lunedì 4 settembre 2023

ORE 12 Controinformazione rossoperaia - n. 36 - Le stragi sul lavoro si fermano abbattendo il sistema sociale che le produce

 

 

Operai, lavoratori, lavoratrici,

Da questo mese pubblicheremo anche su questo blog gli interventi audio della Controinformazione rossoperaia. Tutti gli interventi da maggio a luglio si possono ascoltare aprendo questo QR Code:

Scioperi e assemblee operaie per la strage di Brandizzo - A Taranto domani, martedì 5 ore 17,30 assemblea dello Slai cobas

Che succede a Taranto negli appalti delle ferrovie? Invitiamo i lavoratori che operano alle FF.SS. a venire alla sede dello Slai cobas, a denunciare, a informarsi sui loro diritti sulla sicurezza; perchè l'uccisione dei 5 operai a Brandizzo sia un appello a non accettare di lavorare per morire.

Per contattare lo Slai cobas: sede Taranto via Livio Andronico, 47 - WA 3519575628 - slaicobasta@gmail.com 

Martedì 5 settembre sciopero con assemblea alla Tenaris Dalmine 

indetto dallo Slai Cobas s.c. dopo le iniziative alle portinerie del 1° settembre in solidarietà con i 5 lavoratori di Brandizzo e per rivendicare la difesa della salute e sicurezza in tutti i posti di lavoro


domenica 3 settembre 2023

Sul film "Il comandante", girato anche a Taranto, un commento

Non è certo un caso che è stato prodotto ora con i fascisti (vecchi e nuovi) che sono tornati al potere - Un film da boicottare
di Sergio Scorza - da Contropiano

La Rai ha prodotto ” Il comandante“, film di apertura della 80ª Mostra del cinema di Venezia, che celebra un “eroe” della X Mas, Salvatore Todaro (interpretato da Pierfrancesco Favino) il quale, nel 1940, al comando del sommergibile “Cappellini”, salvò i nemici dal naufragio. Poi, nel novembre del 1941, Todaro passò nella “X flottiglia mas”.

La X Mas fu una formazione militare inquadrata nell’esercito ma agli ordini diretti prima di Benito Mussolini, poi solo del suo comandante, Junio Valerio Borghese, conosciuto come il “principe nero”.

La X Mas si schierò, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, al fianco delle truppe naziste in Italia e fu responsabile di torture, fucilazioni, rastrellamenti, furti e saccheggi.

Peraltro, la Rai, a novembre dell’anno scorso la Rai aveva cacciato Enrico Montesano perché, durante una trasmissione di intrattenimento, indossava la maglietta con il motto della X mas “Memento Audere Semper” (“Ricordati di osare sempre“), frase ideata da Gabriele D’Annunzio e che si rifaceva all’acronimo MAS – Motoscafo Antisommergibili, una piccola e veloce imbarcazione munita di siluri.

Certo, il paese, in questo momento, aveva un estremo bisogno che qualcuno gli rammentasse che “il fascismo ha fatto anche cose buone” e che gli italiani, in fondo, sono sempre stati “brava gente“, soprattutto se in divisa militare.

sabato 2 settembre 2023

pc 2 ottobre -Cospito, reclamo contro divieto di leggere stampa locale

Cospito, reclamo contro divieto di leggere stampa locale

Il 3 ottobre sarà discusso davanti al Tribunale di Torino il provvedimento con cui la corte di assise di appello il primo agosto aveva prorogato la limitazione di acquistare giornali dall’area di provenienza per Alfredo Cospito, attualmente recluso nel carcere di Sassari Bancali in regime di 41 bis.

Nel reclamo gli avvocati Flavio Rossi Albertini e Maria Teresa Pintus ricordano che in Italia la stampa non può essere soggetta a autorizzazioni o censure e di fatto se ne impedisce la divulgazione vietando al destinatario del provvedimento di attingere alle notizie pubblicate liberamente dai giornali del luogo geografico di origine.

I legali affermano che vengono violati diritti tutelati dalla Costituzione. Cospito è imputato in diversi processi che si svolgono presso le sedi giudiziarie dei luoghi di origine. Si tratta di poter reperire informazioni che potrebbero essere utili alla sua difesa.

La mancanza di informazioni impedisce inoltre di poter reagire contro alcuni reati come per esempio la diffamazione. In questo modo il diretto interessato non può  chiedere la rettifica o la smentita di una notizia.

Il decreto di inibizione a leggere la stampa locale, aggiungono gli avvocati, non individua un pericolo in concreto bensì in astratto che attraverso la lettura il detenuto possa comunicare con l’esterno.

