Una storia tutta da raccontare, e lo faremo prendendo in considerazione tutti gli argomenti di questo articolo - Per ora valga una questione evidente:
con la lotta e la presenza organizzata dello Slai cobas i lavoratori hanno avuto voce in capitolo
quando queste sono venute meno i lavoratori e lavoratrici della Tessitura Albini sono diventati niente in mano a sindacalisti confederali complici; ad una Regione che ha pilotato verso il nulla; ad istituzioni locali e M5stelle di Turco prima procacciatori per i padroni e vendifumo, poi impotenti compagni di strada della distruzione di una fabbrica.
Una lezione tutta da imparare e che temiamo che si sta ripetendo per la HIAB, anche se qui forse c'è ancora tempo per evitare la stessa fine.
Ma la presenza e l'azione dello Slai cobas è indispensabile e fa la differenza
I lavoratori lo comprendano a proprie spese
Slai cobas per il sindacato di classe - coordinamento nazionale
L’ex Albini e i suoi lavoratori scomparsi
pubblicato il 27 Dicembre 2025, 08:54
Le vacanze di Natale non sono mai state uguali per tutti. Specie in un territorio come il nostro dove la crisi economica raramente conosce tregua e colpisce spesso indistintamente, lasciando dietro di sé le macerie di un tessuto industriale e produttivo che si porta via la vita di decine, centinaia di lavoratori e lavoratrici. Un territorio dove chiacchiere e parole vuote sono sempre state tante, troppe, mentre i fatti sono spesso pari a zero.
Tante sono le vertenze ancora in corso ed ancor di più quelle dimenticate troppo in fretta. Per un amaro scherzo del destino, lo scorso 23 dicembre è terminato il regime di NASpI (Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego, l’indennità mensile di disoccupazione) per i 91 lavoratori dell’ex Tessitura Albini di Mottola che che fu posta in liquidazione il 4 marzo 2021. Una vertenza di cui a lungo ci siamo occupati nel corso degli anni e che non abbiamo dimenticato.
Per quei lavoratori infatti, non fu possibile prorogare la Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria. Il quadro normativo vigente tre anni fa non lo consentiva (la Cigs fu concessa ai sensi dell’art.22-ter, D.Lgs 148/2015), né rendeva possibile il ricorso ad altri ammortizzatori sociali in deroga finalizzati ad assicurare ulteriore protezione del reddito e della contribuzione dei lavoratori, in costanza di rapporto di lavoro. Questo perché all’atto della sottoscrizione dell’accordo quadro del 4 ottobre 2022 tra il gruppo Albini e le organizzazioni sindacali, non vi erano investitori interessati all’acquisizione dell’azienda. Pertanto, al termine della cassa integrazione scattò la risoluzione dei rapporti di lavoro solo ed esclusivamente attraverso il criterio della non opposizione da parte dei lavoratori.
Una vera e propria beffa, se pensiamo al fatto che proprio a causa di quell’accordo non fu possibile imporre il vincolo della clausola sociale per la riassunzione obbligata dei lavoratori dell’ex Tessitura Albini al gruppo èKasa. L’azienda (operante nel settore legno produce e distribuisce infissi in legno e legno-alluminio De Carlo e serramenti) che acquisì il compendo immobiliare versando nelle casse della società Albini 4 milioni di euro, nel dicembre di due anni fa. Un acquisto senza vincoli di alcun tipo, in quanto il gruppo èKasa in tutti gli incontri tenuti con le organizzazioni sindacali all’interno del perimetro della task force regionale per l’occupazione, non aprì mai alla possibilità di raggiungere e sottoscrivere alcun accordo vincolante con le organizzazioni sindacali. Tanto da depositare una dichiarazione scritta con la quale chiariva, tra le altre cose, di esercitare l’attività di produzione di serramenti ed infissi e di essere pertanto interessata alla mera acquisizione del compendio immobiliare, libero dai macchinari e da ogni altro vincolo riconducibile alla precedente proprietà.
Di quei 91 lavoratori, non si è saputo più nulla. Pochissimi accettarono l’incentivo all’esodo (pari al corrispettivo di 10 mensilità), mentre tutti gli altri cercarono nuova occupazione in aziende tessili limitrofe, in particolar modo nella provincia di Bari. Nessuno di quei 91, almeno stando alle informazioni in nostro possesso, è stato ricollocato all’interno del capannone nel quale ha lavorato per molti anni.
