lunedì 31 agosto 2026

Castiglia Itelyum, 70 lavoratori a rischio licenziamento - E ora? diciamo ai lavoratori...

Padroni e sindacati confederali/Usb hanno fatto la guerra allo Slai cobas - la maggiorparte dei lavoratori non ha tenuto e resistito, e ora si vede a che serviva questa guerra... licenziarli!

info stampa

Castiglia Itelyum, 70 lavoratori a rischio licenziamento

Gianmario Leone

Sono 70 i  lavoratori di Castiglia Itelyum che rischiano di essere coinvolti dalle conseguenze dello stop dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto. Si tratta del personale attualmente impiegato nella commessa presso il porto di Taranto, composto da 54 lavoratori a tempo indeterminato e 16 con contratto a tempo determinato.

La società in questi giorni ha informato le rappresentanze sindacali e le organizzazioni sindacali del mutato scenario produttivo e gestionale determinato dagli effetti del Decreto n. 425/2026, comunicato il 27 dalla Corte d’Appello di Milano – Sezione specializzata in materia di impresa, a seguito della Camera di Consiglio del 9 luglio.

Nella comunicazione, l’azienda considera “assolutamente residuali” le possibilità che l’area a caldo dello stabilimento siderurgico di Taranto possa continuare la produzione. Eventuali soluzioni per il rilancio produttivo richiederebbero inoltre, sempre secondo la società, tempi incompatibili con il mantenimento degli attuali assetti aziendali.

Lo stop potrebbe arrivare già a settembre

Il passaggio più delicato riguarda la prospettiva che le attività dell’area a caldo possano cessare già a partire da settembre, con conseguenze sulle attività funzionali alla produzione.

La società richiama la scadenza del 28 ottobre, termine concesso dal decreto della Corte d’Appello per l’adeguamento degli impianti ritenuti inquinanti ed evitare la sospensione dell’attività produttiva.

Secondo la comunicazione inviata ai sindacati, allo stato non sarebbe ipotizzabile che la Corte conceda una sospensiva, sebbene richiesta, dell’ordine esecutivo. Quanto alla decisione di merito della Corte di Cassazione, la società evidenzia che, indipendentemente dall’esito del giudizio, il provvedimento interverrebbe nel medio termine, quando gli impianti potrebbero essere già fermi e difficilmente riattivabili, anche in ragione delle loro caratteristiche tecniche.

Sulla base di queste considerazioni, l’azienda ritiene dunque possibile che già da settembre cessino le attività dell’area a caldo e, a cascata, quelle ad esse funzionali.

“Personale non ricollocabile

La società ha effettuato verifiche interne per valutare la possibilità di ricollocare il personale in altre attività aziendali. Dalle verifiche, però, il personale non risulterebbe allo stato ricollocabile. Le motivazioni indicate sono l’insussistenza di posizioni lavorative alternative e l’infungibilità delle professionalità proprie dei diversi settori aziendali.

Da qui la conclusione dell’azienda: un “esubero strutturale” che deve essere affrontato con tempestività per evitare ripercussioni finanziarie sull’intera compagine.

Tra gli strumenti gestionali annunciati figurano il blocco del turnover e lo stop alle proroghe e ai rinnovi dei contratti a termine. La riduzione dell’organico considerato in esubero dovrà invece avvenire attraverso gli strumenti e le previsioni di legge vigenti.

La storia di Castiglia nell’indotto

La situazione attuale si inserisce in una storia segnata da anni di difficoltà per le imprese che lavorano nell’indotto siderurgico.

Nell’ottobre del 2019 furono licenziati 130 dei 201 lavoratori della ditta Castiglia di Massafra, che operava nell’indotto dell’ex Ilva, allora ArcelorMittal Italia. I 71 lavoratori rimasti furono interessati dalla continuità occupazionale prevista dal contratto Multiservizi attraverso la clausola sociale, con il passaggio alle cinque aziende subentranti nell’appalto per pulizie industriali e civili, trasporti e servizi: Ecologica Spa, Evoluzione Ecologica, Mad, Ags Italia e Sea.

