L’esercito presidierà le strade di Taranto. Secondo quanto annunciato ieri a Bari dal Ministro Alfano, 50 soldati pattuglieranno le vie della città ionica “per fronteggiare l’emergenza criminalità”. Curioso che, subito dopo, il Ministro abbia ritenuto opportuno precisare che è riscontrabile “un calo dei reati del 4,7% rispetto al 2014. Sono diminuiti del 20,5% gli omicidi, del 6% le rapine, del 3,2 i furti”.
Di quale “emergenza”, quindi, stiamo parlando? Taranto è una città endemicamente violenta, fuori controllo, in preda delle bande criminali, come viene rappresentata, anche in queste ore, ad ogni livello? Sembra proprio di no, statistiche alla mano. Esiste dunque una differenza notevole tra i dati reali, anche con riferimento a quelli citati ieri dallo stesso Alfano, e la percezione del fenomeno. Non è certo una novità: intorno alla parola “sicurezza” da tempo a Taranto come altrove, si giocano campagne (e carriere) politiche e mediatiche
Viceversa, stando alla condizioni materiali nelle quali vive una buona parte delle e degli abitanti di questo territorio, bisogna attentamente analizzare il tema della “marginalità nei quartieri” (non solo) periferici, stando attenti ad un rischio perennemente in agguato: scambiare i sintomi (le forme di vita e le condotte bollate come marginali) con le causa (rapido impoverimento dei ceti medi, disoccupazioni strutturale nei ceti subalterni, assenza di forme ancorché minime di welfare, ecc).
Rovistando fino in fondo nei molteplici significati legati all’annunciata presenza dei militari per le vie della città, una sorta di perversa coerenza, nelle logiche del Governo, è forse rintracciabile. Stiamo parlando, in fin dei conti, di una città nei fatti commissariata, rispetto alla quale la nota sequenza di decreti in tema di continuità produttiva del siderurgico inquinante ha di fatto sottratto alla città la possibilità di decidere sui temi fondamentali della propria esistenza. In questa direzione, l’invio dell’esercito è un’operazione speculare, che sembra rispondere alle stesse logiche dei nove decreti governativi: dare l’impressione di un ritorno dello Stato che possa essere in qualche modo risolutivo delle problematiche strutturali del territorio. Nei fatti, come sappiamo, sia la decretazione emergenziale che l’annunciato invio dei soldati per le vie della città nulla hanno a che fare con la
(La Ringhiera)
mercoledì 2 marzo 2016
Approvata la legge sul REDDITO DI "INDIGNITA'"
"Il Consiglio regionale della Puglia ha approvato a maggioranza, con 30 voti favore e 9 contrari, il disegno di legge in materia di reddito di dignita'.
Potranno accedere al Reddito di Dignità regionale tutte le persone e le famiglie residenti in Puglia da almeno 12 mesi che abbiano un reddito Isee familiare non superiore a 3 mila euro. Possono accedervi anche i cittadini comunitari o stranieri che possano dimostrare di avere la propria residenza, ovvero il luogo in cui hanno la dimora abituale in Puglia da almeno 12 mesi. In prima applicazione il ReD prevede fino a un massimo di 600 euro al mese, per una platea stimata in 20mila famiglie, corrispondenti a circa 60mila pugliesi, ogni anno. Nell'arco di 5 anni si stima di poter raggiungere la totalità della popolazione pugliese che oggi si trova sotto la soglia di povertà".
Per avere 600 euro devi essere una famiglia di 5 persone, via via, con meno persone il reddito diminuisce fino a poco più di 200 euro per un disoccupato o disoccupata singola. UNA MISERIA.
Per giunta poi questo reddito viene legato all'accettazione di frequentare tirocinii lavorativi, altrimenti lo perdi.
I tirocinii saranno di fatto un lavoro gratis per padroni e padroncini.
