Sul fronte della magistratura, in procura, nell'ufficio del procuratore capo
Franco Sebastio si riunirà il pool inquirente che ha messo sotto accusa la
più grande fabbrica italiana per l'inquinamento che riversa sul centro
abitato. Dall'altra parte del tavolo si accomoderanno gli ingegneri Barbara
Valenzano, Emanuela
Laterza e Claudio Lo frumento, i tre custodi
giudiziari dei sei reparti
finiti sotto chiave.
Ufficialmente l'incontro
è stato fissato per consentire ai timonieri della
grande fabbrica
dell'acciaio, per nomina del giudice, di relazionare
sull'attuale situazione
all'interno del siderurgico. Ma nel chiuso della
stanza dei bottoni si
discuterà ancora una volta del passaggio alla fase
esecutiva di quei sigilli
che sono sulla carta dal 26 luglio, cioè da quando
è scattato il primo
provvedimento di sequestro firmato dal gip Patrizia
Todisco. In realtà il
semaforo verde è stato acceso ai primi di settembre
dai procuratori, quando
impartirono direttive ben precise. A quelle
indicazioni fece seguito un
rovente sopralluogo nello stabilimento, al
termine del quale i custodi
misero nero su bianco prescrizioni durissime.
Tra cui lo spegnimento di due
altiforni e la dismissione di un terzo da
tempo non utilizzato, la chiusura
di oltre duecento forni della cokeria e di
un'acciaieria.
Un attacco
frontale al quale Ilva ha replicato, bussando alla porta del gip
con la
richiesta di una parziale facoltà d'uso degli impianti a fini
produttivi.
"Senza produzione è impossibile sostenere gli investimenti per
la messa a
norma dell'area a caldo" - hanno sostenuto i legali
dell'azienda. Ma le
loro argomentazioni si sono infrante sull'ennesimo no
del gip, spiegato con
"l'impossibilità di mercanteggiare sulla vita".
Lo stop del giudice ora
ripropone il passaggio all'effettiva esecuzione del
sequestro, che i custodi
in prima battuta hanno rimesso a Bruno Ferrante,
nella duplice veste di
presidente di Ilva e di custode giudiziario. Solo una
parte delle
prescrizioni, però, sembrano trovare riscontro nelle intenzioni
di Ilva,
che, per esempio, rifiuta categoricamente la chiusura del grande
altoforno
5, così come disposto dai tre ingegneri. "Chiudere quell'impianto
significa
cancellare oltre il 40% della produzione", spiegano i vertici
dell'azienda.
Ma a distanza di oltre sessanta giorni il sequestro per
abbattere
l'inquinamento non è più differibile.
lo slai cobas per il sindacato di
classe ribadisce la sua posizione
gli impianti non si possono chiudere - se è
necessario chiuderne
alcuni -senza un accordo che tuteli lavoro e salario
degli operai, gli
operai lo devono subito pretendere con una azione di lotta
generale che
blocchi fabbrica e città - noi avevamo proposto questo sciopero
generale per
il 19 ottobre - ora c'è prima la scadenza del 16 relativa alla
nuova aia con
proposta di manifestazione a roma di due sindacati
noi non
pensiamo che il 16 sia risolutivo, nè che si debba aspettare
slai
cobas per il sindacato di classe
cobasta@libero.it
347-1102638
giovedì 4 ottobre 2012
quando torna a taranto lo spettacolo di alessandra- attrice contro -' se questo è un operaio viaggio nell'inferno ilva la critica più affilata del sistema ilva dalla parte della classe operaia e delle masse popolari
lo spettacolo 'se questo è un operaio' viaggio nell'inferno ILVA di alessandra
magrini il 3 era a roma , ora a pisa viareggio bologna
A: <cobasta@libero.it>
Ogg: spettacolo
ieri hanno scritto sullo spettacolo
Sono stato a vedere Alessandra Magrini in "Se questo è un operaio, viaggio nell'inferno Ilva" e, come spesso accade, ne sono tornato scombussolato. La struttura è semplice ed intelligente - uguale all'arte socialista ed al teatro operaio, per molti versi, con in più una parte televisiva su cui tornerò. Alessandra descrive la vita e la morte nella fabbrica di Taranto ed intorno ad essa: i buoni sono buoni, i cattivi sono mostruosi, qualunque concessione all'intellettualismo ed alla metafora è lasciato ad una sola scena in cui Alessandra, vestita da Cat Woman, legge dal Piano di Rinascita Nazionale della Loggia Massonica P2 e poi balla sulle note di "Tanti auguri" di Raffaella Carrà. L'effetto straniante è grottesco, perché l'operaia goffa si trasforma in una gatta veramente sexy, aumentando il senso di colpa di noi uomini che guardiamo e, durante tutto lo spettacolo, saltando dalle immagini di dimostrazioni del G8 di Genova e in strada a Roma nel 1977, sentiamo crescere la consapevolezza della nostra assenza, della nostra latitanza, di non aver preso fino in fondo in mano la responsabilità che ci competeva ed ancora compete. Qui tutto è semplificato, ogni gesto è portato all'essenza, alla meccanicità. La rappresentante della legge interna alla fabbrica ha un improbabile accento da tedesco di operetta, ma una maschera riuscitissima di violenza. I filmati tratti dalle vecchie famose pellicole