mercoledì 30 settembre 2026

Bitetti sul carro fasciorazzista di Meloni/Valditara sul decreto scuola - Vergogna! - E Assessori e consigliere che dicono...?

Bitetti, come un pappagallo dei fascisti al governo, si appella ai cosiddetti "valori occidentali" quei valori che fanno le guerre, che coprono e partecipano ai genocidi dei palestinesi - Abbiamo la versione tarantina di "Dio, patria, famiglia". Forse Bitetti spera di candidarsi per il prossimo parlamento? 

 Da Taranto Buonasera

Burqa e limite agli studenti stranieri, Bitetti favorevole alle nuove regole per la scuola

Il sindaco interviene durante la presentazione del volume curato dal ministro Valditara: «Rispetto massimo per tutti i popoli che accogliamo, ma vanno rispettate anche le nostre tradizioni»

Burqa e limite agli studenti stranieri, Bitetti favorevole alle nuove regole per la scuola

TARANTO - Il sindaco di Taranto Piero Bitetti si dice favorevole al divieto di burqa nelle scuole e all’introduzione di un limite alla presenza nelle classi degli studenti stranieri che non conoscono adeguatamente la lingua italiana. Il primo cittadino è intervenuto sul tema nel corso della presentazione del volume “Manifesto per l’Occidente. I valori universali della nostra cultura”, curato dal ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara. Le dichiarazioni sono state riportate da RaiNews Puglia.

Bitetti ha legato la propria posizione al rispetto delle regole e delle tradizioni del Paese ospitante. «Rispetto massimo di tutti i popoli che accogliamo, ma penso che le nostre regole, le nostre abitudini, le nostre tradizioni vadano rispettate», ha affermato.

Nello stesso intervento il sindaco ha richiamato anche la presenza del crocifisso negli istituti scolastici: «va rispettata la presenza del crocefisso nelle aule».

Il primo cittadino si è soffermato anche sul tetto del 30 per cento previsto dal provvedimento del Governo per determinate situazioni scolastiche. La misura riguarda in particolare gli studenti di nuovo ingresso che non possiedono una sufficiente conoscenza dell’italiano.

Bitetti ha espresso il proprio sostegno alla scelta, motivandolo con le possibili conseguenze sulla gestione delle classi e sull’apprendimento. «Aumentare in maniera esponenziale la presenza di altre nazionalità rischia di compromettere i nostri ragazzi che fanno fatica a mantenere il passo», ha dichiarato.

Nel suo ragionamento il sindaco ha poi richiamato i numeri dell’immigrazione verso l’Italia. «È anche vero che l’Italia ha avuto numeri importanti legati all’immigrazione, parliamo di 65.000 nel 2024, 66.000 nel 2025, numeri alti», ha aggiunto, facendo riferimento anche alla presenza di minori arrivati nel Paese.

Bitetti ha quindi collegato il fenomeno ai valori che, a suo giudizio, rendono l’Italia un punto di riferimento per chi arriva dall’estero, parlando di minori immigrati che «hanno guardato il Paese Italia per quei valori» richiamati durante l’incontro.

Le dichiarazioni del sindaco di Taranto si inseriscono così nel confronto aperto sulle nuove regole riguardanti integrazione scolastica, rispetto delle tradizioni e presenza degli studenti stranieri nelle classi.

lunedì 28 settembre 2026

Ma vai a parlare con gli abitanti di Bagnoli...

Ma questo giornalista ha mai parlato con gli abitanti di Bagnoli che invece denunciano questa falsa alternativa, che porta anche inquinamento, nocività? 

Evidentemente fa gli articoli bellamente seduto nella sua scrivania.

Secondo Di Meo addirittura questo dovrebbe essere il futuro anche per Taranto. 

Ma ci faccia il piacere!

 

 

Riportiamo un articolo di febbraio di quest'anno che invece fa parlare le persone reali di Bagnoli 

Febbraio 2026

Bagnoli - Anche le bonifiche sono inquinanti... E gli abitanti di Bagnoli in migliaia scendono in strada

Nel capitalismo e con governi al suo servizio, al servizio del profitto anche i lavori di bonifica del territorio portano inquinamento.

A Bagnoli i livelli di polveri sottili sono superiori alla norma. È quanto emerge dai dati pubblicati dall'Arpa Campania e rilevati con il laboratorio mobile in zona Città della Scienza dal 3 al 9 febbraio, un periodo che ha visto l'intensificarsi dei lavori sul litorale in vista dell'America's Cup e del passaggio dei camion diretti al cantiere. Secondo la legge, il livello massimo di Pm10 consentito è di 50 microgrammi per metro cubo. A guardare quanto riportato dall'Agenzia regionale per la protezione ambientale, invece, questo livello è stato superato in almeno quattro occasioni. 
Martedì 3 febbraio, il livello medio giornaliero di polveri sottili ha raggiunto 81 microgrammi al metro cubo, con una punta oraria di oltre 158 alle ore 14. Il giorno 4, il laboratorio mobile ha rilevato una media di 79, con una punta massima di 142 alle 11. Il terzo sforamento, lieve, è stato registrato venerdì 6: 51 microgrammi. Bisogna, poi, arrivare a lunedì 9, ieri, per avere il quarto episodio: 66 come valore medio giornaliero, con una punta di 223 microgrammi al metro cubo alle 16. 

Il Commissariato di Bagnoli aveva risposto mettendo in atto “misure di mitigazione”. Misure che prevedono, secondo quanto spiegato dalla nota commissariale, la bagnatura delle piste e dei teli, la pulizia delle ruote dei tir, barriere protettive. 

Pronto il commento della Rete No America's Cup: “In un'area ex industriale come quella di Bagnoli, il pericolo vero non è tanto nel gas che evapora, ma nella polvere che si alza. I sensori Arpac ci dicono quante polveri sottili si muovono ma servirebbe sapere di cosa è fatta quella polvere. Senza questi dati, stiamo vedendo solo la punta dell'iceberg: sappiamo che l'aria è ‘sporca’ di polvere, ma non sappiamo quanto è tossica. Servono analisi più approfondite”.

La risposta è stata da parte delle masse popolari di Bagnoli una importante manifestazione di 5 mila persona.
“Vogliamo la vera bonifica di Bagnoli, non speculazione e grandi eventi spot“. Sono le parole degli abitanti nel quartiere a Ovest di Napoli che nella mattinata di sabato 7 febbraio hanno sfilato per le strade della zona per fermare i “lavori della vergogna”, come scritto sullo striscione di apertura: quelli in vista della Coppa America di Vela, l’America’s Cup, in programma per luglio 2027.
Almeno 5mila persone hanno partecipato alla manifestazione, gran parte delle quali residente a Bagnoli, chiedendo alle istituzioni garanzie per quanto riguarda la tutela ambientale, i rischi per la salute e l’impatto che i lavori per il grande evento avranno sulla balneabilità del mare, mettendo a rischio la spiaggia pubblica e il bosco.
La gara velistica è infatti in progetto in un’area classificata come zona rossa, colpita da una continua crisi sismica insieme ai Campi Flegrei, dalla mancata bonifica delle aree industriali dismesse che hanno inquinato il territorio per tutto il corso del ‘900 e a cui si aggiungerebbe ora l’ingresso quotidiano di centinaia di camion. 

