giovedì 24 marzo 2022

Asili - bloccato grazie alla mobilitazione il tentativo di tagli del Comune - ma sul resto viene rimandato alla nuova Amministrazione


Lo sciopero delle donne e il presidio sotto al Comune dell'8 marzo, il nuovo presidio delle lavoratrici e lavoratori Slai cobas, sia asili che pulizie Amat, di questa mattina, hanno "convinto" il Comune a fare un "passo indietro" sulla decisione di tagliare o 9 posti di lavoro - che rispetto all'appalto avviato dal 1 marzo crescevano di 9 unità rispetto alle 70 indicate - o tagliare le ore di lavoro. 

L'8 marzo avevamo detto che questo non sarebbe assolutamente passato e così è stato!

Ma all'incontro di questa mattina del Commissario comunale/Direttore generale del Comune con lo Slai cobas e Usb, vi erano altre importanti questioni sul tappeto (già poste l'8 marzo), a cui, invece non c'è stata risposta positiva. 

Sia sull'aumento dell'orario di lavoro sempre agli asili, sia alle pulizie bus e uffici Amat, a fronte dell'aumentato carico di lavoro, a cui le delegazioni sindacali chiedevano per il momento l'incremento di un quinto previsto dagli appalti, il Commissario ha rimandato alla nuova Amministrazione, e per l'Amat alle decisioni della partecipata lavandosi le mani da ogni responsabilità in solido. 

Lo stesso è stata la non risposta per la situazione del licenziamento di una lavoratrici Usb e aperte violazioni contrattuali e normative presenti nel subappalto dei messi notificatori, rimandando alla magistratura, nonostante accertamenti già fatti dall'Ispettorato del lavoro che confermano tali violazioni.

La divisione di competenze e poteri tra politica e gestione amministrativa - reclamata a motivazione del non assumersi responsabilità verso i lavoratori e lavoratrici, ma anche verso le ricadute di un lavoro ridotto per bambini per gli asili, cittadini per i bus - è il modo per scaricare gli uni sugli altri e per lavarsi le mani. 

Una cosa inaccettabile che pone la necessità di elevare la lotta dei lavoratori contro l'intero sistema istituzionale, le sue normative, le sue prassi.

Anche a fronte di questa necessaria lotta più generale questa mattina le lavoratrici e lavoratori Slai cobas hanno dato un appoggio concreto a sostegno dei costi del viaggio per la manifestazione nazionale che si terrà sabato 26 marzo a Firenze, su lavoro, salario, contro la precarizzazione, per la internalizzazione dei servizi essenziali, e ora contro la guerra e aumento delle spese militari invece che fondi per il lavoro e le condizioni di lavoro, a cui parteciperà una folta rappresentanza di Taranto. 

mercoledì 23 marzo 2022

Guerra in Ucraina - Una voce fuori dal coro della propaganda di guerra dei media - dal blog: https://proletaricomunisti.wordpress.com/

Contro la propaganda di guerra che cerca di ribaltare la realtà per far passare il consenso all’intervento militare in una guerra che porta profitti a padroni e borghesi e morte e miseria per i proletari e i lavoratori. 

In questi giorni di martellante campagna mediatica interventista riteniamo utile riportare un efficace racconto di una voce fuori dal coro della stampa con l’elemento, una progressista che si schiera a fianco dei popoli e per la pace.

Una coraggiosa giornalista che in questo sfogo mette in evidenza elementi utili a comprendere la realtà sociale e politica nell’Ucraina.

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Due cose che so:

1) Putin non è il popolo russo.

Il popolo russo è un popolo pacifico e ospitale legato all’Ucraina: molti russi hanno genitori, mogli, parenti, amici ucraini che parlano la loro stessa lingua. Putin è un oligarca violento e antidemocratico amante del lusso sfrenato, con un patrimonio valutato decine di miliardi (impossibili stime ufficiali), un omofobo guerrafondaio, un ex agente del kgb che perseguita e uccide gli oppositori politici e i giornalisti e ha tessuto rapporti con tutta l’estrema destra europea. È l’idolo di Le Pen e di Salvini: Salvini che non festeggia il 25 Aprile e che ha candidato, eletto e portato al potere con la Lega decine di esponenti del Movimento Sociale Italiano. Che l’obiettivo dell’idolo delle destre sia quello di «denazificare» l’Ucraina è ridicolo.

Migliaia di russi senza patrimoni miliardari scendono in piazza contro Putin per fermare la guerra rischiando l’arresto, come ha fatto ieri la giornalista Marina Ovsyannikova irrompendo in diretta sul primo canale della tv russa con un cartello che denuncia le menzogne della propaganda e venendo immediatamente arrestata.

Pensare di boiocottare Putin boicottando Dostoevskij e l’insalata russa (che comunque non è russa) e la vodka (che comunque non è prodotta in Russia ma in Svezia, seguita da Francia, Polonia, Paesi Bassi, Stati Uniti, Lettonia e – toh! – Italia) è ripugnante e idiota. Boicottare il caviale – IL CAVIALE – è una roba che può venire in mente solo a chi trova normale riunirsi nella reggia di Versailles mentre i popoli patiscono la guerra e la fame, un po’ come scendere in piazza il 25 Aprile con le foto di “Coco Chanel, patriota europea” (a forza di governare con Berlusconi e Salvini agli antifascisti si confondono le idee).

2) Zelensky non è il popolo ucraino.

Il popolo ucraino è un popolo pacifico e ospitale legato alla Russia: molti ucraini hanno parenti e amici russi che parlano la loro stessa lingua. Molti sono fuggiti in Russia prima e dopo lo scoppio della guerra. Tra le braccia dei loro amici e parenti, non tra le braccia di Putin.