sull'annullamento della personalità in fabbrica, più i cartoon alla Pink Floyd, suggeriscono ancora l'esigenza di cancellare ogni metafora, di dire dritto per dritto, ad un pubblico non smaliziato. Il percorso che lo spettatore è chiamato a compiere non è tanto estetico, ma fatalmente politico. Le parole degli operai cui Alessandra dà voce sono da documentario, strazianti, mai mediati. E finisce così, senza plot, perché il plot sei tu che guardi quanto te ne torni a casa: Alessandra, in tuta da operaio dell'Ilva, che dopo aver raccolto l'applauso guarda al cielo e mostra il pugno sollevato, ci richiama appunto a noi stessi. Dove siamo, ora che ce ne sarebbe urgente bisogno? Dove eravamo tutti questi anni? Perché abbiamo lasciato che tanta gente morisse di tortura, di altoforno, di ignoranza, di cattiveria? Come é possibile che abbiamo lasciato in funzione per 60 anni una fabbrica che da sola produce un quarto di tutta la diossina sparsa nell'aria di tutta l'Europa, un terzo del mercurio che inquina ed uccide il Mediterraneo, una macchina di morte da 1200 tumori all'anno? Lì Alessandra Magrini si dimostra molto più che coscienza politica, ma vera attrice. Non attrice contro, come lei si definisce, ma attrice pro. Una giovane donna, un meraviglioso e consapevole fascio di nervi con certezze, ambizioni, obiettivi, una direzione già intrapresa senza aspettare che noi ci svegliassimo. Nel bel mezzo di una festa di partito spenta e matusalemitica, l'attrice e la donna strapazzano la sala senza gridare, usando frasi semplicissime, senza costruzioni apodittiche. No no, non é teatro di denuncia, ma denuncia teatrale - come in un'autocoscienza collettiva Alessandra ci restituisce una possibilitá di noi stessi cui avevamo rinunciato. Un'estetica del gesto (l'attrice) e della sostanza politica (la donna). Con gli occhi gonfi ed il cuore pieno di rispetto, mi sono alzato per abbracciarla e dentro di me ho pensato ciò che non si può più dire, perché il senso di certe parole è stato troppo stravolto, ma è ancora dentro di me: compagno Fusi, presente. Con tutti i distinguo, le paure, le cerebralità, l'esperienza della vecchiaia, la consapevolezza dell'irrepetibilità, della necessità di trovare una strada più efficiente. Ma qualunque cosa il mio cervello inventi come scusa, per stasera almeno, torno sempre qui, e scusatemi per questo. Il personale è politico. Almeno per una notte non vigliacca. Compagno Fusi, presente. Grazie Alessandra.
un'altra giornata piena all'ilva incidenti,processi,decreti e altro
L'INCIDENTE NEL REPARTO SOTTO SEQUESTRO - Un operaio dell'Ilva, Giuseppe
Raho di 34 anni, ha subito ustioni di primo grado in seguito allo scoppio
delle scorie incandescenti di un contenitore denominato 'paiola',
all'interno del reparto Grf (Gestione rottami ferrosi), uno di quelli
sottoposti a sequestro dalla magistratura. Lo scoppio è avvenuto in un
reparto dove la pulizia dalle scorie di convertitori e siviere avviene
utilizzando martelli pneumatici particolari con i quali gli operatori
frantumano le scorie che, durante il processo di lavorazione, si
solidificano all'interno dei grandi contenitori usati nel ciclo siderurgico.
E' successo che un blocco di ghisa solidificato solo in parte è caduto
durante le operazioni in una pozza d'acqua rimasta sul selciato che per
prassi viene bagnato in continuazione. L'uomo, investito dalle scorie mentre
era a bordo di una escavatrice (i frammenti hanno rotto i vetri del mezzo),
è stato soccorso e medicato nell'infermeria dello stabilimento. Le sue
condizioni non sarebbero gravi, ha una prognosi di otto giorni per ustioni
al torace e al polso. Nel reparto Grf, secondo fonti sindacali, era in corso
un'operazione di svuotamento del grosso contenitore (la paiola) delle scorie
prodotte dall'Acciaieria 2 nei processi di formazione delle bramme. Le
scorie sono scoppiate a contatto con il terreno umido, schizzando in varie
direzioni.
Lo Slai cobas per il sindacato di classe Ilva denuncia come le condizioni
di sicurezza dei reparti - compresi quelli sequestrati - restano gravi e che
l'attuale contesa che mette a rischio di chiusura la fabbrica oscura lo
scontro necessario in fabbrica sui singoli problemi che toccano la sicurezza
e la condizione dei lavoratori.
Gli aziendalisti sono schierati con Riva e quindi minimizzano i problemi di
sicurezza esistenti in fabbrica, mettondovi la sordina.
Il Comitato liberi e pesanti fa molta denuncia dell'inquinamento e di Riva
ma diserta lo scontro reale in fabbrica contro padron Riva, scontro che
domanda un sindacato di classe, di cui solo la linea dello slai cobas è
strumento e garanzia, dato che esso conduce da sempre questo scontro sia
pure con poca forza all'interno e fronteggiando l'azione congiunta di padron
Riva, sindacati e opportunisti volta a isolarlo e a ridimensionarne il peso
e la presenza.
