Padroni e sindacati confederali/Usb hanno fatto la guerra allo Slai cobas - la maggiorparte dei lavoratori non ha tenuto e resistito, e ora si vede a che serviva questa guerra... licenziarli!
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Castiglia Itelyum, 70 lavoratori a rischio licenziamento
Gianmario Leone
Sono 70 i lavoratori
di Castiglia Itelyum che rischiano di essere coinvolti dalle
conseguenze dello stop dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto.
Si tratta del personale attualmente impiegato nella commessa presso
il porto di Taranto, composto da 54 lavoratori a tempo
indeterminato e 16 con contratto a tempo determinato.
La società in questi giorni ha informato le rappresentanze
sindacali e le organizzazioni sindacali del mutato scenario
produttivo e gestionale determinato dagli effetti del Decreto n.
425/2026, comunicato il 27 dalla Corte d’Appello di Milano –
Sezione specializzata in materia di impresa, a seguito della Camera
di Consiglio del 9 luglio.
Nella comunicazione, l’azienda considera “assolutamente
residuali” le possibilità che l’area a caldo dello stabilimento
siderurgico di Taranto possa continuare la produzione.
Eventuali soluzioni per il rilancio produttivo richiederebbero
inoltre, sempre secondo la società, tempi incompatibili con il
mantenimento degli attuali assetti aziendali.
Lo stop potrebbe arrivare già a settembre
Il passaggio più delicato riguarda la prospettiva che le attività
dell’area a caldo possano cessare già a partire da settembre, con
conseguenze sulle attività funzionali alla produzione.
La società richiama la scadenza del 28 ottobre,
termine concesso dal decreto della Corte d’Appello per
l’adeguamento degli impianti ritenuti inquinanti ed evitare la
sospensione dell’attività produttiva.
Secondo la comunicazione inviata ai sindacati, allo stato non
sarebbe ipotizzabile che la Corte conceda una sospensiva, sebbene
richiesta, dell’ordine esecutivo. Quanto alla decisione di merito
della Corte di Cassazione, la società evidenzia
che, indipendentemente dall’esito del giudizio, il provvedimento
interverrebbe nel medio termine, quando gli impianti potrebbero
essere già fermi e difficilmente riattivabili, anche in ragione
delle loro caratteristiche tecniche.
Sulla base di queste considerazioni, l’azienda ritiene dunque
possibile che già da settembre cessino le attività dell’area a
caldo e, a cascata, quelle ad esse funzionali.
“Personale non ricollocabile“
La società ha effettuato verifiche interne per valutare la
possibilità di ricollocare il personale in altre attività
aziendali. Dalle verifiche, però, il personale non risulterebbe allo
stato ricollocabile. Le motivazioni indicate sono l’insussistenza
di posizioni lavorative alternative e l’infungibilità
delle professionalità proprie dei diversi settori
aziendali.
Da qui la conclusione dell’azienda: un “esubero
strutturale” che deve essere affrontato con tempestività
per evitare ripercussioni finanziarie sull’intera compagine.
Tra gli strumenti gestionali annunciati
figurano il blocco del turnover e lo stop alle proroghe e ai rinnovi
dei contratti a termine. La riduzione dell’organico considerato in
esubero dovrà invece avvenire attraverso gli strumenti e le
previsioni di legge vigenti.
La storia di Castiglia nell’indotto
La situazione attuale si inserisce in una storia segnata da anni
di difficoltà per le imprese che lavorano nell’indotto
siderurgico.
Nell’ottobre del 2019 furono licenziati 130
dei 201 lavoratori della ditta Castiglia di Massafra, che
operava nell’indotto dell’ex Ilva, allora ArcelorMittal Italia. I
71 lavoratori rimasti furono interessati dalla continuità
occupazionale prevista dal contratto Multiservizi attraverso la
clausola sociale, con il passaggio alle cinque aziende subentranti
nell’appalto per pulizie industriali e civili, trasporti e servizi:
Ecologica Spa, Evoluzione Ecologica, Mad, Ags Italia e Sea.
Nel luglio 2021 venne completata la cessione del
pacchetto di maggioranza del capitale di Castiglia s.r.l. in favore
di Itelyum Regenerations s.r.l., società del gruppo
Itelyum, leader internazionale nell’economia circolare, attiva
nella rigenerazione degli oli lubrificanti usati, nella produzione di
solventi puri e da reflui chimici e nei servizi ambientali per
l’industria./
Un indotto da circa 300 aziende
Quello di Castiglia Italyum è però
soltanto uno dei tanti fronti aperti.
