domenica 20 settembre 2026

Il governo Urso/Meloni è il vero responsabile della grave situazione all'ex Ilva e Taranto

Il governo ha dovuto far fare marcia indietro ai padroni delle Ditte d'appalto che avevano confermato il licenziamento per 2500 operai, ma per questo da un lato c'è voluta la grande partecipazione operaia allo sciopero e alla manifestazione di lunedì scorso, che ha mostrato che la stasi di lotta, voluta dai sindacati confederali e Usb per tanto, troppo tempo, mentre facevano incontri ai Tavoli romani inutili, ridicoli, di fatto di accompagnamento alla criminale politica del governo di trascinare stancamente la situazione, si può e si deve rompere; dall'altro questa marcia indietro è stata conseguenza dell'annuncio dell'anticipo al 20 ottrobre della sentenza della Corte di Cassazione sul ricorso presentato da Acciaierie e Ilva contro la decisione dei giudici di Milano di chiusura dell'area a caldo.

Ma la situazione resta grave e "appesa" non si sa fino a quando, lasciando gli operai ad attendere una mannaia più o meno pesante. 

Si tratta di una situazione che si trascina da circa più di due anni, in cui, come un "gioco dell'oca" si torna sempre al punto di partenza, e si spreca il Teatro delle soluzioni; in cui paradossalmente più concreti sembrano i padroni - chiaramente per l'interesse che hanno a salvaguardare i loro profitti, o i nuovi padroni che si propongono di mettere le mani su ciò che resta dell'ex Ilva (solo area a freddo, ma anche un'Ilva spezzettata), ma senza costi per la trasformazione della produzione, di impianti in senso meno nocivo, senza costi per le bonifiche e l'ambientalizzazione e soprattutto tagliando del 50% gli operai.  

Il governo Urso/Meloni fa altrettanto, ma in più resta volutamente nel vago sulle soluzioni, e al massimo, costretto, mette delle toppe, in cui non si sa che succederà il giorno dopo. 
Per i licenziamenti annunciati nell'appalto, e solo sospesi, e i posti di lavoro dell'area a caldo che verrebbero meno, il governo ha trovato la via momentanea di una maxi cassa integrazione pensata ad hoc per l’Ilva e le aziende dell’indotto di Taranto. Con garanzie che arrivano solo fino al termine della gara per vendere quel che resta dell’acciaieria. Gli impegni arrivano al massimo a febbraio 2027, poi il futuro resta incerto, il governo ha rinviato a un intervento in legge di bilancio.

Alcuni fanno i conti e dicono che senza gli altiforni a Taranto resteranno in fabbrica circa 1.000 operai. Al massimo 700 dovranno sorvegliare l’area a caldo dismessa, garantendo la sicurezza, mentre altri 3-400 lavoreranno al treno nastri 2 grazie all’ordine di lavorazione delle bramme arrivato da Marcegaglia. Per cui la soluzione, si dice, potrebbe essere un sostanziale raddoppio della cassa integrazione, generale per tutti gli stabilimenti, già autorizza per 4.450 dipendenti che dovrebbe passare a circa 9mila. 

Poi solo per i dipendenti diretti di Acciaierie verrebbe garantita un’integrazione al 70% - quello che prendono i circa 1.500 cassintegrati di Ilva in amministrazione straordinaria - che già vuol dire cadere nella miseria; mentre per gli operai dell'appalto non si parla neanche di integrazione alla cig. - Lo Slai cobas, fermo restando una ridottissima casintegrazione a tempo, propone che l'integrazione primo, ci sia per tutti gli operai, compresi appalto/indotto; secondo che sia almeno all'80% per tutto il periodo. 

A Taranto, sappiamo già che significa una mega cassintegrazione. I lavoratori rischiano, come è già in corso per i cassintegrati in Ilva AS dal 2018, di non rientrare più in fabbrica, di avere un reddito impoverito, e, cosa più negativa, di non essere più soggetto attivo di lotta, di "attaccarsi" alla speranza degli ammortizzatori sociali, di soluzioni individuali che significano la morte della coscienza come classe.

Da parte dei sindacati confederali e dell'Usb le "soluzioni" sono soprattutto gli "ammortizzatori sociali", dando, quindi, per scontato che comunque molta parte dei lavoratori sia diretti che dell'appalto verrà buttata fuori, comunque.  
Non si pone come centrale, prioritario il problema di come mantenere in fabbrica, al lavoro gli operai. Eppure, e questo nessuno lo nega, c'è un lavoro immane, esteso di manutenzione, anche ordinaria, di bonifica interna e nell'area industriale da fare; i sindacalisti stessi denunciano a volte che, guarda caso, il maggior numero di cassintegrati sono proprio i lavoratori addetti alla manutenzione; se questi rientrassero in fabbrica o non venissero posti in cig, si ridurrebbe tantissimo la necessità della cassintegrazione - non è che solo nell'area a caldo vi sono i pericoli di ogni genere e tipo, ma in tutto lo stabilimento; per dire, gli ultimi due operai morti hanno perso la vita per passerelle fradici o inadeguate; non si inorgoglissero gli ambientalisti antioperai, la chiusura dell'area a caldo, già ridotta per 1 solo forno funzionante, non risolverebbe certo la nocività, l'inquinamento nè interno nè nella città.

