Trattamento rifiuti speciali nell’ex Yard Belleli, “Taranto non può diventare una discarica”
da Corriere di Taranto
Gianmario Leone
Con il passare dei giorni sembra sempre più remota la possibilità che gli asset industriali del gruppo ex Ilva, oggi Acciaierie d’Italia, potranno essere acquisiti dal fondo americano Flacks Group.
Il silenzio e l’attesa infatti, così come il tempo in più che il governo ha concesso al fondo per presentare una documentazione completa e strutturata dal punto di vista finanziario (ovvero dimostrare di avere le risorse economiche per un’operazione di questo tipo ed avere alle spalle una o più strutture bancarie per sostenerla), non hanno portato i frutti sperati e attesi per venerdì 20 marzo.
Anzi. Il fondo americano Flacks avrebbe inviato una nuova lettera nella quale chiede più tempo...
Il fondo ad inizio marzo aveva ‘promesso’ di inviare un incartamento che “includerà un piano industriale revisionato, prove della regolare situazione dell’entità acquirente, una lettera di impegno di capitale e di altri elementi che dimostrano la disponibilità di asset significativi. Flacks Group sta inoltre discutendo con dei partners industriali di primaria importanza” (ovvero il gruppo siderurgico ucraino Metinvest e l’azienda italiana Danieli e ruolo di partner commerciale per il gruppo Marcegaglia, già cliente dell’ex Ilva). E che “qualora la documentazione venga ritenuta accettabile, il gruppo prevede di firmare un accordo di acquisizione vincolante entro la fine di marzo”. Ma nulla di tutto questo è sin qui avvenuto.
Nel frattempo, lunedì 23 marzo i commissari straordinari di Ilva in AS e di AdI in AS attendono la presentazione dell’offerta vincolante degli indiani di Jindal Steel International, che è tornata a mostrare interesse formale per l’ex Ilva nelle scorse settimane... E che ha presentato nella giornata di oggi sabato 21 marzo, una proposta vincolante ai commissari per l’ex Ilva secondo fonti vicine al dossier.
Nella lettera inviata ai commissari straordinari, Jindal ha chiesto di essere individuato come interlocutore unico dal 21 marzo, per portare avanti le negoziazioni con i commissari di Ilva in Amministrazione Straordinaria e Acciaierie d’Italia in Amministrazione Straordinaria... il colosso indiano ha specificato in una lettera inviata alle istituzioni e ai commissari di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria la volontà di acquisire la maggioranza del controllo degli asset di Ilva e Acciaierie d’italia, possibilmente con il governo come socio di minoranza.
Nella manifestazione di interesse, Jindal ha spiegato che entro il 2030 intende dismettere la produzione di acciaio a Taranto da ciclo integrato, investendo sulla costruzione di un forno elettrico con la capacità di 2 milioni di tonnellate. La produzione del nuovo forno elettrico sarà poi supportata dalla fornitura di 4 milioni di tonnellate all’anno di bramme prodotte in Oman, nel nuovo impianto di Jindal capace di produrre acciaio a ridotte emissioni di CO2. La proposta della società indiana non forniva però dettagli sul tema occupazionale, lasciando intendere una forte riduzione del personale attraverso la dismissione dell’area a caldo di Taranto, ipotesi però smentita dal Ministro Urso.
Il piano di Jindal non si differenzia di molto rispetto ai volumi da quello soltanto annunciato a parole da Flacks Group: entrambi puntano a circa 6 milioni di tonnellate entro il 2030. La differenza maggiore, però, riguarda la metodologia di produzione. Flacks ha sempre parlato della volontà di affiancare due altoforni a nuovi forni elettrici, mentre Jindal ha comunicato in modo chiaro la volontà di dismettere totalmente il ciclo integrato a Taranto, per rifornire il gruppo con bramme prodotte in Oman.
In totale, Jindal è pronto ad investire in Italia 1 miliardo e mezzo di euro, che andrà ad aggiungersi all’investimento di 3 miliardi di euro in corso in Oman. Ma anche in questo caso siamo al momento soltanto alle intenzioni manifestate in una semplice lettera...
Certo tanti lavoratori hanno dovuto avere a che fare con la magistratura, per colpa dei padroni soprattutto, delle leggi e normative che vanno contro la difesa delle condizioni di vita e di lavoro, o per le ingiustizie, gli abusi delle Istituzioni che si subiscono quasi ogni giorno. E spesso non si è ottenuta giustizia neanche nelle aule dei Tribunali. A Taranto noi abbiamo l’esempio più evidente di questa mancata giustizia nel processo Ilva “Ambiente svenduto”, dove è evidente che in questo sistema di classe, in cui comandano i padroni e il loro faccendieri politici, rappresentanti delle istituzioni, delle forze dell’ordine, della Chiesa, in questo sistema in cui gli omicidi dei lavoratori in fabbrica, degli abitanti nei quartieri inquinati dal capitale devono restare impuniti, in questo processo anche quando si era cominciato a vedere un pò di giustizia per le condanne inflitte dai giudici del 1° grado, subito questi giudici “dall’alto” sono stati bloccati, disarmati, il processo di 1° grado annullato e trasferito, perché non si arrivi ad una giustizia per i lavoratori e le masse popolari.
Ecco, il governo, i padroni, dicendo di votare sì, vogliono che questa situazione di ingiustizia sia rafforzata, avvenga sempre e per ogni cosa quando si tratta di diritti dei lavoratori, perché vogliono che tutta la magistratura sia al loro servizio, che non dia loro fastidio, anzi che tutti i giudici siano sotto il proprio controllo, difendano i ministri, i parlamentari corrotti e malavitosi, i padroni assassini e sfruttatori, i fascisti, i razzisti, gli stupratori, ecc. ecc.
Questo è il significato della loro campagna per il sì.
Nessun lavoratore può farsi ingannare, se vince il governo vi sarà solo per loro “giustizia”, e ancor meno giustizia per gli operai, i giovani che lottano, le donne che denunciano.
Certo, spesso sono proprio i lavoratori, che per ogni ingiustizia, grande o piccola, hanno la “fissa” di andare dall’avvocato, di andare in Tribunale per avere giustizia (e tante volte non la hanno neppure), e non vedono che anche dietro piccoli soprusi, malversazioni, attacco ai diritti più elementari c’è una sistema più grande, un sistema borghese che non si può eliminare nelle aule di un Tribunale.
E’ una guerra di classe, anche in questo referendum questa è la sostanza: da un parte i
Voterò NO perché la riforma non risolve neanche uno dei problemi reali della giustizia, non una riga di questa riforma darà sentenze più giuste e più veloci; non una riga di questa riforma risolverà tutti gli attuali squilibri del processo che invece hanno origine complessa e molteplice: il numero troppo elevato dei procedimenti, la conseguente eccessiva durata dei processi, un sistema normativo smisurato e la conseguente incertezza interpretativa di leggi e regolamenti, una carenza di personale sia dal punto di vista dei giudici che dal punto di vista dei personale degli uffici. Questa riforma, quindi, sebbene sia spacciata come una riforma che apporterà aspetti positivi alla gestione della giustizia, in realtà è una falsità, una emerita fuffa.
