sabato 7 novembre 2026

109°anniversario della Rivoluzione d'ottobre - 7 novembre - speciale ORE 12 Controinformazione Rossoperaia - audio

Ex Ilva, «Sottratti a Taranto 720 milioni per la decarbonizzazione»

Mentre “La spesa militare salirà a 40 miliardi, è record” e Flacks invece di dare vuole dal governo 1 miliardo - Solo i sindacati confederali e Usb danno ancora credito a questo governo, falso e bugiardo.

Operai, non si può continuare essere presi in giro; o si riprende la lotta, o non c'è futuro, l'attacco al lavoro e al salario non può avere fine. Lo Slai cobas è pronto a mettersi al servizio degli operai che vogliono auto organizzarsi. La copertura sindacale e legale la possiamo garantire noi, ma la organizzazione della lotta è prima di tutto decisione vostra. WA 3475301704

Questa decisione è anche una crudele beffa per gli abitanti di Taranto, Tamburi, Paolo VI, ecc: il governo come vuole buttare via migliaia di operai, se ne frega di rispondere ai diritti dei cittadini di non avere inquinamento, malattie. 

Quando si capirà che i destini e gli interessi degli operai e delle masse popolari di Taranto sono uguali e insieme deve esserci la lotta, allora qualcosa comincerà a cambiare.

Il buffone
TARANTO - Oltre 720 milioni di euro destinati alla decarbonizzazione dell'industria siderurgica cancellati dalla programmazione finanziaria del Governo. 
La questione riguarda le disposizioni contenute nella Legge di Bilancio e, in particolare, i finanziamenti collegati all'articolo 3 del decreto legge 107. La manovra prevede il definanziamento di 498,8 milioni di euro nel triennio 2027-2029 e di ulteriori 221,8 milioni a partire dal 2030, per un totale di 720,6 milioni di euro. I fondi dell'articolo 3 del decreto-legge 107 vengono definanziati per intero, 498,8 milioni nel triennio 2027-2029 e altri 221,8 milioni dal 2030. Non resta un euro» la nuova manovra avrebbe ulteriormente aggravato la situazione, attraverso l'eliminazione completa dello stanziamento e il trasferimento delle somme verso un fondo generale destinato agli incentivi alle imprese.

Il 27 ottobre il Governo ha assunto impegni precisi con le organizzazioni sindacali per affrontare la drammatica crisi dell’ex Gruppo Ilva, che coinvolge oltre 15.000 lavoratrici e lavoratori, tra occupazione diretta e indotto. Impegni che hanno l’obiettivo di individuare soluzioni concrete per salvaguardare l’occupazione, impedire qualsiasi processo di licenziamento, garantire la continuità produttiva e, soprattutto, sostenere un vero progetto di rilancio industriale fondato sulla decarbonizzazione.

Cosa hanno da dire Fim, Fiom, Uilm, Usb che avevano dato un giudizio positivo dell'ultimo incontro col governo, che aveva dato solo PAROLE di assicurazione? Si indignano, ma chiedono al governo ancora e soltanto parole: "Azzerare il Fondo per la decarbonizzazione della siderurgia, è una scelta che contraddice apertamente gli impegni assunti dal Governo con le organizzazioni sindacali e mette in discussione la credibilità stessa del percorso individuato a Palazzo Chigi. Non si può da una parte dichiarare di voler salvaguardare il futuro della siderurgia italiana e, dall’altra, sottrarre le risorse necessarie per realizzare la sua trasformazione industriale. Chiediamo pertanto al Governo una presa di posizione immediata, chiara e inequivocabile" 

Protesta operaia al processo ex-Ilva "Ambiente Svenduto" a Potenza

 

Da Slai cobas per il sindacato di classe

Da Operaio ex Ilva Taranto ad Antenna sud

https://www.antennasud.com/potenza-continua-il-processo-ilva-con-la-richiesta-di-giustizia-dei-tarantini/

venerdì 6 novembre 2026

Dopo 34 anni la chiusura dell'Italsider di Bagnoli non ha portato fine a nocività e malattie

Da Medicina democratica:

"...il problema amianto a Bagnoli rimane irrisolto: «La giustizia ambientale ancora una volta non riceve una risposta esaustiva dalle aule del tribunale... l’inquinamento a Bagnoli, che è stato prodotto dalle aziende presenti nel territorio dal secolo scorso, fra cui nel caso specifico l’Eternit, ma anche la Cementir e la stessa Italsider, le cui scorie, altamente nocive, sono state nascoste sotto un tappeto di cemento, capping, che andrà a coprire la colmata a mare, che è stato lo sversatoio per decenni dei rifiuti industriali del’Italsider».
Le conseguenze drammatiche delle mancate bonifiche sono evidenti: secondo gli ultimi dati del registro tumori ASL Napoli 1, persiste a Bagnoli infatti il picco massimo di mortalità per mesoteliomi e per carcinoma ovarico, rispetto non solo ai dati riferiti a tutta la città di Napoli ma anche sul piano nazionale. I casi di morti per mesotelioma a Bagnoli sono 2,3 per centomila abitanti, mentre sul piano nazionale sono 0,08 per centomila...".

Mandati a casa gli operai, lo Stato, i governi fanno che caspita vogliono e se ne fregano della popolazione come se ne sono fregati degli operai, spegnendone la forza di lotta che avevano in fabbrica. 

giovedì 5 novembre 2026

Arsenale - Arriva il nuovo direttore e si chiede ai civili di schierarsi quasi fossero militari - E' la militarizzazione della città, signori...

Da Cronachetarantine

Fa discutere la comunicazione di servizio del 3 novembre scorso, firmata dal vicedirettore dell’Arsenale militare marittimo di Taranto, Vincenzo Barbati. In particolare, il provvedimento in questione convoca un’«assemblea generale» per venerdì prossimo, 6 novembre, alle 8.30, sul piazzale Brin, in occasione del saluto del direttore uscente dell'Arsenale, ammiraglio Alessandro Battaglia, e dell'insediamento del nuovo direttore designato, il contrammiraglio Domenico Guadalupi.

di fatto si impone la «partecipazione obbligatoria per tutto il personale, militare e civile, presente» e l'obbligo di riscontrare uno «schieramento pronto dalle ore 8.20», il tutto secondo una precisa mappa da osservare.
La Funzione pubblica Cgil di Taranto ribadisce con forza che per il personale civile non esiste alcun obbligo di legge, né contrattuale, che giustifichi una simile imposizione o modalità organizzativa... non si può confondere una disposizione lavorativa con una cerimonia o un’assemblea generale militarizzata...».

mercoledì 4 novembre 2026

Un saluto proletario ad Antonio Salinardi delegato Slai cobas Fiat Sata di Melfi, scintilla e protagonista della grandiosa lotta operaia dei 21 giorni

Venerdì 6 novembre, in occasione della assemblea a Potenza sull'ex Ilva, i compagni dello Slai cobas Taranto ricorderanno e renderanno omaggio a questa storica avanguardia operaia

