E' impossibile che le istituzioni locali, partiti locali e i sindacati locali non erano a conoscenza di tutto questo
Dal bracciante morto al sistema degli orrori
«Ci vediamo a casa, il primo che arriva prepara la cena». È l’ultima frase pronunciata da Rajwinder Sidhu Singh ai connazionali con cui divideva lavoro e alloggio. Era la sera del 26 maggio 2024. Il bracciante indiano di 38 anni aveva appena concluso una giornata nelle campagne di Laterza. Da quel momento di lui non si seppe più nulla. Per ore scomparve nel nulla, fino a quando il suo corpo senza vita arrivò al pronto soccorso dell’ospedale San Pio di Castellaneta, trasportato con mezzi privati dall’imprenditore agricolo Giovanni Giannico. Ai sanitari fu riferito che il lavoratore si era improvvisamente sentito male. Quel racconto, però, non convinse il personale dell’ospedale, che segnalò immediatamente il caso ai carabinieri.
È da quella telefonata che nasce un’inchiesta destinata a trasformarsi in una delle più vaste degli ultimi anni nel settore agricolo del Tarantino. Dopo oltre dodici mesi di rilievi tecnici, consulenze scientifiche, intercettazioni ambientali, acquisizione di documenti, escussioni testimoniali e sopralluoghi, il Nucleo investigativo del Comando provinciale dei carabinieri di Taranto, con il supporto del Nucleo ispettorato del lavoro, dei Carabinieri forestali e dell’Ispra, ha eseguito l’operazione “I giorni del cielo”.
Due le persone arrestate, l’imprenditore Giovanni Giannico e il figlio Carlo Giannico, difesi dagli avvocati Leonardo Pugliese e Carlo Raffo. L’ordinanza, firmata dal gip Mariano Robertiello su richiesta dei pm Francesco Ciardo e Filly Di Tursi, coordinati dalla procuratrice Eugenia Pontassuglia, è stata notificata dai carabinieri del Reparto operativo guidati dal tenente colonnello Francesco Marziello e del Nucleo Investigativo, agli ordini del maggiore Gennaro De Gabriele. Disposto anche il sequestro preventivo di un complesso zootecnico composto da tre aziende, ritenuto tra le maggiori realtà italiane del settore, e di somme di denaro superiori al milione di euro. Nell’inchiesta risultano coinvolte complessivamente quattro persone.
Secondo gli investigatori, quella del bracciante indiano non sarebbe stata una fatalità. Il decesso si inserirebbe in un sistema caratterizzato da irregolarità diffuse nell’organizzazione aziendale, nel quale la riduzione dei costi e la continuità dell’attività produttiva avrebbero avuto la priorità sulla sicurezza dei lavoratori e sul rispetto delle norme.
L’autopsia ha attribuito la morte a un gravissimo trauma toraco-addominale. Le immagini acquisite, le tracce repertate dalla Sezione investigazioni scientifiche e le testimonianze raccolte avrebbero consentito di ricostruire che Singh sarebbe stato sbalzato da una pala caricatrice dopo l’urto del mezzo contro una barriera in cemento “New Jersey”. Il macchinario, secondo gli accertamenti, era privo di sistemi di ritenuta come le cinture di sicurezza, presentava organi meccanici esposti e avrebbe esposto chi lo utilizzava a rischi di impigliamento, ustioni e scosse elettriche. Il lavoratore, inoltre, non avrebbe mai conseguito l’abilitazione necessaria per condurre quel mezzo.
Ma è scavando dopo quella morte che gli investigatori avrebbero portato alla luce un quadro molto più ampio. Le dichiarazioni dei lavoratori, confrontate con contratti, buste paga, comunicazioni obbligatorie e documentazione contabile, avrebbero fatto emergere turni di dodici o tredici ore al giorno, pause quasi inesistenti e retribuzioni inferiori a tre euro l’ora. Parte delle somme indicate nelle buste paga, sempre secondo l’accusa, sarebbe stata restituita ai datori di lavoro, consentendo un risparmio illecito quantificato in oltre 300 mila euro.
I lavoratori, quasi tutti originari del Punjab, vivevano all’interno dell’azienda in alloggi ricavati accanto alle stalle, con pareti segnate dalla muffa e condizioni igienico-sanitarie ritenute inadeguate. Dipendevano dal datore di lavoro anche per vitto, alloggio e trasporti e, secondo la ricostruzione investigativa, sarebbero stati controllati attraverso telecamere wi-fi installate senza autorizzazione. Le ferie sarebbero state inesistenti, così come i riposi, mentre l’alimentazione sarebbe stata limitata quasi esclusivamente a cipolle, patate, legumi e altri alimenti economici. Gli accertamenti contestano inoltre visite mediche obbligatorie omesse, valutazioni incomplete dei rischi e l’impiego dei lavoratori perfino durante un’epidemia di leptospirosi tra i bovini senza mascherine, protezioni per gli occhi e indumenti impermeabili.
