lunedì 30 marzo 2026

"Ilva di Taranto La resa dei conti" - Dataroom di Milena Gabanelli - Info - Dopo commenteremo

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https://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/ilva-di-taranto-in-vendita-offerte-inaccettabili-perche-ci-conviene-nazionalizzarla/98bfdd70-f9df-4e50-be78-05cab2b3fxlk.shtml

 
Ilva di Taranto in vendita, offerte inaccettabili: 
perché ci conviene nazionalizzarla
di Michelangelo Borrillo, Milena Gabanelli e Mario Gerevini

L’arcivescovo di Taranto, Ciro Miniero, lo ha detto senza filtri: dopo tanti sacrifici e nessun risultato tenere aperta quella che fu la più grande acciaieria d’Europa non conviene più. E a Taranto ne sono certi in tanti. Allo stato attuale, l’ex Ilva ogni giorno apre i battenti per perdere non meno di un milione, e nelle stime più ottimistiche, la perdita mensile si aggira sui 40 milioni di euro; in quelle più pessimistiche, evidenziate dal presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, nell’audizione al Senato dello scorso dicembre, oscilla tra gli 80 e i 100 milioni al mese. Una situazione che va avanti dal 2012, quando si è chiusa l’era della famiglia Riva con il primo sequestro preventivo dello stabilimento di Taranto disposto dal Gip per gravi violazioni ambientali. Da allora lo Stato si è fatto carico di costi ingentissimi. La prima amministrazione straordinaria risale a gennaio 2015 e dura fino al 2017, quando l’ex Ilva viene assegnata ad ArcelorMittal; dal 2021 al 2024 lo Stato ha poi cogestito l’acciaieria attraverso la partecipazione minoritaria (38%) di Invitalia al fianco di ArcelorMittal in quella che è diventata, dopo l’ingresso del socio pubblico, Acciaierie d’Italia; nel marzo 2024, con l’addio di Arcelor arriva l’amministrazione anche per Adi. Adesso sia Ilva che Acciaierie d’Italia – quindi sia la società proprietaria degli impianti che quella che li gestisce - sono commissariate dallo Stato. Quanto denaro pubblico è stato speso in questi 14 anni?

I costi per lo Stato  

Il costo per i contribuenti italiani arriva dalle risposte date dalla sottosegretaria al ministero delle Imprese Fausta Bergamotto all'interpellanza del 24 gennaio 2025. I finanziamenti statali erogati durante la prima amministrazione straordinaria ammontano a circa 600 milioni, a cui vanno aggiunte le «risorse statali utilizzate per l'ingresso di Invitalia nel capitale sociale della società AM InvestCo Italy, con un aumento di capitale sottoscritto e versato, nell’aprile 2021, pari a 400 milioni - da quando ArcelorMittal ha cambiato la denominazione sociale in Acciaierie d’Italia - e, ancora, per il finanziamento soci disposto da Invitalia ad Adi nel 2023 per 680 milioni». Poi c’è il finanziamento ponte disposto a favore di Adi nel 2024 per 320 milioni di euro, quindi lo stanziamento deliberato dal Consiglio dei ministri il 23 gennaio 2025 di ulteriori 250 milioni ad Acciaierie d'Italia per garantire la continuità produttiva. Da quella interpellanza si sono poi aggiunti altri 200 milioni concessi a luglio 2025 con il decreto legge 92, e i 149 milioni approvati a gennaio scorso per consentire la prosecuzione dell’attività nel caso in cui la cessione aziendale a terzi non fosse avvenuta entro il 30 gennaio 2026. E così è stato. Totale: 2,6 miliardi di euro di pura liquidità.

Cassa integrazione, commissari e prestiti
Ma sono soldi pubblici anche quelli utilizzati per la cassa integrazione: Assonime li stima in 750 milioni, ai quali aggiungerne altri 250 fra finanziamento Sace e contributo a fondo perduto per la tutela dell’indotto del 2024. Poi ci sono i circa 10 milioni di euro di compensi per i commissari che si sono alternati in Ilva e Adi, nonché i costi delle consulenze, che solo per gli incarichi stipulati tra marzo e maggio del 2024 da AdI in amministrazione straordinaria, ammontano a 3,5 milioni di euro. Da ultimo i 390 milioni autorizzati dalla Commissione europea a febbraio 2026, ai sensi delle norme Ue sugli aiuti di Stato, per un prestito cosiddetto di salvataggio. A patto, però, che venga firmato il contratto di vendita, poiché le nuove risorse serviranno a garantire la continuità operativa fino al trasferimento delle attività al nuovo operatore, nonché a coprire il pagamento di fornitori e salari. Alla fine, quindi, mantenere in vita l’Ilva è costato all’incirca 4 miliardi di euro.
 
Cosa è successo con ArcelorMittal
È più o meno la stessa somma messa sul tavolo nel 2017 dalla cordata Am Investco, capeggiata dal più grande produttore di acciaio mondiale ArcelorMittal: il colosso franco-indiano si aggiudicò la prima gara per la cessione dell’ex Ilva con una offerta da 1,8 miliardi, impegnandosi a investirne 2,4 miliardi su un periodo di sette anni, di cui 1,1 in risanamento ambientale. E in effetti con la copertura dei parchi minerari, all’Ilva di Taranto fu realizzata la più grande opera di tutela della salute dei cittadini nell’adiacente quartiere Tamburi. L’era di ArcelorMittal però dura fino al 3 novembre del 2019, quando viene annullata la cosiddetta immunità penale sul pregresso, voluta nel 2015 dall’allora ministro dello sviluppo Carlo Calenda. Il decreto esonerava i commissari e il futuro acquirente dalle richieste di risarcimento danni dovute all’inquinamento preesistente, a condizione di implementare le bonifiche. Ma quando a Calenda subentra Luigi Di Maio questo «scudo» viene cancellato, e a quel punto ArcelorMittal recede dal contratto. In realtà il colosso franco-indiano resta fino al 2024, con una convivenza mai proficua con il socio pubblico (Invitalia) che nel frattempo era subentrato nella Newco Acciaierie d’Italia.
 
Le occasioni perdute
Sono gli anni post Covid e il mercato dell’acciaio vola, ma l’ex Ilva non riesce a cavalcarli. Poi la Russia invade l'Ucraina e i costi dell'energia schizzano mettendo alle strette il settore siderurgico. In questo contesto lo scontro tra il socio pubblico e i franco-indiani si inasprisce: a febbraio 2024 Arcelor se ne va e ritorna un nuovo commissariamento. Si finisce presto in tribunale. Da una parte i commissari Giovanni Fiori, Giancarlo Quaranta e Davide Tabarelli avviano un’azione di responsabilità con una richiesta di risarcimento danni da 7 miliardi di euro perché, secondo loro, ArcelorMittal sarebbe stata gestita da «una governance parallela» che ha nascosto il dissesto; dall’altra gli indiani respingono ogni addebito, accusando a loro volta il governo italiano di aver eliminato lo scudo penale determinando così il recesso di ArcelorMittal per le mutate condizioni.
 
Le trattative che saltano
Ora lo Stato ha fretta di liberarsi dell’eredità della vecchia Italsider che, come abbiamo visto, oltre a perdere più di un milione al giorno, porta in pancia anche debiti per oltre 10 miliardi di euro secondo l’analisi del Sole24ore. Nel marzo 2025, gli azeri di Baku Steel erano a un passo dall’ex Ilva, ma dopo aver superato la concorrenza degli indiani di Jindal, fanno marcia indietro in seguito all’incendio dell’Altoforno 1, il conseguente sequestro disposto dalla Procura di Taranto, e il no del territorio alla nave rigassificatrice che avrebbe voluto nel porto di Taranto. A settembre 2025 irrompe sulla scena il Gruppo Flacks con altri 9 potenziali acquirenti che presentano offerte e poi via via si ritirano o si squagliano. In campo, selezionato dai commissari straordinari, resta solo lui, Michael Flacks, cittadino inglese residente a Miami, dove ha il centro dei suoi affari. Ma quali affari? Ha la caratura per essere interlocutore di un governo?
 