La figura del delegato Slai Cobas dello stabilimento Fiat (ora Stellantis) di Melfi rimanda storicamente e politicamente a una forte presenza del sindacalismo di base all'interno della fabbrica lucana, in particolare fin dalle storiche lotte operaie, come la celebre protesta dei "21 giorni" di Melfi nel 2004. [1, 2]
I punti chiave legati alla presenza e all'attività dei delegati Slai Cobas a Melfi includono:
  • Le origini e le figure storiche: Tra gli operai simbolo dell'avanguardia operaia che ebbero il coraggio di fondare lo Slai Cobas nello stabilimento di Melfi, sfidando un contesto aziendale storicamente rigido, si ricorda in particolare Antonio Salinardi, scomparso nel 2026, figura cardine del sindacalismo di base all'interno dello stabilimento fin dai primi anni 2000. [1]
  • Posizioni di contrasto con l'azienda e i confederali: I delegati dello Slai Cobas a Melfi si sono sempre distinti per una linea di forte conflittualità sia nei confronti delle politiche di flessibilità e sfruttamento della Fiat/Stellantis (come l'introduzione dei turni intensivi), sia rifiutando la validità di accordi o referendum siglati dai sindacati confederali (CGIL, CISL, UIL). [1, 2]
    In ricordo di Antonio Salinardi, tra le avanguardie operaie della lotta dei 21 giorni di Melfi.
    Mercoledì 28 ottobre è morto, a soli 57 anni, Antonio Salinardi, per i più un perfetto sconosciuto, non per noi e soprattutto non per la stragrande maggioranza degli operai dell’allora Sata di Melfi, ora Stellantis.
    Abbiamo avuto l’onore e il privilegio di seguire e, nel limite delle nostre forze, partecipare come Operai Contro, al percorso che agli inizi degli anni ’90 coinvolse migliaia di giovani lucani e pugliesi.
    A Melfi, grazie al patto scellerato fra la Fiat, i sindacati nazionali, le forze politiche e le istituzioni statali e regionali, gli operai vivevano le condizioni salariali e lavorative di gran lunga peggiori rispetto agli altri operai italiani.
    Questi operai furono in grado, superando mille difficoltà ed ostacoli, di costituirsi come una comunità compatta capace di difendere ed imporre i propri interessi.
    Antonio Salinardi, di quella lotta fu tra gli artefici e i protagonisti. Ebbe il coraggio, in un periodo in cui nella fabbrica di Melfi era rischioso già militare nella Fiom su posizioni critiche, di fondare, insieme ad altri operai, lo Slai Cobas. Lo scandalo e l’allarme suscitato da questo tentativo fu enorme.
    Il sindacato di base si allargava, dalle sue roccaforti storiche, direttamente nella fabbrica più produttiva della Fiat e con la minore conflittualità interna. La repressione aziendale, con il silenzio complice dei sindacati confederali nel migliore dei casi, fu pesantissima. Antonio Salinardi non si piegò e fu tra i protagonisti della lotta dei 21 giorni.
    Dopo quell'esperienza iniziò il lento peggioramento della condizione operaia, non solo a Melfi, ma a livello generale. Solo pochi compagni cercarono di reagire, pagandone pesantemente le conseguenze. Salinardi se ne tirò fuori, senza però mai collaborare con l’azienda.
    Evidentemente deluso da come andavano le cose, abbandonò completamente l'idea di costruire un’organizzazione operaia, ma questo non può farci dimenticare il contributo che Antonio Salinardi ha dato alla lotta degli operai.

6 novembre importante assemblea pubblica a Potenza sul processo "Ambiente svenduto" e sulla situazione ex ILVA di Taranto

Comunicato Stampa

6 novembre importante assemblea pubblica a Potenza sul processo ambiente svenduto e sulla situazione ex ILVA di Taranto

La mattina del 6 Novembre si celebrerà a Potenza una nuova udienza del processo “Ambiente Svenduto”, vergognosamente trasferito dalla sede naturale di Taranto dopo oltre 7 anni di svolgimento e di produzione di atti.

Cittadini e cittadine, operaie ed operai, studenti e studentesse, esponenti di sindacati e di associazioni, sono invitati/e a partecipare all’assemblea pubblica che si terrà a Potenza venerdì 6 Novembre presso i locali del CSV (Centro di Servizio al Volontariato), in via Sicilia n. 10, dalle ore 17 alle ore 19.

All’assemblea, indetta congiuntamente dal Coordinamento No Triv Basilicata e dal sindacato SLAI- COBAS di Taranto, parteciperanno esponenti delle parti civili al processo in corso al Tribunale di Potenza e gli avvocati Antonietta Ricci (TA) e Gianluca Vitale del foro di Torino

L’assemblea affronterà in tale contesto i seguenti punti:

  • Cosa può accadere a seguito della sentenza della Cassazione del 20 Ottobre - con conferma o meno della chiusura dell'area a caldo

  • Resoconto ed analisi della lotta e della reazione operaia e dei cittadini

  • Resoconto ed andamento delle udienze del processo in atto a Potenza denominato “Ambiente Svenduto” che mette sotto accusa Riva e complici della gestione fino al 2012. Informazione sul nuovo maxi processo che si annuncia in seguito alla messa sotto accusa della gestione arcelor mittal

  • Il legame tra Taranto e la Basilicata

Coordinamento No Triv Basilicata SLAI COBAS Taranto info 3475301704

Per l'assemblea cosiderazioni

Quanto il processo in corso sia carico di sofferenze per i lavoratori e per la città ionica, ce lo segnala la via crucis dell’affare ILVA, disseminata di morti sul lavoro, tumori, malattie cardiorespiratorie dei cittadini di ogni età, fino alle ultime indagini in corso che vedono alla ribalta i vertici di Acciaierie d’Italia e la costellazione di sodali in affari che non hanno mai disdegnato di utilizzare qualsivoglia strumento corruttivo per aggirare il rispetto delle misure di sicurezza così come le soglie emissive.

Di fronte al tentativo di marginalizzare ed occultare agli occhi degli stessi lavoratori, delle loro famiglie, della stessa stampa, un processo scandaloso di grande rilievo nazionale, è necessario quantomeno riuscire a cogliere la portata dello stesso in termini non soltanto economici, ma anche politici, sociali, ambientali, nonché strettamente giuridici.

In un quadro in cui gli operai ex Ilva e appalto sviluppano a taranto nelle forme di blocchi assemblee e scioperi la lotta per il lavoro, il salario, la sicurezza e la salute e in città rappresentaze ambientaliste e parte dei cittadini manifestano per la chiusura della fabbrica

Il legame tra Taranto e la Basilicata più organico e strutturale di quanto possa sembrare. Prova ne sono gli effetti immediati sulla mancanza di carburante alla pompa quando gli operai ex ILVA hanno deciso di bloccare gli ingressi della raffineria ENI.