I DISOCCUPATI ORGANIZZATI SLAI COBAS LOTTANO PER UN VERO SALARIO GARANTITO DI 800 EURO AL MESE PER OGNI DISOCCUPATO!
Potranno accedere al Reddito di Dignità regionale tutte le persone e le famiglie residenti in Puglia da almeno 12 mesi che abbiano un reddito Isee familiare non superiore a 3 mila euro. Possono accedervi anche i cittadini comunitari o stranieri che possano dimostrare di avere la propria residenza, ovvero il luogo in cui hanno la dimora abituale in Puglia da almeno 12 mesi. In prima applicazione il ReD prevede fino a un massimo di 600 euro al mese, per una platea stimata in 20mila famiglie, corrispondenti a circa 60mila pugliesi, ogni anno. Nell'arco di 5 anni si stima di poter raggiungere la totalità della popolazione pugliese che oggi si trova sotto la soglia di povertà".
Per avere 600 euro devi essere una famiglia di 5 persone, via via, con meno persone il reddito diminuisce fino a poco più di 200 euro per un disoccupato o disoccupata singola. UNA MISERIA.
Per giunta poi questo reddito viene legato all'accettazione di frequentare tirocinii lavorativi, altrimenti lo perdi.
I tirocinii saranno di fatto un lavoro gratis per padroni e padroncini.
I DISOCCUPATI ORGANIZZATI SLAI COBAS LOTTANO PER UN VERO SALARIO GARANTITO DI 800 EURO AL MESE PER OGNI DISOCCUPATO!
E questa Cina è tra gli acquirenti dell'Ilva...
(Dal Corriere della sera di oggi)
Cina, il tramonto della classe operaia - L'industria
pesante è da tempo in crisi di debito e sovraccapacità...
Lunedì Yin Weimin, ministro delle Risorse umane, ha annunciato la ristrutturazione dolorosa nei settori del carbone e dell’acciaio: prevede un totale di 1,8 milioni di esuberi per 1,3 milioni di minatori e 500 mila metalmeccanici. Yu ha promesso che il governo centrale metterà 100 miliardi di yuan (poco più di 13 miliardi di euro) per sostenere gli operai in esubero. Ieri fonti governative anonime hanno parlato con l’agenzia Reuters, alzando il bilancio a 5-6 milioni di licenziamenti, allargandolo ad altri settori schiacciati da una montagna di produzione in eccesso, dal cemento al vetro, alla carta, ai cantieri navali.
Il caso di cui si parla di più, anche in Europa, è quello del settore siderurgico: gli impianti in Cina possono sfornare 1,14 miliardi di tonnellate di acciaio all’anno, una sovraccapacità di 327 milioni di tonnellate rispetto a una domanda in calo, quindi sono utilizzati solo al 71% e una metà sono in perdita. Il dato si è triplicato rispetto al 2008, quando era di 132 milioni di tonnellate: così per trovare uno sbocco i cinesi pompano sussidi nelle acciaierie statali e giocano al «dumping», il ribasso dei prezzi, cercando di spazzare via la concorrenza internazionale...
Hotspot incostituzionale, e pure imbrogli tra Indaco e Salam
Hotspot e gare d'appalto piene di ombre. Cosa sta succedendo a Taranto?
- di Gaetano De Monte
Nella città ionica è entrato in funzione de facto uno dei cinque hotspot italiani. E una recente sentenza ne ha già messo in dubbio la costituzionalità. Nel frattempo, si addensano nubi sulla gara d'appalto per i centri d'accoglienza.
