domenica 2 giugno 2013

L'arte della guerra all'Ilva

All'Ilva si vivono giorni di attesa e preoccupazione tra gli operai e di decisioni di padroni, governo e Istituzioni. Gli operai vogliono garanzie sul lavoro, messa a norma dello stabilimento con i fondi di Riva e dello Stato, bonifiche e risarcimenti sul territorio inquinato; e, finora, non hanno ottenuto nulla di tutto questo. Anzi, le preoccupazioni di questi giorni toccano perfino gli stipendi, mentre la sicurezza sul lavoro è pesantemente peggiorata, le emissioni tossiche, vedi Acciaieria, continuano e vanno dall'interno verso l'esterno colpendo operai e cittadini, e siamo sempre nel regime confuso e truffaldino di contratti dei solidarietà.
Sarebbe naturale in questa situazione che gli operai si ribellassero e lottassero. Facessero pesare la loro forza per ottenere ciò che chiedono e per fermare quello che li colpisce e continuerà a colpire.

I padroni, il governo, le Istituzioni questo lo sanno e si preparano all'unica risposta che sono in realtà in grado di dare: la militarizzazione della fabbrica e del territorio – una sorta di occupazione militare dell'Ilva, già vista in opera nei mesi scorsi – la repressione e l'intimidazione; che più di tante parole annunciano di fatto prossime notizie e soluzioni negative.
La Repubblica di domenica nelle pagine locali con un titolo “Ilva: rischio disordini, Viminale in allerta” parla di note riservate e indirizzate al Viminale: “... dalla questura jonica è partito un avviso a “tenersi pronti”, soprattutto ad inviare rinforzi in caso di necessità... una preoccupazione indispensabile e doverosa perchè quella che bussa alle porte si annuncia come una settimana decisiva per il destino del gigante dell'acciaio, da 11 mesi nel cuore di una tempesta giudiziaria che potrebbe generare uno Tsunami economico e sociale...”.
Stato, padroni e governo contano su fedeli alleati per tenere buoni gli operai e consegnarli come vittime ai loro piani, i sindacati confederali che dicono costantemente ai lavoratori di aspettare il vertice del governo, le decisioni del governo, le decisioni del Consiglio di Amministrazione dell'Ilva, il dibattito parlamentare, il giorno degli stipendi, ecc...

Ma al loro fianco hanno un alleato principale in fabbrica, il 'Comitato Liberi e pensanti' che denuncia – ed è bene – come tutti siano impegnati a salvaguardare essenzialmente gli interessi di Riva e della produzione, denunciano come la città continui a pagare un costo in termini di salute alla continuità di questa situazione, ma a questa denuncia fa corrispondere una pressione ricattatoria, demagogica verso gli operai, che non dovrebbero scendere in lotta perchè sarebbe a difesa di Riva, che (non sia mai!) non devono bloccare la città perchè sarebbe contro i cittadini; e affermando, comunque, che la soluzione migliore è chiudere la fabbrica per metterla a norma, quando qualsiasi operaio sa o dovrebbe sapere che una volta messi fuori i lavoratori non ci sarebbe nessuna messa a norma, nessun controllo da parte degli operai della stessa, ma solo ammortizzatori sociali per un po' e rientro totalmente incerto, in un quadro di desertificazione industriale, disoccupazione di massa, trionfo della speculazione e della malavita – come è stato ed è a Bagnoli e ovunque si segua una strada simile in Italia. Invece che “cozze e calamari”, “cazzi e pallonari” avrebbero gli operai e la stessa città.
Su scala nazionale, si confonde la contestazione operaia del 2 agosto 2012, la mobilitazione cittadina del 15 dicembre e il concerto del 1° maggio – cose giuste e sacrosante – con le idee, i programmi, la cultura, l'ideologia e la demagogia reazionaria e antioperaia, di stampo grillino del gruppo che si definisce Comitato Liberi e pensanti, che sono custodi delle grida sociali sul territorio e della pace sociale in fabbrica.

In questa forbice si trovano le avanguardie operaie e i lavoratori che vogliono lottare.
Gli operai del Mof sono in lotta, altri operai vogliono il cambio di una rappresentanza sindacale per poter lottare e intanto denunciano e si lamentano ogni giorno, ma manca tuttora un'organizzazione operaia in grado di rispondere alla situazione non con proteste e lamenti ma con l'azione e la lotta reale, per rovesciare innanzitutto i Tavoli truccati di padroni, Stato, governo e sindacati confederali e quindi rovesciare la situazione esistente prendendosi nella proprie mani la lotta, la fabbrica, la piattaforma, l'unità con le masse popolari di Taranto, in una battaglia che è decisiva non solo per le sorti dell'Ilva e di Taranto ma dell'intero movimento operaio del nostro paese.

Gli operai dello Slai cobas per il sindacato di classe, minoranza assediata, e proletari comunisti, riferimento politico organizzato, stanno combattendo una dura battaglia nella guerra di posizione per trasformarla in guerra di movimento, che deve allargarsi tra gli operai ed essere sostenuta a livello nazionale.