La vice premier ucraina Iryna Vereshchuk ha detto ieri sera a Otto e Mezzo che il 90 per cento degli ucraini sono con Zelensky: non è vero.

Zelensky ha vinto le elezioni nel 2019 con la promessa di sconfiggere la corruzione sistemica degli oligarchi, portare il benessere economico, porre fine alla guerra in Donbass. Ha disatteso tutte e tre le promesse. Ha perseguitato come il suo predecessore gli ucraini russofoni, ai quali viene impedito di studiare nella propria lingua. Stipendia i neonazisti degli ex corpi paramilitari come il battaglione Azov, legato a Casapound (vedi foto), diventati esercito regolare ucraino – dunque pagati con le tasse versate dagli ucraini – e accusati dall’Ocse e dall’Onu di atroci crimini contro l’umanità. Crimini commessi per lo più in Donbass, durante una guerra che si combatte da 8 anni e ha fatto – stando solo ai morti certificati dall’Ocse – 14 mila vittime. Una guerra che Zelensky prometteva di fermare e che invece continua a combattere sparando razzi contro quello che dice di essere il suo popolo.

Nemmeno prima di deludere le aspettative del “suo” popolo Zelensky rappresentava il 90 per cento degli ucraini.

Celebre comico televisivo, protagonista della serie “Servitore del popolo”, dove vestiva i panni di un professore di storia che si candidava alle lezioni con l’ambizione di sconfiggere la corruzione e il sistema degli oligarchi, porre fine alla guerra e portare l’Ucraina nell’Unione Europea e nella Nato, cambia carriera fondando un partito che si chiama “Servitore del popolo” e si candida alle elezioni del 2019 con l’ambizione di sconfiggere la corruzione e il sistema degli oligarchi, porre fine alla guerra, portare l’Ucraina nell’Unione Europea e nella Nato.

Zelensky deve però la sua popolarità al più ricco degli oligarchi che dice di voler combattere.

Si tratta dello stesso oligarca che ha finanziato il famigerato battaglione Azov (nel caso qualcuno vi avesse già spiegato che quelli di Azov non sono nazisti ma nazionalisti, lascio la parola al portavoce di Azov, Andriy Diachenko, che nel 2015 ha spiegato che “solo” il 20 per cento dei componenti del battaglione si dichiara apertamente fan di Hitler, benché tutti loro adottino le svastiche, la simbologia e i saluti nazisti perché pervasi “dall’ideale di difendere l’Ucraina come Hitler difese la Germania”). L’oligarca in questione è il proprietario della tv 1+1, che produce e trasmette lo show-partito politico di Zelensky: il magnate e politico Ihor Kolomoisky, uno degli uomini più ricchi al mondo secondo Forbes, governatore della regione di Dnipropetrovsk fino al 2015, fondatore della più grande banca d’affari ucraina, la Privatbank, fallita dopo aver riempito le tasche di Kolomoisky e rifinanziata a spese del popolo ucraino, come prassi anche da noi.

Nel 2019, Zelensky ottiene il 30 per cento dei voti al primo turno di elezioni non democratiche. Non democratiche perché i partiti comunisti, che avevano il 15 per cento dei voti, sono stati banditi nel 2015 e mai riabilitati e i loro militanti perseguitati come qualunque partito, rivista, sindacato, giornale manifesti idee comuniste (non solo riferite all’Unione Sovietica ma anche critiche nei confronti di Stalin e legate al pensiero di Karl Marx e Rosa Luxemburg, ai quali in Ucraina erano dedicate vie e piazze che oggi hanno cambiato nome).

Ancora qualche giorno fa, a Kiev, Mikhail Kononovich, leader dell’ala giovanile del fuorilegge Partito Comunista ucraino (CPU), e suo fratello, Aleksandr Kononovich, sono stati arrestati dalle autorità ucraine e ora rischiano l’esecuzione.

Alle elezioni non prende parte la popolazione delle autoproclamate repubbliche di Lugansk e Donetsk, che ha già votato per oltre il 90 per cento a favore dell’indipendenza da Kiev ma che ieri sera la vice premier ucraina ancora annoverava, insieme alla popolazione della Crimea, nel 90 per cento di ucraini con Zelensky, considerando la Crimea e i territori delle autoproclamate repubbliche popolari “territori occupati” (come del resto ha fatto tutto l’occidente, che riconosce il diritto all’autodeterminazione dei popoli solo quando conviene alla Nato). In aggiunta, nella parte delle regioni di Lugansk e Donetsk ancora sotto il controllo di Kiev, e dove quindi nel 2019 si svolgono le elezioni, Zelensky viene sconfitto sia al primo che al secondo turno. Il primo partito è quello di Yuri Boiko, fautore della ripresa delle relazioni con la russia, votato perché garante del diritto degli ucraini russofoni di tornare a parlare, insegnare, pubblicare giornali nella propria lingua.

Al secondo turno, il servitore del popolo Zelensky sfida il presidente uscente Poroshenko, oligarca proprietario di catene commerciali (sua la cioccolata “Roschen”), altro miliardario censito da Forbes e responsabile del conflitto in Donbass, persecutore degli ucraini russofoni e legato anche lui al magnate Kolomoisky, l’editore di Zelensky, con il quale Poroshenko arriva alla rottura nel 2015, quando preme per le sue dimissioni da governatore.