L’annuncio era stato dato lo scorso 18 febbraio dal viceministro all’interno, Filippo Bubbico, durante la presentazione delRapporto sui Centri di identificazione ed Espulsione realizzato dalla Commissione diritti umani del Senato. “Nascerà l’hotspot di Taranto” aveva riferito il vice di Angelino Alfano nel governo Renzi. Indicando la data dell’ “apertura” nel 28 febbraio e precisando che “non sono Cie”. Anzi, “trovo fondata la richiesta di rafforzarli con una maggiore presenza delle organizzazioni umanitarie e dei mediatori culturali” aveva aggiunto. Il senatore Luigi Manconi che di quella commissione a Palazzo Madama ne è il presidente, aveva puntato il dito sui “Cie luoghi orribili che con il sistema hotspot si rafforzano”. Ma cos’è un hotspot? E come funzionerà? A rispondere alle domande in questione erano stati qualche settimana fa gli attivisti della campagna Welcome Tarantoche in riferimento agli altri centri già attivi Lampedusa, Pozzallo e Trapani, avevano raccontato (citando le denunce raccolte daMedici Senza Frontiere e i pareri di giuristi esperti in materia migratoria) di sistematiche contrazioni del diritto di asilo nei confronti di donne e uomini in transito, in fuga da guerre e miseria. Non solo. Alcuni tribunali si sono trovati ad affrontare - a riguardo del sistema hotspot – casi di privazioni illegittime della libertà personale. Si sono trovati di fronte, cioè a provvedimenti presi dalle questure in assenza di qualsiasi riferimento normativo.
A giudicare da quanto accaduto nel porto di Taranto in uno degli ultimi sbarchi, avvenuto il 7 dicembre, sembra che nella città pugliese sia già attiva una logica di questo tipo. Ovvero, l’hotspot esiste già. A confermare questa ipotesi e spiegare il funzionamento del sistema dei respingimenti è il contenuto di uno dei decreti firmati dalla dirigente dell’ufficio immigrazione della questura tarantina, dottoressa Rossella Fiore. Si tratta di un provvedimento attuato il 7 dicembre nei confronti di un giovane nigeriano, in cui si legge: “il cittadino extracomunitario di nazionalità nigeriana è stato rintracciato al largo delle coste siciliane da personale della Marina Militare Italiana Aviere, nell’ambito dell’operazione Triton, al di fuori dei posti di frontiera autorizzati, dopo aver tentato di eludere il dispositivo di prevenzione degli sbarchi clandestini e subito dopo è sbarcato nel porto di Taranto”. L’uomo, insieme ad altre centinaia di migranti sbarcati quel giorno “è stato ammesso nel territorio nazionale per mere necessità di pubblico soccorso e successivamente accompagnato in questa provincia” si legge nelle carte della Questura. Poi gli è stato consegnato un foglio in cui c’è scritto soltanto il nome, il cognome, la nazionalità e null’altro; se non l’oggetto del documento: “il respingimento verso il paese di provenienza dello straniero”. Funziona così: dopo essere stati salvati in mare, dopo un’odissea durata giorni; all'hotspot del porto i migranti vengono intervistati, foto segnalati, identificati. Differenziati. Divisi tra migranti economici e potenziali rifugiati. Una selezione assolutamente arbitraria. Perché basata esclusivamente sulla somministrazione di un foglio notizie (un questionario che sembra elaborato proprio per trarre in inganno) che i migranti sono tenuti a compilare nei momenti successivi allo sbarco, in condizioni di difficoltà psicofisica e senza alcun tipo di tutela legale. Una differenziazione fuorviante, ai limiti della discriminazione. Perché si tiene in considerazione soltanto la nazionalità di provenienza dei richiedenti. Nessun altro fattore. È una prassi illegale che viola un diritto soggettivo, poiché tale è la facoltà riconosciuta dal nostro ordinamento di presentare domanda di protezione internazionale. Sono i diversi effetti prodotti dal sistema hotspot a preoccupare: si rendono in tal modo illegali sul territorio (clandestini) un numero elevato di potenziali richiedenti asilo. E si rimpatriano forzatamente, dopo un periodo di detenzione nei nostri Cie i migranti provenienti da paesi con i quali l’Italia ha stabilito accordi di riammissione. Ecco cosa può un hotspot.