Proletari comunisti – 2.6.13 – pcro.red@gmail.com

Accordo su rappresentanza: dal fascismo padronale al fascismo sindacale

L'accordo “storico” firmato da padroni e Cgil, Cisl, Uil, con l'appoggio anche della Fiom di Landini, è l'ennesimo grave attacco alle libertà sindacali, ai diritti dei lavoratori di scegliersi il proprio sindacato e i propri rappresentanti sindacali, ai diritti di approvare o respingere accordi/contratti nazionali, al diritto di sciopero.
E' il fascismo neocorporativo del sindacalismo confederale che si sposa e si unisce al fascismo padronale, partito dalla Fiat e da tempo in estensione in tutte le fabbriche e posti di lavoro.
Per Cisl e Uil è il compimento naturale del passaggio nel campo del padrone e del governo, da tempo in atto e che ha trovato nell'accordo Fiat il suo punto di maggiore consistenza.
Per la Cgil è la fine di un equivoco, di una falsa opposizione e di un rientro a pieno titolo nella gestione neocorporativa e neoconsociativa del sistema capitalista.
Chi invece vorrebbe ostinarsi a rimanere con un piede in due staffe è la Fiom di Landini che nei comizi si dice contro e nella prassi è a favore, e contribuisce a dare una base di consenso in quello che è e può essere l'anello debole del sistema e dell'accordo: le fabbriche.

A questo accordo si risponde con la lotta. Lo Slai cobas per il sindacato di classe è disponibile a partecipare e promuovere tutte le iniziative di lotta necessarie; là dove siamo presenti, dopo il necessario lavoro di informazione con volantini, incontri e assemblee, promuoverà scioperi, contestazioni e raccolte di firme contro l'accordo. Ma, naturalmente, pensiamo che soprattutto in fase di protesta dei lavoratori su lavoro, salari, diritti o in fase di applicazione pratica di questo accordo, sarà più possibile organizzare e sviluppare la protesta dei lavoratori.

Va detto, però, che noi non abbiamo mai accettato le attuali Rsu come forma democratica di rappresentanza dei lavoratori, e quindi non pensiamo che l'obiettivo è difendere l'attuale sistema; né tantomeno abbiamo mai avuto alcuna fiducia nella legge sulla rappresentanza espressa da questi parlamenti, questi governi.
Con questo accordo padroni e sindacati cancellano in realtà una vera rappresentanza dei lavoratori, e quindi la lotta deve essere per una vera rappresentanza dei lavoratori. E la vera rappresentanza che i lavoratori hanno potuto avere e riconoscere sono stati i Consigli di Fabbrica, ed è ad essi che bisogna tornare e per essi che bisogna lottare, qualunque sia il tempo necessario e costi quel che costi.
Non siamo, quindi, per rivendicare il mantenimento dell'attuale sistema, né possiamo dimenticare che alcuni sindacati di base pur di rimanere nell'attuale sistema hanno firmato accordi, fatto concessioni di principio e di pratica che, lungi dall'aver allargato la rappresentanza e portato a maggior democrazia sui posti di lavoro, sono stati e sono armi impotenti nella battaglia per la rappresentanza e il sindacato di classe.

Lavorare per difendere i diritti dei lavoratori, per una vera rappresentanza, per un sindacato di classe, significa rompere anche nel sindacalismo di base con queste logiche perdenti.


SLAI COBAS per il sindacato di classe
Coordinamento nazionale

2.6.2013

ciao franca - una iniziativa politico-teatrale la ricorderà anche a Taranto

pc 2 giugno - il saluto a franca rame ..donne in rosso e grande partecipazione..Jacopo ha ricordato il tuo impegno infaticabile ai tempi del Soccorso Rosso ..