IN AULA PER OMICIDIO COLPOSO - A Taranto, nelle aule del tribunale, il via
al processo che ha acceso la luce sulla scomparsa di lavoratori che
avrebbero contratto malattie letali per il contatto con l'amianto. Alla
sbarra 29 imputati chiamati a rispondere della malattia professionale che ha
stroncato le vite di 15 lavoratori. Nell'elenco degli imputati ci sono
Emilio Riva che benché non sia più presidente operativo del gruppo ne resta
tuttavia il massimo rappresentante, suo figlio Fabio, il direttore dello
stabilimento di Taranto, Luigi Capogrosso, e poi i diversi dirigenti che
hanno gestito il passaggio del siderurgico dalla gestione pubblica (Finsider
e Partecipazioni Statali) a quella privata, avvenuta nel 1995 con la vendita
dell'Ilva a Riva da parte dell'Iri. Tra i rinviati a giudizio c'è anche
Giorgio Zappa, già direttore generale di Finmeccanica, in forza all'Ilva
pubblica dal 1988 al 1993 quale vice prima e direttore generale poi. Per
tutti gli imputati è stato ipotizzato il disastro colposo e l'omissione
dolosa di cautele sul luogo di lavoro.
LE ACCUSE - I dirigenti dello stabilmento, si legge negli atti d'accusa,
"omettevano nell'esercizio ovvero nella direzione dell'impresa, nell'ambito
delle rispettive attribuzioni e competenze, di adottare cautele che secondo
l'esperienza e la tecnica sarebbero state necessarie a tutelare l'integrità
fisica dei prestatori di lavoro, in particolare impianti di aspirazione
nonché sistemi di abbattimenti delle polveri-fibre contenenti amianto idonei
a salvaguardare l'ambiente di lavoro dall'aggressione del suddetto materiale
cancerogeno, nonché omettevano di far eseguire in luoghi separati le
lavorazioni afferenti al rischio di inalazione delle polveri-fibre di
amianto, unitamente ad altre adeguate misure di prevenzione ambientali e
personali atte a ridurre la concentrazione e la diffusione delle
polveri-fibre di amianto generatesi durante le lavorazioni a tutela dei
lavoratori dipendenti dello stabilimento Ilva ripetutamente esposti ad
amianto durante lo svolgimento di attività lavorative".
Questo importante procedimento che finalmente giunge a processo, iniziato da
un giudice oggi morto, il giud. Pesiri, ha visto lo Slai cobas
per il sindacato di classe e l'Ispettorato del lavoro collaborare
attivamente all'inchiesta nell'individuazione dei responsabili. E' un
processo giusto perchè mette sotto accusa tutto l'establishment del
siderurgico, quando era a partecipazione statale, come quando dal '95 esso è
divenuto proprietà di Riva, tutti i morti di amianto e le malattie
professionali ad esso connesse sono originate nel periodo precedente a Riva
, anche se la presenza di amianto in Ilva è continuata anche nel periodo di
Riva.
OK DEL SENATO, BONIFICHE PER LEGGE - Il Senato, con 247 sì e 20 no, ha
approvato in via definitiva il decreto sull' Ilva. Il provvedimento che reca
disposizioni urgenti per il risanamento ambientale e la riqualificazione del
territorio di Taranto, è convertito definitivamente in legge. Solo la Lega
ha votato contro. In ballo ci sono 396 milioni di euro, 120 dei quali messi
a disposizione dalla Regione Puglia. Il maxi stanziamento è previsto per una
serie di interventi di bonifica nella disastrata area tarantina, ma anche
per spingere il rilancio industriale con particolare attenzione allo
sviluppo del porto mercantile.
Questo provvedimento è un vero bluff di governo, Regione, enti locali e
sindacati confederali, dato che la cifra è assolutamente truccata e
insufficiente. Truccata perchè include 196 milioni di euro stanziati per il
porto, che quindi non c'entrano nulla con l'Ilva e l'emergenza ambientale e
le bonifiche.
GLI OPERAI SCENDONO DAI CAMINI - Gli operai dell'Ilva che da otto giorni
protestavano sul Camino E312 e sull'Altoforno 5, a sessanta metri di
altezza, hanno sospeso l'agitazione dopo un incontro con il prefetto di
Taranto, Claudio Sammartino, avvenuto ai piedi del Camino. "E' stato un
incontro molto proficuo - ha detto uno di loro Michelangelo Campo - e il
prefetto ha detto che si farà portavoce delle nostre istanze con gli altri
organi istituzionali". All'incontro ha partecipato anche il presidente
dell'Ilva, Bruno Ferrante.
Finalmente, questa protesta è stata sempre sotto l'egida degli aziendalisti
e si è svolta con il sostegno dell'entourage aziendale.
Queste proteste non sono quelle giuste in questa fase.
Servono scioperi unitari e blocchi della fabbrica e della città per
difendere realmente lavoro e salute.