Il giudice della seconda sezione civile del tribunale di Bari, Maria Rosaria Porfillo che era stata chiamata a pronunciarsi in relazione a un provvedimento di respingimento disposto dal Questore di Taranto e al successivo decreto di trattenimento firmato dal Questore di Bari (ad esaminare cioè i provvedimenti adottati nei confronti dell’uomo nigeriano sbarcato il 7 dicembre nel porto della città ionica) ha messo nero su bianco che si tratta di pratiche illegittime. È durissimo il dispositivo della sentenza arrivato all’indomani del processo che si è svolto lo scorso 18 dicembre nei locali del Centro di identificazione ed espulsione (Cie) di Bari dove l’uomo era recluso dal 7 dicembre: “non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell'autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge” si legge nel dispositivo della sentenza, pronunciamento in cui è contestato “una gravissima violazione degli articoli 13 e 24 della Costituzione”. Secondo quanto scrive il giudice del tribunale civile: le questure di Bari e Taranto avrebbero violato la libertà personale del cittadino Moses (questo il nome del nigeriano). Non soltanto. Anche gli stessi diritti di difesa sono stati calpestati. Diritto, quest’ultimo inviolabile “in ogni stato e grado del procedimento”. Il nostro ordinamento riconosce e assicura anche “ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione”, ha sostenuto il tribunale barese. Per tutti questi motivi sono stati considerati illegittimi: sia il provvedimento di trattenimento firmato dal questore di Bari, che il provvedimento di respingimento del questore di Taranto. Censure pesanti sono state espresse in particolare su quest’ultimo atto “affetto da microscopici vizi di legittimità e di merito”. Perché non è stato tradotto nella lingua madre dello stesso né in lingua veicolare conosciuta (nella fattispecie la lingua inglese) e perché nella traduzione della notifica “non vi è corrispondenza tra i motivi ivi espressi per il respingimento – sottrazione ai controlli di frontiera – con le motivazioni del respingimento contenute nell’atto amministrativo notificato all’uomo, e cioè quello di essere “uno straniero non rientrante nelle categorie di soggetti protetti”. In quanto tale non meritevole di protezione internazionale. Per fortuna Moses ora è libero, grazie anche alla memoria difensiva e di ricostruzione dei fatti presentata dall’avvocato che lo ha assistito,Dario Belluccio.
Dunque ecco dimostrato quanto l’approccio hotspot sia già funzionante a Taranto. Al di là degli annunci e dei proclami delle ultime ore. Ecco come in Italia si può respingere arbitrariamente un migrante, sotto l’ombrello semantico dell’approccio hotspot, nonostante il protocollo 4 della Convenzione Europea per la Salvaguardia dei diritti dell’Uomo consideri espressamente tali decreti come atto di espulsione collettiva. Poiché – come denunciato già a settembre in un report dell’Asgi (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione) – “nei porti in questione nessuno può verificare con certezza se prima dell’adozione di provvedimenti di respingimento o di espulsione lo straniero sia stato effettivamente informato in modo completo e in lingua a lui comprensibile del diritto di presentare domanda di asilo”. Ad ascoltare la testimonianza resa al processo di Bari da Moses, venticinquenne di nazionalità nigeriana, se ne ha conferma: “sono arrivato il 7 dicembre del 2015 dal porto di Taranto. Lì tutti parlavano soltanto italiano. Nessuno ha parlato con me in inglese o nella mia lingua. Non ho saputo come chiedere protezione. Ho soltanto messo la mia firma su diversi fogli ma non saprei dire cosa ci fosse scritto”.
