mercoledì 2 settembre 2026

La situazione ex Ilva sulla stampa locale e nazionale - Ex Ilva, fissata per il 9 settembre l’udienza per salvare l’area a caldo - info 2

Ex Ilva, fissata per il 9 settembre l’udienza per salvare l’area a caldo

La Corte d’appello di Milano dovrà decidere sulla sospensione dello stop imposto dal 25 ottobre. Ma l’impianto rischia di fermarsi già il 20 settembre per la mancanza di materie prime


È fissata per il 9 settembre l'udienza dinanzi alla corte d'appello di Milano che dovrà decidere se sospendere o meno il decreto che impone all'ex Ilva lo stop dell'area a caldo a partire dal prossimo 25 ottobre. Le società Ilva in As e Accierie d'Italia in As ha infatti depositato l'istanza e la corte ha immediatamente fissato la data dell'udienza: una data particolarmente ravvicinata evidentemente per i tempi particolarmente stretti: come svelato dalla Gazzetta, infatti, l'area a caldo rischia di fermarsi già il 20 settembre per mancanza di materie prime. Dal 27 luglio scorso, giorno della sentenza della Corte milanese, infatti, AdI in As ha fermato l’approvvigionamento di materie prime e quindi in fabbrica mancano gli elementi essenziali per continuare la produzione: stando a quanto appreso dalla Gazzetta, quindi, l’ultima colata nell’area a caldo è prevista intorno alla seconda decade di settembre per poi avviare in sicurezza le attività per fermare gli impianti.
L'udienza dinanzi alla Corte, quindi, è l'estremo tentativo delle società per provare a salvare l'ara a caldo dello stabilimento fermato dai giudici, su richiesta dell'associazione “Genitori Tarantini” attraverso gli avvocati Ascanio Amenduni e Maurizio Rizzo Striano, per la presenza di 2mila tonnellate di amianto e per le emissioni di sostanze nocive, in particolare pm10 e pm2,5.

Sul primo punto la corte d’appello ha sottolineato che nello stabilimento ionico sono presenti 2mila tonnellate di materiale cancerogeno che, come evidenziato da Ilva in As si trova principalmente nei cowper altoforni: la società si è difesa sostenendo che quel materiale è «entrocontenuto» nella struttura dell’impianto, si trova cioè tra la corazza in metallo e lo strato di mattoni refrattari degli impianti e quindi per i gestori e la proprietà della fabbrica è impossibile la fuoriuscita delle fibre anche durante la marcia produttiva. I giudici, tuttavia, sono stati di altro avviso: nel ribadire che «l’amianto è l’unica causa nota che provoca il tumore maligno alla pleura (mesotelioma da asbesto)» e nella popolazione di Taranto e del vicino comune di Statte «si presenta in misura quattro volte superiore» rispetto ad altri territori, ha soprattutto chiarito che è «errato» ritenere che non vi sia dispersione di fibre cancerogene nell’aria per due motivi. Principalmente perché «anche usando la più recente microscopia elettronica, i filamenti di amianto più pericolosi non sarebbero rilevabili», ma soprattutto perché la stessa azienda ha ammesso che l’incendio all’Afo1 del 7 maggio 2025 ha «disperso fibre di amianto». Finora sono state rimosse ben 6,7 tonnellate di materiale pericoloso, ma le 2 rimaste non sono in procinto di essere asportate: da un lato infatti società ha declared che quelle parti saranno rimosse solo a fine vita degli impianti e dall’altro l’Aia rilasciata nel 2025 dal Governo Meloni non impone alcuna operazione alla fabbrica a differenza dell’autorizzazione del 2017 che invece prevede lo smaltimento totale dell’amianto in fabbrica.

