martedì 28 aprile 2026

“Unica soluzione per Ilva è intervento pubblico” FIOM info - in coda posizione dello slai cobas taranto

 senza rottura trattativa e lotta, non esistono soluzioni favorevoli ai lavoratori - sotto questo articolo ribadiamo la posizione dello slai cobas per il sindacato di classe - che sarà confermataed espressa il 30 mattina ore 6 alle ditte - nel quadro dell'iniziativa per il primo maggio proletario e internazionalista info 3519575628

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“Unica soluzione per Ilva è intervento pubblico”

La vertenza ex Ilva sembra non avere mai fine, con l’aggravante che il tempo trascorre inesorabilmente. Dal 26 luglio 2012 sono trascorsi 14 anni e le problematiche ambientali, occupazionali e impiantistiche aumentano senza che ci sia una via d’uscita che garantisca una vera prospettiva di transizione ecologica e sociale.

Parte da qui la riflessione di Francesco Brigati, segretario generale Fiom Cgil Taranto, sulla situazione del siderurgico di Taranto.

“Paghiamo le conseguenze di scelte sbagliate dei governi che si sono succeduti negli anni, intervenuti con decreti d’urgenza, spostando in avanti le scelte di politica industriale che avrebbero dovuto garantire la messa in sicurezza dei lavoratori e degli impianti. Siamo alla seconda amministrazione straordinaria, subentrata a febbraio 2024 a seguito di una gestione scellerata e predatoria da parte di ArcelorMittal che, di fatto, aveva un obiettivo: fermare gli impianti con modalità operative non previste, in modo da danneggiarli anche nell’eventuale ripartenza, così come avvenuto con AFO/2”, ricorda Brigati.

Che contesta ancora una volta al governo “di aver proceduto alla realizzazione del bando di vendita internazionale in assenza del compimento del piano di ripartenza che avrebbe dovuto garantire la messa in sicurezza degli impianti e la continuità produttiva necessaria ad accompagnare il processo di vendita di un’azienda competitiva sul mercato italiano e internazionale”.

Piano che prevedeva, entro la metà del 2026, la messa in funzione a regime di 3 altiforni e degli impianti di tutti i siti, con la progressiva ripresa e l’incremento dei volumi, con la conseguente certezza di riduzione della cassa integrazione, che partiva da un numero massimo di 4050 su 9869 lavoratori coinvolti, fino ad azzerarsi tra marzo e giugno 2026, con il rientro di tutti e senza alcun esubero strutturale.

Ritardato a seguito delle difficoltà economiche e finanziarie della gestione commissariale. Infatti, secondo il piano di marcia, AFO/1 si sarebbe dovuto fermare a marzo del 2025 per consentire la ripartenza di AFO/2. “Il 7 maggio scorso è divampato un incendio su AFO/1, che ha determinato uno stravolgimento degli assetti di marcia, ma soprattutto un cambio di strategia da parte del governo, che si affida, ancora una volta, al bando di vendita internazionale come unica soluzione alla vertenza ex Ilva, nonostante i solleciti delle organizzazioni sindacali a prevedere misure straordinarie necessarie a garantire la sicurezza sugli impianti e un’azienda competitiva”, prosegue il segretario della Fiom.


A novembre, infatti, c’è stata la presentazione del piano corto “che, sin da subito, ci è apparso come un piano di chiusura in quanto prevedeva, oltre all’aumento del numero dei lavoratori collocati in Cigs e la fermata di altri impianti, risorse disponibili appena sufficienti a garantire la marcia degli impianti fino al 28 febbraio 2026.

Il governo ha deciso che l’unico modo per garantire quel poco di produzione era chiudere le batterie – a inizio gennaio 26 – e affidarsi a possibili acquirenti che, in quella fase, corrispondevano a due fondi di investimenti speculavi”.

Situazione a cui i sindacati hanno risposto a dicembre con scioperi e mobilitazioni.

“L’impossibilità di garantire una manutenzione programmata ha portato a ridurre gli interventi e in alcuni casi ad intervenire solo sulle emergenze, fino ai due incidenti mortali che hanno coinvolto Claudio Salamida, 45 anni, e Loris Costantino, 37 anni. Una condizione verificatasi per scelte governative sbagliate perché quando decidi di disinvestire a pagarne il duro prezzo sono sempre i lavoratori – denuncia Brigati -. Per tali ragioni abbiamo scioperato unitariamente perché chiediamo da tempo interventi ordinari e straordinari, ma le nostre richieste sono rimaste inascoltate. Dall’ultimo incontro a Palazzo Chigi abbiamo preteso risposte chiare sul tema della sicurezza e siamo riusciti ad ottenere un tavolo alla presenza anche del Ministero del Lavoro presso lo stabilimento di Taranto con i funzionari del Ministero del Lavoro. Resta però il problema della mancanza di liquidità, perché servono risorse ingenti per affrontare sicurezza e garantire continuità produttiva”.

