domenica 26 luglio 2026
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sabato 25 luglio 2026
GUERRA AI GIOVANI. Una legge reazionaria e crudele - Un commento dell'Avv. Antonietta Ricci di Taranto - e una nota
Mentre agli assassini, come il gioielliere, che ammazzano, non certo per difendersi, ma per vendicarsi di chi ha colpito la "sua proprietà", il governo, la Meloni, Salvini, Nordio, Piantedosi, ecc. pensano a decreti di iper estensione della legittimità di uccidere;
mentre per i poliziotti/carabinieri che ammazzano Fakir, e tanti altri prima e dopo, vantandosi anche - un carabiniere di Bologna nel suo post ha commentato la morte di Fakir scrivendo: "Uno in meno" - il governo risponde con lo "scudo penale" e con una oscena campagna stampa/TV;
in fretta e furia il governo ha fatto un decreto che dichiara i minori sempre colpevoli, un "problema" da trattare solo allargando le maglie della repressione e le porte del carcere.
Questo governo lo fa perchè è fatto di persone fasciste, in cui il più "innocuo", dovrebbe già stare in galera per anni - lo fa per auto-tutelarsi, per propaganda reazionaria, razzista, populista, facile, visto che ha in mano la maggiorparte di giornali e reti televisive. Questo governo non può fare diversamente; questo governo dove mette le mani, soprattutto sulla scuola, sui servizi sociali, sulla cultura, opera per imporre piani di tagli, di trasformazione al servizio del militarismo, della guerra, dell'attacco ad ogni voce libera, dissidente, intelligente, ecc. Su questo non ci devono essere illusioni, è la logica e l'azione fascista/razzista che guida i loro provvedimenti; nessun appello, nessuna denuncia legittima "gli fa un baffo" o fa fare un passo indietro, e quando sono costretti a farlo dalle proteste, da alcune lotte, allora via libera alla repressione, ai "decreti" - lo comprendano anche i democratici.
Questo governo, dietro episodi di singoli giovani - episodi ultra normali, ci sono sempre stati - in realtà sono i giovani che lottano, che si ribellano, che fanno le manifestazioni, che si scontrano con la polizia e attaccano le "proprietà", il loro obbiettivo; questi li fanno andare di "bestia" - e non è certo un caso che questo decreto "maranza" l'hanno fatto subito dopo la manifestazione di Bologna per Fakir e gli scontri con la polizia. Su questi giovani il governo, la sua polizia concentrerà la sua violenza.
Ma qui, soprattutto qui, devono trovare la giusta risposta!
proletari comunisti
IL COMMENTO AL DECRETO DELL'AVVOCATA ANTONIETTA RICCI DI TARANTO
Non è un decreto contro i 'maranza': è un decreto contro i giovani.
Ieri il Consiglio dei ministri ha approvato quello che molti quotidiani hanno definito il "decreto anti maranza". Ma questa definizione è fuorviante. Più correttamente, bisognerebbe chiamarlo decreto anti minori, perché interviene direttamente sulla giustizia penale minorile e modifica uno dei principi fondamentali su cui essa si è sempre retta. Il provvedimento cambia infatti l'articolo 98 del Codice penale introducendo una presunzione di capacità di intendere e di volere per i minori tra i 14 e i 18 anni. In altre parole, viene ribaltato l'onere della prova: fino a oggi era lo Stato a dover dimostrare che un ragazzo avesse la maturità necessaria per essere pienamente imputabile; da domani sarà il minore a essere considerato automaticamente capace, salvo prova contraria.
È un passaggio enorme, che racconta molto più di una semplice modifica tecnica. È l'ennesimo tassello di quella che appare sempre più come una vera e propria guerra ai giovani, e più in generale contro chiunque venga percepito come un problema sociale invece che come una persona da comprendere.
Questa strategia non nasce oggi. È iniziata con il decreto contro i rave, trasformando un fenomeno marginale in un'emergenza nazionale. È proseguita con il decreto Caivano, che ha irrigidito la giustizia penale minorile e ha contribuito a un fatto senza precedenti: il sovraffollamento degli istituti penali per minorenni. È continuata con i decreti sicurezza che colpiscono i giovani militanti e oggi arriva questo nuovo intervento, che prosegue sulla stessa strada: meno diritti, più repressione.
Nel merito, poi, il decreto è costruito su molta propaganda e poca sostanza. Non abbassa l'età dell'imputabilità, che resta fissata a 14 anni. Ma modifica qualcosa di altrettanto rilevante: cancella il principio secondo cui l'accertamento della maturità del minore è un presupposto della responsabilità penale. Fino a oggi il giudice doveva verificare, caso per caso, il grado di consapevolezza del ragazzo. Ora quella verifica non sarà più il punto di partenza, ma un'eccezione.
Il messaggio politico è chiarissimo: non capire, ma punire. Ed è proprio qui il nodo della questione. Perché è sempre più semplice costruire consenso attraverso la repressione che affrontare davvero le cause del disagio giovanile. È più facile evocare il nemico di turno che investire nella scuola, nell'inclusione, nei servizi sociali, nel lavoro educativo.
Pensiamo alle seconde generazioni, ai giovani cresciuti nelle periferie, alle difficoltà di integrazione sociale, culturale ed economica. Sono problemi complessi, che richiederebbero politiche di welfare, inclusione e cittadinanza. Questo governo sceglie invece la strada opposta: trasformare il disagio in una questione di ordine pubblico.
Ed è evidente che queste norme finiranno per colpire soprattutto alcuni gruppi sociali: chi vive condizioni di marginalità sociale, economica e culturale.
Anche il linguaggio utilizzato non è casuale. Parole come "maranza" non servono solo a descrivere un fenomeno: servono a costruire uno stereotipo, a identificare un'intera categoria di giovani come pericolosa per definizione. Prima si crea il nemico, poi si giustificano norme sempre più severe.
Il paradosso è che lo Stato spesso non riesce a garantire inclusione scolastica, opportunità lavorative, percorsi educativi o persino il riconoscimento della cittadinanza a ragazzi nati e cresciuti in Italia. Ma quando quei giovani manifestano disagio, l'unica risposta che trova è il diritto penale.
Parallelamente, il decreto rafforza i poteri di prevenzione e controllo del territorio in chiave “anti-bande”. Il Questore può emettere avvisi orali e vietare a chi è stato coinvolto in episodi di violenza o danneggiamento in gruppo di tornare a radunarsi con gli stessi soggetti, soprattutto se già colpiti da misure di prevenzione o condannati per reati contro la persona o il patrimonio in luoghi pubblici.
Viene ampliato l’uso dell’accompagnamento e trattenimento in ufficio di polizia per l’identificazione di persone ritenute pericolose, estendendo di fatto ai minorenni il cosiddetto “fermo di prevenzione”, con particolare attenzione a stazioni, zone della movida e grandi eventi.
