venerdì 31 luglio 2026

Il Comitato contro il Genocidio del Popolo Palestinese, contro il riarmo, per la Pace di Brindisi in sit in di protesta - Solidarietà da #iostoconlapalestina Taranto

 Comunicato stampa
a partire dalle ore 8,30 sotto le scalinate Virgilio sul Lungomare per domani (oggi) 31 luglio, sit in perché alle ore 10:00, Palazzo Montenegro ospiterà la cerimonia di firma della dichiarazione relativa all’iniziativa “Pax Silica” tra Italia e Stati Uniti d’America.
Firmeranno la dichiarazione l’Ambasciatore Armando Varricchio, Inviato Speciale del Ministro degli
Esteri per l’innovazione e le nuove tecnologie e l’Ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, Tilman
Fertitta.
Questa famosa “Pax Silica” rappresenta l’ennesimo atto di ipocrisia da parte degli Stati Uniti d’America  e dei reggicoda del Governo Italiano.
Le  “Terre rare” sono  il tema dominante delle guerre di Trump ; su tutti lo scenario internazionale non fa altro che chiedere ai diversi paesi con cui viene in contrasto l’acquisto di armi e il diritto alla estrazione
delle “Terre rare”.
Addirittura configurando il tutto come una possibilità di sviluppo per il nostro territorio, chissà cosa vogliono realmente gli americani dalla nostra città.
Dall’altra ridicola la iniziativa di Taiani sulla Palestina dove il maggiore risultato è stata la frase che condanna gli assalti dei coloni israeliani ad indifesi Palestinesi che vengono tra l’altro anche arrestati.
Tutto questo mentre Brindisi si prepara ad eventuali guerre utilizzando i nuovi investimenti per la Difesa facendo diventare la nostra terra un bel bersaglio.
 

Brindisi 30.07.2026
Comitato contro il genocidio del Popolo Palestinese, contro il riarmo, per la pace

«Ex Ilva Genova, bonifica e vendita in blocchi separati» - Genova, sempre in una logica corporativa...

 
Per l’ex Ilva occorre «un piano strategico straordinario del Governo» e per il sito di Genova, in particolare, «è necessario che questo piano preveda una bonifica dei terreni non utilizzati dall’acciaieria e la reindustrializzazione di queste aree» - che ammontano a circa 600mila metri quadrati a Cornigliano, - «cominciando a pensare a una gara per cederle in blocchi separati». A sottolinearlo è stato il presidente di Confindustria Genova, Fabrizio Ferrari, a margine della presentazione dei dati di congiuntura sull’economia ligure nel primo semestre 2026.

giovedì 30 luglio 2026

Ex Ilva, operaio dell'indotto investito da un'autobotte: ferito, ma non è in pericolo di vita

L'incidente è avvenuto ieri all'interno dello stabilimento siderurgico di Taranto. Acciaierie d'Italia: "Area non gestita dalla società e di esclusiva responsabilità di una ditta esterna"

TARANTO - Un operaio di un'azienda dell'indotto è rimasto ferito in un incidente sul lavoro avvenuto nella giornata di ieri all'interno dello stabilimento siderurgico ex Ilva di Taranto.

Secondo quanto si apprende da fonti sindacali, il lavoratore sarebbe stato investito da un'autobotte, riportando fratture e altre lesioni. Le sue condizioni, pur richiedendo cure mediche, non sarebbero considerate gravi e l'uomo non sarebbe in pericolo di vita.

Sull'episodio è intervenuta anche Acciaierie d'Italia in amministrazione straordinaria, precisando che l'incidente si è verificato in una zona dello stabilimento non gestita dalla società.

"L’incidente che ha visto coinvolto l'operaio di un’azienda dell’indotto dell’ex Ilva di Taranto è avvenuto in un’area non gestita da Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria e di esclusiva disponibilità e responsabilità di una ditta esterna", si legge nella nota diffusa dall'azienda.

Resta ora da chiarire l'esatta dinamica dell'infortunio, mentre proseguono gli accertamenti per ricostruire quanto accaduto.