Le ombre sull’accoglienza. C’è apprensione, ad ascoltare gli operatori. Non solo per quanto riguarda le previsioni su come funziona l’approccio hotspot, in barba al diritto di asilo. Ma anche su quale sarà l’organizzazione dei servizi per l’accoglienza dei rifugiati sul territorio, in vista di nuovi e massicci sbarchi, c’è preoccupazione. Si teme che alcuni servizi possano andare in mano a cooperative dall’oggetto – diciamo così – poco pertinente al servizio da offrire. Nel senso che giovedì scorso all’apertura delle buste della Procedura di gara per l'individuazione di più operatori economici per l'affidamento del servizio di temporanea accoglienza di cittadini stranieri se ne sono viste di tutti i colori – secondo quanto racconta una fonte interna alla Prefettura di Taranto: “la gara è stata sospesa dal vice-prefetto Malgari Trematerra in seguito alle richieste di esclusione pervenute per alcuni soggetti in gara e presentate da una delle cooperative partecipanti, la cooperativa sociale Indaco Srl, con sede in Via Nitti”.
La società Indaco è una sconosciuta nel settore dell’accoglienza, a quell’indirizzo in via Nitti compariva un’agenzia finanziaria. Ora con lo stesso nome risulta iscritta dal 9 Febbraio di quest’anno all’Albo delle cooperative Sociali della Regione Puglia e il suo legale rappresentante è Antonio Milella (ex giudice di pace onorario, in passato coinvolto nell’inchiesta della polizia denominata “Delfino” su un vorticoso giro di incidenti stradali falsi, architettati per truffare le compagnie assicurative, come scrisse nel 2011 la Gazzetta del Mezzogiorno). Questi era tra i presenti in Prefettura, accompagnato da legali e consulenti per contestare in particolare le credenziali dell’associazione Salam. Documenti alla mano, il “pool” di Indaco Srl ha contestato all’associazione Salam, presieduta da Simona Fernandez, la mancanza dei requisiti bancari per partecipare alla gara. E alla cooperativa AlFallah, consorziata con la Salam, la mancanza dei requisiti esperienziali. “Per Salam siamo al limite delle dichiarazioni mendaci” racconta una fonte interna alla Prefettura. I controlli, in pratica, li ha fatti la Indaco Srl, al posto della Prefettura. Uno dei rappresentanti di Indaco che ha contestato all’apertura delle buste le credenziali delle associazioni in gara è Salvatore Micelli, già consulente della FalantoServizi, la cooperativa riconducibile al clan di Orlando D’Oronzo. Lo stesso Micelli (non indagato in nessuna inchiesta) che aveva raccontato qualche mese fa davanti ai giudici della Direzione distrettuale antimafia di Lecce che: “la Falanto aveva stipulato un contratto per la fornitura di servizi con Salam, nello specifico i servizi di guardiania delle strutture e quelli legati alla fornitura di lenzuola e cuscini, non un contratto di appalto direttamente con la Prefettura, ma un subappalto dell’associazione Salam”. L’associazione, per bocca della Fernandez, si era affrettata subito a smentire le dichiarazioni di Micelli ed era comunque finita nella bufera, nonostante la professionalità fin qui dimostrata dagli operatori.
Quanto alla gara di giovedì scorso, invece, sono state accolte le domande presentate da tutte le cooperative sociali. Di tutte le associazioni presentatesi soltanto a Babele di Grottaglie non è stata fatta alcuna contestazione e dunque è stata ammessa a partecipare. Ad una gara che per ora è stata sospesa, per verificare i requisiti di alcune associazioni (oltre che di Salam, anche di Abfo, Noi è Voi e Confraternita Maria Della Scala). Delle due l’una: o il vice-prefetto Trematerra procederà ad un esame veloce dei requisiti e potrebbe escludere contestando le dichiarazioni mendaci, Salam. Oppure potrà rivolgersi all’Anac(autorità nazionale anticorruzione) presieduta da Cantone. In quest’ultimo caso il parere non arriverebbe prima di otto mesi. Così il servizio andrebbe in proroga. Quel che è certo, è che ci sono diverse ombre, anche a Taranto, sulla gestione dell’accoglienza dei migranti. Dalle problematiche dell’approccio hotspot agli appalti per i servizi connessi. Nei prossimi mesi occorrerà vigilare, dicono ancora le associazioni e gli attivisti della Campagna Welcome: “non permetteremo nessuna violazione dei diritti fondamentali di chi transita. Il sistema hotspot è, in definitiva, uno strumento attivo di detenzione e di rimpatrio. E un nodo fondamentale dell’articolazione di questo strumento sarà realizzato, da oggi (anche se in realtà è già stato realizzato) nella città di Taranto, da sempre luogo di accoglienza e di pace per chi fugge da fame e miseria, guerra e disperazione”.
