giovedì 20 agosto 2026

La proposta di Federacciai sull'Ilva - se non è zuppa e pan bagnato: sempre migliaia di tagli di posti di lavoro e nessun piano per bonifiche e ambiente - Ne parliamo con calma in seguito

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Ex Ilva, la siderurgia italiana scende in campo: Federacciai e 14 imprese presentano la manifestazione di interesse. Tra i gruppi coinvolti Arvedi, Acciaierie Venete, Beltrame, Feralpi e Marcegaglia, insieme a quattordici imprese associate, hanno presentato la manifestazione d’interesse per gli stabilimenti. Una mossa che resta circoscritta alla sola area a freddo dell’impianto di Taranto, ma che apre a nuovi possibili scenari. A trainare il carro sono «praticamente quasi tutti», come aveva già detto Gozzi. Arvedi, Duferco, Feralpi, Marcegaglia, Abs. E ancora Acciaierie Bertoli Safau, Acciaierie Venete, Advanced Steel Solutions (Gruppo Asonext), Acciaierie Beltrame, Alfa Acciai, Compagnia Siderurgica Italiana, Ferriera Valsabbia, Lucchini, O.R.I. Martin e Rubiera Special Steel.

La forma della cordata italiana si fa quindi più nitida all’interno di un mese che resta ancora cruciale per il futuro dell’ex Ilva. A pesare è sempre il ticchettio della «bomba sociale» innescata dalla chiusura dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto, come stabilito dal decreto della Corte d’Appello di Milano, con lo stop che resta fissato il prossimo 26 ottobre. Il rischio di esplodere infatti resta, soprattutto dopo che le imprese dell’indotto si sono dette pronte a procedere con la richiesta di licenziamenti collettivi. Un annuncio, quello della scorsa settimana, che si inserisce in iniziative definite «forti» dalle associazioni, richiamando alla necessità di una soluzione che guardi soprattutto ai lavoratori.

Il conto alla rovescia, dunque, non si ferma, mentre la partita della cosiddetta cordata italiana si continua a giocare sugli impianti che non sono interessati dallo stop previsto per il 26 ottobre. Sull'intero perimetro aziendale, quindi anche sull'area a caldo, resta invece puntato l’occhio di Jindal, che ha recentemente aggiornato la sua proposta.

Il passo avanti rappresentato dalla manifestazione d’interesse arriva al termine di una settimana di fuoco, in cui sindacati, associazioni e imprese dell’indotto sono state convocate al Mimit per trovare un piano d’azione comune. In quell'occasione, il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso aveva ancora una volta spronato le aziende a fare fronte comune e ad avanzare una proposta. Dai tavoli però erano emerse anche altre possibili strategie. I commissari avevano infatti dato mandato ai propri legali di valutare la possibilità di appellarsi alla sentenza della Corte d’Appello di Milano. Una strada che per Antonio Gozzi era e resta non percorribile. «I problemi sono immediati - aveva già chiarito - e per un ricorso in Cassazione bisogna attendere almeno due anni». La strada ora appare meno inclinata, ma il percorso da compiere è tutt'altro che breve. La manifestazione d’interesse prescinde ancora da una serie di condizioni abilitanti. «Noi abbiamo dato al governo disponibilità immediata», aveva spiegato Gozzi lo scorso 10 agosto, che restano necessarie per consentire l'intervento industriale sulla vicenda ex Ilva.
 

Ex Ilva, tre nodi per la cordata italiana

Gianmario Leone
Come preannunciato nei giorni scorsi, Federacciai – Federazione Imprese Siderurgiche Italiane ha presentato la manifestazione di interesse per gli stabilimenti ex Ilva.

La manifestazione è stata sottoscritta, oltre che da Federacciai, da 14 imprese associate: ABS Acciaierie Bertoli Safau, Acciaieria Arvedi, Acciaierie Venete, Advanced Steel Solutions (Gruppo Asonext), AFV Acciaierie Beltrame, Alfa Acciai, Compagnia Siderurgica Italiana, Duferco Travi e Profilati, Feralpi Siderurgica, Ferriera Valsabbia, Lucchini RS Holding, Marcegaglia Carbon Steel, O.R.I. Martin e Rubiera Special Steel.

La discesa in campo delle grandi realtà siderurgiche italiane è stata accolta con favore dal Governo e dal ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, che in più occasioni aveva sollecitato un intervento dell’industria nazionale. La presenza di un secondo competitor industriale rispetto a Jindal potrebbe consentire di ottenere condizioni migliori per un asset che, dopo la decisione della Corte d’Appello di Milano di fermare l’area a caldo, sembrava destinato alla chiusura.
Il primo tema è e resta quello occupazionale. Jindal, che ha presentato un’offerta simbolica da un euro per rilevare sia l’area a caldo sia quella a freddo, ha fatto sapere di essere disponibile ad aumentare il numero dei dipendenti da mantenere: dai 3.000-3.500 inizialmente indicati fino a 4.500 sui circa 10mila complessivi della vecchia Ilva.

Il raggruppamento degli operatori italiani sarebbe invece orientato a mantenere non più di 3.500 addetti, ritenuti sufficienti per le attività dell’area a freddo, che rappresenta il perimetro di interesse della cordata.

La perimetrazione

Dal momento dell’annuncio della cordata, le grandi realtà siderurgiche italiane hanno spiegato il proprio ingresso nella partita proprio alla luce del nuovo scenario determinato dalla decisione della Corte d’Appello di Milano. Il perimetro dell’asset da acquistare, nella loro prospettiva, è cambiato e dovrebbe comprendere soltanto i siti dedicati alle attività a valle: a Taranto come a Genova, Novi Ligure e Racconigi, gli impianti per la laminazione, il taglio dei nastri e la zincatura.