Sul fronte del contrasto al degrado urbano, si introducono procedure accelerate di sgombero per le occupazioni abusive e una nuova aggravante di danneggiamento commesso da almeno cinque persone, che consente l’arresto anche in flagranza differita sulla base di immagini e video.
Magistrati minorili, avvocati, accademici e associazioni come Antigone parlano apertamente di “tradimento” del modello italiano di giustizia minorile, storicamente considerato tra i più avanzati in Europa. Giuristi e associazioni denunciano un effetto di “profiling” di classe e di origine: le nuove misure, pur scritte in termini generali, tendono a colpire soprattutto adolescenti che vivono in quartieri popolari, con alle spalle fragilità economiche, scolastiche e familiari, già oggetto di stigmatizzazione sociale.
Un altro punto sensibile riguarda il rapporto tra dati reali e percezione di insicurezza. Le statistiche ufficiali non indicano un’esplosione incontrollata della criminalità minorile, ma l’attenzione mediatica su episodi particolarmente violenti o spettacolari alimenta l’idea di un’emergenza costante.
Su questo terreno, il “decreto maranza” è una risposta meramente propagandistica: un messaggio politico riassumibile nello slogan qualunquista e populista “chi sbaglia paga, anche se minore”, che però ignora le complessità del mondo giovanile e i principi di gradualità e proporzionalità sanciti dalle norme nazionali e internazionali.
In realtà, il dibattito sul decreto mette a nudo una frattura ben più profonda: quella tra le istituzioni e le nuove generazioni. Per troppi ragazzi lo Stato ha un solo volto: quello delle divise, dei controlli, delle perquisizioni e delle sanzioni. Molto più difficile, invece, incontrarlo sotto forma di scuola, servizi sociali, presìdi culturali, impianti sportivi, opportunità educative o strumenti concreti di emancipazione.
È la fotografia di un fallimento politico prima ancora che normativo. Perché quando l'unica risposta al disagio giovanile diventa il diritto penale, significa che lo Stato ha già rinunciato a svolgere la sua funzione più importante: prevenire, includere, offrire opportunità.
Il rischio è evidente. Costruire un impianto normativo che parte dal presupposto che il minore sia innanzitutto un potenziale pericolo significa alimentare una logica di contrapposizione permanente, dividendo la società tra chi deve essere protetto e chi deve essere controllato. Una narrazione tossica che trasforma migliaia di adolescenti – spesso provenienti dalle periferie o dalle seconde generazioni – in bersagli politici prima ancora che in cittadini.
Per questo il cosiddetto "decreto maranza" non è soltanto un insieme di norme penali e amministrative. È il manifesto di una precisa idea di società: una società che, di fronte alle fragilità, sceglie di punire invece di comprendere; che investe nella repressione perché costa meno, politicamente, che investire nella scuola, nel welfare, nell'inclusione e nella cittadinanza. È una scelta miope e profondamente in contrasto con lo spirito della Costituzione, che assegna alla pena una funzione educativa e impone alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli che limitano l'uguaglianza sostanziale. Sostituire l'educazione con la repressione non renderà il Paese più sicuro: renderà soltanto più profonda la distanza tra lo Stato e una generazione che continua a sentirsi vista come un problema, anziché riconosciuta come una risorsa e come cittadinanza a pieno titolo.
Questo decreto non renderà il Paese più sicuro. Lo renderà semplicemente più duro con i più deboli, più impaurito e più diviso. Ed è questo, forse, il vero obiettivo della propaganda: alimentare la paura invece di risolvere i problemi.
venerdì 24 luglio 2026
Le fabbriche e il ruolo degli operai durante la Rivoluzione culturale in Cina - 3° e ultima parte: Verso la scomparsa progressiva della divisione capitalistica del lavoro - I lavoratori si impossessano della scienza e della tecnica
Concludiamo questa pubblicazione, utilizzando il libro di Charles Bettelheim "L'organizzazione industriale in Cina e la Rivoluzione culturale", con la dimostrazione di come è possibile, nel socialismo, che gli operai, venendo meno la divisione tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, tra dirigenti, tecnici e lavoratori, possano decidere e dirigere tutto, trasformare il modo di produzione capitalistico e quindi ponendo fine allo sfruttamento, al lavoro salariato.
Questo però, come sottolinea lo stesso Battelheim in "Appendice", non "cade dal cielo", non è "spontaneo", ma è frutto di una forte e prolungata lotta di classe tra proletariato e borghesia; è frutto della rivoluzione dei proletari e delle masse che costruiscono il potere operaio, la nuova società socialista verso il comunismo.
MA QUESTO E' POSSIBILE! Questo devono comprendere prima di tutto i lavoratori.
Nello stesso tempo la Rivoluzione culturale nella Cina, allora socialista, dice come queste trasformazioni da un lato mostrano il cuore nero del sistema capitalista che è arrivato a distruggere natura, popolazioni per continuare a fare profitti; dall'altro mostrano che una volta che scienza, tecnica, le forze produttive (generate dallo stesso capitale ma oggi sempre più usate per distruggere) sono nelle mani dei proletari, esse sono al servizio della produzione non per il profitto ma dello sviluppo generale dell'umanità.
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DAL LIBRO "L'organizzazione industriale in Cina e la Rivoluziona culturale"
"...la forma di organizzazione (nelle fabbriche ndr) precedente: "Era la gestione delle imprese da parte degli esperti e questi ultimi mettevano la produzione davanti a tutto e tendevano a porre i profitti al posto di comando..."
"...a partire dai Gruppi di gestione operaia e dai Comitati rivoluzionari inizia la scomparsa della distinzione e della divisione tra i compiti di direzione e quelli di esecuzione. Questo processo si sviluppa: a) attraverso le differenti forme di gestione da parte dei lavoratori; b) attraverso la partecipazione dei quadri al lavoro manuale...". "... Da una parte tutti coloro che hanno delle responsabilità di gestione e di direzione devono partecipare al lavoro manuale per due o tre giorni alla settimana... D'altra parte le attività di gestione e di controllo sono moltiplicate a livello di reparti, delle sezioni di reparto e delle squadre, grazie alla costituzione di Gruppi di gestione operaia, di assemblee di squadra e di reparto..."
"Nell'impresa capitalistica, la divisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale si manifesta nella distinzione tra lavoro di produzione immediato assegnato agli operai e il lavoro degli ingegneri e dei tecnici che dirigono il processo di produzione e prendono decisioni per quanto riguarda i cambiamenti da apportare ai processi lavorativi, alle macchine impiegate, alle disposizioni tecniche, ecc.... questa divisione pone i produttori immediati in una posizione subordinata rispetto agli ingegneri e ai tecnici. Le trasformazioni che sono avvenute durante la Rivoluzione culturale sono il segno che la lotta di classe in Cina mira a far sparire anche questo aspetto della divisione del lavoro..."