Esiste contraddizione nel sostenere che il detenuto in regime speciale riesce a mandare ordini all’esterno attraverso la lettura dei giornali locali e contestualmente si sostiene che l’applicazione del 41bis sarebbe dettata dalla necessità di impedire i contatti con l’esterno. Delle due l’una. O il 41bis impedisce i contatti con l’esterno o ciò che si vuole ottenere è ben altro.

Gli avvocati dì Cospito presenteranno anche un altro reclamo relativo a una questione non solo meno importante, ma che dovrebbe essere rubricata come scempiaggine dal momento che la direzione del carcere di Sassari ha bloccato due magliette mandate dalla sorella perché raffigurerebbero dei teschi.

In realtà si tratta di una maglietta dei Goonies e di un mostriciattolo di Dungeons e Dragons.

Insomma, siamo alle comiche. Ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere.

Ma purtroppo bisognerà fare un’udienza anche su questo perché la pista anarchica è eterna. In un’epoca di repressione senza sovversione.

  * da Giustiziami


Salario minimo - "L'opposizione" inutile e ipocrita. E comunque non deve disturbare i profitti dei padroni

 

È di estrema attualità, data l’inflazione galoppante, la questione del salario minimo per legge, una reale necessità per milioni di persone dato che l’abolizione del reddito di cittadinanza renderà maggiormente ricattabili gli occupabili - noi lo chiameremmo esercito di riserva invero - ma anche chi un lavoro ce l’ha già ed è sottomesso o a contratti capestro firmati anche dai sindacati confederali (fresca di cronaca è la notizia del commissariamento della Cosmopol a causa delle paghe sotto la soglia di povertà) oppure a contratti pirata firmati dai cosiddetti "sindacati gialli". La riduzione del cuneo fiscale non è assolutamente la soluzione visto che fa ricadere i miseri aumenti contrattuali (a scadenza tra l’altro) sulla spesa pubblica e dunque sul welfare mentre padroni e padroncini se ne escono puliti e candidi come l’abito di una novella sposa. 

Ecco dunque come uno sciacallo travestito da buon samaritano spuntare l’opposizione tutta alla faticosa ricerca di consensi perduti nel corso degli anni dalle loro politiche sciagurate, vedi la giusta protesta avvenuta a Livorno contro la venuta di Elly Schlein alla quale venivano ricordate le vergognose leggi del Jobs Act e del Pacchetto Treu emanate dal suo partito. Certo, qualcuno cadendo dal classico pero, potrebbe obiettare che all’epoca del Pacchetto Treu il PD non esistesse ancora, ma sarebbe un po’ come dire che Adinolfi non sia un verro solo perché sua mamma non era scrofa, l’ideologia (ma non solo quella vedendolo) di cui è infognato è quella di tipo suina. La matrice per entrambi, PD e Adinolfi, è la stessa. Senza omettere che dal Partito Democratico, oltre al già citato Adinolfi, vengono anche surrogati sub-umani come Renzi, Calenda, Minniti o Guerini tanto per citarne alcuni.

L’altra metà dell’opposizione è formata da quella pietanza dolceamara del Movimento 5 Stelle, croce e delizia nei dibattiti feriali al bar dello sport - evitiamo di mettere in ballo tutto il resto perché formato sostanzialmente da partiti con percentuali talmente esigue da non contare davvero nulla nelle decisioni e dunque nell’opinione delle masse. Nonostante il graduale cambio di passo avvenuto all’interno di questo partito con la morte di Casaleggio prima, l’allontanamento di Di Maio successivamente ed il lento dipanarsi dell’influenza del clown di professione Grillo negli affari del Movimento, anche se sempre eminenza oscura resta, nonostante la rottura con i leghisti di Salvini prima e l’avvicinamento ad un’ideologia più popolare dopo, essi non hanno mai abrogato l’obbrobrio dei decreti sicurezza seppur in parte limati e smussati nel tempo, anzi in qualche caso sono anche stati peggiorati, come ad esempio l’introduzione del reato di flagranza in differita per chi organizzava proteste (sacrosante aggiungeremo) all’interno dei CPR. Alta (in)gloriosa macchia nel curriculum vitae del Movimento è stata la riduzione del numero dei parlamentari, qualcuno potrebbe chiedersi: “ma come, non si è sempre detto che sarebbe stato meglio così per tagliare le spese sociali invece che alimentare questi parassiti?”. No, ed è presto detto. La riduzione dei costi derivanti dallo stipendio dei parlamentari si sarebbe potuta verificare benissimo con un taglio netto degli stipendi, visto che non avrebbero potuto di certo lamentarsi di non arrivare a fine mese, mentre il minor numero di deputati e senatori non ha fatto altro che renderli una casta più di quanto già non fossero, con le decisioni fondamentali prese da una sparuta minoranza. Tra l’altro è del luglio scorso notizia dell’aumento di indennità dei capigruppo alla Camera.

