martedì 2 febbraio 2021

Processo Ilva - La requisitoria del PM Buccoliero

La fase conclusiva del processo "Ambiente svenduto" iniziata ieri con l'intervento del primo PM, Buccoliero, è partita bene. In un aula di tribunale si sente parlare di “profitto” dei padroni che hanno avuto interesse solo ad incrementare la produzione, mentre consideravano un costo da tagliare o fare al minimo quello per la difesa della salute/sicurezza e dell'ambiente.

E' stata messa in luce la sostanza: la Corte deve dire se l'Ilva ha inquinato o no. E noi diciamo che chi invece si attarda su contraddizioni, debolezze di alcune prove, che pur ci sono, di fatto vuole ridimensionare l'importanza di questo processo Ilva, che è emblematico sia per le dimensioni della fabbrica, che resta tuttora come realtà siderurgica la prima in Europa, sia per l'ampio spettro dei soggetti che hanno portato a questa situazione.

Così  è importante affermare, in un processo che ha messo sul banco degli imputati non solo i diretti "assassini", ma tutto il sistema politico, istituzionale che sorregge il capitale che “Nessuno poteva dire di non sapere...”.

Pur se si sta analizzando la fabbrica, però, ancora non si parla dei lavoratori (cosa ha detto lo stesso Buccoliero: “Finora ancora non abbiamo detto niente sui poveri lavoratori dell’Ilva – ma lo diremo...”), perchè, lo avevano già detto, gli operai hanno denunciato molto prima l'azione criminale continua, hanno lottato, dato anche soluzioni; ma non si è voluto da parte di tutti prenderli in considerazione.

Purtroppo, però, questo processo, soprattutto in questa fase in cui si tirano le somme di ben 7 anni, e che dovrebbe favorire una partecipazione di lavoratori, masse popolari, si svolge impendendo questa partecipazione; si svolge nella caserma della Marina Militare, in una zona blindata, con una eccessiva einutile presenzadi Forze dell'ordine, in cui alle restrizioni della pandemia (che potrebbero benissimo essere rispettate:le udienze si tengono in una sala grandissima, con circa 700 posti, mentre ieri e oggi vi erano circa 60/50 presenti), si sommano le restrizioni della Marina Militare.

RIPORTIAMO QUI ALCUNI APPUNTI DELL'INTERVENTO DEL PM BUCCOLIERO.


Lo stabilimento fu preso da Riva in condizioni disastrose – vi era stato uno studio di Mongomeri che diceva che l’impianto aveva gravi criticità. Quindi Riva sapeva cosa andava a gestire, e ha fatto una gestione sciagurata e criminale, continuando una gestione all’insegna del menefreghismo che ha accumulato pubblico e privato.

Dal 95 in poi il modello Ilva è stato improntato al profitto.

La Corte d’Assise deve dare speranza. Questo processo deve essere un punto di partenza e di speranza - non di arrivo (processo simbolo).

L’Ilva possiamo definirla l’"impianto di carta", perché gli impegni e gli interventi sono rimasti sulla carta.

L’Ilva al massimo ha fatto interventi dilazionati nel tempo per ammortizzare i costi, ma così diluiti che anche quelli fatti non hanno avuto efficacia.

Chi doveva controllare non ha controllato, o ha controllato male o è stato fatto su documenti e dati falsati dati dall’Ilva.

Chi doveva rilasciare l’Aia l’ha fatto in contrasto coi limiti di emissione, che bisognava metter in relazione anche allo stato dell’impianto.

Si sono chiuse le scuole dei Tamburi invece di chiudere le fonti inquinanti.

Ma qui il problema non è se ha superato o no i limiti, la Corte deve dire se l’Ilva ha inquinato o no, e si continua ad inquinare nonostante gli interventi che dovevano fermare l’inquinamento.

La Corte deve stabilire il comportamento degli imputati nel tempo.

Il PM ha stigmatizzato come la difesa è arriva a dire che erano le polveri dei Tamburi che entravano in Ilva; che la diossina è inesistente; che 5mila nanogrammi di benzoapirene corrispondono a 2 sigarette al giorno, che la diossina circolava nel mondo e quindi dagli Usa la troviamo in Italia…

Poi il PM è entrato nel merito, analizzado area per area.

AREA PARCHI - In questa area abbiamo 8 parchi. Gli spostamenti del materiale (carbon fossile e minerale) vengono fatti con i nastri trasportatori.