Chi è Michael Flacks
Flacks Group non è un fondo americano con grandi capitali da investire, non gestisce grandi aziende industriali. Gli azionisti sono lui, Michael Aubrey Flacks, 58 anni, e la moglie, Deborah Rhonda Flacks, 63. Il loro family office ha proprietà immobiliari rilevanti, acquista aziende medio piccole da risanare, nessuna esperienza nella gestione di grandi gruppi e tantomeno della complessità dell’ex Ilva. Tuttavia riesce a convincere i commissari. Se si entra nel portafoglio di Flacks Group, si vede che nel 2022 acquistò una storica azienda americana di vernici (Kelly Moore Paints) da 400 milioni di fatturato e 1.200 dipendenti. Ebbene, l’azienda ha chiuso per sempre dopo poco più di un anno. Sul sito di Flacks Group il progetto Kelly-Moore Paints è sotto il titolo «I nostri recenti successi». Flacks Group non fornisce bilanci: nulla su ricavi, utili, perdite, debiti, dipendenti ecc. Ripieghiamo sulla «Flacks Group Brochure», il documento ufficiale che fotografa le attività. La versione dello scorso agosto indicava in oltre 4 miliardi di dollari il valore degli asset gestiti e 500 milioni la quota che Flacks è disposto a investire di tasca propria. Al 31 dicembre 2025 i 4 miliardi di asset diventano 5. Qualche giorno dopo, con il negoziato sull’ex Ilva caldissimo, il patrimonio lievita miracolosamente a 7 miliardi, ma non risultano nuove acquisizioni, investimenti o plusvalenze miliardarie. Però se ti siedi a un tavolo con un governo dichiarare 7 miliardi di asset invece di 4 fa più effetto. L’offerta di acquisizione è di zero euro, con la promessa di 5 miliardi di investimenti. Nell’ultimo incontro a Palazzo Chigi dello scorso 5 marzo il commissario Fiori: «Stiamo analizzando con estrema attenzione il piano presentato da Flacks. Riteniamo doveroso approfondire le garanzie sui fondi necessari per il proseguimento degli investimenti, che riguardano cifre molto rilevanti». E le prime risposte date dal fondo americano – che dal punto di vista industriale vorrebbe coinvolgere gli ucraini di Metinvest e Danieli - non avrebbero soddisfatto. Del resto l’atterraggio in Italia dell’ufo Flacks sembra avere i contorni dell’azzardo: un finanziere-immobiliarista con poche finanze che fiuta i business dello spezzatino industriale e della speculazione immobiliare. 
 
Il ritorno di Jindal
Lo scorso 11 marzo, poi, è arrivata la manifestazione d’interesse del gruppo indiano Jindal Steel di Naveen Jindal — fratello di Sajjan Jindal di Jsw group che ha investito a Piombino (rinnovando da poco la cassa integrazione per 1.300 lavoratori. Lo schema delineato da Jindal prevedrebbe dal 2030 un solo forno elettrico, da 2 milioni di tonnellate di acciaio, mentre 4 milioni di tonnellate di semilavorati arriveranno dagli impianti di Jindal in Oman. In sostanza il piano degli indiani prevede un’Ilva dimezzata, con conseguenti ripercussioni sull’occupazione: i posti di lavoro passerebbero da 10 mila a 4 mila. Del resto, anche il ritorno d’interesse per Taranto discende dal complicarsi della trattativa per Thyssenkrupp, arenatasi dopo la richiesta di Jindal di ulteriori riduzioni dei costi con il taglio tra i 2 mila e i 3 mila posti di lavoro. Quanto agli aspetti economici, sembra difficile che Jindal possa riconfermare l’offerta dello scorso anno di circa 600 milioni di euro (ricordiamo che Flacks ha offerto un euro); mentre per quel che riguarda gli investimenti, ai 5 miliardi promessi da Flacks, gli indiani rispondono con 1,5 miliardi. La scelta dei commissari, con due offerte al ribasso, non sarà facile. Per i sindacati è invece facilissima: né gli uni, né gli altri, ma il ritorno dello Stato.
 
Il countdown di 5 mesi
Nelle scorse settimane è poi arrivato un altro provvedimento che ha complicato ancor più la vendita: il Tribunale di Milano si è espresso sul ricorso presentato tempo fa da 11 cittadini di Taranto per ragioni ambientali e sanitarie e ha disposto che l’ex Ilva dovrà sospendere l’attività produttiva dell’area a caldo dal 24 agosto se non adeguerà l’Autorizzazione integrata ambientale. Dunque la chiusura dell’Ilva non è mai stata così vicina. E costerà anche più di quanto già non sia stato speso dai contribuenti per tenerla aperta dal 2012 ad oggi, considerando i circa 10 mila lavoratori da mantenere in cassa integrazione a vita e il costo delle bonifiche di almeno 4-5 miliardi di euro. 
E se alla fine – in mancanza di un acquirente ideale che non c’è - la soluzione fosse proprio il ritorno alle origini con la nazionalizzazione? Forse non hanno torto i sindacati quando chiedono di destinare i soldi pubblici alla tutela del lavoro e della salute con l’adeguamento degli impianti, per tornare a produrre in casa quell’acciaio di cui tanto abbiamo bisogno. Certo, il governo dovrebbe assumersi la responsabilità di fare il proprio mestiere elaborando un vero piano industriale e garantire quella continuità di gestione che è mancata in questi 14 anni. 

30 mar 2026 

venerdì 27 marzo 2026

Ex Ilva: Flacks c’è, Jindal alla finestra - info

 Ex Ilva: Flacks c’è, Jindal alla finestra
 
Lo stato dell'arte sulla procedura di vendita degli asset industriali del gruppo siderurgico
Corriere di Taranto
Gianmario Leone

Come da sempre accade nella vicenda Ilva, il caos regna sovrano. Anche lì dove invece dovrebbe regnar chiarezza e trasparenza assoluta.

E’ il caso, ad esempio, di quale dovrà e potrà eventualmente essere il futuro produttivo degli asset industriali del gruppo siderurgico. Su cui quasi ogni giorno escono indiscrezioni di ogni genere su quotidiani nazionali e locali, che non fanno altro che contribuire e confondere le acque in una situazione che di per sé è già profondamente complessa e ingarbugliata.

Confusione che viene anche alimentata da una comunicazione, da parte delle fonti primarie, come il governo, i ministeri coinvolti e i commissari straordinari, che spesso non è e non può essere delle più chiare e approfondite vista la delicatezza e la riservatezza che un dossier del genere necessita.

Ciò detto, proviamo brevemente a chiarire i termini della questione. Allo stato attuale, esiste solo la trattativa esclusiva con Flacks Group, come del resto comunicato lo scorso 30 dicembre dagli stessi commissari straordinari di Ilva in AS (gli attuali proprietari degli impianti) e di Acciaierie d’Italia in AS (gli attuali gestori degli stessi), dopo aver ottenuto il via libera da parte dei rispettivi comitati di sorveglianza ad avviare i negoziati con il fondo americano. La cui offerta venne preferita rispetto a quella presentata dall’altro fondo americano Bedrock industries.

Dallo scorso gennaio quindi, è stata avviata una trattativa che nelle intenzioni del governo dovrebbre concludersi entro il mese di aprile con la vendita definitiva. Eventualità che al momento però resta più sulla carta che nella realtà.

Questo perché, in particolar modo nelle ultime settimane, diverse ombre hanno iniziato ad aleggiare sul fondo americano e sulla consistenza reale del suo interesse per acquisire gli asset industriali del gruppo siderurgico italiano. A maggior ragione dopo che, per ben due volte, Flacks Group ha mancato le scadenze temporali indicate dai commissari straordinari (il 12 e il 20 marzo) per presentare una documentazione completa e strutturata dal punto di vista finanziario: ovvero chiarire quanto capitale di rischio proprio è intenzionato ad investire per un’operazione di questo tipo e quali garanzie bancarie ha alle spalle per sostenerla.

Anche perché parliamo di un fondo che ha un interesse economico evidente nel portare a termine un investimento finanziario, dal quale dovrà inevitabilmente guadagnare ben più di quanto investito.

La risposta è attesa per questi giorni o al massimo entro le prossime due settimane. E dal governo sono certi che il fondo americano risponderà. Cosa, al momento, è difficilmente ipotizzabile e prevedibile.