Detto ciò veniamo alla proposta avanzata sul salario minimo dalle opposizioni. Stendendo un velo pietoso sulle proposte di Azione ed Italia Viva, anche perché come avevamo scritto in precedenza non ne avremmo trattato, la soglia di 9 euro lordi dimostra la piena e decisa radice populista di questi partiti, dove tutto fa brodo per la propaganda ma mai mette in discussione i profitti dei padroni, in un preciso momento storico in cui l’inflazione galoppante sta mettendo a dura prova le già risicate finanze dei nuclei famigliari, accontentarsi di una somma tanto esigua significa non voler disturbare troppo i lauti guadagni di chi è causa di questa inflazione, per cui anche chi riceve un compenso di oltre 10 euro l’ora lordi arranca nel mantenere uno stile di vita che definire dignitoso sarebbe un eufemismo - un 5,5% di crescita su base annua ad agosto vuol dire che chi percepisce mille euro netti di paga base dovrà compensare, più o meno, con una giornata lavorativa in più nel corso del mese per mantenere lo stesso potere d’acquisto. 

La favola raccontataci dall’opposizione resta perciò solo una favola, dei cantastorie per definizione. Il voler far credere di essere dalla parte dei più deboli non fa altro che far crescere ancor più la rabbia sottaciuta sino ad ora da parte nostra, perché dichiarando quanto fatto essi danno dell’idiota al popolo, credono di renderlo una merce di scambio per la prossima tornata elettorale, ma forse dimenticano che è da un bel po’ che a vincere ogni volta è il partito dell’astensionismo, e che così facendo, bontà nostra, cresce insieme alla rabbia la volontà di protestare contro questi omuncoli incartapecoriti.

Abbiamo lasciato per ultimi i sindacati confederali, per i quali il discorso diventa, se vogliamo, più faticoso. Detto che la UIL è favorevole all’introduzione della misura, essa non pare davvero al suo interno compatta e convinta sulla questione, sino ad oggi infatti è rimasta perlopiù defilata, nonostante le dichiarazioni del suo segretario generale Pierpaolo Bombardieri siano di appoggio. 
Sulla CGIL invece, il tema inizia a diventare già più spinoso con le dichiarazioni di Maurizio Landini che tradiscono il suo conclamato salto della quaglia; in un primo momento, quando si cominciò a parlarne, non era affatto favorevole, si espresse in maniera precisa sull’argomento mostrando chiaramente che il re era finalmente nudo e tutti i nodi venivano al pettine; egli disse che la legge sul salario minimo depotenziava la contrattazione collettiva! Il vaso di Pandora era ormai scoperchiato, aveva candidamente ammesso che le rappresentanze dei lavoratori non avevano alcun interesse a rappresentare gli interessi dei lavoratori, bensì erano (sono) semplicemente degli enti fini a sé stessi i quali utilizzano i lavoratori (alla stregua dei partiti) come merce di scambio nelle contrattazioni, e che se questa merce di scambio viene meno essi non hanno più senso di esistere. Landini è colui il quale fa la voce roboante sulla questione dei salari fermi al palo da trent’anni, ma, ricordiamo male?, lui è stato uno dei firmatari di quei contratti per un bel po’ di anni. Sbagliamo? oppure lui è uno di quei tizi che ha prolungato la durata del CCNL da due a tre anni? C’è da dire che ultimamente pare aver cambiato idea e che si sia allineato alle opposizioni, pare seguire da dietro la vicenda come un cagnolino segue il suo padrone. È grave che a guidare una rivendicazione salariale per i proletari ci sia la politica borghese e non le rappresentanze dei lavoratori. Ultima, anche per importanza, resta la CISL, che già definirla sindacato ci da la nausea quando va bene, la sigla più a destra delle tre, quella che stende tappeti rossi ai fasci al governo e che è completamente in accordo con le sue politiche antioperaie e con la feccia dei sindacati gialli quali UGL o Fismic, quella che propone “la partecipazione al lavoro” facendo in modo che lo sfruttamento sistemico del capitalismo divenga endemico tra i lavoratori stessi. Inutile perciò rimarcare le dichiarazioni di Sbarra di totale contrarietà al salario minimo, ma in tutta onestà ci saremo stupiti del contrario.