Con la promessa di porre fine al conflitto, Zelensky ottiene al ballottaggio il 73 per cento dei voti. Una volta eletto, invece di attuare come promesso gli accordi di Minsk sull’autonomia del Donbass firmati dal suo predecessore, chiede di rinegoziarli. Spinge l’acceleratore sulla guerra mai cessata. Nel paese del servitore del popolo la corruzione è ancora sistemica: come mi ha detto una volta un’avvocata: «In Ucraina serve pagare per ottenere qualunque cosa e qualunque cosa si ottiene pagando». Quest’estate, a Marrakech, ero colpita dai molti annunci delle università ucraine di medicina: «Vieni a laurearti in Ucraina!». In Ucraina? Perché? «Perché basta pagare e diventi medico. Poi vengono a operare qui, ma se stanno male vanno a curarsi in Francia». «Ah». Gli stipendi pubblici sono miserrimi: gli impiegati faticano ad arrivare alla fine del mese. Le famiglie sono tornate a vivere tutte sotto uno stesso tetto, tre e anche quattro generazioni. Nonostante le difficoltà, non ho mai incontrato persone così ospitali e generose come in Ucraina.

Ci sentiamo ogni giorno. Sperano che la guerra finisca presto.

Non conosco nessuno che la stia combattendo. “Combattono i professionisti”, mi dicono. Quelli pagati, quelli obbligati. Gli altri sono scappati in tempo per non dover combattere o si nascondono. Chi ha i soldi si è rifugiato negli alberghi o nelle case al confine, chi non ha i soldi per scappare o non vuole lasciare la propria casa, il lavoro, i genitori anziani, i figli piccoli, si nasconde in cantina, aiutando come può, costruendo una rete di solidarietà, di soccorso, di aiuto, portando l’acqua e le medicine alla popolazione.

Non vogliono armi per combattere, vogliono tornare presto a vivere in pace. Per questo Zelensky è stato costretto a arruolare legionari stranieri, a distribuire armi a chiunque le accetti e a varare una legge aberrante che consente a chiunque di sparare, facendo saltare la distinzione tra civili e militari e autorizzando l’aggressore a colpire i civili di un popolo che sta ripudiando la guerra meglio di noi, che dovremmo farlo per Costituzione.

Il popolo ucraino non è Zelensky, con la sua villa da 4 milioni a Forte dei Marmi, è Alina con la sua mamma badante a Roma, che ieri ho accompagnato in lacrime dall’altra parte della città con sua figlia di sei anni, rifugiate in attesa di poter tornare a casa, presto: “Appena finisce la guerra”.

Abbiamo raccolto vestiti per loro. C’era un cappotto. Alina non lo ha voluto perché qui fa caldo e quando tornerà in Ucraina troverà i suoi cappotti che la aspettano a casa insieme a suo marito, che aveva aperto una falegnameria e l’aveva inaugurata il giorno prima dello scoppio della guerra.

Il popolo ucraino non è Zelensky in mimetica che, al sicuro da qualche località segreta, augura la morte a chi scappa (“Смерть бігунам!!”, “morte a chi scappa”, ha dichiarato in video riferendosi agli uomini tra i 18 e i 60 anni che non possono lasciare il paese), il popolo ucraino sono le decine di ragazzi maschi con i quali siamo in contatto e che sono scappati in tempo per non combattere perché non hanno nessuna intenzione di morire per Putin né per Zelensky o che si sono nascosti in cantina aiutando la popolazione come possono.

Mi è chiaro che delle ragioni che spingono questi nostri fratelli e sorelle a non imbracciare le armi non freghi niente a Zelensky, a Biden, a Draghi, a Putin, ai molti giornalisti, politici e analisti ospiti dei talk show che preferiscono eccitarsi per la bambina ucraina che imbraccia un fucile e farne un simbolo della resistenza, un’immagine che fino a qualche mese fa avremmo utilizzato per denunciare la violazione dei diritti dell’infanzia in remoti paesi africani non democratici.

Frega però parecchio a me, per questo ci tengo a dare loro voce. A dare voce a chi, in Ucraina, chiede la pace. Sogno in collegamento a Otto e Mezzo una madre, un ragazzo che spera di non morire e che la guerra finisca presto, cioè l’opposto della terza guerra mondiale evocata da Zelensky e dalla sua vice premier che insiste a chiedere la No Fly Zone da parte della Nato anche quando le viene spiegato che questo comporterebbe lo scoppio di un conflitto globale tra potenze nucleari, cioè l’inasprimento della guerra e la fine di quasi tutto per quasi tutti.

Io non so e non voglio sapere se Putin, Zelensky e gli altri oligarchi hanno pronta l’isola, il bunker, l’astronave per Marte o se sono semplicemente meno empatici, meno svegli, meno liberi o più malati di come ce li raccontiamo.

So che la guerra i popoli non la vincono mai, nemmeno quando la vincono i loro governi. I soldati muoiono o tornano a casa feriti nel corpo e nell’anima, spesso inadatti alla vita che avevano. Gli ospedali, i ponti, le fabbriche le stazioni, le scuole vengono distrutte, le famiglie terrorizzate e divise, le terre bruciate e chi vive di questo – andando a scuola, coltivando la terra, guidando un treno, lavorando in fabbrica o in un ospedale – si ritrova senza la vita che aveva da vivere, con tutto da rifare.

In molti stiamo ricostruendo gli obiettivi economici e strategici di Putin e di Zelensky, le cause del conflitto, le possibili conseguenze in termini di confini, equilibri commerciali, forniture di materie prime, alleanze militari. È giusto farlo. È giusto comprendere i ruoli e le responsabilità storiche di tutti gli attori coinvolti compresa la Nato, Stalin, Lenin e Pietro il Grande (magari ecco, ricordando chi è ancora sulla scena e chi no, chi oggi potrebbe fare la differenza e chi no).