La stessa raffineria che tratta il greggio proveniente dai giacimenti della Val d’Agri e di Tempa Rossa. Ne sono prova anche i progetti in funzione retroportuale della ZES Val Basento; i numerosi occupati in acciaieria e nel suo indotto, ma inevitabilmente i comuni destini segnati dalla qualità e quantità dell’acqua disponibile, la necessità di mettere virtuosamente mano alle bonifiche, la conquista del diritto alla salute con un lavoro dignitoso ed all’altezza del bene comune.

lunedì 2 novembre 2026

Ex Ilva: “perderemo il 30% della nostra industria”, le “lacrime di coccodrillo” di padron Bettini/Federmeccanica

Suonano molto ipocrite le parole di Bettini, attuale presidente di Federmeccanica, quando dice in una intervista del quotidiano la Repubblica di oggi, che con la decisione della chiusura dell’ex Ilva “è arrivata una mannaia inattesa”, proprio così, quando questa telenovela dura da anni! E ancora “In questi anni nessun governo ha dato una soluzione stabile e duratura.” Stiamo parlando di governi tutti sostenuti dai padroni. “Ora però non possiamo permetterci di continuare a inseguire l’idea del miracolo. Serve un piano B  serio”.

E quale sarebbe questo “piano B serio”? Bettini alla domanda “Cosa si può salvare” risponde  facendo il gradasso: “cosa si deve salvare” e cioè “la filiera produttiva e la capacità di rimanere nel ciclo dell’acciaio in Italia.” Perché? “Perché l’ex Ilva è un elemento strategico che serve a tantissime imprese che poi trasformano acciaio in laminati, in semilavorati e in componenti. Se l’acciaio italiano smette di essere competitivo o se il ciclo si spezza, succede che la manifattura si indebolisce”. E si indebolisce anche il fatturato di produttori come lui di scaffalature metalliche per industrie, logistica ecc. che dovrebbero pagare di più l’acciaio importato.

Infatti, aggiunge, “Il piano B deve essere chiaro. Tutta la parte a freddo deve andare avanti: continuare a fare laminati in Italia, ma facendo arrivare, nel frattempo, le bramme da lavorare dall’estero. E questo deve farlo l’azionista, quindi lo Stato italiano.”

Se lo deve fare lo Stato, allora nazionalizziamo? Ma no! Perché lo Stato serve quando deve mettere le pezze ai disastri industriali, e poi passa il tutto “risanato” di nuovo ai privati che continuano ad ammassare profitti!

“In parallelo – continua Bettini - si devono usare le risorse già disponibili per costruire un percorso verso i forni elettrici. C’è un miliardo e due da spendere, stanziati da Draghi, per arrivare, nel giro di tre anni e mezzo, almeno a due forni elettrici in funzione, così da ridurre drasticamente la dipendenza dalle importazioni delle bramme”. E  questo «Per non perdere competitività. Se l’acciaio prodotto all’estero costa molto meno, o viene fatto con condizioni migliori, chi userà le nostre produzioni? Se non si fa questo l’Italia nel giro di cinque anni perderà il 30% della manifattura”. Bello essere “competitivi” con i soldi pubblici! Chi comprerà le scaffalature di Bettini e i prodotti di questo tipo di produzione industriale? Potremmo dire è la concorrenza, bellezza! Che sta alla base del sistema capitalistico!

Ma alla domanda se “La cordata italiana può rappresentare una svolta”, Bettini svicola: “«Sì certo – dice -  purché il progetto sia davvero industriale con la prospettiva di realizzare i forni elettrici. Devono essere assicurati investimenti e continuità sul ciclo, altrimenti il rischio è che in Italia restino solo pezzi del processo, finendo per dare margini e vantaggi a soggetti stranieri che trasformano l’acciaio fuori e rivendono prodotti finiti o semilavorati. Noi invece dobbiamo tutelare le imprese italiane che dipendono da un’acciaieria che regga, non da un qualche cosa che assomigli a un centro servizi”.

Non dice affatto chi deve fare investimenti e se la cordata italiana c’è e se è pronta a “comprare” la più grande acciaieria d’Europa!

E alla fine, dopo aver insistito sui forni elettrici, ritorna sul governo. “Cosa chiede al governo?” è la domanda: “Una politica industriale vera, rispondendo a domande semplici. Le molle le vogliamo continuare a produrre, sì o no? Le lavastoviglie le vogliamo ancora fare, sì o no? Non basta mettere dazi sull’acciaio e poi non coordinare le condizioni complessive. Se l’Italia non ha energia sostenibile, non produce più acciaio, non ha strategie di filiera, non protegge i suoi settori di punta, come l’automotive, come si può pensare che mantenga il suo sistema industriale. Servono risposte per poi evitare di piangere la fine della chimica, dell’auto o degli elettrodomestici”.

La voce stridula del rappresentante di una parte della produzione industriale, a parte il fatto che arriva tardi, non parla affatto degli effetti che la produzione con i forni elettrici, quand’anche si decidesse di metterli in funzione, potrebbe avere  sugli operai che diminuirebbero in maniera consistente.

Ma questa è un’altra storia che adesso deve essere scritta dagli operai.

La posizione dello Slai cobas per il sindacato di classe Taranto - riunione del coordinamento provinciale aperto martedi 3 novembre ore 18 via Livio Andronico 47 - WA 3475301704

 

La situazione si aggrava e le responsabilità sono di governi, padroni e di quei magistrati che hanno risposto alle istanze di padroni e governo e della componente antioperaia dell'ambientalismo - Gli operai sono soli a tutelare lavoro salario salute e futuro effettivo di questa città e dovranno comunque darsi una mossa per combattere, respingere le conseguenze di questa azione - I sindacati confederali e Usb hanno celebrato l'incontro di ieri con il governo, quando esso significa il sì agli esuberi, ai decreti che buttano fuori i lavoratori dalla zona industriale su progetti attualmente inesistenti e/o inconsistenti, affidati al solo strumento della cassaintegrazione permanente e altri ammortizzatori sociali, possibili solo per una platea ristretta rispetto alle migliaia di lavoratori che subiscono le conseguenza di queste decisioni sciagurate

giovedì 29 ottobre 2026

Ex Ilva, Cassazione conferma stop area a caldo

 info stampa

corriere di taranto

Le Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione hanno respinto il ricorso principale di Ilva in amministrazione straordinaria e quello incidentale presentato da Acciaierie d’Italia e Acciaierie d’Italia Holding, anch’esse in amministrazione straordinaria. La sentenza, pubblicata il 29 ottobre, conferma così l’esito del contenzioso che ha portato la Corte d’appello di Milano a ordinare la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico di Taranto, dopo aver disapplicato integralmente l’Autorizzazione integrata ambientale del 2025.

Arresti Morselli/Arcelor-Mittal: nocivo è il capitale, non la fabbrica - Ascolta ORE 12 Controinformazione rossoperaia -

  

Ex Ilva, Governo: “Impegno per Taranto, ma piano sospeso" - Governo e sindacati tutti contenti - Ma le cose stanno davvero come dicono?

Il documento, redatto nella Sala Verde della Presidenza del Consiglio, ribadisce la volontà dell’Esecutivo di mantenere in Italia la produzione di acciaio e di individuare soluzioni capaci di garantire prospettive industriali a tutti gli stabilimenti. Tra gli elementi più rilevanti figurano il riferimento alla possibile partecipazione pubblica, il sostegno alla continuità operativa, la ricerca di nuove commesse e l’apertura di percorsi di reindustrializzazione.
Si tratta, tuttavia, di impegni e indirizzi che dovranno essere tradotti in misure concrete, con risorse, tempi e modalità ancora da definire.

