mercoledì 11 gennaio 2023

Morto l’ex procuratore Franco Sebastio. Il cordoglio nostro e dello Slai cobas


Lo ricordiamo soprattutto per il suo costante impegno su tutte le problematiche della sicurezza e salute degli operai dell'ex Ilva e sull'inquinamento. Anche prima del processo "Ambiente svenduto" Franco Sebastio è stato il riferimento costante per ogni denuncia dei lavoratori, dei delegati sindacali, dell'azione del'Ispettorato del Lavoro, dell'azione dello Slai cobas all'Ilva.

Su questo la sua "porta" era sempre aperta. Sempre disponibile ad ascoltare, ad impegnarsi, anche a sentire e prendere in considerazione pareri e proposte. Un Procuratore in un certo senso "controcorrente"

Avviò per primo in Italia l'inchiesta sul "mobbing", di padron Riva contro i lavoratori della Palazzina Laf.

Senza la sua costante azione, di tanti anni non si sarebbe aperto il processo "Ambiente svenduto". Sempre presente alle prime udienze del processo finchè non ha dovuto, contro la sua volonta', abbandonarlo.

Il Procuratore Sebastio ci diceva che non voleva andarsene in pensione per continuare il suo lavoro. L'hanno fatto andare in pensione proprio durante il processo Ilva. Perchè scomodo? E non sappiamo se questo abbia indebolito la sua fibra.

Gli rendiamo un saluto sentito. E condoglianze alla sua famiglia.  

Slai cobas per il sindacato di classe
Redazione blog tarantocontro

Da Corriere di Taranto
Magistrato simbolo della lotta all'inquinamento ('Ambiente Svenduto').
pubblicato il 10 Gennaio 2023, 17:10

Franco Sebastio, ex procuratore di Taranto e magistrato simbolo della lotta all’inquinamento industriale, che avviò l’inchiesta sull’Ilva gestita dai Riva chiamata ‘Ambiente Svenduto’, è morto all’età di 80 anni.

Sebastio, come specifica l’agenzia ANSA, da domenica sera era ricoverato all’ospedale ‘Moscati’, dove si è spento poche ore fa. Oltre alle numerose indagini sull’inquinamento, portò avanti una delle prime inchieste per mobbing in relazione al trasferimento di lavoratori dello stabilimento siderurgico “indesiderati” nella palazzina Laf. Nel 1982 da pretore di Taranto “firmò” la prima sentenza per inquinamento (“Getto pericoloso di cose”) contro i responsabili dello stabilimento siderurgico. Fu procuratore aggiunto e poi procuratore dal 2008, a 65 anni, fino alla pensione.
Quando scoppiò l’inchiesta ‘Ambiente Svenduto’, uno dei temi che tenne ad evidenziare fu il sistema di influenza costruito dai proprietari dell’Ilva, la famiglia Riva, persino con la stampa, aspetto, quest’ultimo, che lo contrariò parecchio visto il ruolo di controllo della democrazia in un certo senso svolto proprio dagli organi di informazione in cui egli stesso credeva molto.

Quanto alla questione Ilva, Sebastio già allora ricordava che la stessa, come da legge, è pertinenza dello Stato italiano: «A chi sostiene che il Sindaco possa ordinare la chiusura dell’Ilva con un’ordinanza dichiara il falso, poiché tale provvedimento non è più nelle competenze del primo cittadino, essendo l’Ilva un’azienda ritenuta dalle leggi ordinarie dello Stato “di interesse strategico nazionale”», aggiungendo poi che «lo Stato italiano, con un coacervo di leggi, ha stabilito una serie di priorità secondo le quali è l’Ente statale ad avere la titolarità in merito alle questioni ambientali afferenti l’Ilva di Taranto, bypassando i poteri delle istituzioni locali».