LA NUOVA DENUNCIA - Ma non è tutto. E' stata depositata oggi alla
cancelleria penale del tribunale di Taranto la prima denuncia con la
richiesta di contestazione del reato di omicidio volontario con dolo
eventuale nei confronti dei legali rappresentanti dell'Ilva già coinvolti
nell'inchiesta per disastro ambientale. A presentarla è stato l'avvocato
Giuseppe Lecce del foro di Taranto, per conto della figlia di un ex
dipendente comunale che ha lavorato con mansioni da giardiniere per 30 anni
in un vivaio in contrada 'Taranto Croce' (nei pressi dell'ex ospedale
Testa), ed è morto nel 2006 a causa di un melanoma. Si tratta dello stesso
legale che guida la class action dei cittadini, per la quale ipotizza una
similitudine con il processo Thyssen.
Si tratta in realtà di un'azione pubblicitaria e di sciacallaggio da parte
dell'avvocato.
Lo Slai cobas sta sollecitando la Rete per la sicurezza ad assumere un
impegno giudiziario e di mobilitazione per la costituzione di parte civile e
le cause di risarcimento necessarie agli operai e ai cittadini di Tamburi e
nei prossimi giorni proporrà la sua iniziativa autorganizzata e di massa
sull'argomento, prendendo ad esempio le cause Thyssen ed Eternit a cui
abbiamo attivamente partecipato.
(03 ottobre 2012)
Raho di 34 anni, ha subito ustioni di primo grado in seguito allo scoppio
delle scorie incandescenti di un contenitore denominato 'paiola',
all'interno del reparto Grf (Gestione rottami ferrosi), uno di quelli
sottoposti a sequestro dalla magistratura. Lo scoppio è avvenuto in un
reparto dove la pulizia dalle scorie di convertitori e siviere avviene
utilizzando martelli pneumatici particolari con i quali gli operatori
frantumano le scorie che, durante il processo di lavorazione, si
solidificano all'interno dei grandi contenitori usati nel ciclo siderurgico.
E' successo che un blocco di ghisa solidificato solo in parte è caduto
durante le operazioni in una pozza d'acqua rimasta sul selciato che per
prassi viene bagnato in continuazione. L'uomo, investito dalle scorie mentre
era a bordo di una escavatrice (i frammenti hanno rotto i vetri del mezzo),
è stato soccorso e medicato nell'infermeria dello stabilimento. Le sue
condizioni non sarebbero gravi, ha una prognosi di otto giorni per ustioni
al torace e al polso. Nel reparto Grf, secondo fonti sindacali, era in corso
un'operazione di svuotamento del grosso contenitore (la paiola) delle scorie
prodotte dall'Acciaieria 2 nei processi di formazione delle bramme. Le
scorie sono scoppiate a contatto con il terreno umido, schizzando in varie
direzioni.
Lo Slai cobas per il sindacato di classe Ilva denuncia come le condizioni
di sicurezza dei reparti - compresi quelli sequestrati - restano gravi e che
l'attuale contesa che mette a rischio di chiusura la fabbrica oscura lo
scontro necessario in fabbrica sui singoli problemi che toccano la sicurezza
e la condizione dei lavoratori.
Gli aziendalisti sono schierati con Riva e quindi minimizzano i problemi di
sicurezza esistenti in fabbrica, mettondovi la sordina.
Il Comitato liberi e pesanti fa molta denuncia dell'inquinamento e di Riva
ma diserta lo scontro reale in fabbrica contro padron Riva, scontro che
domanda un sindacato di classe, di cui solo la linea dello slai cobas è
strumento e garanzia, dato che esso conduce da sempre questo scontro sia
pure con poca forza all'interno e fronteggiando l'azione congiunta di padron
Riva, sindacati e opportunisti volta a isolarlo e a ridimensionarne il peso
e la presenza.
IN AULA PER OMICIDIO COLPOSO - A Taranto, nelle aule del tribunale, il via
al processo che ha acceso la luce sulla scomparsa di lavoratori che
avrebbero contratto malattie letali per il contatto con l'amianto. Alla
sbarra 29 imputati chiamati a rispondere della malattia professionale che ha
stroncato le vite di 15 lavoratori. Nell'elenco degli imputati ci sono
Emilio Riva che benché non sia più presidente operativo del gruppo ne resta
tuttavia il massimo rappresentante, suo figlio Fabio, il direttore dello
stabilimento di Taranto, Luigi Capogrosso, e poi i diversi dirigenti che
hanno gestito il passaggio del siderurgico dalla gestione pubblica (Finsider
e Partecipazioni Statali) a quella privata, avvenuta nel 1995 con la vendita
dell'Ilva a Riva da parte dell'Iri. Tra i rinviati a giudizio c'è anche
Giorgio Zappa, già direttore generale di Finmeccanica, in forza all'Ilva
pubblica dal 1988 al 1993 quale vice prima e direttore generale poi. Per
tutti gli imputati è stato ipotizzato il disastro colposo e l'omissione
dolosa di cautele sul luogo di lavoro.