DRI, forni elettrici e possibile partecipazione pubblica

Il primo punto del verbale conferma l’impegno del Governo a garantire la continuità della produzione siderurgica nell’ex Ilva. Il modello industriale indicato si basa su impianti per la produzione di ferro preridotto (DRI), forni elettrici, laminazione a caldo e verticalizzazione a freddo, in un percorso che coinvolge l’intero gruppo e punta alla decarbonizzazione.

La novità è il riferimento esplicito alla possibilità di valutare una partecipazione pubblica. Il documento prevede infatti un assetto industriale da definire «anche valutando la partecipazione pubblica». Non si tratta di una decisione già assunta, ma dell’inserimento formale dell’opzione tra quelle che potranno essere considerate per il futuro dell’azienda.

Restano intanto aperti i nodi che condizionano la definizione del piano industriale. Le offerte vincolanti nell’ambito della procedura di vendita sono attese entro l’8 novembre, mentre è ancora da chiarire l’impatto della decisione della Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, sulla vicenda dell’area a caldo. Due passaggi decisivi per delineare il futuro degli impianti e il relativo cronoprogramma.
Stabilimenti, nuove commesse e continuità operativa

Il secondo impegno riguarda la gestione della fase attuale. Il Governo indica come obiettivo quello di garantire «al massimo la continuità operativa degli stabilimenti del Gruppo», cercando di contenere gli effetti delle difficoltà produttive e dell’incertezza sul futuro industriale.

In questa direzione si muove la ricerca di nuove commesse, richiamata nel terzo punto del verbale. Sono in corso iniziative per acquisire ulteriori ordinativi e ridurre i periodi di inattività negli stabilimenti di Taranto, Genova, Novi Ligure e Racconigi.
Notizielocali Taranto

Per il sito tarantino, nel corso del vertice è stato illustrato un calendario che prevede la lavorazione delle bramme dal 10 novembre al 14 dicembre e l’avvio della pausa natalizia dal 21 dicembre. Per Novi Ligure è prevista una fermata a metà novembre, mentre per Genova si guarda alla ripresa delle attività logistiche e di verticalizzazione.

La disponibilità di nuove lavorazioni è particolarmente importante per limitare il ricorso agli ammortizzatori sociali. Sul fronte della cassa integrazione, è stato precisato che il numero massimo di lavoratori indicato nelle richieste non coincide necessariamente con quello delle persone effettivamente coinvolte. La gestione dovrebbe prevedere meccanismi di rotazione per distribuire l’impatto delle sospensioni.

Decreto e tutele per i lavoratori dell’indotto
Il capitolo occupazionale occupa una parte centrale del verbale. Il documento richiama il decreto-legge 185 del 2026, con il quale il Governo ha predisposto misure di sostegno al reddito e di salvaguardia dei livelli occupazionali.

Le tutele riguardano sia i dipendenti diretti del gruppo sia i lavoratori delle aziende dell’appalto e dell’indotto, particolarmente esposti alle conseguenze della crisi siderurgica. Durante l’esame parlamentare per la conversione del decreto potranno essere valutate modifiche finalizzate a individuare con maggiore precisione i destinatari degli interventi.

Il tema è rilevante soprattutto per le imprese che operano nell’indotto, per le quali l’accesso agli strumenti di sostegno rappresenta una questione centrale. L’effettiva portata delle misure dipenderà dagli eventuali correttivi e dalle disposizioni che saranno definite nel percorso parlamentare.
Uscite anticipate e lavoro usurante

Un altro punto riguarda i lavoratori che potrebbero lasciare anticipatamente gli stabilimenti. Il Governo ha comunicato di essere al lavoro per valutare, compatibilmente con le risorse disponibili nella prossima manovra di bilancio, un’estensione degli strumenti destinati a favorire le uscite volontarie e anticipate dal gruppo.

Tra le ipotesi citate figura il riconoscimento del lavoro usurante svolto nel ciclo integrale siderurgico, tema sollevato nel confronto sulle prospettive occupazionali dell’ex Ilva.
InvestiIn Oro

Anche su questo fronte, però, non sono ancora state definite misure definitive né individuate le relative coperture finanziarie. L’Esecutivo si è impegnato a fornire ulteriori informazioni entro la metà di dicembre, dopo gli approfondimenti sulla compatibilità degli interventi con i conti pubblici.
Reindustrializzazione, confronto con quattro grandi gruppi

Il sesto punto del verbale apre il capitolo della diversificazione economica e della reindustrializzazione. Palazzo Chigi ha riferito che il 27 ottobre è stato avviato un confronto con alcune grandi imprese, partecipate pubbliche e realtà private, che avrebbero manifestato disponibilità a valutare possibili progetti industriali.

L’iniziativa si affianca alle attività già avviate nell’ambito dei progetti legati alla Zona economica speciale (ZES) e al tavolo per la reindustrializzazione di Taranto istituito presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy.

In questo quadro si inseriscono gli incontri promossi dal sottosegretario Alfredo Mantovano con i vertici di Leonardo, Ferrovie dello Stato, Fincantieri e Rheinmetall Italia. Il confronto punta a individuare nuove iniziative produttive in Puglia, con particolare attenzione a Taranto, valorizzando le competenze presenti sul territorio e creando opportunità occupazionali sia nell’immediato sia nel medio-lungo periodo.

I settori interessati comprendono la difesa, la cantieristica, la mobilità ferroviaria e le tecnologie avanzate. L’obiettivo è ampliare la base produttiva locale e ridurre la dipendenza economica dall’ex Ilva, affiancando alla prospettiva siderurgica nuove filiere industriali.

Qualora le aziende confermassero il proprio interesse, i commissari potrebbero mettere a disposizione, entro quattro giorni, le banche dati dei lavoratori, così da consentire una valutazione delle professionalità disponibili e delle possibili opportunità di ricollocamento.

Al momento, tuttavia, non sono indicati progetti definitivi, numeri relativi ai lavoratori potenzialmente coinvolti o tempi certi di realizzazione. I risultati delle interlocuzioni dovranno essere verificati nei prossimi incontri.

Nuovo tavolo entro metà novembre
Il settimo e ultimo punto del verbale fissa la prossima scadenza istituzionale: il Governo si impegna a riconvocare il tavolo ex Ilva entro la metà di novembre. Sarà l’occasione per fare il punto sugli sviluppi delle iniziative annunciate e affrontare le questioni ancora aperte.
InvestiIn Oro

Il documento del 27 ottobre mette dunque in fila una serie di impegni che riguardano il futuro produttivo del gruppo, la ricerca di nuove commesse, il sostegno ai lavoratori, le possibili uscite anticipate e la diversificazione industriale del territorio.

Due passaggi assumono particolare rilievo: la possibilità di valutare una partecipazione pubblica e il riferimento al riconoscimento del lavoro usurante per chi opera nel ciclo integrale siderurgico. Entrambi, però, richiedono ulteriori decisioni e verifiche finanziarie prima di tradursi in interventi operativi.