Nel luglio 2021 venne completata la cessione del pacchetto di maggioranza del capitale di Castiglia s.r.l. in favore di Itelyum Regenerations s.r.l., società del gruppo Itelyum, leader internazionale nell’economia circolare, attiva nella rigenerazione degli oli lubrificanti usati, nella produzione di solventi puri e da reflui chimici e nei servizi ambientali per l’industria./

Un indotto da circa 300 aziende

Quello di Castiglia Italyum è però soltanto uno dei tanti fronti aperti.

L’indotto dell’ex Ilva comprende circa 300 aziende e almeno 3-3.500 lavoratori, impegnati in attività che spaziano dalle pulizie alla manutenzione, dall’edilizia alla carpenteria, dai trasporti alle mense, fino agli impianti elettrici e ad altri servizi.

Un sistema nel quale convivono contratti part-time, interinali, a tempo determinato e a tempo indeterminato e che rischia di essere investito da una nuova e pesante crisi occupazionale.

La decisione della Itelyum si colloca in un contesto sempre più precario. Le associazioni datoriali avevano infatti già annunciato la possibilità di procedere verso i licenziamenti collettivi. L’iniziativa, ventilata all’inizio di agosto, è stata confermata il 10 agosto nel corso della riunione di Confindustria Taranto, Confapi Taranto, Aigi, Confartigianato Taranto e Federmanager, nell’ambito del “Tavolo permanente” costituito dopo il decreto della Corte d’Appello di Milano.

L’orientamento comune è che “non c’è più tempo da perdere”. Da qui la decisione di proseguire lo stato di mobilitazione delle aziende dell’indotto e di procedere con la richiesta di licenziamento collettivo.

Secondo le associazioni, la chiusura dell’area a caldo comporterebbe inevitabilmente un esubero del personale dell’indotto impegnato in quell’area. Successivamente, il problema potrebbe estendersi a una parte delle risorse impiegate nell’area a freddo, destinata a sua volta a fermarsi in assenza di alimentazione di acciaio.

Due amministrazioni straordinarie e decine di milioni di euro

La crisi dell’indotto arriva dopo anni nei quali le imprese hanno già dovuto sostenere costi pesantissimi.

Le aziende sono state coinvolte in due amministrazioni straordinarie nel giro di appena nove anni e hanno visto accumularsi decine di milioni di euro di fatture non pagate per lavori già effettuati.

Da qui le istanze di insinuazione al passivo presentate prima nei confronti di Ilva Spa e poi di Acciaierie d’Italia, nella speranza di recuperare almeno una parte delle somme spettanti. Nel primo caso, in particolare, furono oltre 150 milioni di euro quelli rimasti congelati.

Nel corso degli anni sono intervenuti diversi governi e la Regione Puglia con misure finalizzate a contenere l’impatto economico sulle imprese. Ma oggi il rischio torna a essere quello di una crisi destinata a trasferirsi dalle aziende ai  lavoratori.

Quasi 400 posti persi dal 2022

Gli addetti dell’indotto e dell’appalto, inoltre, non beneficiano in larga parte del contratto dei metalmeccanici applicato ai dipendenti diretti del siderurgico, ma del contratto Multiservizi, caratterizzato da livelli retributivi e tutele generalmente inferiori.

Secondo i calcoli della Fiom Cgil di Taranto, dal secondo semestre del 2022 ad oggi sono stati persi quasi 400 posti di lavoro a seguito della cessazione delle attività di aziende storiche dell’indotto, tra cui Semat, Iris, Lacaita, Giove e Pitrelli, oltre ad altre realtà.

Il timore è che questa emorragia possa accelerare se la crisi del siderurgico dovesse diventare definitiva e irreversibile.

Il caso dei 70 lavoratori di Castiglia Itelyum rappresenta quindi l’ennesimo fronte concreto di una crisi che rischia di coinvolgere una platea molto più ampia. Se l’area a caldo dovesse fermarsi definitivamente e il blocco produttivo si estendesse successivamente alle attività a valle, il conto occupazionale potrebbe diventare molto più pesante.

Per Taranto, ancora una volta, la vertenza dell’ex Ilva non è soltanto una questione di produzione industriale: è anche il futuro di centinaia di imprese e di migliaia di lavoratori dell’indotto. Sul quale ad oggi nessuno ha ancora tracciato una via d’uscita credibile.

*sull’argomento leggi Ex Ilva, la crisi dell’indotto ricade sui lavoratori

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