Replica dell'avvocato Gianluca Vitale di Torino alle allusioni criminalizzanti del Corriere della sera sul suo ruolo di difensore dei due giovani arrestati in Val Susa

Dall'avvocato Gianluca Vitale

PRIMA LEZIONE: IL DIRITTO DI DIFESA NON SI TOCCA E NON SI STRUMENTAIZZA.

Gentile Direttore
aprendo oggi le pagine del Suo giornale on line mi sono imbattuto nell’articolo relativo alla vicenda dei due giovani arresti in Val Susa dopo le manifestazioni dello scorso fine settimana, a firma di Alberto Giulini, inviato in Val Susa.
Orbene, oltre ad essere richiamati tra virgolette alcuni passaggi dell’ordinanza con la quale la G.I.P. di Torino ha disposto la custodia in carcere, vi è paragrafo dal titolo “L’avvocato di Askatasuna”. In tale paragrafo si evidenzia in una prima parte che i due ragazzi arrestati avrebbero avuto in auto indumenti che avrebbero permesso la loro identificazione come partecipanti agli scontri. Si legge, però, subito dopo, che il non essersi disfatti dei capi di abbigliamento usati (secondo l’ipotesi accusatoria) durante gli scontri “non sarebbero le uniche leggerezze. Un altro “scivolone” è arrivato al momento del fermo e confermerebbe la regia di Askatasuna dietro gli scontri. Gli attivisti tedeschi avrebbero subito indicato come legale di fiducia Gianluca Vitale, uno degli storici legali del centro sociale. (…). Elementi che, per gli investigatori della Digos, confermerebbero il ruolo di primissimo piano di Askatasuna: gli attivisti del centro sociale avrebbero coordinato le squadre arrivate in Val di Susa, fornendo anche i nominativi degli avvocati da indicare in caso di arresto. Proprio come successo nel caso dei giovani tedeschi”.    

Al di là della falsità (o quanto meno erroneità) di tali affermazioni (i due ragazzi non hanno subito indicato lo scrivente quale proprio difensore di fiducia, tanto che erano stati loro nominati inizialmente dei difensori di ufficio; la nomina dello scrivente, peraltro congiunta con la brava Collega Avvocata Della Pepa, evidentemente di scarso interesse “scandalistico” per l’autore, è giunta dai parenti in Germania dei due giovani, per poi essere da loro confermata in udienza), ciò che devo sottolineare e censurare fermamente è l’affermazione che la nomina di questo o di quel legale possa (o debba) essere considerata prova (spero meramente indiziaria) a carico degli indagati.