Dinamo press
martedì 1 marzo 2016
Sciopero delle donne e tutte in piazza l'8 marzo
le lavoratrici dell'appalto comunale, pulizie, della Teoma srl
le lavoratrici degli asili comunali di Servizi Integrati srl
le lavoratrici delle pulizie scuole statali della Dussmann srl
le lavoratrici della selezione differenziata, Coop. L'Ancora srl
le disoccupate dei cantieri di cittadinanza e le altre disoccupate organizzate
le mamme della scuola elementare Acanfora
Ilva Taranto, tutti di nuovo a processo: i Riva, il sindaco Stefàno, Nichi Vendola e gli altri indagati - confermati operai Ilva-Indotto, lavoratori, cittadini dei quartieri Tamburi, Paolo VI autorganizzati come parti civili
Inizierà il prossimo 17 maggio il “nuovo” processo nei confronti dei 44 imputati dell’inchiesta “Ambiente Svenduto”
Sotto processo finisce nuovamente anche l’ex governatore di Puglia Nichi Vendola, accusato di concussione aggravata per aver fatto pressioni sul direttore di Arpa Puglia, Giorgio Assennato, affinché assumesse un atteggiamento meno severo nei confronti della fabbrica. Sulla base dei monitoraggi del 2009, infatti, Arpa Puglia aveva evidenziato “valori estremamente elevati di benzo(a)pirene” e di conseguenza proposto in una relazione “l’esigenza di procedere ad una riduzione e rimodulazione del ciclo produttivo dello stabilimento siderurgico di Taranto”. Ma, secondo la procura ionica, Vendola avrebbe “fortemente criticato l’operato dell’Arpa, esprimendo al contempo disapprovazione, risentimento ed insofferenza” e in un incontro avvenuto il 22 giugno 2010 con gli assessori Nicola Fratoianni, alcuni dirigenti della regione e l’allora dirigente Ilva Girolamo Archinà, avrebbe ribadito “che in nessun caso l’attività produttiva dell’Ilva avrebbe dovuto subire ripercussioni”.
Tra i 44 imputati finiti nuovamente a processo anche il primo cittadino di Taranto, Ippazio Stefano, l’ex presidente della Provincia Gianni Florido, Luigi Pelaggi (ex capo della segreteria tecnica del ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo) e Dario Ticali, ex presidente della commissione ministeriale che rilasciò l’autorizzazione integrata ambientale alla fabbrica. A giudizio anche l’ex assessore regionale alla sanità del Pd Donato Pentassuglia, accusato di favoreggiamento nei confronti di Archinà.
Sotto processo anche tre società: Riva Fire, Riva Forni elettrici e Ilva spa in amministrazione controllata. Per quest’ultima nella scorsa udienza, l’avvocato Angelo Loreto, ha annunciato l’intenzione dei commissari Pietro Gnudi, Enrico Laghi e Corrado Carrubba di presentare nuovamente dinanzi alla Corte d’assise una richiesta di patteggiamento accettando una sanzione pecuniaria di 3 milioni di euro, la nomina dei commissari straordinari come commissari giudiziali e un risarcimento di circa due miliardi che, tuttavia, lo Stato avrebbe già speso o comunque messo in preventivo di spendere per ammodernare lo stabilimento ionico.
Pasquinelli: fermo impianto e i lavoratori a casa - Vogliamo ripresa del lavoro e nessuna riduzione del salario!