Vorrei però che con lo stesso sforzo con cui ponderiamo le richieste dei contendenti, dell’aggressore che però se ne sta al caldo senza combattere e dell’aggredito che pure non sta al fronte, ponderassimo quelle attuali del popolo ucraino.

Le motivazioni che spingono Putin a insistere e Zelensky a resistere non sono infatti quelle dei loro popoli.  Non sono quelle di donne, uomini, bambine, bambini, vecchi, soldati, profughi.

Cosa pensate direbbero se potessero essere loro – Marina, Yura, Olga, tutti nomi di fantasia che uso per non scrivere i nomi di chi mi scrive – a sedersi al tavolo delle trattative? Chiederebbero le nostre armi? L’intervento della Nato? La terza guerra mondiale? L’integrità territoriale del paese? Ci avete pensato? Li conoscete?

Cosa stabilirebbero se potessero sedersi loro al tavolo delle trattative, un russo e un ucraino, come i genitori di Marina Ovsyannikova, la giornalista arrestata per aver fatto irruzione sulla tv russa?

Cosa desidera in cuor suo oggi il 90 per cento del popolo ucraino? Di porre fine alla guerra a qualunque condizione. Questo mi dicono i miei amici in Ucraina: “Speriamo che finisca presto”. Non discutono i confini orientali, l’ingresso nella Nato o l’annessione della Crimea alla Russia, le responsabilità storiche.

“È facile chiedere la pace!”, mi viene detto da chi evidentemente considera Marina, Yura, Olga, mio figlio e me ingenui o vigliacchi o entrambi.

No. È più facile fare la guerra, perché chi la dichiara non deve combatterla.

Chi dichiara guerra non resta senza cibo e riscaldamento, ha messo per tempo al sicuro i propri cari in qualche confortevole residenza di una qualche località segreta, non rischia di perdere la casa perché ne possiede parecchie e parecchie altre può comprarne.

La pace, invece, si fa una fatica porca a farla e a chiederla, ma è l’unica soluzione praticabile per chi di casa ne ha una e di stipendio pure e ha i figli sotto le armi e rischia ogni giorno in più di guerra di perdere tutto quello che ha.

La guerra è praticabile solo per chi produce e vende armi e non le imbraccia, solo per chi le guerre le sta a guardare in tv come si guardano le partite di calcio, facendo il tifo per una squadra e per l’altra senza capire quali sono realmente le squadre in campo: gli oligarchi contro i poveri cristi, in ogni guerra.

La pace, per i poveri cristi, non è un’utopia: è un’utopia la guerra, la pace e il disarmo sono l’unica via.

Poi magari quello che scrivo non serve a niente, serve solo a voi sorelle e fratelli che mi leggete con il traduttore di google per sapere che non siete soli. Siamo in tante, in tanti, anche qui, anche in Russia, a chiedere la pace. Siamo in tanti qui in Italia a gridare, e non da oggi, che i popoli non si proteggono aumentando la spesa militare di 37 miliardi e diminuendo quella sanitaria di 25 miliardi, come abbiamo fatto qui in Italia. Si proteggono con la giustizia sociale, la cooperazione, l’internazionalismo. Siamo in tanti a chiedere di non armare la guerra. Quella in Ucraina e le altre 33 guerre in corso nel resto del mondo, delle quali non amiamo pubblicare le foto dei civili morti perché le bombe, quasi sempre, le abbiamo prodotte, vendute e sganciate noi o qualche dittatore utile nostro amico.

Vi penso ogni istante. Teniamoci stretti.





martedì 22 marzo 2022

La morte torna al porto di Taranto - cassintegrazione, precarietà e massima insicurezza

La notizia così come ci e' pervenuta in tarda mattinata.

Incidente mortale al quarto sporgente del porto di Taranto. Un operaio tarantino quarantenne, Massimo De Vita, con la qualifica di rizzatore, ha perso la vita mentre era impegnato, secondo le prime informazioni trapelate, in operazioni di movimentazione di un grosso carico. L’uomo è stato schiacciato e ucciso da un grosso telaio in ferro che si è ribaltato durante le operazioni di movimentazione a terra di un carico di pale eoliche danneggiate sbarcato poco prima dalla nave Bbc Opal. Per il lavoratore non c'è stato scampo.

A quanto si è appreso, le pale eoliche erano state tutte sbarcate e si stava procedendo al posizionamento a terra dei telai in ferro. Per cause in corso di accertamento, uno di questi si è ribaltato travolgendo l’operaio. De Vita, uno degli operai presi in carico dall’Agenzia per il lavoro portuale dopo la messa in liquidazione della Taranto Terminal Container, era stato assegnato alla Compagnia portuale e utilizzato per lavori di movimentazione seguiti da una ditta d’appalto, come operaio specializzato.

Lo Slai cobas per il sindacato di classe fa appello a una fermata generale da subito e per la giornata di domani in tutto il porto e all'estensione dello sciopero ad Acciaierie d'Italia e appalto. 

Operai giovani tenuti in cassa integrazione da mesi e mesi, messi dentro un'agenzia del lavoro e mandati al lavoro di tanto in tanto, in condizione di insicurezza che ne mettono a rischio la vita sempre .. non ci venite a parlare di tragica fatalità'.

lunedì 21 marzo 2022

Tessitura di Mottola: le promesse del Sen. Turco e la realtà. Da l'operaio Rsa Slai cobas: "A Firenze per portare avanti l'orgoglio operaio"

A febbraio il senatore Turco ci illuse parlando come certo di un compratore dell'azienda e di una conclusione positiva a breve della vertenza.
Intanto non arrivavano i soldi della cassintegrazione...
Ieri (venerdì 18 marzo) Turco ci ha parlato di difficoltà per questo accordo, negando le sue promesse.

