mercoledì 6 maggio 2026

Colpevoli di genocidio? La causa civile contro Leonardo S.p.A. e la storia di Hala Abulebdeh

di Dario Morgante

 AssoPace Palestina, Pax Christi, Attac, A Buon Diritto, Un Ponte Per, Arci e Acli - ha convocato una conferenza stampa per lanciare un’iniziativa giuridica tanto ambiziosa quanto inedita: una causa civile Leonardo S.p.A., principale multinazionale bellica italiana, e lo Stato,  L’aula è piccola, ma piena, e qualcunə resta in piedi, appiattendosi lungo le pareti. “Le parole si susseguono senza mediazioni: colonialismo, apartheid, complicità. In questa sequenza, un nome emerge a più riprese, pronunciato quasi sottovoce.

Hala Abulebdeh non è presente in sala, ma costituisce il centro umano e giuridico della causa civile contro Leonardo S.p.A. Dottoressa in farmacia, nata in Arabia Saudita e cresciuta a Gaza e da anni residente in Scozia, è l’unica persona fisica firmataria dell’azione giudiziale. Nel diritto italiano, infatti, è richiesta l’esistenza di un «interesse concreto, personale e attuale»: qualcuno che incarni direttamente la lesione. Nel suo caso, quell’interesse prende forma in modo inequivocabile, quando,

il 12 dicembre 2023, mentre si trova in Europa, un attacco dell’esercito israeliano distrugge la casa della sua famiglia, dove si trovavano i genitori, quattro sorelle e un fratello. Tuttə sono statə brutalmente uccisə. 

«I miei primi ricordi dell’occupazione di Gaza risalgono a quando ero molto piccola», racconta a Voice Over Foundation dalla sua abitazione di Glasgow, dove oggi vive e lavora. «Avevo cinque o sei anni quando iniziai a sentire parlare di persone uccise dai soldati israeliani. La luce della torre di osservazione israeliana dietro la casa dei miei nonni, a Rafah, mi spaventava e da bambina mi sembrava un incubo». Poi le jeep, che, di notte, «entravano nei quartieri per spaventare la gente, cercare palestinesi far sentire la loro presenza». Durante la Seconda intifada, nel 2000, la madre era ricoverata all’ospedale Nasser di Khan Younis quando «dei soldati israeliani fecero irruzione, sparando ovunque». Poi, ricorda «il figlio del vicino, ucciso e caricato su un bulldozer» e il «lancio di bombe e gas lacrimogeni nella casa dei nonni». 

All’epoca la donna aveva undici anni, Gaza era ancora occupata dai soldati dell’IDF e i checkpoint interni alla Striscia rappresentavano il volto più infido dell’occupazione. «I controlli seguivano una procedura molto dettagliata, ossessiva. Controllavano i vestiti, gli oggetti, le borse, tutto». Una volta, Abulebdeh, ancora bambina, è stata portata da sola in una stanza e perquisita: il metal detector aveva intercettato un pericoloso un braccialetto nella tasca posteriore dei suoi pantaloni. «Uno di quelli fatto con le linguette delle lattine» precisa. «Mi hanno controllata da sola, come se fossi sospetta. Anche da bambina mi sembrava tutto strano, troppo minuzioso, troppo invasivo». Lo stesso schema si ripete negli anni degli studi: «Frequentare l’università era estenuante. A volte aspettavo tutto il giorno al checkpoint e poi, se lo aprivano alla fine della giornata, non aveva più senso andare a lezione e tornavo a casa. Mi capitava anche di perdere gli esami». 

I posti di blocco sionisti nei territori palestinesi non sono solo fittizi presidi di sicurezza, ma agiscono come una catena di montaggio dell’umiliazione e della deumanizzazione delle palestinese.

La dottoressa ripercorre i suoi ricordi: «Un giorno, una mia compagna di corso piangeva senza che capissimo il perché. Poi abbiamo realizzato che doveva andare in bagno ma non c’era nessun posto dove farlo. Dovevamo cercare case lungo la strada e bussare per chiedere di usarlo. Un’altra volta ci dissero che le auto non potevano passare, che bisognava andare a piedi. La gente è scesa dalle macchine e ha iniziato a camminare. Poi i soldati hanno sparato ovunque. Correvamo, senza sapere dove andare. Le persone cadevano a terra per la paura». 

La violenza si ripeteva anche nei momenti più banali della giornata, quando la fila diventava interminabile, trasformando un banale viaggio in macchina in una prova di sopravvivenza: «La gente scendeva dai taxi e dalle auto e camminava fin davanti, poi si ammassava di nuovo nei veicoli per riuscire a passare. Una macchina da quattro posti finiva per prendere sei o sette persone». Durante il Ramadan, «non avevamo cibo. Si cercava qualsiasi cosa per rompere il digiuno. Ricordo un’arancia condivisa tra dieci persone. Alcuni svenivano o stavano male». E in estate le condizioni peggioravano ancora: «a volte spegnevano il motore dell’auto mentre eravamo fermi al checkpoint e restavamo lì a soffocare dentro la macchina. Era come essere intrappolati in un crudele gioco di ruolo. Ma era la nostra quotidianità». Un giorno, un’amica di Hala le raccontò che un soldato aveva aperto il fuoco contro un suo collega di università con cui stava condividendo un taxi. «Lo uccisero e la borsa della mia amica si impregnò del suo sangue». 