Guerra vera e guerra dell'acciaio / crisi siderurgica, economia di guerra, sempre più intrecciate anche e soprattutto a Taranto

Questo lo ha già detto con i suoi mezzi e le sue iniziative d'avanguardia lo Slai cobas e ha portato questi contenuti nella giornata del 25 sett. alla Base navale e in piazza immacolata, così come in fabbrica con striscioni "Lavoro non guerra" alle portinerie.
Su questo non possiamo contare su sindacati collaborazionisti con il governo o critici ma dentro il recinto degli interessi del capitale e delle sue leggi;
meno che mai sulla piccola borghesia ambientalista antioperaia, moderata e filo istituzionale o che si dipinge alternativa, ma che non sa di che parla e quello che fa è dannoso alla lotta di classe, unitaria e di massa degli operai e delle masse popolari.
 
Serve l'alternativa classista e combattiva, anticapitalista e antimperialista che in questa città è rappresentata essenzialmente dallo Slai cobas per il sindacato di classe

da taranto buonasera

"L'Ilva ucraina" getta la spugna, «sicurezza impossibile». Il legame tra acciaio e bombardamenti

Decisione di ArcelorMittal di fermare Kryvyi Rih. Il Corriere della Sera evidenzia il rapporto tra produzione siderurgica ed economia di guerra

ArcelorMittal

ArcelorMittal

Oltre 12.000 dipendenti diretti e 3.500 addetti delle imprese appaltatrici. Stipendi, una produzione strategica, entrate fiscali. E una fine il cui impatto a livello internazionale è tutto da valutare. 

Leggere sul Corriere della Sera della decisione di ArcelorMittal di chiudere la grande acciaieria di Kryvyi Rih fa inevitabilmente pensare anche a Taranto. Marta Serafini scrive che "fermare un’acciaieria significa spegnere più di un altoforno. Con lo stop di ArcelorMittal a Kryvyi Rih, l’Ucraina perde un pilastro della resistenza: produzione, salari, esportazioni, entrate fiscali. Il gruppo non può riavviare in sicurezza il sito dopo quattro attacchi missilistici russi in cinque settimane, l’ultimo il 21 settembre: cinque dipendenti uccisi e 17 feriti. La chiusura coinvolge anche le miniere e comporterà una svalutazione contabile di circa un miliardo di dollari".

Chiaramente il contesto ucraino è del tutto diverso da quello italiano. Ma è significativo un dato riportato da Serafini, e cioè che "la crisi precede i missili. Nel 2021 Kryvyi Rih produceva 4,9 milioni di tonnellate di acciaio; nel 2025 si era fermata a 1,7 milioni. Per tenere aperto, il sito ha consumato 500 milioni di dollari di riserve e altri 700 milioni immessi dalla capogruppo". Più che Putin, ad azzoppare Kryvyj Rih è stata insomma una devastante involuzione economica - e anche questo, a Taranto, può essere un elemento di riflessione.

Soprattutto, fa impressione leggere del legame ombelicale tra acciaio e guerra. "Gli attacchi di settembre hanno messo fuori uso anche Zaporizhstal e Kamet Steel, del gruppo Metinvest. I raid recenti sono probabilmente costati ai produttori quasi 100 milioni di dollari, ha dichiarato al Kyiv Independent Oleksandr Kalenkov, presidente dell’associazione siderurgica Ukrmetallurgprom". "Questi impianti non sono fabbriche d’armi in senso stretto: producono materiali di base, semilavorati, acciai per costruzioni e tubi. Ma sarebbe riduttivo considerarli estranei all’economia di guerra. L’acciaio serve a riparare ferrovie, ponti, reti energetiche e infrastrutture logistiche; alimenta la meccanica e può entrare nelle filiere della difesa". Uno scenario che fa venire i brividi lungo la schiena, anche qui, in Occidente.

domenica 27 settembre 2026

Sulla manifestazione a Bari - Un commento da una compagna dello Slai cobas Taranto

La manifestazione di ieri a Bari è stata abbastanza partecipata anche se poteva andare meglio vista l'importanza della motivazione: la chiusura del consolato israeliano.
Il corteo è partito ed ha proseguito lentamente con slogans contro Israele e la Meloni, molta musica e pochi interventi.

Da Taranto, oltre noi vi erano compagni di Taranto per la Palestina, del Comitato per la Palestina di Grottaglie. Nella manifestazione c'era una forte partecipazione studentesca.  

Quando siamo arrivati nei pressi del consolato ci siamo trovati la strada sbarrata da reti metalliche e dai mezzi della polizia e da molti  celerini schierati.
Il corteo non si è avvicinato. Solo alcuni lo hanno fatto, tra cui io e l'altra nostra compagna di Taranto. Si gridavano i soliti slogans e inutili fumogeni tenuti in mano invece di essere lanciati verso la celere.

Io ho cercato di aprire la rete ma alcuni celerini mi hanno fermata. Ma la cosa negativa è che si è avvicinata una ragazza che mi ha apostrafata con rabbia, urlandomi di non continuare, perché non era così che loro agivano e visto che lo Slai Cobas non aveva partecipato alla loro assemblea ci dovevamo mettere da parte. Naturalmente le ho risposto che della loro assemblea non me ne fregava niente e si è subito allontanata.
Dopo una mezz'ora si è deciso di continuare il corteo per il centro di Bari e andare dall'altra strada che aggirava il consolato. Qui la testa del corteo si è avvicinata allo sbarramento e ha issato la bandiera palestinese e lo striscione. Si urlavano slogans e si prendeva a calci lo sbarramento. Io ho cercato di aprire la rete di sbarramento e ci ero riuscita quando i celerini mi hanno afferrata per un braccio, ho urlato di lasciarmi e mi hanno dato una manganellata sulla mano. I ragazzi si sono incazzati, e gridavano contro gli sbirri di lasciarmi. Dopo mi si è avvicina ancora un'altra ragazza che mi ha urlato di smettere che eravamo "i soliti facinorosi", avevano deciso il percorso e si doveva proseguire per la Regione... Le ho risposto che erano ridicoli: "tutto fumo, forti slogan e... niente arrosto".

Sulla manifestazione "Chiudiamo il consolato di Israele" a Bari











Oltre un migliaio hanno sfilato ieri per le vie del centro di Bari, girando intorno all'isolato che ospita il Consolato onorario di Israele e poi fino agli uffici della Regione.

Ai due incroci una solida grata bloccava la strada dai due lati, mezzi blindati e celerini con caschi e scudi impedire anche solo di avvicinarsi alla finestra da cui pendeva la bandiera dell'entità sionista genocida.

Diversi, non tantissimi, gli interventi diffusi dall'amplificazione sul camioncino in testa mentre il corteo ai avvicinava al Consolato.
In uno di questi i compagni di Brindisi ha chiamato a essere presenti il 15 ottobre sulla banchina del porto per impedire la discesa a terra dei "turisti di guerra" a bordo della nave da crociera israeliana in arrivo da Haifa, la stessa da cui lo scorso hanno sono sbarcati i provocatori che insultarono gli attivisti solidali.
Altri, velatamente elettoralisti, hanno posto l'accento sulla denuncia della propaganda dei partiti di governo che ostentano un consenso popolare che non c'è e non c'è ragione di esserci.