Una grande folla ha accompagnato Franca Rame nel suo ultimo viaggio. Migliaia di donne e uomini, giovani e meno giovani,  hanno salutato non per dirle addio, ma per gridare Ciao, sei sempre con noi.
 Occhi lucidi e cuori tristi. ma poi tornare a sorridere e dire “no Franca non se ne andrà mai”. Un fiore ROSSO troppo bello per sfiorire in una grigia mattina di maggio. E tanti sono stati i toni di Rosso, il tuo colore preferito, che tante donne hanno portato e tanti altri. Dalle sciarpe ai fazzoletti; dagli ombrelli alle magliette; ma anche i tappeti messi alle finestre. E tutti ad intonare Bella Ciao come fosse un nuovo canto Partigiano e i giovani che gridavano “Franca è viva e lotta insieme a noi, le nostre idee non moriranno mai”. Unica nota stonata il saluto istituzionale del sindaco Pisapia, troppo freddo e poco in linea con ciò che Franca è realmente stata. Certo il cosiddetto vento nuovo che doveva soffiare sapeva quà e là di vecchio  di gente schierata e inserita  a difesa di questo sistema. A rimettere le cose a posto le parole del figlio Jacopo. Con voce rotta dalla commozione ma orgogliosa ha ripercorso la vita e l'impegno. Sempre al fianco degli ultimi e di chi soffre, ma non semplice amore cristiano, ma ora denuncia di questo sistema ora ribellione contro il fascismoe contro questo stato. Jacopo ha ricordato il tuo impegno infaticabile ai tempi del Soccorso Rosso in giro per le carceri per denunciare le torture che subivano operai studenti compagni, tutti uniti dal bi/sogno di rivoluzione di cambiamento, nella stagione in cui le luride mani dei fascisti mettevano le bombe e le istituzioni erano i mandanti. Il figlio ha detto che quel periodo è stato un G8/Genova 2001 ante litteram. E questo impegno, quello che gli ripeteva sempre “non si può rimanere in silenzio” “si deve fare” e il sistema a cui come ha detto Jacopo, “rompevi i coglioni e in più eri bella” ha messo in atto la più vigliacca delle violenze, quella contro le donne. Ma Franca di estrazione cattolica hai combattuto contro la vergogna ed hai trasformato il dolore le offese in denuncia ed esempio e al servizio di tutte le donne. E il migliore omaggio è stata la presenza di migliaia di donne di diverse generazioni e tutte con qualcosa di rosso, dalle cui fila si sono alzate grida di schifo per fascisti e carabinieri. Jacopo ha concluso ricordando quello che gli diceva da piccolino “Dio c’è ed è Comunista” a cui lui ha aggiunto “ed anche Donna”, e dire che questo sistema si estinguerà come i dinosauri, concludendo “compagni li sconfiggeremo”. La piazza e i suoi familiari sosno stati una cosa sola. Dario FO che ha tenuto dentro il dolore e ha ripercorso il rapporto personale ed artistico, con delicatezza e pudore, ma con naturalezza come se le migliaia di presenti fossero tutti parenti stretti, ammettendo per la prima volta che il testo di “Coppia aperta quasi spalancata” l’aveva scritto Franca, come dire che per voi il personale è stato politico. Poi in maniera semplice ricordando un modo di dire in teatro “se hai soddisfatto i cuori e le menti del pubblico, posso anche morire” DarioFo ha salutato infine Franca con un liberatorio CIAOOO!!!. Ma dopo l’urlo una richiesta è stata fatta. Per la Banda degli Ottoni che ha accompagnato il corteo con Bella Ciao – Sebben Che siamo Donne-Hasta Siempre è stato chiesto di intonare l’Internazionale, ed è stato un coro unico. 
Lo slogan Franca è viva e lotta insieme a noi è davvero una verità:
da un compagno di proletari  comunisti -PCm italia

sabato 1 giugno 2013

Ilva - si sono incartati. La vera "notizia" la devono dare gli operai...

Il governo si è incartato, non sa quale soluzione dare. Ministri, partiti, Vendola, Sindacati confederali, esperti, associazioni industriali tarantine e nazionali, ognuno tira dal cappello una "soluzione".
Uilm, Fiom, parlano di "nazionalizzazione" (e anche l'Usb), al di là che il governo gli ha detto in mille modi che è impossibile, che non ci sono i soldi...
La Fim, fedele al padrone, vuole un ritorno di Bondi, lasciando la situazione della proprietà così com'è.
Vendola parla di commissariamento.
I padroni nazionali e locali, chi più esplicitamente chi meno, dicono datacela a noi (ma i soldi metteteli voi)...
Il governo vuole evitare provvedimenti che abbiamo il sapore di un esproprio, e punta più sull'amministrazione straordinaria e l'ultima trovata è recente e fantasiosa, quanto impossibile: un "blind trust". Vale a dire, "la famiglia Riva (sempre che sia disponibile) potrebbe conferire la maggioranza della holding Riva Fire spa oggetto del maxi sequestro del Gip di Taranto.... consentendo all'eventuale commissario di agire garantendo investimenti e continuità produttiva delle imprese a valle". Ma figurarsi se Riva, che ha depositato al Tribunale del riesame di Taranto richiesta di revoca del sequestro degli 8,1 mld, dovrebbe dire Sì a conferire la maggioranza della Riva Fire!
Cosa ne può uscire da questo guazzabbuglio?

Poi c'è il problema dei tempi. Il prefetto di Taranto oggi ha detto che l'applicazione dell'art. del decreto 231/12 non è affatto semplice e rapida, tra notifiche e tempi da dare a Riva per fare il ricorso passano mesi. Il Pdl, tanto per non essere messo da parte, ha chiesto il dibattito in parlamento e questo avverrà martedì - che è già 4 giugno. Il 5 giugno dovrebbero essere ratificate le dimissioni del CdA dell'Ilva. 

