi della piazza, siamo pronti a far sentire la nostra voce anche a Bari”, scrivono.

La mobilitazione punta quindi a trasformare la presenza della presidente del Consiglio nel capoluogo pugliese in un momento di protesta politica. “Contestiamo questo Governo per costruire un’opposizione reale al carovita, alle politiche di riarmo, al razzismo e al sostegno incondizionato a Israele”, si legge ancora nell’appello. Il 4 settembre Bari diventerà così teatro di due iniziative contrapposte: da un lato la festa di Fratelli d’Italia al porto, dall’altro la contestazione annunciata da chi intende portare in piazza il dissenso contro le politiche dell’esecutivo

Pronto il corteo di protesta per la Meloni a Bari - info

Il 4 settembre alle 17,30, con partenza da piazza del Ferrarese, in coincidenza con la manifestazione organizzata da Fratelli d'Italia nell'area del Terminal crociere del porto del capoluogo pugliese

"Il 4 settembre scendiamo in piazza per ribadire a Meloni la netta distanza tra le priorità del suo governo e i bisogni reali della popolazione". Lo ha deciso l'assemblea di movimenti e associazioni svoltasi nei giorni scorsi a Bari convocata da movimenti e associazioni di sinistra. Il 4 settembre alle 17,30, in coincidenza con la manifestazione organizzata da Fratelli d'Italia nell'area del Terminal crociere del porto del capoluogo pugliese, alla presenza del premier Giorgia Meloni, si svolgerà un corteo di protesta con partenza da piazza del Ferrarese per poi passare davanti all'area portuale. Quel giorno il partito del presidente del Consiglio celebrerà "il governo più longevo della storia repubblicana".

A essere contestati dai manifestanti sono "il sostegno alle guerre e ai suoi tanti risultati collaterali come ad esempio l'impazzimento del prezzo della benzina" e quello "ad Israele, il riarmo, i tagli per le fasce più deboli, le leggi repressive per chi vuole manifestare e tanto altro ancora. Quattro anni di un esecutivo i cui ministri sanno benissimo da che parte stare: non quella delle classi popolari, ma quella di chi accumula extra-profitti e pretende pure aiuti dallo Stato: il caso Santanchè insegna. Saremo in piazza per contestare i disastri di questo centro-destra. Ecco - continuano i movimenti - cosa c'è da 'festeggiare': Stato di polizia; decreti sicurezza che rispolverano norme fasciste per garantire l'impunità alle forze dell'ordine e silenziare il dissenso con pene sempre più severe; caccia al migrante; criminalizzazione e trattamenti disumani, con leggi che alimentano la clandestinità anziché favorire l'integrazione sociale ed economica; economia di guerra e riarmo; risorse massicce sottratte a scuola, università, ricerca e sanità per essere dirottate sulle spese militari; un folle piano di riarmo che arricchisce l'industria bellica, a partire da Leonardo, che riconverte la produzione verso le armi nel silenzio dei sindacati confederali; complicità nel genocidio; la totale sottomissione al terrorismo globale del neoimperialismo statunitense e la complicità attiva, politica e militare, nel genocidio del popolo palestinese portato avanti" dal governo Netanyahu; negazionismo e crisi climatica; criminale inerzia di fronte al collasso ecologico. impunità per i potenti: protezione per la casta nostrana e internazionale; regali ai colossi; extra-profitti record per banche, assicurazioni e compagnie energetiche o petrolifere; guerra ai poveri con il netto rifiuto del salario minimo, che lascia campo libero a sfruttamento e lavoro povero. Per noi - proseguono - questi anni hanno significato solo il peggioramento delle condizioni di vita di lavoratori, disoccupati e finte partite Iva, mentre i soliti pochi si arricchivano indisturbati. Questo è il governo che non avremmo mai voluto. BARI e la Puglia portano i segni evidenti di questi disastri, a partire dalla gestione fallimentare dell'ex Ilva di Taranto. Non abbiamo bisogno di zone rosse, esercito o altra polizia nelle strade. Vogliamo la sicurezza di un lavoro dignitoso, di una sanità pubblica efficiente, di case popolari e di scuole sicure",