COMUNICATO STAMPA
A Bari si sanziona la libertà di espressione anche col Codice della Strada
Bari, 1° settembre 2026
Due compagne di Bari sono state multate con una sanzione di 430 euro ciascuna per aver affisso un manifesto contro il genocidio in Palestina.
Il foglio A3, applicato con nastro adesivo sul muro perimetrale posto all'angolo tra Corso Cavour e Via Calefati (esattamente davanti al palazzo del consolato onorario sionista di Bari), è stato classificato dalla Polizia Stradale come "manifesto abusivo" ai sensi dell'art. 23, comma 4, del Codice della Strada. L'accertamento, avvenuto tramite Digos, polizia scientifica e filmati di videosorveglianza, con un apparato investigativo degno dei più efferati omicidi, risale al 9 maggio 2026, in concomitanza con un presidio per la Palestina in corso di svolgimento nelle vie del centro cittadino e mentre le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla erano ancora in navigazione verso Gaza.
Il verbale è stato redatto il 17 luglio e notificato solo il 31 agosto: tre mesi dopo i fatti, senza alcuna giustificazione documentata per il ritardo.
Il contenuto del manifesto è inequivocabilmente politico e pacifico: denuncia il genocidio in corso a Gaza, ne denuncia l'ingiustizia e il doppio standard e invita a non rimanere indifferenti. Sul pannello campeggia anche la scritta "Cacciamo il consolato del genocidio", rivolta direttamente al Consolato Onorario d'Israele di Bari, proprio di fronte al quale il manifesto è stato affisso. Nessun messaggio pubblicitario, nessuna insegna commerciale, nessun elemento idoneo a interferire con la sicurezza della circolazione. Un semplice foglio con immagini di bambini e civili massacrati dall'unica "democrazia del Medio Oriente", come la chiamano i nostri governanti.
Eppure, la norma invocata per sanzionare le due compagne riguarda cartelli e mezzi pubblicitari e l'assenza di autorizzazione da parte del Comune: si trasforma così l'espressione di un pensiero politico in una violazione del Codice della Strada. Nessun messaggio pubblicitario, nessuna insegna commerciale, nessun elemento idoneo a interferire con la sicurezza della circolazione. Un semplice foglio con immagini di bambini e civili massacrati dall'unica "democrazia del Medio Oriente", come la chiamano i nostri governanti. Eppure, la norma invocata per sanzionare le due compagne riguarda cartelli e mezzi pubblicitari e l'assenza di autorizzazione da parte del Comune: si trasforma così l'espressione di un pensiero politico in una violazione del Codice della Strada. Proprio qui emerge una contraddizione politica che non può essere coperta dalle dichiarazioni di solidarietà.
L'amministrazione comunale guidata da Vito Leccese e il sistema politico-istituzionale pugliese di cui Antonio Decaro è uno dei principali esponenti non possono presentarsi come amici del popolo palestinese nelle cerimonie e nelle prese di posizione pubbliche e, nello stesso tempo, lasciare che chi trasforma quella solidarietà in iniziativa concreta venga identificato, investigato e colpito con centinaia di euro di multa. Consegnare le chiavi della città a Francesca Albanese, sostenere il “Nobel per la pace ai bambini di Gaza” e applaudire i giornalisti palestinesi non assolve chi governa Bari e la Puglia dalle proprie responsabilità politiche: la solidarietà istituzionale vale solo se si traduce nella tutela di chi si mobilita e nella rottura concreta della complicità con Israele. Altrimenti diventa una copertura progressista dietro cui l'apparato repressivo continua a fare il suo lavoro.
Il punto, quindi, non è soltanto denunciare l'assurdità di un verbale. La repressione non è un incidente né l'eccesso isolato di qualche funzionario: è uno strumento con cui si tenta di intimidire, dividere e rendere più costosa la partecipazione politica di chi si organizza e prende posizione. Per questo la risposta non può limitarsi alla difesa individuale delle due compagne. Questa vicenda riguarda tutte le realtà che a Bari si mobilitano contro il genocidio, contro la collaborazione con Israele e in difesa della libertà di organizzazione e di espressione. Una misura repressiva raggiunge il suo obiettivo quando isola chi viene colpito; fallisce quando produce solidarietà organizzata, mobilitazione e una risposta collettiva.
Per questo non ci basta chiedere genericamente “trasparenza”. Vogliamo sapere chi ha disposto o sollecitato gli accertamenti, da quale ufficio è partita l'iniziativa, quali apparati sono stati mobilitati e perché Digos, polizia scientifica e videosorveglianza siano state impiegate per risalire alle autrici dell'affissione di un foglio A3 con del nastro adesivo. Ma chi governa non può nascondersi dietro l'autonomia degli apparati.
Leccese, Decaro e le istituzioni locali e regionali che rivendicano solidarietà alla Palestina devono assumersi la responsabilità politica di quanto accade sul territorio: prendere pubblicamente posizione contro questa operazione repressiva, attivarsi per il ritiro della sanzione e garantire che le mobilitazioni contro il genocidio non siano trattate come un problema di ordine pubblico. Non chiediamo una dichiarazione di circostanza: chiediamo atti conseguenti.
Rifiutiamo categoricamente la legittimità di questa sanzione e useremo tutti gli strumenti a nostra disposizione, dal ricorso legale alla Cassa di Resistenza Popolare. Ma la risposta decisiva è politica e collettiva: fare di ogni atto repressivo un motivo in più per organizzarsi, allargare la solidarietà e rendere inefficace il tentativo di intimidazione. La libertà di espressione non si sanziona con il Codice della Strada.
La memoria non si tace con un verbale. E il genocidio non diventa "abusivo" perché qualcuno decide di non volerlo vedere scritto su un muro.
Difendere le due compagne significa difendere lo spazio politico di tuttɜ. La solidarietà è la prima risposta alla repressione, trasformarla in organizzazione e mobilitazione è il modo per impedirle di raggiungere il suo scopo.
Chiunque decida di partecipare attivamente
alla Cassa di Resistenza Popolare contro la repressione e il genocidio, può partecipare donando su:
Bread&Roses Bari
IBAN: IT90N0501804000000012444972
Causale: Cassa di Resistenza Popolare.

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