Fino ai sedici anni - e finché Israele glielo ha consentito - Hala ha alternato periodi di vita a Gaza ad altri in Arabia Saudita: «Lì la vita sembrava stabile, più normale. All’inizio non capivo perché Gaza fosse così diversa, perché ci fosse l’occupazione, perché loro fossero lì. È sempre stato difficile accettare che la nostra vita potesse essere spezzata così, che la libertà di muoversi non fosse mai davvero normale».

Dal 1967 Israele ha mantenuto una presenza diretta nella Striscia, modificando la sua strategia di pulizia etnica solo nel 2005 con il ritiro di truppe e insediamenti. Da allora, l’occupazione non si interrompe ma cambia forma,

si rafforza attraverso nuove tecnologie di sorveglianza e apparati bellici, continuando a esercitare un controllo totale su accessi e uscite, beni essenziali, organizzazioni internazionali e giornaliste. Via aria, terra e mare. Quasi due milioni di persone confinate in quella che viene definita la “più grande prigione del mondo”. «Dopo che gli israeliani hanno lasciato Gaza, la vita è diventata ancora più dura, perché controllavano tutto da fuori», dichiara la farmacista. «Anche le cose più banali erano limitate. Il cibo era ridotto al minimo. A volte non trovavi neppure il cioccolato, o il trucco per una ragazza che si era fidanzata». 

Anche quando lascia Gaza e arriva in Europa per terminare gli studi e lavorare nel settore farmaceutico, l’occupazione sionista continua a modellare la sua vita:

«Quando qualcuno lascia Gaza, non può facilmente tornare; e se torna, magari non può più uscire».

Superata la lotteria di passaporti e visti, essere palestinese o gazawi  assume un significato diverso: i legami familiari si spezzano lungo traiettorie irreversibili e chi parte lo fa con la consapevolezza di poter non rivedere più i propri affetti. «Mi sembra che tutto sia progettato per distruggere le famiglie», sostiene. «Mi sono sentita in colpa per essere andata via. Continuavo a chiedermi perché avevo lasciato la mia famiglia», confida. «Forse, se fossi stata lì, avrei potuto aiutarli, rassicurarli, fare qualcosa». 

Poi arriva l’8 ottobre 2023, l’invasione via terra di Gaza e l’inizio dell’operazione finale di Israele. «In quei mesi mi sentivo in colpa perfino a mangiare, quando altre persone stavano morendo di fame. Mi sentivo in colpa a dormire, a bere acqua, a caricare il cellulare». Le notti si riducono a frammenti, il telefono resta sempre acceso in modalità vibrazione e le notizie scorrono senza sosta. «Se mi addormentavo, era per trenta o quarantacinque minuti al massimo. Avevo paura che ci fosse un attacco e che la mia famiglia non sapesse cosa fare». 

Il 12 dicembre 2023 l’intera famiglia di  Hala Abulebdeh viene sterminata da Israele. La farmacista ne viene a conoscenza solo quarantacinque giorni dopo, quando un messaggio di condoglianze, inviato da un vicino di casa a Gaza, rompe il silenzio improvviso e inspiegabile dei suoi familiari. Ad oggi, soltanto tre corpi dei familiari di Hala uccisi sono stati ritrovati.

È su questo evento che si innesta l’azione legale promossa dalla società civile italiana. «I contratti tra Leonardo e Israele violano norme fondamentali», spiega l’avvocato Luca Saltalamacchia a Voice Over Foundation. «La causa civile contro Leonardo S.p.A. si fonda sull’articolo 11 della Costituzione e sulla legge 185 del 1990, oltre che sugli obblighi internazionali che impongono agli Stati di non contribuire a situazioni illegali. Il punto», continua, «è che queste norme non vincolano solo lo Stato, ma anche i privati. Non esiste una zona neutra in cui il mercato possa operare indipendentemente dal diritto». Da qui il richiamo agli articoli 1418 e 1344 del Codice civile: un contratto è nullo quando contrasta con norme imperative o serve a eluderle. «È un passaggio decisivo», conclude Saltalamacchia, «perché sposta il baricentro: non solo la responsabilità politica degli Stati, ma anche quella economica e contrattuale di chi partecipa alla filiera». 