L’indotto dell’ex Ilva comprende circa 300 aziende e
almeno 3-3.500 lavoratori, impegnati in attività che
spaziano dalle pulizie alla manutenzione, dall’edilizia alla
carpenteria, dai trasporti alle mense, fino agli impianti elettrici e
ad altri servizi.
Un sistema nel quale convivono contratti part-time, interinali, a
tempo determinato e a tempo indeterminato e che rischia di essere
investito da una nuova e pesante crisi occupazionale.
La decisione della Itelyum si colloca in un contesto sempre più
precario. Le associazioni datoriali avevano infatti già annunciato
la possibilità di procedere verso i licenziamenti
collettivi. L’iniziativa, ventilata all’inizio di
agosto, è stata confermata il 10 agosto nel corso della riunione di
Confindustria Taranto, Confapi Taranto, Aigi, Confartigianato
Taranto e Federmanager, nell’ambito del “Tavolo
permanente” costituito dopo il decreto della Corte d’Appello di
Milano.
L’orientamento comune è che “non c’è più tempo da
perdere”. Da qui la decisione di proseguire lo stato di
mobilitazione delle aziende dell’indotto e di procedere
con la richiesta di licenziamento collettivo.
Secondo le associazioni, la chiusura dell’area a caldo
comporterebbe inevitabilmente un esubero del personale dell’indotto
impegnato in quell’area. Successivamente, il problema potrebbe
estendersi a una parte delle risorse impiegate nell’area a freddo,
destinata a sua volta a fermarsi in assenza di alimentazione di
acciaio.
Due amministrazioni straordinarie e decine di milioni di
euro
La crisi dell’indotto arriva dopo anni nei quali le imprese
hanno già dovuto sostenere costi pesantissimi.
Le aziende sono state coinvolte in due amministrazioni
straordinarie nel giro di appena nove anni e hanno visto
accumularsi decine di milioni di euro di fatture non pagate per
lavori già effettuati.
Da qui le istanze di insinuazione al
passivo presentate prima nei confronti di Ilva Spa e
poi di Acciaierie d’Italia, nella speranza di
recuperare almeno una parte delle somme spettanti. Nel primo caso, in
particolare, furono oltre 150 milioni di euro quelli
rimasti congelati.
Nel corso degli anni sono intervenuti diversi governi e la Regione
Puglia con misure finalizzate a contenere l’impatto economico sulle
imprese. Ma oggi il rischio torna a essere quello di una crisi
destinata a trasferirsi dalle aziende ai lavoratori.
Quasi 400 posti persi dal 2022
Gli addetti dell’indotto e dell’appalto, inoltre, non
beneficiano in larga parte del contratto dei metalmeccanici applicato
ai dipendenti diretti del siderurgico, ma del contratto
Multiservizi, caratterizzato da livelli retributivi e tutele
generalmente inferiori.
Secondo i calcoli della Fiom Cgil di Taranto, dal
secondo semestre del 2022 ad oggi sono stati persi
quasi 400 posti di lavoro a seguito della cessazione
delle attività di aziende storiche dell’indotto, tra cui Semat,
Iris, Lacaita, Giove e Pitrelli, oltre ad altre realtà.
Il timore è che questa emorragia possa accelerare se la crisi del
siderurgico dovesse diventare definitiva e irreversibile.
Il caso dei 70 lavoratori di Castiglia Itelyum
rappresenta quindi l’ennesimo fronte concreto di una crisi che
rischia di coinvolgere una platea molto più ampia. Se l’area a
caldo dovesse fermarsi definitivamente e il blocco produttivo si
estendesse successivamente alle attività a valle, il conto
occupazionale potrebbe diventare molto più pesante.
Per Taranto, ancora una volta, la vertenza dell’ex Ilva non è
soltanto una questione di produzione industriale: è anche il futuro
di centinaia di imprese e di migliaia di lavoratori dell’indotto.
Sul quale ad oggi nessuno ha ancora tracciato una via d’uscita
credibile.
*sull’argomento leggi Ex
Ilva, la crisi dell’indotto ricade sui lavoratori