Piuttosto questa riforma rappresenta l'ennesimo attacco alla democrazia ed è un fatto che deve preoccupare veramente tutti, perché questa riforma vuole riscrivere l'assetto costituzionale, introduce infatti la modifica di ben sette articoli della Costituzione e la conseguenza sarà uno sbilanciamento dei poteri dello Stato in favore del potere politico. A conferma di ciò sono le dichiarazioni, incaute ma rivelatrici del vero intento, che abbiamo sentito pronunciare dalla capa di gabinetto del ministro Nordio, che ha detto chiaro e tondo in televisione che “ se vince il sì, ci togliamo di mezzo la magistratura”.
Ovviamente una frase del genere è un lapsus freudiano, che non vuol dire cancelliamo formalmente la magistratura, vuol dire ci togliamo di mezzo la funzione di controllo, di legalità che svolgono la magistratura e il potere giudiziario, quindi eliminiamo uno dei contrappesi costituzionali che rendono la nostra Costituzione realmente democratica. Questo è il vero obiettivo, ovvero smantellare il sistema delle garanzie costituzionali. E come vogliono ottenere ciò? Vogliono ottenere ciò modificando il metodo di elezione del CSM.
Il CSM è un organo di rilevanza costituzionale, è l'organo di autogoverno della magistratura ordinaria in Italia e garantisce l'autonomia e l'indipendenza degli altri poteri dello Stato. Il CSM gestisce le assunzioni, le assegnazioni, i trasferimenti, i procedimenti disciplinari dei magistrati, è presieduto dal Capo dello Stato ed è composto da membri di diritto e membri elettivi sia laici che togati. Ebbene la riforma incide sulla elezione dei membri del CSM per i quali verrà introdotto il sistema del sorteggio, in altre parole un organo di rilevanza costituzionale sarà eletto attraverso un metodo che sembra quasi banale, una tombola. Ma c’è di più, mentre i membri togati del CSM saranno sorteggiati tra tutti i giudici togati, i membri laici invece saranno sorteggiati da una lista che sarà scelta praticamente dal Parlamento ed è evidente quindi come questi membri saranno scelti volta per volta dalla maggioranza di turno e quindi avremo un CSM composto da membri laici che si sceglie il Parlamento - tant'è vero che sempre il Ministro Nordio, in un'altra delle sue incaute dichiarazioni, diceva che era incomprensibile l'atteggiamento dell'opposizione a questa riforma, quasi a voler dire che nel momento in cui sarete voi maggioranza potreste scegliere voi i membri del CSM, quindi indirettamente stava dicendo che di volta per volta saranno espressioni della maggioranza politica di turno, il che vuol dire che sarà la politica a controllare la magistratura ma nel progetto costituzionale la magistratura è un potere indipendente perché solo un giudice indipendente, libero da ogni condizionamento potrà sconfiggere corruzioni, mafia, potrà scardinare uno Stato parallelo come è stato per la P2. Appare quindi del tutto evidente qual è lo scopo reale di questa riforma, ovvero piegare la magistratura al volere politico.
Tra l'altro lo stesso Ministro Nordio ha detto che se passera la riforma lui ne ha già pronta un'altra, quella per riformare l'utilizzo dei Trojan nei telefonini contro i reati riguardanti la pubblica amministrazione, contro le “modeste mazzette” come ha detto lui.
Altri esponenti politici hanno detto anche che nel caso in cui passasse la riforma non sarebbero più possibili casi Garlasco e allora tutte queste dichiarazioni ci fanno porre una domanda: ma qual è l'obiettivo vero se passa questa riforma se non quella di consentire ai politici di avere mani libere su tutto, per esempio potrà anche stabilire con legge ordinaria che le indagini non vengano più dirette e coordinate dal pubblico ministero ma se ne occupa semplicemente la polizia. Fantascienza? Non credo proprio, viste tutte le modifiche già effettuate da questo governo verso un vero e proprio Stato di polizia, che sta cambiando l'ordine democratico di questo Stato - ed è questo il vero intento della riforma sulla giustizia.
Non è vero che riguarda la separazione delle carriere tra PM e giudice, per una riforma del genere bastava emanare una legge ordinaria con la quale si stabiliva appunto che le carriere dei PM e dei giudici siano separate, avrebbero potuto pensare anche a due concorsi diversi perché la nostra Costituzione dice che nella magistratura si accede per concorso e quindi avrebbero potuto prevedere tranquillamente due concorsi separati, ma non è questo il vero intento.
Il vero intento è cambiare la Costituzione e la Costituzione è di tutti, non si cambia a colpi di maggioranza perché il testo proposto dal governo è stato votato per quattro volte dalla sola maggioranza senza nessuna modifica, nessun confronto con le opposizioni, senza nessun vero dibattito. Non possiamo consentire ad una maggioranza di modificare una Costituzione che è frutto di un lavoro meticoloso, pignolo, estenuante, condiviso e soprattutto competente che ha portato alla stesura della nostra Costituzione.
Questa riforma è un vero e proprio pericolo per la democrazia perché vuole determinare un affievolimento delle garanzie di indipendenza del pubblico ministero e creare forme di controllo sul loro operato da parte del potere politico.
Si vuole quindi creare un pubblico ministero in sintonia con la mentalità dominante presso gli organi di polizia giudiziaria, una minore tutela quindi per il cittadino, un magistrato meno autonomo e meno indipendente.
In realtà più che risolvere i problemi della giustizia questo governo sta facendo a gara per approvare decreti sicurezza ed ogni mese approva nuovi reati sempre diretti verso le fasce sociali dei poveri, degli emarginati, dei giovani, dei militanti, nonché contro le aree del dissenso; che significa più reati, moltiplicazione dei processi, delle misure cautelari, dell'inefficienza.
Quindi la riforma rappresenta l'ennesimo attacco alla democrazia, è un fatto che ci deve preoccupare, è un fatto pericoloso, nei paesi in cui la carriera del PM è separata da quella del giudice, quasi sempre il PM stesso dipende dall'esecutivo e di certo questo non è un auspicio in termini di democrazia e terzietà ma di favore e tutela per una classe specifica e contro i semplici cittadini.
Quindi, per concludere, ci poniamo una domanda semplice: la riforma costituzionale in esame per cui siamo chiamati a decidere e a votare il 22 e il 23 marzo è idonea a risolvere i problemi della giustizia, quali la lentezza dei processi, l'efficienza dei tribunali, il sovraffollamento delle carceri?
No, l'intervento normativo non ha alcun impatto sulla risposta alla esigenza di giustizia che viene dalla gente. Quindi convintamente votiamo NO.
Votare no. Perche' lo faro'. Non c'e' dubbio che una vittoria del sì purtroppo sarebbe una vittoria del fascismo al governo, ed e' questa l'unica motivazione politica e politicizzata che do al mio voto.
Ho pensato al "voto per dispetto" come d'altronde feci al Referendum di Renzi nel dicembre 2016… Si va a votare contro uno schieramento di destra, non certo per abolire o "cambiare" schifezze e nefaste responsabilita' di esse di una giustizia borghese e di classe, nefaste e responsabilita' che sono anche dei cosiddetti "partiti d'opposizione" che sventolano il no...(pero' e' bello sventolare la bandiera - bianca- dei diritti dopo aver ammainato quella dei diritti costituzionali e stracciato, almeno dal 1945, quella rossa…).