Ma i sindacati e l'Usb al massimo nelle trattative sulla cassintegrazione, finora, hanno contrattato quanche numero di cassintegrati. Assistono silenti a corsi di formazione, e soldi per questi, totalmente inutili (nell'ultima formazione ancora in corso, gli operai vanno, timbrano la presenza, ma poi per 8 ore si "girano i pollici"). nesuno dice che questi operai, invece che mandati a fare gli LPU (togliendo anche questa piccola "boccata di ossigeno" di lavoro ai tantissimi disoccupati di Taranto e provincia), rientrino in fabbrica a fare manutenzione, bonifiche, anche dopo corsi di formazione effettivi, finalizzati ad una eventuale riqualificazione. 

Unitariamente Fim, Fiom, Uilm e Usb hanno fatto una lettera in cui ai Commissari di Acciaieria chiedono: «Alla luce di quanto sta emergendo nelle ultime ore, e in particolare dell’aumento dei lavoratori posti in Cassa Integrazione, di conoscere in maniera ufficiale quanti lavoratori siano stati interessati dalla cassa integrazione e quali conseguenze le nuove disposizioni possano determinare sull’organizzazione delle 
Poi sulla sicurezza scrivono: “Si segnala inoltre una forte criticità dal punto di vista della sicurezza”, legata alla necessità di garantire pienamente i piani e i presidi di emergenza “considerato l’elevato numero di lavoratori posti in cassa integrazione”.
Non pretendono che buona parte degli operai in cig, molti dei quali appunto addetti alla manutenzione, rientrino stabilmente in fabbrica; non chiedono che non vi sia il mega aumento di nuovi cassintegrati, che la riduzione degli operai diretti e dell'appalto, legati all'attività dell'area a caldo vengano impegnati anch'essi nella manutenzione. Ricordano poi i "piani e i presidi di emergenza", decisi dopo la morte dei due ultimi operai, finora rimasti sulla carta (ma come potevano realmente essere una risposta agli infortuni mortali?...), mentre hanno sempre boicottato la richiesta dello Slai cobas di una postazione ispettiva fissa in fabbrica. 

Quindi, governo e padroni da un lato e sindacati inutili (fino ad essere complici di questa situazione stagnante) dall'altro, rendono la situazione degli operai grottesca e drammatica.

Col governo Urso/meloni siamo alla svendita degli operai, con ricatto. Per la cassintegrazione si dice che " La misura è però condizionata alla presa in carico dei lavoratori da parte di agenzie e piattaforme di riqualificazione. In caso di rifiuto di una proposta di lavoro ritenuta congrua, non verrebbe meno l’assegno, ma i lavoratori dovranno rinunciare all’integrazione aggiuntiva. Il governo tenterà inoltre di creare una corsia preferenziale alla ricollocazione dei dipendenti di AdI attraverso un sistema di incentivi per le imprese che cercheranno lavoratori in questo bacino: in particolare, saranno previsti sgravi contributivi per due anni e un incentivo fino a 20.000 euro per le assunzioni a tempo determinato".

Ad latere, e ogni tanto qualcuno si spinge a dirlo, c'è la "soluzione della guerra". L'acciaio può avere futuro - si dice - se legato al suo uso per gli armamenti (e, chiaramente, in questa fase di guerre e per questo governo Meloni, la produzione degli armamenti è quella più in ascesa...). Quindi si fa avanti la Fincantieri, la Leonardo si propone per la cordata italiana, c'è l'Arsenale militare...

Turco del M5S propone che "i lavoratori dell’ex Ilva siano assunti dall’Arsenale di Taranto” "Un piano straordinario di assunzioni per fermare la riduzione degli organici civili e rilanciare il ruolo industriale dell’Arsenale Militare Marittimo di Taranto, struttura strategica per la Marina Militare, per la Difesa nazionale". E su questo ha presentato un’interrogazione al ministro della Difesa. "fare dell’Arsenale uno dei pilastri della diversificazione produttiva del territorio, creando anche opportunità occupazionali per i lavoratori coinvolti nei processi di riconversione industriale".

Quindi da Taranto città industriale si passerebbe a una Taranto città di guerra. Se questa è la diversificazione economica auspicata dagli ambientalisti, stiamo proprio bene... 

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