Purtroppo quello che dice questo articolo è la verità - dallo Slai cobas spesso denunciata.
Tenere gli operai in cassintegrazione per tanti anni NON E' difesa dei lavoratori e del salario, è tenere gli operai appesi a un filo sempre più sottile, senza alcuna prospettiva di rientro al lavoro; è bloccare/deviare, come hanno fatto ogni anno i sindacati confederali e l'Usb, dalla strada della lotta; è tenere decine e decine di lavoratori in una condizione individuale, che inevitabilmente devia da una coscienza collettiva, di classe e corrompe - Questa situazione di permanente cassintegrazione può anche far comodo a qualche lavoratore, ma non è dignitoso consumare così tanti anni della vita.
Ma questa situazione deve aprire gli occchi e la testa anche ai nostrani "ambientalisti", che vogliono la chiusura delle fabbriche e fanno demagogia su attività alternative.
La Cementir è ferma da più di 13 anni, quale alternativa hanno creato? Quale riconversione produttiva? Quale bonifica di un sito che continua a inquinare in maniera pesante?
Nessuno dice niente?!
La Cementir, con l'Ok dei governi, ha buttato fuori gli operai - che in passato hanno lottato anche per la difesa della salute e dell'ambiente - e, quindi, che interesse, che pressione, che lotta interna alla fabbrica hanno i padroni e i governi, lo Stato per risolvere questo altro "bubbone" di nocività? Nessuna!
CEMENTIR - UNO SCANDALO PERMANENTE
di Gianmario Leone - Corriere di Taranto
Èstata rinnovata la cassa integrazione straordinaria per i lavoratori della Cemitaly, l’ex Cementir di Taranto. L’accordo è stato sottoscritto il 4 settembre al Ministero del Lavoro e prevede il ricorso alla Cigs per un massimo di 36 lavoratori, dal 16 settembre 2026 al 15 settembre 2027.
Si tratta dell’ennesima proroga di una vicenda industriale che si trascina ormai da quasi tredici anni e che, come ripetiamo da anni non presenta alcuna prospettiva di ripresa della produzione.
L’accordo segue l’intesa raggiunta nel luglio dello scorso anno tra l’azienda Heidelberg Materials, proprietaria del sito attraverso Cemitaly, e le organizzazioni sindacali. Anche in questa occasione le parti hanno dovuto prendere atto delle difficoltà produttive dello stabilimento.
Il forno dell’ex Cementir di Taranto, lo ricordiamo, è stato spento alla fine del 2013 e dal 1° gennaio 2014 non è mai stato più riacceso. Una vertenza iniziata nel lontano 2013, quando la vecchia proprietà ritirò il progetto di revamping del sito che prevedeva investimenti per 150 milioni di euro, e legata a filo doppio a quella dell’ex Ilva, azienda dalla quale lo stabilimento otteneva la loppa d’altoforno utilizzata per la produzione del cemento.
Da allora sono trascorsi quasi tredici anni nei quali non si è concretizzata una vera operazione di reindustrializzazione o riconversione del sito. Lasciando nel limbo dell’incertezza decine di lavoratori: degli oltre 100 occupati quando la crisi divenne irreversibile, ne sono rimasti oggi 37. Pochi quelli che sono riusciti a traguardare in questi anni l’agognata pensione, molti di più quelli che hanno accettato un incentivo all’esodo o cercato fortuna in altre attività lavorative. L’età media degli operai ancora coinvolti è infatti di circa 50 anni.
E al di là di qualche corso di formazione, da anni non vedono prospettive concrete di tornare a lavorare, nonostante l’indubbia professionalità acquisita negli anni da queste maestranze.
Le ragioni della proroga
Nel verbale sottoscritto al Ministero, Cemitaly parla di persistenti difficoltà economiche e produttive e della progressiva contrazione delle attività dello stabilimento, fino alla cessazione della prima fase produttiva, quella della cottura delle materie prime, e all’interruzione della macinazione, seconda e ultima fase del ciclo.
La società, tuttavia, continua a sostenere che esistano prospettive di rilancio produttivo e occupazionale. Nel verbale vengono richiamate le caratteristiche dell’area, la presenza di impianti, capannoni, aree operative, collegamenti logistici e infrastrutture portuali, oltre agli investimenti realizzati con l’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ionio.
In tale contesto si colloca anche il progetto di fusione per incorporazione di Cemitaly S.r.l. nella società capogruppo italiana, Heidelberg Materials Italia Cementi S.p.A., volto a conseguire una maggiore integrazione organizzativa e industriale all’interno del Gruppo e a sviluppare ulteriori sinergie operative. L’operazione rappresenterebbe quindi “una concreta manifestazione dell’interesse strategico che il Gruppo continua a riservare al sito di Taranto e del proprio impegno a mantenerne integro il valore industriale, logistico e occupazionale, nella prospettiva di future opportunità di rilancio e sviluppo”.
