martedì 22 settembre 2026

I piani di padroni e governo per l'ex Ilva sono tutti comunque per il taglio dell'occupazione - nessun accordo come il 2018 - Slai cobas

Ex Ilva, la previsione shock: resteranno solo tra 2.800 e 3.500 occupati diretti

La simulazione di Confartigianato sul possibile assetto futuro dello stabilimento e chiede a Governo e struttura commissariale numeri su produzione, impianti, occupazione e appalti per programmare da subito la diversificazione economica della città

TARANTO - Sapere adesso quanti posti di lavoro potrà realmente garantire la siderurgia del futuro e quanti, invece, dovranno essere costruiti in altri settori. È la richiesta che Confartigianato Taranto rivolge al Governo e alla struttura commissariale dell’ex Ilva, partendo dalla prospettiva di una profonda trasformazione tecnologica dello stabilimento attraverso decarbonizzazione, forni elettrici e utilizzo del DRI.

L’associazione mette al centro del confronto il futuro occupazionale della città, sostenendo che Taranto non possa attendere la conclusione della gara o la presentazione del piano industriale del futuro acquirente per conoscere almeno l’ordine di grandezza delle conseguenze della nuova configurazione produttiva.

«Taranto deve conoscere adesso la verità sul proprio futuro occupazionale. Non quando saranno costruiti i nuovi impianti o migliaia di lavoratori dovranno cercare un’altra prospettiva. Adesso», è il punto da cui parte il documento firmato dal segretario generale di Confartigianato Taranto, Fabio Paolillo.

Secondo Confartigianato, la prosecuzione della produzione siderurgica indicata dal Governo attraverso nuove tecnologie pone una serie di interrogativi che devono essere chiariti prima possibile. Non soltanto i volumi produttivi, ma anche quali impianti resteranno in funzione, quali lavorazioni saranno mantenute a Taranto, quale fabbisogno di gas richiederà la futura configurazione industriale, in che modo sarà assicurato l’approvvigionamento e se tra le ipotesi prese in considerazione possa rientrare anche un rigassificatore.

Ma il nodo principale, per l’associazione, resta quello del lavoro. «Una siderurgia profondamente trasformata nelle tecnologie e negli impianti avrà un fabbisogno di lavoro inferiore rispetto all’attuale ciclo integrale. Questo è il dato da cui bisogna partire», sostiene Confartigianato, sottolineando come non sia ancora conosciuta la dimensione concreta della possibile riduzione dell’occupazione a Taranto.

Da questa considerazione nasce la simulazione elaborata dall’organizzazione. Confartigianato ha preso come riferimento uno scenario da 4 milioni di tonnellate annue prodotte a Taranto, con DRI, 2 forni elettrici, metallurgia secondaria e colata, considerando anche le lavorazioni a valle dello stabilimento e i flussi diretti verso gli impianti del Nord.

In questa configurazione, la simulazione individua un livello di occupazione diretta compreso tra 2.800 e 3.500 addetti. Nel calcolo rientrano produzione primaria, lavorazioni a caldo e a freddo, tubifici, manutenzioni, logistica, utilities, ambiente, qualità e servizi.

Confartigianato precisa però che si tratta di una stima costruita esclusivamente sullo scenario industriale ipotizzato, e non di una previsione sull’organico futuro né di un dato ufficiale. L’obiettivo dichiarato è fornire un ordine di grandezza sul quale aprire il confronto.

Per comprendere come possa cambiare l’intensità occupazionale passando dal ciclo integrale tradizionale a configurazioni produttive differenti, l’associazione richiama anche alcuni riferimenti industriali.

Nel Company Profile di Acciaieria Arvedi, viene evidenziato nel comunicato, il sito di Cremona dispone di 2 forni elettrici, impiega 1.800 persone e registra una produzione complessiva di 3,5 milioni di tonnellate, a fronte di una capacità pari a 4 milioni. Lo stabilimento di Trieste conta invece 350 occupati e dispone di un complesso metallurgico a freddo con una capacità produttiva di 800.000 tonnellate l’anno.

Viene inoltre richiamato l’impianto DRI e HBI di Corpus Christi, in Texas, che ha una capacità annua di 2 milioni di tonnellate e oltre 270 occupati. Confartigianato sottolinea però come quest’ultimo riferimento riguardi esclusivamente la riduzione diretta e non l’intero ciclo siderurgico.

L’associazione chiarisce anche che nessuna di queste realtà può essere automaticamente sovrapposta a Taranto, stabilimento molto più vasto e articolato. I dati vengono utilizzati esclusivamente per evidenziare quanto possano cambiare i livelli occupazionali al variare delle tecnologie e dell’organizzazione produttiva.

Un’altra variabile considerata decisiva riguarda non soltanto quanto acciaio sarà prodotto nello stabilimento tarantino, ma anche quanto prodotto siderurgico verrà effettivamente lavorato a Taranto.

L’eventuale arrivo dall’esterno di bramme o HRC potrebbe infatti consentire, secondo Confartigianato, un maggiore utilizzo degli impianti a valle e contribuire a sostenere ulteriore occupazione. Nel comunicato viene ricordato che il piano ArcelorMittal prevedeva fino a 4 milioni di tonnellate di bramme e HRC provenienti dall’esterno con l’obiettivo di massimizzare le attività di finitura.