Sulla loro storia è calato un sinistro silenzio.Dietro al quale si copre la politica quando non è in grado di risolvere i problemi reali.
Il sito industriale ex Tessitura Albini di Mottola
Dove sono infatti tutti quei partiti che un giorno sì e l’altro pure a queste latitudini si strappano le vesti su ogni tipo di macro questione nazionale e internazionale, mentre quando sono chiamati a confrontarsi con la dura quotidianità dei territori che governano da anni, lasciano in balia degli eventi e degli interessi privati la vita di decine, centinaia di lavoratori e delle loro famiglie?
Dov’è il Movimento 5 Stelle che il Comune di Mottola governa da due consiliature e che con il sindaco Barulli, il senatore Mario Turco e l’ex viceministro Alessandra Todde (oggi presidente della Regione Sardegna) nel 2022 giuravano che la vertenza si sarebbe risolta con l’acquisizione del sito da parte dell’azienda Motion, che poi scomparve all’improvviso nell’agosto di tre anni fa dopo aver manifestato un grande interesse e annunciato un investimento di 30 milioni di euro?
Dove sono tutti gli altri partiti ed i loro esponenti locali e nazionali che governano la nostra Regione da 20 anni ed avevano in quegli anni la maggioranza in Parlamento, che da tempo immemore affermano di avere la soluzione in tasca per una macro vertenza come quella dell’ex Ilva, ma che in realtà di politica industria e di politiche attive per il lavoro hanno sempre saputo e capito poco e niente, e che oggi sono ‘mirabilmente’ affiancati dai partiti e dagli esponenti del versante politico opposto? Dov’è la politica, quella vera, che dovrebbe risolvere i problemi e migliorare la vita delle persone? Dove sono gli imprenditori locali sempre pronti ad affollare convegni, eventi e talk di ogni tipo per ‘farsi vedere’, ma sempre molto ben attenti a non mettere a repentaglio i loro interessi economici? Dov’è quella presunta società civile, chiamata a sproposito ‘comunità’ o ‘la città’, che da anni si riempie la bocca di riconversione economica e ricollocazione dei lavoratori che assomigliano sempre più ai miraggi di un deserto? Quando si tratta di assumersi le proprie responsabilità, magicamente tutti spariscono.
Qualcuno giustamente si chiederebbe anche dove sono finiti i sindacati e la classe operaia: come entità astratte probabilmente non esistono più (almeno non nell’immaginario collettivo così come i partiti della Prima Repubblica). In realtà provano, molto spesso invano, a gestirsi su mille fronti per tenere a galla e a far sopravvivere quel poco che resta del tessuto industriale della nostra provincia.
Chissà dove sono oggi quei 91 lavoratori, cosa pensano, come affrontano il presente e con quale stato d’animo guardano al loro futuro.
Storie di lavoratori che ricordano molto da vicino quelle di tantissime altre vertenze rimaste irrisolte sul nostro territorio o ancora in corso (i 50 dell’ex Cementir, i 330 dell’ex TCT e delle ditte Delta Uno ed Essetieffe, gli oltre mille di Ilva in AS o delle tante ditte dell’indotto del siderurgico che hanno chiuso i battenti e altre che rischiano di chiuderli a breve, quelli di Taranto Isolaverde, dell’ex Marcegaglia Buildtech, dell’Hiab di Statte, l’ex Miroglio, Vestas Italia, il tessile di Martina Franca solo per citare quelle più numerose dal punto di vista del numero dei dipendenti coinvolti) e che si sentono sempre più cittadini di Serie B, abbandonati al loro destino di cui quasi nessuno si interesserà più.
Soltanto nel 2024 erano attivi 13 tavoli di vertenza per la provincia di Taranto, che detiene il record di ore in cassa integrazione in Puglia: 3,4 milioni sui 17 totali, con un incremento di 1,8 milioni di ore rispetto al 2023. E i numeri del 2025 non saranno di certo migliori.
E mentre assistiamo a questo indegno spettacolo, il mondo del lavoro cambia ad un ritmo sempre più veloce, sempre più svincolato da regole e diritti conquistati in secoli di lotte, sempre più povero e precario, con centinaia e centinaia di lavoratori e lavoratrici a cui la politica, lo Stato dovrebbe dare risposte e soluzioni che sembrano soltanto un miraggio lontano.l'israelizzazione dello Stato italiano è in corso e solleva seri interrogativi sulla tenuta delle libertà democratiche e sulla gestione del dissenso. una deriva autoritaria che non può lasciare indifferenti
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