Ilva, la Procura generale chiede di evitare lo stop dell'area a caldo: «Manca il bilanciamento tra salute e produzione»
Udienza decisiva davanti alle Sezioni Unite della Cassazione. Secondo la Procura generale, la Corte d'Appello di Milano non avrebbe valutato adeguatamente i rischi effettivi legati alle emissioni e alla presenza di amianto, trascurando anche l'Autorizzazione integrata ambientale del 2025
20 Ottobre 2026 - 12:40
La Cassazione
ROMA - Non confermare lo stop dell'area a caldo dell'ex Ilva di Taranto disposto dalla Corte d'Appello di Milano. È questa la posizione ribadita dalla Procura generale presso la Corte di Cassazione, intervenuta questa mattina nell'udienza davanti alle Sezioni Unite chiamate a esaminare i ricorsi sulla decisione che impone la fermata degli impianti siderurgici tarantini.
Un passaggio di particolare rilievo nella vicenda giudiziaria dalla quale dipende una parte fondamentale del futuro dello stabilimento, mentre Taranto attende di conoscere le determinazioni della Suprema Corte.
La Procura generale, confermando l'impostazione già espressa nella requisitoria depositata nei giorni scorsi, ha contestato alcuni aspetti della decisione dei giudici milanesi, sostenendo che non sarebbe stata effettuata una valutazione sufficientemente approfondita dei diversi interessi coinvolti.
«Quello che manca completamente nel decreto della Corte d'Appello di Milano è il bilanciamento dei contrapposti interessi», ha sostenuto la Procura generale, facendo riferimento alla necessità di considerare sia le esigenze della produzione industriale sia quelle della tutela della salute e dell'ambiente.
La questione riguarda il provvedimento con il quale la Corte d'Appello di Milano ha disposto la fermata dell'area a caldo dello stabilimento di Taranto, richiamando il mancato rispetto dei limiti relativi alle emissioni di polveri sottili PM10 e PM2,5 e la presenza di amianto negli impianti
.Su entrambi gli aspetti la Procura generale ha espresso rilievi riguardanti il metodo utilizzato dai giudici territoriali per valutare i rischi ambientali e sanitari.
In particolare, per quanto riguarda l'amianto, la Procura non ha escluso la possibilità che possano verificarsi dispersioni di fibre nell'ambiente, ma ha osservato che, a suo giudizio, la decisione impugnata non avrebbe quantificato adeguatamente il pericolo.
«Non si esclude che si possano avere queste emissioni, ma la Corte territoriale non ha calcolato il rischio», è stato sottolineato nel corso dell'udienza.
Secondo la Procura generale, il provvedimento avrebbe dovuto approfondire maggiormente l'esistenza di un danno grave e concreto, confrontandosi con le valutazioni contenute nella documentazione tecnico-scientifica disponibile.
«La Corte territoriale, invece di verificare la presenza di un danno grave e concreto, non si è confrontata adeguatamente con quanto indicato dall'istituto di ricerca ambientale», ha sostenuto la Procura, contestando il ricorso al principio di precauzione senza una sufficiente valutazione del rischio effettivo.
Un'altra parte delle osservazioni ha riguardato le emissioni di polveri sottili, considerate dalla Corte d'Appello tra gli elementi alla base della decisione di fermare gli impianti.
La Procura generale ha sostenuto che i giudici milanesi avrebbero attribuito un peso prevalente a precedenti rapporti sanitari, senza valutare adeguatamente documenti e provvedimenti intervenuti successivamente.
In particolare, è stato richiamato il ruolo dell'Autorizzazione integrata ambientale del 2025, che, secondo la posizione espressa dalla Procura, avrebbe dovuto essere considerata nella valutazione complessiva delle condizioni di esercizio dello stabilimento.
«Non è stato tenuto conto che ci sono atti successivi, come l'Aia del 2025», ha osservato la Procura generale, sostenendo che tale autorizzazione sarebbe stata «illegittimamente disapplicata».
Le argomentazioni presentate questa mattina saranno ora sottoposte alla valutazione delle Sezioni Unite, alle quali spetta decidere sui ricorsi e stabilire se la pronuncia della Corte d'Appello di Milano debba essere confermata o superata.
La posizione della Procura generale rappresenta un elemento significativo del confronto giudiziario, ma non anticipa l'esito della decisione della Cassazione, che resta autonoma nelle proprie valutazioni.
La questione assume un'importanza determinante per lo stabilimento siderurgico e per le sue prospettive produttive, considerando le conseguenze che un'eventuale fermata dell'area a caldo potrebbe avere sull'attività industriale e sull'occupazione.
Al centro del giudizio rimane il difficile equilibrio tra continuità della produzione, tutela della salute e protezione dell'ambiente, una questione che da anni accompagna la vicenda dell'ex Ilva.
L'udienza delle Sezioni Unite segna dunque un altro passaggio fondamentale di una vertenza che coinvolge non soltanto Taranto, ma anche il futuro della siderurgia italiana.
La parola definitiva sui ricorsi spetta ora ai giudici della Suprema Corte, mentre resta aperta l'attesa per conoscere l'esito di un pronunciamento destinato a incidere profondamente sulle prospettive dello stabilimento ionico.
Nessun commento:
Posta un commento