Anche in questo caso, tuttavia, manca una quantificazione dell’effetto occupazionale. «Non sappiamo quanto lavoro aggiuntivo ne deriverebbe. Proprio per questo anche tale effetto deve essere quantificato, anziché essere affidato a ipotesi», osserva Confartigianato.

Il confronto viene quindi effettuato con il numero dei dipendenti presenti nello stabilimento. Secondo i dati sindacali richiamati dall’associazione, a novembre 2025 l’organico effettivo dello stabilimento di Taranto era pari a 7.938 lavoratori.

Confartigianato precisa che la differenza tra questo dato e la forbice tra 2.800 e 3.500 addetti risultante dalla propria simulazione non può essere trasformata automaticamente in una previsione di esuberi. Nel tempo, infatti, potranno intervenire pensionamenti, uscite, riorganizzazioni e differenti decisioni industriali.

La distanza tra i 2 ordini di grandezza pone però, secondo l’associazione, una questione che Taranto deve affrontare fin da subito. «Quanto lavoro dovremo costruire fuori dalla siderurgia?», è la domanda posta nel documento.

Particolarmente delicato è anche il capitolo dell’appalto. In una configurazione industriale che abbandonasse integralmente il ciclo a carbone, osserva Confartigianato, verrebbero meno cokerie, agglomerato, altiforni e numerose attività direttamente connesse a queste aree. Continuerebbero invece a essere necessarie altre funzioni, a partire dalle manutenzioni specialistiche e dai servizi.

Su questo fronte l’associazione sceglie di non avanzare alcuna stima numerica. «Non attribuiamo un numero all’appalto futuro: non abbiamo elementi per farlo seriamente», viene precisato nel documento.

Confartigianato mette inoltre in guardia dall’ipotesi di considerare automaticamente trasferibile nell’assetto futuro l’attuale occupazione dell’indotto. Un ulteriore elemento di incertezza potrebbe derivare dalla possibile internalizzazione di alcune attività oggi affidate alle aziende esterne, soprattutto nel caso in cui vi fosse personale diretto da ricollocare. Una scelta di questo tipo avrebbe ulteriori conseguenze sull’occupazione delle imprese dell’appalto.

Nel documento trova spazio anche il confronto istituzionale avviato sul futuro della città. Confartigianato richiama la proposta del sindaco Piero Bitetti di costruire un Patto nazionale per Taranto e la disponibilità al confronto espressa dal presidente provinciale di Fratelli d’Italia Dario Iaia, considerandole elementi che possono aprire uno spazio di discussione.

Per l’associazione, tuttavia, qualsiasi confronto dovrà partire da elementi concreti. Servono numeri, tempi, risorse, responsabilità e soprattutto una valutazione realistica della dimensione del problema occupazionale che potrebbe aprirsi con la trasformazione dello stabilimento.

La questione, secondo Paolillo, non è soltanto stabilire quanti lavoratori potranno continuare a essere occupati nella produzione dell’acciaio, ma determinare quante opportunità dovranno essere create all’esterno del settore siderurgico.

Da qui la richiesta di accelerare sulle bonifiche e contemporaneamente di sviluppare manifattura, porto, blue economy, artigianato, servizi, turismo e nuova impresa.

Confartigianato respinge l’idea che queste attività debbano essere considerate soltanto come una prospettiva successiva alla trasformazione dell’ex Ilva. «Le bonifiche non sono il dopo Ilva: sono risanamento e lavoro da costruire adesso. E la diversificazione non è il piano B dell’Ilva: è la strada per la rinascita economica di Taranto», sostiene l’associazione.

La disponibilità di dati occupazionali attendibili viene considerata indispensabile anche per programmare gli interventi pubblici. Secondo Confartigianato, senza conoscere il numero indicativo delle persone che potrebbero avere bisogno di trovare un impiego differente sarà difficile predisporre in maniera efficace risorse per formazione, incentivi, autoimpiego e sostegno alla nascita di nuove imprese.

Per questo la richiesta rivolta al Governo e alla struttura commissariale è di produrre una valutazione degli ordini di grandezza occupazionali legati alle diverse possibili configurazioni dello stabilimento.

L’analisi richiesta dovrebbe comprendere volumi produttivi, impianti, turnazioni, numero degli occupati diretti, attività che potrebbero essere internalizzate e conseguenze sul sistema degli appalti. Confartigianato precisa di non chiedere un numero definitivo, che dipenderà inevitabilmente dal futuro acquirente e dal relativo piano industriale, ma indicazioni sufficientemente attendibili per consentire alla città di programmare già oggi la propria trasformazione economica.

Il documento si chiude con una sollecitazione netta. Confartigianato riconosce che la propria simulazione può essere contestata o corretta, ma chiede che al confronto vengano opposti altri dati.

«La nostra stima può essere discussa. Ma non può essere sostituita dal silenzio. Se è sbagliata, si mettano sul tavolo i numeri giusti», afferma l’associazione.

L’obiettivo, ribadisce il segretario generale Fabio Paolillo, è conoscere per tempo la dimensione della trasformazione occupazionale che Taranto potrebbe essere chiamata ad affrontare. «Perché il lavoro che potrebbe non esserci domani dobbiamo cominciare a costruirlo oggi».

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