Per Taranto e per gli altri siti del gruppo si apre quindi una nuova fase di confronto. Il prossimo appuntamento è atteso entro metà novembre, mentre per le misure occupazionali sono previsti ulteriori chiarimenti entro metà dicembre. Resta da verificare se gli impegni condivisi al tavolo istituzionale riusciranno a tradursi in investimenti, garanzie occupazionali e un piano industriale sostenibile per l’ex Ilva e per il territorio.

Che l'acciaio oggi serva per le armi.... Noi lo abbiamo denunciato da tempo

Da Enzo Pilò

"Bene, il "fare altro" al posto del siderurgico a Taranto si sta traducendo nel realizzare fabbriche di armi. Leonardo si sta sfregando le mani. Cosa dicono CGIL CISL UIL E USB in vista dello sciopero generale che in piattaforma dice no al riarmo? Del PD non ne parliamo nemmeno..."

Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio il 27 ottobre ha contattato e inconttrato i vertici di Leonardo, Rheinmetall, Fincantieri, e Ferrovie, ai quali ha "chiesto di dare un contributo"; cioè insediarsi nelle aree dismesse da Ilva..."  

martedì 27 ottobre 2026

Margherita Slai cobas caccia la Morselli alla portineria A dell'ex Ilva in occasione dello sciopero degli operai Ilva e appalto - Aprite il video e fatelo circolare - Slai cobas Taranto

https://www.quotidianodipuglia.it/video/sciopero_ilva_contestata_morselli_lavoratrice_cosa_e_successo-6672544.html

Da RaiNews - Le accuse a Morselli a ai 28 imputati

Ex Ilva, la Fiom boccia il decreto del Governo: «L'indotto rischia di essere spazzato via» - Lo Slai cobas lo aveva bocciato sin dal primo momento con argomenti più netti e solidi

L'audizione

Durissimo intervento di Loris Scarpa davanti alle Commissioni del Senato. Il sindacato denuncia il rischio di licenziamenti a catena, l'insufficienza delle tutele per i lavoratori e l'assenza di risorse per manutenzioni e produzione

L'aula del Senato
ROMA - Il nuovo decreto sull'ex Ilva non offre garanzie sufficienti per salvaguardare l'occupazione e rischia di lasciare migliaia di lavoratori senza prospettive diverse dalla cassa integrazione. È la posizione espressa dalla Fiom-Cgil durante l'audizione sul disegno di legge 2065, relativo al decreto-legge 185/2026, davanti alle Commissioni Industria e Agricoltura del Senato.

A illustrare le osservazioni del sindacato è stato Loris Scarpa, coordinatore nazionale siderurgia della Fiom-Cgil, che ha descritto una situazione industriale e occupazionale estremamente critica, chiedendo modifiche sostanziali al provvedimento.

«L'ennesimo decreto ILVA si inserisce nel momento più grave in cui si svolge la vertenza ex ILVA», ha dichiarato Scarpa, richiamando l'incertezza sul futuro degli impianti, la possibile fermata dell'area a caldo e le difficoltà finanziarie dell'amministrazione straordinaria.

Il sindacato evidenzia come sullo stabilimento pesi ancora il provvedimento relativo allo spegnimento degli impianti dell'area a caldo, mentre resta in attesa la decisione della Corte di Cassazione.

A complicare ulteriormente il quadro è la carenza di risorse a disposizione dei commissari, che secondo la Fiom impedisce di garantire adeguatamente le attività di manutenzione e le lavorazioni necessarie a mantenere occupato il maggior numero possibile di dipendenti.

Il rischio, avverte Scarpa, è che la cassa integrazione venga progressivamente estesa fino a coinvolgere la totalità dei lavoratori.

Ancora più preoccupante viene giudicata la condizione delle aziende dell'indotto, già esposte alle conseguenze della riduzione delle attività produttive.

«L'indotto con i propri lavoratori rischia di essere spazzato via», denuncia il rappresentante sindacale, prospettando una successione di licenziamenti e fallimenti aziendali.

La Fiom ricorda inoltre che la procedura internazionale per la vendita degli stabilimenti prosegue da oltre 2 anni senza risultati definitivi, tra rinvii e incertezze che rendono sempre più difficile individuare una prospettiva industriale.

Una vertenza che, dopo 14 anni, secondo Scarpa rischia di arrivare a un punto di non ritorno.

Per il sindacato, il decreto affronta soltanto una parte delle questioni sollevate dalle organizzazioni dei lavoratori, senza fornire risposte complessive sul futuro produttivo e occupazionale del gruppo.

Il primo nodo riguarda proprio gli ammortizzatori sociali destinati alle imprese dell'indotto.

La Fiom ricorda di aver già affrontato il problema durante un confronto con il Ministero del Lavoro il 9 ottobre, senza che siano seguiti ulteriori approfondimenti con le organizzazioni sindacali.

In quell'occasione era stata avanzata la proposta di definire un accordo collettivo per evitare i licenziamenti, accompagnato da strumenti di sostegno al reddito e da garanzie sul recupero dei crediti vantati dalle imprese.

Secondo Scarpa, la cassa integrazione in deroga prevista dal provvedimento non assicura, nella formulazione attuale, una protezione sufficientemente efficace.

«L'ammortizzatore in deroga così proposto nel decreto non è assolutamente certo nell'efficacia di utilizzo e di evitare licenziamenti. Riteniamo serva un accordo sindacale con impegni precisi del governo e delle aziende dell'indotto», ha sottolineato il coordinatore nazionale.

Le perplessità riguardano anche i criteri che consentirebbero alle imprese di accedere alla misura.

La Fiom considera insufficiente il riferimento al fatturato, anche dopo la riduzione della soglia al 50%, perché rischierebbe di escludere lavoratori effettivamente impiegati negli stabilimenti ex Ilva.

Il sindacato propone quindi di attribuire maggiore importanza alla certificazione rilasciata dall'amministrazione straordinaria, nella quale dovrebbero essere documentati la durata dei rapporti commerciali e il numero dei dipendenti entrati negli impianti tra il 2023 e il 2026, con l'indicazione dei relativi nominativi.

Questo sistema, secondo la Fiom, permetterebbe di tutelare sia il personale delle aziende che lavorano esclusivamente per l'ex Ilva sia quello delle imprese attive in più settori, ma con una presenza significativa negli stabilimenti siderurgici.

Un'altra contestazione riguarda l'applicazione alla cassa integrazione in deroga dei criteri previsti per la revoca della NASPI, l'indennità destinata ai disoccupati.

Per Scarpa si tratta di strumenti differenti, che non possono essere sottoposti automaticamente alle stesse condizioni.

L'ammortizzatore previsto per l'indotto dovrebbe infatti accompagnare una fase transitoria, durante la quale salvaguardare le competenze professionali e, dove necessario, favorire percorsi di riconversione.

Sul trattamento economico dei dipendenti diretti di Acciaierie d'Italia, invece, arriva un giudizio parzialmente positivo.