LE ACCUSE - I dirigenti dello stabilmento, si legge negli atti d'accusa,
"omettevano nell'esercizio ovvero nella direzione dell'impresa, nell'ambito
delle rispettive attribuzioni e competenze, di adottare cautele che secondo
l'esperienza e la tecnica sarebbero state necessarie a tutelare l'integrità
fisica dei prestatori di lavoro, in particolare impianti di aspirazione
nonché sistemi di abbattimenti delle polveri-fibre contenenti amianto idonei
a salvaguardare l'ambiente di lavoro dall'aggressione del suddetto materiale
cancerogeno, nonché omettevano di far eseguire in luoghi separati le
lavorazioni afferenti al rischio di inalazione delle polveri-fibre di
amianto, unitamente ad altre adeguate misure di prevenzione ambientali e
personali atte a ridurre la concentrazione e la diffusione delle
polveri-fibre di amianto generatesi durante le lavorazioni a tutela dei
lavoratori dipendenti dello stabilimento Ilva ripetutamente esposti ad
amianto durante lo svolgimento di attività lavorative".
Questo importante procedimento che finalmente giunge a processo, iniziato da
un giudice oggi morto, il giud. Pesiri, ha visto lo Slai cobas
per il sindacato di classe e l'Ispettorato del lavoro collaborare
attivamente all'inchiesta nell'individuazione dei responsabili. E' un
processo giusto perchè mette sotto accusa tutto l'establishment del
siderurgico, quando era a partecipazione statale, come quando dal '95 esso è
divenuto proprietà di Riva, tutti i morti di amianto e le malattie
professionali ad esso connesse sono originate nel periodo precedente a Riva
, anche se la presenza di amianto in Ilva è continuata anche nel periodo di
Riva.
OK DEL SENATO, BONIFICHE PER LEGGE - Il Senato, con 247 sì e 20 no, ha
approvato in via definitiva il decreto sull' Ilva. Il provvedimento che reca
disposizioni urgenti per il risanamento ambientale e la riqualificazione del
territorio di Taranto, è convertito definitivamente in legge. Solo la Lega
ha votato contro. In ballo ci sono 396 milioni di euro, 120 dei quali messi
a disposizione dalla Regione Puglia. Il maxi stanziamento è previsto per una
serie di interventi di bonifica nella disastrata area tarantina, ma anche
per spingere il rilancio industriale con particolare attenzione allo
sviluppo del porto mercantile.
Questo provvedimento è un vero bluff di governo, Regione, enti locali e
sindacati confederali, dato che la cifra è assolutamente truccata e
insufficiente. Truccata perchè include 196 milioni di euro stanziati per il
porto, che quindi non c'entrano nulla con l'Ilva e l'emergenza ambientale e
le bonifiche.
GLI OPERAI SCENDONO DAI CAMINI - Gli operai dell'Ilva che da otto giorni
protestavano sul Camino E312 e sull'Altoforno 5, a sessanta metri di
altezza, hanno sospeso l'agitazione dopo un incontro con il prefetto di
Taranto, Claudio Sammartino, avvenuto ai piedi del Camino. "E' stato un
incontro molto proficuo - ha detto uno di loro Michelangelo Campo - e il
prefetto ha detto che si farà portavoce delle nostre istanze con gli altri
organi istituzionali". All'incontro ha partecipato anche il presidente
dell'Ilva, Bruno Ferrante.
Finalmente, questa protesta è stata sempre sotto l'egida degli aziendalisti
e si è svolta con il sostegno dell'entourage aziendale.
Queste proteste non sono quelle giuste in questa fase.
Servono scioperi unitari e blocchi della fabbrica e della città per
difendere realmente lavoro e salute.
LA NUOVA DENUNCIA - Ma non è tutto. E' stata depositata oggi alla
cancelleria penale del tribunale di Taranto la prima denuncia con la
richiesta di contestazione del reato di omicidio volontario con dolo
eventuale nei confronti dei legali rappresentanti dell'Ilva già coinvolti
nell'inchiesta per disastro ambientale. A presentarla è stato l'avvocato
Giuseppe Lecce del foro di Taranto, per conto della figlia di un ex
dipendente comunale che ha lavorato con mansioni da giardiniere per 30 anni
in un vivaio in contrada 'Taranto Croce' (nei pressi dell'ex ospedale
Testa), ed è morto nel 2006 a causa di un melanoma. Si tratta dello stesso
legale che guida la class action dei cittadini, per la quale ipotizza una
similitudine con il processo Thyssen.
Si tratta in realtà di un'azione pubblicitaria e di sciacallaggio da parte
dell'avvocato.
Lo Slai cobas sta sollecitando la Rete per la sicurezza ad assumere un
impegno giudiziario e di mobilitazione per la costituzione di parte civile e
le cause di risarcimento necessarie agli operai e ai cittadini di Tamburi e
nei prossimi giorni proporrà la sua iniziativa autorganizzata e di massa
sull'argomento, prendendo ad esempio le cause Thyssen ed Eternit a cui
abbiamo attivamente partecipato.
(03 ottobre 2012)
mercoledì 3 ottobre 2012
MA DOVE LI TROVA I SOLDI L'USB?
Siamo "sinceramente ammirati" dalla capacità dell'Usb di passare in pochissimo tempo dall'inesistenza in Ilva, e a Taranto in generale, a una immagine di presenza all'Ilva, che dovrebbe fare invidia anche ai sindacati confederali (che sicuramente i soldi per farsi propaganda ce l'hanno).