Quanto alle polveri sottili, la corte d’appello lombarda ha confermato che «l’inquinamento è più elevato in alcuni quartieri (specie Tamburi) che in altre zone» ed è «dimostrato il legame tra pm10 e aumento di malattie e mortalità», ma soprattutto che in questi anni non è mai stato fissato un valore limite adeguato e che il protrarsi del «solo monitoraggio della raccolta di dati, senza che a esso conseguano le prescrizioni conseguenti, si risolve nell’avvenuta proroga dell’attività produttiva pericolosamente inquinante dal 2012 a oggi, proroga destinata a protrarsi, quantomeno, per tutto il periodo di vigenza dell’Aia 2025».

La situazione ex Ilva sulla stampa - Ex Ilva, l’indotto si ferma: rischio di un migliaio di licenziamenti - info 3

In arrivo i provvedimenti collettivi conseguenti allo stop dell’area a caldo. Alcune imprese sono ricorse alla cassa ordinaria, bloccati tutti i contratti a termine

Polo siderurgico. Una veduta dello stabilimento ex Ilva di Taranto e dell’adiacente quartiere Tamburi.
 (ANSA / Ciro Fusco)

Tra avvio dei licenziamenti collettivi e ricorso alla cassa integrazione, l’indotto ex Ilva vive già i primi contraccolpi della fermata dell’area a caldo del siderurgico che, per effetto del decreto della Corte d’Appello di Milano, dovrà avvenire entro fine ottobre (90 giorni dal 27 luglio). Dal fronte Aigi, associazione di imprese, annunciano che «tra qualche giorno i licenziamenti verranno ufficializzati. Ad oggi riguardano circa un migliaio di addetti divisi fra tre-quattro aziende. Sono imprese che non intravvedendo possibilità di riavvio dell’area a caldo, ritengono che non abbia senso usare la cassa integrazione e stanno attivando le procedure di licenziamento collettivo. Ma il 30 per cento del problema si sta già verificando con il mancato rinnovo dei contratti di lavoro a tempo determinato».

Invece per la cassa integrazione, la Peyrani spa, che si occupa di manutenzioni, ha comunicato ieri ai sindacati la sospensione dal lavoro (procedura ordinaria) di 55 unità. E un’altra azienda, Itelyum-Castiglia, ha dichiarato che con l’alt alla produzione, si fermano anche la logistica e lo scarico delle materie prime al porto dove sono impiegate 70 unità, di cui 16 a tempo determinato. «Ne deriva un esubero strutturale che la società intende affrontare con la necessaria tempestività per evitare ripercussioni finanziarie» scrive Itelyum-Castiglia. Prima di queste, un’altra impresa, la Semat Engineering, ha chiesto il rinnovo della cassa integrazione per oltre 200 addetti essendosi fermato il lavoro con lo stop alle batterie delle cokerie, stop in corso già da alcuni mesi.

Fonti vicine ad Acciaierie d’Italia affermano che per la fermata dell’area a caldo, al momento il giorno non é definito, ma tutto quello che é necessario predisporre «è stato già studiato, analizzato e pianificato». Non é che lo si fa dall’oggi al domani, si evidenzia, anche perché dovrà essere data comunicazione, attraverso un piano, al ministero dell’Ambiente, agli enti locali e alle autorità di controllo. E una data ancora non c’è, si ribadisce.
Sono tre le convocazioni che si attendono a breve: dell’azienda ai sindacati per dire come e quando ci sarà la fermata; del Governo sul futuro dell’ex Ilva, considerate le candidature degli acciaieri italiani con Federacciai, degli indiani di Jindal, degli americani di Flacks Group e del gruppo ceco CE Industries; infine, sempre da parte del Governo con il Tavolo Taranto relativo alla nuova industrializzazione. Intanto si fa avanti Vincenzo Cesareo, a capo del gruppo metalmeccanico Comes, presidente della Camera di Commercio di Taranto e già a capo di Confindustria Taranto. In una lettera al Governo, Cesareo scrive che «l’imperativo morale ed economico deve essere quello di salvare l’area a caldo, trasformandola tecnologicamente, com’è ormai improcrastinabile, affinché smetta di essere una ferita ambientale e divenga, all’opposto, l’impalcatura che alimenta l’area a freddo, garantendo acciaio italiano sostenibile e di alta qualità, nonché una buona occupazione. In questo scenario - scrive - non appare accettabile l’esclusione o l’assenza dell’imprenditoria locale da processi decisionali di tale portata. Le imprese del territorio, che da oltre sessant’anni convivono con lo stabilimento e che, come l’azienda che rappresento, hanno continuato a investire ingenti risorse proprie per promuovere l’innovazione e la transizione ecologica di questa terra, hanno il diritto di entrare in partita ed il dovere di contribuire alla soluzione dei problemi». Il cda di Comes ha deliberato un milione di euro «per partecipare ad una cordata imprenditoriale finalizzata all’acquisizione ed al rilancio dell’ex Ilva» e auspica che anche altri partner locali si facciano avanti.