Soltanto qualora dovesse decadere la trattativa con Flacks Group, potrà essere avviata una nuova trattativa esclusiva con altri soggetti interessati. In prima fila, come ampiamente risaputo, ci sono gli indiani di Jindal Steel International, che sono tornati ad interessarsi del gruppo ex Ilva dopo aver effettuato l’accesso alla data room di Ilva in AS e AdI in AS lo scorso anno per poi defilarsi, come accaduto anche per il gruppo azero Baku Steel. A riportare in auge il gruppo indiano, il rallentamento delle trattative per l’acquisizione del gruppo tedesco Thyssenkrupp Steel Europe su cui la società aveva puntato i suoi obiettivi. Un cambio in corsa repentino, tanto da portare il gruppo indiano a presentare ai Commissari una proposta vincolante per l’acquisizione degli asset siderurgici lo scorso weekend.

Anche in questo caso, è bene chiarire e sottolineare che il gruppo indiano ha un interesse preciso: l’assoluta necessità di acquisire un impianto di produzione di acciaio in Europa, per non restare tagliato fuori dal mercato europeo dopo l’entrata in vigore del CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism, in italiano Meccanismo di Regolamento del Carbonio alle Frontiere), il regolamento dell’Unione Europea che definisce un meccanismo di tassazione del carbonio associato a determinati beni importati da paesi extra-UE. Tra cui appunto l’acciaio. Una necessità impellente anche per attutire e dare un senso all’investimento da oltre 3 miliardi di dollari per realizzare un impianto siderurgico in Oman, che a regime arriverà a produrre 5 milioni tonnellate annue di acciaio attraverso forni elettrici.

In questo articolo, a differenza dei precedenti, abbiamo volutamente omesso la parte relativa alle cifre che Flacks Group e Jindal Steel International hanno ipotizzato di investire nell’operazione Ilva. Così come abbiamo evitato ipotesi su quanto, come e sino a quando utilizzare gli altiforni per poi passare ad una produzione di acciaio attraverso i forni elettrici (con le eventuali ricadute ambientali e sanitarie su cui oramai i fari sono costantemente accesi). Sino a quando non ci saranno proposte e documenti ufficiali, è inutile continuare a riportare cifre e promesse, viste le troppe variabili ancora oggi in essere, a cominciare dalla possibilità di una partizione minoritaria dello Stato italiano nella futura nuova compagine societaria (ipotesi sulla quale il governo ha spesso mostrato profonde riserve). Senza dimenticare la strettoia più importante dalla quale passare, ovvero un accordo occupazione con i sindacati che ad oggi appare più una chimera che il resto (e le eventuali importanti ricadute sul mondo dell’indotto, dell’appalto e dell’autotrasporto).

Vedremo se nei prossimi giorni o nelle prossime settimane almeno su questo fronte ci sarà maggiore chiarezza.


TARANTO – Entra nel vivo il confronto sul destino dell’ex Ilva, con i commissari delle amministrazioni straordinarie di Ilva e Acciaierie d’Italia che hanno ripreso l’analisi delle 2 proposte di acquisizione presentate dal fondo americano Flacks Group e dal gruppo indiano Jindal Steel International.

Dopo mesi di attesa e con l’ingresso recente di Jindal nella procedura, il dossier è entrato nella fase decisiva. I commissari, affiancati dal team legale, hanno cominciato ieri ad esaminare nel dettaglio i piani industriali per definire le prossime mosse e il percorso di confronto con i due potenziali acquirenti.

Al centro della valutazione non c’è soltanto la sorte dello stabilimento di Taranto, ma l’intero assetto della politica industriale italiana, che continua a dipendere in maniera strategica dalla produzione siderurgica nazionale.

Le due offerte si distinguono in modo netto per impostazione industriale, volumi produttivi, livelli occupazionali e impegni finanziari.

Il progetto presentato da Jindal Steel International prevede una fase transitoria fino al 2030, durante la quale resterebbero attivi 2 altiforni su 3, con una produzione stimata in 4 milioni di tonnellate di acciaio. Attualmente, tuttavia, risulta operativo soltanto l’altoforno 2.

A partire dal 2030, il piano indiano punta allo spegnimento degli altiforni e alla transizione verso un sistema basato su un unico forno elettrico da 2 milioni di tonnellate. La produzione complessiva autorizzata dall’Aia, pari a 6 milioni di tonnellate, verrebbe comunque garantita grazie all’integrazione con gli impianti che Jindal intende sviluppare in Oman, dove sono previsti 2 forni elettrici e 2 impianti Dri per la produzione di preridotto.

In questo schema, una parte significativa della produzione arriverebbe dall’estero sotto forma di semilavorati, destinati a essere lavorati negli impianti italiani a valle, tra cui Taranto, Genova, Novi Ligure e Racconigi, con particolare riferimento ai laminatoi e agli impianti di finitura.

Il nodo più delicato del piano Jindal riguarda l’impatto occupazionale. L’attuale forza lavoro, pari a 9.702 addetti, di cui 7.920 a Taranto, potrebbe ridursi a circa 4.000-4.500 unità. Una prospettiva che si inserisce in un contesto già segnato dalla cassa integrazione straordinaria, che coinvolge oltre 3.000 lavoratori nel sito ionico e diverse centinaia negli altri stabilimenti.

Di segno opposto l’impostazione del fondo americano Flacks Group, che punta a mantenere una produzione a Taranto pari a 6 milioni di tonnellate interamente realizzate nello stabilimento, con un impatto occupazionale stimato in circa 8.500 lavoratori diretti.

Anche sul fronte degli investimenti le differenze sono evidenti. Il piano Flacks prevede un impegno finanziario di 5 miliardi di euro, contro gli 1,5 miliardi indicati da Jindal. Due approcci che riflettono visioni industriali profondamente diverse: da un lato un modello centrato sul rilancio produttivo interno, dall’altro una strategia integrata su scala internazionale.

Resta tuttavia aperta una questione cruciale sul fronte americano. I commissari avevano richiesto entro la scorsa settimana ulteriori chiarimenti sull’offerta Flacks, in particolare sulla struttura finanziaria e sulle modalità di copertura degli investimenti. Il fondo non ha fornito le integrazioni nei tempi previsti, spiegando di aver ricevuto richieste particolarmente stringenti e sottolineando l’esistenza di un negoziato già in fase avanzata, chiedendo al contempo un confronto diretto.

La scelta finale si presenta dunque complessa e carica di implicazioni. Da un lato la sostenibilità economica e industriale, dall’altro la tutela dell’occupazione e il mantenimento di una produzione strategica sul territorio nazionale.

In gioco non c’è soltanto il futuro di Taranto, ma la capacità dell’Italia di mantenere una filiera siderurgica autonoma, elemento ritenuto essenziale per settori chiave come manifattura, infrastrutture ed energia. Una decisione che segnerà non solo il destino dell’ex Ilva, ma anche l’indirizzo della politica industriale del Paese nei prossimi anni.

mercoledì 25 marzo 2026

Acciaierie d’Italia in A.S. e organizzazioni sindacali attivano i gruppi di analisi sulla sicurezza nell'ex Ilva di Taranto

Un fatto concreto rispetto ad incontri su incontri... Ma ancora non è quello che serve.

Manca la postazione fissa in Ilva di un nucleo ispettivo, che interviene, prescrive e controlla gli adempimenti, che raccoglie le denunce e segnalazioni di operai, che non sia condizionato dall'azienda.

Questo condizionamento, invece c'è inevitabilmente nei "gruppi di analisi sulla sicurezza", attivati da azienda e OO.SS. 

Il lavoro comune non deve essere tra OO.SS. e azienda, ma tra delegati/Rsu e operai e nucleo ispettivo.

Quindi, è la postazione ispettiva che bisogna chiedere e realizzare.

Slai cobas Taranto  

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Info - Acciaierie d’Italia in A.S. e organizzazioni sindacali attivano i gruppi di analisi sulla sicurezza nell'ex Ilva di Taranto. A riferirlo è l'azienda in una nota a margine del confronto di oggi, 24 marzo. 

I gruppi - si apprende - “avranno la funzione di effettuare una mappatura delle condizioni impiantistiche e di concorrere all’individuazione di interventi migliorativi. per rafforzare ulteriormente il presidio dei temi della prevenzione e della sicurezza”.

“Presso lo stabilimento di Taranto di Acciaierie d’Italia in Amministrazione Straordinaria - si legge - si è svolto oggi l’incontro tra il management aziendale e le Organizzazioni sindacali, in attuazione di quanto condiviso nella precedente riunione del 12 marzo”.