Possono, in questa situazione, gli operai dell'Ilva stare semplicemente ad aspettare?
Tutti parlano, gli unici che non si fanno realmente sentire, con i loro strumenti di lotta, sono gli operai.
Che intanto lavorano ad alto rischio, non solo del prossimo futuro, non solo con la spada di Damocle del non pagamento dello stipendio di giugno e di essere messi via via fuori dalla fabbrica - a cominciare dal Treno Natri 1 (per l'ennesima volta), ma a forte rischio sicurezza, visto che oggi la fabbrica è di fatto "abbandonata" da quegli stessi che l'hanno portata a questo punto.
Cosa aspettare? Di cosa preoccuparsi, se non che da un giorno all'altro gli operai si possono trovare senza lavoro e salute?
La magistratura ha fatto il suo ulteriore passo, ma i miliardi in corso di sequestro resteranno congelati fino alla sentenza definitiva, cioè per anni, quindi non verranno utilizzati immediatamente per la messa a norma; d'altra parte finora degli 8,1 mld, è stato recuperato solo 1, e a leggere di dove parte di questo miliardo viene recuperato cadono le braccia: la foresteria dell'Ilva, la sede del Centro studi nella Città vecchia di Taranto, il poligono di tiro... Recuperando le briciole quanti anni ci vorranno? Perchè con lo stesso ragionamento che ha portato la magistratura di Taranto a mettere le mani sulla Rive Fire la cassa dell'Ilva, non si mettono le mani, salendo nella catena di controllo dell'Ilva - che fa capo sempre e solo alla famiglia Riva - anche sulle altre società: a Lussemburgo dove c'è la società Utia che ha il 39,9% di Riva Fire, ad Amsterdam dove c'è la Monamarch Holding che ha il 100% della Utia e a Curacao, dove sta la vera cassaforte di famiglia, la Luxpack, che ha a sua volta il 100% della società di Amsterdam?

In questa situazione, la vera notizia la possono e la devono provocare gli operai. La notizia che tutti temono e vogliono scongiurare: quella della scesa in campo della lotta degli operai, della loro rivolta, per essere realmente loro, il centro delle discussioni.

Chiarezza: lettera agli operai appalto Eni a Rsu Fiom, Fim, Uilm



AGLI OPERAI DELL’APPALTO ENI
ALLE RSU DI FIOM, FIM E UILM

La maniera come ieri il giornale “Quotidiano” ha riportato il comunicato stampa dello Slai cobas per il sindacato di classe sullo sciopero del 30 maggio dell’appalto Eni è totalmente sbagliato lì dove attribuisce l’iniziativa dei lavoratori allo slai cobas.
Questo non c’era affatto nel comunicato dello slai cobas che parla, invece, di “solidarietà” – e che vi inviamo.
Ed è grave che il giornalista del Quotidiano arbitrariamente abbia scritto quelle frasi non vere. Vi assicuriamo che ieri, i primi ad esserne sorpresi e arrabbiati siamo stati noi. Tant’è che nel pomeriggio appena letto l’articolo immediatamente abbiamo chiesto una rettifica al “Quotidiano” che oggi riporta sul suo giornale a pag. 12, scrivendo: “lo Slai Cobas ha espresso solo solidarietà… Lo sciopero organizzato dai lavoratori dell’appalto Eni è stato indetto dalle Rsu di Fim-Cisl, Fiom-Cgil e Uilm-Uil: per un involontario errore infatti, nell’articolo apparso ieri, l’iniziativa era stata attribuita allo Slai cobas. Il sindacato di base aveva espresso soltanto solidarietà ai lavoratori coinvolti nelle vertenze per i cambi di appalto e aveva commentato l’ottima riuscita della protesta dell’appalto della raffineria Eni di Taranto ma non si era attribuita la paternità dello sciopero…”.
Ieri stesso, d’altra parte, un altro giornale “TarantoOggi” riportava, invece, in maniera corretta il comunicato dello slai cobas.
Vi possiamo assicurare, e chi ci conosce lo sa bene, che non è assolutamente stile dello Slai cobas quello di attribuirsi paternità di lotte che non fa.

Speriamo che con questo chiarimento, che, ripetiamo, potrete verificarlo dalla rettifica del giornale stesso, l’ “indignazione”, sacrosanta da voi espressa nei confronti dello slai cobas rientri.

Detto questo, lo slai cobas è stato presente giovedì alla portineria del varco 3 perché alcuni lavoratori della Rendelin, iscritti allo Slai cobas, ci hanno chiamato e invitato a venire.
I coordinatori provinciali dello Slai cobas, quindi, lo hanno immediatamente fatto, per solidarizzare e conoscere da vicino lo stato della situazione.
La prima cosa che hanno fatto è stato, quindi, informarsi dai lavoratori e dai rappresentanti dei sindacati confederali che stavano facendo il presidio alla portineria a che punto era tutta la vicenda, anche allo scopo di vedere se potevano fare qualcosa per contribuire alla lotta che i lavoratori stavano facendo con un blocco molto riuscito.
Cosa che hanno peraltro fatto immediatamente, contattando la Direzione prov.le del Lavoro e chiedendo anche a loro che cosa stessero facendo per salvaguardare il diritto al lavoro nel cambio di appalto.
Dopo di che, hanno fatto un comunicato stampa di solidarietà e di informazione, perché è giusto e sacrosanto, e i lavoratori ne hanno diritto, che la stampa informi su questa importante lotta – cosa che altrimenti non ci sarebbe stata. Poi il “Quotidiano” invece di mettere il comunicato, lo ha interpretato in maniera sbagliata, a modo suo.
Questi i fatti, per chiarezza e massimo rispetto reciproco.  