Per la destra fascista questo quesito e' una pacchia perche' serve a trasformare il sì del referendum in un sì alle loro politiche liberticide, fasciste, antipopolari, omofobe, islamofobe, razziste, sessiste, femminicide, genocidiarie, guerrafondaie, poliziesche, lobbistiche, all'insegna della corruzione e del malaffare; serve per avere sempre piu' "mani libere" e ad ufficializzare la loro natura delinquenziale attraverso apparati ben assoggettati che la legalizzano. Un esempio è l'abolizione del reato di abuso d'ufficio che altro non e' che abusi di potere.
Vorrei pero' ridimensionare il senso dell'appuntamento referendario che mi portera' a votare no. Andro' a votare come ci andai soltanto nel 2016 contro il referendum Renzi-Pd..., ma come abbiamo constatato il progetto di alterazione costituzionale fu solo rimandato…
E siamo all'oggi: non andro' a votare per chissa' quale miraggio alternativo di una giustizia borghese e di classe. Questo Stato non rappresenta gli sfruttati, i proletari che, anzi, sono il suo cibo con cui nutrirsi
ed arricchirsi, non rappresenta le donne, i loro sacrosanti diritti, non ne garantisce ne' il pane ne' le rose, anzi li nega e li calpesta. E le leggi che lo Stato borghese emana sono a sua garanzia esistenza e sussistenza, a immagine e somiglianza della sua classe borghese e capitalista, all'insegna del profitto e della illegalita'.Questo Stato si abbatte insieme a tutto il suo ambaradan di apparati che ne sono colonne portanti. Non si cambia, non si riforma!
Ma bisogna stare coi piedi per terra. Nel contesto politico attuale. E a volte, i "passi" possono essere "calci" sferrati al potere che creano delle crepe, che scalfiscono, che sfidano l'insopportabile arroganza, la nauseabonda presunzione mafiosa, malavitosa, d'impunita', d'intoccabilita' di questo governo, d'"invincibilita”.
Un po' come la presunzione d'intoccabilita', invincibilita' ed "impenetrabilita'" del genocida Israele prima dell'ottobre del 2023 e delle azioni legittime della Resistenza.
Ecco, appunto, votero' no come atto di resistenza all'attuale governo liberticida della Meloni, alle sue malefatte di ogni ordine e grado, alle sue complicita' col genocidio in Palestina e le guerre ai popoli, con gli sterminii in atto in Iran; ai sotterfugi loschi ed alle protezioni con accompagnamento in Libia di stupratori e criminali perseguiti da mandati di cattura internazionale; per aver concesso vacanze e relax in Italia agli assassini nazisionisti dell'esercito israeliano, per aver fatto passare nei nostri cieli Netanyhau; per i morti ammazzati sul posto di lavoro, per le donne ammazzate dal loro “dio-patria-famiglia”, per il cimitero di disperati in un profondo mar Mediterraneo, per i continui ladrocinii convertiti in compravendita di armi ed armamenti, convertiti in spedizioni di morte alla tavola dei suoi compari di merende di carne umana di donne e bambini, per le violenze continue perpetrate dalla sua classe, dalle sue lobby di potere economico e quindi politico, nazionale ed internazionale; votero' no per i suoi apparati militari sempre piu' armati e sempre piu' impuniti, sempre piu' autorizzati alla violenza e allo stato di assedio del territorio da decreti e “pacchetti sicurezza” per reprimere meglio e di piu'.
Votero' no per il corpo violato ed immolato al sacrificio delle donne, stuprato non solo da un uomo, ma dallo Stato, prima per pregiudizio e adesso per legge!
Votero' no a "lor signori" giullari di corti altrui, americane, israeliane, che per loro conto condannano ed imprigionano partigiani palestinesi nelle carceri italiane.
No ai loro travestimenti e doppiafaccia, ipocriti servi e cantori del potere delle armi e delle guerre, signori dal fare parolaio e acchiappavoti e consensi che li fa da coltre per offuscare quel che sono stati (fascisti di Salo' e del ventennio) e quel che realmente sono.
Votero' no cosciente che il no sara' e dev'essere altrove, dove e' la lotta e lo scontro di classe che potra' incidere realmente e rovesciare i tavoli imbanditi delle loro feste e banchetti... - ed il nostro non sara' un pranzo di gala.…
Votero' no anche perche' questa campagna referendaria del governo dimostra la sua presunzione di impunita' anche nell'imbrogliare "l'elettorato" con la sicurezza di raccoglierne il consenso per finalita' occulte e non dichiarate, e una delle finalita' e' liberarsi del potere giudiziario, quel potere giudiziario che talora, a volte, "incastra" anche i potenti.
Voto no consapevole e convinta che dalla sua affermazione non passa la vita ed il destino della classe proletaria. La vita ed il destino, dal qui ad una prospettiva prossima o futura nel tempo deve cambiare e cambiera' soltanto con la lotta contro la classe dominante borghese che si fa Stato. Consapevole e cosciente di additare e riconoscere nel dominio della borghesia il reale nemico comune e combatterlo in ogni forma o formula esso appaia e si manifesti, con la lotta sempre piu' conflittuale e "capace". Capace anche nel senso di mettergli realmente paura.
Ex Ilva, Slai Cobas chiede ispettori fissi: “Non bastano tavoli e promesse"

Una manifestazione dei lavoratori di Ilva - archivio
TARANTO - Una richiesta precisa e urgente dopo gli ultimi episodi legati alla sicurezza sul lavoro all’interno dell’ex Ilva. Lo Slai Cobas per il sindacato di classe torna a denunciare le condizioni negli impianti e rilancia la proposta di una presenza stabile degli organi ispettivi all’interno dello stabilimento.
Nel comunicato, il sindacato ricorda di aver già avviato iniziative istituzionali subito dopo la morte di Claudio Salamida, collegandole anche al precedente caso di Loris Costantino. “Abbiamo inviato una richiesta di intervento al Procuratore della Repubblica, all’Ispettorato del Lavoro, alla Asl Spesal, all’Inail e al Prefetto di Taranto perché sia posta all’interno dell’ex Ilva una postazione fissa degli organi ispettivi”, si legge nella nota.
Parallelamente è stata avanzata anche la richiesta di un confronto diretto con il pubblico ministero Buccoliero, che segue il procedimento legato al decesso di Salamida.
Al centro della posizione dello Slai Cobas vi è la necessità di un controllo continuo sugli impianti. “Una postazione permanente degli organi di controllo sarebbe una azione concreta che può funzionare sia da deterrenza sia da controllo preventivo”, sostiene il sindacato, indicando anche il ruolo di riferimento immediato per lavoratori e delegati in caso di segnalazioni e richieste di intervento.
Secondo quanto evidenziato, la proposta sarebbe stata avanzata già in passato, senza però trovare accoglimento. Nel frattempo, si è svolto un incontro tra i commissari di Acciaierie, una delegazione del Ministero del Lavoro, l’Inail e le organizzazioni sindacali metalmeccaniche, con un nuovo appuntamento fissato per il 24 marzo a Taranto.