Per il resto tanta musica vibrante e soprattutto roboanti slogan di fuoco "se non chiudono il consolato ...Molotov! Molotov" che però una volta arrivati ai blocchi della polizia si sono sciolti in azioni modeste e puramente simboliche: arrampicarsi per issare in cima alla barriera una bandiera palestinese, la prolungata battitura dell'inferriata al grido "lascateci passare", qualche fumogeno che più che altro ha disturbato gli stessi manifestanti.

I pochi compagni, comprese le nostre compagne di Taranto, che cercavano di fare per quanto possibile qualcosa di più incisivo o quanto meno prolungare il fronteggiamento e trasformarlo in assedio, sono stati subito tacciati dal "pompiere" di turno di essere "i soliti facinorosi" (parole degne di digossini o benpensanti più che di una sedicente militante dell'estrema sinistra); oppure accusati di "non rispettare le decisioni prese in assemblea cui non vi siete neanche degnati di partecipare". Alla luce dei fatti, un'assemblea che ha deciso di rispettare la sostanza delle prescrizioni della Questura e soprattutto evitare lo scontro.
La via per chiudere davvero il Consolato e rilanciare l'azione di solidarietà con la Palestina e abbattere il governo complice del genocidio è un'altra e prima o poi ci si dovrà assumere la responsabilità di percorrerla.

Iniziativa in piazza Immacolata il 25/9 contro guerra/Taranto Comando Nato, solidarietà al popolo palestinese, libertà per i prigionieri politici - Vari Interventi - sono seguite proiezioni di video di film sulla Palestina

Nel presidio di controinformazione, denuncia, indicazione di nuove mobilitazioni, una zona della piazza è stata dedicata alla informazione di quello che succede in India - nel quadro di una mobilitazione internazionale - dove è in atto da parte del governo Modi, amico di Trump e Meloni, una feroce campagna di massacri di popolazioni adivasi, un genocidio, come a Gaza, per cacciare le popolazioni dai loro territori e consegnarli alle multinazionali, e l'uccisione dei rivoluzionari, dirigenti del Partito Comunista dell'India (maoista) che guidano una guerra di popolo; interna a questa realtà è la terribile condizione dei prigionieri politici, torturati e uccisi
nelle nere galere. Alcuni striscioni e pannelli denunciavano questa condizione e l'appello alla loro liberazione, come un tavolino con materiali diretti dall'India. Alcuni lavoratori indiani si sono fermati, e con loro si è fatta soprattutto chiarezza, controinformazione, rispetto alla notizie distorte sulla cosiddetta "democrazia" in India.  
 






Durante l'iniziativa, gli interventi sone stati seguiti soprattutto da gruppi di giovani, di ragazze, che si sono fermati a leggere interessati i cartelli, gli striscioni, su temi certo non scontati e spesso non conosciuti.
   
Intervento proletari comunisti:
Mentre sta andando avanti il dramma di 15mila operai dell’Ilva che rischiano di perdere il lavoro per colpa del governo, dei padroni che non solo non hanno fatto niente ma hanno pensato solo a sfruttare fino all'osso, con tutti i morti che ci sono stati in fabbriche e nei quartieri e poi ora abbandonano una fabbrica con 15.000 persone, 15.000 famiglie senza un futuro, invece a cosa stanno pensando il governo, lo Stato per Taranto? Stanno pensando a fare di Taranto una città strategica per la guerra, vogliono trasformare la Base navale, su cui già ci sono esercitazioni militari di soldati non solo italiani ma anche francesi, tedeschi, americani che si esercitano per le missioni di guerra, in Comando Nato. Questo vuol dire che questa Base diventa pienamente interna ai piani di Trump, ai piani di guerra nel Medio Oriente, in Mediterraneo contro i popoli, il popolo palestinese in primis.
Giorni fa un ammiraglio della Nato, Cavo Dragone ha detto esplicitamente che la base di Taranto deve essere Comando Nato, quindi chi decide a Taranto sarà l'imperialismo americano a cui chiaramente il governo Meloni è strettamente legato e non dirà mai di no.
Noi oggi pomeriggio siamo stati alla Base navale, siamo stati perché non possiamo lasciare in pace questi piani di guerra e quindi la Base navale deve diventare un punto di lotta importante; e abbiamo anche parlato con alcuni militari della Base, perché anche questo è importante. Le rivoluzioni, prima di tutto la rivoluzione d'ottobre in Russia, la rivoluzione di Lenin, ci hanno insegnato quanto sia importante anche dividere il fronte dei soldati, far passare i soldati dalla parte dei proletari, delle masse che lottano. Questo è avvenuto anche in Italia negli anni ‘70, pensate che i soldati si organizzavano allora in Comitati nelle caserme, si chiamavano “proletari in divisa”, comitati di soldati che erano contro la militarizzazione, contro le guerre, contro l'uso dei giovani per fare le loro missioni di guerra.
Questa di oggi pomeriggio è stata una prima iniziativa alla Base navale, ne dovremo fare tante altre. Queste iniziative sono importanti, non solo per denunciare e cercare di mettere delle zeppe a questi piani di fare della Base il comando Nato, ma anche per parlare con i militari, chiaramente i militari più semplici quelli di base, non certo i comandanti e i dirigenti. Alcuni di loro dicevano che non vogliono assolutamente essere mandati in guerra, che sono contro la guerra; altri dicevano che effettivamente stanno vedendo una trasformazione della situazione all'interno della Base navale, stanno approntando in maniera veloce le navi militari perché siano pronte appena c'è l'ordine a partire. E questo ordine ci sarà se non lottiamo, se non facciamo sentire una protesta di massa, perché vogliono che l'Italia non solo sia complice politica di quello che succede in Palestina, in Medio Oriente, in Iran, nel Mar Rosso, ma che sia fino in fondo partecipi a questa guerra che è una guerra contro i popoli, sia chiaro.
E’ una guerra contro il popolo palestinese prima di tutto, contro cui sta continuando il genocidio, il genocidio non è mai finito; altro che accordi di tregua, questi erano e continuano ad essere sempre più falsi, contro il popolo palestinese, contro i bambini palestinesi si continua a massacrarli, l'altro giorno sotto i droni è crollato un intero edificio e sono morti bambini, donne; così come vengono uccisi, massacrati, deportati in Cisgiordania perché i coloni vogliono occupare tutta quella terra, una terra che è sempre stata dei palestinesi, e invece vogliono sterminare un intero popolo per prendersi quella terra, per, come dice Trump, fare di Gaza una costa smeralda in cui possano andare i ricchi, possano andare i soldati a farsi le ferie dopo aver massacrato i civili. Infatti stasera proietteremo dei video, uno di questi che fa parte di un film, ‘Naza’, nei giorni scorsi presentato a Venezia, in cui due giornalisti interrogano quei soldati che ogni giorno massacrano in tutti i modi i bambini e anche dalle loro dichiarazioni viene fuori l'orrore atroce di questo genocidio che viene portato avanti in tutti i modi; questi maledetti assassini raccontano con indifferenza che sparano un colpo in testa ai bambini, alle bambine, quando cercano di sfuggire, oppure entrano nelle case e distruggono le case con gli abitanti dentro.
Bisogna sapere che quello che dicono la televisione, i giornali sono al 90% falsità; fanno discorsi per giustificare, per dire che è giusto che i palestinesi vengano cacciati, è giusto che l'imperialismo americano, gli imperialisti europei si prendano le terre, si prendano le fonti energetiche.
Tornando alla nostra città. Stanno facendo un criminale piano, un criminale piano per cui da Taranto partiranno navi e soldati in queste guerre che non sono guerre, come era in passato, tra due potenze ma sono guerre contro i popoli. E’ chiaro che tra loro, i paesi imperialisti, sono in contrasto, l'imperialismo americano, l'imperialismo russo, i paesi imperialisti europei che vogliono anch’essi il loro posto al sole, l'imperialismo cinese che un tempo era la “Cina rossa” in cui c'era la dittatura del proletariato sui padroni della Cina, ma che ora non è più così, come non è più così da tanto in Russia dove invece nel ‘17 c'è stata una grande rivoluzione che ha portato i proletari, gli operai al potere. Ora i paesi imperialisti vogliono andare avanti verso una nuova guerra mondiale. E Taranto deve essere una città strategica, secondo l'imperio americano, secondo lo stesso governo Meloni, in questa guerra.
Noi non possiamo stare a guardare, non possiamo stare a sentire quello che dice la televisione non possiamo stare solo a smanettare sui social, a rimbambirci con i social.
Noi dobbiamo pensare e agire con la nostra testa, vedendo qual è effettivamente la realtà, quella dei genocidi di massa, ma anche, e questo la nascondono ancora di più, quella della grande resistenza dei popoli. Il popolo palestinese non è solo vittima, il popolo palestinese sono anni e anni che resiste e resiste con le armi perché senza armi sono chiacchiere; loro, gli imperialisti, hanno tutte le armi più sofisticate, più potenti, le armi nucleari, (ora anche qui in Italia riparlano di energia nucleare); usano anche i progressi della scienza come l'intelligenza artificiale per indirizzarla verso gli armamenti, verso le guerre. Anche qui a Taranto, vedete che sarà così se non ci ribelliamo, se non lottiamo-
A Taranto hanno speso 400 milioni per i giochi del Mediterraneo, per gli operai al massimo l'altro giorno il governo ha “messo sul bancone” 100 milioni; vogliono fare di Taranto un deserto di operai, un deserto di lavoro e invece questo deserto dovrebbe essere coperto da un'estensione della Base navale, dalla militarizzazione della città.
Non lo possiamo permettere! Non possiamo permettere che chiudano l'Ilva e aprano sempre più le zone militari; tant'è che qualcuno già dice che il futuro degli operai deve essere l'Arsenale di Taranto o deve essere produrre acciaio per la guerra. Noi non vogliamo questo futuro! Non lo vogliono gli operai, non lo vogliono gli operai della Leonardo che mesi fa hanno fatto una mozione per dire “non in nostro nome”. Ma questi ora vogliono trasformare operai produttivi, industriali, pur con tutti gli enormi problemi che ci stanno, in “manovalanza per la guerra”. Altro che “diversificazione economica”, come dicono alcuni ambientalisti: facciamo Taranto turista, Taranto agricola, Taranto “cozze e calamari”…
Se l'Ilva chiude, si ingrandisce l'Arsenale, si rafforza la Base navale, il futuro di Taranto diventa la militarizzazione, diventa la guerra. E’ questo che vogliamo? Ci libereremmo della produzione di acciaio per avere l'acciaio per la guerra? Ma per piacere, non è questo che noi possiamo volere!
E allora, non facciamo quelli che non vedono, non sentono, le “tre scimmiette”; noi dobbiamo ribellarci a questo futuro di Taranto, e dobbiamo guardare anche oltre Taranto, dobbiamo guardare al mondo vero, e il mondo vero sono i popoli, sono i nostri fratelli, lavoratori, operai che stanno negli altri paesi, le nostre sorelle che stanno in Palestina, in Cisgiordania, che stanno in India, che stanno dappertutto e che resistono, e in alcuni paesi come l'India fanno la guerra popolare; una guerra che fa paura al governo di Modi che cerca di reprimere con genocidi e massacri. Ma una guerra di popolo non si può sconfiggere. 

