comunicato
la decisione di Milano aiuta ad affrontare in emergenza i problemi della continuità attuale dello stabilimento, mettendo a nudo le responsabilità di padroni e governo nella loro non volontà di trovare soluzioni a tutela di lavoro e salute dei lavoratori e cittadini.
A noi stà a cuore la mobilitazione di lavoratori e cittadini, unica alternativa ai piani e logiche di padroni, governo e Stato del capitale - fermo restando che nocivo è il capitale e non la fabbrica. Serve una piattaforma operaia e popolare su cui chiamare alla lotta autonoma per imporre soluzioni temporanee e di prospettiva
Slai cobas per il sindacato di classe - Taranto
WA 3475301704
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«Lo
stabilimento Ilva è causa di tumori, va chiuso entro 90 giorni». La
Corte d’appello di Milano: «Troppo amianto e polveri sottili»
I
giudici hanno accolto il reclamo presentato da un gruppo di genitori
tarantini. I giudici: «L’area a caldo potrà essere riaperta quando
saranno eliminate le criticità»La
Corte d'appello di Milano ha stabilito che l’area a caldo dello
stabilimento ex Ilva di Taranto deve essere chiusa entro 90 giorni
perché le emissioni superano i limiti di legge e potrebbero essere la
causa dell'aumento dei tumori. La produzione potrà ripartire soltanto
dopo aver «rimosso integralmente l’amianto ancora presente negli
impianti» e «adottato le misure necessarie per ricondurre le emissioni
delle polveri sottili entro limiti di sicurezza, con riferimento allo
scenario produttivo autorizzato di 6 milioni di tonnellate l’anno». E’
questo l’esito del procedimento di reclamo davanti alla Corte d’appello
avviato da un gruppo di genitori tarantini contro Ilva spa in As e
Acciaierie d’Italia per chiedere l'inibitoria rispetto all'esercizio
dello stabilimento: «I rischi sanitari - scrivono i giudici - vanno
ridotti entro i limiti di sicura accettabilità»Il Tribunale
di Milano aveva respinto la domanda di inibitoria in relazione alla
mancata rimozione totale dell'amianto, prescrizione sparita
dall'Autorizzazione integrata ambientale del 2025 e invece presente in
quella precedente. L'amianto, secondo il reclamo, «è l'unica causa nota
che provoca il tumore maligno alla pleura (mesotelioma da asbesto), che
si presenta in misura quattro volte superiore, rispetto all'atteso,
nella popolazione di Taranto e Statte". La società si è difesa
sostenendo che l'amianto potrà essere rimosso "solo a fine vita tecnica
degli impianti". «Non va sottaciuto - è scritto in ordinanza - che gli
impianti Ilva e il sistema produttivo, come descritto, tra l’altro,
nella stessa consulenza di parte di Ilva, sono rimasti immutati da
decenni, e ciò concorre a confermare la permanenza del rischio
nell’attualità, in ragione del progressivo ammaloramento dello
stabilimento».Per quanto
riguarda le polveri sottili, invece, la Corte d'appello ha fatto
emergere l'insostenibilità della situazione che vede il costante
superamento dei limiti di emissione e la necessità di modificarlo
passando all'idrogeno. «La previsione della decarbonizzazione - osserva
l'ordinanza - presuppone l’insostenibilità dell’attuale sistema
produttivo. L’Aia ha durata di dodici anni, e in mancanza di vincolo
cogente tra i piani di decarbonizzazione e la prosecuzione dell’attività
a ciclo integrale, l’attività potrà proseguire senza decarbonizzazione
per altri dodici anni».Il reclamo dei
cittadini tarantini, ha scritto la Corte, va respinto «con riferimento
alla domanda relativa all’abbattimento di gas a effetto serra» ma va
invece accolto relativamente all’inibitoria che riguarda l’amianto e le
polveri sottili «aventi ciascuna carattere dirimente». La decisione è
quindi molto chiara: «L’accoglimento delle domande dei cittadini, nei
termini indicati, impone tout court la sospensione dell’attività
nell’area a caldo dello stabilimento.
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