Però, nessuno può fare affermazioni che non corrispondono alla realtà.
Non è vero che lo slai cobas è sconosciuto ai lavoratori, tant’è che, appunto, mesi fa alcuni operai proprio della Rendelin si rivolsero e si iscrissero allo Slai cobas. I lavoratori non sono “proprietà” di nessuna sigla sindacale.
Non è vero che noi non conosciamo le problematiche del lavoro e dei lavoratori della Raffineria. Anche in passato ci siamo occupati dell’Eni, soprattutto per questioni legate alla sicurezza e conoscevamo parzialmente la situazione della Rendelin.
Non è giusto, e noi no lo accetteremmo, se si vuole usare questo errore del giornale per dire che lo slai cobas deve stare fuori dalla lotta degli operai dell’appalto Eni. Lo Slai cobas, per quanto gli è possibile, per le poche forze che ha – visto che non vi sono funzionari sindacali – sta nelle lotte dei lavoratori, o per essere al loro fianco per solidarietà, dando un proprio contributo alla vittoria della lotta, o, dove gli stessi lavoratori lo chiedono, entrando nel merito della conduzione della lotta.
Questo nessuno ce lo può impedire.
Infine, per essere chiari su tutto. Il contributo ad una lotta – tra l’altro importante come quella dell’appalto Eni – è anche quella di darne visibilità, di farla conoscere agli altri lavoratori, alla cittadinanza, per renderla più forte. Per nostra esperienza – e vi possiamo assicurare che ne abbiamo abbastanza (Ilva, lotte dei lavoratori delle pulizie, altre fabbriche metalmeccaniche come la Effer, lotte dei disoccupati, lavoratori della Pasquinelli, del Cimitero, ecc.) – far uscire dal silenzio le lotte è stato sempre un’”arma” utile anche alla soluzione positiva della lotta. E, a volte i giornalisti – che fanno un cattivo servizio – si cacciano, a volte si fanno venire perché parlino non solo delle ragioni delle aziende ma delle ragioni dei lavoratori.

Il testo sulle nuove regole (fasciste) di rappresentanza sindacale



PER QUESTO HANNO RINVIATO LE ELEZIONI RSU ALL'ILVA. HANNO ASPETTATO L'ACCORDO SULLE NUOVE REGOLE PER IMPEDIRE CHE I SINDACATI DI BASE POSSANO PARTECIPARE ALLE ELEZIONI. 
DI FATTO, SULLA BASE DI QUESTO ACCORDO, LE ELEZIONI ANCHE ALL'ILVA NON SI FARANNO PRIMA DI 6 MESI E SARANNO BLINDATE E TRUCCATE. 

Di seguito rendiamo noto il testo (quasi integrale - per lunghezza, abbiamo eliminato solo frasi ininfluenti) dell'accordo sulle nuove regole per la rappresentanza sindacale sottoscritto ieri tra Squinzi (confindustria) e Cgil, Cisl, Uil. 
Padroni, vertici sindacali, governo Letta esultano! Sono fieri di un pesantissimo attacco alla democrazia sindacale, ai lavoratori, che, in maniera fascista, in contrasto ancora una volta con i principi di democrazia e libertà della stessa Costituzione, toglie la libertà di organizzazione dei lavoratori, toglie la libertà di sciopero - che è un diritto individuale di ogni lavoratore, fino alla libertà di dissenso dagli accordi/contratti svendita sottoscritti da Cgil, Cisl e Uil, vuole disciplinare i lavoratori come dei soldatini, vuole impedire - a fronte dell'ampio dissenso dei lavoratori nelle fabbriche e in tutti i posti di lavoro verso i sindacati collusi con i padroni - che sindacati di base e altre organizzazioni sindacali decise dai lavoratori possano partecipare alle Rsu, sia mettendo lo sbarramento del 5% di rappresentatività, sia imponendo la sottoscrizione di un impegno a non fare scioperi e a non mettere in discussione accordi firmati da loro. 

Contro queste regole da dittatura sindacal/padronale non servono "le critiche e i dissensi" che fanno tante parole e nessun fatto - neanche quello minimo di cacciare da assemblee e iniziative di lotta i dirigenti sindacali. 
Occorrono rotture concrete. Occorrono vaste azioni di protesta. Occorre prendersi ed esercitare nei fatti i diritti che vogliono togliere: il diritto di sciopero, in primis, il diritto dei lavoratori di eleggere direttamente i propri delegati nelle assemblee.

SLAI COBAS per il sindacato di classe - ILVA.

PROTOCOLLO D’INTESA
Con la presente intesa le parti intendono dare applicazione all’accordo del 28 giugno 2011 (...)
in materia di rappresentanza e rappresentatività per la stipula dei Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro, fissando i principi ai quali ispirare la regolamentazione attuativa e le necessarie convenzioni con gli enti interessati.
Le disposizioni della presente intesa si applicano alle Organizzazioni firmatarie e sono inscindibili in ogni parte.