L’inchiesta ha infine aperto un imponente capitolo ambientale. Secondo gli investigatori, le strutture autorizzate non erano sufficienti a contenere i reflui prodotti dall’allevamento e sarebbe stato realizzato un sistema parallelo di canali, vasche, tubazioni e argini per convogliare i liquami in un lago artificiale scavato all’interno del Parco regionale Terra delle Gravine.
Le analisi avrebbero rilevato sostanze inquinanti oltre i limiti e un’alterazione dell’ecosistema, mentre a valle sarebbe stata realizzata una discarica abusiva di circa 21 mila metri quadrati. Per gli investigatori, la morte di Rajwinder Sidhu Singh è stata la chiave che ha consentito di ricostruire un unico sistema nel quale sicurezza sul lavoro, sfruttamento della manodopera e gestione del territorio risultavano strettamente intrecciati.
Bracciante indiano morì a Laterza: due arresti. “Sfruttati nei campi per meno di tre euro l’ora”
di Pierfrancesco Albanese
L’incidente a maggio 2024 dopo la caduta da una pala caricatrice. Da lì è partita l’indagine della procura che portato anche al sequestro di tre aziende e oltre un milione di euro. Tra le accuse omicidio colposo, caporalato, inquinamento e disastro ambientale
È stato inoltre disposto il sequestro preventivo di complesso zootecnico composto da tre aziende insieme a somme per oltre un milione di euro. L'indagine è partita dalla morte di un lavoratore indiano, Rajwinder Sidhu Singh di 38 anni, avvenuta nella notte tra il 25 e il 26 maggio 2024 dopo la caduta da una pala caricatrice.
L'inchiesta, che vede in tutto quattro indagati, riguarda anche presunti episodi di caporalato e immigrazione clandestina. L'ordinanza di custodia cautelare è stata firmata dal gip Mariano Robertiello su richiesta dei pubblici ministeri Francesco Ciardo e Filomena Di Tursi. Secondo la ricostruzione investigativa, il bracciante sarebbe deceduto in seguito a un gravissimo trauma toraco-addominale riportato dopo essere stato sbalzato da una pala caricatrice che avrebbe urtato una barriera in cemento tipo "new jersey". Gli accertamenti medico-legali, i rilievi della Sezione investigazioni scientifiche, le immagini acquisite e le testimonianze raccolte avrebbero consentito di ricostruire la dinamica dell'incidente.
La vittima, irregolare sul territorio nazionale e priva dell'abilitazione alla conduzione della pala meccanica, avrebbe trasportato rifiuti plastici destinati, secondo l'ipotesi accusatoria, alla successiva combustione. Il corpo di Rajwinder Sidhu Singh, che avrebbe assunto una quantità smodata di alcolici e si sarebbe trovato seduto sul sedile del mezzo, risultato privo di sistemi di ritenuta quali cinture di sicurezza o altri dispositivi, sarebbe stato sbalzato a terra dopo l'urto. Il mezzo, obsoleto e con organi meccanici esposti, avrebbe inoltre esposto l'operatore a rischi di impigliamento, ustione ed eventuali scosse elettriche.
L'indagine è scattata dopo l'arrivo del corpo senza vita all'ospedale di Castellaneta, dove l'imprenditore avrebbe inizialmente riferito ai sanitari che il 38enne si era sentito male. Le successive verifiche investigative hanno invece delineato uno scenario ritenuto dagli inquirenti ben più ampio, sfociato nell'inchiesta culminata con le misure cautelari.
Tra le accuse, come anticipato, c’è quella di caporalato. I lavoratori – molti dei quali originari della regione indiana del Punjab - sarebbero stati costretti a lavorare per tredici ore al giorno, con pause minime o inesistenti, per tre euro l’ora. Talvolta anche meno. Le mansioni dei lavoratori, alcuni dei quali clandestini o comunque irregolari, comprendevano la mungitura, la pulizia delle stalle, l’alimentazione del bestiame, la movimentazione dei reflui e la conduzione di mezzi meccanici, spesso senza una precisa delimitazione dei compiti. Le somme formalmente indicate nelle buste paga non avrebbero corrisposto a quelle effettivamente trattenute dai dipendenti, poiché una parte sarebbe stata restituita al datore di lavoro, che, in alcuni casi, avrebbe provveduto al pagamento in contanti.
