sabato 25 maggio 2013

Nè delega alla magistratura, nè andare dietro agli ipocriti/complici dirigenti di Fim, Fiom, Uilm, nè farsi usare dall'aziendalismo. Gli operai devono lottare autonomamente e autorganizzati contro Riva, il governo, lo Stato dei padroni, perchè solo con questa lotta si deve difendere lavoro e salute. Ma occorre anche di più.

Da tempo lo Slai cobas per il sindacato di classe Ilva aveva posto la necessità del sequestro-requisizione dei fondi di Riva per avviare una vera messa a norma dello stabilimento che salvaguardi salute, sicurezza e lavoro; questo era diventato ancora più urgente a fronte delle ultime operazioni per scorporare l'Ilva dal resto del gruppo Riva e quindi per mettere al riparo le "casse" della famiglia Riva.

 

Questo provvedimento della Procura è quindi un atto dovuto, a cui deve però seguire un altro provvedimento che destini immediatamente questi miliardi al risanamento dell'Ilva e alla tutela dei posti di lavoro e del salario di tutti gli operai dell'Ilva e dell'indotto, facendo degli stessi operai i protagonisti del risanamento, con la cessazione dei contratti di solidarietà e il rientro di tutti in fabbrica ad orario pieno.

 

Su questo gli operai non devono e non possono delegare. Solo la loro lotta dura, prolungata, in unità con quella che deve riprendere della popolazione di Taranto, può farli tornare nel senso giusto sulla scena locale e nazionale e pesare realmente sui passi successivi. 

 

Non possiamo fidarci di ciò che dice il Proc. Sebastio sul fatto che questo sequestro non toccherà il siderurgico di Taranto e non ha effetti sulla continuità della produzione. Non perchè Sebastio sia falso, ma perchè nel sistema capitalista - e anche le stesse operazioni truffe dei Riva lo stanno ampiamente dimostrando - non sono così separabili le varie società di un gruppo, nè l'attività industriale dall'attività finanziaria dei padroni; anzi nella fase attuale di colpi di coda del sistema capitalista, che ha fatto già il suo tempo storico ma resiste con ferocia, e di crisi del capitalismo, sono più che mai le operazioni finanziarie che dirigono e condizionano l'attività produttiva.

 

Ma su questo è inutile farsi prendere dall'allarmismo, dalla paura - questo fa solo il gioco dei capi e sindacati aziendalisti - o fare furia francese e ritirata spagnola. Occorre capire e non andare dietro ai sindacati confederali o a chi spara di più.

 

Sicuramente non possiamo fidarci delle fesserie che stanno dicendo i vari Stefanelli, Talò, Panarelli. Questi prima di tutto sono sporchi ipocriti che dovrebbero, insieme ai segretari che li hanno preceduti, stare anche loro sul banco degli imputati: per complicità nella politica di Riva in tutti questi anni, per "associazione a delinquere con Riva", come complici ora attivi, ora silenti, dei disastri ambientali, dell'attacco alla salute degli operai, degli infortuni e morti in fabbrica, dei profitti nascosti mentre accettavano cassintegrazione, fino all'ultimo contratto di solidarietà.

Ora fanno gli ipocriti, i "sorpresi", quando non potevano non sapere (e se qualcuno veramente non sapeva vuol dire che non può chiamarsi neanche sindacato).

E lo stupido Donato Stefanelli arriva - proprio ora che vengono scoperti i miliardi nascosti di Riva! - addirittura a chiedere che il governo, lo Stato devono fare un prestito ai Riva..." (!); e a dire che il contratto di solidarietà è "la garanzia per i lavoratori, una stampella per uno, due anni (come dire: poi si chiude...), l'unica luce in questo buio tunnel occupazionale..." - Ma Stefanelli ci fa o è veramente...?

Mentre Talò non sa dire altro che "rimane solo di affidarci al governo" (come affidarci a Gesù Cristo), quel governo che ha fatto il decreto "salva-Riva" e che ora sta permettendo all'azienda anche di disattendere bellamente la stessa legge Aia.

