martedì 22 settembre 2026

Attacco ai medici dei CPR - presidio a Bari - infosolidale

Inchiesta Cpr, a Bari il presidio dei medici dopo le perquisizioni: “Non giudichiamo, ma curiamo”

Inchiesta Cpr, a Bari il presidio dei medici dopo le perquisizioni: “Non giudichiamo, ma curiamo”

L’iniziativa davanti al Policlinico dove lavorano i nove, fra psichiatri e infettivologhi, sottoposti a perquisizione nell’ambito dell’inchiesta della procura di Ravenna sulle presunte false certificazioni relative migranti destinati ai Centri di permanenza per il rimpatrio

lunedì 21 settembre 2026

Sciopero ad oltranza alla Semat - E' giusto e necessario

Da info - Uno sciopero ad oltranza è stato proclamato dalle rappresentanze sindacali unitarie e dalle segreterie provinciali di Fim Cisl, Fiom Cgil e Uilm Uil di Taranto dopo l'assemblea dei lavoratori alla Semat engineering del capoluogo jonico, azienda dell'indotto dello stabilimento siderurgico ex Ilva. La società con un atto formale ha comunicato l'impossibilità di erogare le retribuzioni relative al mese di agosto scorso, "senza fornire alcuna data certa per il relativo saldo", spiegano sindacati. Lo sciopero è partito dalle 8 di stamane e continuerà per ogni turno di lavoro di tutto il personale dipendente. "La mobilitazione proseguirà fino a quando non verranno fornite garanzie certe e vincolanti circa il pagamento integrale degli stipendi", concludono i sindacati .

Le due battaglie chiare dello Slai cobas per il sindacato di classe alla fabbrica e nei tribunali - info sostegno adesioni: slaicobasta@gmail.com - wa 3475301704

Contro la criminalizzazione dei medici dei CPR - luoghi di segregazione tortura che vanno chiusi

Comunicato stampa di Libera Basilicata, 18 settembre 2026

Libera Basilicata esprime profondo sconcerto per quanto sta accadendo a seguito dell’inchiesta della Procura di Ravenna sulle certificazioni mediche relative alla permanenza nei Centri per il rimpatrio.
A destare allarme è anche il clima di criminalizzazione preventiva che si sta costruendo intorno alle persone coinvolte e, più in generale, nei confronti di medici chiamati a esercitare con autonomia, scienza e coscienza il proprio dovere professionale. Non possiamo accettare che un’inchiesta ancora in corso diventi il terreno per anticipare giudizi, delegittimare o mettere sotto accusa chi tutela la  salute e la dignità delle persone trattenute nei CPR, o destinate ad esserlo.
Esprimiamola nostra piena solidarietà e vicinanza a Nicola Cocco, nostro conterraneo, medico da anni impegnato nella tutela delle persone più fragili, e, insieme a lui, a tutte le mediche e a tutti i medici coinvolti in questa vicenda. A loro va il nostro sostegno umano e civile di fronte a una rappresentazione pubblica che rischia di trasformare l’esercizio responsabile della professione e la fedeltà ai suoi doveri deontologici in motivo di sospetto e delegittimazione.
Importante il richiamo della FNOMCeO (Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri) sulla necessità di mantenere distinti il ruolo del medico e le responsabilità delle istituzioni preposte alla sicurezza pubblica. Mettere in discussione la libertà del giudizio clinico o pretendere che esso sia funzionale alle politiche di sicurezza significa alterare profondamente la funzione della professione medica. Non si può chiedere al medico di valutare in piena autonomia le condizioni di salute e di vulnerabilità di una persona e, nello stesso tempo, guardare con sospetto a quella valutazione quando il suo esito incide sulla possibilità di trattenerla o trasferirla in un CPR. Se l’autonomia del giudizio clinico è una garanzia, deve esserlo anche quando le conclusioni del medico non coincidono con le esigenze di un procedimento amministrativo.