La Fiom riconosce l'importanza della soluzione individuata per garantire ai lavoratori di Acciaierie d'Italia in amministrazione straordinaria, analogamente a quelli di Ilva in amministrazione straordinaria, l'integrazione al 70% del trattamento di cassa integrazione.

Rimane però irrisolta la situazione dei dipendenti dell'indotto, per i quali non è prevista una tutela equivalente.

Il sindacato critica inoltre il ricorso ai criteri di revoca della NASPI anche per questa integrazione, sostenendo la necessità di privilegiare percorsi collettivi di formazione e ricollocazione.

Un ulteriore problema riguarda le modalità di pagamento del sostegno economico.

Scarpa rileva una contraddizione tra l'integrazione a carico di Acciaierie d'Italia e la cassa integrazione erogata direttamente dall'INPS.

La richiesta della Fiom è che l'intero trattamento venga corrisposto con continuità e secondo le ordinarie scadenze retributive, evitando ritardi che potrebbero mettere in difficoltà le famiglie dei lavoratori.

Sul fronte degli incentivi contributivi previsti per favorire nuove assunzioni, il sindacato chiede invece che venga attribuita priorità alle ricollocazioni collettive rispetto a quelle individuali.

Secondo la Fiom, le soluzioni individuali potrebbero prestarsi maggiormente ad abusi e irregolarità, mentre percorsi concordati permetterebbero di garantire condizioni più eque ai dipendenti coinvolti.

Un'apertura arriva sul mantenimento in riscaldo dell'area a caldo dello stabilimento di Taranto.

La Fiom considera significativa la scelta di autorizzare i commissari a mantenere gli impianti in questa condizione nella fase transitoria, in attesa della pronuncia della Cassazione.

Una misura ritenuta utile per non compromettere un'eventuale ripartenza degli altiforni, preservando la possibilità di riprendere le attività produttive.

Il sindacato precisa tuttavia che il solo mantenimento in riscaldo non risolve il problema dell'occupazione, se non vengono assicurate le risorse necessarie alle lavorazioni e alle manutenzioni.

La questione industriale torna centrale anche nelle osservazioni sugli articoli 5, 6 e 7 del decreto, relativi alle aree ex Ilva non attualmente utilizzate per la produzione siderurgica.

Secondo Scarpa, la destinazione di questi spazi non rappresenta la priorità immediata della vertenza, ma qualsiasi intervento dovrebbe essere inserito in una strategia industriale definita, valutando anche la possibilità di un'iniziativa pubblica.

L'obiettivo è evitare che le aree dismesse diventino oggetto di operazioni speculative o siano lasciate in stato di abbandono.

La Fiom collega questa mancanza di prospettiva anche ai ritardi nelle bonifiche e nei programmi di decarbonizzazione dei processi produttivi, per i quali denuncia l'assenza di finanziamenti.

Il giudizio complessivo del sindacato sul decreto resta quindi fortemente critico. Pur riconoscendo alcuni interventi utili, Scarpa ritiene che il provvedimento non affronti in maniera adeguata la gravità della crisi.

La richiesta al Governo è di trasformare le misure emergenziali in un percorso capace di garantire continuità industriale, manutenzioni, tutela dell'indotto e salvaguardia dei posti di lavoro, evitando che la cassa integrazione diventi l'unica prospettiva per migliaia di dipendenti.

Per la Fiom, senza un accordo complessivo e impegni precisi da parte del Governo, il rischio è che la crisi dell'ex Ilva produca nuovi licenziamenti e una progressiva perdita del patrimonio industriale e professionale degli stabilimenti.

Ex Ilva, arresto per l'ex Ad Lucia Morselli e altri due: contestati reato associativo e corruzione - Tutti i nomi degli indagati

La gestione di Morselli sarebbe stata orientata a massimizzare i profitti a discapito dell’ambiente, i pm chiedono i domiciliari. Coinvolti anche l'ex direttore dello stabilimento e l'ex capo dell'Ispra

L’ex ad di Acciaierie d’Italia, Lucia Morselli Ansa

La procura di Taranto ha chiesto gli arresti domiciliari per Lucia Morselli, ex amministratrice delegata di Acciaierie d'Italia, per il dirigente dello stabilimento, Alessandro Labile e per Francesco Astorri, capo del Nucleo ispettivo di Ispra, nell'ambito di una inchiesta sul presunto inquinamento provocato dalle emissioni dello stabilimento tra il 2019 e il 2024 e sulle irregolarità ipotizzate nella gestione delle emissioni di anidride carbonica e delle quote Ets. Agli indagati è stato notificato l'avviso di interrogatorio preventivo, per il 3 novembre, davanti al gip Francesco Maccagnano, chiamato a pronunciarsi sulle richieste cautelari avanzate dai pm.

Lucia Morselli già nel marzo del 2024 si vide notificare un avviso di proroga delle indagini nate da un esposto sui picchi di benzene che furono registrati nello stabilimento. Nel luglio successivo le perquisizioni e i sequestri per la presunta truffa ai danni dello Stato sulle quote di Co2 e poi gli avvisi di garanzia all'ex manager e ad altri dirigenti, consulenti e dipendenti per le ipotesi di associazione a delinquere finalizzata all'inquinamento, al disastro ambientale e alla truffa ai danni dello Stato.

Sono in tutto 28 le persone e cinque le società complessivamente indagate nell'inchiesta, coordinata dai pm Mariano Buccoliero, Francesco Ciardo. 

Per otto indagati l'accusa è associazione per delinquere finalizzata alla commissione di reati contro l'ambiente, l'incolumità pubblica e la pubblica amministrazione.

Tra le contestazioni figurano, a vario titolo, le ipotesi di disastro ambientale, inquinamento e truffa ai danni dello Stato. In particolare, secondo la ricostruzione della procura, le emissioni dello stabilimento avrebbero provocato un progressivo aumento dei livelli di benzene nell'aria del quartiere Tamburi di Taranto, contribuendo a determinare una situazione di disastro ambientale.

Nel mirino degli inquirenti tarantini è finita anche la gestione delle manutenzioni ordinarie degli impianti e i controlli ambientali. Ai principali indagati viene contestato, inoltre, di avere orientato in senso favorevole all'azienda i controlli e gli esiti delle ispezioni relative all'Autorizzazione integrata ambientale (Aia) svolte da Ispra.

Morselli è anche coinvolta in un'inchiesta per bancarotta fraudolenta avviata dalla Procura di Milano dopo una relazione dei commissari straordinari dell'ex Ilva. 

Morselli, Labile e Astorri accusati anche di corruzione

Tra le accuse a carico di Morselli figura anche quella di corruzione, che è contestata agli stessi Labile e Astorri. Secondo gli investigatori Astorri, in quanto responsabile del gruppo ispettivo Ispra incaricato dei controlli sul rispetto dell’Aia, avrebbe accettato da Morselli e Labile la promessa di un incarico dirigenziale nell’ente pubblico per avere omesso diversi atti del suo ufficio in occasione dei controlli sul rispetto delle condizioni previste dall’Aia nel siderurgico.

