Noi vi condanniamo, maledetti del governo, polizia, giudici...! Avete voi ucciso i due ragazzi. Avete cercato di spegnere la loro energia, ribellione, volontà di un mondo migliore, la loro freschezza di partecipare alla lotta per questo, di lottare contro le vostre barbarie di guerre, genocidi; volevate spegnere la loro umanità, verso i popoli che voi massacrate, la solidarietà col popolo palestinese. I ragazzi non ci sono stati. Prima che lo imponeste voi con la vostra repressione, col vostro schifo insopportabile, purtroppo ci hanno lasciato. Ma siete voi che dovete morire... Attenzione, chè tantissimi ragazzi di Torino, di ogni città scelgono invece di vivere e lottare con più forza per "farvi la festa", anche nel nome dei loro due compagni.
Ciao, ragazzi. Dobbiamo vivere e lottare, vivere per lottare! Ribellarsi è giusto!
proletari comunisti
Una denuncia della compagna avvocata Antonietta Ricci di Taranto
Per F. e C.
Il prezzo del dissenso.
La tragica vicenda di F. e C., due giovani militanti torinesi, impone una riflessione profonda sul rapporto tra esercizio del dissenso, repressione penale e tutela delle libertà fondamentali in uno Stato democratico.
Le loro morti hanno suscitato un diffuso interrogativo sul peso che procedimenti giudiziari, misure cautelari e dispositivi di controllo possano esercitare sulla vita delle persone, specialmente quando colpiscono giovani impegnati nell'attività politica e nei movimenti sociali. La loro storia richiama l'attenzione sulle conseguenze umane, psicologiche e sociali di un sistema che sempre più frequentemente affronta il conflitto politico e il dissenso attraverso gli strumenti della prevenzione e della repressione.
Negli ultimi due anni si è assistito a una progressiva estensione delle misure cautelari e di prevenzione nei confronti di attivisti, studenti, lavoratori e militanti impegnati in mobilitazioni sociali e politiche. Fogli di via, obblighi di firma, divieti di dimora, arresti domiciliari e altre limitazioni della libertà personale vengono spesso presentati come misure intermedie, quasi prive di reale afflittività. In realtà esse incidono profondamente sulla vita quotidiana delle persone, condizionandone le relazioni, il lavoro, lo studio, la partecipazione politica e la stessa percezione della propria dignità e libertà. Esse producono effetti che vanno ben oltre la dimensione strettamente giuridica, investendo la sfera psicologica, affettiva, lavorativa e relazionale degli individui. In particolare, quando colpiscono giovani impegnati in percorsi di partecipazione politica e di mobilitazione sociale, tali provvedimenti rischiano di assumere una funzione deterrente nei confronti dell'esercizio stesso dei diritti democratici, generando isolamento, stigmatizzazione sociale e una percezione di colpevolezza anticipata rispetto a qualsiasi accertamento definitivo.
Molto preoccupante appare la tendenza a ricondurre entro categorie di pericolosità sociale forme di dissenso che rientrano pienamente nell'esercizio dei diritti costituzionalmente garantiti. La partecipazione a manifestazioni, campagne di solidarietà internazionale, iniziative di protesta contro politiche ritenute ingiuste o contro le violazioni dei diritti umani, comprese quelle denunciate in relazione al genocidio che si consuma in Palestina, non può essere trasformata in un fattore di sospetto o in un presupposto per l'applicazione di misure limitative della libertà personale.
Per queste ragioni è necessario respingere con fermezza la narrazione secondo cui si tratterebbe di misure innocue o prive di reale impatto. La loro capacità di condizionare le scelte di vita, limitare le relazioni sociali, ostacolare il lavoro, lo studio e la partecipazione politica dimostra che esse costituiscono strumenti di significativa compressione delle libertà individuali. Proprio per tale ragione il loro utilizzo dovrebbe essere rigorosamente circoscritto, sottoposto a un controllo giurisdizionale effettivo e valutato alla luce dei principi di necessità, proporzionalità e minima lesione dei diritti fondamentali che caratterizzano uno Stato costituzionale di diritto. Dietro la retorica dell'ordine pubblico e della prevenzione si delinea infatti un modello normativo che tende a trasformare il dissenso sociale e politico in un problema di sicurezza, spostando il baricentro dell'intervento pubblico dalla tutela dei diritti alla repressione preventiva.
La memoria di F. e C. impone dunque di interrogarsi criticamente non soltanto sulla legittimità formale di determinati strumenti giuridici, ma anche sul loro impatto concreto sulle esistenze individuali e sulla qualità della vita democratica del Paese. Perché una democrazia si misura anche
dalla capacità di garantire il diritto al dissenso, di proteggere chi esprime posizioni critiche e di evitare che il conflitto politico venga trattato come una questione di ordine pubblico anziché come una componente essenziale del pluralismo costituzionale.
Questa riflessione non può che concludersi con un pensiero di vicinanza e solidarietà a tutti i giovani che continuano a impegnarsi nella vita politica e sociale del Paese, spesso pagando un prezzo personale elevato per la scelta di non rimanere indifferenti di fronte alle ingiustizie, alle disuguaglianze e alle violazioni dei diritti umani. In una democrazia matura, il dissenso non dovrebbe essere temuto né represso, ma riconosciuto come una risorsa essenziale per il progresso civile e per la tutela dei valori costituzionali.
Un pensiero particolare va alle famiglie di F. e C., chiamate a sopportare un dolore che nessuna decisione giudiziaria, nessun procedimento e nessuna ragione di Stato potranno mai cancellare. La memoria di F. e C. richiama tutti, istituzioni e cittadini, alla responsabilità di difendere questo principio fondamentale: nessuna ragione di ordine pubblico può giustificare l'erosione dei diritti che costituiscono il fondamento della convivenza democratica.
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