Dalle prime indicazioni emerse, tuttavia, lo Slai Cobas esprime perplessità sulle soluzioni prospettate. “Si è parlato dell’imminente attivazione dei gruppi di analisi sulla sicurezza per mappare le condizioni degli impianti e individuare interventi migliorativi”, ma per il sindacato questo approccio non sarebbe sufficiente.
Nel mirino anche altre misure discusse durante il confronto. “È stato previsto un percorso formativo dedicato agli appaltatori e ai referenti aziendali", ma si tratta di cose già dette in passato che non hanno portato a interventi concreti”, si sottolinea.
Ulteriori dubbi riguardano la proposta di istituire gruppi di lavoro per l’analisi dei contratti dell’indotto. Secondo lo Slai Cobas, non servirebbero nuovi tavoli ma decisioni operative. “Non c’è bisogno di costituire gruppi di lavoro, si devono trasformare i contratti multiservizi in contratti metalmeccanici e stabilizzare i rapporti di lavoro”, afferma il sindacato.
Nel documento vengono richiamate anche alcune posizioni espresse dalle altre sigle sindacali. In particolare la Fiom, che ha evidenziato la necessità di interventi immediati. “Servono risorse vere e interventi immediati per la sicurezza”, ha dichiarato Brigati, sottolineando la presenza di oltre 60 chilometri di nastri trasportatori su cui operano i lavoratori e la necessità di verifiche strutturali su camminamenti e condizioni operative.
Sempre sul fronte sicurezza, viene indicata la necessità di un piano aggiornato per la gestione dell’amianto e di controlli congiunti sugli impianti. “L’incontro apre un ragionamento, ma ora bisogna vedere come si tradurrà in atti concreti”, è stato evidenziato.
Nonostante questi elementi, lo Slai Cobas ribadisce che senza una presenza stabile degli organi di controllo all’interno dello stabilimento il rischio è di rimanere nel campo delle dichiarazioni. “Se non si va in questa direzione, i fatti concreti restano affidati a commissari e governo come già accaduto in passato, senza passare dalle parole agli interventi reali”, conclude il sindacato.
Sono operaio dell’ex Ilva di Taranto dello Slai cobas e dico che votare per il NO è un dovere a cui non possiamo sottrarci. Recarci alle urne non è un qualcosa che facciamo a cuor leggero. Più volte abbiamo sostenuto la pratica dell'astensionismo attivo, riteniamo infatti che nel contesto attuale di avanzamento a vele spiegate della marcia imperialista non ci sia alcun partito dell'arco parlamentare che possa rappresentare le istanze dei lavoratori e delle masse proletarie, nemmeno quelli che ad una prima occhiata sembrano più vicini alle esigenze del popolo come può esserlo un partito come AVS; come può infatti rappresentarci se immediatamente dopo gli arresti di palestinesi in Italia ha preso le distanze dal sostegno alla solidarietà verso il popolo palestinese, e come può rappresentarci se dopo gli avvenimenti del 31 gennaio scorso a Torino ha immediatamente condannato la sacrosanta rivolta dei giovani, esprimendo solidarietà alle infami e violente forze di polizia che si sono dimostrate ad oggi un cumulo di menzogne proprio riguardo a quegli stessi avvenimenti.
Riteniamo che astenersi alle elezioni sia necessario oggi per poter edificare un senso di rabbia e di rivolta verso le classi dominanti, i padroni responsabili delle nostre condizioni di vita sempre più, difficili, miserabili. È fondamentale incanalare questa idiosincrasia verso il potere precostituito nelle lotte e manifestazioni di piazza. Ma c'è un ma. Ci sono casi in cui l'astensione non è sempre la pratica migliore da mettere in atto, bensì è necessario votare e l'occasione per dimostrarlo sta spesso nei referendum, come dimostra il prossimo che si terrà il 22-23 marzo.
Questo referendum sulla riforma della giustizia sarà importante per l'assetto che questo paese prenderà. Il progetto del dominio incontrastato delle classi dominanti, tanto sognato dalla P2, potrebbe avverarsi nel caso di vittoria del Sì. I membri di questo governo e della maggioranza parlamentare si stanno spendendo a più non posso per la campagna sul Sì.
Ma quale interesse possono avere questi signori nella riforma della giustizia se tra di loro si nascondono come dei ratti nelle fogne almeno 50 tra indagati e condannati? È ovvio che sottomettere la magistratura alla volontà dell'esecutivo sia una priorità di chi vuole imporre il proprio dominio senza alcun contraddittorio. Niente contraddittorio che il fascistissimo ministro Valditara ha imposto nelle scuole se nei dibattiti scolastici si parla di ciò che è un tabù, come lo è ad esempio la questione palestinese. Il ministro della giustizia, Nordio, lo ha anch’egli dichiarato apertamente.
Se vincesse il sì, anche chi oggi è all'opposizione potrebbe trarne vantaggio nel caso si trovasse a governare. Cosa che in realtà difficilmente la casta attuale che detiene il potere lascerebbe fare, visto che un altro grande loro progetto ed il prossimo passo da effettuare è il presidenzialismo tanto sbandierato sin dall'inizio del loro insediamento. A queste oscene dichiarazioni, dette con la consueta nonchalance, fanno seguito quelle agghiaccianti della sua capo di gabinetto Bartolozzi in cui afferma che, votando sì, potranno finalmente togliersi di mezzo la magistratura che rappresenta per loro un vero e proprio “plotone di esecuzione”.
Rendere la magistratura completamente dipendente dalla politica è il fine ultimo di questa riforma, far sì che il modello Ungheria di Orban diventi il modello da seguire. E quali sono le armi di distrazione di massa utilizzate dalla Premier per portare consensi? Qual è la storia a cui fa appiglio attraverso i suoi sporchi mezzi di propaganda? Cade proprio a fagiolo la vicenda dei novelli Tarzan e Jane, mediaticamente conosciuti come la famiglia nel bosco. Qui ne facciamo accenno non perché presi dalla volontà di dire la nostra sull'argomento del gossip del momento, ma perché è proprio questo avvenimento la discriminante che questa imbonitrice usa per venderci le ragioni della riforma.
Questa miserabile ciarlatana fa leva sulla pancia dei più impressionabili colpevolizzando a più riprese la magistratura responsabile, a suo dire, di aver strappato i figli alla coppia, criminalizzando l'applicazione di una legge che il suo stesso governo presentò come il “decreto Caivano”. In realtà, stando alla suddetta legge, ci sarebbe addirittura l'arresto sino a due anni per i genitori responsabili di non garantire l’istruzione ai propri figli, dunque si potrebbe dire che il giudice sia stato addirittura sin troppo poco rigoroso. Ma ora le piace parlare di magistratura ideologizzata, ma che come dimostra questo, ma anche innumerevoli altri, di ideologizzato non ha nulla.
Un governo che ha fatto esso stesso dell'ideologia la propria bandiera, che applica le leggi sulla base della convenienza - basti vedere il rimpatrio con un volo di Stato per il torturatore libico ricercato internazionale Almasri, oppure l'aver concesso al genocida Netanyahu il sorvolo dello spazio aereo italiano, oppure che dire della bambola gonfiabile Santanche?