In una circostanza, secondo la procura, avrebbe anche dichiarato il falso omettendo di attestare dichiarazioni ricevute nel corso della sua attività. Morselli e Labile, secondo quanto scritto nel capo d’imputazione, in cambio avrebbero inoltre segnalato Astorri per la promozione al ministero dell’Ambiente, che esercita poteri di vigilanza e controllo sull’Ispra.

Astorri, Morselli, Labile e altri tre indagati rispondono inoltre di inquinamento e disastro ambientale, rimozione o omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro e falsi. Per i pm, gli indagati avrebbero causato “l’inquinamento dell’aria del quartiere Tamburi con aumenti significativi e progressivi di benzene prodotti dalle emissioni dello stabilimento” e il conseguente disastro ambientale.

Indagati anche Aditya Mittal e Franco Bernabè

Indagati anche Aditya Mittal, in qualità di amministratore delegato di ArcelorMittal, e Franco Bernabè, ex presidente del cda di Acciaierie d’Italia, che risponde dell’ipotesi di truffa in relazione alle quote di CO2.

Aditya Mittal è accusato di associazione per delinquere “allo scopo di commettere una serie di reati contro l’ambiente, l’incolumità pubblica e la pubblica amministrazione finalizzati a massimizzare i profitti e ridurre al minimo indispensabile i costi e le spese derivanti dalla gestione dello stabilimento siderurgico ex Ilva di Taranto”. Del reato associativo sono accusati anche Morselli, Astorri, Labile, Vincenzo Dimastromatteo (ex direttore di stabilimento), Antonio Mura (direttore Finanze, Tesoreria e Dogana), Francesco Alterio (ex capo area Cokeria) e Felice Sassi (dipendente AdI incardinato nella funzione Ambiente).

La truffa ai danni della Commissione Ue

Bernabè è indagato in concorso di truffa e truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche perché, per la procura, “adoperandosi e sfruttando relazioni esistenti a influenzare funzionari pubblici di altissimo rilievo, sia nazionali sia europei, per perorare la richiesta di restituzione”, avrebbe contribuito a indurre “in errore la Commissione dell’Unione europea che si determinava a rilasciare una quantità di quote CO2 corrispondenti per l’anno 2020 e successive integrazioni per gli anni 2021-2022-2023, per complessive 238.512 quote”.

Il 3 novembre dovranno comparire davanti al gip Francesco Maccagnano per l’interrogatorio preventivo anche i dieci destinatari delle richieste di misure interdittive. Tra loro ci sono Dimastromatteo, Mura e rappresentanti dell’allora Comitato Ets.


Ex Ilva, la Procura chiede domiciliari per Morselli - Tutti i nomi degli indagati

Gianmario Leone - Corriere di Taranto

La Procura di Taranto ha chiesto gli arresti domiciliari per Lucia Morselli, ex amministratrice delegata di Acciaierie d’Italia, Alessandro Labile, ex direttore dello stabilimento siderurgico, e Francesco Astorri, ex responsabile Ispra per la valutazione e i controlli degli impianti di interesse strategico nazionale. Le richieste rientrano nell’inchiesta sulle presunte irregolarità nella gestione dell’ex Ilva tra il 2019 e il 2024.

I pubblici ministeri hanno inoltre sollecitato dieci misure interdittive. Sarà il giudice per le indagini preliminari Francesco Maccagnano a pronunciarsi sulle richieste cautelari, dopo gli interrogatori preventivi fissati per il 3 novembre.

L’indagine, condotta dai pm Mariano Buccoliero, Francesco Sansobrino e Francesco Ciardo, nel frattempo passato alla Procura di Lecce, coinvolge complessivamente 28 persone e cinque società. Tra gli indagati figurano anche Franco Bernabè, ex presidente del consiglio di amministrazione di Acciaierie d’Italia, e Aditya Mittal, amministratore delegato di ArcelorMittal SA. Entrambi sono indagati a piede libero.

Per otto persone è stata richiesta la sospensione dall’esercizio di un pubblico ufficio. Si tratta di Alessandro Carettoni, presidente del Comitato Ets; Sergio La Motta, componente della segreteria; Giulia Dramis, coordinatore della segreteria tecnica; Mauro Mallone, vicepresidente e componente con diritto di voto; Giuseppe Marchese, componente con diritto di voto; Marco Maurici, componente della segreteria tecnica; Mauro Rotatori, componente con diritto di voto; Antonio Sclafani, componente della segreteria tecnica.

Per Vincenzo Dimastromatteo, direttore dello stabilimento ex Ilva, e Antonio Mura, procuratore di Adi con funzioni di direttore finanze, tesoreria e dogane, i pm hanno invece chiesto il divieto di esercitare professioni, imprese o uffici direttivi di persone giuridiche e imprese con attività produttive sottoposte ad Aia e Aua, insieme al divieto di contrattare con la pubblica amministrazione.
Gli indagati a piede libero

Oltre a Mittal e Bernabè, risultano indagati a piede libero Francesco Alterio, capo area Cokeria e sottoprodotti dell’ex Ilva dal 9 luglio 2021; Aldo Bove, responsabile dei laboratori primari e ambientali; Vito Di Marco, consulente del presidente Bernabè; Angelo Di Martino, Head of Ceo Office di Acciaierie d’Italia; Cecilia Aghion Galimberti, responsabile del gruppo di verifica ispettiva e della verifica; Giuseppe Nassisi, dipendente Adi responsabile customs e trade; Nicola Petronelli, direttore dell’area ghisa dello stabilimento; Beatrice Pettinari, responsabile del Riesame Indipendente Igq; Pierluigi Pireddu, socio della Sogesa Consulting srl e consulente Adi; Felice Sassi, dipendente Adi alle dirette dipendenze di Alessandro Labile; Michele Zagaria, dipendente di Acciaierie d’Italia.

Al centro degli accertamenti ci sono la gestione delle emissioni di anidride carbonica e benzene, le presunte irregolarità nei controlli ambientali e le manutenzioni che, secondo l’accusa, non sarebbero state eseguite. Nell’ipotesi investigativa, la conduzione dello stabilimento sarebbe stata orientata a massimizzare produzione e profitti a discapito della tutela ambientale.

A otto persone viene contestata l’associazione per delinquere finalizzata alla commissione di reati contro l’ambiente, l’incolumità pubblica e la pubblica amministrazione. Tra le ipotesi di reato formulate a vario titolo figura anche il disastro ambientale.
I controlli Ispra e la presunta promessa di un incarico

Un filone dell’inchiesta riguarda l’attività di Astorri, già a capo del nucleo ispettivo Ispra. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, avrebbe falsato gli esiti dei controlli nello stabilimento per favorire l’impresa.

In cambio, avrebbe ricevuto da Morselli e Labile la promessa di un incarico dirigenziale all’interno dell’Istituto, per il quale aveva presentato domanda. I due, secondo l’accusa, avrebbero segnalato il suo nominativo alla viceministra dell’Ambiente Vannia Gava, che non risulta indagata.