“La riunione, svoltasi in un clima di dialogo costruttivo tra le parti, ha consentito l’attivazione dei Gruppi di Analisi sulla sicurezza. I Gruppi, presidi permanenti di confronto tra funzioni aziendali e rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza (RLS) e RSU, avranno la funzione di effettuare una mappatura delle condizioni impiantistiche e di concorrere all’individuazione di interventi migliorativi per rafforzare ulteriormente il presidio dei temi della prevenzione e della sicurezza”.

“A tal fine, è stato condiviso il calendario di attività dei Gruppi di Analisi sulla sicurezza, che saranno sviluppate per ogni singola area impiantistica e produttiva a decorrere dal prossimo 8 aprile 2026”.

“L’incontro odierno conferma la piena e continuativa collaborazione tra Istituzioni, Azienda e Organizzazioni sindacali sui temi della sicurezza sul lavoro”.

Contro Flacks o Jindal - contro il governo Meloni/Urso una linea chiara che va sostenuta nella fabbrica, rafforzando ORA lo slai cobas

La vittoria del NO incoraggia e spinge alla lotta per la caduta del governo Meloni - leggi e fai circolare ovunque - ORE 12 Controinformazione rossoperaia

Serve costruire una vera opposizione proletaria, studentesca e popolare antifascista anticapitalista e antimperialista

Da ORE12 Controinformazione rossoperaia del 24.03.26

La vittoria del No al Referendum è una vittoria di tutti coloro che hanno visto bene nel Referendum l'idea dominante del governo di mettere le mani sulla magistratura e di bloccare le inchieste che hanno riguardato le leggi e l'azione del governo e dei governanti; e il disegno di Meloni di fare di questo un anello plebiscitario che riaprisse la strada alla riforma costituzionale sulle elezioni e sul premierato, tasselli importanti per trasformare dall'alto lo Stato già reazionario in uno Stato-regime, in una dittatura aperta di stampo autoritario e moderno fascista. 

Contro questa idea del Referendum la maggioranza di coloro che sono andati a votare ha detto No e quindi il risultato del Referendum rappresenta una battuta d'arresto della marcia reazionaria del governo e la valutazione non può che essere positiva perché a battuta d'arresto segue l'incoraggiamento a continuare la lotta contro il governo su tutti i piani, compreso quello democratico ed elettorale.

Il No ha vinto nonostante il sostanziale e forte controllo dell'apparato televisivo, dei mass media, che hanno condotto una spudorata campagna contro i magistrati, usando gli argomenti peggiori, e Meloni è stata in prima fila su questo e ha mobilitato i suoi ministri e soprattutto il suo livello di controllo sui mezzi di comunicazione.

Ma questo non è servito perché ha spinto tutti coloro che non potevano riconoscersi nella demagogia reazionaria e hanno riconosciuto invece le stimmate della marcia fascista e reazionaria.

L'attacco alla Costituzione nel nostro paese risulta ancora difficile per le forze reazionarie e la borghesia che vi è dietro di essa, la sua frazione più reazionaria, quella rappresentata dal capitalismo parassitario, quella rappresentata dal capitalismo speculativo e finanziario, quella rappresentata dal capitalismo industriale più legato al neoliberismo selvaggio sui posti di lavoro, dal capitalismo fondato sulla corruzione di Stato, sull'utilizzo dello Stato a fini di profitto privato. Il No è stato un voto contro tutto questo e ne va valorizzata l'importanza.

Chiaramente il No è stato contro anche gli altri aspetti della politica delle governo Meloni, prima di tutto la guerra e il legame con Trump, in secondo luogo il sostegno al genocidio del popolo palestinese e il sostegno al riarmo imperialista, il sostegno alle leggi più spudoratamente da Stato di Polizia. E’ chiaro che questo voto è un No anche a tutto questo, in questo senso incoraggia l'opposizione e la lotta su tutti i terreni.

Perché il No ha vinto? Perché innanzitutto sul piano del voto sono tornati a votare una fetta massiccia, giovanile, proletaria, popolare, di astensionisti, di coloro che non hanno avuto alcuna fiducia nella sinistra di opposizione o di falsa opposizione rappresentata dal PD e dei Cinque Stelle, colpevoli di non aver fatto quando sono stati al governo le cose che denunciano del governo Meloni e le cose che dicono di voler fare quando ora sono all'opposizione, colpevoli di aver aperto la strada alla vittoria della coalizione di centro destra e della Meloni stessa, colpevoli di non avere coerenza nella guerra. Il PD appoggia la guerra per interposta persona in Ucraina, sul fronte del riarmo oppone argomentazioni deboli che non mettono in discussione la politica guerrafondaia imperialista della borghesia italiana e del suo governo di riferimento; il PD è quanto mai incerto nei confronti dei decreti sicurezza, dei decreti contro l'immigrazione che il governo Meloni ha portato fino all'estreme conseguenze, benchè sono dentro le riforme avvenute e le trasformazioni reazionarie e la marcia verso lo Stato di Polizia avviate già durante i governi che hanno preceduto quello di Meloni. Tutta questa massa si è astenuta alle elezioni politiche, non ha dato nessun supporto a PD e 5 Stelle, all'opposizione parlamentare. I 5 Stelle hanno governato con Salvini, con Draghi, con lo stesso PD e non sono certo l'immagine di purezza e di difesa degli interessi popolari che dicono di essere.

Questa massa di settori proletari e popolari, di giovani, una volta tornata a votare ha votato in massa, in centinaia di migliaia, probabilmente di milioni. Questa parte che è scesa in campo per il No, per dire No al governo, sia per la natura della partita in gioco sul fronte della giustizia, sia per dire No all'insieme della politica del governo, è stata la marea che ha permesso la vittoria del No. Senza il ritorno dell'astensionismo di sinistra, proletario popolare e giovanile non si poteva vincere questo referendum.

Quindi il vero protagonista e vincitore di questa contesa sul fronte del referendum è il ritorno al voto dell'astensionismo di sinistra e delle forze politiche di massa, piccole o grandi che siano, che in tutti questi mesi hanno combattuto contro la guerra e in solidarietà alla Palestina, contro i decreti di sicurezza, lo Stato di polizia. Questo è il fatto nuovo: non la polarizzazione tra Schlein e Meloni, ma la polarizzazione tra il governo e il fronte d'opposizione reale, e la sua ala più consistente, più significativa, rappresentata dalle forze proletarie, rivoluzionarie, antimperialiste, solidali con la Palestina, dal sindacalismo di base di classe.

Proprio per questo non c'è nessun automatismo tra la vittoria del referendum e la vittoria che già pregusta la cosiddetta sinistra di Palazzo, del PD e dei Cinque Stelle, come anticipo della possibile vittoria elettorale in occasione delle elezioni politiche. Non c'è nessun automatismo, perchè, per la loro base di classe, per il loro legame con la borghesia imperialista in questo paese, e con le varie frazioni della media e della piccola borghesia, il PD e i Cinque Stelle non cambieranno certo la loro politica. Questo nel PD appare chiaro se si pensa che è una significativa, minoranza di esso, è passata già armi e bagagli col governo ed è nel PD e continua a essere parte di questo partito, una parte che ha votato sì alla guerra, si al Riarmo, che ha presentato una legge reazionaria in nome dell'antisemitismo per reprimere il movimento per la Palestina e che è pronta in ogni occasione a schierarsi con le ragioni del governo e, innanzitutto, dei padroni e della classe dominante. Questa ala è nel PD. 

In realtà chi ha votato No ha detto sì a un'altra opposizione, a un'opposizione radicale, frontale al governo e alla borghesia italiana, europea e innanzitutto all'imperialismo e al sionismo che stanno pilotando l'economia mondiale in direzione dell'economia di guerra e della guerra imperialista mondiale, contro i proletari e i popoli di tutti i paesi.

Noi dobbiamo lavorare perché il fronte di opposizione reale resti autonomo da PD e 5S, dall'arco parlamentare. E proprio perché esso sostiene che è stata la lotta della grande manifestazione sulla Palestina, l'opposizione ai decreti di sicurezza, uno dei fattori positivi che ha influenzato il No al referendum, si tratta di continuare su questo fronte per trasformare sempre di più l'opposizione manifestata al referendum in un'opposizione strutturata e organizzata sul piano politico e sindacale che vuole una effettiva alternativa politica. Questa alternativa richiede un Partito del proletariato e delle masse popolari, richiede un Fronte che non può essere che un Fronte anticapitalista, antimperialista, antifascista, che accetti la sfida, come in diverse occasioni è stato fatto, dei decreti di sicurezza, dello Stato di Polizia, e non accetti gli attacchi al diritto di sciopero, alle libertà e le campagne di criminalizzazione di stampo fascista e razzista.