 

L'unica garanzia sta nella lotta di classe degli operai, nel fatto che essa diventi, per tutte le controparti, un'emergenza sociale reale e un problema di "ordine pubblico", a cui non si può non rispondere. Occorre una lotta prolungata ma determinata, che vada a fondo per strappare dei reali risultati sul fronte della salute e del lavoro.

Ma occorre anche che questa lotta si trasformi in lotta politica contro l'intero sistema dei padroni, per cambiare realmente questo sistema sociale in cui ti negano sia il lavoro che la salute, in cui al massimo puoi strappare dei piccoli risultati che possono poi sempre toglierti, perchè solo il potere in mano agli operai che producono tutta la ricchezza sociale e non hanno niente, può realmente porre fine allo sfruttamento e al profitto dei padroni sulla pelle degli operai e delle masse popolari.



Martedì sera 28 sarà a disposizione il testo completo del provvedimento Todisco - ore 18 c/o Slai cobas via Rintone, 22 - in occasione della presentazione analisi "Impero Riva".


Enrico Riva
Un sequestro preventivo per 8 miliardi e 100 milioni di euro sui beni della Riva Fire spa, che controlla l'Ilva spa e quindi il siderurgico di Taranto, e 16 indagati per reati ambientali, tra cui Emilio Riva, i figli Nicola e Fabio, gli ex direttori dello stabilimento tarantino Luigi Capogrosso e Adolfo Buffo, l'attuale presidente dell'Ilva, Bruno Ferrante... e quindi il gip ha disposto i sigilli su beni per questa cifra affidandone la custodia ad un amministratore: Mario Tagarelli, ex presidente dell'Ordine commercialisti di Taranto...

La produzione non si tocca
Il sequestro scattato oggi va a incidere sui beni della Riva Fire, società capogruppo dei Riva, e non sul siderurgico di Taranto che prosegue quindi la sua attività e mantiene i suoi 11mila posti di lavoro diretti. Sul punto il procuratore Sebastio è stato netto ed esplicito: "La produzione non si tocca"... "Se ci saranno sequestri nei confronti dell'Ilva spa - ha precisato il procuratore - saranno fatti solo in una misura marginale e residuale e solo qualora attraverso i beni di Riva Fire non si arrivasse alla capienza degli 8 miliardi e 100 milioni. Ma in ogni caso questi eventuali sequestri nei confronti di Ilva riguarderanno soltanto beni che non attengono la produzione, quindi nè impianti, nè macchine, nè prodotti, nè materie prime".
Perchè 8 miliardi
La cifra indicata nel provvedimento del gip deriva dalla stima fatta dai periti incaricati dalla stessa autorità giudiziaria. "Il costo totale degli interventi necessari al ripristino funzionale degli impianti delle aree a caldo, quale "conditio sine qua non" per un possibile successivo risanamento ambientale, risulta stimato complessivamente dai custodi pari a 8 miliardi e 100 milioni di euro, ai quali dovrà essere aggiunto il costo per gli interventi di caratterizzazione e bonifica dei sistemi acqua-suolo soggiacenti l'area parchi minerali"...
"Così i Riva hanno tratto profitto"
Ai Riva il gip ha contestato "un ingentissimo vantaggio economico derivante dalla mancata effettuazione del complesso di opere strutturali necessarie alla completa ambientalizzazione dello stabilimento siderurgico di Taranto". "E' altrettanto evidente - ha scritto il gip - che il vantaggio economico si è riverberato essenzialmente sulla controllante Riva Fire spa che altrimenti avrebbe dovuto ricapitalizzare la controllata Ilva spa, utilizzando la liquidità disponibile del gruppo, ovvero esponendosi con gli istituti di credito, facendo ricorso a fidi e finanziamenti necessari, con evidenti oneri connessi". Gli indagati, per il gip, hanno commesso "gli illeciti penali non nel solo interesse della persona giuridica Ilva spa ma anche del superiore interesse della controllante Riva Fire spa". Secondo il magistrato, inoltre, "il profitto non deve assumere necessariamente natura di ricavo patrimoniale potendo essere integrato anche da un semplice risparmio nei costi di produzione".
Riflesso anche sugli ultimi incidenti mortali
"La mancata attuazione di un modello organizzativo e gestionale adeguato alla complessità aziendale... ha rappresentato concausa non trascurabile agli infortuni occorsi negli ultimi mesi che hanno comportato lesioni gravissime di un lavoratore e il decesso di altri tre operatori". E' la dura accusa che il gip ha lanciato ai Riva riferendosi agli infortuni mortali degli operai Claudio Marsella il 30 ottobre 2012, Francesco Zaccaria il 28 novembre 2012 e Ciro Moccia il 28 febbraio 2013. Secondo il magistrato nell'Ilva esiste una "situazione critica per la tutela della salute dei lavoratori aggravata dall'assente definizione di ruoli, compiti e responsabilità delle figure aziendali nell'ambito dell'organizzazione aziendale risultata del tutto carente".