Sul punto, l’ufficio stampa del ministero, interpellato dal Fatto Quotidiano, ha precisato che Gava non ha funzioni di vigilanza né deleghe su Ispra e che la vigilanza sull’Istituto fa capo al ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica. Ha inoltre chiarito che le nomine seguono il regolamento dell’ente e che Astorri, pur avendo presentato la propria candidatura attraverso un interpello, non è mai diventato direttore.
Le quote di CO₂ e le richieste interdittive

Un altro capitolo riguarda le quote di emissione di CO₂. Le presunte irregolarità avrebbero consentito, secondo la Procura, un ingiusto profitto di 342 milioni di euro ai danni dell’Unione europea.

Per questo filone i magistrati hanno chiesto la sospensione dall’esercizio di un pubblico ufficio per gli otto componenti del Comitato Ets del ministero dell’Ambiente, l’organismo che si occupa dell’attuazione del sistema europeo di scambio delle quote di emissione dei gas a effetto serra.

Le accuse restano da accertare. Le richieste cautelari sono al vaglio del gip e non equivalgono a misure già disposte. A tal proposito, l’avvocato Giuseppe Iannaccone che difende Lucia Morselli ha dichiarato che “Sono convinto della assoluta innocenza della mia assistita Lucia Morselli che ha sempre agito rispettando tutte le regole; sono altresì convinto di poter chiarire nel contraddittorio attraverso un sereno confronto con la magistratura inquirente e con il giudice, la trasparenza e correttezza del suo operato”.

domenica 25 ottobre 2026

Noi alla grande manifestazione dei migranti di Castel Volturno - questo è lo slai cobas per il sindacato di classe - immagini

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 https://www.instagram.com/reel/De4tTFqIWuw/

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Castel Volturno, in ventimila contro il Cpr

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Castel Volturno (Ce), manifestazione contro la realizzazione del Cpr voluto dal governo Melon
contro il piano del governo Meloni di costruire un Cpr in località La Piana, sito di interesse naturalistico che la regione Campania ha classificato come Zona a protezione speciale, nella speranza di ostacolare i piani del governo.

SI SCENDE dunque davanti a un centro che vende mobili e poi a piedi per una ventina di minuti tra marciapiedi inesistenti, scheletri di palazzine abbandonate e sporcizia. Lamin, un ragazzo del Gambia che ha 28 anni, vive in Italia dal 2019 e, tutto sommato, non si trova male se non fosse per i documenti: «Lavoro nei campi e adesso mi sto occupando della semina del cavolo. Mi pagano 1.300 euro al mese e ne spendo 350 per la casa a Varcaturo, dove vivo con un’altra persona. Ne riesco a spedire alla mia famiglia circa 700 al mese. Non mi fanno il contratto finché non ho i documenti, ma senza contratto i documenti non posso averli». È inchiodato all’invisibilità da un infernale meccanismo burocratico e, se fermato dalla polizia, potrebbe finire in un Cpr. Ieri si è preso un giorno di festa al lavoro.

«È IMPORTANTE essere qui», rivendica mentre varca il cancello del Fernandes da dove poco prima delle 14 partirà il corteo. Dentro c’è già Andrea Morniroli, assessore regionale della Campania. Racconta che un paio di giorni fa Invitalia ha aggiudicato la gara da 43 milioni di euro per la progettazione e la realizzazione del Cpr alla cordata Ge.Di.Group spa di Altamura, parte del consorzio stabile Conpat scarl, che si era candidata insieme allo studio di architettura napoletano Alberto Izzo & Partners, alle due società d’ingegneria casertane Suburbia Mode e Campagnuolo&Associati srl, alla Geomed srl di Scafati e ai due professionisti Onofrio Dennetta e Rosamaria De Pietro. Hanno proposto un ribasso del 25%, con una offerta finale di 31,4 milioni di euro. «La partita non è chiusa – garantisce Morniroli – perché la regione valuterà le iniziative legali da mettere in campo, la manifestazione dimostra che c’è un fronte molto ampio che dice no ai Cpr e propone un modello diverso di accoglienza. L’unico capace di garantire davvero la sicurezza». Concetti che ribadirà poco dopo Roberto Fico, il presidente della giunta della Campania: «Ricorreremo con ogni mezzo».

LA BATTAGLIA non sarà semplice, perché il decreto Cutro ha equiparato i Cpr a siti di interesse strategico, ma la partecipazione alla manifestazione di ieri lascia ben sperare. «Siamo in 20mila», hanno detto gli organizzatori. Parlano i braccianti agricoli e gli operai edili, raccontano di orari di lavoro impossibili, della salute compromessa, di «un’umanità che si annulla nei campi e nei cantieri». Il corteo urla: «Permesso di soggiorno subito».  Nel corteo i centri sociali, i collettivi universitari, l’ex Canapificio di Caserta, Potere al popolo e altri gruppi della sinistra radicale. Una parte essenziale della mobilitazione è rappresentata dalla Chiesa in tutte le sue articolazioni: i comboniani (ieri era in corteo anche Alex Zanotelli), i parroci e le alte gerarchie. Hanno sfilato in corteo sette vescovi e, tra essi, Domenico Battaglia, arcivescovo di Napoli: «Il problema – ha scandito dal microfono del camioncino che apriva il corteo – non sono gli immigrati. Il problema è una società che trova le risorse per investire in armi e guerre ma fatica a investire nella pace, nell’educazione, nell’integrazione. È il costo insostenibile della vita, dell’energia e delle risorse essenziali. È il lavoro che non basta per vivere, sono le case che mancano, le cure alle quali si rinuncia, gli anziani soli, le periferie dimenticate e le scuole che chiedono aiuto».

 «Nei Cpr i migranti sono particolarmente esposti a rischio di morte, a malattie infettive e a problemi mentali». A destra, però, preferiscono parlar d’altro. L’ex ministro Sangiuliano, che mesi fa era a un convegno sulla remigrazione con CasaPound, ha stigmatizzato qualche coro contro la polizia e il cartello «il Cpr deve essere bruciato».

sabato 24 ottobre 2026

La Sea Watch sbarca a Taranto con 101 migranti, anche minori e donne incinte

Da la Gazzetta del Mezzogiorno 

La nave Sea Watch 5 ha sbarcato a Taranto 101 migranti soccorsi nel Mediterraneo centrale durante tre distinte operazioni. Tra i passeggeri ci sono donne incinte e 25 minori, la maggior parte dei quali non accompagnati.

Le persone a bordo, a quanto si è appreso, provengono da Bangladesh, Egitto, Siria, Eritrea, Somalia, Etiopia, Sudan, Sud Sudan e Pakistan. Le operazioni di accoglienza sono state coordinate dalla Prefettura di Taranto con il coinvolgimento della Capitaneria di porto, della Polizia di Stato, della Guardia di Finanza, della Croce Rossa Italiana e del Ministero della Salute attraverso l’Usmaf, l’Ufficio di sanità marittima, aerea e di frontiera.

«Finalmente a terra. Dopo oltre 3 giorni in mare, 101 sopravvissuti hanno finalmente raggiunto terraferma in sicurezza a Taranto», è detto nella pagina Facebook della Ong Sea Watch.