C’è poi una domanda che non può essere elusa. Se si indaga sulle certificazioni che attestano l’inidoneità alla permanenza o al trasferimento nei CPR, perché la stessa attenzione non viene rivolta alle certificazioni di idoneità rilasciate nonostante patologie gravi, profonde sofferenze psichiche, vulnerabilità evidenti o condizioni di salute difficilmente compatibili con il trattenimento? Non bastano le morti, i suicidi, le gravi e documentate condizioni fisiche e di salute, spesso irreversibili, di molte persone transitate per i CPR, a destare quantomeno un campanello di allarme? Perché il sospetto sembra sorgere soltanto quando la valutazione medica impedisce l’ingresso o la permanenza in un CPR e non quando, al contrario, li rende possibili? Anche certificare l’idoneità è un atto medico carico di responsabilità e può produrre conseguenze gravissime sulla salute e sulla vita di una persona. Se si pretende rigore, il rigore deve valere in entrambe le direzioni. Non possono esistere certificazioni considerate credibili soltanto perché funzionali al trattenimento e certificazioni guardate con sospetto perché riconoscono una condizione di incompatibilità.
La tutela della salute non può dipendere dall’esito amministrativamente più conveniente. La tutela della salute, infatti, non si esaurisce nella cura di una patologia già insorta, ma comprende la prevenzione: il dovere di riconoscere ed evitare condizioni capaci di produrre malattia, aggravare fragilità preesistenti o generare nuova sofferenza.
I CPR non sono luoghi neutrali. La privazione della libertà, l’isolamento, l’incertezza e la perdita di autonomia producono sofferenza, aggravano le fragilità e possono compromettere profondamente, spesso in maniera irreversibile, la salute fisica e psichica delle persone trattenute, soprattutto di quelle già vulnerabili. Quando un medico riconosce il carattere patogeno di un simile contesto, non può essere chiamato a chiudere gli occhi sulle sue conseguenze. Agire secondo scienza e coscienza significa anche prevenire il danno, segnalarne il rischio e opporsi a condizioni incompatibili con la salute e la dignità umana.
Difendere l’autonomia del giudizio medico non significa chiedere zone franche né sottrarre qualcuno alle proprie responsabilità.
Significa, però, rifiutare che tutta l’attenzione venga scaricata sui medici, mentre restano nell’ombra le precise responsabilità politiche e istituzionali di chi continua a volere, finanziare e rafforzare il sistema della detenzione amministrativa. La disumanità dei CPR non è un incidente occasionale, ma la conseguenza di un sistema consapevolmente e colpevolmente mantenuto in vita. È inaccettabile criminalizzare i medici che ne denunciano i danni e, nello stesso tempo, assolvere politicamente chi crea e perpetua le condizioni che quei danni producono.
Respingiamo, dunque, ogni forma di criminalizzazione preventiva e ogni pressione politica o mediatica che possa interferire con il libero e responsabile esercizio della professione medica. La persona trattenuta in un CPR, qualunque sia la sua provenienza o condizione amministrativa, resta titolare di diritti fondamentali, a partire dal diritto alla salute e al rispetto della propria dignità. Il medico chiamato a valutarne le condizioni deve poter rispondere alla legge, alla propria responsabilità professionale e ai doveri deontologici, senza che il suo giudizio venga piegato a finalità estranee alla cura e alla prevenzione.
I CPR sono luoghi di sofferenza e disumanità: non vanno resi più efficienti né umanizzati a parole, ma definitivamente superati. Difendere la salute, la libertà e la dignità delle persone destinate ai CPR o già trattenute significa difendere la democrazia di tutti.
Per questo continueremo ad essere sempre dalla parte di chi si impegna a difendere i diritti fondamentali e dei medici attenti non solo alla cura ma anche alla prevenzione e ad opporci ai Lager di Stato.

domenica 20 settembre 2026

Il governo Urso/Meloni è il vero responsabile della grave situazione all'ex Ilva e Taranto

Il governo ha dovuto far fare marcia indietro ai padroni delle Ditte d'appalto che avevano confermato il licenziamento per 2500 operai, ma per questo da un lato c'è voluta la grande partecipazione operaia allo sciopero e alla manifestazione di lunedì scorso, che ha mostrato che la stasi di lotta, voluta dai sindacati confederali e Usb per tanto, troppo tempo, mentre facevano incontri ai Tavoli romani inutili, ridicoli, di fatto di accompagnamento alla criminale politica del governo di trascinare stancamente la situazione, si può e si deve rompere; dall'altro questa marcia indietro è stata conseguenza dell'annuncio dell'anticipo al 20 ottrobre della sentenza della Corte di Cassazione sul ricorso presentato da Acciaierie e Ilva contro la decisione dei giudici di Milano di chiusura dell'area a caldo.