"...Questo movimento è rafforzato dalla profonda trasformazione del sistema di insegnamento... I nuovi tecnici e ingegneri vengono direttamente dalla produzione; questo significa che alla fine dell'insegnamento in generale, essi sono stati per due o tre anni operai o contadini o membri dell'Esercito popolare di liberazione, perchè anche quest'ultimo partecipa direttamente alla produzione... il criterio di base è servire il popolo, quindi non acquisire conoscenze per far valere se stessi... gli studenti restano costantemente in contatto con il luogo di produzione da cui provengono..."
"...Nel modo di produzione capitalistico, questa separazione (tra teoria e pratica - ndr) è concretizzata precisamente dall'accumulazione delle conoscenze teoriche scientifiche e tecniche, da una parte , e dalle conoscenze "pratiche" dall'altra. Le prime assumono la forma delle scienze e delle tecniche di cui gli scienziati, gli ingegneri e i tecnici sono ritenuti i portatori esclusivi, mentre le conoscenze "pratiche" vengono ritenute semplici dettagli o semplici operazioni manuali più o meno meccaniche. Ora se la costituzione sotto una forma apparentemente autonoma della scienza e della tecnica ha permesso uno sviluppo considerevole di queste conoscenze, la loro crescente separazione dalla pratica della produzione materiale ha nondimeno effetti sociali contraddittori: in particolare essa tende a privare i produttori materiali di conoscenze che possono arricchire la loro pratica della produzione e permettergli di trasformarla da soli. Parallelamente questa separazione priva gli ingegneri e soprattutto gli scienziati di conoscenze pratiche utili...".
"...La "tecnica" non è mai "neutra"; essa non è mai posta "al di sopra" o "al fianco" della lotta di classe. Quest'ultima e le trasformazioni che essa impone al processo di produzione e ai rapporti di produzione determina in definitiva il carattere specifico delle forze produttive e del loro sviluppo..."
"...La trasformazione della gestione delle imprese è tutt'altra cosa che una semplice modificazione apportata alle "tecniche di gestione". Essa concerne i rapporti di produzione stessi, che possono essere rivoluzionarizzati solo attraverso la lotta di classe..."
INFINE CHARLES BETTELHEIM NELLA PARTE "APPENDICE" CHIARISCE PERCHE' SONO AVVENUTE QUESTE TRASFORMAZIONI - Questo è centrale per comprendere perchè e come è possibile che gli operai "rompano" con il modo capitalistico di produzione, lo sfruttamento:
"...le trasformazioni nei rapporti sociali indotte dalla Rivoluzione culturale sono il prodotto non di un'azione spontanea delle masse... ma delle masse guidate dagli orientamenti politici della linea rivoluzionaria di Mao Tse-tung e dall'attività dei partigiani di questa linea, operai, contadini, quadri, ecc...."
"...La Rivoluzione culturale deve essere intesa come un momento della lotta tra la linea proletaria del PCC (Partito comunista cinese - ndr) e la linea borghese... L'obiettivo fondamentale della linea proletaria è proprio quello di far scomparire i rapporti capitalistici e, con essi, le classi di cui questi rapporti assicurano l'esistenza. Questo obiettivo può essere realizzato solo attraverso la trasformazione rivoluzionaria dell'insieme dei rapporti sociali: dei rapporti di produzione e dei rapporti politici e ideologici..."
(FINE)
Processo Ilva - La battaglia degli avvocati delle parti civili Slai cobas contro il tentativo di cancellazione di tutti gli atti (prove testimoniali, verbali, ecc.) del processo di 1° grado
Abbiamo già denunciato quanto sta accadendo nelle ultime udienze al processo a Potenza:
https://tarantocontro.blogspot.com/2026/07/il-processo-ilva-potenza-sta-diventando.html
Lo Slai cobas, con i suoi avvocati e le nostre parti civili sta contrastando passo passo il tentativo, dopo aver già cancellato atti e prove del processo di 1° grado, di considerare non validi al processo di Potenza verbali, prove testimoniali, perizie del 1° grado, documentazione decisiva per un processo che non diventi una farsa a favore dei padroni assassini e dei loro complici.
PUBBLICHIAMO PARTI DELLA CORPOSA ULTIMA MEMORIA PRESENTATA DAGLI AVVOCATI DELLE PARTI CIVILI SLAI COBAS - SE NE DISCUTERA' NELLA NUOVA UDIENZA A SETTEMBRE.
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"...si svolgono alcune osservazioni in tema di effetti della declaratoria di incompetenza ex art. 11 c.p.p. sulla validità e utilizzabilità delle prove assunte nel precedente dibattimento innanzi alla Corte di Assise di Taranto.
Nel corso del dibattimento celebrato innanzi alla Corte di Assise di Taranto è stato raccolto un rilevante compendio probatorio, comprensivo di numerose prove dichiarative (esami di imputati, persone offese, testimoni, consulenti), estesa documentazione, perizie e consulenze tecniche, atti di indagine e accertamenti tecnici.
La difesa degli imputati, con parere pro veritate e memoria difensiva sostiene, in sintesi, che:
l’incompetenza ex art. 11 c.p.p. integrerebbe una “carenza di potere istruttorio” o “apparenza di parzialità” tale da rendere radicalmente invalida l’intera attività istruttoria svolta a Taranto... il nuovo giudizi dovrebbe, pertanto, ripartire “a tabula rasa”, senza alcuna possibilità di utilizzo, neppure ai soli fini di contestazione, delle dichiarazioni rese nel precedente dibattimento.
Le parti civili, con la presente memoria, contestano radicalmente tale impostazione
Preliminarmente pare opportuno evidenziare che il preciso perimetro di applicazione, nel caso di specie, delle disposizioni di cui all’art. 11 cpp è stato reiteratamente e definitivamente fissato sia dalla sentenza della Corte di Assise di Appello ionica, sia dalle pronunzie del Giudice dell’Udienza
Preliminare di Potenza, sia nelle prime fasi del presente giudizio avanti la Corte di Assise del capoluogo lucano (in particolare con l’ordinanza 3.7.26 che ha sancito l’utilizzabilità, sia pure nei soli confronti degli attuali imputati... dell’incidente probatorio svoltosi avanti il GIP di Taranto). Del tutto ultroneo ed inconferente appare, pertanto, il “dossier” che le difese degli imputati hanno ritenuto di redigere con riferimento alla persona di un familiare di un giudice tarantino (e qui prodotto come memoria difensiva dal “titolo” “Profumo di Ilva”). Le scriventi difese ritengono, in primo luogo, inammissibile l’introduzione nel processo di “indagini” su soggetti estranei al processo (non si sa bene come, quando, da chi, svolte), con riferimento alle quali sarebbero riversati nella “memoria”... introducendo degli elementi asseritamente “di fatto” nella totale impossibilità (oltre che inopportunità) di svolgere intorno ad essi un qualsivoglia contraddittorio tra le parti (e, pertanto, inammissibile appare l’acquisizione di quella “memoria”).
