sabato 20 febbraio 2021

ArcelorMittal Piombino - privato e di Stato il padrone è sempre padrone

A chi piace nascondersi sotto la coperta dello Stato e reclamare che l’acciaio deve essere patrimonio nazionale? Agli operai no di certo, storicamente nell’un caso (Italsider) e nell’altro (Ilva, ArcelorMittal) hanno già provato sulla propria pelle non solo la frusta dello sfruttamento, ma anche lo strazio delle morti per amianto e incidenti in fabbrica. Ai sindacalisti corrotti, ai sinistri ingenui o truffaldini, a tutti coloro che vogliono sviare la forza operaia dalla critica allo sfruttamento del padrone certamente sì. Tutti costoro sembrano trovare nella disapprovazione e nella condanna del capitalista privato, accusato di essere “inadempiente”, la causa dell’attuale “crisi dell’acciaio” (e, per chi si spinge un po’ più in là, dei presenti “mali sociali”) e nella forza rigeneratrice di uno Stato presentato quale interclassista e al di sopra delle parti la soluzione all’una e agli altri. Impartendo la “lezione” al padrone, predicano che “l’acciaio deve essere patrimonio nazionale”. Così, facendosi essi stessi “Stato”, svolgono una funzione di legare gli operai alla borghesia ministeriale e far accettare, come male minore, il loro sfruttamento da parte di questa. Queste posizioni, pericolose perché volte a ingannare gli operai, sono emerse, ancora una volta, a proposito del “futuro dell’acciaio” a Piombino e a Taranto.

A Piombino le acciaierie ex Lucchini sono dal 2018 nelle mani della multinazionale Jindal Steel, che l’anno precedente in cordata con altre aziende aveva perso la gara per aggiudicarsi l’Ilva di Taranto. La fabbrica è ferma dal 2014, gli operai sono in cassa integrazione, da anni alla fame, il gruppo indiano non ha costruito il forno promesso, in attesa dell’eventuale ingresso di Invitalia nel capitale della Jsw Steel Italy e quindi di buttarsi sul relativo denaro pubblico (come ha fatto l’ArcelorMittal a Taranto, dove l’accordo Governo-Invitalia è stato firmato).
Davanti al dramma degli operai l’Usb, in un presidio il 28 gennaio di fronte alla Regione Toscana, lamentava che “i famosi soldi del Recovery Plan sono praticamente spariti per la Regione Toscana e di conseguenza anche per il sito industriale di Piombino. Porto, strade, ferrovie e riconversione industriale. Non c’è niente. Usb di fronte a questa ennesima disfatta non resterà in silenzio. (…) Non si riesce a decidere e a mettere in campo gli investimenti necessari per le acciaierie piombinesi. Se non sarà lo Stato a investire nessun altro lo farà. Questa sarebbe l’occasione buona per poter avviare un percorso di nazionalizzazione investendo in nuove tecnologie a basso impatto ambientale, magari puntando sull’idrogeno come stanno già facendo altre nazioni europee. Ormai è chiaro a tutti che le multinazionali promettono ma poi non fanno niente. Infatti il piano industriale non esiste ancora. Non esiste ancora un piano strategico nazionale della siderurgia e tutto ciò genera confusione e politiche industriali raffazzonate e localizzate”.
E Massimo Lami, dipendente ex Lucchini, candidato alle ultime elezioni regionali nella lista Sì Toscana a Sinistra, scrive su www.union-net.it che “se Jindal non crede più in Piombino dovrebbe cedere la gestione delle acciaierie allo Stato. La produzione interna di acciaio è fondamentale per uno Stato e deve rimanere in Italia. In una emergenza nazionale anche il lavoro è prioritario insieme alla salute. Le rotaie ad alta velocità che Piombino produce serviranno per far ripartire il paese come annunciato dal Governo, ci sono progetti e investimenti che riguardano la rete ferroviaria nazionale. Le rotaie devono diventare patrimonio dello Stato. I lavoratori e le loro famiglie non vogliono sopravvivere di cassa integrazione per ulteriori anni ma lavorare per produrre ricchezza e benessere per la comunità locale e nazionale”.
L’Usb, Lami e altre organizzazioni, altri sinistri simili, più numerosi di quanto si possa supporre, non solo finiscono per sostenere l’intervento dello Stato senza dargli alcuna specificazione di classe, ma addirittura rivendicano la produzione dell’acciaio come produzione per una indistinta e inesistente comunità. Per essi i padroni sono spariti, così come lo sfruttamento.

da operai contro

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