Ma la situazione resta grave e "appesa" non si sa fino a quando, lasciando gli operai ad attendere una mannaia più o meno pesante. 

Si tratta di una situazione che si trascina da circa più di due anni, in cui, come un "gioco dell'oca" si torna sempre al punto di partenza, e si spreca il Teatro delle soluzioni; in cui paradossalmente più concreti sembrano i padroni - chiaramente per l'interesse che hanno a salvaguardare i loro profitti, o i nuovi padroni che si propongono di mettere le mani su ciò che resta dell'ex Ilva (solo area a freddo, ma anche un'Ilva spezzettata), ma senza costi per la trasformazione della produzione, di impianti in senso meno nocivo, senza costi per le bonifiche e l'ambientalizzazione e soprattutto tagliando del 50% gli operai.  

Il governo Urso/Meloni fa altrettanto, ma in più resta volutamente nel vago sulle soluzioni, e al massimo, costretto, mette delle toppe, in cui non si sa che succederà il giorno dopo. 
Per i licenziamenti annunciati nell'appalto, e solo sospesi, e i posti di lavoro dell'area a caldo che verrebbero meno, il governo ha trovato la via momentanea di una maxi cassa integrazione pensata ad hoc per l’Ilva e le aziende dell’indotto di Taranto. Con garanzie che arrivano solo fino al termine della gara per vendere quel che resta dell’acciaieria. Gli impegni arrivano al massimo a febbraio 2027, poi il futuro resta incerto, il governo ha rinviato a un intervento in legge di bilancio.

Alcuni fanno i conti e dicono che senza gli altiforni a Taranto resteranno in fabbrica circa 1.000 operai. Al massimo 700 dovranno sorvegliare l’area a caldo dismessa, garantendo la sicurezza, mentre altri 3-400 lavoreranno al treno nastri 2 grazie all’ordine di lavorazione delle bramme arrivato da Marcegaglia. Per cui la soluzione, si dice, potrebbe essere un sostanziale raddoppio della cassa integrazione, generale per tutti gli stabilimenti, già autorizza per 4.450 dipendenti che dovrebbe passare a circa 9mila. 

Poi solo per i dipendenti diretti di Acciaierie verrebbe garantita un’integrazione al 70% - quello che prendono i circa 1.500 cassintegrati di Ilva in amministrazione straordinaria - che già vuol dire cadere nella miseria; mentre per gli operai dell'appalto non si parla neanche di integrazione alla cig. - Lo Slai cobas, fermo restando una ridottissima casintegrazione a tempo, propone che l'integrazione primo, ci sia per tutti gli operai, compresi appalto/indotto; secondo che sia almeno all'80% per tutto il periodo. 

A Taranto, sappiamo già che significa una mega cassintegrazione. I lavoratori rischiano, come è già in corso per i cassintegrati in Ilva AS dal 2018, di non rientrare più in fabbrica, di avere un reddito impoverito, e, cosa più negativa, di non essere più soggetto attivo di lotta, di "attaccarsi" alla speranza degli ammortizzatori sociali, di soluzioni individuali che significano la morte della coscienza come classe.