venerdì 24 maggio 2013

Si estende povertà e disagio sociale, vogliamo reddito, lavoro, servizi! Incontro all'assessorato ai servizi sociali.

Oggi  i rappresentanti dello slai cobas Taranto, comitato dei poveri, Disoccupati Organizzati hanno incontrato
l'assessore Viafora per portare esigenze sul servizio, fare nuove proposte,
1- è stato chiesto che siano assolutamente assicurate le medicine gratuite a tutti i bisognosi e aventi diritto indipendentemente dal fatto che essi ricevano già un sussidio di assistenza - l'assessore si è impegnata a portare nel prossimo consiglio comunale una delibera per modificare il regolamento in questo senso
2 - è stato chiesto la esenzione dal pagamento delle tasse comunali per tutti gli assistiti dai servizi sociali compreso l'azzeramento dei debiti pregressi - l'assessore si è impegnata a stabilire un collegamento diretto
con ufficio tarsu-soget del comune per affrontare la questione;
3- è stato affrontato il problema forniture elettriche, gas, acqua che così come funziona adesso non riesce ad assolvere tempestivamente il problema, qui vi è stata una lunga informazione e confronto su procedure - caf e buon fine delle pratiche - si è stabilito come andare a una effettiva rapidità della procedura;
4 - è stato affrontato il problema del buono casa, stanziato dal Comune ed è stato richiesto di rinnovarlo ancora per un anno e soprattutto di non mettere limite alcuno al numero dei beneficiari, estendo l'informazione per tutti coloro che possono usufrirne;
5 - è stato affrontato il problema della residenza per i senza tetto, chiedendo di cambiare e rendere rapido il sistema di riconoscimento di essa;
6 - l'assessore ha informato sul fondo di solidarietà sociale istituito per 25 persone dal comune di assago e ha annunciato che si stà pensando di istituirne uno anche per iniziativa del Comune di Taranto - qui i rappresentanti hanno fatto proposte precise in merito che saranno divulgate in un prossimo comunicato
7 - si sono affrontati i problemi del dormitorio e della mensa caritas - qui i rappresentanti hanno fatto una forte denuncia della situazione, chiedendo un cambiamento radicale sui dormitori e sulla mensa con proposte precise che l'assessore ha chiesto vengano formulate in forma scritta per verificarne l'adottabilità;
8 - l'assessore ha annunciato l'apertura a breve del PUA, come centro informatizzato a cui ci si potrà rivolgere per tutte le pratiche necessarie e di uno strumento di COMUNICAZIONE SOCIALE;
9 - i rappresentanti hanno chiesto di rendere permanente la possibilità di questo tipo di incontri come oggi -
l'assessore ha proposto di fare una CONSULTA a questo scopo, i rappresentanti hanno spiegato che
se si deve fare deve stabilire un canale reale con le associazioni autorganizzate come le nostre;
10 - su tutto ci si tornerà a incontrare nelle prossime settimane.