La decisione della Corte d’Appello di Milano ha infatti rimodulato lo scenario, escludendo dal perimetro dell’operazione l’area a caldo. È da questa nuova configurazione che è maturata anche la scelta degli operatori italiani di presentare una manifestazione di interesse. Da qui la richiesta ai commissari di predisporre un nuovo bando di gara, con una perimetrazione coerente con il nuovo assetto. Un’ipotesi che non convince il Governo, preoccupato soprattutto dal rischio di un ulteriore allungamento dei tempi per il salvataggio dell’ex Ilva, che dispone di risorse fino all’autunno.

Per i componenti della cordata, tuttavia, una nuova gara sarebbe necessaria per evitare possibili ricorsi e richieste di risarcimento da parte degli operatori che hanno già partecipato alla procedura e presentato un’offerta nell’attuale manifestazione di interesse.

Ma c’è anche un’incognita legata alla partita giudiziaria. Un eventuale pronunciamento della Corte di Cassazione favorevole al ricorso presentato dai commissari potrebbe infatti rimettere in discussione lo scenario sul quale si sta costruendo la nuova operazione industriale. Se l’area a caldo tornasse a essere nuovamente parte del perimetro, occorrerebbe capire che cosa accadrebbe alla proposta della cordata italiana e all’intera procedura di cessione.

Quanto vale l’area a freddo?

Altro punto di distanza riguarda il valore degli impianti. A differenza di quanto previsto per gli altiforni, i commissari puntano a monetizzare la cessione dell’area a freddo. Gli asset sarebbero stati valutati tra i 600 e gli 800 milioni di euro. Una valutazione che non sarebbe condivisa né dagli operatori siderurgici italiani né da Jindal.

Entrambi sarebbero disponibili a presentare per questi asset soltanto un’offerta simbolica, pari a un euro. Alla base della posizione degli acquirenti ci sarebbe la necessità di sostenere investimenti molto rilevanti sugli impianti.

La cordata italiana avrebbe stimato circa 300 milioni di euro soltanto per introdurre le migliori tecniche disponibili (BAT), sul fronte ambientale e per rimettere in efficienza i treni di laminazione di Taranto.

Il nodo dello scudo legale

Resta infine la questione dello scudo legale.

Come gli altri soggetti che si sono affacciati alla gara per l’ex Ilva, anche gli operatori italiani avrebbero evidenziato la necessità di non rispondere, sul piano penale o ambientale, del cosiddetto “pregresso”: le azioni e le responsabilità riconducibili alle precedenti proprietà e amministrazioni del gruppo siderurgico.

Su questo punto, però, la politica mantiene una posizione particolarmente cauta, soprattutto dopo la decisione della Corte d’Appello di Milano che ha disposto lo spegnimento dell’area a caldo per la presenza di amianto e per i livelli emissivi, imponendo prescrizioni ambientali particolarmente stringenti.

L’altra partita: l’indotto

Mentre si discute del futuro industriale dell’ex Ilva, a Taranto cresce però la preoccupazione per le conseguenze immediate dello stop dell’area a caldo sulle imprese che lavorano per il ciclo integrale.

Sono circa venti le aziende dell’indotto che operano direttamente con l’area a caldo, per un totale di circa 2mila addetti impegnati in lavorazioni e servizi collegati al ciclo integrale. Di queste, una decina sarebbe già in condizioni particolarmente critiche.

Confindustria Taranto, Confapi Taranto e AIGI stanno monitorando costantemente le ripercussioni della decisione della Corte d’Appello di Milano, anche alla luce dei contratti in essere e dei crediti vantati dalle imprese nei confronti di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria.

Proprio la sorte di questi contratti rappresenta uno dei nodi più delicati. La decisione dei commissari di procedere con una manifestazione di interesse potrebbe essere legata anche alla necessità di dare un segnale di continuità alle aziende fornitrici che lavorano per l’area a caldo. Con l’uscita definitiva dell’area a caldo dal perimetro dello stabilimento, infatti, una parte dei contratti rischierebbe di venire meno, aprendo la strada a contenziosi con le amministrazioni straordinarie.

Il 30 luglio, intanto, Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria ha pagato le fatture dell’indotto emesse a gennaio e febbraio e scadute a maggio. Resta invece da capire che cosa accadrà alle altre fatture in scadenza.

Le imprese guardano alla liquidità della quarta e ultima tranche da 41 milioni di euro del prestito ponte da 390 milioni autorizzato dall’Unione europea per l’ex Ilva. Il Governo ha già provveduto alle prime tre tranche, rispettivamente da 149, 100 e altri 100 milioni di euro.

È questa la speranza delle aziende dell’indotto, che sottolineano come all’area a caldo sia collegato tra il 60 e il 70% dei contratti di Acciaierie d’Italia. Contratti che, con la fermata dell’area a caldo prevista a partire dalla fine di ottobre, rischiano di venire meno.

Ed è proprio qui che si concentra una delle maggiori preoccupazioni per Taranto. Da una parte c’è la costruzione di un nuovo assetto industriale, con la cordata italiana che guarda all’area a freddo e Jindal che resta interessata all’intero perimetro; dall’altra ci sono imprese che devono continuare a lavorare e a essere pagate nel presente. La partita giudiziaria, quella industriale e quella finanziaria dell’indotto procedono quindi contemporaneamente e finiscono per intrecciarsi.

È in questo passaggio – l’uscita dell’area a caldo dal tavolo della cessione, la nascita della cordata italiana, il ricorso in Cassazione dei commissari, la possibile richiesta di sospensiva da avanzare alla Corte di Appello di Milano e le crescenti tensioni finanziarie dell’indotto – che si concentrano il paradosso e tutta la criticità della crisi dell’ex Ilva.

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