Ma non di sola ideologia vive la Meloni ma anche di balle, come, a titolo d'esempio, quando ha dichiarato che i componenti del CSM saranno estranei alle influenze politiche perché “estratti a sorte”, cosa che è tutto un programma se i magistrati dovranno essere sorteggiati piuttosto che eletti per le loro competenze (peccato però che ha volutamente dimenticato di dire che comunque i membri laici saranno estratti a sorte da un elenco selezionato dal Parlamento); oppure quando ha fatto riferimento agli errori giudiziari che, senza questa riforma, continueranno ad esserci – ma sulla base di quale criterio afferma che gli errori saranno eliminati lo sa soltanto lei.
Ho quasi concluso, ma prima di farlo vorrei rivolgermi ai miei compagni di lavoro, esortandoli a non lasciarsi ingannare dalle menzogne che vengono propugnate quotidianamente e sistematicamente da questi reggenti ed andare a votare convintamente per il NO. I fatti ad oggi hanno dimostrato come non ci sia stata una sola proposta a favore dei lavoratori da parte di questi luridi parassiti e la riforma così com'è stata scritta non farà altro che peggiorare anche la nostra situazione. Apparentemente avrebbe poca attinenza col mondo del lavoro, in realtà colpirà anche noi.
Più volte in passato lavoratori ingiustamente licenziati sono stati reintegrati dopo una sentenza, così invece si vuole dare completa libertà di agire ai padroni. Che cosa ne sarà allora dei tanti omicidi sui posti di lavoro che quotidianamente vengono perpetrati in questo Paese?
Lo ricordiamo, lui che è morto per il lavoro, che ha sempre lottato contro le condizioni di lavoro che attaccano la salute e la vita, mantenendo viva la sua battaglia contro una condizione lavorativa inaccettabile.
Questa lotta deve continuare, e chiamiamo i suoi compagni e compagne di lavoro a non accettare di lavorare così.
All'ex Pasquinelli i lavoratori/lavoratrici sono costretti a maneggiare direttamente rifiuti di ogni tipo, che passano su un nastro scoperto, respirando polveri ed esalazioni nocive.
Tra i materiali presenti sul nastro di lavorazione vi è di tutto e di più: rifiuti ospedalieri, pannoloni, siringhe, sacche di sangue, carcasse di animali, resti di macelleria, vetri rotti, frammenti contenenti amianto e sostanze velenose.
La presenza di questi rifiuti su nastro scoperto, porta poi ad una presenza di topi e di una moltitudine di scarafaggi; scarafaggi che non solo vanno sulle mani dei lavoratori, ma sui loro corpi, anche nei capelli, e a volte i lavoratori li portano nella propria macchina o addirittura nella propria casa, dove chiaramente ci sono familiari, anche bambini piccoli.
I rifiuti spesso sono vecchi di vari giorni, umidi, per cui i lavoratori si trovano a doverli selezionare quando sono macerati, e le esalazioni tossiche vengono inalati dai lavoratori.
Buona parte dei lavoratori manifestano problemi seri di salute, lamentano malesseri diffusi, dolori articolari alle braccia, spalle, alle gambe, tenendo conto che stanno 8 ore in piedi a fare sempre gli stessi movimenti.
La tutela della salute e della vita dei lavoratori non può e non deve essere sacrificata!
Lo Slai cobas per il sindacato di classe, subito dopo la morte/assassinio di Claudio Salamida, e riproponendo la denuncia alla morte di Loris Costantino, ha inviato una richiesta di intervento al Procuratore della Repubblica, all'Ispettorato del Lavoro, all'Asl/Spesal, all'Inail, al Prefetto di Taranto, perchè sia posta all'interno dell'ex Ilva una postazione fissa degli organi ispettivi.
Stiamo anche chiedendo un incontro diretto con il PM Buccoliero (PM principale del processo "Ambiente svenduto di 1° grado) che segue il processo per la morte di Claudio Salamida.
Una postazione permanente degli organi di controllo, di Ispettorato del lavoro, Spesal, Inail, Arpal, sarebbe una azione concreta che può funzionare sia da deterrenza, controllo permanente e preventivo, sia da immediato riferimento per lavoratori e delegati sindacali per denunce e richieste di interventi immediati, che possono portare a fermi immediati di impianti e attività lavorative pericose
Questa proposta è da tempo che lo Slai cobas la porta avanti, ma trovando un ostacolo proprio dai sindacati confederali e Usb.
Oggi che succede. Vi è stato un incontro tra i Commissari Acciaierie-ex Ilva, una delegazione del ministero del Lavoro e Inail e le organizzazioni sindacali metalmeccaniche.E il prossimo appuntamento è per il 24 marzo a Taranto.
Quello che ne è uscito ancora non sembra voler andare effettivamente verso passi avanti concreti sulla questione della sicurezza.
"Si è parlato dell’"imminente attivazione dei Gruppi di Analisi sulla sicurezza, cioè presidi permanenti di confronto tra funzioni aziendali e rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, per effettuare una mappatura delle condizioni impiantistiche e individuazione di interventi migliorativi”.
Quindi, no "presidi permanenti di ispettori" che, insieme a delegati e Rls vanno sugli impianti, e impongono attività di manutenzioni, ma solo "mappatura e individuazione di interventi"
"È stato anche previsto un percorso formativo dedicato agli appaltatori e ai referenti aziendali”.
Ma siamo a cose già dette in passato che non sono servite certo a interventi per la sicurezza.
"è stata inoltre prevista la costituzione di un gruppo di lavoro composto dai rappresentanti delle parti presenti, cui sarà affidato l’approfondimento delle tipologie di contratti collettivi applicati dalle imprese dell’indotto e dei relativi effetti sul sistema delle tutele dei lavoratori".
Ma su questo non c'è bisogno di "costituire un gruppo di lavoro", si devono trasformare i contratti multiservizi in contratti metalmeccanici.- come erano prima - con all'interno la clausola sociale contrattata aziendalmente ; così come si devono subito trasformare i contratti a termine in contratti a tempo indeterminato.
Anche le dichiarazioni dei sindacati in fabbrica, in generale non sono chiare, sembra che siamo alle solite dichiarazioni/denunce post morte sul lavoro.
La Fiom dice in questa occasione qualcosa in più: “Servono risorse vere e interventi immediati per la sicurezza”. OK, ma poi anche la Fiom parla di costituire"gruppi di lavoro e comitati di stabilimento area per area... Finalmente ci è stato assicurato un focus specifico su questo tema, che riguarda sicurezza, sorveglianza sanitaria, adempimenti relativi alla formazione"
“Servono verifiche strutturali e interventi sugli impianti”, ha detto Brigati. “Ci sono oltre 60 chilometri di nastri trasportatori su cui i lavoratori effettuano ispezioni e manutenzioni. Abbiamo chiesto verifiche e interventi strutturali sui camminamenti, sulle altezze e sul piano di calpestio. L’azienda ha preso un impegno, e alcune ispezioni sono già iniziati, ma serve un piano organico e strutturale”.
