venerdì 4 settembre 2026

Sibari - Braccianti ridotti in schiavitù: alloggi fatiscenti, turni massacranti e viaggi stipati nel portabagagli

Dalla stampa

 

Ammassati nel bagagliaio di un’auto fino ai campi dove lavoravano per 10 ore al giorno percependo una paga che cambiava in base al paese d’origine. Era questo l’inferno dei braccianti svelato da due giovani africani. Dalla loro denuncia è nata l’inchiesta che ha portato all’arresto di 20 persone nella Piana di Sibari. I più penalizzati all'interno di un sistema di sfruttamento che si regge su crudeltà e umiliazione, erano le persone di origine sub-sahariana, alle quali era riservato il trattamento più duro e le condizioni economiche peggiori.

Il blitz dei Carabinieri ha portato all'arresto di 20 cittadini stranieri: 18 pakistani, 1 indiano ed 1 cittadino del Bangladesh. A questi si aggiungono altre 46 persone denunciate a piede libero. Si tratta dei colletti bianchi del caporalato, come commercialisti e operatori di CAF conniventi.

Questi due mondi, i braccianti di origine straniera e gli impiegati italiani farebbero parte di due distinte associazioni per delinquere tra loro profondamente interconnesse sul piano operativo. Entrambe agivano all'ombra della ‘ndrangheta che attraverso prestanome gestiva direttamente le aziende agricole dove venivano impiegati i braccianti.

Il listino prezzi dei braccianti
I braccianti arrivavano tutti insieme nei campi, facevano gli stessi orari, ma venivano pagati in modo diverso. Le persone di origine sub-sahariana – soprattutto nigeriani, gambiani, senegalesi – venivano sottoposti alle condizioni economiche più penalizzanti e umilianti, e questo era evidente anche nella paga giornaliera di appena 23-27 euro (pari a circa 2,70 – 3,00 euro all’ora). Ai lavoratori di origine pakistana ed afghana, invece, veniva riservato un trattamento leggermente diverso, con retribuzioni giornaliere stabilite tra i 30 e i 35 euro (pari a circa 3,30 – 4,00 euro all’ora).

"La disperazione e lo stato di bisogno di questi giovani migranti sub-sahariani era tale da costringerli, in diverse occasioni documentate dalle intercettazioni, a implorare umilmente il proprio caporale anche solo per ottenere la dazione di 10 euro per poter acquistare cibo e sopravvivere".

Per impedire qualsiasi via di fuga, gli indagati tratteneva sistematicamente e parzialmente i salari dovuti, minacciando le vittime di cacciarle di casa, far perdere loro il permesso di soggiorno o aggredirle fisicamente qualora avessero protestato.

Le vittime, in maggioranza giovanissimi in situazione di assoluta indigenza, venivano reclutate approfittando della loro irregolarità sul territorio, della mancanza di alternative e della non conoscenza della lingua italiana.

I lavoratori venivano costretti a coabitare fino a 20 persone contemporaneamente in alloggi fatiscenti, degradati, privi di riscaldamento, luce e gas nel centro storico di un comune locale, per i quali l’organizzazione tratteneva dai salari quote di 50-60 euro al mese. In egual modo, subivano anche una decurtazione di 5 euro al giorno per il viaggio. 

Chi sono i colletti bianchi del caporalato

Abusando delle loro credenziali d’accesso ai sistemi ministeriali, questi predisponevano e inoltravano telematicamente migliaia di istanze di assunzione fittizie nei click day del Decreto Flussi. Le istanze venivano presentate per conto di ditte agricole e commerciali intestate a prestanome o completamente fittizie, prive quindi di terreni, dipendenti e fatturati reali.

"I professionisti provvedevano a “gonfiare” ad arte i requisiti patrimoniali e i bilanci aziendali tramite la creazione di false fatture di acquisto e vendita, inducendo in errore gli uffici della Prefettura e dell’Ispettorato del Lavoro – spiegano i militari – Per ogni pratica finalizzata all’ottenimento del visto di ingresso o della regolarizzazione temporanea, l’organizzazione pretendeva dai migranti somme oscillanti tra i 6.500 e i 10.000 euro per singola pratica".

Questo sistema nelle intercettazioni veniva definito come la “gallina dalle uova d’oro” per la capacità di generare profitti illeciti milionari.

I braccianti venivano sottoposti a turni massacranti di 8-10 ore continuative, privi di riposo settimanale, ferie o tutele assicurative e sanitarie. «Sotto la sorveglianza vessatoria di capi-squadra che imponevano ritmi di raccolta asfissianti, ricevevano una retribuzione reale compresa tra i 2,70 e i 3 euro all'ora (pari a giornate da 23-27 euro complessivi), a fronte di tariffe di circa 40 euro corrisposte dagli imprenditori ai caporali».

Per impedire qualsiasi via di fuga, l'organizzazione avrebbe trattenuto sistematicamente e parzialmente i salari dovuti, «minacciando le vittime di cacciarle di casa, far perdere loro il permesso di soggiorno o aggredirle fisicamente qualora avessero protestato».

Coinvolta l'ndrangheta
Le indagini del Reparto operativo dei Carabinieri Tutela del lavoro hanno riguardato anche il «diretto coinvolgimento di esponenti delle storiche cosche di 'ndrangheta operanti nella Sibaritide». Sarebbe emerso, infatti, «come alcune delle ditte agricole utilizzate per lo sfruttamento intensivo della manodopera in nero fossero fittiziamente intestate a prestanome ma gestite direttamente per conto dei clan mafiosi locali. Quando i braccianti osavano protestare contro le condizioni alloggiative disumane e le decurtazioni salariali, venivano brutalmente zittiti con minacce di morte esplicite, facendo leva sull'appartenenza all'organizzazione mafiosa». 

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