Da una lettera dei lavoratori Slai cobas:
Chiediamo un urgente incontro per il giorno 03/03/2016 con la Presidenza Amiu, Comune e Coop. Ancora per risolvere una gravissima questione, ovvero il fermo impianto iniziato il 05/02/2016 e presentato come fermo per manutenzione e che si sarebbe risolto nel giro di pochi giorni, fermo che si è trasformato in un blocco del lavoro per gli operai di ben quasi un mese.
Fermo che ha provocato una serie di "soluzioni", che di certo non vanno a favore degli operai, azzerando sia le ferie che le ore di permesso maturate. Ora, data la gravità e l'assenza di notizie per quanto riguarda il rientro al lavoro, vogliamo subito sapere se tutto questo avrà ricadute economiche in termini di stipendio, cosa che deve essere assolutamente evitata.
Vogliamo ricordarvi che alla base di tutto ci sono dei contratti da rispettare da tutte le parti in questione, così come l'Amiu verso la Coop. L'Ancora e viceversa, così come la stessa Coop. Ancora e noi operai.
Questo per dire che non è assolutamente accettabile che il tutto venga scaricato sugli operai, anche perchè il fermo non è dovuto a responsabilità riconducibili agli stessi.
Aggiungendo poi che i lavoratori hanno dato piena disponibilità anche in stato di fermo impianto a svolgere altre mansioni; se questa opzione decisa in accordo con gli operai fosse stata rispettata e garantita, ora la situazione sarebbe sicuramente diversa.
Pertanto nel confermare lo stato d'agitazione gli operai si riservano di adottare azioni di lotta a fronte di questa situazione "anomala", per reclamare i propri diritti.
Per questo, nei prossimi giorni, se non ci fosse nessuna comunicazione da parte dei soggetti interessati riguardo la richiesta urgente di incontro i lavoratori potrebbero decidere autonomamente di recarsi tutti alle sedi competenti ovvero Direzione Amiu, Comune e Coop. L'Ancora.
RLS Slai Cobas
Francesco Balestra
Chiediamo un urgente incontro per il giorno 03/03/2016 con la Presidenza Amiu, Comune e Coop. Ancora per risolvere una gravissima questione, ovvero il fermo impianto iniziato il 05/02/2016 e presentato come fermo per manutenzione e che si sarebbe risolto nel giro di pochi giorni, fermo che si è trasformato in un blocco del lavoro per gli operai di ben quasi un mese.
Fermo che ha provocato una serie di "soluzioni", che di certo non vanno a favore degli operai, azzerando sia le ferie che le ore di permesso maturate. Ora, data la gravità e l'assenza di notizie per quanto riguarda il rientro al lavoro, vogliamo subito sapere se tutto questo avrà ricadute economiche in termini di stipendio, cosa che deve essere assolutamente evitata.
Vogliamo ricordarvi che alla base di tutto ci sono dei contratti da rispettare da tutte le parti in questione, così come l'Amiu verso la Coop. L'Ancora e viceversa, così come la stessa Coop. Ancora e noi operai.
Questo per dire che non è assolutamente accettabile che il tutto venga scaricato sugli operai, anche perchè il fermo non è dovuto a responsabilità riconducibili agli stessi.
Aggiungendo poi che i lavoratori hanno dato piena disponibilità anche in stato di fermo impianto a svolgere altre mansioni; se questa opzione decisa in accordo con gli operai fosse stata rispettata e garantita, ora la situazione sarebbe sicuramente diversa.
Pertanto nel confermare lo stato d'agitazione gli operai si riservano di adottare azioni di lotta a fronte di questa situazione "anomala", per reclamare i propri diritti.
Per questo, nei prossimi giorni, se non ci fosse nessuna comunicazione da parte dei soggetti interessati riguardo la richiesta urgente di incontro i lavoratori potrebbero decidere autonomamente di recarsi tutti alle sedi competenti ovvero Direzione Amiu, Comune e Coop. L'Ancora.
RLS Slai Cobas
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