Altro punto sollevato riguarda il monitoraggio e la rimozione dell’amianto: “Serve un piano chiaro, aggiornato e condiviso con i rappresentanti della sicurezza”.
Brigati ha inoltre ribadito la richiesta di ispezioni congiunte, anche con lo Spesal, per verificare sul campo le condizioni degli impianti. "L’incontro apre un ragionamento, ma ora bisogna vedere come si tradurrà in atti concreti».
Ma queste proposte della Fiom sono un passo verso la presenza permanente in fabbrica della postazione ispettiva degli organi di controllo, o no? Perchè se non va in questa direzione i fatti concreti sono poi affidati ai Commissari, al governo ecc. come è già successo in passato, e non si passa mai dalle parole, dalle promesse agli interventi concreti.
Questa decisione del Ceds sembra importante e stiamo vedendo di utilizzarla per rimettere in discussione non solo il divieto e sanzione conseguente per lo sciopero delle donne del 2020 durante il covid (ricordiamo che anche su questo divieto vi fu una presa di posizione contro la decisione della Commissione Garanzia Sciopero proprio di Giovanni Orlandini, uno degli estensori del ricorso al Ceds), ma anche contro il divieto e sanzione sempre allo Slai cobas sc di un precedente nostro sciopero delle donne del 2018, per cui la CGS imponeva - in nome della cosiddetta "franchigia" e di una estensione eccessiva dei "servizi pubblici essenziali" - l'esonero di alcuni settori e quindi di tener fuori dallo sciopero tutte le lavoratrici di questi settori.
“In Italia è eccessivamente limitato il diritto di sciopero”; questa è la sonora bocciatura arriva dal Comitato europeo dei diritti sociali (Ceds), con una decisione appena pubblicata. Secondo l’organismo internazionale, infatti, le nostre norme sono troppo restrittive, riducono in modo esagerato il diritto di scioperare per i lavoratori dei servizi pubblici. Questo rappresenta un bel guaio per il governo Meloni, che ora dovrà adeguarsi al provvedimento arrivato dopo un ricorso presentato nel 2022 dall‘Unione sindacale di base (Usb), curato dal giuslavorista Giovanni Orlandini e dagli avvocati Danilo Conte e Marco Tufo. L’obiettivo dichiarato del centrodestra, in questi anni, era semmai ridurre ancora di più il diritto di sciopero con regole ancora più aspre.
Il Ceds è il comitato che vigila sul rispetto della Carta sociale europea da parte degli Stati membri del Consiglio d’Europa - da non confondere con l’Unione europea; anche l’Italia ne fa parte, quindi è tenuta a rispettare le norme della Carta. La nostra legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali, la 146 del 1990, viola invece diversi diritti riconosciuti dal documento.
Innanzitutto, la nostra legge contiene una nozione troppo estensiva di servizi pubblici essenziali. Questo significa che un numero molto ampio di lavoratori può essere sottoposto alle limitazioni. Quindi il Comitato dice che bisogna invece ricomprendere solo le prestazioni che siano davvero connesse a interessi generali. Per esempio i trasporti: non sempre garantiscono servizi essenziali.
Altro punto bocciato dal Comitato riguarda una norma che contraddistingue la legge italiana: l’obbligo di annunciare la durata dello sciopero, tra l’altro con largo anticipo. Secondo il Ceds, questo dovere imposto ai sindacati riduce l’efficacia della mobilitazione, perché dà tempo e modo alla controparte di organizzarsi per minimizzare il disagio. In Italia gli scioperi durano massimo un giorno, ma spesso sono solo per otto ore o addirittura solo quattro. In questo modo, la controparte non subisce alcuna pressione.
Infine, l’altro rilievo mosso dal comitato riguarda l’eccesso di periodi in cui è vietato proclamare scioperi, le cosiddette franchigie. In Italia li abbiamo a ridosso di vacanze, feste religiose, grandi eventi. E ancora, il nostro ordinamento prevede il cosiddetto obbligo di “rarefazione”, cioè ogni sciopero deve essere proclamato a una certa distanza temporale dall’altro, per evitare di concentrarne troppi nello stesso periodo. Come detto, questi lacci e laccioli limitano il diritto di sciopero in settori che non sempre sono davvero riconducibili a servizi essenziali.
Il Comitato, va ricordato, ha una composizione moderata, le sue ultime decisioni hanno spesso deluso i sindacati. Solo una componente su quattordici ha una tendenza favorevole ai lavoratori, ma in generale non si tratta di un organo “militante”. Il destino beffardo ha voluto che questa pronuncia arrivasse proprio durante il governo Meloni, esecutivo che in questi anni aveva manifestato la volontà di dare un’ulteriore stretta al diritto di sciopero. Tra l’altro, la Commissione di garanzia per lo sciopero nei servizi pubblici essenziali (Cgsse), di nomina politica, ha già da tempo assunto un orientamento estremamente restrittivo, quindi ha già di fatto contratto il diritto di mobilitazione sindacale. Basti ricordare i provvedimenti sugli scioperi generali contro il governo di Cgil e Uil, i numerosi richiami nei confronti dei sindacati di base, e anche il blocco dello sciopero a favore di Gaza e della Flotilla.
Non vogliamo, non dobbiamo lasciar passare le 2 morti/assassinii di Claudio Salamida e di Loris Costantino avvenute nel giro di poco meno di due mesi, uno in Acciaieria e l'altro dell'appalto, ma tutte e due con le medesime modalità e le stesse responsabilità: impianti in cui da troppo tempo non c'è manutenzione, non ci sono controlli, si può dire che "cadono a pezzi", e... si muore, vite giovani sono distrutte e le loro famiglie con loro.
I funerali sia di Claudio che di Loris hanno visto tantissima gente, tanti operai, compagni di lavoro di ogni giorno, lavoratori che dicono: "poteva toccare a me"; "Se si deve lavorare così, è meglio che si chiude tutto".
In questi funerali c'è stata tanta commozione, tanta tristezza. Ma anche tanto, troppo silenzio! Un silenzio a fronte di una situazione che sembra quasi inevitabile, e tanta sfiducia, rassegnazione, paura.
Operai, Non può essere così! Troppo silenzio, quando bisogna gridare forte: ASSASSINI! Quando bisogna dire: Basta! Mai più! Operai, Loris non è stato onorato, accompagnato nemmeno con una bandiera del sindacato in cui stava, da uno striscione che salutasse la sua giovane vita (solo i familiari hanno messo uno striscione), ma la sua organizzazione sindacale, i suoi compagni di lavoro, niente... Occhi rossi, ma rabbia, dignità, ribellione, NO!
Non si può veder morire e il giorno dopo tornare in fabbrica e lavorare come prima, senza sapere se può toccare a te.
Troppi operai ormai dicono la stessa cosa: se ci ribelliamo, se diciamo No, ci spostano di reparto, ci mettono in cassa integrazione, ci licenziano. E il fatto più negativo è che questo lo dicono anche i delegati quando loro dovrebbero dire altro.