Ascolta 2 interventi: 

- Operaio ex Ilva Slai cobas.

- Compagna di #iostoconlapalestina, questo secondo intervento è una denuncia dura verso la piccola borghesia che "si commuove" e solidarizza quando i palestinesi sono vittime non quando resistono; parte da una lettera di Jaldía Abubakra attivista palestinese: "Il palestinese accettabile"

sabato 26 settembre 2026

Blitz alla Base navale di Taranto

Ieri, 25 settembre, riuscito blitz alla Base navale di Taranto.
Una delegazione di compagni e compagne con striscioni: "lavoro non guerra!" - "Taranto non è città di guerra no al comando Nato sulla nostra terra", ha presidiato la Base e un incrocio stradale nei pressi della Base.
Sono state fermate macchine di militari e lavoratori della Base per dare volantini e avviare discussioni, trovando da parte di alcuni condivisione sul NO all'uso della Base da parte della Nato per andare in guerra; altri hanno detto che effettivamente in questi giorni ci sono dei movimenti, stanno rendendo efficienti le navi militari perchè siano pronti in ogni momento alla partenza (vedi il video postato sotto, che parla delle esercitazioni in corso - chiaramente presentate come "operazioni umanitarie").
Altri militari hanno rifiutato il volantino. Ma questa divisione, scontata, è un bene; noi vogliamo che anche tra il personale della Base ci siano schieramenti.
Dopo la "visita" alla Base, è stato messo uno striscione davanti all'Ammiragliato sul lungomare, luogo che da troppo tempo è diventato per la polizia "zona rossa" in cui è vietata ogni iniziativa e affissione. 
Ieri è stato il lancio di una campagna cittadina, regionale e nazionale per respingere i piani Nato/governo annunciati dall'ammiraglio Cavo Dragone su Taranto in una visita di tre giorni, e confermati dal Ministro Crosetto.
 
A breve sarà convocata una assemblea cittadina e regionale per organizzare una vera manifestazione con marcia/blocco della Base.  
Info slai cobas per il sindacato di classe: slaicobasta@gmail.com - wa 3475301704 


Davanti all'Ammiragliato
 
 Le esercitazioni della Marina militare a Taranto
  

Il porto di Taranto nelle cartine di Limes dentro l'intreccio guerra/economia di guerra

Taranto sempre più dentro le guerre in corso e quelle future con ruolo centrale della Base navale in  Mar Grande - contro la quale siamo scesi in campo anche noi con una incisiva iniziativa e azione nella giornata di ieri... Non è che l'inizio! - Slai cobas per il sindacato di classe Taranto

Le vulnerabilità dei porti italiani

Dettaglio della carta di Laura Canali. Per la versione integrale, scorri fino alla fine di questo articolo.

La carta inedita a colori della settimana è dedicata all'Italia.

La mappa fotografa le vulnerabilità dei porti del nostro paese alle perturbazioni geopolitiche: dalla guerra dei dazi alla chiusura degli stretti, dalla concorrenza internazionale alle limitazioni dell'Emissions Trading System (Ets, sistema per lo scambio delle quote di emissione dell'Ue).