Giovedì alle 17 si riunirà la struttura di lavoro slai cobas - comitato dei poveri - Disoccupati Organizzati per
fare il punto dell'incontro, informare le persone e formalizzare le proposte e un cronoprogramma di realizzazione.

coordinamento precari disoccupati dello
slai cobas per il sindacato di classe - Taranto

comitato dei poveri
info slaicobasta@gmail.com
24 maggio 2013

Il tesoro illegale dei Riva così hanno nascosto i soldi - martedì però vogliamo arricchire il quadro



Tre mesi fa, in pieno spirito "di collaborazione" con la Procura di Taranto. E' stato allora che, secondo il gip di Milano Fabrizio D'Arcangelo, i Riva da una parte incassavano la legge dal Governo e dall'altra cercavano di fare sparire, o comunque di rendere irreperibili, il miliardo e duecento milioni di euro che nel corso degli anni avrebbero sottratto dai conti dell'azienda per portarli all'estero. "C'è stato un tentativo da parte di Riva di modificare infatti la giurisdizione dei trust per effetto delle iniziative dell'autorità giudiziaria di Taranto". Un tentativo andato però male visto che mercoledì le Fiamme gialle di Milano sono riuscite a mettere le mani su tutto il capitale che i Riva avevano distratto dalle casse dell'Ilva, portate nelle isole del Canale tramite la Svizzera e il Lussemburgo, e poi fatte rientrare in Italia con lo scudo.

Un sistema di vera ingegneria finanziaria, che conferma come e quanto i Riva tenessero a porre i propri bene inattaccabili. L'idea di affidarle a un trust era proprio per rendere il patrimonio non aggredibile. Ma in questo caso, secondo il giudice, il trust era falso, "si trattava di un mero espediente per creare un diaframmma" che eludesse "le ragioni creditorie dei terzi, comprese quelle dell'Erario ". A supporto di questa teoria, il giudice cita il "patto di famiglia " siglato nel 2005 attraverso il quale i Riva si erano autoregolamentati per gestire l'azienda. Da un lato c'era un "capo indiscusso ", Emilio, che decideva "da solo sulle questioni di maggior rilevanza". Dall'altro il consiglio di famiglia, con divisione tra membri "attivi" con diritto di voto, membri "onorari" e "osservatori".

"Emilio Riva  -  scrive il Gip  -  rappresenta la persona che da sempre ha gestito le società facenti parte del gruppo Riva e che tuttora ne detiene il controllo. Infatti il capitale sociale del gruppo Riva Fire Spa (ndr, la cassaforte del gruppo) è detenuto da società che, sia direttamente che indirettamente (Carini Spa per il 25%, Stahlbridge srl per il 35,1% e Utia Sa per il 39,9%) sono controllate da Emilio Riva". Emilio "poteva decidere da solo sulle questioni di maggior rilevanza per le società, detenendo la maggioranza di voto su materie quali la nomina o revoca degli amministratori delle società del gruppo" e sulle "operazioni di particolare rilevanza (acquisto o vendita di partecipazioni o stabilimenti industriali) che, pur rientrando nei poteri degli amministratori delegati o dei consigli di amministrazione delle società del gruppo, venivano considerate di carattere strategico dai membri 'attivì del consiglio".

Dietro a Emilio, il resto della famiglia lavorava con un "patto di famiglia" che serviva ai Riva  -  scrive il giudice  -  "per concordare le modalità di gestione delle società del gruppo ed i relativi poteri decisori". Esistono così membri con diritto di voto (Fabio, Claudio, Nicola, Cesare ed Angelo), membri onorari con diritto di partecipare alle riunioni e di intervenire nella discussione (Emilio, Adriano e Laura Bottinelli) e 'osservatorè (Emilio Massimo) con diritto di partecipare alle riunioni e di intervenire nella discussione ma senza diritto di voto". Il patto stabilisce an-
che che se Emilio Riva affermava di voler votare in Consiglio, "qualora questo si fosse riunito per trattare e deliberare su determinate materie, tra le quali la politica dei dividendi e il piano di investimenti del gruppo, in tal caso allo stesso veniva attribuito un diritto di voto pari a 60 su 100".



la procura di Taranto rilancia -sequestro record da 8,1 miliardi ai Riva !