Infine, sul fronte giudiziario si è completata l’azione legale per cercare di bloccare la fermata. Dopo Ilva, anche Acciaierie d’Italia ha presentato il ricorso straordinario in Corte di Cassazione ed entrambe le società hanno anche inoltrato l’istanza di sospensiva alla Corte d’Appello. Scrive AdI nel ricorso: «La Corte d’Appello, disponendo la sospensione immediata delle attività dell’area a caldo, ha integralmente sostituito la propria misura inibitoria a quella disposta dal Tribunale» e così è «venuta meno la possibilità per AdI di avvalersi della misura rimediale indicata dal Tribunale per evitare la sospensione delle attività di produzione dell’acciaio».

A Bari il 4 settembre per portare l'opposizione, la voce e la rappresentanza operaia e popolare contro il governo Meloni

Dopo la riuscita manifestazione a Taranto del 21 agosto in occasione della presenza della Meloni per l'inaugurazione dei giochi del mediterraneo

(vedi in questo blog immagini e interventi del 21 agosto)

A Bari con lo Slai cobas per il sindacato di classe 

ore 16 dalla sede

per raggiungere Bari piazza Ferrarese ore 17.30

info wa 3475301704 

martedì 1 settembre 2026

"Proibita la bandiera palestinese ai Giochi del Mediterraneo”: la denuncia della Flotilla a Fasano

Giochi per promuovere la Puglia, Taranto zone di guerra

 Da La Repubblica - Davide Carlucci

 
Allontanata una famiglia che faceva sventolare la bandiera durante una partita di pallamano. 
La protesta del sindaco Zaccaria: “Così si tradisce lo spirito della manifestazione, che dovrebbe promuovere la pace”

A Bari contro il governo Meloni - 4 settembre piazza Ferrarese ore 17.30 - partenza da Taranto ore 16 dalla sede Slai cobas

 

Ilva, finite le materie prime: si spegne l'ultimo altoforno - Info - Ma, per lo Slai cobas, non si spegne nulla se prima non si garantisce la continuità lavorativa degli operai diretti e appalto

Dalla GdM

Entro il 20 settembre l'ultima colata. È la prima concreta conseguenza del decreto emesso dalla Corte d’appello che il 27 luglio scorso ha imposto alla fabbrica 90 giorni per fermare gli impianti a causa delle tonnellate di amianto presente ancora nello stabilimento e delle emissioni inquinanti per lavoratori e cittadini: tre mesi che, a conti fatti, dovrebbero coincidere con il 25 ottobre, ma le riserve di minerale di ferro e carbone sono ormai tali da non superare il prossimo mese. 

Dal giorno della sentenza, infatti, Acciaierie d’Italia in As ha fermato l’approvvigionamento di materie prime e quindi in fabbrica mancano gli elementi essenziali per continuare la produzione: stando a quanto appreso dalla Gazzetta, quindi, l’ultima colata nell’area a caldo è prevista intorno alla seconda decade di settembre per poi avviare in sicurezza le attività per fermare gli impianti.