Dell'importanza dei traffici mercantili e della necessità di disegnare una strategia marittima italiana hanno scritto Anna Arianna Buonfanti e Alessandro Panaro nel numero di Limes 7/2026 "Gli stretti indispensabili":

 

venerdì 25 settembre 2026

Ore 16.30 conferenza stampa alla Base navale - ore 18.30 piazza Immacolata

Invito a stampa  

Lo Slai cobas per il sindacato di classe Taranto considera gravi le parole e i fatti illustrati dall'ammiraglio Cavo Dragone che delinea  Taranto e la sua Base navale come uno dei futuri comandi NATO attivamente impegnata nelle missioni militari di guerra nel  Mediterraneo, Golfo persico, Medio oriente

Noi non vogliamo che Taranto sia città di guerra, ma città di pace 

Vogliamo lavoro non guerra
Apriamo un campagna di informazione e lotta nella città su questo il cui programma viene presentato in una conferenza stampa davanti alla Base navale venerdi 25 alle ore 16.30 a cui sono invitati stampa TV e tutti soggetti interessati

per Slai cobas taranto info wa 347 5301704

 Alla DIGOS Taranto

TA 21.9.26

La scrivente O.S. comunica che venerdì 25 settembre c.a. dalle ore 18,30 alle 21 in piazza Immacolata, slargo a sinistra affaccio a via D'Aquino, terrà un presidio di informazione su avvenimenti in Palestina/guerra/ruolo della Base navale di Taranto nei piani militari/prigionieri politici nel mondo.

Durante il presidio saranno proiettati dei video, con uso di schermo, proiettore su tavolino, e alcune sedie.

Vi saranno inoltre striscioni e cartelli informativi, banchetti informativi. Vi sarà macchina scudo per impianto di amplificazione.

Slai cobas 

giovedì 24 settembre 2026

Global Sumud Flotilla, presidio a Roma per i quattro attivisti detenuti a Tunisi: “Condizioni sono sempre più gravi. Temiamo per la loro vita”

Dato che a Taranto la "compagnia di giro" della Flotilla tarantina sembra in tutt'altre faccende affaccendata - e' nella iniziativa in piazza Immacolata di venerdi 25 ore 18.30 che informeremo ed esprimeremo la solidarietà con gli attivisti della Sumud Flottilla perseguitati a Tunisi e per i quali è in corso una giusta mobilitazione nazionale e internazionale - così come rivendicheremo la liberazione dei prigionieri politici palestinesi nelle carceri italiane, in particolare ANAN rinchiuso nel carcere di Melfi e Hammoun verso cui continua l'infame persecuzione

 #iostoconlapalestina - taranto
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Manifestazione davanti all'ambasciata per chiedere la liberazione dei 4 tunisini in carcere da marzo: "Sono prigionieri politici"

Presidio davanti all’ambasciata tunisina a Roma per la liberazione dei quattro attivisti della Global Sumud Flotilla detenuti dal marzo scorso a Tunisi. Sono in attesa della decisione d’appello sul prolungamento della loro detenzione, disposto due settimane fa per altri quattro mesi. Da oltre un mese sono in sciopero della fame, le loro condizioni si stanno aggravando. Wael Naouar, il più noto, già leader degli studenti tunisini durante la dittatura, ha perso 25 chili ed è stato trasferito in ospedale, ma stanno male anche gli altri. Sono Ghassan Boughediri, Nabil Chennoufi e Ghassan Henchiri. “Per la prima volta temo che possa morire”, ha detto Hichem Naouar, padre di Wael, dopo l’ultima visita al figlio nel carcere di Mornaguia.

Davanti all’ambasciata di via Asmara a Roma c’erano attivisti romani della Flotilla e giovani tunisini, molto preoccupati per quanto accade nel loro Paese. “Sono prigionieri politici, arrestati in quanto leader della delegazione tunisina e maghrebina della Global Sumud Flotilla e sono sciopero della fame, in condizioni critiche – ha detto Luca Poggi di Global Sumud Italia – È in atto una stretta globale contro l’attivismo per la Palestina”. Altri presidi si sono svolti davanti ai consolati tunisini di Milano e di altre città, come in vari Paesi europei.
La legge tunisina consente in teoria la detenzione preventiva fino a 14 mesi senza formalizzazione delle accuse, fin qui molto fumose e relative alla gestione di fondi raccolti per Gaza e per la Flotilla, che nel settembre 2025 partì anche da Tunisi con migliaia di persone a salutare le imbarcazioni. Nei giorni scorsi invece la polizia ha arrestato o fermato una ventina di persone che manifestavano nella capitale tunisina per la liberazione dei quattro. Il governo di Kais Saied sembra deciso a chiudere i conti con il movimento di solidarietà per i palestinesi, che è molto radicato nel Paese e fino a sei mesi fa aveva avuto piena agibilità. Poi, il 5 marzo scorso, la polizia ha impedito una manifestazione alla quale partecipavano anche Thiago Avila e Greta Thunberg e altri attivisti da tutto il mondo. E nei giorni seguenti ha arrestato Naouar e altre sei persone, tre delle quali sono state poi rilasciate. Gli altri sono ancora in carcere, tra le proteste delle organizzazioni per i diritti umani.

Venerdi 25 in lotta subito contro Taranto Comando Nato, Base di guerra!

Le dichiarazioni e i piani di Crosetto/governo Meloni: "La Marina militare "scorterà" le navi italiane a Bab el Mandeb. Crosetto: "Proteggere il lavoro delle aziende", dicono chiaramente che l'Italia partecipa alla guerra di Trump Usa e che Taranto è centrale per portare uomini, armi nelle zone di guerra, e ora per la partenza delle navi nella nuova missione militare annunciata da Crosetto nello stretto di Hormuz e Bad El Mandeb.  Questo si lega e conferma le dichiarazioni dei giorni scorsi fatte dall'ammiraglio Cavo Dragone: "Taranto perno Nato nel fianco sud".

Noi non possiamo assistere inermi.

In lotta subito contro Taranto Comando, base di guerra!

Venerdì 25 settembre

Base navale alle ore 16.30  conferenza stampa

piazza Immacolata alle 18.30 -manifestazione

contro guerra, solidarietà al popolo palestinese, no al ddl su antisemitismo, libertà per i prigionieri politici. 

per una mobilitazione prolungata contro la realizzazione del comando Nato a Taranto e di trasformare sempre più Taranto in città di guerra al servizio delle missioni imperialiste nel Mediterraneo, nel mar rosso, nel nord Africa, Golfo persico, Medio Oriente - in una citta' da economia di guerra, militarizzazione industrie belliche.

Ex Ilva - assemblee nello stabilimento - buona partecipazione ma conclusioni povere - Una attesa inutile senza la lotta e obiettivi giusti

Ex Ilva, assemblee nello stabilimento. I sindacati: "Servono misure straordinarie"

Confronto con i lavoratori in vista delle udienze del 30 settembre e del 20 ottobre: «Senza risposte dal Governo la protesta continuerà»

redazione.taranto@buonasera24.it

L'assemblea dei lavoratori ex Ilva - foto della Fim Cisl di Taranto

L'assemblea dei lavoratori ex Ilva 

TARANTO - Sono iniziate questa mattina nello stabilimento ex Ilva di Taranto le assemblee dei lavoratori convocate per fare il punto sulla vertenza, sulle prossime scadenze e sugli esiti del recente confronto tra Governo e organizzazioni sindacali a Palazzo Chigi.

Gli incontri hanno registrato una consistente partecipazione dei dipendenti e sono serviti ai rappresentanti sindacali per illustrare il quadro della situazione e ribadire le richieste avanzate per la tutela dell’occupazione e del futuro del siderurgico.