Ilva, sequestro record da 8,1 miliardi ai Riva
Il procuratore: "La fabbrica non si tocca"

Il provvedimento disposto dal tribunale di Taranto: sigilli al tesoro della società Riva Fire, ai guadagni dovuti ai mancati investimenti per ridurre l'inquinamento. L'accusa: associazione a delinquere finalizzata al disatro ambientale, indagato anche il presidente Ferrante


Sequestro da oltre otto miliardi di euro all'Ilva. I militari della guardia di Finanza di Taranto hanno avviato questa mattina il provvedimento di sequestro per equivalente disposto dal gip Patrizia Todisco su richiesta del pool guidato dal procuratore capo Franco Sebastio, titolare dell'inchiesta per disastro ambientale in cui è indagato anche il presidente dell'Ilva Bruno Ferrante. La procura ha ottenuto il sequestro di beni riconducibili alla famiglia Riva e in particolare alla società Rivafire spa.

Il provvedimento si inquadra nell'indagine che ha messo sulla graticola la grande fabbrica per l'inquinamento killer sprigionato dagli impianti delle acciaierie sulla città. Il sequestro record è scaturito proprio dal mancato risanamento dei reparti dell'area a caldo, indicati come la fonte dei veleni industriali ritenuti causa di malattia e morte. In pratica i consulenti dei pubblici ministeri hanno quantificato la somma che Ilva avrebbe dovuto investire negli anni per abbattere l'impatto ambientale della fabbrica.
Gli investimenti non eseguiti si sono tradotti in un guadagno perla proprietà ritenuto però fonte di reato. Di qui i sigilli per un valore di otto miliardi e centomila euro. L'inchiesta per disastro ambientale è scattata nel luglio dello scorso anno con l'arresto di Emilio Riva, l'anziano patron dell'Ilva, finito ai domiciliari, e il contestuale sequestro degli impianti inquinanti. Da allora l'inchiesta ha fatto registrare numerose e violente sterzate. A novembre scorso un altro blitz della Finanza ha portato in carcere alcuni dirigenti, ma alla retata sfuggì Fabio Riva, figlio di Emilio, attualmente latitante a Londra. Solo due giorni fa la procura di Milano aveva disposto il sequestro preventivo di circa 1,2 miliardi a carico di Emilio e Adriano Riva per truffa allo Stato.Oggi il nuovo colpo di scena con il sequestro record."Il sequestro - ha spiegato il procuratore Sebastio - riguarda solo in merito ai beni della società Riva Fire. Abbiamo tenuto conto della legge 231 (legge salva Ilva, ndr), e dunque il sequestro non colpisce i beni dell'Ilva. E questo provvedimento non intacca la produzione dello stabilimento. La ratio del sequestro è quella di bloccare le somme sottratte agli investimenti per abbattere l'impatto ambientale della fabbrica". "La produzione non si tocca - ha sottolineato Sebastio, che ha aggiunto: "Si tratta  di un sequestro preventivo per equivalente sulla base della legge 231 del 2001 sulla responsabilità giuridica delle imprese"  che dal 2011 contempla anche i reati ambientali.

Ilva: la "sinistra" dice fesserie

La “sinistra” è meglio che non parla, perché ogni volta dice fesserie.


