lunedì 28 febbraio 2022

Riflessioni sulla Formazione operaia: “L’unione degli operai nella lotta contro il capitalismo”

Da un compagno operaio dell’ex Ilva di Taranto

Difficile, per non dire impossibile, datare questo testo di Lenin non conoscendone l’origine, chiunque potrebbe restarne ingannato se gli fosse detto essere stato redatto durante gli ultimi due anni di pandemia.

Lenin tocca punti cruciali, ieri come oggi, del rapporto tra padroni ed operai, quali le delocalizzazioni o l’intervento dello Stato attraverso leggi create ad hoc per impedire al proletariato di insorgere contro le sistematiche ingiustizie del metodo di produzione capitalista, e spiega in maniera chiara ed inequivocabile come la vera arma in mano ai lavoratori sia l’unione tra essi, sottintendendo come le posizioni individualiste siano assolutamente controproducenti al miglioramento delle nostre condizioni di vita.

Quando si legge delle peregrinazioni di fabbrica in fabbrica e di come questo, anche se voluto dai capitalisti, educhi i lavoratori a fraternizzare ed a rendersi pienamente conto di come le condizioni di sfruttamento siano esattamente le stesse ovunque, è possibile fare un confronto con ciò che i lavoratori della ex GKN di Firenze stanno portando avanti e di quale onere si siano fatti carico. Pur non potendo affermare che essi stiano entrando nelle fabbriche, col loro ‘Insorgiamo Tour’, hanno iniziato ad incontrare i lavoratori di varie realtà lavorative di questo Paese per condividere la loro esperienza fatta di resistenza, di lotta contro quello che era inizialmente un problema locale e che è divenuta nelle ultime settimane una presa di coscienza del fatto che non è rivendicando il proprio diritto nei confronti del proprio padrone che il problema verrà risolto (dato che un nuovo padrone di certo non potrà essere magnanimo, come spiegato lapalissianamente sempre nel testo a cui si fa riferimento, dove viene chiarito che nessun capitalista può sottrarsi a questo sistema), quanto prendere consapevolezza che solo estirpando il problema alla radice, e dunque lottando contro il capitalismo, porterà ad una emancipazione definitiva della classe operaia.

Restando sulla questione dei trasferimenti di cui si accennava in precedenza il sistema capitalista ha dato una sferzata violenta a ciò, da quando infatti la precarizzazione si è allargata a dismisura; con l’aumento indiscriminato dei contratti a termine è possibile notare come la forza lavoro, come mai prima d’ora, sia suscettibile di trasferimenti tra un’azienda ed un’altra, da una fabbrica ad un’altra ma non solo: alla scadenza di ogni contratto si passa da un lavoro al successivo senza soluzione di continuità, pur richiedendo capacità anche estremamente differenti ma con una matrice comune, quella della continua richiesta di sfruttamento fisico e mentale. Tenendo bene a mente il testo di Lenin questo può voler significare come la precarizzazione selvaggia possa essere un’arma a doppio taglio, per il lavoratore in quanto estremizzazione dello sfruttamento di cui si diceva prima, ma anche per i padroni dato che “le continue peregrinazioni di fabbrica in fabbrica educano gli operai a prender contatto con le condizioni e gli ordinamenti delle diverse fabbriche, a paragonarli, a persuadersi che esiste un identico sfruttamento in tutte le fabbriche, ad assimilare l’esperienza degli altri operai nei loro conflitti col capitalista, e consolidano così la compattezza e la solidarietà degli operai”.

La questione della compattezza dei lavoratori può essere dimostrata anche in scala ridotta, prendendo a riferimento una singola fabbrica. Essa infatti è composta da vari reparti ognuno specializzato in uno o più fasi della lavorazione del prodotto, in ognuno dei reparti viene a crearsi (data la loro quotidiana vicinanza e lo scambio di professionalità nel processo lavorativo) una sorta di unione tra i lavoratori. La dimostrazione sta nel fatto che nel momento in cui accada un problema di varia natura in uno specifico reparto, questo problema potrebbe vedere una ribellione esclusiva dei lavoratori di quello specifico reparto, con una partecipazione blanda della restante parte della fabbrica. Ecco dunque che l’importanza della coesione avvenga prima di tutto all’interno della stessa fabbrica, per poi consolidarla via via con le altre.

Ciò che deve essere compreso da questo testo è che non è per nulla sufficiente qualche sciopero sparso, anche se si è ottenuto un pur buon risultato. Strappare un aumento salariale così come migliori condizioni lavorative non deve illudere la classe operaia, questo è solo il primo passo di un cammino lungo e colmo di ostacoli; dal testo si evince come gli operai siano in perenne lotta con l’intera classe dei capitalisti interamente sostenuta dal governo, e che esso sia di destra o di sinistra implica semplicemente che ognuno abbia differenti interessi da salvaguardare (come si è visto dal pastrocchio combinato per l’approvazione del decreto Milleproroghe a causa di una maggioranza che ha al suo interno tutto ed il contrario di tutto), non di certo quelli dei lavoratori.