Non ho alcuna intenzione (né tantomeno interesse) di fornire a Lei o all’autore dell’articolo una giustificazione, o anche solo una motivazione, della mia nomina. Solo per Sua conoscenza, pertanto, La informo (e la prego di renderne edotto anche il sig. Giulini) che oltre a svolgere da qualche decina di anni la professione di avvocato, sono co Presidente del Legal Team Italia, associazione di avvocate e avvocati nata dopo la più grave sospensione dei diritti democratici nel dopoguerra in Europa, come definita da Amnesty International, ovvero (lo preciso nel caso in cui Lei non ne sia a conoscenza o non lo ricordi, il G8 di Genova nel 2001); orbene, il Legal Team Italia è membro del AED-EDL (Avvocati europei democratici), network di associazioni di avvocate e avvocati, giuriste e giuristi di vari Paesi europei, di cui fa parte tra le altre la RAV, associazione tedesca di avvocate e avvocati democratici. Peraltro, facendo ancora riferimento ai fatti del G8 di Genova, ho difeso, nel processo per i fatti della scuola Diaz, un ragazzo tedesco massacrato durante l’irruzione della polizia che si era costituito parte civile in quel processo. Inoltre, proprio un anno fa, ho pubblicato per la rivista scientifico-giornalistica della Humbold Universitat di Berlino CILiP - Bürgerrechte & Polizei un articolo dal titolo Feind- und Freundstrafrecht für Italien, sul diritto penale del nemico, e dell’amico nelle recenti modifiche normative in Italia (https://www.cilip.de/zeitschrift/2025-2029/2025-2/138-august-2025-un-sicherheit-und-rechtsruck-in-europa/ ). Lo ripeto, La rendo edotto di ciò non certo perché senta la necessità di giustificare (da parte mia che l’ho ricevuta o da parte di chi l’ha fatta) una nomina difensiva, e ancor meno perché ritenga che la scelta della persona del difensore debba essere motivata, o perché condivida quella che è la tesi dell’articolo, ovvero che la nomina di un qualsivoglia difensore possa essere utilizzata per descrivere un tipo di autore della persona indagata o una sua appartenenza associativa, ma solo per farle comprendere come possa anche accadere che una persona tedesca ritenga di potersi avvalere della mia difesa. Ma non diverso sarebbe se nulla di quanto sopra vi fosse: ciascuno è libero di nominare il proprio difensore nel professionista che egli o ella sceglie, senza dover giustificare tale scelta e tantomeno dovendo temere che tale scelta possa essere utilizzata quale indizio a suo carico. 
Peraltro, non credo possa o debba censurarsi, o peggio elevarsi a indizio di reità, che qualcuno (anche un attivista o un militante) possa suggerire il nome di un legale o che, se si intenda recarsi all’estero per partecipare ad una manifestazione, ci si informi su eventuali persone (anche legali) che possano essere riferimento in caso di problemi. Sempre per richiamare la vicenda che auspico a Lei nota, in occasione del G8 di Genova (e anche recentemente, in occasione di grandi manifestazioni) sono stati organizzati gruppi di consulenza e assistenza anche legale per  le persone che possano lamentare violazione di diritti o atti di repressione: in allora era un gruppo di avvocati che fu presente anche nelle piazze con le magliette gialle del GSF e la scritta avvocato/lawyer e che poi fu il nucleo di coloro i quali e le quali seguirono i processi su quelle drammatiche giornate (sia i processi contro le forze dell’ordine, anche in figure di vertice, sia quelli contro i manifestanti). Quanto all’oggi consiglio a Lei e al sig. Giulini di visitare la pagina dell’Hub di Protezione, un “sistema di protezione con l’obiettivo di offrire supporto legale, psicologico e digitale a chi subisce repressione per il proprio impegno civile e politico” di cui fanno parte associazioni come Un Ponte Per, Arci, Cospe, Rete In Difesa Di , A Sud, Antigone, Greenpeace, Amnesty International, Gay Center, Baobab Experience, Giuristi Democratici, Legal Team Italia, ASGI, Spazi Circolari, A Buon Diritto, CILD, Diritti di Frontiera, Progetto Diritti, NAGA, CRED. Questo non a dire che i due arrestati possano o debbano ritenersi vittime di repressione (sono allo stato persone sottoposte ad indagini) o che tramite tali canali abbiano indicato il mio nome e il nome della Collega Della Pepa (lo ripeto: non mi interessa quale perché abbiano fatto queste nomine, né avrei nulla da obiettare se il nome fosse stato fatto da militanti di un centro sociale), ma per cercare di farle comprendere che le più svariate sono o possono essere le strade che conducono all’indicazione di un difensore (dalla persona indagata/arrestata o dai suoi congiunti). 