Noi siamo stati vittima di delocalizzazione, di licenziamenti violenti
Ma dobbiamo portare avanti il nostro orgoglio operaio, e il 26, la manifestazione di Firenze deve servire per aumentare questo orgoglio, per smuovere la classe operaia per i diritti. 

E' assurdo dare ad un’azienda che non è in perdita la possibilità di andarsene dall’Italia.
Oggi non abbiamo nemmeno la puntualità della cig.

Non ho mai visto le Istituzione contro l’Albini group che se ne sta andando via. Basta con le Istituzioni che vendono fumo. Così aumenta solo la rabbia tra gli operai.

Io in 17 anni non ho fatto una bella vita sotto Albini: 17 anni di moratoria senza ferie, lavorando sette giorni su sette, anche il 1° Maggio.

Sono deluso da quello che c’è intorno. Ma porteremo il nostro contributo a Firenze. Appoggio totalmente la manifestazione soprattuto sulle delocalizzazioni.

Taranto, la Base navale al centro dei preparativi di guerra - Ecco perchè era più che giusta la protesta al ponte

Ucraina, a Taranto esercitazioni Nato. La portaerei Cavour con Usa e Francia 

Dalla stampa

"Dal 16 al 18 marzo  - scrive la Marina Militare - il gruppo portaerei italiano, composto dalla portaerei Cavour, dal cacciatorpediniere Andrea Doria e dalla fregata Antonio Marceglia, ha condotto, con quello statunitense e francese, un’intensa attività addestrativa. A guidare gli altri due gruppi rispettivamente la USS H.S. Truman e la FS Charles De Gaulle".
"L’esercitazione  - fa sapere la Marina - si è sviluppata con attività ad ampio spettro e multi-dominio (aereo, superfice e subacqueo) svolte da assetti navali e aerei imbarcati... Prosegue così il consolidamento dell’interoperabilità fra le marine di Italia, Francia e Stati Uniti. Questa interazione infatti, insieme a quella già avvenuta nel mese di febbraio, ha contribuito ad incrementare la capacità degli equipaggi della Marina Militare ad operare in un contesto a carattere multinazionale".

"L’Europa non è mai stata così unita come in questi ultimi giorni", aveva detto il 15 marzo l'Ammiraglio, dialogando a Taranto con Lucio Caracciolo, direttore della rivista geopolitica Limes, nell’ambito del Festival ‘Mare d’inchiostro'."Il mondo sta cambiando e in questi ultimi venti giorni è cambiato e proprio in questi ultimi venti giorni ho visto una Europa anche della difesa molto più unita".
Direttiva strategica Mediterraneo

Nello stesso giorno, l'amiraglio aveva anticipato: "Il ministro della Difesa sta per emanare la prima direttiva strategica sulla regione mediterranea, il primo documento che riguarda il Mediterraneo allargato, che è la nostra area di interesse strategico e dove la difesa gioca un ruolo chiave".

Nei giorni scorsi la Cavour, ammiraglia della Marina militare italiana, ha salpato gli ormeggi dal porto e ha fatto rotta verso sud. Poi ha raggiunto la statunitense Truman (che può ospitare fino a 5600 persone e imbarcare 90 velivoli) e la francese Charles De Gaulle, che invece ne può imbarcare 90 ma è al momento la prima e unica nave di superficie a propulsione nucleare costruita in Europa occidentale. Le tre portaerei saranno protagonisti di una complessa attività di addestramento ed esercitazione che metterà alla prova i sistemi di interoperabilità tra le tre Marine più importanti dell’Alleanza Atlantica.

Il conflitto tra Russia e Ucraina ha sicuramente fatto alzare al massimo tutti i livelli di guardia della Nato ed è così che si "riscaldano i motori" pronti ad ogni evenienza.
Ha dichiarato l’ammiraglio Credendino - è legittimo essere preoccupati per l’attuale situazione di crisi internazionale, ma noi siamo qui per garantire la difesa del territorio nazionale e la tutela dello stesso e per tenere eventuali minacce lontane dai nostri confini».

L’ammiraglio Credendino ha anche parlato del Mediterraneo, che «non è solo il mare tra la sponda europea e quella nordafricana, ma un prolungamento dello spazio atlantico e indo-pacifico e, nel caso specifico della guerra in corso, la competizione verte anche sul controllo del mar Nero, che è la posta in gioco fondamentale, con le operazioni militari russe a sigillare la fronte marittima dell’Ucraina». 

Da Taranto alla manifestazione del 26 a Firenze

 

Sabato prossimo, 26 marzo, vi sarà a Firenze una grande manifestazione di lavoratori, lavoratrici e popolare.

E' la prima manifestazione nazionale, dopo decenni, costruita direttamente dagli operai, quelli della Gkn che da più di sei mesi occupano la fabbrica che i padroni volevano chiudere, ma grazie alla lotta e alla solidarietà nazionale stanno vincendo, mostrando che solo con la lotta, la determinazione, il coraggio e l'unità dei lavoratori si possono fare passi avanti.

Questa manifestazione è per il lavoro, per i salari, la salute, ma anche è la prima manifestazione nazionale dei lavoratori contro la guerra imperialistain corso.