Al centro del confronto resta la necessità, indicata dalle organizzazioni dei lavoratori, di adottare misure straordinarie capaci di garantire occupazione e reddito in una fase segnata da forti incertezze sul destino dello stabilimento.

«Se non arriveranno le risposte dal Governo continuerà la mobilitazione», hanno ribadito i sindacati nel corso delle assemblee, confermando la richiesta di interventi concreti per i lavoratori.

Il confronto all’interno della fabbrica guarda anche alle prossime scadenze giudiziarie, considerate decisive per comprendere gli sviluppi della vicenda legata all’area a caldo.

Il primo appuntamento è fissato per 30 settembre davanti alla Corte d’Appello di Milano, dove sarà esaminata la nuova richiesta di sospensiva relativa al provvedimento che dispone lo spegnimento dell’area a caldo.

Successivamente, il 20 ottobre, la questione approderà davanti alle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, chiamate a discutere il ricorso relativo al provvedimento adottato dai giudici milanesi.

Per i sindacati, proprio l’esito di questi passaggi giudiziari rappresenterà uno snodo fondamentale per il futuro dello stabilimento e dell’occupazione. Nel frattempo, la linea ribadita nelle assemblee è quella di mantenere alta l’attenzione sulla vertenza e di proseguire con le iniziative di mobilitazione qualora non arrivassero le risposte richieste al Governo.

 

 

Ex Ilva - Il governo fa finta di mettere i soldi in realtà sono prestiti a breve che non risolvono nulla per l'appalto ex Ilva sotto lo spettro dei licenziamenti

info stampa

Ex Ilva, è legge il nuovo prestito da 100,5 milioni. Ma l'indotto è in stato di massima allerta

Via libera definitivo del Senato al decreto: la restituzione dei finanziamenti pubblici avrà priorità sugli altri crediti. Prevista anche l’AIA statale per gli impianti Ilva

Il provvedimento autorizza per il 2026 un ulteriore finanziamento fino a 100,5 milioni di euro in favore di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria. Le risorse saranno trasferite dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy, su richiesta dell’organo commissariale.

Il finanziamento dovrà essere restituito entro 6 mesi dalla scadenza del contratto di affitto stipulato con Ilva oppure entro 6 mesi dalla vendita dell’azienda.

Ma è soprattutto la priorità assegnata alla restituzione dei finanziamenti pubblici a suscitare forte preoccupazione tra le imprese dell’indotto ex Ilva. La norma stabilisce infatti che l’amministrazione straordinaria del Gruppo Ilva debba privilegiare il rimborso delle somme pubbliche rispetto agli altri crediti.

Una previsione che alimenta il malumore tra fornitori e aziende che lavorano per il siderurgico, già alle prese con una fase di forte difficoltà e incertezza. Il timore è che la nuova disposizione possa avere conseguenze sui crediti vantati dalle imprese dell’indotto.

Il decreto introduce inoltre un’altra disposizione che riguarda direttamente il complesso siderurgico: gli impianti Ilva dichiarati di interesse strategico nazionale saranno sottoposti ad Autorizzazione integrata ambientale in sede statale.

Solo una parte del provvedimento riguarda invece i carburanti. Il Parlamento ha recepito i precedenti interventi sul taglio delle accise, relativi alle riduzioni applicate tra la fine di luglio e il 5 settembre, oltre alla proroga del credito d’imposta per le imprese dell’autotrasporto.

L’attenzione a Taranto resta però concentrata sulle norme relative all’ex Ilva e, in particolare, sulla scelta di attribuire precedenza alla restituzione dei finanziamenti statali. È questo il passaggio che sta creando maggiore preoccupazione nell’indotto, dove nelle prossime ore sono attese le reazioni delle aziende interessate.

mercoledì 23 settembre 2026

Ex Ilva - Notizie da Antenna Sud, sulle varie questioni - E' utile sentirla

 ANTENNA SUD

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Un nuovo Cobas è nato a Taranto tra le lavoratrici

Tante lavoratrici, impegnate nei servizi Sad e Adi di assistenza domiciliare - appalto comunale ma gestito da cooperative - si sono organizzate nello Slai cobas per il sindacato di classe, anche in critica, delusione dei sindacati confederali e della loro inazione.

Ieri si è tenuta una prima assemblea pubblica in piazza Castello. A cui hanno partecipato tutte le lavoratrici iscrìtte finora nello Slai cobas ma anche qualcuna iscritta ad altri sindacati - perchè - come è stato detto dalla coordinatrice Slai cobas - le nostre assemblee sono aperte a tutte le lavoratrici al di là della loro adesione sindacale.

L'assemblea ha fatto il punto delle problematiche esistenti e delle richieste da fare sia alla cooperativa che al Comune, per migliorare la loro condizione lavorativa. Faremo conoscere in seguito le loro rivendicazioni.

Di conseguenza si sono richiesti due incontri, con la Cooperativa e con il Comune assessorato Servizi sociali.  

Contro le bugie e i piani di padroni e governo prepariamo un vero sciopero generale per salario, lavoro, sicurezza - Intervento del coordinamento nazionale Slai cobas per il sindacato di classe

 

Facciamo il punto su quella che è la situazione oggettiva di attacco alle condizioni di vita e di lavoro della popolazione, in particolare dei lavoratori, e la situazione soggettiva della necessità della presa di coscienza che senza lotta non si può ottenere niente e che quindi è necessario armarsi per poter ribaltare lo stato di cose esistenti. A partire dalla questione di smantellare quella che è la politica del lavoro della Meloni, che non è altro che la politica di “difesa della nostra economia”, come la chiama lei, che non è altro che la difesa dei profitti dei padroni, una politica economica che verso le masse viene solamente impregnata di populismo. 

Basterebbe vedere l'ultima questione, il cosiddetto "smantellamento della tassa automobilistica" come "soluzione" a fronte di una situazione allucinante per quanto riguarda i lavoratori, le masse popolari, che, secondo i dati degli stessi giornali dei padroni, hanno visto in questi ultimi 5 anni rincari del 30% del carrello della spesa; per non parlare dello scontro della guerra imperialista per la spartizione del mondo che si riflette ad esempio sulla questione dell'aumento della benzina su cui questo governo non ha fatto altro che cercare di tamponare con delle misure ridicole che non hanno sicuramente fermato l'aumento del prezzo della benzina, del gasolio, ma hanno solamente dato un pò di fastidio ai benzinai, senza andare ovviamente ad intaccare i profitti delle grandi multinazionali energetiche del nostro paese.

Quindi è una politica economica a favore della difesa dei profitti dei padroni, come era stata ampiamente dettata dal presidente di Confindustria Orsini, che ad aprile aveva dato indicazioni precise al governo: aumentare la produttività, non i salari, al massimo detassare la miseria degli aumenti contrattuali confederali, cosa che poi la Meloni ha fatto nel cosiddetto decreto lavoro del primo maggio, su cui torneremo. Il punto per il governo è quello di non gravare sul costo del lavoro delle imprese, che vuol dire mantenere sempre alti i loro margini di profitto, come dice anche il Sole24ore: "nel 2025, le aziende hanno comunque fatto profitti, hanno mantenuto i loro bilanci alti".

