Durigon parla di una norma per “la libertà sindacale”, ma in realtà è una norma per "la libertà dei padroni e dei sindacati più servili" e per porre nuove catene ai lavoratori per chiedere aumenti salariali.
Il testo, collegandosi alla scadenza fissata dalla legge delega sul salario minimo (appunto vicina al 1° Maggio), da un lato riconferma la contrarietà del governo ad introdurre un salario minimo per legge (che aveva l'unico scopo di porre un freno a salari miseri, per esempio sui 5/7 euro lordi all'ora, applicati in tante realtà di servizi, pulizie, ristorazione, turismo, call center, ecc. - ma anche ad operai degli appalti industriali (vedi le Ditte dell'appalto Ilva a Taranto) con la trasformazione da CCNL metalmeccanico a CCNL multiservizi - e che, quindi, riguardano migliaia di lavoratori e soprattutto donne); dall'altro punta ad individuare i contratti “maggiormente applicati” come riferimento per le retribuzioni.
Quindi poichè i contratti "maggiormente applicati" sono quelli più svantaggiosi per i lavoratori, le lavoratrici e fatti da sindacati di destra, più in sintonia col governo, come Ugl, Cisal, se passa questa legge, questi e altri sindacati autonomi di destra potranno tranquillamente/legalmente firmare contratti da fame e farli applicare - unica condizione è che devono dimostrare che hanno "tutele equivalenti" a quelli delle sigle sindacali più rappresentative.
Ma questa è una formula ambigua, non dice neanche che le retribuzioni devono essere uguali, non inferiori a quelle dei contratti dei sindacati confederali (già al ribasso), ma introduce la "scappatoia" di "tutele equivalenti" - quali tutele, che significa "equivalenti"? - facilmente superabile per sindacati e padroni. Scrive il Fatto quotidiano: "asseconda esattamente la strategia con cui Cisal e l’Ugl si stanno muovendo da tempo: approvano contratti e poi, se mai arrivano ricorsi in Tribunale contro chi li applica, tentano di dimostrare l’equivalenza. Il metodo è subdolo: spesso i loro contratti hanno paghe base simili a quelli più rappresentativi, ma penalizzano i lavoratori con altri strumenti. Esempio: meno permessi disponibili, indennità aggiuntive più difficili da ottenere poiché legate a condizioni più complicate da soddisfare".
La sostanza è che il governo Meloni, non solo rifiuta il "salario minimo" (9/10 ore nette all'ora), ma ora con questa proposta - che ufficializzerebbe proprio vicino al 1° Maggio (a ulteriore schiaffo ai lavoratori, alla lavoratrici, alla necessaria lotta per il salario) - punta a legittimare ed estendere il "salario al massimo ribasso".
Un grosso regalo a padroni e padroncini che - violando anche le minime "regole capitaliste" - pagherebbero la forza-lavoro al di sotto del costo del "tempo di lavoro necessario" per ricostituirsi.

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