Secondo gli investigatori, omettendo di adempiere alle dovute prescrizioni gli imprenditori hanno risparmiato circa 300mila euro. Ma allo sfruttamento si affiancava anche una condizione abitativa deleteria. I lavoratori – controllati h24 con delle telecamere – vivevano all’interno dell’azienda, vicino alle stalle, tra muffa e capi di bestiame, e dipendevano dal datore anche per l’alloggio e per gli spostamenti. Privati della possibilità di avere ferie e riposo, sarebbero stati costretti a nutrirsi quasi esclusivamente di cipolle, patate e legumi, sia per ragioni economiche sia per la mancanza di tempo libero dovuta ai ritmi di lavoro. Alcuni di loro hanno riferito di aver lasciato il proprio paese dopo aver venduto tutto ciò che possedevano, alla ricerca di un futuro migliore per sé e per le proprie famiglie d’origine, affrontando viaggi lunghissimi e devastanti per raggiungere l’Italia e trovandosi ancora oggi a dover restituire, in India, le somme ricevute da chi li aveva aiutati economicamente.
Le irregolarità non avrebbero riguardato soltanto orari e retribuzioni. Sul piano della salute e della sicurezza, gli accertamenti avrebbero documentato visite mediche obbligatorie mai effettuate o eseguite soltanto dopo l’avvio dell’indagine, una sorveglianza sanitaria incompleta e la mancata valutazione di rischi specifici connessi al contatto con animali e reflui zootecnici. Ma c’è di più. Anche dopo il propagarsi di un’epidemia tra la maggior parte dei bovini - colpiti da “leptospirosis” - sarebbero stati impegnati nella sala di mungitura senza mascherine, protezioni per gli occhi e indumenti impermeabili, con un evidente rischio di zoonosi e, quindi, di contagio delle vittime. Un ulteriore filone investigativo ha riguardato la gestione dei reflui zootecnici e dei rifiuti.
Braccianti sotto controllo e paghe da fame, poi la morte di un operaio: l'indagine che ha svelato l'orrore nelle campagne di Laterza
Due persone in carcere e quattro indagati nell'operazione "I giorni del cielo". L'inchiesta della Procura e dei Carabinieri di Taranto, partita dalla morte del 38enne indiano Rajwinder Sidhu Singh, avrebbe fatto emergere un sistema di sfruttamento del lavoro e un grave scenario di compromissione ambientale
LATERZA - Avevano lasciato l'India vendendo ciò che possedevano e indebitandosi per affrontare il viaggio verso l'Italia. Cercavano un lavoro e la possibilità di costruire un futuro migliore per le proprie famiglie. Alcuni di loro, arrivati nelle campagne di Laterza, si sarebbero invece ritrovati a lavorare per dodici o tredici ore al giorno, con pochissimi riposi, retribuzioni effettive inferiori a tre euro l'ora e una condizione di dipendenza quasi totale dal datore di lavoro.
È uno degli aspetti più drammatici emersi dall'inchiesta "I giorni del cielo", condotta dai Carabinieri del Comando provinciale di Taranto e coordinata dalla Procura della Repubblica. Un'indagine complessa che ha portato due persone in carcere e coinvolge complessivamente quattro indagati. Al centro degli accertamenti un grande complesso zootecnico composto da tre aziende nel territorio di Laterza, sottoposto a sequestro preventivo e il cui valore viene stimato in diversi milioni di euro.
Le contestazioni formulate a vario titolo spaziano dall'omicidio colposo aggravato dalla violazione delle norme sulla sicurezza sul lavoro, all'intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, fino alle ipotesi di inquinamento e disastro ambientale aggravati, gestione illecita di rifiuti, discarica abusiva e impiego di lavoratori stranieri irregolari.
A dare origine all'inchiesta è stata la morte di Rajwinder Sidhu Singh, operaio indiano di 38 anni, avvenuta il 26 maggio 2024. Quella sera il suo corpo senza vita venne trasportato con mezzi privati al pronto soccorso dell'ospedale "San Pio" di Castellaneta.
La segnalazione del personale sanitario fece scattare gli accertamenti dei Carabinieri e l'apertura di un fascicolo da parte della Procura. L'autopsia e le successive attività investigative avrebbero quindi permesso di ricostruire una dinamica diversa rispetto a quella inizialmente prospettata.
Secondo quanto emerso dalle indagini, il 38enne avrebbe perso la vita dopo essere caduto da una pala caricatrice che aveva urtato una barriera in cemento. Il mezzo, stando agli accertamenti, sarebbe stato privo di cinture di sicurezza o di altri sistemi di ritenuta.