Ciò che, però, più rileva (al di là della acquisibilità o meno di quegli elementi) è che tale “dossier”... pare voler rimettere in discussione in questa fase processuale argomenti e questioni già ampiamente risolte sia dalla sentenza (passata in giudicato) della Corte di Assise di Appello Taranto, sia dal GUP sia da questa stessa Corte di Assise di Potenza, che già ha pronunziato il principio di diritto... Nulla dunque, è necessario aggiungere sulla radicale irrilevanza del dossier...
Tanto premesso può passarsi alla confutazione delle tesi espresse nel parere della professoressa Conti (che altro non è che una relazione a sostegno delle tesi interpretative sostenute dalle difese degli imputati...).
Si deve innanzi tutto evidenziare come la professoressa prenda le mosse da una erronea lettura ed interpretazione della portata della sentenza SSUU Tanzi: diversamente da quanto nel suo parere si legge, infatti, la sentenza Tanzi in nessuna sua parte fa riferimento alle ipotesi di giudice dichiarato incompetente ex art. 11 c.p.p.... Deve, invero, evidenziarsi come nella pronuncia richiamata si trovino riferimenti (che vengono ritenuti ipoteticamente suscettibili di essere supportati da analoghe argomentazioni logiche rispetto all’ipotesi di ricusazione) al diverso istituto della rimessione. Orbene, giova ricordare che nel corso del procedimento “tarantino” era stata in effetti proposta, dalle difese degli imputati, anche istanza di rimessione, rigettata dalla Suprema Corte con sentenza 52976 del 19.12.2014, e che i successivi provvedimenti (ancora della Suprema Corte – sentenza 50848/2018 – sia della Corte di Assise di Appello di Taranto, del GUP e della Corte di Assise di Potenza) espressamente (la Cassazione del 2018) e di fatto (le pronunzie di merito) escludano potessero ricorrere ipotesi di ricusazione dei giudici tarantini...
...ciò, lo si deve ribadire non potendosi nuovamente in questa fase processuale surrettiziamente cercare di ipotizzare una radicalmente diversa applicazione dell’art. 11 rispetto a quella delineata dalle richiamate e reiterate pronunzie; peraltro, in tal modo le difese degli imputati paiono riferirsi all’art. 11 come una sorta di grimaldello utile a far rientrare della finestra del giudizio ciò che è stato tenuto fuori dalla porta della Cassazione, ovvero una incompatibilità “ambientale” che sarebbe però causa di quella rimessione esclusa dalla Suprema Corte...
...è di tutta evidenza come in gioco possa esserci il principio di ragionevole durata del processo, con tutta evidenza “messo in crisi” ove l’intervenuta operatività dell’art. 11 necessariamente travolga tutto quanto accaduto in precedenza.
Ciò, ovviamente, non a dire che recessivo sia il principio di terzietà, ma che deve rinvenirsi una soluzione di equilibrio che, salvaguardata la sostanziale ma anche meramente apparenza di terzietà, non imponga sempre e comunque un sacrificio di ogni altro principio e garanzia.
In realtà nel caso di specie non sarebbero neppure necessarie una operazione esegetica, essendo la soluzione al quesito della utilizzabilità delle prove acquisite avanti al giudice poi dichiarato incompetente risolto dall’art. 26 cpp... Peraltro, la Corte costituzionale (sent. n. 252 del 2020) e le Sezioni Unite (sent. 28 marzo 1996, n. 5021) hanno escluso la configurabilità di una “inutilizzabilità derivata”, ribadendo che non è inutilizzabile la prova che, pur collegata ad un atto nullo, sia stata autonomamente acquisita nel rispetto delle forme e dei diritti di difesa...
...Illuminante quanto alla ricusazione, ancora una volta, la Suprema Corte a Sezioni Unite con la sentenza Gerbino (della quale la professoressa Conti non ha tenuto alcun conto, pur ponendosi tale pronunzia sulla scia della sentenza Tanzi)... ha affermato che “il decreto che dispone il giudizio si distingue non soltanto rispetto all’ampia gamma di atti meramente “interlocutori” e processuali che il giudice poi accertato “sospetto” può compiere, ma anche rispetto agli atti “a contenuto probatorio”... “per essi, dunque, potrà porsi un problema di “conservazione di efficacia”...
E, allora, evidenti le conseguenze: se gli atti a contenuto probatorio assunti dal giudice poi ricusato... restano validi... non può certo sostenersi che nel caso di incompetenza ex art. 11... tali atti a contenuto
probatorio siano, al contrario, non si comprende in forza di quale disposizione (stante la tassatività delle ipotesi di nullità di cui all’art. 177 cpp) nulli.
Certamente da rigettare è, pertanto, la suggerita tesi della nullità delle prove acquisite nel procedimento tarantino...
Escluso chele prove siano radicalmente inutilizzabili, occorre, allora verificare se e come esse possano o debbano essere utilizzate nel procedimento avanti il giudice accertato competente.
La soluzione, a parere di questa difesa, deve essere in primo luogo ricercata proprio nel sistema codicistico, che all’art. 26 regola proprio l’utilizzabilità delle prove assunte dal giudice dichiarato incompetente.
Nella memoria delle difese si afferma che tale disposizione non sarebbe conferente alla fattispecie dell’incompetenza ex art. 11... in quanto “tale logica conservativa può trovare giustificazione nei casi in cui le prove siano state assunte ritualmente nel contraddittorio delle parti da un giudice incompetente per territorio o per materia, il quale – pur privo della corretta attribuzione – era comunque fornito dei requisiti di terzietà ed imparzialità. Lo stesso non può dirsi allorchè la prova sia stata assunta dinanzi ad un giudice
funzionalmente incompetente ex art. 11 c.p.p., sprovvisto della condizione di terzietà ed imparzialità e dunque incapace di garantire un legittimo contraddittorio per la prova”.
Tale asserzione confligge apertamente non solo e non tanto con il disposto dell’art. 26, ma con quanto previsto dal sopra richiamato art. 42 che, come chiarito anche dalle Sezioni Unite Gerbino, sancisce che non sono nulli o radicalmente inutilizzabili gli atti probatori assunti da un giudice che, essendo stato dichiarato ricusato, per usare le parole della memoria delle difese, è stato accertato essere “sprovvisto della condizione di terzietà ed imparzialità”...
...Il tenore letterale della disposizione appare chiaro: le prove assunte dal giudice dichiarato incompetente sono pienamente efficaci (co. 1); da ciò discende che essi ben possono e devono essere acquisiti dal giudice competente...