Ma, primo: questo non è proprio così. In Ilva è già successo: quando c'è stata una lotta seria verso situazioni di insicurezza, allora i delegati non solo hanno bloccato i lavori, ma a fronte del tentativo dell'azienda di licenziare gli operai, hanno bloccato - CON LA LOTTA - quei licenziamenti (chi si ricorda, stiamo parlando del fermo del convertitore); non è vero che se si lotta, se si dice No è inevitabile che azienda e capi riescano a reprimere; certo, lo possono fare, ma se lo possono fare è perchè non c'è reazione, non c'è lotta, non c'è mobilitazione degli operai dopo i fatti.
Ma voi operai dite: e chi si muove? Non c'è unità! E' vero. Ma quando deve cambiare questa situazione? Chi ha più coscienza, chi denuncia, non basta proprio che fotografi una situazione in fabbrica, certamente molto negativa e difficile, ma deve cominciare a dire altro ai suoi compagni di lavoro! Un RSL, un delegato che prima ha contribuito a creare questa situazione, che non fa quello che deve fare, va cacciato. Non è vero che in fabbrica non c'è chi vorrebbe fare altro, a furia di dire che non si può fare niente, questo si amplifica, diventa quasi un pensiero totale. Ma in questa fabbrica, è già successo, basterebbe una "scintilla", per "incendiare la prateria". Proviamo...
Non possiamo lasciare, come è successo per Loris, che sia solo il parroco a dire: questa morte non doveva succedere, non deve succedere! Non possiamo lasciare sole le mogli a dire: te lo prometto, avremo giustizia! O a denunciare le pesanti condizioni di lavoro, che gli operai amano il proprio lavoro, ma non ce la fanno a lavorare così, a denunciare che gli operai hanno paura a dire NO!
Un padrone, dei capi, un governo non devono poter fare tutto quello che vogliono! Gli operai sono una grande forza, possono esserlo, ma devono alzare la testa! devono liberarsi delle scimmie addosso, dei sindacalisti che invece di dire ribellatevi, si voltano in fabbrica dall'altra parte e fanno ennesimi inutili incontri, che non cambiano niente
Voi operai dovete pretendere che vi sia una postazione fissa ispettiva in fabbrica. Dovete pretendere i controlli, di non andare da soli in alcune lavorazioni, ecc. ecc. Voi lo sapete meglio di tutti cosa serve.
ALLORA, COMINCIAMO A PRATICARE UN'ALTRA STRADA, PER CLAUDIO, PER LORIS, PERCHE' NON CI SIA UN PROSSIMO.
NOI DELLO SLAI COBAS SAREMO FINO IN FONDO CON VOI, A SOSTENERVI!
Margherita Calderazzi - Slai cobas sc
Innanzitutto il gruppo ex Ilva dove in questi giorni è passato di tutto e di più.
Prima di tutto vi sono stati i due operai morti sul lavoro a breve distanza e in circostanze simili che hanno messo in luce che assassino non è la fabbrica ma chi la gestisce. I commissari dell'ex Ilva avevano come uno dei compiti fondamentali in questa fase quello appunto di assicurarne la messa in sicurezza, di assicurarne la manutenzione, di assicurare la salute e la sicurezza dei lavoratori in un periodo di cassa integrazione, di scarso lavoro e di bassa produzione e di difficile attesa di un esito futuro. Ebbene, su questo commissari hanno totalmente fallito perché le due morti sono avvenute proprio per mancanza di manutenzione, per mancanza di controllo della manutenzione: e per questo sono morti prima un operaio diretto dell'Acciaieria e un mese e mezzo dopo un operaio dell'appalto, la Geopower.
Purtroppo su questo la risposta sindacale è stata fiacca e la risposta dei lavoratori è stata di sconcerto, preoccupazione e attesa e ricerca di una soluzione. Atteggiamenti che non hanno certo favorito né una ripresa effettiva della lotta dei lavoratori né di porre come centrale che nessun operaio debba più morire in questa fabbrica.
Analogamente, la soluzione di questa fabbrica anche sul terreno dell’inquinamento sul territorio ancora appare lontana e quindi anche fuori dalla fabbrica si continua a morire di tumore, come continuano le malattie professionali, ecc.
Il governo come risponde a tutto questo? Innanzitutto facendo molta fatica ad accogliere la richiesta più elementare che hanno portato avanti i sindacati: vogliamo che il tavolo si trasferisca a Palazzo Chigi e che la Meloni si impegni in prima persona. Neanche questo è stato raccolto, nonostante noi non abbiamo nessuna fiducia che con il tavolo a Palazzo Chigi e Meloni presente ci possano essere soluzioni diverse da quelle che stanno portando, annaspando, i suoi ministri fedeli, Urso, Calderone e molto spesso il sottosegretario Mantovano.
Quindi il governo non è stato in grado di rispondere ad alcuna delle richieste dei sindacati, invece non ha esitato ad usare le inchieste della magistratura, assolutamente necessarie e legittime all'interno come all'esterno della fabbrica, per attaccare la magistratura, per cercare di scaricare sui magistrati impegnati nei processi sull'inquinamento e sulle morti sul lavoro, la gravissima situazione in fabbrica.
L'azione del governo è fallimentare sul piano della risposta ai bisogni degli operai e dei lavoratori di Acciaieria e dell’appalto, ed è invece pienamente al servizio dei padroni, in questo caso padroni multinazionali, Fondi finanziari, padroni italiani che non vogliono avere la rogna dell'Ilva ma solo gli eventuali profitti post, scaricando la colpa di quello che succede in fabbrica non al capitale, alla sua gestione assassina in questi anni attraverso Riva, ArcelorMittal e ora i commissari e attraverso i diversi governi che si sono succeduti che su questo hanno fatto uguale e in certi casi peggio dell'attuale governo, ma appunto sui magistrati.
Ora l'ultima trovata è quella dei commissari, che cercano allora volta di salvarsi il culo, di pretendere dal Fondo Flacks un piano immediato, addirittura in giornata, di soluzione dei problemi. Un chiaro bluff che serve solo a far vedere che fanno qualcosa.
Contemporaneamente vi sono i salti della quaglia di Urso che con un viaggio in India ha ritirato in campo Jindal. Jindal era interessato all'inizio poi ha preferito spostarsi sulla Thyssen Group anch’essa in crisi, che ha risposto a questo sollecito, ma indicando tagli di 6 mila operai.
Il Fondo Flacks vuole la fabbrica a zero euro, con la promessa di 5 miliardi di investimenti, e dell'occupazione per 8.500 lavoratori e una produzione annua di acciaio di 6 milioni di tonnellate; ma sul piano sia delle capacità produttive, sia soprattutto della sostenibilità finanziaria, la situazione rasenta il ridicolo, se non fosse seria. Flacks parla di "società", ma poi a domanda precisa dice che questa "società" è formata da lui e da sua moglie... Per non parlare del suo stretto legame con Trump e con la peggiore destra sionista di Israele (con il rischio che l'unico acciaio che vorrebbe produrre è per le armi, per la guerra).