Aggiornamento dalle proteste in corso nell'hotspot di Taranto. La denuncia dello Slai cobas trova eco sui giornali

Da Campagne in lotta
https://fb.watch/hZjeRQhtrw/
Anche ieri mattina, 9 dicembre, le persone rinchiuse nell'hotspot di Taranto hanno dato vita ad una protesta che è durata dalle 6 del mattino alle 15.
Infatti attualmente ci sono persone che sono nella struttura anche da più di 30 giorni. Sono tutte passate dalle procedure di identificazione previste ma non possono uscire dalla struttura e sono costrette a stare rinchiuse lì, in attesa, nelle condizioni già denunciate dalla protesta di due giorni fa.
Soltanto dopo 9 ore di protesta ieri pomeriggio le porte dell'hotspot sono state aperte e chi aveva un posto dove andare è riuscito a scappare.
Anche stamattina un gruppo dei restanti è andato a protestare davanti all'ufficio del direttore dell'hotspot, il cui ente gestore è la cooperativa sociale Officine Sociali da luglio 2022. In seguito a questa terza protesta, apprendiamo che un gruppo di persone è riuscito ad andarsene oggi pomeriggio e lasciare quel terribile luogo di controllo e selezione.
Come dice una persona rinchiusa nell'hotspot, "la libertà è tutto"!
 
La denuncia dello Slai cobas sui giornali di oggi

martedì 10 gennaio 2023

Sulla denuncia dall'hotspot di Taranto lo Slai cobas chiede intervento di Sindaco e Prefetto


Al Sindaco di Taranto

Al Sig. Prefetto di Taranto

epc al direttore generale Comune Taranto
agli organi di stampa

TA. 10.1.23

Nella giornata di ieri è pervenuto allo Slai cobas questo video/testimonianza/appello di immigrate che stanno nell'hotspot di Taranto:
 https://fb.watch/hYg4YXGXpZ/

Lo giriamo agli organi competenti perchè intervengano immediatamente, controllino e mettano fine a queste gravi situazioni denunciate.

Noi siamo molto contenti sempre che la nostra citta' e le Istituzioni accolgano i migranti, ma le loro condizioni di alloggio/no sovraffollameto, del mangiare, condizioni igieniche, diritti devono essere salvaguardate. Dopo le tremende sofferenze che hanno dovuto subire nei viaggi, alcuni nei campi lager, devono essere accolti nella nostra citta' con tutta l'umanita' necessaria.

Anche in passato la scrivente aveva segnalato pesantissime condizioni di vita presenti nell'hotspot, ma la situazione evidentemente non è cambiata e temiamo peggiorata.

A Taranto vi sono strutture libere in cui donne, bambini, uomini immigrati possano stare degnamente. Chiediamo che si attrezzino, anche perchè sono prevedibili altri arrivi.

Invitiamo, pertanto, a intervenire e dare subito risposta a questo appello.

In attesa di notizie   

SLAI COBAS per il sindacato di classe

Calderazzi Margherita

per com. slaicobasta@gmail.com  WA 3519575628/ tel. 3475301704

Riceviamo e pubblichiamo un video testimonianza dall'hotspot di Taranto

E il Comune, la Prefettura tacciono? Sanno e sono corresponsabili? 

Liberta' di circolazione, condizioni di vita umane!

Slai cobas

Da Comitato Lavoratori delle Campagne 

Riceviamo e diffondiamo queste testimonianze dall’hotspot di Taranto: immagini e voci che si commentano da sole. Questo luogo aberrante, istituito nel 2015 a seguito degli infami accordi UE-Turchia per il contenimento dei flussi migratori, è stato negli anni teatro di costanti abusi (detenzione di minori, detenzione in container adibiti a CIE/CPR, detenzione di persone regolari respinte alle frontiere interne dell’Unione, mancata tutela legale, condizioni igienico-sanitarie inumane…) ma anche di ripetute proteste. A fronte di una capienza dichiarata di 400 persone, oggi ne detiene un migliaio, stipate nelle condizioni raccontate in questo video. Paradossalmente, la scorsa estate le stesse condizioni erano emerse dagli interventi di varie forze reazionarie (tra cui il SAP e la Lega), ovviamente con ben altri fini. Eppure la situazione è rimasta immutata, anzi sembra essere peggiorata. La nostra massima solidarietà a chi lotta contro questa e contro ogni forma di galera! Tutt* liber*!

 https://fb.watch/hYg4YXGXpZ/

domenica 8 gennaio 2023

L’imperialismo americano di Biden e il governo fascio imperialista della Meloni trascinano sempre più l’Italia nella guerra inter-imperialista in Ucraina


Non bastavano l’aumento delle spese militari e l’invio secretato di armi a scatola chiusa per tutto il 2023

non bastavano i soldati italiani spostati a fare i mercenari in tutti gli scacchieri vicini alla guerra in corso: Bosnia/Romania e nel nuovo focolaio acceso di Kossovo/Serbia

non bastavano le manovre militari sempre più imponenti nel mar Jonio e nel mediterraneo con base Taranto, che vogliono trasformare in comando Nato.