...E’ dunque, proprio la disposizione codicistica a fornire la soluzione: le prove sono efficaci ed utilizzabili, salva la possibilità che il “nuovo” giudice competente, su singole prove e/o (quanto più rileva) su singoli verbali di prove testimoniali, d’ufficio o su sollecitazione delle parti, ritenga di procedere ad un approfondimento istruttorio. Salvo il rispetto del contraddittorio iniziale (le prove erano state assunte alla presenza degli imputati e dei difensori), è salva anche l’esigenza di terzietà del giudice, atteso che al “nuovo” giudice non può essere precluso di accertare la genuinità delle testimonianze o (come paiono sostenere gli imputati sia necessario) di consentire il pieno sviluppo del contraddittorio quando questo sia stato precluso dal giudice incompetente...
...Ben possono e devono, pertanto, i verbali di prova acquisiti avanti la Corte di Assise di Taranto, essere acquisiti nel fascicolo del dibattimento, anche a seguito di istanza da parte del Pubblico Ministero.
E ciò lo si ribadisce, salvaguardando tutti gli interessi e le garanzie costituzionali che vengono nel caso di specie in rilievo, dal principio di terzietà del giudice... a quello del giudice naturale..., a quello della ragionevole durata del processo..., consentendo di garantire comunque la pienezza del contraddittorio...
...Nel caso di specie, peraltro, ove si volesse richiamare analogicamente la ratio di quella disposizione, non potrebbe che evidenziarsi che nel richiamare il disposto dell’art. 26 la Corte di Assise di Appello di Taranto ha già ritenuto quelle prove efficaci. Ciò che rileva, comunque, è che secondo l’interpretazione proposta dalle difese degli imputati la dichiarazione di incompetenza... comporterebbe una radicale nullità o comunque assoluta inefficacia delle prove acquisite, ciò che invece per espressa previsione codicistica
non comporta la (ben più significativa in termini di acclarata non terzietà o indipendenza) la dichiarazione di ricusazione. Evidente l’illogicità di una siffatta interpretazione.
E, allora, se non si volesse utilizzare la disposizione che all’incompetenza fa riferimento (l’art 26) né quella che regola la ricusazione... non potrebbe che che richiamarsi il disposto di cui all’art. 238 cpp, che consente comunque alle parti di far entrare nel procedimento verbali di prove di altri procedimenti, utilizzabili nei confronti dell’imputato solo se all’assunzione della prova sia stato presente il suo difensore.
Ribadito che una interpretazione che escluda la possibilità di utilizzare le disposizioni espressamente codificate in materia di competenza (o quanto meno di ricusazione) pare porsi al di là di una interpretazione legittimamente desumibile dalle disposizioni codicistiche, e nulla aggiungerebbe alla salvaguardia del principio di terzietà (come detto già soddisfatto dalle disposizioni esistenti) mentre imporrebbe il sacrificio di altri principi e garanzie di pari grado, unica soluzione non potrebbe che essere quella di consentire alla parte processuale la produzione dei verbali dell’altro procedimento, pur concluso con una dichiarazione di incompetenza. Fermo restando, ovviamente ed evidentemente, sia il diritto alla controprova sia il diritto a che il teste cui il verbale fa riferimento sia nuovamente sentito a specificazione e/o chiarimento di quanto in precedenza dichiarato...
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Tutto ciò premesso, le parti civili, come in epigrafe rappresentate e difese, instano a che l’Ill.ma Corte di Assise di Potenza voglia acquisire i verbali delle prove assunte nel dibattimento svoltosi avanti la Corte di Assise di Taranto...
Potenza-Taranto-Torino, 17/06/2026.
Da Bologna proposta una iniziativa nazionale A Bologna contro la repressione a metà settembre - adesione da subito dello Slai cobas per il sindacato di classe
Indetta sin da ora assemblea regionale o interregionale con la Basilicata per la prima settimana di settembre - luogo data orario da definire.
info slaicobasta@gmail.com wa 3475301704
giovedì 23 luglio 2026
Solidarietà a Bobo Aprile - Al corteo di Amendolara noi c'eravamo, abbiamo sfilato e preso la parola - Siamo tutti colpevoli! Slai cobas per il sindacato di classe
Comunicato stampa
martedì 21 luglio 2026
Ex Ilva - Jindal favorita - Siamo ad un "copia e incolla" della vendita ad ArcelorMittal, ma in peggio: su soldi, forti tagli occupazionali, nessun impegno sul fronte ambientalizzazione e sicurezza e salute in fabbrica
Da Taranto Buonasera
La trattativa per il passaggio dell’ex Ilva a Jindal Steel International sarebbe destinata a proseguire attraverso una formula articolata in 2 fasi. Il gruppo indiano entrerebbe inizialmente nella gestione degli stabilimenti con un contratto di affitto dei rami d’azienda, rinviando l’acquisto definitivo degli impianti di 18 mesi e subordinandolo al verificarsi di determinate condizioni.
È lo scenario descritto in un articolo pubblicato da Il Sole 24 Ore: il Governo avrebbe accolto la richiesta avanzata dagli emissari di Naveen Jindal di avviare l’operazione attraverso un periodo transitorio, seguendo uno schema già utilizzato con ArcelorMittal all’epoca della nascita di Acciaierie d’Italia. La firma, inizialmente ipotizzata entro la fine di luglio, potrebbe quindi slittare oltre la pausa estiva.
Un primo aggiornamento potrebbe arrivare dal tavolo permanente convocato a Palazzo Chigi per il 28 luglio, ma il confronto non avrebbe ancora raggiunto un livello tale da consentire la chiusura immediata dell’accordo.
Nel frattempo sembrerebbero perdere consistenza sia l’ipotesi di una cordata italiana sia la proposta attribuita al fondo statunitense Flacks.
La formula dell’affitto consentirebbe a Jindal di assumere la gestione evitando, almeno nella fase iniziale, l’acquisto immediato degli asset. Il gruppo indiano chiederebbe infatti garanzie rispetto a una serie di incognite giudiziarie, ambientali e industriali che continuano a gravare sul futuro del complesso siderurgico.
Tra le questioni richiamate figurano la decisione attesa dalla Corte d’Appello di Milano sulla vicenda relativa all’Autorizzazione integrata ambientale e il mancato dissequestro dell’altoforno 1. Jindal chiederebbe inoltre certezze sullo smantellamento dell’area a caldo, i cui costi dovrebbero rimanere a carico dell’amministrazione straordinaria, e sull’effettiva disponibilità dei finanziamenti pubblici destinati alla decarbonizzazione.
Un altro nodo riguarda il regime autorizzativo durante la trasformazione industriale. Il gruppo dovrebbe iniziare la gestione sulla base dell’attuale Aia, mentre lo stabilimento continuerebbe a funzionare attraverso il ciclo a caldo. Il piano futuro prevede però il passaggio alla produzione con forno elettrico e richiederebbe quindi una successiva modifica dell’autorizzazione.
Secondo quanto riportato dal Sole 24 Ore, Jindal avrebbe chiesto una fase transitoria per adeguare gradualmente gli impianti alle migliori tecniche disponibili previste a livello europeo. Il gruppo vorrebbe evitare che il periodo necessario alla riconversione possa determinare contestazioni o conseguenze giudiziarie.
