mercoledì 13 maggio 2026

I crimini quotidiani frutto dello sfruttamento e del razzismo contro i braccianti e i migranti in genere gridano solidarietà, vendetta, organizzazione della lotta

Bracciante muore carbonizzato nelle campagne del Foggiano: la tragedia dello sfruttamento che nessuno vuole vedere

All’alba del 12 maggio, nelle campagne di Poggio Imperiale, in località Fucicchia, un bracciante agricolo ha perso la vita bruciato vivo nella roulotte in cui viveva. Una morte che qualcuno chiamerà “incidente”. Ma che in realtà ha il volto della ghettizzazione, dello sfruttamento e dell’abbandono.
La vittima, un lavoratore di origine romena, viveva in una roulotte parcheggiata tra i campi. Non per scelta, ma perché per molti braccianti agricoli la casa è un lusso, un diritto negato. Quella roulotte era il suo rifugio durante le giornate di lavoro più dure e massacranti. Un rifugio fragile, improvvisato, pericoloso. Una trappola.

Le prime ricostruzioni parlano di cause accidentali. Ma cosa c’è di davvero “accidentale” nel fatto che nel 2026 esistano ancora lavoratori costretti a vivere in mezzi di fortuna, senza sicurezza, senza dignità, senza protezione?
Questa morte non è un episodio isolato. È il risultato di un sistema agricolo che continua a reggersi su manodopera invisibile, sottopagata e costretta a vivere in condizioni disumane. Un sistema che si alimenta di sfruttamento strutturale e di un razzismo istituzionalizzato che rende queste vite sacrificabili, marginali, invisibili.
Ghetti informali, baraccopoli, roulotte parcheggiate nei campi: luoghi dove la fatica è quotidiana e la dignità viene sospesa.

Chi raccoglie il cibo che arriva sulle nostre tavole troppo spesso vive senza diritti, senza tutele e senza una casa vera. Si muore di lavoro, si muore di sfruttamento, si muore di indifferenza.
E ogni volta si parla di fatalità.
Ma quando la precarietà diventa sistema, la fatalità non esiste più: resta solo la responsabilità collettiva.

Soumaila Diawara

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