I lavoratori della Gkn sono venuti a Taranto, sono in rapporto con lo Slai cobas e ci tengono alla nostra presenza, come noi ci teniamo a fare anche di alcune delle battaglie che facciamo a livello locale (vedi quella per l'internalizzazione, contro la precarietà degli appalti, contro la miseria di orari di lavoro e di salari) delle battaglie nazionali su cui costruire un fronte unitario per strappare risultati ed elevare i rapporti di forza verso padroni e governo.

Per questo stiamo organizzando da Taranto la partecipazione.
per info: 3475301704 - WA 3519575628

SLAI COBAS per il sindacato di classe

La grande esperienza degli operai Gkn – verso la manifestazione del 26

Riportiamo l’intervento fatto all’assemblea di Taranto del 13 febbraio del rappresentante della Gkn, Dario Salvetti

Intanto ci scusiamo con Dario, con gli operai e compagni e compagne della Gkn, per la trascrizione sicuramente imperfetta del suo intervento, purtroppo la registrazione tecnicamente era difettosa.

Ma era importante riportarne almeno le parti principali. Pensiamo che tutta la vicenda ripresa da Dario Salvetti della lotta alla Gkn dia a tutte le altre fabbriche delle lezioni importanti (come abbiamo detto nel nostro intervento in assemblea come Slai cobas sc); tutta la esperienza di questa lotta di operai, che continua tuttora con il tour e vedrà un significativo passaggio nella manifestazione del 26 marzo, prima manifestazione nazionale dopo decenni costruita direttamente dagli operai, tocca dei nodi attuali e futuri della battaglia della classe operaia. Noi apprezziamo molto la posizione e la concezione di questi operai d’avanguardia di porre con chiarezza le questioni anche complesse e difficili. Proprio per questo anche noi, dopo la manifestazione del 26 che richiede in questi giorni un gran lavoro, affronteremo alcuni di questi nodi, soprattutto quelli su cui pensiamo occorra approfondire, distinguere il giusto dalla confusione o dallo sbagliato, per continuare anche a distanza un dibattito che serva a tutti i lavoratori e compagni, compagne. Li affronteremo con la stessa responsabilità di chiarezza, di non sfuggire a questioni controverse, proprio per il rispetto che abbiamo verso gli operai della Gkn. Pensiamo poi che alcune delle posizioni, concezioni abbiano anche a che fare con le questioni che stiamo affrontando nella Formazione operaia sul testo di Lenin: “Sui sindacati, gli scioperi, l’economismo”.

L’intervento di Dario Salvetti Gkn

Ci sono tante storie nella nostra storia, si potrebbe dire che nella nostra vicenda collettiva è contenuta la storia della Resistenza e tutta la storia degli anni 60 e 70 perchè noi siamo eredi di quella storia che non abbiano conquistato ma abbiamo ereditato; poi dentro la nostra vicenda c’è la storia del periodo 2008-2014 quando abbiamo provato a resistere con un discreto successo al modello Marchionne al suo scambio diritti/lavoro. Se non avessimo resistito allora saremmo arrivati divisi e frantumati a questa fase. C’è poi la storia degli ultimi tre anni, la lotta contro un fondo finanziario. Ci siamo chiesti: come è possibile prevedere, prevenire la chiusura, la delocalizzazione visto che quando arrivano a dichiararti il licenziamento hanno già preparato tutto? perche le aziende hanno una tecnica sopraffina nel porti di fronte al fatto compiuto e portarti a discutere a un tavolo di crisi dove l’unica cosa che ti rimane è gestire il danno.

Poi c’è un’altra storia, quella che per noi si è aperta dal 9 luglio lo sfondamento di quel cancello. Quando arriviamo di fronte a quel cancello c’è un attimo di smarrimento, pensiamo che ce l’hanno fatta, sono riusciti a prenderci alla sprovvista nonostante tutte le misure organizzative che avevamo. Ma poi c’è la pasta di cui uno è fatto. Intendo il RSU, il delegato, tutti i lavoratori Gkn, perché inizia una pressione su quel cancello e quel cancello inizia a non reggere più e noi entriamo, ci riprendiamo la fabbrica! Ma poi lo sfondamento deve reggere e una volta dentro hai creato una testa di ponte, e succede che intorno a quella testa di ponte, la fabbrica che noi riprendiamo in mano, si crea un movimento composito, fatto di altre vertenze, fatto di intuizione, fatto di guardarsi da lontano senza conoscersi. E allora noi siamo qua perché si crea quel movimento siamo stati portati qua da tutto quel movimento. Il 18 settembre ci ritroviamo a collegarci ai lavoratori e alle lavoratrici dello spettacolo che erano stati devastati durante la pandemia, ecc. Noi quel movimento l’abbiamo chiamato ce lo siamo meritato, è il risultato di tutti gli sforzi comuni perché quel movimento esistesse.

