Dopo la causa civile per due miliardi agli eredi del patron del gruppo, Emilio Riva, per la famiglia arriva adesso la richiesta di fallimento della Riva Fire, controllante del gruppo, considerata una scatola ormai “vuota” e oberata dai debiti. La richiesta giunge dai pm di Milano Stefano Civardi e Mauro Clerici, titolari dell’inchiesta milanese sulla gestione di Ilva: dell’istanza si discuterà il prossimo 25 marzo, durante l’inchiesta fissata davanti ai giudici della sezione fallimentare del Tribunale.
A spingere la Procura a chiedere l’istanza di fallimento i circa 429 milioni di patrimonio netto in negativo della holding che deteneva il 90% del gruppo Ilva. La differenza tra attivo e passivo è emersa dal bilancio al 31 dicembre 2014: secondo i pm erano le realtà industriali sottostanti ad alimentare la società, tra cui principalmente l’Ilva che tramite un contratto di servizi e assistenza versava circa 40 milioni l’anno alla Riva Fire. Una volta perso l’asset, e dopo la dichiarazione dello stato di insolvenza dell’Ilva a gennaio dello scorso anno, la holding ha perso anche le sue principali fonti di guadagno, tra cui la Fire spa con partecipazione in Alitalia. Infine le attività non legate all’Ilva e cioè il settore tubi lunghi, tra i  ‘business’ della famiglia Riva, che è stato scorporato dalla Riva Fire per essere trasferito in pancia alla Riva Forni Elettrici.

L’istanza di fallimento è stata notificata al liquidatore Andrea Rebolino, commercialista di Genova dove la Finanziaria Industriale Riva Emilio ha trasferito la sua sede.Inoltre le mosse fatte dalla famiglia per non portare i libri in Tribunale non convincono i due magistrati: da parte di Riva Forni Elettrici è stato promesso di rinviare la riscossione dei crediti per 317 milioni e un finanziamento di 93 milioni mentre la lussemburghese Utia ha assicurato di posticipare la richiesta di crediti per 19 milioni.
Per la Procura però si tratta di promesse e non di atti formali.
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