Neanche qualche giorno fa, grazie all'"acquisto" dell'ex delegato Fiom, ex rappresentante della Fim-cisl, Francesco Rizzo, l'Usb aveva proclamato la sua presenza all'Ilva e già vediamo mega spot sui giornali locali - per capirci machettone che prendono mezza pagina, pure a colori, che costano centinaia e centinaia di euro ognuna.
Non solo, ha anche affittato la sala di un hotel... A quando i mega manifesti per strada?
Della serie: con i soldi si arriva a tutto.... Anche a mostrare da un giorno all'altro una presenza in fabbrica che nei fatti non c'è, e che possiamo ben dire: si sta comprando con i soldi veri...
Questa disponibilità finanziaria, questi larghi cordoni della borsa potranno convincere qualcuno, anche qualcuno che oggi dice "basta con i sindacati", "basta con le bandiere", salvo poi comprarsi tanto di bandiera dell'Usb, ma non potrà cambiare la situazione del vuoto del sindacato di classe all'Ilva per la massa degli operai. L'Usb aspira evidentemente a mettersi in concorrenza e usando gli stessi sistemi dei sindacati confederali.
Gli operai non hanno bisogno di un quarto sindacatino che si compra la sua esistenza, hanno bisogno di riprendere nelle proprie mani l'organizzazione sindacale. E, sicuramente, gli operai che con fatica lavorano per questo - come gli operai dello slai cobas Ilva - non hanno certo tutti questi soldi, nè possono pagarsi "ex delegati"; ma hanno cuore e cervello...
Neanche qualche giorno fa, grazie all'"acquisto" dell'ex delegato Fiom, ex rappresentante della Fim-cisl, Francesco Rizzo, l'Usb aveva proclamato la sua presenza all'Ilva e già vediamo mega spot sui giornali locali - per capirci machettone che prendono mezza pagina, pure a colori, che costano centinaia e centinaia di euro ognuna.
Non solo, ha anche affittato la sala di un hotel... A quando i mega manifesti per strada?
Della serie: con i soldi si arriva a tutto.... Anche a mostrare da un giorno all'altro una presenza in fabbrica che nei fatti non c'è, e che possiamo ben dire: si sta comprando con i soldi veri...
Questa disponibilità finanziaria, questi larghi cordoni della borsa potranno convincere qualcuno, anche qualcuno che oggi dice "basta con i sindacati", "basta con le bandiere", salvo poi comprarsi tanto di bandiera dell'Usb, ma non potrà cambiare la situazione del vuoto del sindacato di classe all'Ilva per la massa degli operai. L'Usb aspira evidentemente a mettersi in concorrenza e usando gli stessi sistemi dei sindacati confederali.
Gli operai non hanno bisogno di un quarto sindacatino che si compra la sua esistenza, hanno bisogno di riprendere nelle proprie mani l'organizzazione sindacale. E, sicuramente, gli operai che con fatica lavorano per questo - come gli operai dello slai cobas Ilva - non hanno certo tutti questi soldi, nè possono pagarsi "ex delegati"; ma hanno cuore e cervello...
infedele - il silenzio operaio
AllIilva e indotto vi sono 15 mila operai. Alla puntata de L'Infedele, eccetto Ranieri e Battista, cittadini del Comitato, e la voce dei capi dall'altoformo e di uno in platea , pressocchè nessuno di essi ha parlato, mentre si sono ascoltate voci, tra isteria e protagonismo, che chiedono che l'Ilva chiuda e che gli operai diventino una massa di assistiti a perdere.
I tre sindacalisti sul palco sembravano tre sagome, tra argomenti deboli e silenzio sulle proprie responsabilità.
Lerner sembrava più sensato della platea che aveva organizzato.
Il giud. Carbone portava le buone ragioni della magistratura per l'inchiesta ma nessuna inchiesta giudiziaria può camminare a prescindere dagli effetti sulla classe operaia e dalle conseguenze sociali.
Il sindaco difendeva se stesso brandendo carte.
La sociologa Anna Maria Rivera, che a Taranto non ci vive da 40 anni, era catapultata sul palco da chi e perchè e in rappresentanza di chi e che cosa? Quando ci viveva si riteneva comunista e spesso a quelle portinerie ci veniva, quando scrive di immigrati è spesso lucida e precisa, ma ora tira fuori in maniera più strumentale che non si può la sorella Paola Rivera, una compagna sempre sulla trincea della classe operaia, che mai pensiamo in vita sua ha sostenuto che l'Ilva dovesse chiudere, che è tragicamente scomparsa per tumore, tout court addebitato alla presenza dell'inquinamento, perchè, essendo vegeteriana, non poteva che morire per tumore dell'Ilva ...
Gli operai non hanno più voce e rappresentanza in questa città, chi li doveva rappresentare ne tradisce gli interessi di classe, altri oggi non si sentono più operai ma soprattutto cittadini e possono dire che non importa che l'Ilva chiuda o no;
costoro oggi sembrano prevalere, ma nell'universo mediatico di TV e internet.
Ma nella realtà della più grande fabbrica del nostro paese e perfino nella realtà delle masse popolari dei quartieri più disagiati altro cova e va covato.
I tre sindacalisti sul palco sembravano tre sagome, tra argomenti deboli e silenzio sulle proprie responsabilità.