Una volta che sfondiamo ci troviamo in una posizione di forza ma anche in una posizione di debolezza. Ci chiediamo: perché un paese con 3 milioni di precari e un milione di posti di lavoro persi durante la pandemia, a cui si aggiunge il lavoro nero, partite IVA finte o vere che siano, dovrebbe solidarizzare con 400 lavoratori metalmeccanici della Piana Fiorentina? Si sono mobilitati perché noi hanno fatto tanti scioperi di solidarietà. Adesso si tratta del nostro posto di lavoro. Con quale arroganza tu pretendi che gli altri si mobilitano per il tuo posto di lavoro se il tuo posto di lavoro non è un elemento di riscatto sociale per tutti. Quindi diciamo: insorgiamo! Insorgiamo vuol dire che la nostra vicenda deve essere sociale. E diciamo anche un’altra cosa: guardate non ci prendiamo in giro, i rapporti di forza sono sfavorevoli, sono devastanti e la controparte ha costruito leggi contro di noi, ha costruito tecniche di rassegnazione, la controparte ha sbaragliato tante altre aziende. Noi siamo figli della sconfitta della Fiat dell’ottanta e ora in 400 vogliamo invertire quella sconfitta, ci rendiamo conto quant’è difficoltoso questo compito? Sarebbe necessario non uno sciopero, non un presidio, non un corteo, ma un’insurrezione di fatto, un ribaltamento completo del paese, dei rapporti di forza, dell’ideologia dominante, per come noi ci approcciamo a salvaguardia di una fabbrica e come noi ci approcciamo alla questione ambientale. E poi c’è un’altra storia, quella di tutti coloro che stanno portando solidarietà con una convergenza attiva fatta di venire al corteo, ai turni, al presidio, portarci da mangiare, darci i soldi per la cassa di resistenza. Una convergenza di intelligenza direi eccezionale. Il nostro licenziamento è il disimpegno di Stellantis, è il ricatto tra lavoro e ambiente; vengono a dire che noi stiamo perdendo il posto di lavoro per via della transizione auto elettrica, quando questo è tutt’altro che una transizione ambientale.

Poi nella lotta siamo anche costretti a essere persone differenti. Si difendono le nostre famiglie ma non in senso familistico, non come cellule singole dove spesso si annidano violenza e sopruso. ma come un unica famiglia allargata. E abbiamo bisogno anche di una cultura diversa, del rapporto nuovo tra noi, le compagne, il territorio, abbiamo bisogno di un mondo nuovo. E ovviamente noi come operai possiamo immaginare, possiamo portare la nostra parte sull’organizzazione del lavoro, su come dirigeremo la fabbrica, ne siamo capaci e l’abbiamo dimostrato di fatto per sei mesi, e tutt’oggi autogestiamo la fabbrica; avessimo avuto il lavoro avremmo autogestito anche il lavoro avendo le commesse, abbiamo gestito senza le guardie i turni, la manutenzione e anche la parte covid.

Abbiamo bisogno che si sviluppi contemporaneamente la radicalità classista di tanti altre intelligenze, dei movimenti ambientalista più radicali che nel legame lavoro/ambiente hanno assunto la parola d’ordine della riduzione dell’orario di lavoro, delle organizzazioni politiche che hanno dato una mano a stendere la legge, dei lavoratori e lavoratrici e dello spettacolo, un settore ad altissimo sfruttamento, che con i loro disegni belli che ridisegnano completamente il paese, del movimento studentesco – il 20 novembre si è tenuta a Firenze la prima manifestazione unitario a studenti e lavoratori da noi fortemente ricercata, il 30 ottobre alla manifestazione contro il G20 andiamo con 12 pullman a prendere contatto con le compagne e i compagni ribelli, con altre reti ambientaliste e le lotte per la casa, ecc.

Il 5 dicembre facciamo assemblea in fabbrica in cui diciamo che a questo punto rompiamo gli indugi. Facciamo un accordo sindacale, ma lo socializziamo, diciamo diteci se stiamo sbagliando, ci fate un favore se ci criticate in termini costruttivi, perché non ci possiamo salvare da soli. Per esempio. quell’accordo ha uno svantaggio: leva Gkn dal settore Automotive. Il punto non è che noi siamo affezionati al settore Automotive, è che leva una punta di lotta avanzata da un settore dove lavorano al massacro sociale, paradossalmente l’accordo avanzato potrebbe essere la croce sulla Bosch potrebbe essere la croce su altre cose perché un altro tipo di movimento avrebbe dovuto dire no! teniamo la produzione dei semiassi di Gkn e la colleghiamo all’industria dell’auto allo stabilimento più bistrattato al sud. Avete i fondi del pnnr, discutiamo come si ricostruisce un polo pubblico sostenibile che rivoluziona la mobilità in senso veramente ambientale. Ovviamente per fare questo ci vuole lo Stato, e qui piccolo problema: se noi avessimo detto “nazionalizzazione” che cosa avrebbe evocato la nazionalizzazione? Saremmo stati di fronte ad un’ulteriore difficoltà di dire che quando parliamo di nazionalizzazione non intendiamo quello che e’ avvenuto al Monte dei Paschi di Siena, perchè questo Stato burocratico non risolve mai i problemi. Il tipo di nazionalizzazione che vogliamo deriva dalla crescita della mobilitazione sul territorio…

La classe operaia per essere classe dirigente deve fare blocco sociale, rivendicare una situazione che deve essere per sé e per gli altri. Se arrivasse il “genio della lampada” e mi dicesse che io perdendo il mio posto di lavoro darei a mio figlio un ambiente sostenibile, senza guerre per l’acqua, senza pandemie che sono il risultato della distruzione ambientale, ma io rinuncerei subito al mio posto di lavoro! Ma io sono sicuro che io lavoro non per un avanzamento ambientale, vogliono distruggere la mia capacità di lotta sociale. Questo Stato quando parla di ambiente in realtà vuole portare in un altro paese le produzioni inquinanti e lì inquinare più e peggio di prima. Questa è purtroppo la partita che si sta giocando sulla questione ambientale.

Il 26 marzo è una data difficile, complessa una data in cui proviamo a porre fine a un peccato originale, che ci siamo mobilitati solo quando è toccato a noi. Il 26 marzo noi siamo a rischio perché siamo sotto logoramento, stiamo perdendo colleghi di lavoro che se ne stanno andando. Ma siamo a rischio come tutti quanti, non c’è un emergenza particolare in Gkn. Il 26 marzo non è come il 18settembre, il 26 marzo è una mobilitazione di fuori del lavoro e per questo più difficile e complessa. Non ci sarà la popolazione di Firenze che come quel 18 settembre ci sventolava i foulard rossi e si metteva alla finestra perché è più difficile da spiegare la fase attuale, ma l’affrontiamo con serenità.

