venerdì 23 ottobre 2026

Dall'ex-Ilva di Taranto una corrispondenza aggiornata

 

Giovedì mattina abbiamo incontrato i lavoratori dell'Appalto ex Ilva per fare con loro il punto della situazione.

La prima questione che appare chiara è che tanti lavoratori sono in cassa integrazione e quindi sono a casa e di conseguenza il numero degli operai, che qui è sempre molto alto e concentrato, ora è molto diminuito. Esiste la giungla degli Appalti che corrisponde alla giungla di situazioni, una parte rilevante non lavora, è appunto in cassa integrazione, una parte continua a lavorare in attesa della soluzione della vicenda Ilva che ne potrà comportare la cassa integrazione per tutti o la mannaia dei licenziamenti collettivi richiesti dalle ditte e per ora sospesi.

Noi da tempo insistiamo per l'unità del fronte dei lavoratori dell'Appalto e naturalmente per l'unità di tutto il fronte operaio. L'unità è una questione importante perché è il fronte dell'Appalto, che nella crisi Ilva e nelle soluzioni di padroni e governo può pagare il costo maggiore della situazione, già lo paga perché nelle richieste sindacali e nella trattativa in corso col governo, nel decreto governativo, non è prevista alcuna integrazione alla cassa integrazione; non sono previsti blocchi di licenziamenti, né sono previsti sostanzialmente gli ulteriori ammortizzatori sociali che vengono rivendicati per gli operai Ilva.

Questa disparità tra operai dell'appalto e operai diretti, che si aggiunge all'attacco generale, è una enorme ingiustizia per i lavoratori dell'Appalto, e la rivendicazione di parità di condizioni è una rivendicazione che noi sosteniamo con forza. I sindacati dicono ai lavoratori che la sostengono però sostanzialmente si è passati da tavoli in tavoli e i lavoratori dell'appalto Ilva l'integrazione alla Cassa integrazione non l'hanno ricevuta. 

Per di più la nuova Cassa integrazione in deroga prevista dal decreto stabilisce che essa spetterebbe solo alle aziende che hanno negli ultimi due anni un fatturato con Acciaierie del 50% del loro generale fatturato. Si tratta di una situazione abbastanza assurda e che peraltro nelle precedenti vicende che hanno coinvolto l'appalto, sembrava essere superata, C'era già più o meno una lista di aziende che era entrata in quelle che avevano diritto ai pagamenti del pregresso e garanzie delle ulteriori commesse, etc. 

Questo vuole dire che perfino la Cassa integrazione in deroga prevista dal nuovo decreto, toccherebbe solo ad una parte delle operai dell'Appalto e chiaramente le ditte che già ora sanno di non poter rientrare dovranno scegliere di chiedere la "Cassa integrazione per aree di crisi complessa", con il fatto che per questo tipo di Cassa integrazione l'anticipazione dell'azienda, è per decisione delle aziende, non per obbligo imposto dai decreti. Nello stesso tempo non è chiaro quante nuove Cassa integrazioni saranno formalmente approvate e da quando effettivamente partiranno. Per cui ci sono diversi lavoratori, tra cui quelli che organizziamo noi, che si trovano a casa, in ferie forzate sostanzialmente, consumando l'intero patrimonio delle ferie in attesa di essere messi in Cassa integrazione.

Solo Slai Cobas a Taranto sta rivendicando il pagamento delle giornate che precedono l'entrata in vigore della Cassa integrazione, gli altri sindacati, tutti, USB compreso, accettano la logica che intanto i lavoratori vadano in ferie oppure, come dicono informalmente ai lavoratori, che si mettano in malattia, alimentando comportamenti individuali differenti tra i lavoratori.

Quindi la linea del governo e il ruolo dei sindacati in questa vicenda in parte convergono nel considerare i lavoratori dell'Appalto come lavoratori di serie B.

Stiamo insistendo, e là dove ci siamo agiamo, per combattere questa situazione, ma chiaramente il contesto in cui lo facciamo è quello di singole aziende e non della mobilitazione unitaria di tutti i lavoratori dell'Appalto e questo è chiaramente un fattore di debolezza che lascia soli i lavoratori che sono con noi che vogliono condurre e conducono questa lotta.

Su tutto il resto la situazione è quella che abbiamo già descritto in altre occasioni.

Noi siamo stati contrari alla fine dei blocchi alla fabbrica e alle strade che stavano vedendo una grossa partecipazione di operai sia dello stabilimento sia dell'Appalto e che stava dando di nuovo vigore alla lotta dei lavoratori e un luogo unitario in cui questa lotta poteva pesare e nei giorni dei blocchi ha effettivamente pesato, si è bloccata in particolare la raffineria Eni producendo un disagio indotto con la mancata entrata e uscita di oltre 100 camion della raffineria che servono i distributori di benzina etc., non solo di Taranto, ma di un circondario abbastanza ampio che arriva agli aeroporti di Bari etc. Questa lotta quindi stava riuscendo ed era forte e chiara e doveva essere portata avanti fino all'ottenimento di risultati concreti, che il governo ha legato all'incontro del 27, ma che già l'incontro col Ministero del Lavoro del 20 ha mostrato la sua assoluta inutilità.