Lo stabilimento ionico è destinato allo stop a meno che i giudici milanesi non dispongano una sospensiva del verdetto della Corte d’appello milanese in attesa che la Cassazione valuti il ricorso degli avvocati dell’Ilva. 
Nelle scorse ore, lo stesso ministro per le Imprese e il Made in Italy, Adolfo Urso, intervenuto in videocollegamento all’evento di Affaritaliani “La Piazza 2026”, a Ceglie Messapica, ha confermato che «I tempi di chiusura dell’area a caldo, quindi degli altoforni, sono dettati dalla decisione della Corte d’Appello che dice che entro 90 giorni, dunque entro il 28 ottobre, quegli impianti devono chiudere», ma ha aggiunto che per la fabbrica ionica «ci sono due offerte vincolanti, una delle quali di Jindal» che «ha aggiornato la sua proposta alla luce della decisione della Corte d’Appello». A queste si aggiungono due manifestazioni di interesse, una delle quali è Federacciai con 14 imprese «che devono valutare - ha aggiunto il ministro - se poi trasformare questa manifestazione di interesse in offerte vincolanti nei tempi prefissati dai commissari».

Borgo mezzanone

da Operai Contro, 

....per eliminare ghetti e baraccopoli quali Borgo Mezzanone e costruire normali abitazioni con relativi spazi, urbanistica ecc., il governo Meloni aveva ricevuto dalla Ue con il Pnrr, 200 milioni di euro. Ha preferito restituire all’Ue 180 di questi milioni piuttosto che realizzare questo piano. Se ve ne fosse bisogno è una cartina di tornasole di come il governo Meloni considera i braccianti immigrati, per tenerli fortemente ricattabili a disposizione dei padroni, che li affidano ai loro intermediari e caporali, ovvero ai loro kapò. Il governo Meloni non intervenendo su salari, condizioni e trattamenti miserabili nei confronti degli operai di un settore (agricolo) è come se spronasse i padroni degli altri settori a fare la stessa cosa con i loro operai, generalizzando in peggio la moderna schiavitù del lavoro salariato.
Borgo Mezzanone tra Manfredonia e Foggia, è il ghetto dei braccianti più grande d’Europa: quando si dice il Made in Italy! Vi vivono o meglio, sopravvivono 5 mila braccianti che nelle campagne adiacenti, raccolgono il 40% del pomodoro nazionale, più altra frutta e ortaggi, a 3 euro l’ora in nero o con contratti per lo più in “grigio”. Parte di questo salario se lo riprende il caporale per il trasporto o con altri pretesti. Un paese di baracche in lamiera e ogni materiale recuperato in giro. Sul pavimento delle baracche c’è ancora un po’ di cemento della pista d’aeroporto dismessa, dove partivano i mezzi militari per la guerra in Jugoslavia. Senza acqua corrente e la fogna, con maleodoranti montagne di rifiuti, puzza nauseabonda e caldo rovente d’estate, fanghiglia e gelo d’inverno nell’odore della plastica e quel che capita da bruciare per scaldarsi, nei bidoni fuori dalle baracche. Lavorano fino 14 ore al giorno sotto il sole o la pioggia e campano grazie anche ai pacchi di pasta distribuiti dalle Associazioni. Capita che nelle notti più fredde qualcuno di loro passa al sonno eterno, per via di bracieri accesi dentro le baracche, bombole che esplodono, monossido invisibile. Questi non rientrano nel conteggio dei morti sul lavoro ma nella casistica delle fatalità. Come loro anche quanti muoiono cercando di ingannare la fatica, assumendo il potente oppioide Tramadol (oppure Blue Punisher, definito l’ecstasy più letale d’Europa) che crea dipendenza, in questo caso schiavitù dentro la schiavitù.
