martedì 20 ottobre 2026

Ex Ilva, la Cassazione si riserva la decisione - info stampa - aspettiamo.. ma giovedi nei parliamo con gli avvocati del processo 'Ambiente Svenduto' - ore 18 sede slai cobas via livio andronico 47 - info 347-5301704


La Procura generale ha chiesto di accogliere alcuni motivi dei ricorsi presentati da Ilva in amministrazione straordinaria e Acciaierie d’Italia, contestando il decreto della Corte d’Appello di Milano. I legali dei cittadini di Taranto: «Confidiamo nella terzietà del giudice».

I giudici delle Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione si sono riservati di decidere sui ricorsi presentati da Ilva in amministrazione straordinaria e Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria contro il decreto della Corte d’Appello di Milano che ha disposto lo stop dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico di Taranto. La decisione sarà notificata alle parti.

Nel corso dell’udienza, la Procura generale presso la Cassazione ha chiesto di accogliere alcuni dei motivi dei ricorsi, sostenendo la necessità di annullare il provvedimento che impone la fermata degli impianti. Al centro della requisitoria, la mancanza di un adeguato bilanciamento tra la tutela della salute e dell’ambiente e la prosecuzione della produzione industriale.

«Quello che manca completamente nel decreto della Corte d’Appello di Milano è il bilanciamento dei contrapposti interessi», ha sostenuto il rappresentante della Procura generale, evidenziando le criticità del provvedimento sul piano dell’accertamento del rischio effettivo.

Amianto e polveri sottili, le contestazioni della Procura generale

La Corte d’Appello di Milano aveva disposto la fermata dell’area a caldo in relazione al mancato rispetto dei limiti riguardanti le emissioni di polveri sottili PM10 e PM2,5 e alla mancata bonifica dell’amianto presente negli impianti, quantificato in due tonnellate.

Sul fronte dell’amianto, la Procura generale ha riconosciuto che «la pericolosità dell’amianto è indiscussa», contestando tuttavia il metodo seguito dalla Corte milanese nell’accertamento del pericolo concreto. Secondo il Pg, il provvedimento avrebbe desunto l’esistenza del rischio senza verificarlo adeguatamente.

«Non si esclude che si possano avere queste emissioni di fibre di amianto, ma la Corte territoriale non ha calcolato il rischio», è stato evidenziato nel corso della requisitoria. La Corte d’Appello, secondo la Procura generale, avrebbe fatto ricorso al principio di precauzione senza confrontarsi in modo sufficiente con gli elementi tecnici disponibili e con le valutazioni degli organismi di ricerca ambientale.

Critiche anche sul versante delle polveri sottili. Per la Procura generale, la decisione si sarebbe basata prevalentemente su precedenti rapporti in ambito sanitario, senza considerare adeguatamente gli atti successivi, tra cui l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) del 2025, che sarebbe stata illegittimamente disapplicata.

I ricorsi delle due società, presentati per ottenere l’annullamento del decreto, contestano inoltre la competenza del giudice civile, sostenendo che la materia debba essere affrontata davanti alla giustizia amministrativa.

I cittadini di Taranto: «Confidiamo nella terzietà del giudice»

Di segno opposto la posizione dei cittadini che hanno promosso l’azione legale per ottenere lo stop dell’area a caldo, rappresentati dagli avvocati Ascanio Amenduni e Maurizio Rizzo Striano nell’ambito dell’iniziativa dell’associazione Genitori Tarantini.

«Confidiamo nella terzietà del giudice», ha dichiarato Amenduni al termine dell’udienza in Cassazione.

«A Taranto c’è un popolo che è sceso in piazza, 30mila persone, cittadini, operai, perché a Taranto ci si ammala, si muore, i bambini nascono a volte con patologie. Soprattutto si vive con l’angoscia che quel fumo, che esce e in certe situazioni si sparge, possa farti del male», ha aggiunto il legale.

Amenduni ha ribadito il diritto dei cittadini «a lavorare e vivere in un ambiente sano», riconoscendo al tempo stesso le preoccupazioni legate alle conseguenze occupazionali di un’eventuale fermata dell’attività industriale.

«Dispiace» per le possibili ripercussioni sul lavoro, ha osservato l’avvocato, sottolineando però di «non aver visto lo stesso accanimento nella difesa delle persone».

La decisione delle Sezioni Unite civili della Cassazione rappresenta un nuovo passaggio nella lunga vicenda giudiziaria che contrappone le società che gestiscono lo stabilimento e i cittadini di Taranto. Il pronunciamento chiarirà se il decreto della Corte d’Appello di Milano dovrà essere confermato o annullato, con conseguenze rilevanti per il futuro dell’area a caldo e per il delicato equilibrio tra continuità produttiva, occupazione e tutela della salute.

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