Ora Biden chiama la servetta Meloni a schierare uno scudo aereo a Kiev che è come dichiarare che siamo in guerra contro la Russia nel cuore dell’Ucraina - senza che lo abbia deciso nessuno e condiviso nessuno, con il parlamento ghigliottinato e secretato, con gli italiani che anche nei sondaggi dicono che non sono favorevoli alla guerra, se non i padroni delle multinazionali belliche Leonardo-Eni, tutelate e rappresentate dal ministro Crosetto, ingrassato di soldi e affari espliciti e impliciti

Dobbiamo denunciare e contrastare tutto questo - smuovere mari e monti, coscienze ed energie contro la guerra, contro l’Italia in guerra- innanzitutto nelle file proletarie popolari che pagano già tutto questo con carovita e bollette. Dobbiamo farlo innanzitutto dai territori in prima fila nelle operazioni di guerra dell'Italia, dove ci sono le basi militari interessate, le industrie belliche, i centri dei comandi Nato e del Ministero della difesa. 

Proletari Comunisti 8 gennaio

venerdì 6 gennaio 2023

Dalle assemblee operaie di Acciaierie d'Italia/Appalto avanza la critica di base. 11 gennaio appuntamento con lo Slai Cobas ore 6 alle portinerie




La partecipazione alle assemblee esterne è stata nettamente inferiore alle aspettative: solo circa metà piazzale era riempito alla portineria appalto, poco meno di un centinaio erano presenti fuori la direzione.

Alla portineria imprese
della partecipazione insufficiente si sono lamentati diversi interventi fatti a nome delle segreterie (fatti dai quadri che si occupano degli appalti), che hanno citato il fatto di essere stati “costretti” a semi-chiudere il cancello e a ripetere a chi entrava che le 2 ore di assemblea erano comunque retribuite, considerazione condita dal solito ritornello recriminatorio “andatelo a dire ai colleghi che sono entrati che questa è l’ultima carta da giocare, persa questa battaglia non ce ne saranno altre e, soprattutto, poi non venissero da noi a lamentarsi se non hanno fatto la loro parte”.
È seguita poi la denuncia del decreto, che elargisce altre centinaia di milioni di euro a questa direzione per saldare i debiti, principalmente coi fornitori di energia, rinnova l’immunità penale, senza dare niente agli operai, senza risolvere i problemi di reddito e sicurezza degli impianti che si aggravano di giorno in giorno.
Infine, è stato presentato il nuovo programma di mobilitazione.
In vista della convocazione di un tavolo al ministero per il 19, dove saranno presenti, tra le altre, la direzione di Accierie e anche le segreteria nazionali, lo sciopero del 10 manifestazione a Roma l’11 sono posticipate al 18 e 19.
Per l’11 è convocata una conferenza stampa a Roma dove saranno presenti tutti i delegati delegati rsu del consiglio di fabbrica, compresi quelle dell’appalto, e i rappresentanti delle amministrazioni locali, sindaci e presidenti di provincia e Regione, per rivendicare un cambio di governance e un diverso ruolo pubblico nella gestione della fabbrica e un diverso intervento, anche legislativo, che dia soluzione ai problemi di lavoro e salute non solo della fabbrica ma di tutta la città e territori.
Nel frattempo, per dare forza a questa posizione, tra i lavoratori si terrà un referendum consultivo che richiede un “intervento diretto dello Stato attraverso una ricapitalizzazione immediata nell’attuale gestione di Acciaierie d’Italia” che estrometterebbe l’attuale CdA, nazionalizzarebbe di fatto la fabbrica nella prospettiva di un “processo di transizione ecologica e sociale”.
Resta l’importanza decisiva dello sciopero, rinviato anche per non “stressare troppo i lavoratori” e di portare alla manifestazione quanti più operai e possibile.
L’assemblea si è chiusa dopo appena un’ora, con solo un paio di interventi di lavoratori non dirigenti o delegati sindacali, che hanno ribadito l’importanza di convincere i compagni di lavoro sfiduciati a scioperare e manifestare a Roma.