Misurazione della rappresentatività.
Come definito al punto 1 dell’accordo 28 giugno 2011, la certificazione della rappresentatività delle organizzazioni sindacali, ai fini della contrattazione collettiva di categoria, assume i dati associativi riferiti alle deleghe relative ai contributi sindacali conferite da lavoratrici e lavoratori e i consensi ottenuti (voti espressi) dalle organizzazioni sindacali in occasione delle elezioni delle RSU.
Il numero delle deleghe viene acquisito e certificato dall’INPS…
Ai fini della misurazione del voto espresso da lavoratrici e lavoratori nella elezione della Rappresentanza Sindacale Unitaria varranno esclusivamente i voti assoluti espressi per ogni Organizzazione Sindacale aderente alle Confederazioni firmatarie della presente intesa. Lo stesso criterio si applicherà alle RSU in carica, elette cioè nei 36 mesi precedenti la data in cui verrà effettuata la misurazione…
La certificazione della rappresentatività di ogni singola organizzazione sindacale aderente alle Confederazioni firmatarie della presente intesa, utile per essere ammessa alla contrattazione collettiva nazionale, così come definita nell’intesa del 28/6/2011 (ossia il 5%), sarà determinata come media semplice fra la percentuale degli iscritti (sulla totalità degli iscritti) e la percentuale dei voti ottenuti nelle elezioni delle RSU (sul totale dei votanti), quindi, con un peso pari al 50% per ognuno dei due dati.

Fermo restando quanto già sopra definito in materia di RSU, nonché quanto previsto dall’accordo del 28/6/2011, le parti convengono che:
…In ragione della struttura attuale della rappresentanza, che vede la presenza di RSU o RSA, il passaggio alle elezioni delle RSU potrà avvenire solo se definito unitariamente dalle Federazioni aderenti alle Confederazioni firmatarie il presente accordo.
le RSU scadute alla data di sottoscrizione dell’intesa saranno rinnovate nei successivi sei mesi;
le RSU saranno elette con voto proporzionale;
il cambiamento di appartenenza sindacale da parte di un componente la RSU ne determina la decadenza dalla carica e la sostituzione con il primo dei non eletti della lista di originaria appartenenza del sostituito.
Confindustria, Cgil, Cisl e Uil si impegnano a rendere coerenti le regole dell’accordo interconfederale del dicembre 1993, con i suddetti principi, anche con riferimento all’esercizio dei diritti sindacali e, segnatamente, con quelli in tema di diritto di assemblea in capo alle Organizzazioni sindacali firmatarie della presente intesa, titolarità della contrattazione di secondo livello e diritto di voto per l’insieme dei lavoratori dipendenti.

Titolarità ed efficacia della contrattazione
Sono ammesse alla contrattazione collettiva nazionale le Federazioni delle Organizzazioni Sindacali firmatarie del presente accordo che abbiano, nell’ambito di applicazione del contratto collettivo nazionale di lavoro, una rappresentatività non inferiore al 5%, considerando a tale fine la media fra il dato associativo (percentuale delle iscrizioni certificate) e il dato elettorale (percentuale voti ottenuti su voti espressi).
Nel rispetto della libertà e autonomia di ogni Organizzazione Sindacale, le Federazioni di categoria - per ogni singolo CCNL - decideranno le modalità di definizione della piattaforma e della delegazione trattante e le relative attribuzioni con proprio regolamento.
In tale ambito, e in coerenza con le regole definite nella presente intesa, le Organizzazioni Sindacali favoriranno, in ogni categoria, la presentazione di piattaforme unitarie.
Fermo restando quanto previsto al precedente punto 1, in assenza di piattaforma unitaria, la parte datoriale favorirà, in ogni categoria, che la negoziazione si avvii sulla base della piattaforma presentata da organizzazioni sindacali che abbiano complessivamente un livello di rappresentatività nel settore pari almeno al 50% +1.
I contratti collettivi nazionali di lavoro sottoscritti formalmente dalle Organizzazioni Sindacali che rappresentino almeno il 50% +1 della rappresentanza, come sopra determinata, previa consultazione certificata delle lavoratrici e dei lavoratori, a maggioranza semplice - le cui modalità saranno stabilite dalle categorie per ogni singolo contratto – saranno efficaci ed esigibili. La sottoscrizione formale dell’accordo, come sopra descritta, costituirà l’atto vincolante per entrambe le Parti.
Il rispetto delle procedure sopra definite comporta, infatti, oltre l’applicazione degli accordi all’insieme dei lavoratori e delle lavoratrici, la piena esigibilità per tutte le organizzazioni aderenti alle parti firmatarie della presente intesa. Conseguentemente le Parti firmatarie e le rispettive Federazioni si impegnano a dare piena applicazione e a non promuovere iniziative di contrasto agli accordi così definiti.
I contratti collettivi nazionali di categoria, approvati alle condizioni di cui sopra, dovranno definire clausole e/o procedure di raffreddamento finalizzate a garantire, per tutte le parti, l’esigibilità degli impegni assunti e le conseguenze di eventuali inadempimenti sulla base dei principi stabiliti con la presente intesa.