Dobbiamo continuare su questa strada attraverso lo sviluppo della lotta, dell'organizzazione e dell'autonomia politica dalle forze del Parlamento e dello Stato borghese che chiaramente non faranno passi indietro.

Il governo Meloni difenderà tutto il suo "cerchio magico" e tutta la natura del suo governo e del suo programma, non farà alcun passo indietro ma cercherà di aggirare gli ostacoli intensificando questa politica e la demagogia verso le masse popolari. Quindi non pensiamo affatto che il governo entrerà in crisi; anzi, il fatto che questo referendum rappresenta per tutte le forze reazionarie, per la borghesia che vi è dietro, un allarme sul piano del consenso sociale e quindi della stessa pace sociale, farà sì che le forze della reazione si stringeranno ancora più tra di loro per cercare di imporre il loro programma e arrivare alle elezioni in un clima che permetta a loro di rimanere al governo.

Il No incoraggia la lotta, il No però indica anche il tipo di opposizione che è necessaria, che è fondata sui No: alla riforma reazionaria della giustizia, alla guerra, ai legami con Trump e Netanyahu, No alla politica economica che scarica la crisi sui lavoratori, No al potere crescente dei ricchi e dei borghesi ai danni dei proletari e delle masse, No alle fabbriche dello sfruttamento e delle morti sul lavoro, No ai ministri del malaffare, della malavita e della corruzione, dell'impunità, No allo Stato di polizia.

lunedì 23 marzo 2026

Non esiste proprio! Slai cobas

Trattamento rifiuti speciali nell’ex Yard Belleli, “Taranto non può diventare una discarica”

 

domenica 22 marzo 2026

Info - Un "gioco dell'oca" infinito - Info

da Corriere di Taranto
Gianmario Leone

Con il passare dei giorni sembra sempre più remota la possibilità che gli asset industriali del gruppo ex Ilva, oggi Acciaierie d’Italia, potranno essere acquisiti dal fondo americano Flacks Group.

Il silenzio e l’attesa infatti, così come il tempo in più che il governo ha concesso al fondo per presentare una documentazione completa e strutturata dal punto di vista finanziario (ovvero dimostrare di avere le risorse economiche per un’operazione di questo tipo ed avere alle spalle una o più strutture bancarie per sostenerla), non hanno portato i frutti sperati e attesi per venerdì 20 marzo.

Anzi. Il fondo americano Flacks avrebbe inviato una nuova lettera nella quale chiede più tempo...

Il fondo ad inizio marzo aveva ‘promesso’ di inviare un incartamento che “includerà un piano industriale revisionato, prove della regolare situazione dell’entità acquirente, una lettera di impegno di capitale e di altri elementi che dimostrano la disponibilità di asset significativi. Flacks Group sta inoltre discutendo con dei partners industriali di primaria importanza” (ovvero il gruppo siderurgico ucraino Metinvest e l’azienda italiana Danieli e ruolo di partner commerciale per il gruppo Marcegaglia, già cliente dell’ex Ilva). E che “qualora la documentazione venga ritenuta accettabile, il gruppo prevede di firmare un accordo di acquisizione vincolante entro la fine di marzo”. Ma nulla di tutto questo è sin qui avvenuto.

Nel frattempo, lunedì 23 marzo i commissari straordinari di Ilva in AS e di AdI in AS attendono la presentazione dell’offerta vincolante degli indiani di Jindal Steel International, che è tornata a mostrare interesse formale per l’ex Ilva nelle scorse settimane... E che ha presentato nella giornata di oggi sabato 21 marzo, una proposta vincolante ai commissari per l’ex Ilva secondo fonti vicine al dossier.

Nella lettera inviata ai commissari straordinari, Jindal ha chiesto di essere individuato come interlocutore unico dal 21 marzo, per portare avanti le negoziazioni con i commissari di Ilva in Amministrazione Straordinaria e Acciaierie d’Italia in Amministrazione Straordinaria... il colosso indiano ha specificato in una lettera inviata alle istituzioni e ai commissari di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria la volontà di acquisire la maggioranza del controllo degli asset di Ilva e Acciaierie d’italia, possibilmente con il governo come socio di minoranza.

Nella manifestazione di interesse, Jindal ha spiegato che entro il 2030 intende dismettere la produzione di acciaio a Taranto da ciclo integrato, investendo sulla costruzione di un forno elettrico con la capacità di 2 milioni di tonnellate. La produzione del nuovo forno elettrico sarà poi supportata dalla fornitura di 4 milioni di tonnellate all’anno di bramme prodotte in Oman, nel nuovo impianto di Jindal capace di produrre acciaio a ridotte emissioni di CO2. La proposta della società indiana non forniva però dettagli sul tema occupazionale, lasciando intendere una forte riduzione del personale attraverso la dismissione dell’area a caldo di Taranto, ipotesi però smentita dal Ministro Urso.

Il piano di Jindal non si differenzia di molto rispetto ai volumi da quello soltanto annunciato a parole da Flacks Group: entrambi puntano a circa 6 milioni di tonnellate entro il 2030. La differenza maggiore, però, riguarda la metodologia di produzione. Flacks ha sempre parlato della volontà di affiancare due altoforni a nuovi forni elettrici, mentre Jindal ha comunicato in modo chiaro la volontà di dismettere totalmente il ciclo integrato a Taranto, per rifornire il gruppo con bramme prodotte in Oman.
In totale, Jindal è pronto ad investire in Italia 1 miliardo e mezzo di euro, che andrà ad aggiungersi all’investimento di 3 miliardi di euro in corso in Oman. Ma anche in questo caso siamo al momento soltanto alle intenzioni manifestate in una semplice lettera...

Votare NO per contribuire alla lotta contro padroni e governo Meloni

In tanti articoli che abbiamo fatto, gli interventi che abbiamo pubblicato hanno spiegato tutti i motivi per cui è necessario votare NO al prossimo referendum. Quindi, per chi vuole capire, soprattutto tra i lavoratori, le ragioni del NO sono piuttosto chiare, e sperimentate dai lavoratori anche direttamente, sulla propria pelle.

Certo tanti lavoratori hanno dovuto avere a che fare con la magistratura, per colpa dei padroni soprattutto, delle leggi e normative che vanno contro la difesa delle condizioni di vita e di lavoro, o per le ingiustizie, gli abusi delle Istituzioni che si subiscono quasi ogni giorno. E spesso non si è ottenuta giustizia neanche nelle aule dei Tribunali. A Taranto noi abbiamo l’esempio più evidente di questa mancata giustizia nel processo Ilva “Ambiente svenduto”, dove è evidente che in questo sistema di classe, in cui comandano i padroni e il loro faccendieri politici, rappresentanti delle istituzioni, delle forze dell’ordine, della Chiesa, in questo sistema in cui gli omicidi dei lavoratori in fabbrica, degli abitanti nei quartieri inquinati dal capitale devono restare impuniti, in questo processo anche quando si era cominciato a vedere un pò di giustizia per le condanne inflitte dai giudici del 1° grado, subito questi giudici “dall’alto” sono stati bloccati, disarmati, il processo di 1° grado annullato e trasferito, perché non si arrivi ad una giustizia per i lavoratori e le masse popolari.

Ecco, il governo, i padroni, dicendo di votare sì, vogliono che questa situazione di ingiustizia sia rafforzata, avvenga sempre e per ogni cosa quando si tratta di diritti dei lavoratori, perché vogliono che tutta la magistratura sia al loro servizio, che non dia loro fastidio, anzi che tutti i giudici siano sotto il proprio controllo, difendano i ministri, i parlamentari corrotti e malavitosi, i padroni assassini e sfruttatori, i fascisti, i razzisti, gli stupratori, ecc. ecc.

Questo è il significato della loro campagna per il sì.

Nessun lavoratore può farsi ingannare, se vince il governo vi sarà solo per loro “giustizia”, e ancor meno giustizia per gli operai, i giovani che lottano, le donne che denunciano.

Certo, spesso sono proprio i lavoratori, che per ogni ingiustizia, grande o piccola, hanno la “fissa” di andare dall’avvocato, di andare in Tribunale per avere giustizia (e tante volte non la hanno neppure), e non vedono che anche dietro piccoli soprusi, malversazioni, attacco ai diritti più elementari c’è una sistema più grande, un sistema borghese che non si può eliminare nelle aule di un Tribunale.