Alla direzione
Presenti i segretari Brigati, Sperti e Rizzo L’assenza di amplificazione ha reso molto difficile comprendere esattamente gli interventi, specie quelli dalla platea.
Brigati ha cercato di spiegare la visione “strategica” della situazione e della proposta di mobilitazione: unirsi su una base condivisa, l’accordo del 6 settembre 2018, che pone il 2023 come termine per la ricollocazione dei CIGS in Ilva AS e la rimozione del principale ostacolo alla sua attuazione, la attuale governance aziendale; inchiodare il governo che si fregia di “eletto dal popolo” a fare quello che vuole il popolo, rappresentato dagli amministratori locali e rappresentanti dei lavoratori parimenti eletti che saranno a Roma l’11 e dall’esito, scontato, del referendum; rivendicare una soluzione generale per la fabbrica e tutto il territorio, la si chiami Legge Taranto, accordo di programma o comunque si vuole, che garantisca lavoro e salute ai lavoratori e non solo.
Poi Sibilla, intervenuto dalla platea “come semplice lavoratore, non come segretario”, ha ripetuto il suo attacco: “i lavoratori non di difendono salvando la fabbrica ma chiudendola”, rivendicando la vittoria del ricorso alla Corte Europea e la lotta “partita dai fatti dell’agosto 2012”.
Lorenzo, cassaintegrato Slai Cobas, è intervenuto chiarendo di non essere affatto d’accordo sulla chiusura ma che è altrettanto illusorio pensare che un cambio di direzione possa risolvere il problema, pubblica o privata, fino a quando lo scopo della proprietà della fabbrica sarà il profitto, per i lavoratori non ci sarà mai nessuna soluzione. Quanto al problema della partecipazione, il ruolo del sindacato non è “supplicare” la partecipazione ma proporre e organizzare lotte e quando lo fa seriamente, gli operai rispondono.
Altri operai sono intervenuti ma si è capito solo sommariamente quanto dicevano. In generale lamentavano il basso livello di partecipazione, la fumosità delle rivendicazioni, la necessità di bloccare a Taranto non marciare a Roma “per noi Roma è qua a 200 metri, non a 600 chilometri”.
Rizzo ha replicato esprimendo in sintesi e semplicemente la linea.
Altrove, a Genova, Trieste ecc., si sono imposte soluzione che hanno garantito lavoro e salute perché c’è stata una compattezza che invece a Taranto è sempre mancata. Perciò oggi possiamo e dobbiamo fare tre cose: primo unirci tutti ed essere compatti, in fabbrica e non solo; secondo, fare pesare questa unità; terzo salvare il salvabile, mettendo in sicurezza il reddito e futuro dei lavoratori e delle città.
Nessuna illusione su piani industriali ottimisti o fumose promesse di “de-carbonizzazione” che diano soluzioni “green” a breve. Serve un piano, progetto, legge o quello che sia che preveda investimenti miliardari per una decina di anni, per riconversione, riqualificazione reindustrializzazione o quello che sia, tutelando nel frattempo il reddito tutti i lavoratori, che solo all’undicesimo anno sarebbe remunerativo. Solo lo Stato può farsi carico di questo, mai un privato, per questo mandare a casa Morselli e soci e la nazionalizzazione sono il primo passo necessario”.
Ha concluso Sperti, ribadendo i concetti delle altre segreterie e insistendo che un problema così complesso come quello di AdI e Taranto non lo si può risolvere nell’insieme, ma scomponendolo in singoli passi e risolvendo questi uno per uno, cacciare questa governance e dare risposta al quesito del referendum è il primo. Poi seguiranno gli altri.