martedì 13 febbraio 2024

E' un mondo strano a Taranto: padroni bloccano il ponte e sindacati continuano a fare incontri a Roma

Il blocco della fabbrica e della città - che dovrebbero fare operai e masse popolari di Taranto per il salario, il lavoro, la salute e il futuro - lo fanno padroni e padroncini delle ditte dell'appalto !

Borgo paralizzato, Ponte Girevole occupato. La protesta dell’indotto del siderurgico questa mattina si è fatta più dura. Gli imprenditori che fanno parte di Aigi, l’associazione che raggruppa le imprese dell’appalto ex Ilva sono in cerca di risposte dalle istituzioni e da diversi giorni hanno sospeso le loro attività.

La protesta si è spostata a Palazzo di Città (annullata la conferenza stampa del Sindaco, Rinaldo Melucci sulle ricadute economiche del Sail GP 2023) dopo che gli aderenti ad Aigi avevano anche mantenuto durante la notte un presidio davanti alla prefettura di Taranto .

Le imprese invocano tutele per i crediti vantati nei confronti di Acciaierie d’Italia (almeno 140 milioni di euro) che rischiano di perdere in caso di ricorso all’amministrazione straordinaria, così come avvenne nel 2015 quando l’Ilva  fu commissariata e andarono in fumo crediti per 150 milioni.

Ex Ilva, sindacati verso Palazzo Chigi

Annunciato incontro il 19 febbraio a Roma

I sindacati metalmeccanici Fim Fiom Uilm, in assenza di una risposta della Presidenza del Consiglio dei ministri alla richiesta d’incontro inviata il 5 febbraio, annunciano che si autoconvocheranno a Palazzo Chigi, “per un confronto urgente e necessario a garantire la continuità produttiva e occupazionale di Acciaierie d’Italia”.

“Il tempo è ormai scaduto, il degrado degli stabilimenti è insostenibile – dichiarano i segretari generali di Fim Fiom Uilm, Roberto Benaglia, Michele De Palma e Rocco Palombella -. Da giorni sembrerebbe essere in atto una trattativa segreta tra i soci di Acciaierie d’Italia alla ricerca di una soluzione condivisa per il cambio di gestione, in assenza di confronto con le organizzazioni sindacali. È inaccettabile che dopo due decreti voluti dal Governo per estromettere Mittal, attraverso l’attivazione dell’amministrazione straordinaria, la situazione e il futuro dell’ex Ilva rimangano nella totale incertezza”.

Fim Fiom Uilm denunciano ancora una volta “la grave e preoccupante situazione in cui versano i siti produttivi dell’ex Ilva, con conseguenze drammatiche sull’indotto e sui 20mila lavoratori. In assenza di un intervento urgente saremmo alla fermata totale degli impianti. Noi non ci rassegniamo e chiediamo al Governo azioni immediate e decisive: non accetteremo decisioni precostituite sul futuro. L’unico riferimento per noi resta l’accordo del 6 settembre 2018. Le lavoratrici ed i lavoratori hanno avuto grande senso di responsabilità: è ora che il Governo si assuma le sue e tragga le dovute conseguenze” concludono.

Ex Ilva, l’ad Morselli: “Il problema dell’azienda è la liquidità, ma c’è enorme eccesso di personale” -

 L'ad di Acciaierie d'Italia, Lucia Morselli

Il problema dell’ex Ilva è la liquidità. L’azienda “è viva, ancora produce, ha gli impianti in efficienza e paga gli stipendi”. 

In audizione in commissione Industria del Senato, l’ad di Acciaierie d’Italia, Lucia Morselli, prova ad allontanare l’ipotesi dell’amministrazione straordinaria. “La situazione non è drammatica”, spiega, anche se, ammette, “abbiamo un enorme eccesso di personale”. Esuberi, a suo dire, legati per lo più al calo della produzione, che l’anno scorso si è fermata a tre milioni di tonnellate 

 Quindi vuole soldi dallo Stato e un nuovo piano di tagli di metà degli operai

Sabato corteo a Taranto: Stop al genocidio in Palestina

L'esercito israeliano del neonazista Netanyahu peggio dei nazisti hitleriani dell'eccidio delle Fosse ardeatine:

il 24 marzo del 1944 10 civili e militari italiani furono trucidati per ogni soldato tedesco morto nell'attentato di via Rasella a Roma - con un macabro conteggio per 33 nazisti 335 civili uccisi;

Oggi per 2 ostaggi liberati l'esercito neo nazista di Israele ha massacrato 100 civili.

lunedì 12 febbraio 2024

Gli operai e i padroni - Gli operai e il governo

 

