La storia
Jindal contro Jindal, la Dynasty indiana all'ombra delle ciminiere di Taranto
Sajjan e Naveem, "fratelli contro" nell'industria dell'acciaio
Sajjan e Naveem Jindal
Come un film di Bollywood, la Mecca del cinema indiano. Fratello contro fratello, in un settore spietato come quello dell'industria siderurgica. Un mondo duro; acciaio, sudore, polvere, fatica, soldi.
All'ombra delle esauste ciminiere dell'ex Ilva, ora Acciaierie d'Italia, potrebbe consumarsi un duello tra Sajjan Jindal e Naveem Jindal, leader di due gruppi industriali indiani assolutamente distinti, ma legati da una comune origine familiare: rispettivamente JSW e Jindal Steel and Power. Se infatti il fondo americano Flacks non sembra convincere, il governo ed i commissari di AdI hanno provato a guardare a JSW come cavaliere bianco per il (difficile) salvataggio della fabbrica tarantina in crisi profonda.
L'azienda di Sajjan Jindal è già sbarcata in Italia, a Piombino, e si è pensato potesse essere la carta da calare sul tavolo per provare ad evitare il crac definitivo dell'ex Ilva. Si tratta del resto del gruppo che venne sconfitto da ArcelorMittal nella prima gara post-Riva. Nei mesi scorsi ad essere interessato a Taranto è stato però un altro ramo della famiglia Jindal, quello che fa capo a Naveem Jindal ed alla sua JSPL, tramite Vulcan Green Steel. Ed è questa a rimanere l'ipotesi privilegiata.
E qui allora c'è un'altra storia da raccontare, nel ginepraio Ilva, appunto quella della rivalità tra i Jindal Brothers. Anche se condividono lo stesso - prestigioso - cognome e radici storiche comuni nel cuore industriale dell'India, JSW e Jindal Steel & Power sono oggi due realtà societarie completamente distinte. Guidate come detto rispettivamente dai fratelli Sajjan Jindal e Naveen Jindal, le due multinazionali operano in modo indipendente sul mercato, con strategie competitive differenziate e persino in aperta concorrenza in specifici ambiti d'affari.
Per comprendere l'architettura di questo duopolio familiare è necessario fare un passo indietro, fino al 2005. In seguito alla scomparsa in un incidente in elicottero del patriarca e fondatore Om Prakash Jindal, l'immenso patrimonio industriale venne equamente suddiviso tra i suoi quattro figli maschi. Quella che era un'unica holding è stata così frammentata in quattro rami autonomi. Da questo storico riassetto sono scaturite le parabole industriali di Sajjan e Naveen, i quali hanno ereditato le attività legate all'acciaio trasformandole in colossi di rilevanza internazionale. Sajjan Jindal, il secondo dei quattro fratelli, ha assunto la guida del braccio occidentale del gruppo originario, storicamente noto come Jindal South West (da cui l'acronimo JSW). Con sede centrale a Mumbai, JSW Steel si è consolidata come il più grande produttore privato di acciaio in India per capacità complessiva.
Il posizionamento strategico di JSW è fortemente orientato all'acciaio cosiddetto "piatto", ovvero lamiere laminate a caldo e a freddo, fogli galvanizzati e rivestiti. Si tratta del materiale fondamentale per l'industria automobilistica e per la produzione di elettrodomestici di largo consumo. Diverso l'approccio di JSPL, che si pone all'estremità opposta della catena del valore e della geografia indiana. Con quartier generale a Nuova Delhi, l'azienda di Naveem Jindal ha capitalizzato storicamente la vicinanza agli asset orientali e alle grandi riserve minerarie di carbone e ferro del Paese.
Il core business di JSPL si focalizza principalmente sull'acciaio "lungo", che include barre d'armatura TMT per cemento armato e profilati pesanti a flangia larga, impiegati per la costruzione di ponti, viadotti e grattacieli. Jindal Steel and Power è stata la prima azienda privata in India a produrre binari ferroviari su larga scala, diventando il partner strategico della rete ferroviaria statale e un fornitore chiave per le linee ad alta velocità in India.
JSPL Jindal Steel and Power
Ad ogni buon conto, da quanto trapela comunque una "via indiana" per Taranto avrà un prezzo occupazionale alto, con migliaia di possibili esuberi. L'auspicio è che - aspettando anche una mossa di Michael Flacks dall'America - dalle prossime interlocuzioni tra governo e sindacati emerga quantomeno un quadro definito dell'auspicato piano di salvataggio di Acciaierie d'Italia. Il presidente di Federmeccanica Bettini a La Stampa a margine dell’assemblea dell’Amma a Torino non ha nascosto lo scetticismo sull'ipotesi Jindal e chiesto di «tutelare l’acciaio "made in Italy". Imprenditori italiani della siderurgia sono pronti ad investire, ma Palazzo Chigi non dà condizioni di ingaggio chiare. Non si ripeta l’errore di ArcelorMittal» è il monito.

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