Resta da stabilire anche se l’accordo con le organizzazioni sindacali debba rappresentare una condizione vincolante per il successivo acquisto degli asset.
Sul piano industriale, il progetto attribuito al gruppo indiano contemplerebbe la costruzione a Taranto di un forno elettrico con una capacità produttiva di 2 milioni di tonnellate all’anno. È prevista inoltre la riorganizzazione del sistema dei laminatoi, con 3 linee a Taranto, una a Novi Ligure e una a Cornigliano.
Gli impianti sarebbero messi nelle condizioni di lavorare ulteriori 4 milioni di tonnellate di semilavorato, che verrebbero importate dagli stabilimenti posseduti da Jindal in Oman.
Lo schema avrebbe conseguenze rilevanti anche sugli organici. Nonostante l’obiettivo indicato dal Governo sia quello di mantenere 5.000 lavoratori, il confronto con altri stabilimenti siderurgici europei alimentati da forni elettrici porterebbe a numeri più contenuti.
Secondo le valutazioni riportate nell’articolo, nello stabilimento di Taranto potrebbero essere necessari circa 2.500 addetti, mentre a Novi Ligure l’occupazione potrebbe fermarsi a non più di 400 unità e a Cornigliano attestarsi intorno a 600 lavoratori.
Anche il capitolo finanziario resta da definire. La cancellazione del progetto per la realizzazione a Taranto dell’impianto destinato alla produzione del preridotto avrebbe liberato poco meno di 800 milioni di euro. Il materiale necessario ad alimentare il forno elettrico verrebbe importato dall’Oman.
A queste risorse potrebbero aggiungersi ulteriori fondi, compresi tra 200 e 300 milioni di euro, portando a circa 1 miliardo di euro la base di denaro pubblico che il Governo potrebbe destinare ai contratti di sviluppo per la decarbonizzazione.
Per la costruzione del forno elettrico sarebbero necessari circa 700 milioni di euro. Una cifra analoga servirebbe per adeguare i laminatoi al nuovo assetto produttivo.
Non è stato ancora chiarito, però, quale sarà l’effettivo contributo finanziario di Jindal. Alcune fonti citate dal quotidiano ipotizzano investimenti privati per 2 miliardi di euro in 3 anni, ma questa somma non sarebbe stata ancora formalmente definita durante la trattativa.
Il passaggio decisivo sarà quindi rappresentato dalla definizione degli investimenti, delle condizioni ambientali e delle garanzie occupazionali.
lunedì 20 luglio 2026
Jindal - Esuberi e intensificazione dello sfruttamento alla ArcelorMittal - NO alla trattativa romana - L'altra strada dello Slai cobas per il sindacato di classe
Bisogna togliere fiducia alle OO.SS. Verso cui si deve porre una vera e propria questione morale, non è possibile che dirigenti di questi sindacati fanno carriera - prima Sperti UILM e D'alò FIM divenuti segretari nazionali e ora Brigati Fiom divenuto segretario regionale - mentre i lavoratori stanno sempre peggio e a rischio futuro.
Bisogna sostenere e portare avanti la Piattaforma operaia, renderla un vincolo per governo e OO.SS.
Firma e fai firmare la piattaforma operaia, pretendere assemblee, togliere la fiducia alle attuali OO.SS.
PIATTAFORMA OPERAIA
NO al fondo Flacks – NO a Jindal
Nazionalizzazione subito
Nessun esubero – Riduzione dell'orario di lavoro a parità salariale
CIGS con integrazione per lavoratori diretti e appalto
NO Ccnl Multiservizi alle Ditte dell'appalto – CCNL metalmeccanico con clausola sociale – NO contratti a termine
Legge speciale per amianto, lavori usuranti, prepensionamenti
Basta morti sul lavoro – Postazione ispettiva permanente in fabbrica
Le trattative si devono fare a Taranto – Lo Slai cobas presente per una voce autonoma
Per un vero sciopero generale fino a risultati effettivi
Slai cobas
via Livio Andronico, 47 Taranto – WA e tel 3475301704 – slaicobasta@gmail.com
Laterza, braccianti pagati in nero e rifiuti, sequestrato l’impero Giannico: oltre un milione di euro sotto chiave
Dalla Gazzetta del Mezzogiorno - Francesco Casula e Dario Benedetto
Sigilli a tre società. I pm: «Un impero economico a danno di operai e ambiente»
Domenica 19 Luglio 2026, 05:30
Lavoratori in nero e pagamenti in contanti. Per la procura di Taranto, l’impero costruito negli anni dalla famiglia Giannico è stato possibile anche grazie agli stipendi da fame concessi ai lavoratori e alle spese non effettuate per gli impianti di smaltimenti dei rifiuti.
Complessivamente il gip Mariano Robertiello ha disposto, su richiesta dei pm Francesco Ciardo e Filly Di Tursi che insieme con la procuratrice Eugenia Pontassuglia hanno coordinato le indagini dei carabinieri, il sequestro di oltre 1 milione e 100mila euro a cui si aggiungono i sigilli a tre realtà imprenditoriali: si tratta della ditta individuale Giannico Carlo, delle società agricole «Santa Trinità srl». e «Montecamplo srl» che comprendono immobili, beni strumentali e anche i terreni adiacenti intestati a una familiare indagata a piede libero. Per il gip «benché formalmente distinte, risultano operare nel medesimo sito, con promiscuità di funzioni, mezzi e risorse» e quindi «l’intero compendio è nella disponibilità sostanziale di un medesimo nucleo familiare».
In particolare gli investigatori hanno quantificato in 388mila euro il risparmio della famiglia Giannico ottenuto sottopagando i lavoratori: «il profitto – ha confermato il giudice - va individuato nel risparmio di spesa conseguito mediante la sistematica compressione del costo del lavoro, realizzata attraverso la corresponsione di trattamenti economici largamente inferiori a quelli dovuti e l’omesso versamento degli oneri contributivi e previdenziali».
«Lavoravo 12 o 13 ore al giorno. Non potevamo nemmeno fare la pausa, solo andare in bagno. Una volta ho avuto la febbre, mi sono riposato mezza giornata e poi sono andato a lavorare perché quando un ragazzo non stava bene ed era malato e quindi non è venuto a lavorare, lui lo ha mandato via» hanno raccontato i braccianti ai carabinieri. Nel corso delle indagini i militari hanno ritrovato due agende risalenti al 2015 e al 2012 su cui erano segnati tutti i pagamenti in nero dei braccianti.