Sempre Orsini della Confindustria preannuncia quello che dovrà essere un altro passaggio importante, che è il nuovo patto corporativo che è partito tra Cgil e Cisl- Uil discusso sempre tra padroni sindacati e governo e che si riassume in quello che Orsini dice, “il rafforzamento della contrattazione collettiva e di qualità, questo rappresenta la via più efficace” - per i padroni, aggiungiamo noi - “per garantire salari adeguati ma coerenti con la specificità dei diversi settori e con l'andamento della produttività”.

Quindi salario legato alle sorti del Capitale, che in questo contesto significa poi gabbie salariali, perché legare alla produttività vuol dire che per il lavoratore l'asticella è il fiocchetto della giostra che l'operaio deve continuare a rincorrere ogni giorno sul posto di lavoro, accettando di aumentare il grado di sfruttamento; e quindi così non si ripristina neanche il prezzo, il valore della merce-forza lavoro che ogni giorno viene sfruttata in fabbrica per ottenere un pluslavoro e quindi un pluvalore, secondo la legge che Marx ha ben spiegato.

Quindi in realtà quello che emerge - e qui riprendiamo un nostro articolo del 16 aprile in cui diciamo molto chiaramente - “è proprio la centralità della lotta per il salario. Questa lotta, di fatto da tanti anni o abbandonata o annacquata deviandola su contentini (welfare, aumento dello straordinario, detassazione dei minimi aumenti salariali, dei buoni pasto, ecc.), è, insieme alla lotta per la riduzione dell'orario di lavoro, della giornata lavorativa, decisiva, non solo per salvaguardare le condizioni di lavoro e la stessa vita dei lavoratori, ma perchè pone in maniera chiara che di lotta di classe si tratta (altro che "equilibrio di interessi"), di scontro tra la classe dei proletari e quella dei capitalisti.

Proprio perchè la lotta per il salario mostra la contraddizione di fondo del sistema capitalista, lo sfruttamento da parte del capitale creando nel contempo esso stesso i "becchini" che lo rovesceranno. Allora, non fare questa lotta vuol dire rinunciare a una lotta più generale contro il sistema del capitale. La classe operaia non deve dimenticare che deve lottare non solo contro gli effetti ma anche contro la cause che determinano questi effetti.

Chi vuole togliere agli operai il terreno di una genuina lotta sindacale, di una lotta per aumenti salariali per riprendersi quanto è stato già attaccato, ridotto, di fatto vuole la permanenza del lavoro salariato, la permanenza di questo sistema” (https://proletaricomunisti.blogspot.com/2026/04/pc-16-aprile-presidente-della.html)

Abbiamo ripreso questo scritto perché dopo queste indicazioni di Orsini della Confindustria il governo ha varato il decreto lavoro del primo maggio: da un lato bonus e welfare per i lavoratori, dall'altro sgravi contributivi e soldi per le assunzioni per le aziende. I lavoratori da tutto questo hanno avuto solo elemosine e promesse di occupazione.

Su questo è utile che adesso si entri nel merito di quelle che sono alcune delle questioni del documento di programmazione finanziaria che daranno vita nei prossimi giorni alla cosiddetta "finanziaria", per capire la continuità della politica populista, demagogica di questo governo, in cui non viene affrontata minimamente la situazione reale dei lavoratori, ma, anzi, in questo modo si considerano i lavoratori, le masse popolari come dei poveretti a cui dare qualche elemosina per tenerli buoni.

Dal giornale Sole24ore: il titolo dice “Bonus mamme, premi e benefit verso la conferma in manovra”, in sostanza “il menu delle misure di sostegno ai lavoratori da inserire nella prossima legge di bilancio si compone di interventi che possono già contare su un finanziamento almeno per il 2027 e interventi che invece devono ottenere nuovi fondi da reperire nel cammino che condurrà l'approvazione della manovra per il prossimo triennio a dicembre”.

Questo cosa significa? Che praticamente non ci sono neanche i fondi per queste miserie, per queste briciole che vengono elargite per cercare di tenere buoni il popolo e i lavoratori. 

Gli aiuti già finanziati per il 2027 sono tre e valgono complessivamente 900 milioni, si tratta del bonus per le lavoratrici madri di almeno due figli, dipendenti e autonome, con un reddito entro 40 mila euro. L'altra misura è il cosiddetto bonus mamme, che è già stato disegnato per i prossimi anni. Poi vi è l'altra misura, l'imposta agevolata dell'1% sui premi di produttività in vigore per il 2026 e il 2027, finanziati l'anno scorso con 300 milioni per ciascuno dei due anni, cioè uno sgravio che serve per gli incentivi legati agli incrementi di produttività, reddittività ed efficienza e quindi uno sgravio, come abbiamo detto, per legittimare l'aumento dello sfruttamento.

Poi ci sarebbero le misure da rifinanziare, cioè quelle su cui non ci sono ancora i soldi, che valgono complessivamente quasi 1,3 miliardi. Due misure, in vigore per il 2026 introdotte con la manovra dell'anno scorso, la Ministra del Lavoro Calderone vorrebbe riproporre anche per il 2027, si tratta della tassazione agevolata del 5% per gli incrementi retributivi legati ai rinnovi contrattuali, ossia alla miseria di quello che abbiamo avuto nei cosiddetti "contratti" ad esempio uno tra i più importanti che è quello dei metalmeccanici.

Questa misura viene riservata ai dipendenti del privato con reddito fino a 33 mila euro. L'altra misura è l'imposta sostitutiva del 15% che può essere applicata sul cosiddetto lavoro faticoso, per i lavoratori dipendenti con reddito fino a 40 mila euro per il lavoro notturno, giorni festivi e indennità di turno.

Poi abbiamo un altro famoso bonus, quello sulla tredicesima. Un'altra ipotesi emersa nelle scorse settimane è quella di un'agevolazione, cioè di una tassazione light che possa sostenere il potere d'acquisto dei lavoratori nell'ultimo mese dell'anno, qui si fa riferimento al 2024 in cui era stato sperimentato il "bonus natale", una indennità una tantum da 100 euro per i lavoratori con reddito fino a 28 mila euro e almeno un figlio.

Poi l'altra chicca, sempre ovviamente senza ancora nessun finanziamento, è l'incentivo alle assunzioni, nel pacchetto di agevolazioni sul lavoro che il Ministero vorrebbe inserire nella prossima manovra, c'è infatti la proroga degli incentivi ai datori che assumono giovani under 35, donne svantaggiate e disoccupati over 35, nelle cosiddette ZES, che sono quelle zone dove ci sono delle scarsità di lavoro, le cosiddette zone di crisi.

Poi l'altra questione è sempre un nuovo taglio dell'IRPEF, presentato come il piatto forte della manovra del 2027.

Tornando al discorso dell'occupazione, a fronte di quello che loro chiamano incentivi alle assunzioni, quindi soldi che andrebbero alle aziende per assumere giovani, donne, abbiamo di contro che sta aumentando per gli over 55 il lavoro precario. Quindi di quale occupazione stiamo parlando?

Se queste sono le misure che il governo Meloni prospetta per i lavoratori, stiamo freschi! 

Dall'altro lato quelli che dovrebbero riaprire la questione di una lotta di classe, che sarebbero i sindacati confederali, sono invece in tutt'altre faccende affaccendati, infatti sono impegnati con i padroni e governo ad un nuovo patto neocorporativo chiamato "Accordo Quadro" che vuole disciplinare tutta la contrattazione dall'alto ed estendere a tutti il "patto di fabbrica" del 2018 sul contenimento salariale, che dal 2018 a oggi ha portato ad una riduzione dall'8,5% all'11% del salario rispetto all'inflazione. 