E’ una guerra di classe, anche in questo referendum questa è la sostanza: da un parte i

venerdì 20 marzo 2026

Sono Antonietta Ricci, avvocata, e al prossimo referendum del 22 e 23 marzo sulla giustizia voterò NO

Voterò NO perché la riforma non risolve neanche uno dei problemi reali della giustizia, non una riga di questa riforma darà sentenze più giuste e più veloci; non una riga di questa riforma risolverà tutti gli attuali squilibri del processo che invece hanno origine complessa e molteplice: il numero troppo elevato dei procedimenti, la conseguente eccessiva durata dei processi, un sistema normativo smisurato e la conseguente incertezza interpretativa di leggi e regolamenti, una carenza di personale sia dal punto di vista dei giudici che dal punto di vista dei personale degli uffici. Questa riforma, quindi, sebbene sia spacciata come una riforma che apporterà aspetti positivi alla gestione della giustizia, in realtà è una falsità, una emerita fuffa.

Piuttosto questa riforma rappresenta l'ennesimo attacco alla democrazia ed è un fatto che deve preoccupare veramente tutti, perché questa riforma vuole riscrivere l'assetto costituzionale, introduce infatti la modifica di ben sette articoli della Costituzione e la conseguenza sarà uno sbilanciamento dei poteri dello Stato in favore del potere politico. A conferma di ciò sono le dichiarazioni, incaute ma rivelatrici del vero intento, che abbiamo sentito pronunciare dalla capa di gabinetto del ministro Nordio, che ha detto chiaro e tondo in televisione che “ se vince il sì, ci togliamo di mezzo la magistratura”.

Ovviamente una frase del genere è un lapsus freudiano, che non vuol dire cancelliamo formalmente la magistratura, vuol dire ci togliamo di mezzo la funzione di controllo, di legalità che svolgono la magistratura e il potere giudiziario, quindi eliminiamo uno dei contrappesi costituzionali che rendono la nostra Costituzione realmente democratica. Questo è il vero obiettivo, ovvero smantellare il sistema delle garanzie costituzionali. E come vogliono ottenere ciò? Vogliono ottenere ciò modificando il metodo di elezione del CSM.

Il CSM è un organo di rilevanza costituzionale, è l'organo di autogoverno della magistratura ordinaria in Italia e garantisce l'autonomia e l'indipendenza degli altri poteri dello Stato. Il CSM gestisce le assunzioni, le assegnazioni, i trasferimenti, i procedimenti disciplinari dei magistrati, è presieduto dal Capo dello Stato ed è composto da membri di diritto e membri elettivi sia laici che togati. Ebbene la riforma incide sulla elezione dei membri del CSM per i quali verrà introdotto il sistema del sorteggio, in altre parole un organo di rilevanza costituzionale sarà eletto attraverso un metodo che sembra quasi banale, una tombola. Ma c’è di più, mentre i membri togati del CSM saranno sorteggiati tra tutti i giudici togati, i membri laici invece saranno sorteggiati da una lista che sarà scelta praticamente dal Parlamento ed è evidente quindi come questi membri saranno scelti volta per volta dalla maggioranza di turno e quindi avremo un CSM composto da membri laici che si sceglie il Parlamento - tant'è vero che sempre il Ministro Nordio, in un'altra delle sue incaute dichiarazioni, diceva che era incomprensibile l'atteggiamento dell'opposizione a questa riforma, quasi a voler dire che nel momento in cui sarete voi maggioranza potreste scegliere voi i membri del CSM, quindi indirettamente stava dicendo che di volta per volta saranno espressioni della maggioranza politica di turno, il che vuol dire che sarà la politica a controllare la magistratura ma nel progetto costituzionale la magistratura è un potere indipendente perché solo un giudice indipendente, libero da ogni condizionamento potrà sconfiggere corruzioni, mafia, potrà scardinare uno Stato parallelo come è stato per la P2. Appare quindi del tutto evidente qual è lo scopo reale di questa riforma, ovvero piegare la magistratura al volere politico.

Tra l'altro lo stesso Ministro Nordio ha detto che se passera la riforma lui ne ha già pronta un'altra, quella per riformare l'utilizzo dei Trojan nei telefonini contro i reati riguardanti la pubblica amministrazione, contro le “modeste mazzette” come ha detto lui.

Altri esponenti politici hanno detto anche che nel caso in cui passasse la riforma non sarebbero più possibili casi Garlasco e allora tutte queste dichiarazioni ci fanno porre una domanda: ma qual è l'obiettivo vero se passa questa riforma se non quella di consentire ai politici di avere mani libere su tutto, per esempio potrà anche stabilire con legge ordinaria che le indagini non vengano più dirette e coordinate dal pubblico ministero ma se ne occupa semplicemente la polizia. Fantascienza? Non credo proprio, viste tutte le modifiche già effettuate da questo governo verso un vero e proprio Stato di polizia, che sta cambiando l'ordine democratico di questo Stato - ed è questo il vero intento della riforma sulla giustizia.

Non è vero che riguarda la separazione delle carriere tra PM e giudice, per una riforma del genere bastava emanare una legge ordinaria con la quale si stabiliva appunto che le carriere dei PM e dei giudici siano separate, avrebbero potuto pensare anche a due concorsi diversi perché la nostra Costituzione dice che nella magistratura si accede per concorso e quindi avrebbero potuto prevedere tranquillamente due concorsi separati, ma non è questo il vero intento.

Il vero intento è cambiare la Costituzione e la Costituzione è di tutti, non si cambia a colpi di maggioranza perché il testo proposto dal governo è stato votato per quattro volte dalla sola maggioranza senza nessuna modifica, nessun confronto con le opposizioni, senza nessun vero dibattito. Non possiamo consentire ad una maggioranza di modificare una Costituzione che è frutto di un lavoro meticoloso, pignolo, estenuante, condiviso e soprattutto competente che ha portato alla stesura della nostra Costituzione.

Questa riforma è un vero e proprio pericolo per la democrazia perché vuole determinare un affievolimento delle garanzie di indipendenza del pubblico ministero e creare forme di controllo sul loro operato da parte del potere politico.

Si vuole quindi creare un pubblico ministero in sintonia con la mentalità dominante presso gli organi di polizia giudiziaria, una minore tutela quindi per il cittadino, un magistrato meno autonomo e meno indipendente.

In realtà più che risolvere i problemi della giustizia questo governo sta facendo a gara per approvare decreti sicurezza ed ogni mese approva nuovi reati sempre diretti verso le fasce sociali dei poveri, degli emarginati, dei giovani, dei militanti, nonché contro le aree del dissenso; che significa più reati, moltiplicazione dei processi, delle misure cautelari, dell'inefficienza.

Quindi la riforma rappresenta l'ennesimo attacco alla democrazia, è un fatto che ci deve preoccupare, è un fatto pericoloso, nei paesi in cui la carriera del PM è separata da quella del giudice, quasi sempre il PM stesso dipende dall'esecutivo e di certo questo non è un auspicio in termini di democrazia e terzietà ma di favore e tutela per una classe specifica e contro i semplici cittadini.

Quindi, per concludere, ci poniamo una domanda semplice: la riforma costituzionale in esame per cui siamo chiamati a decidere e a votare il 22 e il 23 marzo è idonea a risolvere i problemi della giustizia, quali la lentezza dei processi, l'efficienza dei tribunali, il sovraffollamento delle carceri?

No, l'intervento normativo non ha alcun impatto sulla risposta alla esigenza di giustizia che viene dalla gente. Quindi convintamente votiamo NO.

24 marzo serata internazionalista

giovedì 19 marzo 2026

"Voterò NO! Una vittoria del sì sarebbe una vittoria del fascismo al governo" - compagna proletaria di #iostoconlapalestina Taranto

Votare no. Perche' lo faro'. Non c'e' dubbio che una vittoria del sì purtroppo sarebbe una vittoria del fascismo al governo, ed e' questa l'unica motivazione politica e politicizzata che do al mio voto.

Ho pensato al "voto per dispetto" come d'altronde feci al Referendum di Renzi nel dicembre 2016… Si va a votare contro uno schieramento di destra, non certo per abolire o "cambiare" schifezze e nefaste responsabilita' di esse di una giustizia borghese e di classe, nefaste e responsabilita' che sono anche dei cosiddetti "partiti d'opposizione" che sventolano il no...(pero' e' bello sventolare la bandiera - bianca- dei diritti dopo aver ammainato quella dei diritti costituzionali e stracciato, almeno dal 1945, quella rossa…).