La famiglia Giannico, inoltre, avrebbe risparmiato ben 759mila euro a danno dell’ambiente: realizzando il lago «dei veleni» che ha danneggiato una riserva naturale come il Parco regionale Terra delle Gravine.
domenica 19 luglio 2026
Dal presidio per Anan al carcere di Melfi - nella giornata nazionale a sostegno dei prigionieri politici palestinesi - Interventi e immagini dal presidio
Si è tenuto sabato il presidio di solidarietà per Anan davanti al carcere di Melfi. Essa è parte della giornata di mobilitazione nazionale “Colpevoli di Palestina”, in cui centinaia di attivisti in tutta Italia si sono mobilitati e hanno fatto presidi in tutti i diversi carceri in cui sono detenuti i prigionieri politici palestinesi, in particolare a Melfi ma non solo, anche a Terni, a Roma, a Rossano Calabro, a Sassari, ovunque si è fatta sentire la solidarietà.
A Melfi vi è stata una positiva partecipazione, eravamo una cinquantina di compagni e compagne che si sono ritrovati davanti al carcere. Il presidio è iniziato con la lettura di una poesia che ha scritto Anan in questi giorni in carcere, e di una sua lettera indirizzata a noi partecipanti al presidio, e a tutti i solidali delle Flotille, in cui Anan ancora una volta si è dimostrato un combattente, un resistente che appoggia tutte le resistenze, anche quelle dei movimenti di lotta che si sviluppano in questo paese. Anan ha ripetuto ancora una volta che ovunque lo abbiano rinchiuso ha sempre trovato reti solidali che non lo hanno mai fatto sentire solo, e per questo anche lui non farà mai mancare il suo appoggio alle lotte di resistenza che si sviluppano in Italia.
Ci sono stati poi gli interventi degli altri presenti al presidio, della Rete per la Palestina di Calabria, di lavoratori di sindacati di base, di altri singoli; quindi collegamenti con gli altri presidi che si stavano tenendo in contemporanea.
Da fuori Regione c'era la delegazione di Taranto, dello Slai cobas per il sindacato di classe, del Comitato #iostoconlapalestina, che è intervenuta rimettendo l'accento sulla necessità di continuare la resistenza, di continuare a radicare sui territori la solidarietà con Anan che deve vivere oltre questa giornata nelle prossime iniziative – dalla tre giorni in Val d’Agri, alla mobilitazione per la chiusura del consolato israeliano a Bari, alla lotta contro i progetti di colonizzazione del Salento con resort di lusso destinati alle comunità ultra ortodosso ebraiche in vacanza. L'intervento di Taranto si è concluso con la proposta di ritornare in piazza a ottobre e di rivederci a metà settembre con un'assemblea interregionale.
Altre proposte sono state quelle di sollecitare parlamentari, amministrazioni locali a schierarsi per Anan, in particolare in vista della scadenza di metà settembre in cui la Cassazione dovrà pronunciarsi sulla richiesta di sospensione definitiva della protezione internazionale per Anan che, se qualora fosse accettata, porrebbe Anan a rischio di espulsione.
Altri interventi hanno ribadito l'importanza della solidarietà, l'importanza di continuare a livello locale e regionale la presenza e il costante sostegno anche nelle faccende quotidiane di Anan. È stato ad esempio ricordato come le autorità carcerarie continuino a vessare Anan, a negargli spesso le cure mediche e dentistiche di cui ha bisogno o addirittura a impedirgli di socializzare con altri detenuti non musulmani.
Ma è stato ricordato che Anan ha sempre opposto a questo una ferma resistenza, ha denunciato il DAP, subendo anche delle misure disciplinari per questo. Ha sempre mantenuto uno spirito di lotta, come dicono i versi della poesia che ha scritto e che è stata letta fuori dal carcere perché: chi è coraggioso può morire un giorno, il vigliacco muore mille volte tutti i giorni.
Tre giorni in Basilicata a Luglio. Invito a partecipare
“Spinoso Piazza di Energia Civica: Petrolio, Salute, Democrazia”
Nei giorni 24, 25, 26 Luglio, si terrà a Spinoso, comune lucano della Val d’Agri che si affaccia sulle acque del Lago del Pertusillo, una tre giorni di incontri, iniziative, dibattiti, approfondimenti.
Nel cuore della più grande piattaforma estrattiva di idrocarburi in terraferma di Europa, tra il Cova di Viggiano e il Centro Oli Tempa Rossa, sarà possibile toccare con mano i segni viventi delle incertezze e delle resistenze ad una transizione ecologica e culturale continuamente invocata e tradita, dove il “drill baby drill” riecheggia come un salvadanaio già da prima dei fasti trumpiani.
Dopo che lo stesso direttore esecutivo dell’IEA (Agenzia Internazionale per l’Energia), Fatih Birol, preoccupato per le incertezze belliche e per i tempi lunghi per il ripristino dell’intera produzione di idrocarburi del Golfo Persico, ha detto che l’attuale calo rappresenta “la più grande minaccia alla sicurezza energetica mondiale di tutta la storia”, non abbiamo potuto esimerci dall’organizzare uno spazio/tempo di confronto e proposta in uno dei luoghi più emblematici della filiera estrattiva in Italia.
L’invito, rivolto a tutte/i le/gli interessate/i, lucane/i e/o provenienti da altre Regioni, vuole valorizzare le convergenze che si sono attivate nel corso degli ultimi anni, trovando linfa vitale nelle mobilitazioni internazionali contro i rischi di Terza Guerra Mondiale, nella difesa del diritto di autodeterminazione e contro il genocidio del Popolo Palestinese; contro le continue aggressioni imperialiste del diabolico duo USA/Israele ai danni di Yemen, Siria, Iraq, Venezuela, Iran, Cuba, nonché nella necessità di contrastare il surriscaldamento climatico, la folle riproposizione del nucleare, di difendere l’acqua pubblica e sana, la sanità, l’istruzione, l’occupazione, il reddito, il welfare, facendo emergere comuni identità, sensibilità politico/culturali, capacità organizzative intergenerazionali, che hanno consentito modi e forme inedite di solidarietà, con un potenziale enorme di capacità creativa, di analisi, di scambio comunicativo orizzontale.
Abbiamo bisogno di saper mettere al centro, con generosità, relazioni, saperi, corpi, esperienze, per trovare e valorizzare un percorso metodologico in cui confrontarsi, conoscere insieme e conoscersi sul campo. Tutto ciò è parte integrante della costante ricerca di percorsi e soluzioni comuni, perseguendo come finalità principale la capacità di allargare le aree di soggettività con cui poter stringere alleanze e condividere obiettivi.
E’ infatti la stessa complessità della crisi capitalistica in atto che fa emergere con forza ad intensità variabile la sua dimensione totalizzante, mostrando in una sorta di specchio prismatico come le resistenze sui territori siano il pane e le rose dell’elaborazione di un mondo degno di essere vissuto.