Se la maggioranza degli operai in lotta, in particolare delle grandi fabbriche, Ex Ilva/Acciaierie d'Italia, Stellantis che oggi sono al centro dello scontro, "istintivamente" sono contro i padroni, denunciandone gli attacchi alla loro condizione di lavoro, salariale, di sicurezza, con denuncia a volte rabbiosa, a volte rassegnata come inevitabile condizione, senza possibilità di cambiamenti nel futuro se non in peggio; se la maggioranza degli operai esprime forte sfiducia che il governo possa essere dalla parte della difesa degli operai dai piani dei padroni; 

una parte degli operai, a volte non minoritaria, fa proprie ed esprime posizioni sbagliate, nefaste o quantomeno confuse, che penetrano, sia pur a "pezzi", anche tra la massa degli operai e minano, contrastano, fanno da ostacolo ad una posizione, coscienza di classe, alla necessaria autonomia degli operai da padroni e governo:

"E' il padrone che mi fa mangiare ed è giusto che io, quando lui è in crisi, lo debba aiutare, perchè se lui non lavora non lavoro neanche io..."; questa concezione ha portato per esempio all'ex Ilva di Taranto a ritenere giusto o inevitabile che la lotta si sia fatta insieme, padroni e padroncini dell'appalto e lavoratori, contro ArcelorMittal e governo, o, peggio, che gli operai siano stati usati, volente o non volente, per fare da massa per le richieste dei padroni, senza portare proprie rivendicazioni operaie.

Che in questo sistema capitalista è il capitalista che dà il lavoro, è vero, ma non è una "beneficenza", quel padrone si è fatto i suoi profitti sul lavoro degli operai; sono, per dire, gli operai che fanno "lavorare" cioè ricavare altri profitti al padrone. Gli operai, invece, rovesciano questo assunto.

Si attua un rovesciamento anche nella testa degli operai: è il padrone che mi fa mangiare... mentre sei tu operaio che fai "più che mangiare" il tuo padrone.

Qual'è il rapporto capitalista/operaio lo hanno spigato chiaramente Engels e Marx.

Engels (nell'introduzione al testo di Marx 'Lavoro salariato e capitale') dice: Che cosa avviene dopo che l’operaio ha venduto al capitalista la sua forza lavoro, cioè dopo che l’ha posta a sua disposizione, per un salario convenuto, giornaliero...? Il capitalista conduce l’operaio nella sua fabbrica, dove già si trovano tutti gli oggetti necessari per il lavoro, le materie prime, le materie ausiliarie... gli utensili, le macchine. E qui l’operaio comincia a sgobbare. Poniamo che il suo salario giornaliero sia di tre marchi (oggi 60 euro netti ndr). Supponiamo che... con il suo lavoro di dodici ore l’operaio aggiunga alla materia prima impiegata un nuovo valore di sei marchi, un nuovo valore che il capitalista realizzerà con la vendita del pezzo finito. Di questo importo egli paga all’operaio tre marchi (60 euro), e gli altri tre (60) se li tiene per sè. Se l’operaio produce in dodici ore un valore di sei marchi, in sei ore produce un valore di tre marchi. Quindi dopo aver lavorato sei ore egli ha già restituito al capitalista l’equivalente di tre marchi, ricevuti come salario. Dopo sei ore di lavoro, tutti e due sono pari; nessuno dei due deve più un soldo all’altro.

Ma le 8 ore della sua vita che l'operaio ha venduto al padrone, non appartengono più a lui, ma al capitalista che le ha comperate.

“Un momento! - esclama infatti ora il capitalista - io ho noleggiato l’operaio per un giorno intero, per dodici ore. Sei ore non sono che una mezza giornata. Avanti dunque, al lavoro, fino a che anche le altre sei ore siano passate. Solo allora saremo pari!” E in realtà l’operaio deve attenersi al suo contratto “liberamente” concluso, con il quale si impegna a lavorare dodici ore intere, per un prodotto di lavoro che costa sei ore...

...la forza lavoro è una merce, una merce come ogni altra, ma ciò nonostante una merce tutta affatto speciale. Essa ha cioè la proprietà specifica di essere forza produttrice di valore, di essere fonte di valore, anzi di essere, se viene impiegata in modo appropriato, fonte di un valore maggiore di quello che essa possiede... e a quello che costa... questi valori prodotti dagli operai non appartengono agli operai. Essi appartengono ai proprietari delle materie prime, delle macchine, degli strumenti, del capitale anticipato, i quali permettono a questi proprietari di comperare la forza lavoro della classe operaia. 

Quindi il padrone non "dà lavoro" all'operaio, ma mette al lavoro l'operaio per avere dal suo sfruttamento il profitto, per aumentare il suo capitale.