Il problema principale resta però quello della materia prima. La piena riattivazione delle attività cementiere è strettamente legata alla possibilità di disporre della loppa granulata d’altoforno a condizioni economicamente e logisticamente sostenibili. Storicamente la materia proveniva dallo stabilimento siderurgico vicino attraverso infrastrutture dedicate, ma le alternative individuate sul mercato nazionale ed estero non avrebbero finora presentato condizioni comparabili.
L’azienda riferisce inoltre di aver avviato interlocuzioni con gruppi industriali italiani ed esteri dei settori dei materiali da costruzione, della logistica e dell’energia, valutando anche possibili iniziative compatibili con l’attività tradizionale di Cemitaly. Ma, allo stato, si tratta di interlocuzioni e possibilità, non di un progetto industriale concreto già definito.
La stessa azienda riconosce nel verbale l’impossibilità, allo stato attuale, di una piena ripresa produttiva e considera la proroga della Cigs necessaria per preservare le professionalità residue mentre proseguono verifiche e valutazioni su possibili scenari di sviluppo.
Un sito che continua a non trovare una destinazione
A dimostrazione della cessazione delle attività, vale la pena ricordare anche la progressiva ridefinizione degli spazi portuali. Cemitaly aveva ottenuto nel 2019 una concessione ventennale su un’area demaniale marittima di oltre 21mila metri quadrati nel Porto Mercantile di Taranto. Nel dicembre 2022 ha poi chiesto e ottenuto dall’Autorità Portuale una riduzione delle aree in concessione, nell’ambito di un cambiato assetto impiantistico finalizzato a razionalizzare gli spazi.
Come scriviamo da tempo in un silenzio assordante, questa vertenza dovrebbe far riflettere tutti quelli che da anni parlano di riconversione industriale e produttiva di impianti dismessi o ancora in funzione, di bonifiche e reinserimento nel mondo del lavoro per quei lavoratori che hanno visto chiudere le aziende nelle quali erano impiegati.
Anche perché la Fillea Cgil di Taranto, negli ultimi anni ha avanzato due ipotesi di riconversione dell’ex cementificio, entrambe rimaste senza seguito.
La prima, nel 2023, con la richiesta alla Regione Puglia di candidare l’area ex Cementir quale sito per la produzione di idrogeno verde, nell’ottica di una bonifica e di una riqualificazione industriale all’interno del progetto dell’Hydrogen Valley.
La seconda, nel gennaio 2025, quando fu prospettata al commissario straordinario per le bonifiche Uricchio la possibilità di avviare un percorso per la realizzazione, nell’area dell’ex cementificio, di un impianto di inertizzazione dell’amianto. Magari attraverso l’utilizzo delle risorse destinate al Just Transition Fund per la provincia di Taranto.
E poi c’è la partita ambientale
Tra l’altro, la vicenda ex Cementir ha anche un importante risvolto di natura ambientale.
Lo stabilimento è sottoposto ad Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) e la gestione ambientale del sito si intreccia inevitabilmente con quella della sua destinazione futura.
Parallelamente, resta aperto il capitolo della messa in sicurezza e della bonifica dell’area. È in corso la Messa in Sicurezza Operativa (MISO), vale a dire l’insieme degli interventi finalizzati a garantire un adeguato livello di sicurezza per le persone e per l’ambiente, contenendo la contaminazione e impedendone la diffusione attraverso specifiche opere e sistemi di monitoraggio, in attesa degli interventi di bonifica o di messa in sicurezza permanente.
E qui si apre anche il nodo dei successivi adempimenti ambientali che dovranno essere definiti dagli enti competenti, con il coinvolgimento della Provincia per gli aspetti di propria competenza. Non è una questione secondaria: la cessazione dell’attività produttiva non cancella infatti gli obblighi ambientali che gravano sul sito.
Del resto, la Provincia è già intervenuta negli ultimi anni nell’iter autorizzativo dell’area: nel 2025 ha adottato una determinazione di modifica non sostanziale dell’AIA richiamata dalla stessa Autorità di Sistema Portuale in relazione agli interventi sull’impianto di gestione delle acque meteoriche di Cemitaly.
Il tema ambientale, dunque, dovrà necessariamente accompagnare qualsiasi ragionamento sul futuro dell’ex Cementir. Anche perché un’eventuale riconversione non potrebbe prescindere dal percorso di messa in sicurezza e bonifica già avviato.
Un esempio dell’assenza di alternative
La vertenza dell’ex Cementir è, in fondo, un piccolo grande esempio che parla di desertificazione industriale, crisi sociale, mancanza di progettualità e alternative economiche realistiche.
Di una politica non all’altezza delle proprie responsabilità. Dell’impotenza dei sindacati. Di lavoratori abbandonati al proprio destino.
E soprattutto di un sito industriale che da quasi tredici anni aspetta una prospettiva diversa, mentre le ipotesi di rilancio si susseguono sulla carta e la cassa integrazione continua a rappresentare, ancora una volta, l’unica certezza.
In un disinteresse generale che, forse più di ogni altra cosa, racconta il reale stato delle cose.

Nessun commento:
Posta un commento