Le parti firmatarie della presente intesa si impegnano a far rispettare i principi qui concordati e si impegnano, altresì, affinché le rispettive strutture ad esse aderenti e le rispettive articolazioni a livello territoriale e aziendale si attengano a quanto concordato nel presente accordo.
Le parti sono impegnate, nel rispetto di quanto definito, a monitorare la puntuale attuazione dei principi qui concordati, nonché a concordare modalità di definizione di eventuali controversie sorte come conseguenza della loro concreta applicazione.

CONFINDUSTRIA CGIL CISLUIL
ROMA, 31 MAGGIO 2013

Ilva: "Salviamo il capitalismo!", prima di tutto...


Su Sole 24 Ore di ieri è uscito un altro articolo di Paolo Bricco sull'Ilva "UNA SFIDA DA IMPRENDITORI - L'industria prima di tutto". 
Questo giornalista non è nuovo ad articoli che fanno da megafono della voce dei padroni italiani, dei loro interessi e delle loro preoccupazioni (chiaramente solo quelle loro) sulla questione del rischio chiusura dell'Ilva di Taranto. Già il 25 maggio aveva scritto: 

"Il capitalismo italiano rischia di perdere un altro pezzo. Insostituibile. La siderurgia è una componente vitale del nostro sistema industriale. L'Ilva è il suo cuore. La scelta dei magistrati di Taranto di sequestrare i beni dei Riva introduce un nuovo - inatteso - elemento di instabilità strutturale...
L'Ilva di Taranto non significa solo i 12mila addetti diretti impegnati nella fabbrica. Le sue potenziali dieci milioni di tonnellate di acciaio all'anno equivalgono ai due quinti della produzione totale italiana, sia dei prodotti lunghi sia dei prodotti piani. I soli prodotti piani (coils, nastri e lamiere) si attestano al 74% dell'offerta italiana. Al netto dell'acciaio importato dall'estero, l'Ilva soddisfa il 67% del consumo effettivo del nostro sistema industriale. Una quota enorme. Che pervade in ogni sua parte il Made in Italy. Il 25% della componentistica italiana destinata all'automotive è infatti realizzato con l'acciaio prodotto negli altiforni di Taranto. Lo stesso capita per il 16% dei casalinghi, per il 20% delle macchine e degli apparati meccanici, per l'8% della carpenteria pesante e per il 4% del bianco....
Gli effetti di questo sequestro, con la nomina di Mario Tagarelli, commercialista in Taranto con studio in Via Principe Amedeo 146, (è evidente l'ironia - ndr) a custode e amministratore giudiziario dei beni dei Riva, sono tutti da chiarire... Se la situazione precipitasse, il nostro sistema industriale non potrà permettersi la chiusura di Taranto. E, forse, nemmeno che l'acciaieria venga acquisita da una multinazionale straniera..."

Nell'articolo del 31 maggio è ancora più esplicito su cosa per questo sistema sarebbe in gioco:

"L'industria, prima di ogni cosa. L'Ilva non può essere gestita con criteri non imprenditoriali. La posta in gioco è troppo alta. L'ottavo gruppo siderurgico al mondo è un'impresa. La sua proprietà deve restare privata. E l'unica possibilità che si ha per garantire la continuità aziendale...
...C'è nell'aria un clima che, con la cultura dell'impresa privata, c'entra poco: si parla di nazionalizzazione, in molti non comprendono l'irrazionalità dell'attuale assetto, con i magistrati trasformatisi in azionisti de facto, prossimi a nominare i vertici operativi dell'ottavo gruppo siderurgico al mondo. Soltanto una proprietà privata, soltanto una governance basata sui principi del capitalismo europeo possono garantire il buon funzionamento - e anche la realizzazione delle bonifiche e degli ammodernamenti prescritti dall'Aia - di un colosso industriale e commerciale. Tutti sembrano dare per scontato che, i Riva, siano ormai fuori gioco. E, in molti, ampliano il discorso mettendo in dubbio che l'impresa debba continuare a essere a capitale privato. Gli imprenditori lombardi, se hanno sbagliato con la salute delle persone e con il fisco italiano, pagheranno i loro conti personali. E, se glie lo sarà consentito, saranno loro a dovere finanziare - secondo le regole fissate dall'Aia - le bonifiche necessarie. Estrometterli per principio dalla gestione dell'azienda significa stabilire una equivalenza generale fra imprenditori e criminali. 
...Fare però passare il principio che un'impresa può anche essere condotta con criteri non imprenditoriali da non imprenditori significa condannare l'impresa stessa a un rapido default delle sue finanze aziendali. Come, infatti, a Taranto sta già capitando in queste ore. Con le prossime ricadute sulla tenuta del nostro sistema manifatturiero, che dalla siderurgia imperniata sull'Ilva ottiene una fetta considerevole delle sue forniture, essenziali per una economia di trasformazione come la nostra. Nessuno, peraltro, osa immaginare quale stato d'animo possano avere i lavoratori dell'Ilva....