E' vero che l'operaio e il padrone sono legati, ma nel senso - come spiega Marx in 'Lavoro salariato e capitale' - che "l'operaio va in malora se il capitale non lo occupa. Il capitale va in malora se non sfrutta la sua forza-lavoro". L'operaio "produce la ricchezza estranea che lo domina, il potere che gli è nemico, il capitale...". Quindi "Sino a tanto che l'operaio salariato è operaio salariato, la sua sorte dipende dal capitale. Questa è la tanto rinomata comunità di interessi tra operaio e capitalista".

La sorte del lavoro salariato è legata al capitale, come la corda sostiene l'impiccato.

Ma torniamo alle difficoltà che i padroni possono avere nel continuare a produrre (come sempre nell'esempio dei padroni dell'appalto e dell'indotto dell'ex Ilva di Taranto). 

Queste difficoltà sono reali. Ma che succede per i padroni e cosa succede per gli operai? I padroni con la loro mobilitazione, usando o imponendo ai propri lavoratori, cessando la produzione, di parteciparvi, facendo pressioni sul governo, riescono ad ottenere i soldi di cui sono creditori o una parte di essi. Ma riprendono a lavorare e a far lavorare i loro lavoratori? NO, perchè vogliono la massima sicurezza sui soldi anche futuri. Per gli operai succede che o vengono messi in cassa integrazione o vengono licenziati. Quindi i padroni hanno i soldi, gli operai - che hanno "aiutato" il loro padrone - vanno a casa!

Una parte degli operai pensa e dice: ma se io sono bravo, disponibile l'azienda mi tiene. E chiede al padrone, per favore, di non licenziarlo, in un certo senso appellandosi sia al suo interesse ad avere operai bravi, che non gli pongono grossi problemi, sia alla sua "umanità". 

Ma qual'è l'"umanità" dei padroni?

Un esempio: In una discussione abbastanza accesa che c'è stata con una di queste ditte dell'appalto ex Ilva Taranto che aveva mandato già una lettera ad Acciaieria per dire: cesso l’attività, vado via, non mi conviene perché ho troppi crediti da avere, ad un certo punto uno dei padroni di questa azienda dice: noi abbiamo perso 5 milioni e prima ancora altri milioni, e quindi non potete dire che solo gli operai stanno perdendo… Ma come vi permettete - abbiamo detto noi - di mettere sullo stesso piano quello che perdete voi - che tra l'altro recuperate con altri appalti, con altre attività anche fuori da Acciaierie - e quello che perdono gli operai, operai che sono stati poi fattore dei milioni che avete accumulato!? Gli operai non hanno da prendere soldi da altre fonti, gli operai se vengono licenziati non hanno neanche un centesimo, perché la loro fonte è solo il salario; quindi non potranno mangiare, non potranno più pagare niente, non possono più "pagare la normalità”. Volete mettere sullo stesso piano le vostre perdite e ciò che perdono gli operai? Ma gli operai se perdono il lavoro perdono la vita, loro e dei loro famigliari.

"Ma noi siamo bravi nel lavoro" ribadiscono gli operai. Ma - come scrive Marx in "Appunti sul salario" - "L'umanità del capitalista consiste in più lavoro possibile al prezzo più basso...". Certo, dice il padrone, voi siete bravi, non lo metto in dubbio, ma io devono pensare alle mie tasche e se posso pagare meno - per esempio occupando altri lavoratori con un contratto peggiore, Multiservizi invece di Metalmeccanico, o prenderli addirittura con contratto di somministrazione o in un rapporto di lavoro intermittente, lo faccio, mi conviene di più.

L'altro fronte, legato al primo, è il rapporto tra operai e governo (dei padroni).

Qui, soprattutto per l'azione nefasta dei sindacati collaborazionisti, ma anche di esponenti di partiti parlamentari, viene seminata una illusione che il governo possa essere l'interlocutore per risolvere i problemi degli operai. Questo anche quando, come si sta vedendo nella grandi vertenze - ancora quella dell'ex Ilva e ora quella della Stellantis - si dimostra che è un interlocutore solo per difendere gli interessi dei padroni - e la lunga storia di queste grandi fabbriche, ma anche di altre, sta a confermarlo ampiamente.

Ma al di là della non risposta del governo, anche di quelli precedenti, ai bisogni degli operai, ciò che sta andando avanti, soprattutto con questo governo Meloni, è di tirare i lavoratori dalla propria parte, ottenerne il consenso su una linea nazionalista, sovranista. 