Lerner sembrava più sensato della platea che aveva organizzato.
Il giud. Carbone portava le buone ragioni della magistratura per l'inchiesta ma nessuna inchiesta giudiziaria può camminare a prescindere dagli effetti sulla classe operaia e dalle conseguenze sociali.
Il sindaco difendeva se stesso brandendo carte.
La sociologa Anna Maria Rivera, che a Taranto non ci vive da 40 anni, era catapultata sul palco da chi e perchè e in rappresentanza di chi e che cosa? Quando ci viveva si riteneva comunista e spesso a quelle portinerie ci veniva, quando scrive di immigrati è spesso lucida e precisa, ma ora tira fuori in maniera più strumentale che non si può la sorella Paola Rivera, una compagna sempre sulla trincea della classe operaia, che mai pensiamo in vita sua ha sostenuto che l'Ilva dovesse chiudere, che è tragicamente scomparsa per tumore, tout court addebitato alla presenza dell'inquinamento, perchè, essendo vegeteriana, non poteva che morire per tumore dell'Ilva ...
Gli operai non hanno più voce e rappresentanza in questa città, chi li doveva rappresentare ne tradisce gli interessi di classe, altri oggi non si sentono più operai ma soprattutto cittadini e possono dire che non importa che l'Ilva chiuda o no;
costoro oggi sembrano prevalere, ma nell'universo mediatico di TV e internet.
Ma nella realtà della più grande fabbrica del nostro paese e perfino nella realtà delle masse popolari dei quartieri più disagiati altro cova e va covato.
martedì 2 ottobre 2012
Taranto tra ignoranza e divisioni
Scene di intolleranza ieri a Taranto durante la trasmissione di Lerner in diretta su la 7, quando alcuni appartenenti ai comitati hanno chiamato "bergamasco" un tecnico, come fosse un insulto, dimostrando stupida intolleranza che passa dalla caccia all'immigrato, alla cacciata del settentrionale e del paesano. Uno scontro sociale che vede contrapposti schieramenti di operai, aziendalisti, benpensant i, ambientalisti, opinionisti.Il punto critico è la rottura di un fronte di massa che deve necessariamente ritrovare la sua unità nell'interesse dell'ambiente e del lavoro. Se chiudesse la fabbrica sarebbe una sconfitta, non soltanto per il lavoro, ma anche per l'ambiente, per la garanzia cioè di bonifiche e ristrutturazioni che solo gli operai, attraverso la conoscenza degli impianti possono garantire...e lo spettro di Bagnoli è dietro l'angolo.
Alcoa, Sulcis ,Fiat, Ilva, sono solo una parte dello sgretolamento del tessuto economico del paese e chi ne farà le spese come sempre saranno i lavoratori. Certo, è la legge del profitto, gridano alcuni del comitato cittadini e lavoratori, ma nel sistema capitalista solo il conflitto di classe può strappare risultati che salvaguardino salute e lavoro, per il resto è necessaria una vera rivoluzione culturale e sociale...ma è più probabile, almeno per il momento, che questo accada in Spagna o in Grecia.
lunedì 1 ottobre 2012
oggi alla port a dell'ilva - cosa dice lo slai cobas
Operai,
La nuova AIA dovrebbe essere, secondo il documento del gruppo di lavoro per l’Aia, varata dalla Conferenza dei servizi del 16 ottobre. In questo documento si dice che l’Ilva subito deve fare interventi per le cokerie e parchi minerali e applicare le BAT, anche queste da subito e non nel 2016. Successivamente il Ministero e la commissione hanno preso l’impegno per un documento anche su discariche e acque reflue.
Sui tempi e date. Dopo questo documento, il 9 ottobre la commissione istruttoria deve formalizzare gli interventi e le prescrizioni, integrando leggi regionali in materia di risanamento e recuperando gli obiettivi indicati dal gp; l’11 ottobre questo documento dovrebbe essere definito e il 16 ottobre con la Conferenza dei servizi l’Aia diventerebbe esecutiva.
Ma dalle dichiarazioni di questi giorni, non pensiamo che il 16 si vada davvero a una soluzione che garantisca messa a norma con tutela del lavoro e della salute in fabbrica e sul territorio.
Padron Riva e Ferrante non si impegnano ancora a mettere i fondi necessari per gli interventi. Anzi, Ferrante minimizza il danno ambientale tirando fuori “contro perizie” e chiede la scarcerazione di Riva; lo stesso governo con il Min. Clini appare eccessivamente schierato con Riva e impegnato a ridimensionare l’inchiesta e i poteri della Procura. Nello stesso tempo anche il governo mette fondi assolutamente insufficienti per la bonifica del territorio.
Dall’altro lato esistono forze istituzionali, politiche, economiche e alcune forze ambientaliste che puntano alla chiusura dell’Ilva, cosa che provocherebbe una situazione tipo Bagnoli, dove non si è difeso nè lavoro nè ambiente; anche queste posizioni vanno contrastate in fabbrica e sul territorio.
Lo Slai cobas è per l’unità di classe dei lavoratori contro Riva, governo e Stato dei padroni. Quindi è contro confusioni e divisioni alimentate dall’azienda e dagli aziendalisti e da posizioni che non considerano che solo la lotta, gli scioperi, i blocchi della fabbrica e della città, sono in grado di far pesare i lavoratori in questa contesa che si gioca sulla loro testa e sulla loro pelle.