Il vuoto di blocchi ha provocato innanzitutto un effetto negativo che era già inglobato nella vicenda Ilva: il distacco degli operai degli stabilimenti del Nord, l'alleanza - che noi definiamo infame obiettivamente - tra i sindacati, le istituzioni, i padroni di Genova, Novi Ligure etc., per smarcarsi da Taranto, per rivendicare una continuità lavorativa per loro tramite acquisizione delle materie prime, delle bramme da altre fonti, essendo questi stabilimenti dipendenti da Taranto, in maniera che la vicenda della continuità lavorativa di questi stabilimenti andasse da sé, lasciando Taranto al suo destino.

Noi abbiamo sempre condannato questa posizione, anche quando essa si traveste da sinistra e utilizza forme di lotta dure che anche a Taranto vorremmo fossero utilizzate. Noi non condividiamo in generale la posizione di divisione di classe sostanzialmente localista e neocorporativa che sostiene questa battaglia.

Quindi in questo vuoto la posizione dei stabilimenti del Nord è andata avanti attraverso uno sciopero, una nuova manifestazione che ha ottenuto alcune garanzie, anche se sono garanzie tuttora non corrispondenti a nessun fatto concreto, dato che è in alto mare l'assegnazione degli stabilimenti agli industriali, sia quelli che hanno fatto le offerte, Jindal, Flax, sia la cosiddetta “cordata dei patrioti” che vede protagonisti i padroni italiani, Marcegaglia in testa etc. Quindi questo vuoto di lotta a Taranto ha prodotto dei danni, non parliamo dei danni nel rapporto Taranto-città, operai e movimento ambientalista di carattere antioperaio che impazza in città.

L'altra grossa questione è che i sindacati confederali hanno detto ai lavoratori che la sospensione dei blocchi non era affatto una sospensione della lotta, ma bensì un'attesa della sentenza della Cassazione che affronterà il problema da cui dipenderà anche il carattere dell'incontro romano. Però i sindacati avevano detto ai lavoratori che sospendevano i blocchi per preparare una grande manifestazione a Roma il 27.

Nella discussione di oggi invece è emerso che questa idea della grande manifestazione a Roma via via non è mantenuta e sostanzialmente non è certo che gli operai di Taranto si preparano a una grande manifestazione a Roma per il 27; anche qui si dice che ne parleranno dopo l'emissione della sentenza che può andare anche oltre il 27 - per vedere qual è lo scenario che la sentenza apre.

Lo stesso vale per quanto riguarda l'incontro che c'è stato a Roma relativo all'estensione degli ammortizzatori sociali in cui non si è ottenuto alcun risultato, è stato un incontro che eufemisticamente viene definito “interlocutorio”, ma che nella sostanza non ha portato a nulla.

Quindi gli operai si ritrovano ora a casa, in cassa integrazione o in attesa della sentenza senza alcun risultato, né sul fronte degli ammortizzatori sociali ulteriori, né rispetto alla continuità del loro lavoro in un quadro di piano industriale e ambientale che salvaguardi il lavoro, attui la trasformazione dell'Ilva in senso di riduzione delle fonti inquinanti e affronti nel quadro generale il problema delle bonifiche e del risanamento della città dagli effetti dell'inquinamento e del disastro ambientale provocato dalle gestioni capitalistiche dell'ex Ilva, da Riva alla recente ArcelorMittal.

La nostra posizione però è ben chiara all'interno degli operai, pur non avendo la forza materiale attualmente di mettere in discussione le posizioni dei sindacati interni coalizzati, i tre confederali e l'USB che agisce ormai esplicitamente come quarto sindacato - e quindi senza in nessuna maniera poter essere considerato un'alternativa ai sindacati confederali, ma solo una "quarta gamba" del sindacalismo in questa grande fabbrica, in questo grande gruppo.

Però la nostra posizione ottiene consensi tra gli operai, ma occorre costruire una forza di base auto organizzata in grado di mettere in discussione, di orientare le decisioni e la prassi dei sindacati confederali. Stiamo a vedere quello che succederà nei prossimi giorni e nelle prossime ore.

La vicenda Ilva è la più grande delle vicende operaie nel nostro paese, non solo perché lo stabilimento Ilva è il più grande stabilimento in funzione - per modo di dire - delle fabbriche in Italia, ma anche perché le implicazioni di tutta questa vicenda chiariscono molto bene qual è lo stato della condizione operaia, della situazione operaia e qual è lo stato dell'azione del Capitale, dei suoi governi su un fronte importante che è il lavoro, il salario, il rapporto tra fabbrica e città e la forma fisiologica e patologica rappresentata dalla ex Ilva di Taranto.

Una battaglia quindi sindacale, sociale, politica, su cui si gioca una parte dei destini della classe operaia del nostro paese e su cui chiaramente solo il sindacalismo classista e combattivo rappresentato in questa città e in questa fabbrica dallo Slai Cobas per il sindacato di classe è un'autentica alternativa, che deve avanzare nel contesto di questa situazione difficile.

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