Ciò che emerge da questo articolo è la preoccupazione che ciò che è in gioco è la salvaguardia stessa del capitalismo; ciò che emerge è l'immutabilità del capitalismo come unico ed eterno sistema che può garantire una "governance"; una sorta di idolatria della "proprietà privata" che non deve essere toccata altrimenti tutto crolla. E' l'elogio degli imprenditori che - al di là di qualche pecora nera che avrà fatto qualche "piccolo errore personale" - salvano l'Italia, brave persone e mai "criminali". 

Ora, al di là che nessun magistrato, nessuna Giud. Todisco vuole mettere in discussione la proprietà privata e il capitalismo (ma soltanto correggere le sue "aberrazioni"); al di là che anche chi oggi parla di nazionalizzazione (dalla Fiom alla Uilm, all'Usb, a Paolo Ferrero di Rifondazione comunista, ecc.) non sta affatto pensando al socialismo in cui è abolita la proprietà privata, il profitto e il sistema di sfruttamento dei padroni... - Stia tranquillo su questo Paolo Bricco! 
Al di là di questo, la "voce del padrone" (Sole 24 Ore e alcuni dei suoi giornalisti) nasconde che ciò che è accaduto all’Ilva – tra l’altro, appunto, non una fabbrichetta ma un colosso mondiale – è proprio il frutto del sistema capitalista (che Bricco vuole salvare). Non si tratta di un particolare “cattivo padron Riva”, ma del funzionamento normale del sistema capitalista e imperialista che come un vampiro per il “profitto”, come alla Fiat taglia migliaia di posti di lavoro e instaura un regime da moderno fascismo padronale in fabbrica, all’Ilva (ma anche in tante altre fabbriche della “morte”, vedi Eternit, Thyssen, Marlane, ecc. ecc.) taglia sui costi (per il capitale altamente improduttivi) della salute, della sicurezza, dell’ambiente (ma non lo disse già il governo Berlusconi che questi costi erano superflui?!).
E’ il sistema normale dei padroni che per difendere i loro utili “privati” – ma frutto di una produzione che è sociale – hanno tutto un sistema di “professionisti delle truffe”, fanno finte operazioni industriali e vere truffe finanziarie – con aiuto di banche, di leggi truffadine dei governi; è il sistema normale dei “bravi imprenditori” quello di “prendi i soldi e scappa”, di nascondere miliardi, frutto dello sfruttamento, del sangue degli operai, nei paradisi fiscali – ma che si crede Bricco che a Curacao o a Jersey stanno solo i soldi dei Riva?
Cosa sono questi capitalisti, come chiamarli? Non sono tutti “CRIMINALI”?

Chi l’ha detto che le fabbriche possono funzionare solo applicando i “principi del capitalismo”? Certo per i padroni, Sì – altrimenti non sarebbero capitalisti…
Ma per gli operai, per il proletariato, per le masse popolari, Riva è la dimostrazione a cosa portano i “principi, sacri e inviolabili, del capitalismo”.
Nessuno può far illudere che altri capitalisti o cordate di imprenditori possano salvare l’Ilva nel senso giusto di salvare posti di lavoro e salute. Andatelo a chiedere ai lavoratori buttati in mezzo ad una strada dell’Alitalia (“salvata” da una cordata in cui c’era anche Riva), se è vero! – e per piacere, caro giornalista, lascia stare “lo stato d'animo che possano avere i lavoratori dell'Ilva…” , di cui né tu né i tuoi padroni potete avere lontanamente idea…

E’ proprio il capitalismo, signori!, che per i suoi “principi” porta morte!
Ciò che l’Ilva dimostra è che sempre più viene alle corde la contraddizione del sistema capitalista tra produzione sociale fatta da milioni di operai e l’appropriazione privata – il ladrocinio - della ricchezza sociale da parte di un pugno di capitalisti! E’ questa contraddizione che è il cancro! E’ questa contraddizione – la quale via via che la crisi del capitalismo avanza si mostra chiaramente come irrisolvibile – che deve saltare! Le fabbriche sono di chi produce, sono degli operai. Che quando avranno il potere e le potranno gestire con i principi che la produzione torna a chi l’ha prodotta e alle masse popolari, dimostreranno ampiamente di saperle ben gestire con criteri non “imprenditoriali”, ma sociali.
E’ possibile e necessario rovesciare il sistema capitalista. Esso non è affatto eterno! Il contrasto stridente tra sistema di produzione capitalista e forze produttive sociali è stridente e sempre più, se non risolto, produrrà disastri.
E’ chiaro che questo sistema capitalista – che si difende con le unghie e con i denti e ha dalla sua un forte esercito, fatto di Stato, governi, polizia, ma anche di sindacati confederali, giornalisti, ecc. – non potrà esplodere da solo. Sono gli operai organizzati in un loro partito – comunista – costruendo un loro “esercito” e un fronte ampio delle masse popolari (che sono il 90% della società), che lo dovranno rovesciare con la rivoluzione proletaria.