Da parte dei sindacati confederali e dell'Usb le "soluzioni" sono soprattutto gli "ammortizzatori sociali", dando, quindi, per scontato che comunque molta parte dei lavoratori sia diretti che dell'appalto verrà buttata fuori, comunque.  
Non si pone come centrale, prioritario il problema di come mantenere in fabbrica, al lavoro gli operai. Eppure, e questo nessuno lo nega, c'è un lavoro immane, esteso di manutenzione, anche ordinaria, di bonifica interna e nell'area industriale da fare; i sindacalisti stessi denunciano a volte che, guarda caso, il maggior numero di cassintegrati sono proprio i lavoratori addetti alla manutenzione; se questi rientrassero in fabbrica o non venissero posti in cig, si ridurrebbe tantissimo la necessità della cassintegrazione - non è che solo nell'area a caldo vi sono i pericoli di ogni genere e tipo, ma in tutto lo stabilimento; per dire, gli ultimi due operai morti hanno perso la vita per passerelle fradici o inadeguate; non si inorgoglissero gli ambientalisti antioperai, la chiusura dell'area a caldo, già ridotta per 1 solo forno funzionante, non risolverebbe certo la nocività, l'inquinamento nè interno nè nella città.

Ma i sindacati e l'Usb al massimo nelle trattative sulla cassintegrazione, finora, hanno contrattato quanche numero di cassintegrati. Assistono silenti a corsi di formazione, e soldi per questi, totalmente inutili (nell'ultima formazione ancora in corso, gli operai vanno, timbrano la presenza, ma poi per 8 ore si "girano i pollici"). nesuno dice che questi operai, invece che mandati a fare gli LPU (togliendo anche questa piccola "boccata di ossigeno" di lavoro ai tantissimi disoccupati di Taranto e provincia), rientrino in fabbrica a fare manutenzione, bonifiche, anche dopo corsi di formazione effettivi, finalizzati ad una eventuale riqualificazione. 

Unitariamente Fim, Fiom, Uilm e Usb hanno fatto una lettera in cui ai Commissari di Acciaieria chiedono: «Alla luce di quanto sta emergendo nelle ultime ore, e in particolare dell’aumento dei lavoratori posti in Cassa Integrazione, di conoscere in maniera ufficiale quanti lavoratori siano stati interessati dalla cassa integrazione e quali conseguenze le nuove disposizioni possano determinare sull’organizzazione delle 
Poi sulla sicurezza scrivono: “Si segnala inoltre una forte criticità dal punto di vista della sicurezza”, legata alla necessità di garantire pienamente i piani e i presidi di emergenza “considerato l’elevato numero di lavoratori posti in cassa integrazione”.
Non pretendono che buona parte degli operai in cig, molti dei quali appunto addetti alla manutenzione, rientrino stabilmente in fabbrica; non chiedono che non vi sia il mega aumento di nuovi cassintegrati, che la riduzione degli operai diretti e dell'appalto, legati all'attività dell'area a caldo vengano impegnati anch'essi nella manutenzione. Ricordano poi i "piani e i presidi di emergenza", decisi dopo la morte dei due ultimi operai, finora rimasti sulla carta (ma come potevano realmente essere una risposta agli infortuni mortali?...), mentre hanno sempre boicottato la richiesta dello Slai cobas di una postazione ispettiva fissa in fabbrica. 

Quindi, governo e padroni da un lato e sindacati inutili (fino ad essere complici di questa situazione stagnante) dall'altro, rendono la situazione degli operai grottesca e drammatica.

Col governo Urso/meloni siamo alla svendita degli operai, con ricatto. Per la cassintegrazione si dice che " La misura è però condizionata alla presa in carico dei lavoratori da parte di agenzie e piattaforme di riqualificazione. In caso di rifiuto di una proposta di lavoro ritenuta congrua, non verrebbe meno l’assegno, ma i lavoratori dovranno rinunciare all’integrazione aggiuntiva. Il governo tenterà inoltre di creare una corsia preferenziale alla ricollocazione dei dipendenti di AdI attraverso un sistema di incentivi per le imprese che cercheranno lavoratori in questo bacino: in particolare, saranno previsti sgravi contributivi per due anni e un incentivo fino a 20.000 euro per le assunzioni a tempo determinato".