All’aumentare della resistenza degli operai i padroni uniscono le forze unendosi in confederazione, quella che oggi nel nostro Paese si chiama Confindustria ad esempio, contando sull’azione di appoggio e sostegno dei governanti di turno come si è detto. Insieme propongono ed attuano delle strategie atte a fermare l’azione sempre più pressante dei lavoratori nei loro confronti, come quella descritta (incredibilmente con oltre un secolo di anticipo!) del lavoro a domicilio, che oggi chiamiamo, con un termine ormai divenuto di uso comune, smart working o lavoro agile. Le condizioni imposte dalla pandemia non hanno di certo impedito che si continuasse a produrre, il diffondersi del virus a livello globale ha obbligato al confinamento (lockdown) gli esseri umani, che si sono ritrovati così, da un giorno all’altro, a cambiare totalmente il proprio stile di vita; quello che sino al giorno precedente era consuetudine si è rivelato essere impossibile quando la salute pubblica si è ritrovata essere a rischio. Ma per il capitale (o meglio, per la sua accumulazione) quanto può incidere la salute collettiva? Incide nel momento in cui esso stesso smette di aumentare ed inizia il processo di stabilizzazione o, peggio, di contrazione. Ecco perciò che le regole imposte dai governi con misure eccezionali quali erano i famosi DPCM non prevedevano e non prevedono tutt’ora un fermo alla produzione, essa infatti ha continuato imperterritamente il suo corso e quando la si metteva a rischio si è applicato il lavoro da casa quando possibile. Il cosiddetto lavoro agile altro non è che la prosecuzione dell’attività lavorativa dal proprio domicilio, o meglio da qualunque luogo, come specificato dalla definizione che ne da il sito del MIUR: Il lavoro agile (o smart working) è una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali e un’organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro; una modalità che “aiuta” il lavoratore e in maggior numero le lavoratrici, a conciliare i tempi di vita e lavoro e, al contempo, favorire la crescita della sua produttività.

Vediamo come l’obiettivo primario sia la crescita della produttività ma ingannando il lavoratore sulla questione della conciliazione tra tempo di vita e lavoro, questo perché la definizione stessa non termina di certo con ciò che ho appena riportato, in quanto prosegue specificando che lo smart working pone l’accento sulla flessibilità organizzativa e sulla volontarietà delle parti che sottoscrivono l’accordo, ma tutti noi, essendo lavoratori di lungo corso, sappiamo benissimo che la volontarietà dell’accordo è unilaterale, in quanto al lavoratore non è concesso discutere del contratto e modificarlo a proprio piacimento, ma solo di accettarlo così com’è. Noi diremmo: “O mangi ‘sta minestra o ti getti dalla finestra!”

Tutto questo preambolo ci è servito per arrivare al punto di interesse relativo al testo, ma ci è stato utile anche per capire come il lavoro da casa abbia molteplici vantaggi per il datore, esso infatti aumenta la flessibilità del dipendente ma, allo stesso tempo, impiegandolo lontano dai suoi colleghi ne reprime l’istinto alla lotta, lo lega quanto più alle comodità del divano e delle pantofole e gli nega il fuoco della ribellione, ne reprime l’istinto “omicida” nei confronti del capitale.

Lenin tocca con la questione dei trasferimenti delle fabbriche una situazione molto attuale. Davvero vogliamo fare finta di avere i prosciutti sugli occhi per non vedere la mole di delocalizzazioni avvenute negli ultimi anni? Delocalizzazioni non per perdita di commesse, ma per sfruttare la forza lavoro laddove sia più economica da sfruttare! Con più immiserimento della classe operaia e con governi conniventi dei padroni. Esempio lampante è l’emendamento alla legge di bilancio dell’attuale governo, che ha proposto una somma in denaro da far pagare alle aziende per andare via piuttosto che porre un veto a questa pratica criminale, con somma soddisfazione del ministro dello sviluppo economico e del suo bel faccione da Hello Spank.

Vogliamo anche parlare della subordinazione dell’operaio alla fabbrica? E parliamone allora. Un operaio che lavora in fabbrica è per caso libero di decidere se lavorare o meno durante una festività? No, nel modo più assoluto. Egli deve necessariamente far fronte alle necessità della produzione tradotte in turnazioni da rispettare, non può decidere se assentarsi a durante la festività celebrata se la turnazione prevede che lui debba lavorare tal giorno, ma anche non può riposare la notte se è previsto che sia impiegato di notte. Questo tipo di rapporto è unilaterale in quanto il datore è padrone, padrone per definizione. Il datore/padrone può infatti decidere senza preavviso quando il dipendente debba restare lontano dalla fabbrica, se vuole mostrare tutto il suo potere non si premura neanche di mettere a conoscenza il lavoratore che debba restare a casa sino a quando egli non è davanti all’ingresso del suo luogo di lavoro ma non può entrarvi perché posto, ad esempio, in cassintegrazione.

Detto questo non mi resta che tirare le conclusioni. Il capitalismo potrebbe essere una necessità storica dovuta al mutabile rovesciamento del potere da una classe ad un’altra, ed è probabilmente necessario per il passaggio finalmente ad una società socialista, senza esso forse non si sarebbero create le basi per un futuro nel quale non ci siano più differenze di classe, e di conseguenza senza lo sfruttamento di una classe minoritaria su di una maggioritaria, ma a distanza di quasi tre secoli dall’inizio della rivoluzione industriale possiamo affermare che ormai quelle basi sono state poste, e dalla rivoluzione industriale che ha segnato il suo tempo ora è il tempo della rivoluzione proletaria che segnerà il nostro.

Permettetemi infine uno sfogo: nonostante quanto scritto poco sopra, e cioè che probabilmente il capitalismo sia un passaggio obbligato al socialismo, voglio comunque maledirlo. Si. Che sia maledetto, con tutta la sofferenza che esso ha portato nel corso dei secoli e che continua a portare oggigiorno, maledetto esso e tutta la progenie di mostri che ha generato.

ORA, E SEMPRE, W LA CLASSE OPERAIA!

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