Non è una manifestazione dove chiediamo di togliere le bandiere; ogni storia diversa. Noi abbiamo abbiamo trovato un collettivo di fabbrica e capisco che i compagni e le compagne che hanno scelto altro e portano avanti la loro mobilitazione con tutte le bandiere. Esistono divisioni tra di noi che sono nobili che sono da discutere e che hanno bisogno per non essere grottesche di ricostruirsi e il 26 marzo ricostruisce uno spazio.

Concludo sul tema che abbiamo affrontato poco in altre lotte ma che non affrontare qua saprebbe di deficienza. Noi non siamo opportunisti di fronte alle difficoltà. Allora voglio raccontare come noi abbiamo vissuto il tema del green pass. In precedenza non ci siamo espressi sul tema, perché non abbiamo avuto bisogno di farlo perché ci licenziano quel 9 luglio. C’era la questione vaccinazione, non ne abbiamo discusso per rispetto verso i colleghi. Avevamo paura di un focolaio perchè stavamo appiccicati da 6 mesi, ma ci siamo presi il nostro tempo per discutere. Quando è iniziata la questione green pass, per entrare in fabbrica al presidio all’interno non abbiamo mai chiesto il green pass. Se fossimo stati aperti avremmo scioperato al momento dell’ introduzione del green pass perché avremmo trovato barbarico, non è nostra costume, che sulla sicurezza sul lavoro la sorveglianza sanitaria sia fatta dal governo. Si può discutere sull’ingresso nei ristoranti ma l’entrata sul lavoro, la sorveglianza sanitaria, testo unico sulla sicurezza alla mano, deve essere a carico del datore di lavoro e nel rispetto della privacy del lavoratore. Quindi avremmo difeso quel principio come hanno fatto quei compagni antifascisti di Genova del collettivo autonomi portuali che hanno scioperato. Abbiamo guardato con rispetto al dibattito che si è sviluppato con i compagni e le compagne ma ancora dobbiamo discutere. Punto primo dobbiamo uscire dalla logica divisiva dei movimenti no green pass come si sono delineati all’interno del Paese. Qualsiasi movimento faccia di questo un tema che si contrappone alla piattaforma sociale fa un danno a se stesso prima di tutto , non aiuta a ricondurre a una discussione più complessiva. Abbiamo un 10% di non vaccinati tra noi, c’è una totale comunanza di vedute che abbiamo costruito prendendoci cura uno dell’altro; abbiamo realizzato un sistema autogestito di tamponi e abbiamo evitato in questi mesi la quarta ondata. Noi abbiamo bisogno di fare questa discussione sulla vaccinazione, sulla cura, sulla salute, ma al nostro interno. Non vogliamo che in nessun modo subentri in questa discussione chi, come la Confindustria che a Bergamo ha mandato al macello migliaia di persone nel 2020, non ha diritto di parlare, è squalificata. Uno Stato che copre la Terra dei Fuochi o ti mette nella condizione di aspettare mesi e mesi per una ecografia non ha diritto e credibilità per fare questa discussione sulla salute pubblica che invece deve essere fatta all’interno del movimento. Chi oggi muove questa tematica crea diffidenza e rifiuto in un settore della popolazione che può avere torto o ragione; ma se vogliamo veramente distruggere la pandemia dobbiamo chiedere la distribuzione gratuita dei vaccini, dobbiamo chiedere una riforma della sanità pubblica, solo così si avanza sul tema dei vaccini e si impedisce che un settore della popolazione giustamente nutra una diffidenza che non può essere fugata da uno Stato di questo tipo, e cercare metodi coercitivi ci porterà soltanto a creare elementi di irrazionalità crescente verso ciò che è la salute. e noi non ce lo possiamo permettere.

Tornando al 26 marzo e alla sua piattaforma, abbiamo un metodo poco ortodosso, crediamo che la piattaforma la scriverete voi, in un circolo virtuoso di partecipazione. Noi sappiamo quale è la nostra piattaforma: la nazionalizzazione, il polo unico della mobilità sostenibile, ecc; quale la piattaforma dei lavoratori dello spettacolo devono scriverla loro, il movimento studentesco ha la piattaforma… La piattaforma si scrive con la partecipazione, punto dopo punto.

Il 26 non è una data alternativa ad altre; per cui ben venga il 18 febbraio, fondamentale l’otto marzo, ecc. Il 26 marzo sublima i rapporti di forza e fa sì che non siano a se stanti in una legittima resistenza che rischia di essere testimoniale. Ci hanno chiesto se sarà contro il governo, a questa domanda noi rispondiamo si e no; siamo contro questo o quello governo, voltiamo letteralmente le spalle a questo sistema. Faremo un minuto di silenzio per i compagni persi, un nostro lavoratore è venuto a mancare in un incidente giorni fa. Un minuto di silenzio per espellere tutto il chiacchiericcio nocivo che ci hanno messo nella testa, quel bla bla che ha travolto anche le nostre reti classiste sindacali, che spesso ci ha diviso sul nulla.

Noi siamo soli una fabbrica non possiamo garantire un organico che sia fatto bene, perfetto. Non possiamo garantire nulla, ve la venite a prendere voi se volete quella manifestazione, se avete le forze. Non possiamo scrivere ordinatamente quello che sarà il futuro, possiamo regalarci insieme quello che sarà il 26 marzo uniti. E non è poca cosa.