Ad latere, e ogni tanto qualcuno si spinge a dirlo, c'è la "soluzione della guerra". L'acciaio può avere futuro - si dice - se legato al suo uso per gli armamenti (e, chiaramente, in questa fase di guerre e per questo governo Meloni, la produzione degli armamenti è quella più in ascesa...). Quindi si fa avanti la Fincantieri, la Leonardo si propone per la cordata italiana, c'è l'Arsenale militare...

Turco del M5S propone che "i lavoratori dell’ex Ilva siano assunti dall’Arsenale di Taranto” "Un piano straordinario di assunzioni per fermare la riduzione degli organici civili e rilanciare il ruolo industriale dell’Arsenale Militare Marittimo di Taranto, struttura strategica per la Marina Militare, per la Difesa nazionale". E su questo ha presentato un’interrogazione al ministro della Difesa. "fare dell’Arsenale uno dei pilastri della diversificazione produttiva del territorio, creando anche opportunità occupazionali per i lavoratori coinvolti nei processi di riconversione industriale".

Quindi da Taranto città industriale si passerebbe a una Taranto città di guerra. Se questa è la diversificazione economica auspicata dagli ambientalisti, stiamo proprio bene... 

SI è proprio così: la cosiddetta "cordata italiana" dei padroni dell'acciaio sponsorizzata dal governo è interessata a Genova e vuole affondare Taranto

Ilva, Sperti (Uilm): “Anche senza area a caldo, anni per far ripartire Taranto. La cordata italiana? Il suo vero interesse è Genova”

La provincia di Taranto caratterizzata dallo schiavismo padronale e dal razzismo nelle campagne - Organizziamo la lega dei braccianti immigrati

Dopo Laterza, Ginosa... ora Avetrana

Le inchieste dimostrano che in tutta la provincia di Taranto la situazione è uguale...

Plaudiamo a controlli e inchieste, ma queste mettono in luce la complicità e il silenzio delle istituzioni comunali, delle associazioni padronali grandi e piccole, dei partiti e dei sindacati ufficiali che "non potevano non sapere".

***** 

“Se le nere si fermano per andare in bagno le licenzio, perdo soldi”. Padroni e caporali senza pietà 

L'inchiesta dei carabinieri del comando provinciale di Taranto e della Procura jonica restituisce uno spaccato del lavoro agricolo in Puglia. Per i braccianti stranieri c'era il divieto di fermarsi. E quando un lavoratore senza contratto cade da una scala la reazione dei vertici è glaciale: "Buttalo da qualche parte"

“Se le nere si fermano per andare in bagno le licenzio, perdo soldi”. Padroni e caporali senza pietà

Avetrana: Lavoravano nei campi 7 giorni su 7, dodici ore al giorno: 3 imprenditori indagati per sfruttamento

Nel mirino della magistratura tre imprenditori di Avetrana e un medico accusato di redigere false certificazioni. I braccianti indiania vrebbero lavorato anche la domenica, senza riposo. Ed erano stipati tutto l'anno in otto in un bilocale, senza riscaldamento per l'invern0 

“Braccianti sfruttati e videosorvegliati”: 6 arresti per caporalato a Taranto e Matera. “Si è ferito? Buttatelo da qualche parte”

Nell'inchiesta è emersa un'organizzazione che sfruttava i migranti, dal viaggio in mare verso l'Italia alla gestione di alloggi e pagamento, spesso non corrisposto. Coinvolto un ex carabiniere
“Braccianti sfruttati e videosorvegliati”: 6 arresti per caporalato a Taranto e Matera. “Si è ferito? Buttatelo da qualche parte”

Sfruttati, sottopagati, costretti a vivere in assenza di condizioni igienico sanitarie, controllati e privi di qualsiasi tipo di tutela: è questa la condizione in cui vivevano i braccianti nelle campagne delle province di Taranto e di Matera secondo l’inchiesta “Terra di Confine“, condotta dalla Procura di Taranto. Al termine di un’indagine iniziata nel luglio 2023 oggi è scattato l’arresto per sei persone, ora ai domiciliari, e 19 indagati, tra datori di lavoro, intermediari e soggetti ritenuti, secondo l’impostazione accusatoria, vicini al ruolo di caporali.