Purtroppo i sindacati di base hanno ancora un seguito relativamente ristretto per poter dare un forte scossone alla situazione; ma abbiamo constatato come non appena si raggiunga un numero di iscritti congruo si entri in una sorta di modalità di autoprotezione e ci si chiuda a riccio, esaltando in maniera sconsiderata ogni pur minimo successo, questo atteggiamento purtroppo non aiuta la causa ma anzi rende quella che dovrebbe essere una rivendicazione collettiva una sorta di battaglia delle élite.

venerdì 1 settembre 2023

La strage dei 5 operai per il profitto dei padroni - LO SLAI COBAS SI UNISCE AL DOLORE DEGLI OPERAI E DEI LORO FAMILIARI E ALLE INIZIATIVE DI LOTTA

 

CHI SONO GLI OPERAI

Il treno ha travolto un un gruppo di sette operai al lavoro sui binari, dipendenti di una ditta esterna delle Ferrovie, la Sigifer di Borgo Vercelli. Cinque sono stati investiti in pieno e sono morti sul colpo.

Secondo quanto riporta Ansa le vittime sono Michael Zanera, 34 anni, di Vercelli; Giuseppe Sorvillo, 43 anni, nato a Capua e residente a Brandizzo; Saverio Giuseppe Lombardo, 52 anni, nato a Marsala e residente a Vercelli; Giuseppe Aversa, 49 anni, di Chivasso; Kevin Laganà, 22 anni di Vercelli.

Altri due lavoratori, impegnati poco distante, sono riusciti ad evitare il convoglio e a salvarsi. Praticamente illesi ma in stato di choc, sono stati trasportati all’ospedale di Chivasso. Sotto choc anche il macchinista del treno, che guidava in cabina con un secondo collega.

Una strage frutto delle politiche di questi governi al servizio dei padroni, delle privatizzazioni selvagge e depenalizzazioni degli appalti al massimo ribasso, di cui bisogna rigettare il loro fetido "cordoglio":

"È una notizia che mi addolora profondamente: alle famiglie e ai colleghi dei lavoratori deceduti esprimo cordoglio e vicinanza", è il messaggio del vicepremier e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini.

Un coro di reazioni unanime alle quali si aggiungono anche quelle di deputati, consiglieri regionali e comunali di ogni partito.

Così come sono veramente disgustose le "reazioni" di due dei sindacati collaborazionisti, cisl e ugl, che sono i più allineati alle politiche fasciste e antiproletari del governo

 
Dal post di Michele Zanera, fatto poco prima di essere ucciso, si evince lo stato d'animo di operai e lavoratori, che tutti i giorni non sanno se faranno ritorno a casa dal lavoro. E non bastano gli scioperi, del giorno dopo, dei confederali, ma serve una mobilitazione permanente dal basso degli operai - lavoratori - sindacati di base e classisti - associazioni.
 

Acciaierie d'Italia alle Ditte: invece che pagare i suoi debiti, impone un ricatto - Una lettera "riservata"...

Da Il Manifesto

Acciaierie d’Italia, quella strana «offerta» inviata ai fornitori 

Un imprenditore denuncia il meccanismo con cui l’ex Ilva propone la restituzione di somme di denaro, anche per saldare debiti pregressi
Gaetano De Monte, TARANTO

C’è una lettera inviata da Acciaierie d’Italia Spa ai propri fornitori, e che il manifesto ha ottenuto in esclusiva, che racconta molto delle dinamiche di potere all’interno della fabbrica siderurgica, ex Ilva, di Taranto. Un imprenditore che l’ha ricevuta e che per ovvie ragioni preferisce mantenere l’anonimato – «Non lavorerei più e dovrei licenziare i miei dipendenti», dice – racconta che nel maggio scorso l’azienda ha inviato una missiva di quattro pagine (di cui siamo attualmente in possesso) che ha per oggetto «offerta di incentivazione – scadenza 31/12/2023». Ma andiamo con ordine.

