Ex Ilva, fissata per il 9 settembre l’udienza per salvare l’area a caldo
La Corte d’appello di Milano dovrà decidere sulla sospensione dello stop imposto dal 25 ottobre. Ma l’impianto rischia di fermarsi già il 20 settembre per la mancanza di materie prime
È fissata per il 9 settembre l'udienza dinanzi alla corte d'appello di Milano che dovrà decidere se sospendere o meno il decreto che impone all'ex Ilva lo stop dell'area a caldo a partire dal prossimo 25 ottobre. Le società Ilva in As e Accierie d'Italia in As ha infatti depositato l'istanza e la corte ha immediatamente fissato la data dell'udienza: una data particolarmente ravvicinata evidentemente per i tempi particolarmente stretti: come svelato dalla Gazzetta, infatti, l'area a caldo rischia di fermarsi già il 20 settembre per mancanza di materie prime. Dal 27 luglio scorso, giorno della sentenza della Corte milanese, infatti, AdI in As ha fermato l’approvvigionamento di materie prime e quindi in fabbrica mancano gli elementi essenziali per continuare la produzione: stando a quanto appreso dalla Gazzetta, quindi, l’ultima colata nell’area a caldo è prevista intorno alla seconda decade di settembre per poi avviare in sicurezza le attività per fermare gli impianti.
L'udienza dinanzi alla Corte, quindi, è l'estremo tentativo delle
società per provare a salvare l'ara a caldo dello stabilimento fermato
dai giudici, su richiesta dell'associazione “Genitori Tarantini”
attraverso gli avvocati Ascanio Amenduni e Maurizio Rizzo Striano, per
la presenza di 2mila tonnellate di amianto e per le emissioni di
sostanze nocive, in particolare pm10 e pm2,5.
Sul primo punto la
corte d’appello ha sottolineato che nello stabilimento ionico sono
presenti 2mila tonnellate di materiale cancerogeno che, come evidenziato
da Ilva in As si trova principalmente nei cowper altoforni: la società
si è difesa sostenendo che quel materiale è «entrocontenuto» nella
struttura dell’impianto, si trova cioè tra la corazza in metallo e lo
strato di mattoni refrattari degli impianti e quindi per i gestori e la
proprietà della fabbrica è impossibile la fuoriuscita delle fibre anche
durante la marcia produttiva. I giudici, tuttavia, sono stati di altro
avviso: nel ribadire che «l’amianto è l’unica causa nota che provoca il
tumore maligno alla pleura (mesotelioma da asbesto)» e nella popolazione
di Taranto e del vicino comune di Statte «si presenta in misura quattro
volte superiore» rispetto ad altri territori, ha soprattutto chiarito
che è «errato» ritenere che non vi sia dispersione di fibre cancerogene
nell’aria per due motivi. Principalmente perché «anche usando la più
recente microscopia elettronica, i filamenti di amianto più pericolosi
non sarebbero rilevabili», ma soprattutto perché la stessa azienda ha
ammesso che l’incendio all’Afo1 del 7 maggio 2025 ha «disperso fibre di
amianto». Finora sono state rimosse ben 6,7 tonnellate di materiale
pericoloso, ma le 2 rimaste non sono in procinto di essere asportate: da
un lato infatti società ha declared che quelle parti saranno rimosse
solo a fine vita degli impianti e dall’altro l’Aia rilasciata nel 2025
dal Governo Meloni non impone alcuna operazione alla fabbrica a
differenza dell’autorizzazione del 2017 che invece prevede lo
smaltimento totale dell’amianto in fabbrica.
Quanto alle polveri sottili, la corte d’appello lombarda ha confermato che «l’inquinamento è più elevato in alcuni quartieri (specie Tamburi) che in altre zone» ed è «dimostrato il legame tra pm10 e aumento di malattie e mortalità», ma soprattutto che in questi anni non è mai stato fissato un valore limite adeguato e che il protrarsi del «solo monitoraggio della raccolta di dati, senza che a esso conseguano le prescrizioni conseguenti, si risolve nell’avvenuta proroga dell’attività produttiva pericolosamente inquinante dal 2012 a oggi, proroga destinata a protrarsi, quantomeno, per tutto il periodo di vigenza dell’Aia 2025».
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