Queste lavorazioni determinano emissioni da tutti i parchi primari e secondari. Anche l’area degli sporgenti è caratterizzata da un‘altissima dpersione di polvere.

Il 6 luglio 98 veniva condannato un dirigente Ilva per versamento di polveri nel centro abitato di Taranto.
Il 14 luglio del 99 la Procura sequestrava l’area parchi dell’Ilva sempre per lo stesso motivo e condannava dei dirigenti.

In questo processo sono stati sentiti operai Ilva che hanno parlato di polveri di minerali (ferro, manganese, nichel) che si innalzavano nei parchi e in altre aree, bruciori agli occhi e alla gola.

Sopralluogo del Noa accertava che il sistema di monitoraggio che l’Ilva doveva adottare non era stato adottato. Questo alla faccia dell’atto di intesa e dell’accertamento dell’Arpa del 97.

Le polveri incrementavano quanto più si era vicini all’Ilva, le polveri a ridosso dei parchi sono quelle più contaminate, a smentita di chi ha affermato che non dipendeva dall’Ilva. - caratteristiche rossastre delle polveri, sulle scuole, case dei Tamburi, tappeto rossastro vicino l’area parchi.

I periti sui minerali dicono che sono di origine eterogenea, quindi vi possono essere altre fonti, oltre l’area parchi, da acciaieria, area ghisa, agglomerato. Ma questa eterogeneità è stata sfruttata dai consulenti della difesa per dire che le polveri sui Tamburi vengono da altre fonti, non solo dall’Ilva.

La filmatura dei cumuli di minerali doveva essere fatta nel 1999, mentre nel 2004 si sta ancora parlando delle modalità operative.

Una cappella San Brunone nel 2004 appare imbrattata dalle medesime polveri.

La copertura dei parchi, per Riva, non avrebbe portato a nessun miglioramento dal punto di vista produttiva, e che importava quindi farla?

Sul sistema dei nastri trasportatori (190 km), i periti, i consulenti, lo stesso Allevi, dicono che i nastri non erano affatto coperti. I consulenti di parte (Fruttuoso) dicono che il DM 3.1.2005 non prevedeva la copertura integrale dei nastri. Anche oggi non tutti i nastri sono stati coperti.

La stessa Ilva dichiara che tonnellate di polveri, piombo, nichel, arsenico…, sono emesse, eppure non abbiamo sentito nessun teste che parlava di grammi di polvere, ne parlano solo per i tamburi, come se in Ilva le polveri non ci stanno ma improvvisamente compaiono sui tamburi.

I custodi, la Valenzano, parlano di estrema polverosità e mancanza di misure idonee, controlli interni mancanti, bagnatura assolutamente inefficace e inadeguate rispetto al quantitativo. L’acqua invece di andare sui cumuli cadeva ai piedi dei parchi. Dovevano bagnare con due autobotti dei VV.FF.

Vi era, poi, solo una centralina per verificare la direzione del vento.

I custodi andavano in fabbrica, i consulenti di parte si basavano soltanto sulle carte date dall’Ilva.

Quando parliamo di una perdita/dispersione in Ilva di polveri, parliamo di tonnellate… Ma nell’udienza 30 settembre 2019 il dirigente dell’area parchi dice che non aveva visto neanche un grammo di polvere alzarsi dall’area parchi…

Andelmi dice che la chiusura dei nastri non si era completata nei 5 anni previsti a causa dei ritardi delle ditte fornitrici dei materiali e della manodopera. In realtà i tempi erano dilatati perche erano misure che non servivano la produzione ma solo la tutela ambientale e per la salute dei lavoratori costretti a lavorare in quelle condizioni; dilatati per ammortizzare i costi. Ma ci sono delle norme generali che impongono emissioni nocive e di tutela dei luoghi di lavoro. Come, una grandissima azienda dipende dai tempi di una ditta fornitrice?

Se non vi sono tecnologie in grado di eliminare allora lo devo bloccare; perché allora abbiamo un ciclo produttivo che non tutela la vita delle persone.

Bastava chiudere i nastri, chiudere un edificio..., e invece no. Ci volevano i soldi, ma i soldi l’Ilva ne ha spesi tanti ma per incrementare la produzione.

Riportate dichiarazione di testi del quartiere Tamburi:

Dagli abitanti dei Tamburi abbiamo dovuto sentire che la polvere entrava anche nei cassetti della biancheria, negli armadi chiusi.

La “Deledda” era chiamata “la scuola della morte”.