Paolo Ferrero di Rifondazione comunista (ma vive ancora?), a proposito del sequestro dei fondi dei Riva ha dichiarato: “Con la famiglia Riva le sorprese non finiscono mai…Una delle più potenti famiglie del paese, a cui era stato affidato il destino di un settore strategico per l’economia nazionale, ha fallito su tutta la linea. Chiediamo che il governo intervenga prontamente per espropriare beni e capitali della famiglia Riva, nazionalizzando le attività produttive”.
La famiglia Riva non ha “fallito”. La logica sua, come di tutti i capitalisti, è quella di prendere, sfruttare al massimo, soprattutto gli operai, e per quanto tempo è conveniente, fare profitti, salvaguardarli, e poi mollare. Questo può essere ostacolato dalla lotta dura degli operai e da una coerente e agente linea sindacale di classe (ma i delegati che fanno parte di Rifondazione comunista stanno nella Fiom); e può essere impedito realmente solo dal rovesciamento rivoluzionario del sistema dei padroni – Chi porta nella sua sigla la parola “comunista” questo ABC dell’analisi del capitalismo dovrebbe saperlo!

Il governo che dovrebbe salvare l’Ilva, è parte di uno Stato che aveva la proprietà dell’Ilva (allora Italsider) e che dopo averla portata quasi al fallimento l’ha data a pochi soldi all’unico padrone che voleva prenderla. Riva l’ha presa e dal 95 sono iniziati i suoi veri profitti, soffiando via via da sotto il naso i fondi realizzati; il governo che dovrebbe salvare l’Ilva, visti i partiti che ne fanno parte, non è affatto diverso e persegue la stessa linea del governo precedente che ha fatto il “decreto salva-Ilva”, per salvare Riva e i suoi profitti e che si è tanto preoccupato della salute degli operai e dei cittadini da metterci solo una manciata di milioni. 

I governi sono il comitato d’affari della classe dominante e, nazionalizzazione o non nazionalizzazione, è sempre e solo le maledette leggi del profitto capitalista, dello sfruttamento degli operai e del taglio dei costi inutili (in primis quelli per la salute e la sicurezza), che perseguirà.

Infine, basta con le varie espressioni di sorpresa che in questi giorni si sentono in giro. Ma quando nel 2009 Tremonti, e il suo governo Berlusconi, ha introdotto lo “scudo fiscale” era già chiaro che sarebbero rientrati fondi nascosti illecitamente per non pagare le tasse, era chiaro che perpetuava e copriva vecchie truffe e si permetteva ai padroni e ai ricchi di farne di nuove.
Di che ci si sorprende? E’ il sistema capitalista! O i proletari e le masse popolari lo rovesciano, o i “ben pensanti” continueranno ad avere tante “sorprese”!

Ma i sindacati confederali all'Ilva ci fanno o ci sono?

Dopo il maxisequestro dei fondi occultati dei Riva, le prime dichiarazioni dei segretari dei sindacati confederali non sappiamo se definirle vergognose, ipocrite, di un livello inaudito di stupidità, o meglio, ancora una volta, di servi/complici: fanno finta di non sapere e vogliono lasciare le cose come stanno.

Stefanelli Fiom: “i fatti che stanno accadendo ci danno ragione… in ogni caso le due vicende, milanese e tarantina, non devono intrecciarsi, i prodotti ormai sono stati dissequestrati e i proventi, come ha sostenuto sempre il presidente Ferrante, devono essere reinvestiti nello stabilimento tarantino, non stavamo aspettando i soldi sequestrati. Ora attendiamo l’incontro con l’amministratore delegato… una cosa è la famiglia Riva e un’altra l’azienda Ilva…”.
Panarelli Fim: “la notizia ci ha lasciati di stucco ma non ci riguarda. Oggi l’Ilva ha un amministratore delegato ed è lui che deve preoccuparsi che la vicenda milanese non abbia ricadute su Taranto, è lui che deve procurare le risorse per attuare l’Aia”.