Ma voglio anche renderLe un servizio. Se questo può aiutare Lei o l’autore dell’articolo in ulteriori teorizzazioni, posso anche dirLe che oltre ad aver difeso attivisti e attiviste NoTav e/o di vari centri sociali torinesi (tra cui, certo, anche militanti di Askatasuna) e non solo, di varie tendenze politiche (dall’estrema sinistra all’anarchismo, ciò che ben può consentire, Le suggerisco, di ipotizzare una multinazionale del terrore anarco-internazional ed insurrezional-comunista), ho difeso, tra le altre e solo per citarne alcune, persone accusate di essere fondamentalisti e/o terroristi islamici (il che può esserVi utile per teorizzare un legame con l’ISIS o con Al Qaeda), sindacati e sindacalisti di base (anche su questo potreste teorizzare), lavoratori dell’ILVA di Taranto costituitisi parte civile nel processo ambiente svenduto (anch’essi evidentemente parte della Spectre che organizza scontri dalle Alpi al tacco dello stivale), così come persone migranti, spesso tra quelle trattenute nei CPR (forse questo può legare Askatasuna alle ONG?), o i parenti di Moussa Balde, suicida nel CPR di Torino (ecco un utile collegamento con eventuali centrali eversive sub sahariane), giovani attivisti e attiviste ambientaliste (il gruppo sui allarga: complimenti, avete trovato l’anello di congiunzione tra varie forme e modalità di dissenso e conflitto). Addirittura, e con questo Le regalo uno scoop, quando ho iniziato la pratica forense il mio Maestro e amico, l’avvocato Massimo Pastore, aveva appena assunto insieme ad altri colleghi la difesa di Abdullah Ocalan, il leader del PKK curdo, nella causa (vinta) per il riconoscimento del diritto di asilo costituzionale: il collegamento si estende…    

Già nei Principi Fondamentali relativi al Ruolo dell’Avvocato, adottati dalle Nazioni Unite nel corso dell’Assemblea Generale de L’Avana del 1990 è affermato che l’avvocato non deve essere identificato con il proprio assistito (Principio 18); tale principio e ribadito ed attualizzato nell’art. 6 della recente Convenzione del Consiglio di Europa sulla protezione della professione legale del 13 maggio 2025 (all’art. 6, che stabilisce che le parti  garantiscono che gli avvocati non subiscano conseguenze negative per il fatto di essere identificati con i propri clienti o con la causa da essi difesa).
In realtà tale identificazione è proprio quello che nel predetto articolo viene fatto: anzi, non solo lo scrivente, nell’esercizio della professione, viene identificato con il proprio cliente (o, meglio, con ciò che si ritiene i propri clienti, per i quali dovrebbe comunque valere il principio di non colpevolezza sino a condanna definitiva, avrebbe commesso), ma viene addirittura considerato un elemento di un piano criminoso. La persona del difensore diverrebbe prova del crimine, probabilmente esso stesso concorrente nel crimine stesso o associato.

Tutto ciò, Egregio Direttore, è intollerabile. Ed è intollerabile non solo e non tanto per chi Le scrive (sarebbe solo problema mio, e non me ne preoccuperei avendo altro da fare), ma per la professione di chi le scrive, per la dignità e l’indipendenza di questa professione, e per le persone che hanno ritenuto di nominarmi come difensore, che non possono certo essere additati come colpevoli anche per tale nomina (ipotesi, posso rassicurarLa, che non emerge in alcun modo nel fascicolo processuale e che sono certo non venga sostenuta dagli organi inquirenti, a meno che il sig. Giulini non abbia avuto accesso a documenti o fonti che sono nascoste alla difesa).

Mi auguro che Ella voglia dare conto ai Suoi lettori di quanto ho ritenuto di precisare con la presente, e che in futuro vi sia da parte del Suo giornale un maggior rispetto – lo ripeto nuovamente – non tanto del sottoscritto ma della dignità della toga che indosso e dei principi di tutela che anche le  convenzioni internazionali sanciscono.

Oggi sede Slai cobas ore 18,30 - il punto sull'ex Ilva - rilancio della piattaforma operaia e battaglia per un vero sciopero generale autonomo a settembre


 

Solidali con la lotta in Val Susa

I compagni e le compagne di Taranto dello Slai Cobas per il sindacato di classe e di soccorso rosso proletario  esprimono la piena solidarietà ai due compagni tedeschi arrestati in Val Susa e si uniscono alla richiesta dei loro avvocati di fiducia - Vitale e Della Pepa  - del foro di Torino che ne richiedono la scarcerazione o almeno una misura più lieve rispetto a quella che pm asserviti alla campagna repressiva lanciata dal governo Meloni chiedono, che è la custodia cautelare in carcere.

Noi appoggiamo la lotta No Tav e le pratiche di lotta e combattimento a tutela degli interessi del popolo espressasi nella grande giornata di lotta della valle e riteniamo che esse debbano essere prese ad esempio in tutte le realtà sociali in lotta per i diritti dei proletari e del popolo contro padroni, governo, Stato di polizia.