Per la destra fascista questo quesito e' una pacchia perche' serve a trasformare il sì del referendum in un sì alle loro politiche liberticide, fasciste, antipopolari, omofobe, islamofobe, razziste, sessiste, femminicide, genocidiarie, guerrafondaie, poliziesche, lobbistiche, all'insegna della corruzione e del malaffare; serve per avere sempre piu' "mani libere" e ad ufficializzare la loro natura delinquenziale attraverso apparati ben assoggettati che la legalizzano. Un esempio è l'abolizione del reato di abuso d'ufficio che altro non e' che abusi di potere.

Vorrei pero' ridimensionare il senso dell'appuntamento referendario che mi portera' a votare no. Andro' a votare come ci andai soltanto nel 2016 contro il referendum Renzi-Pd..., ma come abbiamo constatato il progetto di alterazione costituzionale fu solo rimandato…

E siamo all'oggi: non andro' a votare per chissa' quale miraggio alternativo di una giustizia borghese e di classe. Questo Stato non rappresenta gli sfruttati, i proletari che, anzi, sono il suo cibo con cui nutrirsi

ed arricchirsi, non rappresenta le donne, i loro sacrosanti diritti, non ne garantisce ne' il pane ne' le rose, anzi li nega e li calpesta. E le leggi che lo Stato borghese emana sono a sua garanzia esistenza e sussistenza, a immagine e somiglianza della sua classe borghese e capitalista, all'insegna del profitto e della illegalita'.

Questo Stato si abbatte insieme a tutto il suo ambaradan di apparati che ne sono colonne portanti. Non si cambia, non si riforma!

Ma bisogna stare coi piedi per terra. Nel contesto politico attuale. E a volte, i "passi" possono essere "calci" sferrati al potere che creano delle crepe, che scalfiscono, che sfidano l'insopportabile arroganza, la nauseabonda presunzione mafiosa, malavitosa, d'impunita', d'intoccabilita' di questo governo, d'"invincibilita”.

Un po' come la presunzione d'intoccabilita', invincibilita' ed "impenetrabilita'" del genocida Israele prima dell'ottobre del 2023 e delle azioni legittime della Resistenza.

Ecco, appunto, votero' no come atto di resistenza all'attuale governo liberticida della Meloni, alle sue malefatte di ogni ordine e grado, alle sue complicita' col genocidio in Palestina e le guerre ai popoli, con gli sterminii in atto in Iran; ai sotterfugi loschi ed alle protezioni con accompagnamento in Libia di stupratori e criminali perseguiti da mandati di cattura internazionale; per aver concesso vacanze e relax in Italia agli assassini nazisionisti dell'esercito israeliano, per aver fatto passare nei nostri cieli Netanyhau; per i morti ammazzati sul posto di lavoro, per le donne ammazzate dal loro “dio-patria-famiglia”, per il cimitero di disperati in un profondo mar Mediterraneo, per i continui ladrocinii convertiti in compravendita di armi ed armamenti, convertiti in spedizioni di morte alla tavola dei suoi compari di merende di carne umana di donne e bambini, per le violenze continue perpetrate dalla sua classe, dalle sue lobby di potere economico e quindi politico, nazionale ed internazionale; votero' no per i suoi apparati militari sempre piu' armati e sempre piu' impuniti, sempre piu' autorizzati alla violenza e allo stato di assedio del territorio da decreti e “pacchetti sicurezza” per reprimere meglio e di piu'.

Votero' no per il corpo violato ed immolato al sacrificio delle donne, stuprato non solo da un uomo, ma dallo Stato, prima per pregiudizio e adesso per legge!

Votero' no a "lor signori" giullari di corti altrui, americane, israeliane, che per loro conto condannano ed imprigionano partigiani palestinesi nelle carceri italiane.

No ai loro travestimenti e doppiafaccia, ipocriti servi e cantori del potere delle armi e delle guerre, signori dal fare parolaio e acchiappavoti e consensi che li fa da coltre per offuscare quel che sono stati (fascisti di Salo' e del ventennio) e quel che realmente sono.

Votero' no cosciente che il no sara' e dev'essere altrove, dove e' la lotta e lo scontro di classe che potra' incidere realmente e rovesciare i tavoli imbanditi delle loro feste e banchetti... - ed il nostro non sara' un pranzo di gala.…

Votero' no anche perche' questa campagna referendaria del governo dimostra la sua presunzione di impunita' anche nell'imbrogliare "l'elettorato" con la sicurezza di raccoglierne il consenso per finalita' occulte e non dichiarate, e una delle finalita' e' liberarsi del potere giudiziario, quel potere giudiziario che talora, a volte, "incastra" anche i potenti.

Voto no consapevole e convinta che dalla sua affermazione non passa la vita ed il destino della classe proletaria. La vita ed il destino, dal qui ad una prospettiva prossima o futura nel tempo deve cambiare e cambiera' soltanto con la lotta contro la classe dominante borghese che si fa Stato. Consapevole e cosciente di additare e riconoscere nel dominio della borghesia il reale nemico comune e combatterlo in ogni forma o formula esso appaia e si manifesti, con la lotta sempre piu' conflittuale e "capace". Capace anche nel senso di mettergli realmente paura.

Al referendum i lavoratori devono votare NO

mercoledì 18 marzo 2026

Ex Ilva, Slai Cobas chiede ispettori fissi: “Non bastano tavoli e promesse su TarantoBuonasera

Ex Ilva, Slai Cobas chiede ispettori fissi: “Non bastano tavoli e promesse"

Dopo gli ultimi incidenti sul lavoro, il sindacato sollecita una presenza permanente degli organi di controllo nello stabilimento

La manifestazione dei lavoratori di Ilva in amministrazione straordinaria

Una manifestazione dei lavoratori di Ilva - archivio

TARANTO - Una richiesta precisa e urgente dopo gli ultimi episodi legati alla sicurezza sul lavoro all’interno dell’ex Ilva. Lo Slai Cobas per il sindacato di classe torna a denunciare le condizioni negli impianti e rilancia la proposta di una presenza stabile degli organi ispettivi all’interno dello stabilimento.

Nel comunicato, il sindacato ricorda di aver già avviato iniziative istituzionali subito dopo la morte di Claudio Salamida, collegandole anche al precedente caso di Loris Costantino. “Abbiamo inviato una richiesta di intervento al Procuratore della Repubblica, all’Ispettorato del Lavoro, alla Asl Spesal, all’Inail e al Prefetto di Taranto perché sia posta all’interno dell’ex Ilva una postazione fissa degli organi ispettivi”, si legge nella nota.

Parallelamente è stata avanzata anche la richiesta di un confronto diretto con il pubblico ministero Buccoliero, che segue il procedimento legato al decesso di Salamida.

Al centro della posizione dello Slai Cobas vi è la necessità di un controllo continuo sugli impianti. “Una postazione permanente degli organi di controllo sarebbe una azione concreta che può funzionare sia da deterrenza sia da controllo preventivo”, sostiene il sindacato, indicando anche il ruolo di riferimento immediato per lavoratori e delegati in caso di segnalazioni e richieste di intervento.

Secondo quanto evidenziato, la proposta sarebbe stata avanzata già in passato, senza però trovare accoglimento. Nel frattempo, si è svolto un incontro tra i commissari di Acciaierie, una delegazione del Ministero del Lavoro, l’Inail e le organizzazioni sindacali metalmeccaniche, con un nuovo appuntamento fissato per il 24 marzo a Taranto.

Dalle prime indicazioni emerse, tuttavia, lo Slai Cobas esprime perplessità sulle soluzioni prospettate. “Si è parlato dell’imminente attivazione dei gruppi di analisi sulla sicurezza per mappare le condizioni degli impianti e individuare interventi migliorativi”, ma per il sindacato questo approccio non sarebbe sufficiente.

Nel mirino anche altre misure discusse durante il confronto. “È stato previsto un percorso formativo dedicato agli appaltatori e ai referenti aziendali", ma si tratta di cose già dette in passato che non hanno portato a interventi concreti”, si sottolinea.