La messa a norma è indispensabile per assicurare la continuità della fabbrica e del posto di lavoro. E’ con gli operai in fabbrica che questa battaglia si può fare e vincere. Per questo siamo contro fermate di impianti senza garanzia di lavoro, salario e piano concreto, con tempi certi per la bonifica.
Lo Slai cobas non guarda alle sigle sindacali, ma all’unità di classe e di base che permetta ai lavoratori di lottare uniti e vincere questa battaglia.
Lo Slai cobas è contro tutti coloro che con qualsiasi motivazione considerano la lotta degli operai come contrapposta agli interessi della città; operai e masse popolari sono e devono stare sullo stesso fronte!
Lo Slai cobas non è il “sindacato delle tessere”, ma pensiamo che una massiccia adesione ai cobas darebbe forza e peso ai lavoratori e bloccherebbe l’azione dell’azienda, e non solo, che non vuole riconoscerci i diritti sindacali in fabbrica.
SIAMO PERCHE’ LA LOTTA CONTINUI, anche prima del 16 ottobre
SIAMO PER UNO SCIOPERO GENERALE UNITARIO DI LAVORATORI E MASSE POPOLARI in ottobre, per costringere padroni, governo e Stato a fare ciò che va fatto per una fabbrica risanata, con copertura parchi, rifacimento cokeria e altoforni, utilizzo delle migliori tecnologie avanzate, ecc., e per la bonifica del territorio.
La nuova AIA dovrebbe essere, secondo il documento del gruppo di lavoro per l’Aia, varata dalla Conferenza dei servizi del 16 ottobre. In questo documento si dice che l’Ilva subito deve fare interventi per le cokerie e parchi minerali e applicare le BAT, anche queste da subito e non nel 2016. Successivamente il Ministero e la commissione hanno preso l’impegno per un documento anche su discariche e acque reflue.
Sui tempi e date. Dopo questo documento, il 9 ottobre la commissione istruttoria deve formalizzare gli interventi e le prescrizioni, integrando leggi regionali in materia di risanamento e recuperando gli obiettivi indicati dal gp; l’11 ottobre questo documento dovrebbe essere definito e il 16 ottobre con la Conferenza dei servizi l’Aia diventerebbe esecutiva.
Ma dalle dichiarazioni di questi giorni, non pensiamo che il 16 si vada davvero a una soluzione che garantisca messa a norma con tutela del lavoro e della salute in fabbrica e sul territorio.
Padron Riva e Ferrante non si impegnano ancora a mettere i fondi necessari per gli interventi. Anzi, Ferrante minimizza il danno ambientale tirando fuori “contro perizie” e chiede la scarcerazione di Riva; lo stesso governo con il Min. Clini appare eccessivamente schierato con Riva e impegnato a ridimensionare l’inchiesta e i poteri della Procura. Nello stesso tempo anche il governo mette fondi assolutamente insufficienti per la bonifica del territorio.
Dall’altro lato esistono forze istituzionali, politiche, economiche e alcune forze ambientaliste che puntano alla chiusura dell’Ilva, cosa che provocherebbe una situazione tipo Bagnoli, dove non si è difeso nè lavoro nè ambiente; anche queste posizioni vanno contrastate in fabbrica e sul territorio.
Lo Slai cobas è per l’unità di classe dei lavoratori contro Riva, governo e Stato dei padroni. Quindi è contro confusioni e divisioni alimentate dall’azienda e dagli aziendalisti e da posizioni che non considerano che solo la lotta, gli scioperi, i blocchi della fabbrica e della città, sono in grado di far pesare i lavoratori in questa contesa che si gioca sulla loro testa e sulla loro pelle.
La messa a norma è indispensabile per assicurare la continuità della fabbrica e del posto di lavoro. E’ con gli operai in fabbrica che questa battaglia si può fare e vincere. Per questo siamo contro fermate di impianti senza garanzia di lavoro, salario e piano concreto, con tempi certi per la bonifica.
Lo Slai cobas non guarda alle sigle sindacali, ma all’unità di classe e di base che permetta ai lavoratori di lottare uniti e vincere questa battaglia.
Lo Slai cobas è contro tutti coloro che con qualsiasi motivazione considerano la lotta degli operai come contrapposta agli interessi della città; operai e masse popolari sono e devono stare sullo stesso fronte!
Lo Slai cobas non è il “sindacato delle tessere”, ma pensiamo che una massiccia adesione ai cobas darebbe forza e peso ai lavoratori e bloccherebbe l’azione dell’azienda, e non solo, che non vuole riconoscerci i diritti sindacali in fabbrica.
SIAMO PERCHE’ LA LOTTA CONTINUI, anche prima del 16 ottobre
SIAMO PER UNO SCIOPERO GENERALE UNITARIO DI LAVORATORI E MASSE POPOLARI in ottobre, per costringere padroni, governo e Stato a fare ciò che va fatto per una fabbrica risanata, con copertura parchi, rifacimento cokeria e altoforni, utilizzo delle migliori tecnologie avanzate, ecc., e per la bonifica del territorio.
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