Questo è molto chiaro sulla questione Stellantis: 

Anche come alimento alla campagna elettorale in atto, il governo sta usando la vicenda Stellantis per spostare gli operai sulle posizioni sovraniste del governo Meloni (della serie: Stellantis non in Francia o altrove ma in Italia deve investire), facendo del governo la bandiera di lotta contro il grande Capitale secondo una notoria e storica demagogia che è parte del fascismo.

E sanno bene i fascisti che il popolo che li mantiene al potere deve essere il “popolo bue”, il “popolo schiavizzato”. Quindi, quello che è in discussione è il passaggio di settori di operai al governo, al fascismo.

La partita, quindi, non è tra governo Meloni e Stellantis, perché dal punto di vista degli operai e dei lavoratori questa partita è a perdere. La partita è tra padroni e il governo da un lato, e gli operai dall’altro.  

Questa politica del governo Meloni ha come conseguenza immediata il tentativo di alimentare tra gli operai una logica e posizione, una pratica corporativa. Una posizione che evidentemente si pone in netto contrasto con la necessaria, indispensabile unità della classe operaia; che vuole fare degli operai degli stupidi sostenitori di interessi altrui, col risultato di non difendere nulla e di farsi accompagnatori del proprio peggioramento. 

Su questo la Meloni ha trovato un valido alleato nella Cisl che ha raccolto firme tra i lavoratori per un proposta di legge sulla "partecipazione al lavoro" che vuole legare in termini corporativi gli operai alle aziende. 

Si tratta - come abbiamo scritto tempo fa su questo blog -  di un misto di ingabbiamento dei lavoratori - che non devono aver più motivo di lottare contro la "loro" azienda: "vanno abbandonati gli antagonismi ideologici"; e di inganno per convincerli a mettere soldi nelle aziende (partecipazione azionaria) e di accettare di essere dipendenti dall'andamento produttivo dei padroni, che, quando devono pagare gli operai, dichiarano che questo andamento va sempre male, è sempre in crisi; quindi una partecipazione alle "dinamiche retributive" in realtà per abbassare i salari, o peggio per fare degli stessi lavoratori coloro che decidano a chi dare meno e a chi dare di più. 

Ora, è da tempo che anche tra le forze che si dicono comuniste, marxiste-leniniste, rivoluzionarie è abbandonata la categoria di "aristocrazia operaia" - come se la crisi avesse livellato tutti nella fabbrica.
Ma non è affatto così. Anche nella crisi settori, certo più minoritari di prima, di operai sono e restano aristocrazia operaia (una analisi dettagliata di cosa è l'aristocrazia operaia, sia dal punto di vista economico, sia ideologico, di stile di vita, ecc. ce l'ha fornita Lenin, ed è bene riprenderla alla luce di oggi); anzi, nelle grandi fabbriche è come se c'è una nuova aristocrazia operaia, coloro che nella crisi, mentre la condizione della massa degli operai peggiorava in tutti i sensi, loro hanno "scalato le posizioni" e sono i più convinti alleati del padrone e ora del governo.
Questa aristocrazia operaia - che si trova non raramente anche nei settori più legati alle segreterie sindacali - è sostenitrice che l'economia, la produzione deve andare bene a "casa nostra", che ci deve essere una produzione e mercato solo italiano (come se fossimo agli albori del capitalismo), che non ci importa di ciò che avviene negli altri paesi, altri lavoratori, ecc. ecc. - tra vere e proprie stupidaggini e reali "stronzate", che li fanno idioti portavoce delle concezioni della destra, del fascismo.

Questo pone anche nella classe operaia la necessità di una lotta, di una "guerra civile".
Ma di questo avremo modo di parlare e far agire. 

MC

Da operaio cigs Ilva AS

È stato mortificante vedere il video in cui Lucia Morselli veniva supplicata dai presenti al presidio la scorsa settimana; un'immagine imbarazzante per la dignità umana. 

Detto che il presidente di AIGI ing. Fabio Greco è parso agli occhi di chiunque un miserabile, questi ha dichiarato in TV qualche settimana fa che loro sono usciti da Confindustria perché nella confederazione era presente Acciaierie d'Italia. Ma è una spudorata menzogna. Loro uscirono da Confindustria per i contrasti tra quella di Taranto e quella nazionale, dove quella di Taranto cercava (invano) di contrastare l'abuso della società guidata proprio da Morselli attraverso ricatti verso l'appalto,; quindi, intimoriti dalle conseguenze delle loro rivendicazioni decisero di formare una propria sigla che riunisse le aziende interessate ad obbedire al colosso franco-indiano, cosa che poi ha portato ad un ulteriore peggioramento della situazione sino ad arrivare al totale disastro industriale che versa su questo territorio.

Appalto Acciaierie: terminano i presidi, ma per gli operai termina il lavoro! Un primo immediato commento dello Slai cobas