LA PRIMA STRANEZZA di questa storia è che la lettera riporta nell’intestazione: «Su carta intestata del fornitore», cioè, come se la richiesta provenisse dall’azienda fornitrice e non il contrario. L’offerta in questione prevede la restituzione di una somma a favore della stessa Acciaierie d’Italia, a seconda del fatturato del fornitore. Detta in altri termini, come spiega peraltro nel dettaglio una tabella allegata alla lettera: se il fornitore fatturerà un milione di euro dovrà restituire una percentuale di un punto; se il suo fatturato sarà di 1 milione 750000 euro, per esempio, la cifra da erogare sarà pari al 2 per cento. E così via. All’aumentare del fatturato, aumenterà anche la percentuale da restituire. Il fornitore considerato di quarta fascia, per esempio, cioè con un fatturato di oltre 2 milioni e mezzo di euro, dovrà restituire alla “grande madre siderurgica” composta da Acciaierie d’Italia Spa, Adi Energia Srl, Adi Servizi Marittimi Srl, a seconda dei servizi offerti, il 3 e mezzo per cento.
«SI TRATTA DI UN VERO e proprio ricatto da parte di una azienda che ora è per la metà dello Stato», si sfoga l’imprenditore-fornitore: «Quello della restituzione delle somme è un modus operandi che la gestione Arcelor Mittal ha usato spesso per saldare debiti, anche milionari, che aveva maturato con fornitori e prestatori d’opera. Infatti, è già accaduto che le aziende abbiano dovuto accettare uno sconto extra nell’acquisizione degli ordini con la promessa che i crediti più vecchi potessero essere saldati».

Ma ora c’è di più. Ed è quello che racconta il contenuto di una lettera in cui si fa riferimento «ai colloqui intercorsi e alle intese con Voi raggiunte con riferimento al rafforzamento del rapporto commerciale attraverso una condivisione dei benefici di efficientamento dei costi di commessa all’aumentare dei volumi». Tradotto: se aumentano i profitti per i fornitori, una parte dei guadagni dovranno essere restituiti all’ex Ilva. «Una proposta che non è possibile rifiutare», dice ancora l’imprenditore-fornitore della fabbrica siderurgica, dalle cui commesse dipende la maggior parte del suo fatturato annuo. «In tutti i casi, non è vero che abbiamo avuto dei colloqui preliminari, né che ci sono state intese in tal senso. Si tratta a tutti gli effetti di un ricatto», conclude.
Sia come sia, è un fatto che la lettera inviata via mail al fornitore contenga indicazioni precise. In particolare, che entro il 7 dicembre di ciascun anno di vigenza dell’offerta, «Adi, per sé, e per conto di Adie e di Adism», si legge, «estrapolerà dal gestionale cliente i dati necessari per quantificare il fatturato annuo e dunque i rebate ( dall’inglese, sconto, riduzione, ndr) ripartiti tra Adi, Adie, Adism in applicazione dell’offerta, e comunicherà tali risultati al fornitore che potrà accettarli o contestarli entro cinque giorni di calendario dal relativo ricevimento». Non solo.
All’articolo cinque della proposta di offerta, al capoverso che viene denominato nella lettera: «Utilizzo e spendibilità del Rebate», Acciaierie riconosce che «i rebate saranno utilizzabili in compensazione di ogni credito scaduto e/o in scadenza del fornitore nei successivi 60 giorni; e che qualora il totale dei crediti verso Adi risultasse incapiente, le relative porzioni di rebate eccedenti saranno corrisposte in denaro». E infine si stabilisce che «qualora il fornitore, per qualsiasi ragione o causa, non fosse più in grado di fornire beni e servizi ad Adi, Adie, Adism, ovvero queste ultime selezionassero un nuovo fornitore, le stesse saranno abilitate ad esigere i rebate in denaro».

LA MAIL CHE il manifesto ha potuto visionare, e a cui era allegata la lettera di offerta, è stata inviata ai fornitori nella scorsa primavera, ma ad Acciaierie non risulta: l’azienda, che per la metà è dello Stato, dopo una interlocuzione durata alcuni giorni con il suo ufficio stampa, ha scelto di non confermarne l’esistenza, e di non rispondere così, dunque, alle nostre domande. E pure dalla sede tarantina di Confindustria di via Dario Lupo il direttore Mario Mantovani fa sapere al manifesto che «non abbiamo contezza della ricezione di questa lettera da parte dei fornitori, e che nessuna segnalazione ci è arrivata al momento».
Nessuna conferma ufficiale, quindi, dall’organizzazione che rappresenta gli interessi delle aziende locali che lavorano con gli appalti e le commesse provenienti dalla maggiore industria esistente a Taranto.
 ANCHE SE, IN VERITÀ, e questa è una faccenda unica in Italia, nella città dei due mari è come se operasse una “Confindustria parallela”. Si chiama «Comitato Indotto AdI-Acciaierie d’Italia e Grandi Industrie», e vi hanno aderito a partire dal gennaio di quest’anno cinquantadue aziende dell’indotto che si sono dimesse in massa da Confindustria Taranto, «dopo aver constatato che occorre aprire una fase nuova. Una fase di pari dignità, di collaborazione costruttiva e di complementarità con le grandi imprese. Perché attaccare questa fabbrica è una follia. È invece saggio difenderla aiutando a migliorarla», così si leggeva nella nota stampa che annunciava la nascita del Comitato.