Determinanti per gli investigatori sarebbero state anche le testimonianze di alcuni connazionali della vittima. Dichiarazioni raccolte nel corso di lunghi interrogatori e che avrebbero permesso di aprire uno squarcio sulle condizioni in cui vivevano e lavoravano diversi braccianti.
Molti erano originari del Punjab. Agli inquirenti avrebbero raccontato di essere arrivati in Italia dopo viaggi estenuanti e di avere ancora debiti da restituire in patria alle persone che avevano finanziato la loro partenza.
Una condizione di vulnerabilità che, secondo l'ipotesi accusatoria, li avrebbe resi particolarmente esposti allo sfruttamento. Vivevano in locali ricavati a ridosso delle stalle, dove gli investigatori avrebbero riscontrato condizioni igieniche precarie e vistose tracce di muffa. Le giornate sarebbero state scandite da turni di lavoro molto lunghi, senza un regolare godimento di ferie e riposi.
Anche l'alimentazione sarebbe stata ridotta all'essenziale: prevalentemente cipolle, patate, legumi e altri prodotti economici e facilmente conservabili. Una scelta che sarebbe stata determinata sia dalle ristrettezze economiche sia dalla scarsità di tempo a disposizione.
A rendere ancora più stringente il controllo sui lavoratori, secondo la ricostruzione investigativa, sarebbe stato un sistema di telecamere wifi installato senza le necessarie autorizzazioni. Gli operai sarebbero stati così sorvegliati a distanza durante le attività quotidiane, in un contesto che, per gli inquirenti, avrebbe ulteriormente limitato la loro libertà anche nella possibilità di chiedere delle pause.
Uno dei due destinatari della misura cautelare in carcere è l'imprenditore agricolo Giovanni Giannico. Il provvedimento è stato emesso dal gip Mariano Robertiello su richiesta dei pubblici ministeri Francesco Ciardo e Filomena Di Tursi, nell'ambito dell'inchiesta coordinata dalla procuratrice Eugenia Pontassuglia. Le indagini sono state condotte dai Carabinieri del Reparto Operativo e del Nucleo Investigativo del Comando provinciale di Taranto. Giannico è difeso dagli avvocati Leonardo Pugliese e Carlo Raffo.
L'inchiesta ha però aperto anche un secondo, imponente fronte investigativo: quello ambientale.
Secondo gli accertamenti, la quantità di reflui prodotta dall'attività zootecnica sarebbe stata superiore alla capacità delle strutture regolarmente autorizzate. Sarebbe stato così realizzato un sistema alternativo composto da canali, vasche, tubazioni, argini e sbarramenti attraverso il quale i liquami venivano fatti defluire verso valle.
Le immagini raccolte anche attraverso l'utilizzo di droni avrebbero documentato un percorso che, partendo dall'azienda e attraversando grandi cumuli di letame, conduceva fino a un bacino artificiale. Un vero e proprio lago abusivo, alimentato da liquami e sostanze provenienti dalle attività delle stalle.
Le analisi avrebbero evidenziato nel bacino il superamento dei limiti di tossicità e la presenza, tra le altre sostanze, di fosforo, cloruri, alluminio, ferro, manganese, rame e selenio. Lo specchio d'acqua sarebbe stato frequentato anche da specie protette di avifauna e dagli stessi bovini dell'allevamento.
La zona interessata dagli interventi ricade nel Parco Regionale Terra delle Gravine, in un territorio sottoposto a vincoli paesaggistici, ambientali e idrogeologici e caratterizzato anche dalla presenza di testimonianze archeologiche.
A valle del bacino, attraverso ulteriori sbarramenti e sfruttando la pendenza naturale del terreno, i reflui sarebbero stati utilizzati per separare la parte liquida da quella solida. Quest'ultima, una volta essiccata, sarebbe stata destinata al riutilizzo come concime. Secondo gli investigatori, su un'area di circa 21mila metri quadrati sarebbe stata realizzata di fatto una discarica abusiva.
La stima per la sola rimozione dei rifiuti zootecnici accumulati raggiungerebbe circa 1,6 milioni di euro. Nel corso dell'operazione sono state inoltre sequestrate altre due aree nelle quali sarebbero stati rinvenuti rifiuti elettrici ed elettronici e sostanze chimiche, compresi alcuni fusti di formaldeide.
Un quadro investigativo che dalla morte di un lavoratore si è progressivamente allargato fino ad abbracciare le condizioni della manodopera straniera, la sicurezza sul lavoro e la tutela di un'area di particolare valore ambientale.
© TarantoToday
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