La Basilicata non è tuttavia riducibile al lascito desolante di decenni di sfruttamento degli idrocarburi; non è riducibile alle pene delle aree SIN di Tito e Valbasento e dell’amianto da bonificare, così come non è riducibile allo spopolamento ed alla profonda crisi del comparto automobilistico. Le crescenti difficoltà relazionali nei Comuni delle aree estrattive raccontano del ricatto dell’emigrazione e dell’abbandono, in un orizzonte per lo più segnato da un modello di dipendenza dalle royalties e da un forte e capillare controllo sociale con ricadute immediate sulle opportunità di occupazione e reddito, in un contesto di consapevole declino delle potenzialità estrattive.
Se la Basilicata non è “soltanto” gas, petrolio, monnezza, potenziale deposito nazionale di scorie nucleari, ma è anche la terra di Stellantis e del suo indotto in crisi; se è terra di esodo dei giovani; se è terra di allevatori ed agricoltori alle prese con una lotta quotidiana sempre più faticosa per non chiudere le piccole aziende; se è terra di eolico selvaggio e deregolamentazione, sta diventando sempre più territorio aziendale in svendita, promesso dal suo presidente regionale Bardi al ministro della guerra Crosetto, perché ne faccia a suo piacimento un laboratorio integrato per ricerca e produzione bellica, dalla scuola alla fabbrica
Essa è inoltre anche luogo di un’ambiziosa strategia di modernizzazione tecnologica, che mira a orizzonti strategici di costante incremento di connessione ed efficienza, con infrastrutture cloud regionali e Centri di elaborazione dati intesi come cuore pulsante della società digitale e della produzione “dual use”, nel bel mezzo dell’esplosione del ruolo dell’Intelligenza Artificiale, che richiede livelli sempre più stretti di integrazione con le infrastrutture energetiche ed idriche
Chi vorrà sistemarsi in tenda, potrà campeggiare nel Campo Sportivo del paese, attrezzato di bagni e docce e facilmente raggiungibile a piedi dal centro.
Chi vorrà prenotare per dormire in B&B, potrà farlo direttamente on line, sapendo che a Spinoso sono disponibili circa 50 posti letto
Coordinamento No Triv Basilicata,
Osservatorio Popolare Val d’Agri,
Comune di Spinoso
PROGRAMMA della tre giorni in VALD’AGRI del 24/25/26 luglio 2026
Coordinamento No Triv Basilicata - Osservatorio Popolare Val d’Agri - Comune di Spinoso
Venerdì 24
In mattinata accoglienza in Palazzo Ranone a SPINOSO:
per pernottare è possibile prenotare direttamente on line in B&B o campeggiare nel campo sportivo comunale. Per
Sarà attiva una convenzione con ristorante di Spinoso per la fornitura di pasti colelttivi.
Ore 9 /12 : incontro in azienda agricola biologica “Al Giardino del Principe”
in Val d’Agri, agro di Grumento Nova, per un confronto sulla situazione dell’agricoltura sul territorio,
un’esperienza dimostrativa di autoproduzione di fertilizzanti organici e una colazione di lavoro in
campagna. Per info e prenotazione inviare un messaggio w.a. al numero 3461325585 di Vincenzo
Ritunnano.
Ore 12/13: presentazione della mostra fotografica “Cattive Acque/ Dark Waters”
L'eredità tossica di Eni in Basilicata e nel Delta del Niger, che nasce da un'inchiesta di Ekpali Saint,
Giuditta Pellegrini e Vittoria Torsello (foto di Ekpali Saint e Giuditta Pellegrini) con il supporto di
Journalismfund Europe.
Presentano Giuditta Pellegrini e Vittoria Torsello in Palazzo Ranone a Spinoso
Ore 16/20 in piazza a Spinoso:
presentazione della tre giorni - saluti del Sindaco e degli ospiti - dibattiti.
Focus agricoltura: “La cura agroecologica alla (tossico) dipendenza da petrolio
della produzione e distribuzione del cibo”.
Sono invitati ad intervenire: Gianni Fabbris (Altragricoltura, Confederazione sindacale per la sovranità
alimentare), Gervasio Ungolo (Rivista Contadina, Terra Cibo Ecologia), Tonia Dileo (Distretto
Agroecologico delle Murge e del Bradano), Francesco Lomonaco (Terra Comune alleanza per un
cibo giusto), Luigi Iasci (ABACO Associazione consumatori), Ciccio Malvasi (Tavolo Verde), L.i.s.i.a.
Scanzano (Cobas). Modera la discussione Vincenzo Ritunnano.
Sessione su Salute, ambiente, estrazioni, energia, bonifiche, democrazia.
ll ruolo della Basilicata di hub energetico, nel Piano Mattei, per il progetto IMEC, nella prospettiva dei
data centers. Focus centrale (con ausilio e presenza di medici ISDE) sui primi stralci degli esiti del
progetto epidemiologico regionale LucAS.
Modera Enzo Alliegro (antropologo Università Federico II di Napoli); Interventi previsti: G:B: Mele
(medico, ISDE Basilicata); Annibale Biggeri (prof. Epidemiologo Università di Padova)
Ore 22: proiezione di “Il prezzo che paghiamo” docufilm di Sara Manisera
In contemporanea, collegamento col giornalista Ekpali Saint dalla Nigeria.
“Spinoso Piazza di Energia Civica: Petrolio, Salute, Democrazia”
Sabato 25
Ore 8 partenza da Spinoso per Corleto Perticara
Ore 9.30/12 Presidio davanti al Centro Oli di Tempa Rossa
Ore 13/14 ristoro
l’Associazione VOLA (referente Giuseppe Amodeo) offre un pranzo ad offerta libera
Ore 15/19: Dibattito presso sala comunale di Corleto Perticara:
• sessione su Fragilità e dissesto idrogeologico, epidemiologia da
inquinamento, sistema di trattamento acque nelle attività del Centro Oli
Tempa Rossa. Coordina Enzo Alliegro. Interventi programmati di G.B. Mele,
Giorgio Santoriello, Mimmo Nardozza, Francesco Masi.
• Focus su Tempa Rossa e Israele: la spedizione di greggio proveniente da
Tempa Rossa destinato ad Israele via Taranto da parte di Shell, come
testimoniato da Greenpeace e dalla trasmissione Rai “Report”. Intervengono
BDS Italia e “Flotilla” Taranto (Marinella Chieppa, Mariangela Piccinno)
• Ruolo dell’energia fossile negli attuali conflitti in Iran, Venezuela, Siria,
Yemen, Iraq, Libano, con particolare riferimento allo sdoganamento delle
strategie genocidarie a Gaza ed in Cisgiordania. Intervento introduttivo di
ReCommon
• Realtà e prospettive della “Basilicata bellica” da Leonardo, a Telespazio,
Stellantis, a CMD di Atella, alla società emiratina Edge.
Coordinano Donato Sepa e Maria Licciardi
Ore 19,30 Ritorno in serata a Spinoso, per cena collettiva.
Serata in piazza a Spinoso concerto con Fabio Collaterale di Effetti Collaterali e
Graziano Accinni degli Ethnos.

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