Considerando anche i 4 braccianti, 2 afghani e 2 pakistani, tutti tra i 19 e 29 anni, di proposito bruciati vivi a giugno su un minivan in un distributore ad Amendolara, (più giù di Borgo Mezzanone) perché volevano essere pagati, dall’agosto di un anno fa sono 8 i braccianti uccisi deliberatamente, di cui 2 forse morti sul lavoro e occultati, tutti costretti a lavorare con temperature di caldo al suolo di 60 gradi. L’ultimo è Saddam Hussein bracciante pakistano, in Italia da 5 anni con regolare permesso di soggiorno per protezione speciale. Sparito il 4 agosto 2026 e ritrovato il 21 cadavere nel bagagliaio della sua auto. Senza scartare l’ipotesi che sia una morte sul lavoro occultata, la procura di Foggia indaga per omicidio, il movente potrebbe essere la punizione di qualche caporale o che abbia visto qualcosa che non doveva vedere. Il 21 agosto dell’anno scorso in un casolare fu scoperto il corpo di un 27enne macedone, morte sul lavoro occultata? Il 29 settembre sempre in questa zona, trovato cadavere con ferite da arma da fuoco un magrebino. E il 4 ottobre un senegalese fu ucciso a coltellate. Se a questi omicidi sul lavoro, ed esecuzioni sommarie, i notiziari televisivi dedicassero la centesima parte dello spazio che dedicano a casi di cronache trite e ritrite, per i telegiornali di tele Meloni non basterebbero 24 ore al giorno.
In Italia i braccianti agricoli sono oltre 1 milione, poco pagati e tanto sfruttati, lo sono di più almeno 300mila di loro. Costretti a condizioni barbare, per schiacciare alla fonte il costo della materia prima, e garantire ampi margini di profitto in tutti i passaggi della filiera, dalle aziende agricole a quelle della trasformazione fino ai banchi dei supermercati. Non si tratta di un’anomalia, ma della situazione dell’agricoltura in Italia non solo al Sud. l’Associazione Terra! denuncia: “Il caporalato è raccontato come un fenomeno che riguarda solo il mezzogiorno, invece nel Nord Italia lo sfruttamento è la norma: la Lombardia con una produzione agroalimentare del valore di oltre 14 miliardi di euro, è la prima regione italiana nell’agroalimentare. Ma allo stesso tempo è una delle regioni più colpite da procedimenti giudiziari riguardanti il caporalato. Il ruolo del caporale lo interpretano le cooperative senza terra, che forniscono lavoratori e servizi alle aziende ecc.”. “Perfino la cosiddetta ‘immigrazione regolare’ è al servizio di questo sistema – spiega Fabio Ciconte presidente della citata Associazione Terra!- “Il decreto flussi è un bluff che serve ad alimentare i ghetti, il modello c’era, ed era quello di Riace ma il governo ha preferito rinunciare persino ai soldi del Pnrr pur di mantenere in piedi questo sistema”.
Con l’acuirsi delle tensioni fra braccianti e caporali, il governo ne attribuisce le responsabilità alle contraddizioni interne alle comunità, fra diverse comunità, o etnie. Ignorando volutamente che queste tensioni sono create ad arte dal padrone per tenerli divisi. Nonostante le punizioni per chi si muove fuori dagli ordini del caporale, nonostante i feroci omicidi usati come deterrente a chi osa ribellarsi, i braccianti di Borgo Mezzanone occupando per protesta la basilica di Bari il 4 luglio scorso, ottennero l’impegno della regione Puglia di installare alcune pompe d’acqua ma, come successo nel caso dei cassonetti per l’immondizia, tutto si è fermato perché i proprietari terrieri, vogliono un risarcimento per occupazione di suolo. A questo punto il governo Meloni e la regione Puglia, fanno scena muta; i braccianti covano una nuova e più incisiva protesta; chi si dichiara dalla parte degli operai, non può lasciare sola la categoria dei braccianti in una condizione così pesante.
Saluti Oxervator.da Operai Contro,