Siamo, per altro, molto grati agli avvocati Vitale e Della Pepa che sono gli avvocati dello Slai Cobas e parti civili operaie e proletarie nel processo Ilva 'Ambiente svenduto' in corso a Potenza, insieme ai legali di Taranto tra cui avvocata Ricci.

La lotta è una sola nelle piazze, nelle strade, nei tribunali.   

Slai Cobas per il sindacato di classe Taranto

Ex Ilva - La posizione della Aigi - info

Aigi contesta l’ordinanza. «Provvedimento basato su dati teorici e valutazioni tecniche discutibili»

L’Associazione delle imprese dell’indotto solleva dubbi sulle valutazioni relative all’amianto e alle emissioni, chiede al Governo di reagire e sollecita un confronto trasparente sui costi industriali, occupazionali e ambientali della chiusura dell’area a caldo

redazione.taranto@buonasera24.it

Indotto ex Ilva

Indotto ex Ilva

TARANTO - Dati aggiornati, misurazioni effettive e valutazioni costruite sulle reali condizioni produttive dello stabilimento. Sono le richieste avanzate da Aigi, l’Associazione delle imprese dell’indotto dell’ex Ilva, dopo il provvedimento della Corte d’Appello di Milano che ha ordinato la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo entro 90 giorni.

Secondo quanto riportato nella nota dell’associazione, la ripartenza degli impianti è subordinata alla completa rimozione dell’amianto e alla realizzazione degli interventi necessari per ricondurre le emissioni di polveri sottili entro condizioni ritenute compatibili con la tutela sanitaria. La valutazione sarebbe stata effettuata prendendo come riferimento lo scenario autorizzato di 6 milioni di tonnellate di acciaio all’anno. Aigi non mette in discussione la necessità di proteggere la salute dei lavoratori e dei cittadini né la pericolosità dell’amianto. L’associazione contesta però l’impostazione tecnica che, a suo giudizio, avrebbe portato alla decisione e chiede di rendere pubblici gli elementi utilizzati per dimostrare l’esistenza di un rischio concreto e attuale.

«Lo stabilimento siderurgico di Taranto è un sito industriale enorme e incredibilmente complesso», osserva Aigi, secondo cui proprio la complessità degli impianti imporrebbe analisi particolarmente rigorose prima di assumere decisioni destinate a incidere sull’intero sistema industriale e occupazionale.

Il primo punto sollevato riguarda le circa 2.000 tonnellate di amianto richiamate nel provvedimento. Secondo la ricostruzione proposta dall’associazione, il materiale non sarebbe abbandonato sui piazzali, collocato in ambienti frequentati o direttamente esposto agli agenti atmosferici. L’amianto si troverebbe all’interno dei cowper, i grandi rigeneratori termici collegati agli altiforni, dove sarebbe inglobato come isolante tra la corazza metallica esterna e la struttura refrattaria interna. Il gestore avrebbe prospettato di mantenerlo in sede fino alla conclusione della vita tecnica degli impianti, mentre la Corte avrebbe ritenuto indispensabile procedere alla sua completa rimozione.

«Non discutiamo la pericolosità intrinseca dell’amianto», precisa Aigi. «Chiediamo dove siano le misurazioni che dimostrano un’effettiva dispersione di fibre dai cowper attualmente in esercizio». L’associazione domanda quali campionamenti siano stati effettuati nelle aree vicine agli impianti, quale ente li abbia eseguiti, quali concentrazioni siano state rilevate e in quali condizioni operative. Chiede inoltre di conoscere le date delle verifiche e i punti esatti dello stabilimento nei quali sarebbero stati effettuati i controlli.

Aigi ricorda che nel siderurgico esistono reti e strumenti di monitoraggio ambientale e che numerosi dati vengono raccolti anche dagli enti competenti, tra cui Arpa Puglia. Prima di considerare il materiale inglobato negli impianti come una fonte di dispersione nell’aria, sostiene l’associazione, sarebbe necessario dimostrare attraverso risultati verificabili il passaggio dal pericolo potenziale al rischio effettivo. «Altrimenti non siamo davanti a un’analisi del rischio, ma alla potenza evocativa di una parola», afferma l’associazione delle imprese dell’indotto.