Ma anche Jindal non andrebbe affatto bene. Come scrive la stampa: "Vuole un’Ilva senza area a caldo, solo forni elettrici da alimentare con il preridotto che Jindal già produce in Oman dove ha anche un’acciaieria. Nel dettaglio, quindi, tre forni elettrici al posto degli altiforni a carbon coke, un impianto di preridotto e un’acciaieria. L'impianto di preriduzione verrebbe alimentato con il gas attualmente disponibile senza bisogno di ricorrere ad un rigassificatore o ad una nave rigassificatrice. Ma insieme a questi aspetti che si presentano meno inquinanti, il piano Jindal porterebbe ad un'Ilva dimezzata, con ripercussioni sull’occupazione che passerebbe da 10 mila a 4 mila. Quanto agli aspetti economici - si dice - sembra difficile che Jindal possa riconfermare l’offerta precedente di circa 600 milioni di euro (120 più la valorizzazione del magazzino a circa 500 milioni) sia perché Flacks ha offerto un euro sia perché la situazione dell’ex Ilva nel frattempo si è ulteriormente complicata tra mancato dissequestro dell’Altoforno 1 e sentenza del Tribunale di Milano sull’Aia del 2025".
I partiti sia del governo che dell'opposizione, sia locali che nazionali, a volte alzano la voce, emettono dichiarazioni nei giorni in cui succedono i fatti gravi, però Urso quando li ha incontrati in parlamento lo ha fatto in un'aula deserta, dimostrando che il Parlamento non è certo la sede dove si discutono i problemi dei lavoratori. Questo già lo sapevamo, ma è importante che lo sappiano gli operai quando dicono: “la politica, la politica deve risolvere”, senza distinguere i partiti uno dall'altro, senza distinguere le classi sociali e gli strati che rappresentano.
Uno specialista in questi discorsi sulla “politica” è l'USB, che ogni volta dice “è la politica che deve risolvere le questioni!”. Quindi, non la lotta di classe, non la lotta di operai contro il governo e i padroni, ma genericamente la politica. E questo discorso della “politica” porta continuamente alle riunioni con i parlamentari, alle sollecitazioni ai parlamentari, alle istituzioni locali... E i risultati sono zero virgola zero, mentre nella fabbrica si è ripreso a morire, nell'appalto si continua a essere precarizzati con il dilagare dei contratti multiservizi e contratti a termine.
C'è solo una voce contro questa inaccettabile situazione, la voce dello Slai Cobas per il sindacato di classe, che certo non ha attualmente la forza materiale per rovesciare il Tavolo, ma la battaglia dello Slai Cobas è la battaglia di riferimento, dovrebbe essere di riferimento non solo per gli operai e i lavoratori a Taranto, ma per l'intero movimento operaio su scala nazionale che deve assumere la questione Ilva come questione nazionale.
Tanti hanno ricordato la Panda, sempre in prima fila nelle lotte, "Dove c'era la Panda c'era una lotta" hanno detto. Anche nel quartiere era conosciuta e la sua fine è dispiaciuta a tutti.
Alcuni suoi ricordi:
1) mi sembra giusto segnalare alcune cose che vanno ricordate della Panda. Perché mi pare giusto sottolineare che quella macchina ha fatto una vita che la maggior parte degli esseri umani se la sognano. Anzi, che persino una buona parte di chi si dichiara militante se la sogna. Quella Panda ha vissuto più intensamente di molti esseri umani. E soprattutto meglio.
Ovviamente non possiamo non citare la miriade di cortei che hanno visto sfilare la Panda. Quella macchina ha sfilato per la Palestina, per i disoccupati, per l’India, per l’Ilva, per le lavoratrici, contro la guerra e per tutte le battaglie più importanti che caratterizzano la nostra epoca.
Ha visitato una buona parte del Paese per le motivazioni più disparate, sia legate alle questioni politiche, sia per viaggi di piacere.
La Panda negli anni è stata protagonista di diversi blocchi sul ponte girevole, di presidi sotto il Comune, di cortei, ecc. Ha prestato i suoi vetri e i suoi sportelli per attaccare i manifesti. Erano delle vere e proprie bacheche politiche di serie, dove affiggere le locandine con il nastro adesivo di carta. Oltre a usare la sua batteria per collegare le trombe.
La Panda non si parcheggiava: presidiava. Non sostava: occupava.
Tra i momenti mitici, la Panda si piantò contro il portone del Comune per bloccare l’uscita, impedendo fisicamente che la porta potesse aprirsi e che i consiglieri o gli assessori potessero uscire.
Inoltre, nel processo di Riva contro la mamma, la prima a essere identificata è stata lei. Infatti, il guardiano testimonierà che per prima cosa riconosce una “macchina ben nota”. Dovrebbe essere entrata negli atti del processo. E credo che presumibilmente sia entrata negli atti anche in altri processi (disoccupati, Fiat di Melfi, ecc...).
Anche per questo la Panda è stata vittima di diverse azioni repressive: le multe (alcune politiche, altre meno), i sequestri, le sanzioni, il giorno in cui "hanno arrestato la Panda", e mille altri. Insomma, in molti frangenti la Panda ha subito una vera e propria persecuzione repressiva. Una macchina che quelli della Digos conoscevano bene.
Forse anche per ragioni politiche, la Panda è stata vittima di una serie di aggressioni notturne contro il suo specchietto. Invece, sicuramente non per ragioni politiche, la Panda è stata vittima anche di furtarelli per rubare l’orologetto incollato con la colla dalla mamma.
E ovviamente non era nota solo alla repressione: quando è uscito il video su Facebook “indignato” dalla scritta fatta sotto al cavalcavia dall’MFPR, molti commenti riconoscevano non gli autori della scritta, bensì: “quella è la Panda dei Cobas”.
La Panda è stata anche rubata per una notte e si è schiantata ai Tamburi, concedendosi una notte alla Vallanzasca.
Ci sarebbero molte altre cose da ricordare, meno epiche ma altrettanto caratteristiche:
Quando,
prima di avere il sedile nuovo, la Panda andava in giro con il sedile
rattoppato da un vistoso scotch verde; il paraurti con il filo di
ferro;
quella volta che è stata tamponata da chi voleva fare il
finto incidente;
il giorno che ha deciso di fermarsi una notte a
Massafra;
In generale una macchina che faceva “tremare” la
controparte, i vigili, la digos.
La Panda è entrata anche nel calendario dello Slai cobas.
Alla fine è riuscita ad andarsene senza essere mai bocciata a una revisione.
2) Non avrei mai pensato di commuovermi per un oggetto che è andato distrutto. Ora la Panda ritroverà lassù, nei Pascoli verdi delle automobili, la sua sorella maggiore, la Fiat 126. Insieme racconteranno l'una all'altra le loro vite di militanza, resilienza e avventura. E ricorderanno con affetto e simpatia i due padroni che hanno fatto vivere loro esperienze impensabili per qualsiasi utilitaria e momenti che solo le carrozze a cavallo del passato avrebbero potuto raccontare. Non fiori ma olio
3) Assoluta unicità della panda. Io ricordo bene sia il primo che l'ultimo viaggio con lei e anche altri episodi ma emozionanti e divertenti. Aggiungo solo che anche la sua fine è stata oggettivamente spettacolare, difficilmente Margherita l'avrebbe lasciata andare in maniera naturale.
Que viva la panda!