“I fatti che stanno accadendo ci danno ragione”? “La notizia ci ha lasciati di stucco”?
E’ da anni e anni che lo Slai cobas denuncia che Riva aveva all’Ilva di Taranto il suo grasso vitello d’oro, che i suoi profitti miliardari c’erano eccome, ma erano tenuti ben stretti, nascosti, salvaguardati, sia negli anni passati, (al riparo anche dalla crisi iniziata nel 2008 e scaricata sui lavoratori in cassintegrazione), sia più recentemente per non pagare la messa a norma degli impianti. I sindacati confederali non potevano non sapere! Cosa facevano, e fanno, invece i sindacati confederali? Avallavano sia negli anni passati in nome appunto della crisi, sia dalle vicende giudiziarie, le difficoltà economiche di Riva e hanno fatto accordi su accordi, dalle tante cassintegrazioni fino all’ultimo sui contratti di solidarietà contro i lavoratori, a difesa della borsa di Riva, e di fatto per far pagare ai lavoratori anche le truffe di Riva.
I dirigenti sindacali in tutti questi anni hanno fatto come le tre scimmiette: non vedo, non sento, non parlo – ma intanto firmo! Questa è più che complicità, è collusione, e speriamo fortemente che la magistratura estenda la sua inchiesta.

“La notizia… non ci riguarda”?, “le due vicende milanese e tarantina non devono intrecciarsi… non stavamo aspettando i soldi sequestrati”?
Ma o sono fessi (e per Stefanelli, lo sospettiamo…) o, meglio, continuano nella loro opera infame di servi dell’azienda. “Non ci interessa”? Ci interessa eccome, invece! Quei soldi sequestrati sono frutto del sudore e sangue (e, purtroppo, nel vero senso della parola!) degli operai dell’Ilva e devono tornare per forza agli operai, per difendere salute e lavoro!
Un ritorno, sia chiaro, che – con buona pace degli ambientalisti e dei paladini della magistratura – può essere possibile solo in una situazione di accesa lotta a ll’Ilva e a Taranto, visto che da tutte le parti si dice chiaro che “il sequestro dei beni non ha un’immediata relazione con l’Ilva… e si sbaglia chi pensa che la somma possa essere utilizzata per la bonifica dell’acciaieria” (vedi CdS del 23/5).
Secondo Stefanelli, gli operai dovrebbero accontentarsi dei proventi dei prodotti dissequestrati a Taranto. Ma è stupido?! Questo è proprio quello che diceva e dice la proprietà aziendale e Ferrante, sia quando hanno legato ai soldi del dissequestro il pagamento degli stipendi, sia più recentemente per non rispettare neanche i tempi dell’Aia e far dipendere da questi proventi gli investimenti per la messa a norma .

“Una cosa è la famiglia Riva e un’altra l’azienda Ilva”? “Oggi è l’amministratore delegato (Bondi) che deve preoccuparsi per Taranto”? Ma i servi non finiscono mai di fare e parlare da servi?
E’ proprio la famiglia Riva che recentemente, con un’altra operazione industriale e finanziaria truffaldina, (su cui pure sarebbe bene che la guardia di finanza e la magistratura indagassero), ha scorporato l’Ilva dal resto del Gruppo Riva, e non certo per salvaguardarla, ma piuttosto per separarsi finanziariamente e industrialmente dai destini dell’Ilva, per non inficiare il Gruppo con le vicende giudiziarie, e perché i fondi per la messa a norma al massimo si trovino nel perimetro dell’Ilva spa, o rivolgendosi alle banche per un credito (credito che le banche continuano a negare), senza intaccare le vere casse. Chi oggi vuole tenere separate la famiglia Riva dall’azienda Ilva sono, quindi, proprio i Riva.
“Bondi deve preoccuparsi per Taranto”? Come se Enrico Bondi non abbia scelto Riva! Che lo ha messo lì per avviare un processo di ristrutturazione – su cui è esperto – il cui esito è comunque nero per gli operai.
Ferrante prima e ora Bondi non sono altro dalle politiche di padron Riva. E l’osceno tentativo dei sindacati confederali di “tranquillizzare” ancora una volta i lavoratori, dicendo che anche oggi dovrebbero affidarsi a Ferrante e Bondi, è ancora una volta la dimostrazione chiara che questi sindacati vogliono solo accompagnare una fine inaccettabile per gli operai.