Il secondo elemento contestato riguarda il livello produttivo preso come riferimento per valutare le emissioni. La Corte avrebbe considerato lo scenario massimo autorizzato dall’Autorizzazione integrata ambientale, pari a 6 milioni di tonnellate annue. Aigi evidenzia però che la produzione reale sarebbe nettamente inferiore. Alla fine di giugno, secondo i dati riportati nella nota, nello stabilimento sarebbe rimasto operativo soltanto l’Altoforno 2, con una produzione giornaliera compresa tra 4.500 e 4.700 tonnellate. Proiettando questo ritmo su base annuale, la produzione si collocherebbe tra 1,64 e 1,72 milioni di tonnellate. Altre ricostruzioni citate dall’associazione indicherebbero un livello vicino ai 2 milioni di tonnellate all’anno. L’ex Ilva starebbe quindi funzionando, secondo Aigi, a una capacità compresa tra il 27 e il 33 per cento del tetto produttivo utilizzato come riferimento nel provvedimento.

«Uno scenario autorizzato non coincide automaticamente con lo scenario realmente esercitato», sostiene l’associazione. Valutare le emissioni di un impianto che produce meno di 2 milioni di tonnellate come se ne producesse 6 significherebbe, per Aigi, considerare un carico almeno triplo rispetto a quello effettivo.

La nota richiama anche il piano dell’amministrazione straordinaria, che avrebbe previsto il raggiungimento di una capacità di 4 milioni di tonnellate entro la fine di aprile 2026. Un obiettivo che, secondo l’associazione, non sarebbe stato centrato, poiché ancora alla fine di giugno la produzione si trovava su livelli minimi ed era sostenuta da un solo altoforno. Aigi chiarisce di non ritenere falso il dato dei 6 milioni di tonnellate, trattandosi del limite autorizzato. Contesta però il suo utilizzo senza una valutazione proporzionata ai volumi realmente prodotti, perché questo rischierebbe di restituire «una fotografia tecnicamente deformata dell’impianto».

Per l’associazione, la risposta non può consistere nella negazione dei problemi ambientali, ma deve passare attraverso misurazioni corrette, controlli verificabili e interventi fondati su elementi concreti.

Aigi chiede alle amministrazioni straordinarie di utilizzare tutti gli strumenti processuali consentiti dall’ordinamento, valutando anche un eventuale ricorso in Cassazione qualora vi siano i presupposti giuridici. L’obiettivo dovrebbe essere ottenere un nuovo esame della controversia sulla base delle condizioni produttive effettive, di dati aggiornati e di riferimenti normativi certi. Allo stesso tempo, secondo l’associazione, il Governo dovrebbe valutare una revisione urgente dell’Autorizzazione integrata ambientale, costruendo un quadro compatibile con le esigenze sanitarie e con un livello produttivo sostenibile. Aigi propone un sistema basato su un tetto produttivo giuridicamente vincolante, sul monitoraggio continuo delle emissioni, sulla pubblicazione periodica dei risultati e su controlli indipendenti.
«Questa sarebbe una risposta seria: non negare il rischio, ma misurarlo. Non invocare la sicurezza in astratto, ma costruirla e controllarla ogni giorno», sostiene l’associazione.

La nota critica anche la reazione politica seguita al provvedimento. Secondo Aigi, mentre la decisione modificava profondamente il futuro dello stabilimento, alcuni rappresentanti del Governo si sarebbero limitati a richiamare il rispetto delle sentenze, annunciando altri 100 milioni di euro ma circoscrivendo la continuità operativa e la possibile cessione alla sola area a freddo.

Per l’associazione, prendere atto di una decisione giudiziaria è doveroso, ma accettarne passivamente tutte le conseguenze industriali senza verificarne dati, presupposti e valutazioni tecniche rappresenta una precisa scelta politica. «Il Governo non può nascondersi dietro una pronuncia giudiziaria mentre prepara un futuro nel quale Taranto riceve denaro sufficiente a mantenere qualche laminatoio, ma perde definitivamente la produzione primaria dell’acciaio», afferma Aigi.