“Il bando di vendita internazionale – come ribadito dalla Fiom Cgil – è stato sin dall’inizio un’accelerazione inspiegabile da parte del governo: inefficace per le condizioni in cui versa lo stabilimento, con un solo altoforno in marcia e con problemi su AFO/4 e su AFO 1. Avevamo sostenuto che fosse necessario garantire l’attuazione del piano di ripartenza, che prevedeva tre altoforni in marcia, sei milioni di tonnellate e zero esuberi al termine del percorso. Il governo ha invece scelto di non intervenire sull’ex Ilva, limitandosi a un prestito ponte in una situazione che richiedeva investimenti strutturali e garanzie sul processo di transizione ecologica. Il bando di vendita è un flop. I fondi di investimento speculatevi offrono 1 euro e nessuna garanzia occupazionale e ambientale“.

“Su Flacks Group pesa l’assenza di un piano economico e industriale. La società propone che lo Stato attivi una linea di credito temporanea, uno strumento finanziario di 6 mesi – massimo un anno per riaccendere gli altiforni su basi finanziarie solide. Siamo all’assurdo! Il privato che decide di investire ma con i soldi pubblici e quanto fatto fino ad oggi dal Ministro Urso dimostra l’incapacità o peggio ancora la volontà politica di dismetterla produzione di acciaio primario – afferma ancora Brigati -. Jindal, dal canto suo, propone un solo forno elettrico da 2 milioni di tonnellate, mentre 4 milioni arriverebbero dalle acciaierie dell’Oman sotto forma di bramme, rendendo l’Italia dipendente dall’estero e privando Taranto dell’acciaio primario, in contrasto con i decreti che dal 2012 definiscono la siderurgia sito di interesse strategico.

Le due proposte non soddisfano né la transizione ecologica né quella sociale, con pesanti ripercussioni occupazionali e un impatto devastante sull’indotto, dove già oggi centinaia di lavoratori affrontano procedure di licenziamento collettivo.

“L’unica soluzione, più volte avanzata dalla Fiom Cgil dal sequestro preventivo degli impianti del 26 luglio del 2012, resta un intervento pubblico capace di garantire una transizione ecologica e sociale, perché l’Italia ha bisogno di acciaio e Taranto non può perdere l’occasione di realizzare una vera riconversione dopo decenni di produzione a carbone. Ciò che serve è stabilità, e la stabilità, anche per la sicurezza dei lavoratori, si ottiene solo con risorse certe e con un intervento pubblico che possa traguardare degli obiettivi chiari a partire dalla realizzazione del processo di decarbonizzazione e della salvaguardia occupazionale” conclude Francesco Brigati segretario generale Fiom Cgil Taranto.

 

 

l sindacato chiede rottura con il Governo e annuncia la mobilitazione: “No alla cigs e a nuove cessioni”

Operai dell'ex Ilva

Operai dell'ex Ilva (foto d'archivio)

TARANTO - Tono duro e senza mediazioni quello dello Slai Cobas per il sindacato di classe di Taranto, che interviene nuovamente sulla vertenza ex Ilva denunciando quella che definisce una fase di stallo e chiedendo una svolta immediata.

Nel comunicato, il sindacato esprime una posizione netta contro il confronto istituzionale in corso. “Basta con questa farsa dei tavoli romani”, afferma, sostenendo che l’assenza di un accordo concreto rende inutile il proseguimento delle trattative. Al centro della contestazione anche l’ipotesi di ricorso alla cassa integrazione straordinaria, considerata inaccettabile. “Se c’è mancato accordo, la cigs non si accetta e si contrasta”, viene ribadito.

Lo Slai Cobas rilancia inoltre la richiesta di nazionalizzazione del gruppo siderurgico, opponendosi a qualsiasi ipotesi di cessione a soggetti privati. “Se vogliamo la nazionalizzazione e non la svendita dei lavoratori, allora bisogna impedirla con l’azione”, si legge nel documento, che invita a interrompere il dialogo con il Governo guidato da Giorgia Meloni e con il ministro Adolfo Urso.

Nel mirino anche la gestione commissariale dell’impianto. Il sindacato denuncia una situazione critica sotto il profilo industriale e della sicurezza. “Se i commissari gestiscono il morto e i morti, devono andare via”, si legge nel comunicato, con un riferimento diretto alle condizioni di lavoro e alle criticità ambientali.

Il documento richiama inoltre il tema della sicurezza negli stabilimenti e negli appalti, indicando la necessità di un cambio radicale di approccio. “Se il lavoro è mortale, bisogna stabilire la massima non collaborazione”, afferma il sindacato, chiedendo anche una presenza permanente negli impianti per monitorare la situazione.

Tra le richieste avanzate vi è anche l’applicazione delle disposizioni della magistratura in materia ambientale. “Se si vogliono bloccare le fonti inquinanti, le indicazioni devono essere attuate e non ostacolate”, sottolinea lo Slai Cobas, che richiama in particolare le criticità legate alla centrale elettrica.

Il sindacato amplia infine il fronte della protesta anche ad altri comparti collegati all’indotto. In riferimento agli autotrasportatori, viene evidenziato l’impatto del caro energia. “Se i costi mettono in crisi il settore, il servizio si blocca”, si legge nel comunicato.

La conclusione è un appello alla mobilitazione generale. “Non c’è altra strada che la lotta su tutto e di tutti”, afferma lo Slai Cobas, invitando lavoratori e cittadini a partecipare allo sciopero generale proclamato per il 29 maggio.

 

 

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