Ulteriori dubbi riguardano la proposta di istituire gruppi di lavoro per l’analisi dei contratti dell’indotto. Secondo lo Slai Cobas, non servirebbero nuovi tavoli ma decisioni operative. “Non c’è bisogno di costituire gruppi di lavoro, si devono trasformare i contratti multiservizi in contratti metalmeccanici e stabilizzare i rapporti di lavoro”, afferma il sindacato.

Nel documento vengono richiamate anche alcune posizioni espresse dalle altre sigle sindacali. In particolare la Fiom, che ha evidenziato la necessità di interventi immediati. “Servono risorse vere e interventi immediati per la sicurezza”, ha dichiarato Brigati, sottolineando la presenza di oltre 60 chilometri di nastri trasportatori su cui operano i lavoratori e la necessità di verifiche strutturali su camminamenti e condizioni operative.

Sempre sul fronte sicurezza, viene indicata la necessità di un piano aggiornato per la gestione dell’amianto e di controlli congiunti sugli impianti. “L’incontro apre un ragionamento, ma ora bisogna vedere come si tradurrà in atti concreti”, è stato evidenziato.

Nonostante questi elementi, lo Slai Cobas ribadisce che senza una presenza stabile degli organi di controllo all’interno dello stabilimento il rischio è di rimanere nel campo delle dichiarazioni. “Se non si va in questa direzione, i fatti concreti restano affidati a commissari e governo come già accaduto in passato, senza passare dalle parole agli interventi reali”, conclude il sindacato.

Giovedì 19 volantinaggio portineria D ex Ilva ore 6.00 - assemblea appalto porto ore 7 - Lotta e organizzati con lo Slai cobas per il sindacato di classe WA 3519575628


   

24 marzo: video/film sull'anniversario della Comune di Parigi e presentazione/interventi sui prigionieri palestinesi e manifestazione internazionalista di Zurigo - info wa 3519575628

Operai, perchè al referendum dobbiamo votare NO - Da un operaio dell'ex Ilva

Sono operaio dell’ex Ilva di Taranto dello Slai cobas e dico che votare per il NO è un dovere a cui non possiamo sottrarci. Recarci alle urne non è un qualcosa che facciamo a cuor leggero. Più volte abbiamo sostenuto la pratica dell'astensionismo attivo, riteniamo infatti che nel contesto attuale di avanzamento a vele spiegate della marcia imperialista non ci sia alcun partito dell'arco parlamentare che possa rappresentare le istanze dei lavoratori e delle masse proletarie, nemmeno quelli che ad una prima occhiata sembrano più vicini alle esigenze del popolo come può esserlo un partito come AVS; come può infatti rappresentarci se immediatamente dopo gli arresti di palestinesi in Italia ha preso le distanze dal sostegno alla solidarietà verso il popolo palestinese, e come può rappresentarci se dopo gli avvenimenti del 31 gennaio scorso a Torino ha immediatamente condannato la sacrosanta rivolta dei giovani, esprimendo solidarietà alle infami e violente forze di polizia che si sono dimostrate ad oggi un cumulo di menzogne proprio riguardo a quegli stessi avvenimenti.

Riteniamo che astenersi alle elezioni sia necessario oggi per poter edificare un senso di rabbia e di rivolta verso le classi dominanti, i padroni responsabili delle nostre condizioni di vita sempre più, difficili, miserabili. È fondamentale incanalare questa idiosincrasia verso il potere precostituito nelle lotte e manifestazioni di piazza. Ma c'è un ma. Ci sono casi in cui l'astensione non è sempre la pratica migliore da mettere in atto, bensì è necessario votare e l'occasione per dimostrarlo sta spesso nei referendum, come dimostra il prossimo che si terrà il 22-23 marzo.  

Questo referendum sulla riforma della giustizia sarà importante per l'assetto che questo paese prenderà. Il progetto del dominio incontrastato delle classi dominanti, tanto sognato dalla P2, potrebbe avverarsi nel caso di vittoria del Sì. I membri di questo governo e della maggioranza parlamentare si stanno spendendo a più non posso per la campagna sul Sì.

Ma quale interesse possono avere questi signori nella riforma della giustizia se tra di loro si nascondono come dei ratti nelle fogne almeno 50 tra indagati e condannati? È ovvio che sottomettere la magistratura alla volontà dell'esecutivo sia una priorità di chi vuole imporre il proprio dominio senza alcun contraddittorio. Niente contraddittorio che il fascistissimo ministro Valditara ha imposto nelle scuole se nei dibattiti scolastici si parla di ciò che è un tabù, come lo è ad esempio la questione palestinese. Il ministro della giustizia, Nordio, lo ha anch’egli dichiarato apertamente.

Se vincesse il sì, anche chi oggi è all'opposizione potrebbe trarne vantaggio nel caso si trovasse a governare. Cosa che in realtà difficilmente la casta attuale che detiene il potere lascerebbe fare, visto che un altro grande loro progetto ed il prossimo passo da effettuare è il presidenzialismo tanto sbandierato sin dall'inizio del loro insediamento. A queste oscene dichiarazioni, dette con la consueta nonchalance, fanno seguito quelle agghiaccianti della sua capo di gabinetto Bartolozzi in cui afferma che, votando sì, potranno finalmente togliersi di mezzo la magistratura che rappresenta per loro un vero e proprio “plotone di esecuzione”.

Rendere la magistratura completamente dipendente dalla politica è il fine ultimo di questa riforma, far sì che il modello Ungheria di Orban diventi il modello da seguire. E quali sono le armi di distrazione di massa utilizzate dalla Premier per portare consensi? Qual è la storia a cui fa appiglio attraverso i suoi sporchi mezzi di propaganda? Cade proprio a fagiolo la vicenda dei novelli Tarzan e Jane, mediaticamente conosciuti come la famiglia nel bosco. Qui ne facciamo accenno non perché presi dalla volontà di dire la nostra sull'argomento del gossip del momento, ma perché è proprio questo avvenimento la discriminante che questa imbonitrice usa per venderci le ragioni della riforma.

Questa miserabile ciarlatana fa leva sulla pancia dei più impressionabili colpevolizzando a più riprese la magistratura responsabile, a suo dire, di aver strappato i figli alla coppia, criminalizzando l'applicazione di una legge che il suo stesso governo presentò come il “decreto Caivano”. In realtà, stando alla suddetta legge, ci sarebbe addirittura l'arresto sino a due anni per i genitori responsabili di non garantire l’istruzione ai propri figli, dunque si potrebbe dire che il giudice sia stato addirittura sin troppo poco rigoroso. Ma ora le piace parlare di magistratura ideologizzata, ma che come dimostra questo, ma anche innumerevoli altri, di ideologizzato non ha nulla.

Un governo che ha fatto esso stesso dell'ideologia la propria bandiera, che applica le leggi sulla base della convenienza - basti vedere il rimpatrio con un volo di Stato per il torturatore libico ricercato internazionale Almasri, oppure l'aver concesso al genocida Netanyahu il sorvolo dello spazio aereo italiano, oppure che dire della bambola gonfiabile Santanche?

 Ma non di sola ideologia vive la Meloni ma anche di balle, come, a titolo d'esempio, quando ha dichiarato che i componenti del CSM saranno estranei alle influenze politiche perché “estratti a sorte”, cosa che è tutto un programma se i magistrati dovranno essere sorteggiati piuttosto che eletti per le loro competenze (peccato però che ha volutamente dimenticato di dire che comunque i membri laici saranno estratti a sorte da un elenco selezionato dal Parlamento); oppure quando ha fatto riferimento agli errori giudiziari che, senza questa riforma, continueranno ad esserci – ma sulla base di quale criterio afferma che gli errori saranno eliminati lo sa soltanto lei.

Ho quasi concluso, ma prima di farlo vorrei rivolgermi ai miei compagni di lavoro, esortandoli a non lasciarsi ingannare dalle menzogne che vengono propugnate quotidianamente e sistematicamente da questi reggenti ed andare a votare convintamente per il NO. I fatti ad oggi hanno dimostrato come non ci sia stata una sola proposta a favore dei lavoratori da parte di questi luridi parassiti e la riforma così com'è stata scritta non farà altro che peggiorare anche la nostra situazione. Apparentemente avrebbe poca attinenza col mondo del lavoro, in realtà colpirà anche noi.

Più volte in passato lavoratori ingiustamente licenziati sono stati reintegrati dopo una sentenza, così invece si vuole dare completa libertà di agire ai padroni. Che cosa ne sarà allora dei tanti omicidi sui posti di lavoro che quotidianamente vengono perpetrati in questo Paese?