Senza l’area a caldo, sostiene l’associazione, Taranto non conserverebbe più uno stabilimento siderurgico a ciclo integrale. Resterebbero alcuni impianti di trasformazione alimentati, nella migliore delle ipotesi, da bramme prodotte in altre aree. L’acciaio potrebbe quindi continuare a essere lavorato nel capoluogo ionico, ma la produzione primaria, il valore strategico e una parte rilevante dell’occupazione diretta e dell’indotto rischierebbero di essere trasferiti fuori dal territorio e, potenzialmente, anche fuori dall’Italia.

Aigi richiama inoltre l’attenzione sui costi della dismissione. Lo spegnimento dell’area a caldo, osserva l’associazione, non determinerebbe la scomparsa degli impianti. Resterebbero altiforni, cokerie, tubazioni, strutture metalliche, materiali contaminati, suoli, falde e chilometri di installazioni da mettere in sicurezza, sorvegliare, mantenere e bonificare. L’associazione chiede quindi di chiarire quanto costerebbero l’arresto in sicurezza, la manutenzione del sito inattivo, lo smantellamento degli impianti e la bonifica integrale dell’area. A queste voci dovrebbero aggiungersi il costo sociale degli esuberi e quello industriale derivante da un aumento delle importazioni di acciaio primario. Per Aigi, il Governo dovrebbe pubblicare una comparazione indipendente tra il costo della messa a norma con prosecuzione della produzione e quello necessario per spegnere, mantenere, smantellare e bonificare lo stabilimento.

Come precedente viene richiamata la vicenda di Bagnoli, dove, a distanza di decenni dalla chiusura dell’acciaieria, lo Stato avrebbe stanziato altri 1,218 miliardi di euro per la bonifica ambientale e la rigenerazione urbana dell’area di Bagnoli Coroglio. «Chi oggi pensa di avere fermato il mostro rischia di ritrovarsi domani un sito improduttivo, senza manutenzione industriale, senza lavoratori e interamente a carico dello Stato», sostiene Aigi.

Nella nota viene sollevato anche un interrogativo politico sul ruolo assunto dalla questione dell’amianto nella fase conclusiva della procedura di vendita. L’associazione precisa di non avere elementi per sostenere l’esistenza di un disegno prestabilito, ma considera significativa la successione degli avvenimenti. «Non stiamo dicendo che esista un complotto. Non abbiamo prove e, proprio per questo, non lo affermiamo», precisa l’associazione. La richiesta è che le istituzioni garantiscano trasparenza e adottino decisioni capaci di tutelare contemporaneamente salute, lavoro e sovranità industriale.

La nota si sofferma infine sul processo di deindustrializzazione che, secondo Aigi, starebbe interessando da anni l’Italia. Alla chiusura degli impianti seguirebbe spesso l’importazione degli stessi prodotti dall’estero, talvolta realizzati con standard ambientali inferiori e con costi aggiuntivi legati all’energia, al trasporto e alla dipendenza industriale.

L’acciaio primario viene indicato come essenziale per la meccanica, l’automotive, la cantieristica, le infrastrutture, l’energia, la difesa, le tubazioni e una parte rilevante dell’industria manifatturiera italiana.

Le imprese dell’indotto, conclude Aigi, non chiedono che si continui a produrre a qualsiasi costo né che vengano ignorati l’amianto, le emissioni o le esigenze sanitarie della popolazione. Chiedono che si distingua tra la presenza censita di amianto e una situazione di dispersione accertata, che le emissioni siano calcolate sulla produzione effettiva e che venga definita un’Autorizzazione integrata ambientale compatibile con la salute dei lavoratori e dei cittadini.

«Taranto non chiede impunità. Chiede verità», conclude l’associazione. «Chiudere l’area a caldo sulla base di un impianto teorico significa applicare una condanna a una fabbrica immaginaria e farla scontare a una città reale».