Un "patto di fabbrica" su cui è bene anche su questo dire che tutto si tiene, perché siamo partiti da Confindustria che dice che i profitti non si toccano quindi i salari non si aumentano, poi c'è stato il decreto del primo maggio del governo Meloni e i suoi interventi che avvallano questa tesi, e quindi i sindacati CGIL/CISL/UIL, con in particolare la CISL di Fumarola che aveva avallato subito il decreto primo maggio; poi timidamente la UIL e adesso anche la CGIL di Landini sono entrati a far parte di questa questione del "patto", dove una delle questioni centrali è anche qui la questione del salario; nella proposta sindacale è ribadita la distinzione tra il TEM che è il trattamento economico minimo, la paga base dei contratti nazionali, e il TEC, il trattamento economico complessivo che sarebbe tutto il resto, compresa quindi l'eventuale riduzione d'orario, i benefit, la sanità privata e quant'altro. Ma questo concetto pseudo sindacale del "trattamento economico complessivo" è alla base proprio del governo Meloni sul "salario giusto" del decreto del primo maggio che ha escluso il salario minimo di legge.

Inoltre l'altra cosa molto importante è che gli aumenti contrattuali siano determinati dal famigerato indice IPCA, ossia l'indice di inflazione sempre in ritardo e che esclude i beni energetici importati, proprio adesso che i lavoratori stanno pagando l'aumento del gasolio, della benzina, che in questo modo non c'è nessuna possibilità di recuperarlo nei contratti.

Quindi se questa è la situazione non rimane altro che rimboccarci le maniche.

In questa lotta dobbiamo unire l'altra questione molto importante, che fa parte sempre della politica di attacco ai lavoratori, quella del razzismo che sempre più pone per la classe proletaria un problema molto importante, quello della tutela delle condizioni di lavoro contro l'intensificazione dello sfruttamento, contro lo schiavismo capitalistico verso i lavoratori migranti. Questa è una cosa determinante perché rispetto alla politica fascista e razzista di questo governo noi dobbiamo lavorare per l'unità di classe tra gli operai dei paesi oppressi e gli operai dei paesi imperialisti, dobbiamo lottare insieme per i nostri diritti, il salario, la sicurezza, il lavoro; nella prospettiva di abbattere questo sistema capitalistico che genera guerra, razzismo e miseria. Su questo i migliori nostri alleati sono proprio gli operai, i lavoratori immigrati. Dobbiamo quindi unirci alla loro battaglia per avere il permesso di soggiorno, il lavoro, la casa, questi diritti fondamentali e unirci contro quello che è il nemico comune, il sistema capitalistico, il sistema dei padroni che dobbiamo rovesciare.

Per questo, dobbiamo lavorare per una piattaforma dei lavoratori che deve essere decisa e approvata dalle assemblee dei lavoratori. Questo è un lavoro da fare sporcandosi le mani, perché la situazione nei posti di lavoro e nelle fabbriche non è facile, ma non abbiamo altre scorciatoie. Faccio un esempio: all'interno della Tenaris Dalmine c'è una piattaforma che è stata messa a tavolino dai sindacati confederali dove vengono riportate tutte le loro attività fatte in questi anni, si tratta di attività continua di accettazione della produttività passata nelle grandi fabbriche, di accordi aziendali che hanno legato i premi all'aumento dello sfruttamento, all'accettazione di condizioni di lavoro non sicure, ad accettazione negli appalti di paghe e diritti inferiori dei nostri fratelli di classe. In questa piattaforma, nel fondo Cometa hanno rimesso persino la parte di salario che prima del 2007 non c'era. 

Questo per dire che noi non abbiamo altro modo che rivendicare una piattaforma operaia autonoma da padroni, governo e sindacati confederali; non abbiamo altra strada che rilanciare una nuova stagione di lotte per riprendere veramente, attraverso gli scioperi e le lotte, i nostri diritti e la nostra forza.

Semat: il 25 pagamento stipendi, sciopero sospeso - Solo la lotta paga, le chiacchiere ai tavoli NO. Ma il risultato è parziale, la lotta deve continuare, le chiacchiere ai tavoli NO

 info stampa

Semat: il 25 pagamento stipendi, sciopero sospeso

La notizia che i lavoratori attendevano con ansia è arrivata dopo lo sciopero a oltranza e il presidio prima davanti alla portineria imprese e poi davanti alla direzione dello stabilimento ex Ilva. La Semat Engineering ha comunicato alle organizzazioni sindacali che lo stipendio di agosto sarà pagato il 25 settembre. La mobilitazione è stata dunque sospesa con effetto immediato e l’attività è ripresa con il turno pomeridiano.

Sono 213 gli addetti Semat: in 62 continuano ad essere impiegati, gli altri sono stati collocati in cassa integrazione in base all’accordo ministeriale per la Cigs per area di crisi complessa autorizzata dal ministero del Lavoro con decreto del 10 settembre scorso. Ai primi non è stato ancora corrisposto lo stipendio di agosto, ma anche i lavoratori in cassa integrazione restano in attesa dei pagamenti dell’ammortizzatore sociale. A questo proposito i segretari appalto di Fim, Fiom e Uilm hanno scritto all’Inps chiedendo «un impegno concreto e un’accelerazione delle procedure di liquidazione delle spettanze in favore dei lavoratori, o quanto meno di conoscere la data certa dell’accredito». Per i sindacati, «i lavoratori si trovano da oltre due mesi privi di qualsiasi sostegno al reddito. Questa situazione di stallo sta creando gravi disagi e un’insostenibile sofferenza economica per tutte le famiglie coinvolte».

Per tutti i dipendenti era stata avviata una procedura di licenziamento collettivo, poi congelata in attesa degli sviluppi giudiziari sul fermo dell’area a caldo, delle decisioni del Governo e dell’evoluzione della gara per la cessione degli asset. Al presidio c’era anche Andrea Atzeni, uno dei lavoratori collocati in cassa. «Abbiamo ricevuto notizie sui pagamenti della cassa integrazione e – ha sottolineato – ci hanno detto di aspettare ancora 30 giorni. Ma come dobbiamo fare ad aspettare altri 30 giorni?».

Poi la domanda diventa ancora più concreta: «Umanamente come si deve fare? Io dove vado a mangiare?».

Atzeni racconta anche il peso che l’incertezza economica porta dentro casa: «Ci stanno abbandonando. Vogliono che litighiamo tra di noi, che facciamo la guerra tra poveri. E questa guerra, purtroppo, è già cominciata».

E ancora: «Io sono disperato, non ce la faccio più. Non so più che cosa dire, non so più che cosa pensare». Una tensione che, racconta, finisce per coinvolgere anche la famiglia: «Arrivo a casa nervoso e mi sfogo con mia moglie e con i miei figli. Per che cosa? Per niente. Non ce la faccio più».

Secondo Mimmo Amatomaggi, della Uilm, «gli addetti degli appalti sono sempre quelli che vengono penalizzati da questa annosa vertenza». E sulla Cigs aggiunge: «Abbiamo sollecitato l’Inps ad accelerare i pagamenti nei confronti di questi lavoratori che, lo ripeto, sono da oltre due mesi senza un centesimo. Capite bene le difficoltà per loro e per le proprie famiglie».