Il responsabile dell’Ufficio tecnico della clinica S. Camillo nei Tamburi, parla di filtri sostituiti ogni 2 mesi invece di 6, intasati dalle polveri. Totalmente diversa era invece la situazione della clinica S. Rita (che si trova in v.le Magna Grecia)

Citata la testimonianza della pediatra Parisi Grazia del 9 gennaio 2019 – teste chiamata dallo Slai cobas per il sindacato di classe – che descriveva la condizione constatata dai suoi occhi, minerali sui bambini. terrore dei genitori; ha visto famiglie decimate dalle malattie, a natale il regalo era un areosol, lei masticava minerale sotto i denti...
Possiamo dire che gli imputati di tutta questa situazione erano all’oscuro?

COKERIA – Tutte le fasi hanno problemi di emissione; della fase di caricamento ci sono emissioni non convogliate, nella fase di cokefazione vi sono i camini, vi sono anche qui emissioni non controllare; ultima fase, di sfornamento: 4 punti di emissione non convogliate, perché non vengono aspirate.

L’Ing. Santilli dice che vi erano emissioni diffuse, fuggitive nella cokeria, in tutte le fasi: caricamento, sfornamento, spegnimento, trattamento. Ma pochi mesi prima del sequestro dell’Ilva abbiamo per le cokerie “emissioni zero”.

Ma si parla di dispersione di migliaia di tonnellate all’anno di polveri e emissioni nocive.

L’Arpa il 15 luglio 2008 puntava il dito contro le cokerie, per la quantità di benzoapirene, ossido di carbonio, che, riportando i dati del 2005/2006, superava di 7 volte i limiti di legge (decreto legislativo 152/2007), e aggiungeva: “non lasciava dubbi sulla provenienza dal siderurgico”.

Il 16 settembre 2008 l’Arpa dice che quel dato rilevato è comunque sottostimato ed evidenzia superamenti ai Tamburi, Statte, 10 volte maggiore rispetto altre zone della città. I documenti prodotti dall’Ilva per ottenere l’Aia invece riportano dati molto inferiori, dichiarando che le batterie erano di ‘ultima generazione’, cosa falsa.

27 Agosto 2012 intasamento del tubo di sviluppo al forno 2, tubo che doveva essere manutentato e invece veniva usato fino a rottura. L’azienda dichiarava, a domanda della Valenzano, che la manutenzione del tubo era in fase di “studio”… (udienza dell’ottobre 2018).

La Valenzano diceva che era necessario il rifacimento programmato di tutte le torri; quindi abbattimento e ricostruzione.

Quindi non applicare le migliori tecnologie, ma abbattere e costruire. Cosa si doveva fare? Fermare gli impianti, ricostruirli.

Il punto non era il superamento dei limiti di legge, l’Aia 2012 imponeva interventi strutturali, solo in un secondo momento imponeva di adeguarsi ai limiti di legge.

Manutenzione con gli impianti in marcia, per non fermare la produzione.

AGGLOMERATO. Temperatura da 600/900 gradi, e per questa temperatura produce diossina.

A TA vi sono due linee di agglomerazione. I camini non sono dotati di monitoraggio in continuo di tutte le emissioni. Vi sono emissioni sia convogliate che non convogliate. Vengono emesse 200 grammi di diossina all’anno (insieme a 200 grammi di pcb).

1 grammo di diossina vuol dire 1000 nanogrammo; 200 grammi di diossina all’anno vuol dire 200 miliardI di nanogrammi di diossina all’anno.

L’Ilva produceva il 100% della diossina su base regionale, come facevano i consulenti dell’Ilva a dire che l’Ilva non c’entrava con l’inquinamento dei pascoli.

Nel 2005 rispetto al 2002, secondo le stesse dichiarazioni false dell’Ilva, vi è il 70% di aumento della diossina. Questo in marcia ordinaria. Ma in realtà erano molto di più.

I controlli vengono programmati e concordati con l’Ilva.

Mistero delle polveri degli elettofiltri dell’agglomerato che fine hanno fatto? Secondo alcuni erano impiegati di nuovo nel ciclo produttive, altri parlano di discariche abusive, altri smaltite all’esterno.

Nell’agglomerato depolverazione primaria /15 ton di polvere al giorno) e un secondaria anche più impattante. Questa situazione era stata segnalata dall’Arpa da diverso tempo, per esempio nel 2007 che aveva denunciato l’Ilva che li aveva qualificati come rifiuti non pericolosi.
Il perché di questo sono sempre i costi di smaltimento.

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