La richiesta è netta: azzerare tutti i rapporti in essere e vietarne di nuovi, includendo anche beni e servizi “dual use”, formalmente civili ma impiegabili in ambito militare. La causa civile contro Leonardo S.p.A. si muove fuori dai canali amministrativi tradizionali, dove il controllo sull’export è affidato a licenze governative, e chiama direttamente in causa il giudice ordinario, ricostruendo in modo puntuale la connessione tra produzione di beni bellici e il genocidio. Componenti per F-35, aerei M-346, elicotteri AW119Kx, radar, tecnologie per carri armati, fino a bombe guidate a distanza. Non una singola fornitura, ma una rete industriale diffusa, tra stabilimenti, controllate e partnership internazionali, riconducibile a Leonardo S.p.A.. La prima udienza si è svolta il 27 marzo 2026 davanti al Tribunale di Roma in forma di trattazione scritta, senza discussione orale. Il giudice non ha ancora emesso alcuna decisione, avendo fino a trenta giorni di tempo per pronunciarsi sulle questioni preliminari, dalla giurisdizione alla legittimazione delle parti, oltre all’eventuale richiesta di esibizione dei contratti. 

Una simile traiettoria è disegnata dal dossier prodotto dal collettivo Giovani Palestinesi in Italia (GPI), insieme a diverse realtà della solidarietà internazionale - People for Embargo on Palestine, Palestinian Youth Movement, The Weapon Watch (TheWW), European Legal Support Center e Movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni). Il documento, Made in Italy per l’industria del genocidio, analizza registri di spedizione, bill of lading e incroci delle filiere industriali e logistiche, ricostruendo in modo dettagliato le forniture belliche italiane a Israele. 

«Ciò che emerge principalmente», afferma una referente di GPI, «è che questi dati sono in contraddizione con le affermazioni del governo». A fronte di dichiarazioni ufficiali su una sospensione o restrizione delle esportazioni, il dossier individua almeno 416 spedizioni militari dall’Italia verso Israele dopo l’ottobre 2023, oltre a più di 224 chilotonnellate di carburante. Dietro queste cifre si delinea una filiera miliardaria che attraversa aziende, infrastrutture e istituzioni, coinvolgendo hub aeroportuali, come Fiumicino e Malpensa, e portuali, come Genova, Ravenna e Taranto. 

«Per noi era importante dimostrare che dietro la complicità diplomatica e geopolitica del governo italiano con Israele ci sono anche materiali, beni e, soprattutto, una classe lavoratrice coinvolta», prosegue. «Proprio loro, opponendosi, possono fare la differenza,

come è successo nell’autunno del 2025 con gli scioperi generali lanciati con l’Unione Sindacale di Base». Il punto, insiste, è rendere visibile una contraddizione strutturale: mentre il discorso pubblico rivendica limiti e controlli, «i numeri delle spedizioni che continuano non rendono credibile questa posizione». 

Anche Hala Abulebdeh condivide la necessità del boicottaggio, come unico strumento concreto a disposizione dell’occidente solidale alla Palestina e avverso al sistema imperialista e neo-coloniale che mira alla pulizia etnica di quei territori.

«Apprezzo l’empatia, ma apprezzo di più le azioni», afferma, spiegando poi perché abbia deciso di mettersi al centro di un’iniziativa legale così ambiziosa:

«Per noi palestinesi non è davvero un’opzione restare in silenzio. Nessuno può entrare a Gaza, quindi se non parliamo noi, chi racconterà quello che succede? Ci sono migliaia di persone che vivono la stessa esperienza, ma non parlano inglese, oppure non sono pronti a raccontarla. Io sento che devo farlo, perché posso farlo»

Sulla vita in Scozia aggiunge che «anche dopo aver lasciato Gaza, la guerra non ti lascia», descrivendo un disagio che persiste anche lontano dalla Striscia: «Non riesco a sopportare il suono delle ambulanze, dei fuochi d’artificio, degli elicotteri. Tutto questo mi riporta alla guerra. Anche i rumori delle auto possono ricordarmi gli F-16. Il mio corpo reagisce subito». Infine, prende le distanze dalle categorie con cui la sua esperienza viene spesso incasellata: «A volte evito le persone perché non voglio essere trattata come una vittima. Ma non voglio nemmeno essere trattata come un’eroina. Io sono solo una persona. Alcunə ti vedono come vittima, altrə romanticizzano la tua storia. Non mi piace nessuna delle due cose. Raccontare la mia esperienza è difficile, perché poi arrivano domande, e quelle domande possono essere molto dolorose».

Racconta poi un episodio. È a Glasgow, a una mostra d’arte dedicata al genocidio, nelle prime settimane in cui ha deciso di uscire di casa, dopo mesi di sofferenza fisica e mentale. Sulle pareti, cartoncini lucidi con fotografie scattate a Gaza restituiscono la devastazione: immagini di macerie, volti e città distrutte, accompagnate dai numeri  delle decine di migliaia di morti e centinaia di migliaia di feriti che condensano la violenza israeliana riversatasi sul suo popolo e sulla sua famiglia dall’8 ottobre 2023. 

Un’anziana scozzese dai capelli bianchi è attratta dalla sua presenza, le si avvicina e le chiede: «Da dove vieni?». «Gaza», risponde Hala, mentre vede oscurarsi il volto della donna. 

«Poi mi ha chiesto della mia famiglia e le ho detto cosa era successo. A quel punto si è messa a piangere. A dirotto. Io non ero preparata a quella reazione e mi sono dispiaciuta. Poi ho pensato: non sono io a dover consolare lei. Non posso essere io».



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